SHELAKH 5779: 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 29 Giugno 2019  26 del mese di SIVAN 5779 leggeremo la Parashà di Shelakh Numeri 13: 1 – 15: 41
HAFTARÀ Giosuè 2: 1-24.

Si annuncia Rosh Chòdesh

SHELAKH

siamo arrivati alla quarta Parashà ed ecco il link di Shelakh tradotta e commentata dal nuovo libro di Bamidbar in fase di uscita.
Si consiglia di stampare due pagine in un foglio fronte e retro per studiare per la prima volta in italiano Shelakh commentata e illustrata.
Cliccare sul seguente link in alcuni casi col mouse destro:
www.virtualyeshiva.it/files/kodesh/Shelakh.pdf
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Qual’è la causa che ha portato l’idolatria nel mondo? Quale è il giusto rapporto con il nostro lavoro e come non farsi inghiottire dalla nostra professione? Se è Dio che guarisce perché andiamo dal medico? Qual’è il giusto equilibrio tra la medicina e la fede in Hashèm?
Queste e tante altre domande presuppongono una risposta fondata su un GRANDE INSEGNAMENTO DI VITA.
Questa lezione, basata sugli insegnamenti del Rebbe di Lubàvitch (Likuté Sikhòt vol XVIII), spiega e chiarisce queste domande spiegando il parallelismo tra l’idolatria e la mitzvà di donare la Khallà (una parte dell’impasto) impariamo un messaggio di vita ATOMICO.
Lo scopo della nostra esistenza è cercare l’equilibrio tra anima e corpo, tra attributi negativi e quelli positivi. Capendo il significato degli intermediari – senza valorizzarli più di quello che sono veramente – riusciremo a trovare il giusto equilibrio nella vita.
Questo insegnamento viene tratto grazie all’accostamento di due precetti apparentemente lontanissimi tra loro: l’idolatria è la base della fede, mentre la Khallà è un precetto importante, ma non fondamentale. Tuttavia l’associazione tra di loro ci insegna come trovare il giusto equilibrio con la natura che ci circonda.
Il frutto della nostra fatica deve mantenere le giuste proporzioni e non deve illuderci che è tutto grazie al sudore della nostra fronte se siamo riusciti a raggiungere importanti risultati.
Collegando tutto questo al filo conduttore della parashà capiremo il collegamento con l’errore degli esploratori che hanno guardato il mondo con superficialità. Gli esploratori non hanno capito che lo scopo della creazione di un mondo privo di spirito è solo per elevarlo e rivelare che anche nella materia c’è la mano di Dio nascosta.
In altre parole non hanno creduto nella forza che Hashèm gli ha dato di poter trasformare la materia in spirito, ovvero non hanno creduto in se stessi, hanno peccato in mancanza di AUTOSTIMA.
Impariamo dall’errore degli esploratori a non sottovalutarci e a realizzare la nostra missione nel mondo anche se ci sembra impossibile.
Se anche il padrone di un asino sa quanto può resistere il suo animale; sicuramente Hashèm sa fino a dove possiamo arrivare. Se Dio ci ha messo nel mondo per elevarlo sicuramente siamo in grado di farlo.
BASTA CHE CREDIAMO IN NOI STESSI e che non siamo nati per COINCIDENZA, ma per fare una differenza nel mondo!

questo il riassunto di questa nuova lezione video BOMBA 31mn

VERO SIGNIFICATO DELL’IDOLATRIA

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
rav Shlomo Bekhor

SHELAKH
LEZIONE ANNO SCORSO SU SHELAKH 5778: ESSERE PSICOLOGI DI SE STESSI!
Come bisogna essere medici del proprio corpo e capire le cause di ogni sintomo a cosa può portare, così bisogna essere medici della propria psiche. Capire che in certi momenti di poco equilibrio bisogna agire con maggiore prudenza.
Il Rebbe dice che la nostra generazione deve agire con più giogo divino e sottomissione e non basare il rapporto con Hashem solo sulla razionalità, perché in questi tempi si potrebbe rischiare di cadere spiritualmente.
Questo è il consiglio e l’ordine dato da Moshè agli esploratori di comportarsi come turisti e non come spie. Tuttavia loro essi si sono comportati diversamente, pensando di essere furbi e fare un salto di livello che li porterà a una caduta storica indimenticabile.
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Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/06/18/shelakh-5769-il-peccato-della-comparazione-degli-alberi

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_06_18_shelakh5769_mekoshesh_shabbat_basevita.mp3

IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!

Esplorazione del mondo nascosto dell’enigmatico “raccoglitore di legna”!!!

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Panoramica della parashà Shelàkh

Nonostante i due ritardi/incidenti nella parashà precedente – uno durato un mese e l’altro una settimana – questa parashà si apre con il racconto del popolo pronto a entrare nella Terra di Israele. Come preparazione finale prima di lanciarsi alla conquista, gli Israeliti mandarono i loro capi più illustri e raffinati in avanscoperta. Ma come risultato della missione, il popolo dovette soffrire la terza e più grave battuta d’arresto, che causò la morte dell’intera generazione nel deserto e ritardò l’ingresso nella Terra Promessa di altri trentanove anni.
La maggior parte della parashà è dedicata ai dettagli di questa storia tragica e drammatica. L’ultima parte della parashà, tuttavia, si allontana improvvisamente dal racconto storico e discute un buon numero di leggi e di eventi che apparentemente non hanno alcuna connessione gli uni con gli altri o con i fatti ricordati all’inizio della parashà:
il requisito di portare offerte di grano e vino insieme con i sacrifici degli animali,
il requisito di dare khallà che è una parte di ogni impasto di pane ai sacerdoti,
le leggi che riguardano le offerte che espiano il peccato di idolatria,
la vicenda dell’uomo che raccolse della legna di Shabbàt,
il comandamento di aggiungere dei tzitzìt – frange agli angoli dei vestiti.
Le leggi sembrerebbero appartenere al Libro del Levitico, e l’incidente dell’uomo che raccoglieva i ramoscelli – che accadde poco dopo il Dono della Torà – sembrerebbe appartenere al Libro dell’Esodo. Perché vengono collocati qui, e come sono connessi al nome della parashà, Shelàkh, che significa semplicemente “manda”?
Per capire, ricordiamo ancora una volta che lo scopo della discesa dell’anima nel corpo, la creazione del popolo ebraico, l’esilio in Egitto e l’Esodo, il dono della Torà, e l’ingresso e la successiva conquista della Terra di Israele, sono avvenuti tutti per il preciso scopo di trasformare questo mondo in una dimora per Hashèm, che significa disseminare la coscienza divina nel mondo intero.
In altre parole noi siamo tutti – sia individualmente che collettivamente – emissari di Hashèm per realizzare il Suo scopo in Terra. Per questo è certamente opportuno che alla vigilia dell’ingresso nella terra di Israele, dove questo scopo sta per essere completato, Hashèm dice a Moshè di mandare dei rappresentanti del popolo in missione. Questo compito racchiude l’essenza di ciò che rappresenta l’ingresso alla Terra promessa: completare la nostra missione divina come emissari di Hashèm in questo mondo.
Esistono molte spiegazioni del perché gli esploratori fallirono in questa missione, e ne vedremo alcune in seguito. Ma il vero motivo sottostante del loro tragico errore fu che essi credettero che gli emissari (cioè gli Israeliti in toto), non fossero in grado di compiere la loro missione, che il Mandante avesse in qualche modo sovrastimato le capacità dei Suoi rappresentanti o sottostimato le difficoltà che essi avrebbero incontrato.
La generazione dell’Esodo conquistò il livello di coscienza divina più alto che ogni altra generazione nella storia. Hashèm li nutriva con la manna celeste, e questo ogni giorno ricordava loro il coinvolgimento divino persino negli aspetti mondani della vita. Ciò fece sì che essi diventassero i recipienti ideali per [accogliere] la Torà[1]. Essi furono anche testimoni dell’assoluto controllo di Hashèm sulle “immutabili” leggi della natura, e della Sua abilità nel sospenderle per il Suo popolo. E infine, avevano assistito alla rivelazione divina nella promulgazione della Torà sul monte Sinày. Come è possibile allora che questo stesso popolo, esposto quotidianamente ai miracoli di Hashèm, mutasse improvvisamente in una moltitudine di scettici spaventati? E come è possibile che la loro élite spirituale cadesse così in basso sin al punto di mettere in dubbio l’onnipotenza di Hashèm?
La risposta è che fu proprio la loro elevata spiritualità a condurli in errore. Essi desideravano sperimentare la vita e perseguire il divino liberi dalle distrazioni della materialità. Nel deserto erano protetti dalla nuvola di gloria, sostentati dalla manna e dal pozzo di Miryàm e soddisfatti in tutti i loro bisogni fisici. Il loro tempo era dedicato totalmente allo studio della Torà, alla meditazione e alla preghiera. Ripugnava loro l’idea di entrare nel mondo reale, dove il pane doveva essere ottenuto col sudore dato dal lavoro della terra, e la vita non poteva essere un paradiso celeste[2].
Per questo motivo gli esploratori riferirono che la terra “consuma i suoi abitanti”: essi temevano che una volta entrati finissero preda della sua materialità e non potessero più essere totalmente spirituali. Ai loro sentimenti fecero eco, secoli dopo, le parole di Rabbi Shim’òn bar Yokhày, che disse: “Se una persona ara quando è tempo di arare, semina quando è tempo di seminare, raccoglie quando è tempo di raccogliere, trebbia quando è tempo di trebbiare e fa la mondatura quando è il tempo di mondare, cosa ne sarà della Torà?”[3].Certamente, questa aspirazione ci ha indotto a desiderare, con tutto il cuore e attraverso le varie epoche, l’avvento dell’era messianica, quando la materialità terrena non distrarrà più l’elevazione spirituale[4].
È lodevole desiderare la venuta di questo tempo; tuttavia, questo desiderio deve essere bilanciato dalla umile sottomissione ai piani che Hashèm ha per il creato. Il compito della vita è vivere all’interno della realtà mondana e rivelare il divino nascosto che c’è in essa. Gli esploratori e tutta la loro generazione non erano disposti a portar avanti il mandato ricevuto sul monte Sinày – cioè portare il paradiso in terra e la terra in paradiso, perché non sono stati in grado di percepire il grande vantaggio di entrare nel mondo materiale, dove l’essenza di Hashèm può essere trovata ubbidendo ai suoi comandamenti sul piano fisico, e anche perché temevano le insidie che accompagnano questo compito più legato ad azioni fisiche che allo spirito.
Era precisamente questo equivoco che doveva essere smentito una volta per tutte prima dell’ingresso nella terra promessa. È molto facile, quando si considera l’ampiezza delle richieste della Torà nella nostra vita e gli sforzi che dobbiamo dedicare per soddisfare tali richieste in modo appropriato, cadere nella trappola del ragionamento secondo cui Hashèm ci sta chiedendo troppo. Dopo tutto, la Torà cerca di governare ogni aspetto della vita, in tutti i suoi innumerevoli dettagli. Anche studiare la Torà di per se, sembra un compito impossibile, poiché “la sua lunghezza è maggiore di quella della terra, e la sua profondità maggiore di quella degli oceani”[5].
E come se non bastasse, la Torà ci chiede di sublimare i nostri istinti animali innati e di resistere alle pressioni della società e alle sue regole. Come può la flebile voce dei pochi che sono fedeli a Hashèm vincere il frastuono di coloro che lo ignorano e non farsi condizionare dalle regole della società?
Solidi argomenti, certo, che tuttavia, dopo soltanto una riflessione momentanea, si sbriciolano. Poiché anche un committente umano, se dotato di un minimo di senso, non dà a un suo rappresentante un compito troppo difficile per lui da compiere. E se un committente umano può sbagliare nella stima delle capacità dell’emissario, Hashèm ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi: come nostro Creatore, Egli è completamente cosciente dei nostri punti di forza e delle nostre debolezze. È perciò inconcepibile che Egli possa o voglia assegnarci un compito che non possiamo portare a termine.
Fallendo la loro missione gli esploratori, paradossalmente, hanno avuto successo in un modo molto più completo. Il loro fallimento ha permesso che il bene prezioso, da loro disdegnato – ovvero il fine divino di far diventare questo mondo una dimora per Hashèm – fosse raggiunto in modo più integro rispetto a quanto il loro successo avrebbe mai potuto conseguire.
Il modo migliore per fare del mondo la dimora di Hashèm è rivelare che, in realtà, la nostra vera e innata natura è divina, ovvero realizzare la prospettiva, gli obiettivi e i desideri di Hashèm come se fossero nostri.
Quando riusciamo in questo intento, non solo seguiamo la volontà di Hashèm perché ci viene detto, ma anche perché la nostra mente e il nostro cuore ci spingono a farlo.
Il problema è che trasformare se stessi in tal senso è un processo di auto raffinamento lungo e faticoso.
Sarebbe molto più semplice e veloce sottomettersi in toto alla volontà di Hashèm dandogli “carta bianca”, piuttosto che raffinare gradualmente l’intelletto e le emozioni con un allenamento costante che insegni loro a vedere la presenza di Hashèm attraverso la materialità del mondo. Ma questo è esattamente quello che il peccato commesso dagli esploratori ci ha permesso di fare in modo più semplice.
Per prima cosa, gli esploratori riuscirono a entusiasmare il popolo all’idea di entrare nella Terra di Israele[6]. Grazie a loro, gli ebrei udirono da testimoni oculari che nella terra fluivano latte e miele, e che quindi non dovevano credere alla promessa di Hashèm solo in base alla fede. Una volta riscossi dai loro dubbi momentanei, essi vennero trascinati dal desiderio di entrare nella terra promessa. I loro figli porteranno dentro i loro cuori e menti, questa conoscenza delle virtù della terra di Israele quando vi entrarono gioiosamente insieme a Yehoshù’a. Infatti, gli esploratori che Yehoshù’a mandò in seguito, avevano solo uno scopo strategico ma non di convincimento, poiché il popolo non necessitava più un’ulteriore conferma della bellezza e delle caratteristiche benefiche della terra che li attendevano.
Secondo, il fatto che gli esploratori – essendo i CAPI di Israèl e quindi rappresentati di tutto il popolo – camminando attraverso la terra, la prepararono spiritualmente per il successivo ingresso di Israèl in toto. La missione delle spie ebbe allora l’effetto immediato di iniziare la conquista della terra e spianare la strada per la effettiva presa[7].
Terzo, se le spie e la loro generazione non avessero peccato, il popolo sarebbe comunque entrato sotto la guida di Moshè e sarebbe stato condotto ad una vittoria miracolosa dalla nuvola di gloria e dalla colonna di fuoco di Hashèm. Ma in tal modo, la vittoria e la conquista sarebbero state solo di Hashèm, piuttosto che del popolo aiutato dal Suo costante supporto. A causa del peccato degli esploratori, la terra doveva essere ora conquistata dalla prodezza in battaglia, ma la vittoria che ne sarebbe seguita, sarebbe stata il risultato degli sforzi del popolo. E poiché essi dovettero lottare per essa, la avrebbero poi valorizzata di più che se l’avessero ricevuta solo quale dono di Hashèm.
E infine, l’errore delle spie ci insegna la preziosissima lezione che possiamo tutti portare a termine la missione di Hashèm, e che non dovremmo mai fare l’errore di pensare che non siamo all’altezza della Sua chiamata per completare il nostro incarico.
Così, alla luce di quanto spiegato, era cruciale che le spie “peccassero”: era l’unico modo per raggiungere l’obiettivo di Hashèm di rendere il mondo una dimora per l’infinito, il solo modo in cui il processo storico avrebbe potuto procedere esattamente nella miglior maniera possibile. La loro vera colpa non consiste in quello che fecero, ma nel fatto che si focalizzarono solo su una faccia della medaglia, senza vedere il lato positivo del loro operato.
Forse essi possono essere perdonati per questo errore, questa era in fondo la prima volta che una generazione era chiamata a vivere il paradosso di desiderare il paradiso mentre lavorava sulla terra, di riconoscere l’importanza dell’io e allo stesso tempo abrogarlo in totale obbedienza: vivere con questa contraddizione può inizialmente sembrare impossibile. Così come dicono i nostri saggi: “tutti gli inizi sono difficili”.
In ogni caso, la lezione che dobbiamo imparare dagli esploratori è insieme l’importanza di aspirare ardentemente alla vita spirituale e di sottomettersi umilmente al desiderio di Hashèm di fare di questo mondo la Sua dimora, e di raggiungere il giusto bilancio tra questi due aspetti. Sia agire come una persona incentrata su se stessa che, all’opposto, operare con cieca obbedienza hanno entrambi degli inconvenienti: l’obbedienza cieca rappresenta il nocciolo, il substrato, del nostro impegno verso Hashèm, ma una vita basata su questo non coinvolge la persona nella sua interezza; agire nel nostro interesse permette alla prospettiva divina di permeare il nostro essere intero, ma fare ciò ci espone al rischio di lasciare che il nostro ego ci conduca fuori strada.
Lo scopo è rimanere consci del nostro impegno sovra razionale e incondizionato verso Hashèm pur facendo nostra la Sua realtà.
La nostra missione è garantita per avere successo solo quando ci impegniamo a manifestare la nostra dimensione divina in quanto mandatari di Hashèm, piuttosto che per promuovere i nostri interessi personali[8].
[1] Mekhiltà Beshalàkh 16, 4.
[2] Likuté Torà 3, 36.
[3] Berakhòt 35b.
[4] Ràmbam Teshuvà 9:2.
[5] Iyòv 11, 9.
[6] Cf Rambàn Bemidbàr 13, 1.
[7] Questa preparazione spirituale si concluse quando Moshè posò lo sguardo sulla terra dalle altitudini al di fuori di essa, proprio prima della sua morte (vedi Tzafnàt Panéakh Devarìm 34, 1).
[8] Basato su Likuté Sikhòt, vol. 23, pag. 92; Sèfer Hassikhòt 5751 vol. 13, pagg. 39-40.

ESSERE PSICOLOGI DI SE STESSI!

Come bisogna essere medici del proprio corpo e capire le cause di ogni sintomo a cosa può portare, così bisogna essere medici della propria psiche. Capire che in certi momenti di poco equilibrio bisogna agire con maggiore prudenza.

Il Rebbe dice che la nostra generazione deve agire con più giogo divino e sottomissione e non basare il rapporto con Hashem solo sulla razionalità, perché in questi tempi si potrebbe rischiare di cadere spiritualmente.

Questo è il consiglio e l’ordine dato da Moshè agli esploratori di comportarsi come turisti e non come spie. Tuttavia loro essi si sono comportati diversamente, pensando di essere furbi e fare un salto di livello che li porterà a una caduta storica indimenticabile.

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IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!

Esplorazione del mondo nascosto dell’enigmatico “raccoglitore di legna”!!!

Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:

http://www.virtualyeshiva.it/2009/06/18/shelakh-5769-il-peccato-della-comparazione-degli-alberi

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

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Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

http://www.virtualyeshiva.it/2015/06/06/shelakh-5772-6-lezioni/

SHELAKH 5770 – TRE TIPI DI AMORE
Mettendo in parallelo il pensiero di Maimonide sulle regole della teshuvà con quello degli esploratori, capiremo che anche se loro avevano pensato di agire per volontà di Ha-shèm, in realtà non avevano ancora raggiunto il livello ottimale di amore per Lui.

SHELAKH 5769 – IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!
Esplorazione del mondo nascosto dell’enigmatico “raccoglitore di legna”!!!

SHELAKH 5768 – AMORE DEGLI ESPLORATORI INFINITO A MOSHE!
Come hanno fatto gli esploratori a sbagliare così gravemente?

SHELAKH 5766 – IL PREZZO DELL’INGRATITUDINE!
Che cosa impariamo dall’errore degli esploratori?

SHELAKH 5766 – TRASFORMAZIONE DEL BENE IN MALE
Le origini del grave errore di valutazione degli esploratori mandati in eretz Israel, sono le stesse che oggi possono portarci lontano dalla missione che Ha-shem ci dato in questo mondo!
Che cosa impariamo dall’errore degli esploratori?

SHELAKH 5765 – QUANDO IL DESERTO AFFASCINAVA DI PIU DEL LAVORARE LA TERRA!
Perché gli esploratori misero in discussione la volontà di Ha-shem?

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