VAERÄ 5780: 7 LEZIONI

Questo Shabbàt 25 Gennaio 2020, 28 Tevet 5780 – leggeremo la Parashà di Vaerà  Es. 6, 2-9, 35

Si legge l’Haftarà:

Italiani Ez. 28, 24-29, 21
Sefarditi: Ez. 28, 25-29, 21

La Parashà di Vaerà è composta da 121 versetti.

La Parashà di Vaerà non contiene alcun precetto.

La Parashà di Vaerà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm rassicura Moshè, chiedendogli di comunicare al popolo ebraico la promessa di una redenzione prodigiosa. Il popolo ebraico, tuttavia, non presta ascolto alle parole di Moshè perchè troppo provato da fatica e sofferernza.
La Torà fà una breve digressione genealogica, precisando le origini di Moshè e di Aharòn i redentori.
Moshè e Aharon si recano da Par’ò; Aharon getta a terra il proprio bastone che si trasforma in serpente. I maghi di corte lo imitano, tuttavia il bastone di Aharon inghiotte i bastoni degli egizi.
Moshè avverte Par’ò dell’imminenza della prima delle dodici piaghe.
In questa Parashà sono riportate le prime sette piaghe che colpiscono gravemente l’Egitto, senza tuttavia piegare l’ostinazione di Par’ò, che si rifiuta di liberare il popolo ebraico. Le sette piaghe sono: sangue, rane, pidocchi, mescolanza di belve feroci, peste, ulcere e grandine.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל

Nuova lezione atomica di questa settimana 2020

parasha14° VAERA’:

10 PIAGHE: LEZIONE O PUNIZIONE?

Nuova lezione atomica di questa settimana 2020parasha14° VAERA':10 PIAGHE: LEZIONE O…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 23 gennaio 2020

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PENSIERO E AZIONE

Alcuni anni fa gli scienziati della NASA avevano costruito una specie di piccolo cannone per lanciare dei polli morti ad alta velocità contro i parabrezza degli aerei di linea. Lo scopo era quello di simulare i frequenti scontri con i volatili, per testare la resistenza dei parabrezza degli aerei. Alcuni ingegneri britannici, avendo sentito parlare di questa “arma”, erano desiderosi di provarla sul parabrezza dei nuovi treni ad alta velocità. Quindi il cannone venne spedito ai tecnici britannici.
Quando l’arma fu attivata la prima volta, gli ingegneri rimasero impietriti: il pollo sparato dal cannoncino si schiantò contro il loro parabrezza infrangibile e lo fracassò, rimbalzò contro la console dei comandi, spezzò in due lo schienale della poltroncina di un ingegnere e si andò a incastrare nella parete posteriore della baracca, come un proiettile. I tecnici Britannici, sconvolti, trasmisero alla NASA i risultati disastrosi dell’esperimento e i progetti del loro parabrezza, supplicando gli scienziati Americani affinché dessero loro dei suggerimenti. La NASA rispose con un appunto della lunghezza di una riga: “Scongelate i polli” (ma io gli avrei risposto: “SIETE PROPRIO DEI POLLI…”).

Una Redenzione Dubbiosa
La precedente parashà dell’Esodo, Shemòt, descrive come il faraone – dopo che Mosè andò a parlare con lui chiedendogli di lasciare andare il popolo ebraico – inasprì per ritorsione la schiavitù. Quindi Mosè si rivolge a Hashèm in termini oltremodo inusuali dicendo: “Mio Signore: perché hai fatto del male a questo popolo? Perché mi hai dunque mandato?”. Un Mosè perplesso che in sostanza metteva in dubbio la provvidenza divina. Lui non comprendeva come fosse possibile che i preparativi per la redenzione dalla schiavitù egizia potessero causare un ulteriore aggravamento dei maltrattamenti del popolo ebraico. Dopotutto, la redenzione è un processo del tutto buono e giusto, come del resto si evince dalla stessa Torà: quando alla nascita di Mosè, il redentore, è scritto: “E vide che era buono…” (Shemòt 2, 2); per non parlare del fatto che colui che ordinò la missione della redenzione fu Dio stesso (Shemòt 3, 10). Quindi come poteva essere “non buono” il processo della redenzione? Può forse Hashèm sbagliarsi?

Una Risposta Per Molte Domande
A questa domanda “vitale”, Dio risponde a Mosè come è scritto, all’inizio della parashà di questa settimana, Vaerà: “Dio disse a Mosè. Io sono Hashèm. Mi rivelai a Abramo, Isacco e Giacobbe come Dio Onnipotente, ma con il mio nome, Hashèm, non mi resi noto a loro. Ho inoltre stretto il mio patto con loro…” (Shemòt 6, 2-4).

Questa narrazione solleva diverse domande:
a) Perché in realtà il profeta di tutti i profeti mise in dubbio gli ordini divini? Mosè era a un livello spirituale superiore rispetto ai Patriarchi. Pertanto se i Patriarchi non facevano domande a Dio, perché Mosè – che era appunto a un superiore livello nel poter comprendere gli ordini di Hashèm – invece sì?
b) Oltretutto, perché nella risposta di Hashèm – che ha messo in evidenza la virtù posseduta dai Patriarchi, di avere una fede senza dubbi – usa il nome Giacobbe e non il nome Israèl, per riferirsi a questo patriarca? Come è noto, infatti il nome Israèl riflette un livello spirituale superiore rispetto al nome Giacobbe.
c) Inoltre se la Torà generalmente si astiene dal fare dichiarazioni sfavorevoli, addirittura anche per quanto riguarda gli animali, perché questa regola non è stata rispettata per Mosè, che è la guida e il redentore scelto da Hashèm per tutto il popolo ebraico? Quindi perché in questa porzione si adombra la possibilità che Mosè è in qualche modo poco attento o addirittura che non comprende gli ordini di Dio, mettendo in dubbio la bontà della redenzione e della sua missione?
Poiché la narrazione getta su Mosè una luce poco favorevole, si potrebbe ritenere che la Torà ci stia dando una importante lezione, ossia che ognuno dovrebbe emulare la fede indiscussa mostrata dai Patriarchi. Ma è poi così vero? Possibile che la Torà declassi in questo modo le qualità e l’esempio di vita di Mosè?

La Personificazione Delle Qualità Spirituali
È comunque, molto difficile capire come sia possibile – in particolare in questo periodo buio dell’esilio, immediatamente antecedente alla definitiva e vera redenzione messianica – avere le doti per scegliere il percorso dei Patriarchi e non il percorso di Mosè.
Anche se, come dicono i nostri Saggi [Bereshìt Rabbà 56, 7]: “In ogni generazione ci sono individui che assomigliano ad Abramo, Isacco, Giacobbe e Mosè”, questo insegnamento vale solo per pochi eletti! La Torà, al contrario, è stata data a tutti per servire come guida e ispirazione non solo per una élite spirituale, ma per ogni uomo e donna. Quindi, come possiamo aspettarci che una persona normale non segua il percorso “umile” di Mosè, per perseguire esclusivamente l’esempio mostrato dai nostri Patriarchi?
Per comprendere occorre vedere più da vicino le qualità spirituali di Mosè e dei Patriarchi:
a) Mosè è associato all’’INTELLETTO, ossia al livello spirituale elevatissimo noto come Khokhmà, “la saggezza divina”. Per questo motivo, Mosè fu il mezzo attraverso il quale la Torà, che è la saggezza di Dio, fu data al mondo.
b) Invece il servizio divino dei Patriarchi, rispetto a quello di Mosè, è associato alla sfera degli attributi emotivi. E ognuno di loro è “caratterizzato” da uno specifico livello delle sfere emozionali: il servizio divino di Abramo è incentrato sulla gentilezza, sull’AMORE – Khèssed, verso Dio e verso il prossimo; il servizio di Isacco, al contrario, è caratterizzato dalla FORZA – Ghevurà e dal “TIMORE” a tal punto che non poter tollerare neanche la minima traccia di male nel suo ambiente. Mentre il servizio di Giacobbe è caratterizzato dalla “BELLEZZA” – Tifèret, la quale si identifica con la qualità della misericordia: l’attributo che combina amore e forza. Riflettendo questa fusione, Giacobbe univa in sé gli attributi di Abramo e Isacco.

Intelletti ed Emozioni Diverse
L’identificazione dei Patriarchi con le qualità emotive, sopra menzionate, ovviamente non significa insinuare che non fossero coinvolti nello studio della Torà. Al contrario, tutti i Patriarchi eccellevano anche nel campo dell’intelletto.
Allo stesso modo Mosè, sebbene associato all’intelletto, mostrò un intenso e significativo impegno emotivo per il servizio divino e per il prossimo. Ad esempio, quando in Esodo (2, 11) è descritta l’afflizione che Mosè provò verso la terribile schiavitù a cui erano sottoposti i suoi fratelli, mostrò un grande coinvolgimento emotivo e empatia verso il prossimo (Amore – Khèssed e Misericordia – Tifèret). Allo stesso modo, quando uccise l’egiziano che torturava un suo fratello, manifestò un grande senso della giustizia (Rigore, Ghevurà).
Tuttavia, sebbene sia i nostri Patriarchi, sia Mosè manifestassero l’intera gamma di attributi intellettuali ed emotivi umani, ognuno aveva un aspetto da cui riceveva una spinta fondamentale. La forza principale di Mosè era Khokhmà, la Saggezza, il livello intellettuale.
Diversamente, la spinta fondamentale dei nostri Patriarchi era di natura emotiva. In definitiva, ciascuno dei Patriarchi ha portato in dote a ognuno di noi l’attributo emotivo a cui erano più legati nel proprio servizio Divino.

Ognuno ha una missione
L’associazione dei nostri Patriarchi con le emozioni e Mosè con la qualità intellettiva ci permette di capire perché Mosè – che era su un piano più alto di quello dei Patriarchi – chiese: “Mio Signore: perché hai fatto del male a questo popolo?”. A differenza dei Patriarchi che seguirono le direttive divine con fede indiscussa, senza dubbi.
Per spiegare meglio, Mosè era a un livello spirituale superiore rispetto ai Patriarchi, poiché la sua missione implicava un uso elevatissimo e sublime della ragione e dell’intelletto: questa facoltà presuppone una naturale ricerca della comprensione di tutto ciò con cui viene in contatto. Quando un “intellettuale” incontra qualcosa che sembra sfidare la spiegazione della sua mente, del suo pensiero, ha difficoltà a continuare la sua missione. Pertanto, i dubbi e le domande di Mosè non riflettevano una mancanza di fede, ma era il modo con cui Mosè poteva affrontare le problematiche in base al suo livello spirituale e diffondere la saggezza di Dio nel mondo.
In risposta alla domanda di Mosè, la Torà riferisce: “Dio (Elokìm) disse a Mosè. E Dio parlò a Mosè, e gli disse: Io sono Hashèm. Come Dio onnipotente (El Shaddày) Mi rivelai ad Abramo, Isacco e Giacobbe, ma con il mio vero nome Hashèm (Havayà) non mi resi noto a loro…”.
Prima della consegna della Torà, il nome di Dio Elokìm era stato rivelato nel mondo, ma non il suo nome Havayà – Hashèm. Solo con il dono della Torà fu rivelato il nome di Hashèm, come è scritto: “Io sono Hashèm” e, in senso lato, con l’annuncio della redenzione dall’Egitto da parte di Mosè, che portò alla consegna della Torà.

L’importanza Del Nome
A questo punto ci si potrebbe chiedere. E allora! Elokìm o Hashèm sempre di Dio si tratta? No! Cosa cambia? Invece qui si introduce una differenza fondamentale per il rapporto tra noi, l’intera creazione e Dio.
Il nome Elokìm si riferisce alla luce divina che crea la natura, come si deduce dall’equivalenza numerica, ghematria (le lettere ebraiche sono anche numeri: c’è una relazione intima tra parole o frasi con lo stesso valore numerico) tra le lettere ebraiche che formano la parola Elokìm, Dio, e quelle che compongono la parola hatèva – natura. La somma del valore numerico delle lettere in entrambe le parole equivale a 86.
Quindi, il Nome Elokìm, come la natura, pone dei limiti a ogni entità, e pertanto distingue tra i vari aspetti della creazione: buono, cattivo; bello, brutto; notte, giorno, poco, tanto etc… Questo Nome di Dio, in qualche modo permette l’esistenza della molteplicità e delle differenze in questo mondo materiale. In definitiva questo Nome è in effetti la fonte della natura multiforme della nostra esistenza materiale.
Il nome Havayà – Hashèm, al contrario, riflette un livello di esistenza che trascende ogni limitazione, ogni divisione spazio-tempo e materiale. I fondamenti della nostra esistenza possono essere completamente annullati e trascesi quando si viene illuminati con questo Nome, come è accaduto a Mosè e al popolo ebraico, quando il Nome Hashèm si è rivelato. La “luce” di questo Nome fu rivelata per la prima volta durante il dono della Torà a tutto il mondo. A quel tempo, Hashèm annullò il decreto che separava i regni spirituali superiori da questo mondo umile e materiale. Applicando questo concetto riguardo al mondo interiore dell’anima umana, l’annullamento di questo decreto rende possibile unire intelletto ed emozione.

Unire Testa e Cuore
Questo è il significato interiore della risposta di Dio a Mosè. Gli disse che in quel momento, nel periodo prima della Redenzione e del dono della Torà, anche una persona la cui missione si concentra sulla saggezza e sulla ragione può e dovrebbe temperare la sua “mente” con le qualità emozionali e naturali e continuare con fede indiscussa. In sostanza, Hashèm dice a Mosè che deve “fondere”, unire l’intelletto con le emozioni, la parte più alta e quella più bassa del corpo umano!
Questo spiega anche perché Dio si riferisca al patriarca Giacobbe non con l’altro suo nome: Israèl. Ossia, qui Dio stava chiedendo a Mosè, la personificazione della saggezza, di temperare il suo approccio intellettuale con le qualità del lato emozionale. Ma, per dare questo importante messaggio cosa c’entra utilizzare il nome Giacobbe al posto di Israèl? Proviamo a capire meglio: per poter raggiungere un approccio emotivo pur essendo una persona intellettuale bisogna avere il Kabalàt Ol, letteralmente la “sottomissione” ad Hashèm, dei nostri istinti e emozioni “animali” attraverso l’accettazione del Suo giogo. Questo è una via del servizio divino associato al nome di “Giacobbe – יעקב”. Nome che in ebraico può formare (senza la lettera yud) la parola “ekev – עקב – tallone”, ossia la parte più bassa e a contatto con la terra dell’essere umano. Al contrario il nome “Israèl – ישראל” è associato con un livello spirituale superiore, “la testa”. Come la testa è la parte più alta e superiore del corpo umano, così lo è il livello spirituale rappresentato dal nome Israèl. Infatti, questo nome può essere scomposto fino a formare la parola ebraica “לי ראש” “Ho una testa”.
A livello individuale, questa fusione di livelli più alti e più bassi si esprime quando la “testa saggia” accetta incondizionatamente le modalità del servizio divino associato ai piedi o talloni, ossia la sottomissione alla volontà di Hashèm.

Azione Vs Astrazione
L’emozione ha un altro vantaggio fondamentale rispetto all’intelletto. Questo aspetto può essere rappresentato dai due principali organi dell’uomo: il cervello e il cuore. Entrambi, ovviamente, influenzano tutti gli organi del corpo. Vi è, tuttavia, un’enorme differenza nel modo in cui funzionano. Il cuore distribuisce l’energia vitale, attraverso la circolazione, in tutti gli organi e normalmente non c’è nulla che impedisca a questa energia vitale di diffondersi.
Tuttavia, questo principio non vale per il cervello! Anche se il cervello è il più importante degli organi che controllano il corpo, la sua influenza sugli altri organi è più trattenuta. L’influenza che la testa trasmette al corpo è limitata dal cuore, perché senza di esso nessun organo potrebbe funzionare e avere la vitalità necessaria per svolgere le sue funzioni.
Questo parallelismo lo possiamo riscontrare riguardo ai poteri dell’intelletto e delle emozioni. L’emozione porta all’azione, ad esempio, l’amore motiva a “fare del bene”, mentre la paura spinge ad “allontanarsi dal male”, e così via. L’intelletto, al contrario, ispira una persona a diventare una cosa sola con la materia che studia. Pertanto, sebbene una persona comprenda il modo in cui dovrebbe comportarsi, l’intelletto da solo non lo spinge verso un’azione reale. Al contrario, la tendenza dell’intelletto è verso l’astrazione. In effetti, il piacere che deriva dalla connessione della mente con un concetto può effettivamente impedire a una persona di applicare il concetto stesso. Per citare un esempio, quando fu chiesto al grande Studioso e Saggio del Talmud Ben Azzai, perché non si fosse sposato, egli rispose: “Cosa devo fare? La mia anima brama la Torà”. Sebbene fosse consapevole dell’importanza che la Torà attribuisce al matrimonio e alla vita familiare, il piacere che provava nello studio della Torà gli impedì di fondare una famiglia.
Non a caso i Saggi del Talmud, avvertendo il rischio di questa tendenza dell’intelletto umano, insegnarono: “Chiunque dice: Per me, non c’è nulla al di fuori della Torà, vuol dire che non possiede neppure quella!”. Poiché l’intelletto ha una tendenza naturale verso l’astrazione, è possibile che una persona che studia la Torà possa accontentarsi solo di questo sforzo. Pertanto è necessario che i nostri Saggi sottolineino l’importanza delle concrete azioni di gentilezza e altruismo. Gli studiosi della Torà devono lavorare contro la loro natura e impegnarsi in azioni concrete.
Ciò era implicito quando Dio disse a Mosè, la personificazione della saggezza, è quella di indossare anche il “mantello” dell’emozione.

Perché Il Titolo “Patriarchi”?
La tendenza dell’emozione a condurre all’azione ci consente di capire perché ad Abramo, Isacco e Giacobbe è stato assegnato il titolo di “Patriarchi”, come hanno commentato i nostri Saggi del Talmud: “Ci sono solo tre che si chiamano Patriarchi. Perché i Patriarchi sono per definizione quegli individui che generano una posterità”.
Sì e allora? Verrebbe da rispondere. È ovvio! Un patriarca è per definizione una persona da cui discendono figli e nipoti, pronipoti ecc. E quindi perché solo loro tre, e a cosa realmente si riferisce questo passo del Talmud?
In nostro soccorso ci viene in aiuto il più grande commentatore della Torà mai esistito Rabbi Shlomo Yitzhaki, universalmente noto con l’acronimo di Rashì. Lui ci spiega che le qualità preminente di Abramo, Isacco e Giacobbe è che sono Patriarchi, ma nel senso che la loro virtù fondamentale – quella che veramente gli fa meritare il titolo di “Patriarchi” – è che erano e sono i progenitori di una tradizione fatta di principi e valori fondamentali, ancora oggi, per l’ebraismo e per tutta l’umanità.
L’enfasi quindi andrebbe posta non sulle qualità emozionali uniche del singolo patriarca (Abramo – amore, Isacco – rigore e timore di Dio e Giacobbe – bellezza, clemenza) ma sulla loro capacità di generare una posterità spirituale, riconosciuta universalmente fino a oggi.

E Mosè Allora? No!
La richiesta di Dio a Mosè di mitigare la sua missione di saggezza e ragione con emozioni naturali ha due dimensioni: a) che non dovrebbe porre domande, ma invece procedere con Kabalàt Ol, come spiegato sopra; e b) che la sua saggezza dovrebbe estendersi verso il basso, attraverso la sfera emozionale, al prossimo. E fu proprio quello che accadde! Dopo il dono della Torà, Mosè si occupò di questioni terrene molto più di quanto i Patriarchi avessero mai fatto.
I Patriarchi, infatti – nonostante le loro eccelse qualità emozionali uniche e alla loro capacità di influenzare e di essere da esempio per le generazioni future – non solo non poterono legare l’intelletto con le emozioni come fece Mosè, ma rimasero comunque dei pastori, vivendo parte della loro esistenza lontani dalle questioni materiali. Mosè, al contrario, una volta appreso l’insegnamento di Hashèm di collegare il suo incredibile livello intellettuale della Saggezza con il basso delle emozioni raggiunge, anche nel campo dell’azione e della sua posterità spirituale, livelli elevatissimi: non solo diffuse la Sapienza della Torà in tutto il mondo, traducendola in 70 lingue e ovviamente educando ai suoi valori e principi tutto il popolo ebraico, ma Mosè fece di più, molto di più! Amò il popolo ebraico, prendendosi cura di loro come “una balia con il lattante” (Bemidbàr 11, 12): lo difese, consigliò e istruì ai precetti della Torà dalla schiavitù egizia, fino all’entrata nella Terra d’Israèl. Dimostrando più volte come la sua grande sapienza fosse oramai collegata alle più elevate emozioni dei patriarchi come l’Amore, Timore e Misericordia. Senza nessun tipo o tentazione intellettuale fine a se stessa, Mosè “buttò nella mischia” tutta la saggezza che Hashèm gli aveva donato per questo, ancora oggi, nella preghiera chiamata “I Tredici Principi di Fede” è scritto e si ricorda come “La profezia di Mosè nostro MAESTRO… è verità”.

Oggi, ai nostri giorni, cerchiamo di seguire l’esempio di Mosè usiamo il nostro intelletto nel mondo per agire con amore, timore e misericordia, verso Dio e il prossimo, in modo da rivelare la presenza divina e agevolare così la redenzione, con l’arrivo di Mashiàkh, presto ai nostri giorni, Amen.
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VAERA:

GRATITUDINE, LA BASE DELL’EBRAISMO!

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

VAERA 5769 – GRATITUDINE, LA BASE DELL’EBRAISMO

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

VAERÄ 5780: 7 LEZIONI


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MIDRASHIM

Moshè e Aharon operano segni prodigiosi
(a pagina 664 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La piaga delle rane
(a pagina 666 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Una Fede incondizionata
(a pagina 713 del volume Shemòt edizioni Mamash).

I Miracoli della natura
(a pagina 718 del volume Shemòt edizioni Mamash).

VAERA – PESSAKH 5771 – LA FRECCIA DI DIO
Fin dall’uscita dell’Egitto l’energia delle futura redenzione è già stata emanata in potenziale. Bisogna solo concretizzarla! Il quinto livello di salvezza espresso da D-o al popolo ebraico, legato alla redenzione finale, non ancora completato, ma del quale ci viene dato il potenziale.

VAERA 5770 – IL BASTONE E IL SERPENTE
La prima prova data da D-o a Moshè: la trasformazione del bastone, ci insegna come affrontare e risolvere le paure della vita! Due meravigliosi commenti sul valore del bastone che diventa serpente e ritorna bastone nella redenzione!La felicità non viene dagli eventi o dagli oggetti, ma da noi direttamente.

VAERA 5769 – GRATITUDINE LA BASE DELL’EBRAISMO
L’etica e il valore della Chèssed, della bontà, per l’ebraismo. Il valore della bontà è talmente grande, illimitato ed eterno, da parte di chi dona, che deve essere sempre ricambiata dal ricevente con grande gratitudine.

VAERA 5768 – LE DIECI PIAGHE: IMPORTANZA DELLA PIAGA DELLE RANE
Le dieci piaghe, una parte della crescita spirituale degli egiziani ed un insegnamento per gli ebrei.Dice il Midrash: se non per le rane Hashem non avrebbe potuto punire interamente gli egizi. Che cosa significa?
La funzione della piaga delle rane nella punizione e rettificazione degli egiziani e i tre livelli di eresia.

VAERA 5766 – IL SIGNIFICATO DELLE DIECI PIAGHE
Il significato profondo del bastone trasformato in serpente. Il colpo iniziale all’ego del faraone per avviare il processo di annullamento della sua opposizione alla santità. L’importanza delle dieci piaghe e i tre messaggi per gli egiziani.Le dieci piaghe sono la prova che D-o ha creato il mondo e lo controlla.

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