VAERÄ 5780: 7 LEZIONI

Questo Shabbàt 25 Gennaio 2020, 28 Tevet 5780 – leggeremo la Parashà di Vaerà  Es. 6, 2-9, 35

Si legge l’Haftarà:

Italiani Ez. 28, 24-29, 21
Sefarditi: Ez. 28, 25-29, 21

La Parashà di Vaerà è composta da 121 versetti.

La Parashà di Vaerà non contiene alcun precetto.

La Parashà di Vaerà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm rassicura Moshè, chiedendogli di comunicare al popolo ebraico la promessa di una redenzione prodigiosa. Il popolo ebraico, tuttavia, non presta ascolto alle parole di Moshè perchè troppo provato da fatica e sofferernza.
La Torà fà una breve digressione genealogica, precisando le origini di Moshè e di Aharòn i redentori.
Moshè e Aharon si recano da Par’ò; Aharon getta a terra il proprio bastone che si trasforma in serpente. I maghi di corte lo imitano, tuttavia il bastone di Aharon inghiotte i bastoni degli egizi.
Moshè avverte Par’ò dell’imminenza della prima delle dodici piaghe.
In questa Parashà sono riportate le prime sette piaghe che colpiscono gravemente l’Egitto, senza tuttavia piegare l’ostinazione di Par’ò, che si rifiuta di liberare il popolo ebraico. Le sette piaghe sono: sangue, rane, pidocchi, mescolanza di belve feroci, peste, ulcere e grandine.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל

Nuova lezione atomica di questa settimana 2020

parasha14° VAERA’:

10 PIAGHE: LEZIONE O PUNIZIONE?

Nuova lezione atomica di questa settimana 2020parasha14° VAERA':10 PIAGHE: LEZIONE O…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 23 gennaio 2020

—-
PENSIERO E AZIONE

Alcuni anni fa gli scienziati della NASA avevano costruito una specie di piccolo cannone per lanciare dei polli morti ad alta velocità contro i parabrezza degli aerei di linea. Lo scopo era quello di simulare i frequenti scontri con i volatili, per testare la resistenza dei parabrezza degli aerei. Alcuni ingegneri britannici, avendo sentito parlare di questa “arma”, erano desiderosi di provarla sul parabrezza dei nuovi treni ad alta velocità. Quindi il cannone venne spedito ai tecnici britannici.
Quando l’arma fu attivata la prima volta, gli ingegneri rimasero impietriti: il pollo sparato dal cannoncino si schiantò contro il loro parabrezza infrangibile e lo fracassò, rimbalzò contro la console dei comandi, spezzò in due lo schienale della poltroncina di un ingegnere e si andò a incastrare nella parete posteriore della baracca, come un proiettile. I tecnici Britannici, sconvolti, trasmisero alla NASA i risultati disastrosi dell’esperimento e i progetti del loro parabrezza, supplicando gli scienziati Americani affinché dessero loro dei suggerimenti. La NASA rispose con un appunto della lunghezza di una riga: “Scongelate i polli” (ma io gli avrei risposto: “SIETE PROPRIO DEI POLLI…”).

Una Redenzione Dubbiosa
La precedente parashà dell’Esodo, Shemòt, descrive come il faraone – dopo che Mosè andò a parlare con lui chiedendogli di lasciare andare il popolo ebraico – inasprì per ritorsione la schiavitù. Quindi Mosè si rivolge a Hashèm in termini oltremodo inusuali dicendo: “Mio Signore: perché hai fatto del male a questo popolo? Perché mi hai dunque mandato?”. Un Mosè perplesso che in sostanza metteva in dubbio la provvidenza divina. Lui non comprendeva come fosse possibile che i preparativi per la redenzione dalla schiavitù egizia potessero causare un ulteriore aggravamento dei maltrattamenti del popolo ebraico. Dopotutto, la redenzione è un processo del tutto buono e giusto, come del resto si evince dalla stessa Torà: quando alla nascita di Mosè, il redentore, è scritto: “E vide che era buono…” (Shemòt 2, 2); per non parlare del fatto che colui che ordinò la missione della redenzione fu Dio stesso (Shemòt 3, 10). Quindi come poteva essere “non buono” il processo della redenzione? Può forse Hashèm sbagliarsi?

Una Risposta Per Molte Domande
A questa domanda “vitale”, Dio risponde a Mosè come è scritto, all’inizio della parashà di questa settimana, Vaerà: “Dio disse a Mosè. Io sono Hashèm. Mi rivelai a Abramo, Isacco e Giacobbe come Dio Onnipotente, ma con il mio nome, Hashèm, non mi resi noto a loro. Ho inoltre stretto il mio patto con loro…” (Shemòt 6, 2-4).

Questa narrazione solleva diverse domande:
a) Perché in realtà il profeta di tutti i profeti mise in dubbio gli ordini divini? Mosè era a un livello spirituale superiore rispetto ai Patriarchi. Pertanto se i Patriarchi non facevano domande a Dio, perché Mosè – che era appunto a un superiore livello nel poter comprendere gli ordini di Hashèm – invece sì?
b) Oltretutto, perché nella risposta di Hashèm – che ha messo in evidenza la virtù posseduta dai Patriarchi, di avere una fede senza dubbi – usa il nome Giacobbe e non il nome Israèl, per riferirsi a questo patriarca? Come è noto, infatti il nome Israèl riflette un livello spirituale superiore rispetto al nome Giacobbe.
c) Inoltre se la Torà generalmente si astiene dal fare dichiarazioni sfavorevoli, addirittura anche per quanto riguarda gli animali, perché questa regola non è stata rispettata per Mosè, che è la guida e il redentore scelto da Hashèm per tutto il popolo ebraico? Quindi perché in questa porzione si adombra la possibilità che Mosè è in qualche modo poco attento o addirittura che non comprende gli ordini di Dio, mettendo in dubbio la bontà della redenzione e della sua missione?
Poiché la narrazione getta su Mosè una luce poco favorevole, si potrebbe ritenere che la Torà ci stia dando una importante lezione, ossia che ognuno dovrebbe emulare la fede indiscussa mostrata dai Patriarchi. Ma è poi così vero? Possibile che la Torà declassi in questo modo le qualità e l’esempio di vita di Mosè?

La Personificazione Delle Qualità Spirituali
È comunque, molto difficile capire come sia possibile – in particolare in questo periodo buio dell’esilio, immediatamente antecedente alla definitiva e vera redenzione messianica – avere le doti per scegliere il percorso dei Patriarchi e non il percorso di Mosè.
Anche se, come dicono i nostri Saggi [Bereshìt Rabbà 56, 7]: “In ogni generazione ci sono individui che assomigliano ad Abramo, Isacco, Giacobbe e Mosè”, questo insegnamento vale solo per pochi eletti! La Torà, al contrario, è stata data a tutti per servire come guida e ispirazione non solo per una élite spirituale, ma per ogni uomo e donna. Quindi, come possiamo aspettarci che una persona normale non segua il percorso “umile” di Mosè, per perseguire esclusivamente l’esempio mostrato dai nostri Patriarchi?
Per comprendere occorre vedere più da vicino le qualità spirituali di Mosè e dei Patriarchi:
a) Mosè è associato all’’INTELLETTO, ossia al livello spirituale elevatissimo noto come Khokhmà, “la saggezza divina”. Per questo motivo, Mosè fu il mezzo attraverso il quale la Torà, che è la saggezza di Dio, fu data al mondo.
b) Invece il servizio divino dei Patriarchi, rispetto a quello di Mosè, è associato alla sfera degli attributi emotivi. E ognuno di loro è “caratterizzato” da uno specifico livello delle sfere emozionali: il servizio divino di Abramo è incentrato sulla gentilezza, sull’AMORE – Khèssed, verso Dio e verso il prossimo; il servizio di Isacco, al contrario, è caratterizzato dalla FORZA – Ghevurà e dal “TIMORE” a tal punto che non poter tollerare neanche la minima traccia di male nel suo ambiente. Mentre il servizio di Giacobbe è caratterizzato dalla “BELLEZZA” – Tifèret, la quale si identifica con la qualità della misericordia: l’attributo che combina amore e forza. Riflettendo questa fusione, Giacobbe univa in sé gli attributi di Abramo e Isacco.

Intelletti ed Emozioni Diverse
L’identificazione dei Patriarchi con le qualità emotive, sopra menzionate, ovviamente non significa insinuare che non fossero coinvolti nello studio della Torà. Al contrario, tutti i Patriarchi eccellevano anche nel campo dell’intelletto.
Allo stesso modo Mosè, sebbene associato all’intelletto, mostrò un intenso e significativo impegno emotivo per il servizio divino e per il prossimo. Ad esempio, quando in Esodo (2, 11) è descritta l’afflizione che Mosè provò verso la terribile schiavitù a cui erano sottoposti i suoi fratelli, mostrò un grande coinvolgimento emotivo e empatia verso il prossimo (Amore – Khèssed e Misericordia – Tifèret). Allo stesso modo, quando uccise l’egiziano che torturava un suo fratello, manifestò un grande senso della giustizia (Rigore, Ghevurà).
Tuttavia, sebbene sia i nostri Patriarchi, sia Mosè manifestassero l’intera gamma di attributi intellettuali ed emotivi umani, ognuno aveva un aspetto da cui riceveva una spinta fondamentale. La forza principale di Mosè era Khokhmà, la Saggezza, il livello intellettuale.
Diversamente, la spinta fondamentale dei nostri Patriarchi era di natura emotiva. In definitiva, ciascuno dei Patriarchi ha portato in dote a ognuno di noi l’attributo emotivo a cui erano più legati nel proprio servizio Divino.

Ognuno ha una missione
L’associazione dei nostri Patriarchi con le emozioni e Mosè con la qualità intellettiva ci permette di capire perché Mosè – che era su un piano più alto di quello dei Patriarchi – chiese: “Mio Signore: perché hai fatto del male a questo popolo?”. A differenza dei Patriarchi che seguirono le direttive divine con fede indiscussa, senza dubbi.
Per spiegare meglio, Mosè era a un livello spirituale superiore rispetto ai Patriarchi, poiché la sua missione implicava un uso elevatissimo e sublime della ragione e dell’intelletto: questa facoltà presuppone una naturale ricerca della comprensione di tutto ciò con cui viene in contatto. Quando un “intellettuale” incontra qualcosa che sembra sfidare la spiegazione della sua mente, del suo pensiero, ha difficoltà a continuare la sua missione. Pertanto, i dubbi e le domande di Mosè non riflettevano una mancanza di fede, ma era il modo con cui Mosè poteva affrontare le problematiche in base al suo livello spirituale e diffondere la saggezza di Dio nel mondo.
In risposta alla domanda di Mosè, la Torà riferisce: “Dio (Elokìm) disse a Mosè. E Dio parlò a Mosè, e gli disse: Io sono Hashèm. Come Dio onnipotente (El Shaddày) Mi rivelai ad Abramo, Isacco e Giacobbe, ma con il mio vero nome Hashèm (Havayà) non mi resi noto a loro…”.
Prima della consegna della Torà, il nome di Dio Elokìm era stato rivelato nel mondo, ma non il suo nome Havayà – Hashèm. Solo con il dono della Torà fu rivelato il nome di Hashèm, come è scritto: “Io sono Hashèm” e, in senso lato, con l’annuncio della redenzione dall’Egitto da parte di Mosè, che portò alla consegna della Torà.

L’importanza Del Nome
A questo punto ci si potrebbe chiedere. E allora! Elokìm o Hashèm sempre di Dio si tratta? No! Cosa cambia? Invece qui si introduce una differenza fondamentale per il rapporto tra noi, l’intera creazione e Dio.
Il nome Elokìm si riferisce alla luce divina che crea la natura, come si deduce dall’equivalenza numerica, ghematria (le lettere ebraiche sono anche numeri: c’è una relazione intima tra parole o frasi con lo stesso valore numerico) tra le lettere ebraiche che formano la parola Elokìm, Dio, e quelle che compongono la parola hatèva – natura. La somma del valore numerico delle lettere in entrambe le parole equivale a 86.
Quindi, il Nome Elokìm, come la natura, pone dei limiti a ogni entità, e pertanto distingue tra i vari aspetti della creazione: buono, cattivo; bello, brutto; notte, giorno, poco, tanto etc… Questo Nome di Dio, in qualche modo permette l’esistenza della molteplicità e delle differenze in questo mondo materiale. In definitiva questo Nome è in effetti la fonte della natura multiforme della nostra esistenza materiale.
Il nome Havayà – Hashèm, al contrario, riflette un livello di esistenza che trascende ogni limitazione, ogni divisione spazio-tempo e materiale. I fondamenti della nostra esistenza possono essere completamente annullati e trascesi quando si viene illuminati con questo Nome, come è accaduto a Mosè e al popolo ebraico, quando il Nome Hashèm si è rivelato. La “luce” di questo Nome fu rivelata per la prima volta durante il dono della Torà a tutto il mondo. A quel tempo, Hashèm annullò il decreto che separava i regni spirituali superiori da questo mondo umile e materiale. Applicando questo concetto riguardo al mondo interiore dell’anima umana, l’annullamento di questo decreto rende possibile unire intelletto ed emozione.

Unire Testa e Cuore
Questo è il significato interiore della risposta di Dio a Mosè. Gli disse che in quel momento, nel periodo prima della Redenzione e del dono della Torà, anche una persona la cui missione si concentra sulla saggezza e sulla ragione può e dovrebbe temperare la sua “mente” con le qualità emozionali e naturali e continuare con fede indiscussa. In sostanza, Hashèm dice a Mosè che deve “fondere”, unire l’intelletto con le emozioni, la parte più alta e quella più bassa del corpo umano!
Questo spiega anche perché Dio si riferisca al patriarca Giacobbe non con l’altro suo nome: Israèl. Ossia, qui Dio stava chiedendo a Mosè, la personificazione della saggezza, di temperare il suo approccio intellettuale con le qualità del lato emozionale. Ma, per dare questo importante messaggio cosa c’entra utilizzare il nome Giacobbe al posto di Israèl? Proviamo a capire meglio: per poter raggiungere un approccio emotivo pur essendo una persona intellettuale bisogna avere il Kabalàt Ol, letteralmente la “sottomissione” ad Hashèm, dei nostri istinti e emozioni “animali” attraverso l’accettazione del Suo giogo. Questo è una via del servizio divino associato al nome di “Giacobbe – יעקב”. Nome che in ebraico può formare (senza la lettera yud) la parola “ekev – עקב – tallone”, ossia la parte più bassa e a contatto con la terra dell’essere umano. Al contrario il nome “Israèl – ישראל” è associato con un livello spirituale superiore, “la testa”. Come la testa è la parte più alta e superiore del corpo umano, così lo è il livello spirituale rappresentato dal nome Israèl. Infatti, questo nome può essere scomposto fino a formare la parola ebraica “לי ראש” “Ho una testa”.
A livello individuale, questa fusione di livelli più alti e più bassi si esprime quando la “testa saggia” accetta incondizionatamente le modalità del servizio divino associato ai piedi o talloni, ossia la sottomissione alla volontà di Hashèm.

Azione Vs Astrazione
L’emozione ha un altro vantaggio fondamentale rispetto all’intelletto. Questo aspetto può essere rappresentato dai due principali organi dell’uomo: il cervello e il cuore. Entrambi, ovviamente, influenzano tutti gli organi del corpo. Vi è, tuttavia, un’enorme differenza nel modo in cui funzionano. Il cuore distribuisce l’energia vitale, attraverso la circolazione, in tutti gli organi e normalmente non c’è nulla che impedisca a questa energia vitale di diffondersi.
Tuttavia, questo principio non vale per il cervello! Anche se il cervello è il più importante degli organi che controllano il corpo, la sua influenza sugli altri organi è più trattenuta. L’influenza che la testa trasmette al corpo è limitata dal cuore, perché senza di esso nessun organo potrebbe funzionare e avere la vitalità necessaria per svolgere le sue funzioni.
Questo parallelismo lo possiamo riscontrare riguardo ai poteri dell’intelletto e delle emozioni. L’emozione porta all’azione, ad esempio, l’amore motiva a “fare del bene”, mentre la paura spinge ad “allontanarsi dal male”, e così via. L’intelletto, al contrario, ispira una persona a diventare una cosa sola con la materia che studia. Pertanto, sebbene una persona comprenda il modo in cui dovrebbe comportarsi, l’intelletto da solo non lo spinge verso un’azione reale. Al contrario, la tendenza dell’intelletto è verso l’astrazione. In effetti, il piacere che deriva dalla connessione della mente con un concetto può effettivamente impedire a una persona di applicare il concetto stesso. Per citare un esempio, quando fu chiesto al grande Studioso e Saggio del Talmud Ben Azzai, perché non si fosse sposato, egli rispose: “Cosa devo fare? La mia anima brama la Torà”. Sebbene fosse consapevole dell’importanza che la Torà attribuisce al matrimonio e alla vita familiare, il piacere che provava nello studio della Torà gli impedì di fondare una famiglia.
Non a caso i Saggi del Talmud, avvertendo il rischio di questa tendenza dell’intelletto umano, insegnarono: “Chiunque dice: Per me, non c’è nulla al di fuori della Torà, vuol dire che non possiede neppure quella!”. Poiché l’intelletto ha una tendenza naturale verso l’astrazione, è possibile che una persona che studia la Torà possa accontentarsi solo di questo sforzo. Pertanto è necessario che i nostri Saggi sottolineino l’importanza delle concrete azioni di gentilezza e altruismo. Gli studiosi della Torà devono lavorare contro la loro natura e impegnarsi in azioni concrete.
Ciò era implicito quando Dio disse a Mosè, la personificazione della saggezza, è quella di indossare anche il “mantello” dell’emozione.

Perché Il Titolo “Patriarchi”?
La tendenza dell’emozione a condurre all’azione ci consente di capire perché ad Abramo, Isacco e Giacobbe è stato assegnato il titolo di “Patriarchi”, come hanno commentato i nostri Saggi del Talmud: “Ci sono solo tre che si chiamano Patriarchi. Perché i Patriarchi sono per definizione quegli individui che generano una posterità”.
Sì e allora? Verrebbe da rispondere. È ovvio! Un patriarca è per definizione una persona da cui discendono figli e nipoti, pronipoti ecc. E quindi perché solo loro tre, e a cosa realmente si riferisce questo passo del Talmud?
In nostro soccorso ci viene in aiuto il più grande commentatore della Torà mai esistito Rabbi Shlomo Yitzhaki, universalmente noto con l’acronimo di Rashì. Lui ci spiega che le qualità preminente di Abramo, Isacco e Giacobbe è che sono Patriarchi, ma nel senso che la loro virtù fondamentale – quella che veramente gli fa meritare il titolo di “Patriarchi” – è che erano e sono i progenitori di una tradizione fatta di principi e valori fondamentali, ancora oggi, per l’ebraismo e per tutta l’umanità.
L’enfasi quindi andrebbe posta non sulle qualità emozionali uniche del singolo patriarca (Abramo – amore, Isacco – rigore e timore di Dio e Giacobbe – bellezza, clemenza) ma sulla loro capacità di generare una posterità spirituale, riconosciuta universalmente fino a oggi.

E Mosè Allora? No!
La richiesta di Dio a Mosè di mitigare la sua missione di saggezza e ragione con emozioni naturali ha due dimensioni: a) che non dovrebbe porre domande, ma invece procedere con Kabalàt Ol, come spiegato sopra; e b) che la sua saggezza dovrebbe estendersi verso il basso, attraverso la sfera emozionale, al prossimo. E fu proprio quello che accadde! Dopo il dono della Torà, Mosè si occupò di questioni terrene molto più di quanto i Patriarchi avessero mai fatto.
I Patriarchi, infatti – nonostante le loro eccelse qualità emozionali uniche e alla loro capacità di influenzare e di essere da esempio per le generazioni future – non solo non poterono legare l’intelletto con le emozioni come fece Mosè, ma rimasero comunque dei pastori, vivendo parte della loro esistenza lontani dalle questioni materiali. Mosè, al contrario, una volta appreso l’insegnamento di Hashèm di collegare il suo incredibile livello intellettuale della Saggezza con il basso delle emozioni raggiunge, anche nel campo dell’azione e della sua posterità spirituale, livelli elevatissimi: non solo diffuse la Sapienza della Torà in tutto il mondo, traducendola in 70 lingue e ovviamente educando ai suoi valori e principi tutto il popolo ebraico, ma Mosè fece di più, molto di più! Amò il popolo ebraico, prendendosi cura di loro come “una balia con il lattante” (Bemidbàr 11, 12): lo difese, consigliò e istruì ai precetti della Torà dalla schiavitù egizia, fino all’entrata nella Terra d’Israèl. Dimostrando più volte come la sua grande sapienza fosse oramai collegata alle più elevate emozioni dei patriarchi come l’Amore, Timore e Misericordia. Senza nessun tipo o tentazione intellettuale fine a se stessa, Mosè “buttò nella mischia” tutta la saggezza che Hashèm gli aveva donato per questo, ancora oggi, nella preghiera chiamata “I Tredici Principi di Fede” è scritto e si ricorda come “La profezia di Mosè nostro MAESTRO… è verità”.

Oggi, ai nostri giorni, cerchiamo di seguire l’esempio di Mosè usiamo il nostro intelletto nel mondo per agire con amore, timore e misericordia, verso Dio e il prossimo, in modo da rivelare la presenza divina e agevolare così la redenzione, con l’arrivo di Mashiàkh, presto ai nostri giorni, Amen.
—–
VAERA:

GRATITUDINE, LA BASE DELL’EBRAISMO!

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

VAERA 5769 – GRATITUDINE, LA BASE DELL’EBRAISMO

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

VAERÄ 5780: 7 LEZIONI


—–

Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni è doveroso dedicare parte della decima a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
Aiutando Virtual Yeshiva si diventa soci nella diffusione della parola di Hashèm ed è un segno di riconoscenza per chi insegna e così potremo diffondere insieme molti più valori di vita e insegnamenti.

Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:

Voglio aiutare!

————————————————————————————————————————————————————————————————————————

MIDRASHIM

Moshè e Aharon operano segni prodigiosi
(a pagina 664 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La piaga delle rane
(a pagina 666 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Una Fede incondizionata
(a pagina 713 del volume Shemòt edizioni Mamash).

I Miracoli della natura
(a pagina 718 del volume Shemòt edizioni Mamash).

VAERA – PESSAKH 5771 – LA FRECCIA DI DIO
Fin dall’uscita dell’Egitto l’energia delle futura redenzione è già stata emanata in potenziale. Bisogna solo concretizzarla! Il quinto livello di salvezza espresso da D-o al popolo ebraico, legato alla redenzione finale, non ancora completato, ma del quale ci viene dato il potenziale.

VAERA 5770 – IL BASTONE E IL SERPENTE
La prima prova data da D-o a Moshè: la trasformazione del bastone, ci insegna come affrontare e risolvere le paure della vita! Due meravigliosi commenti sul valore del bastone che diventa serpente e ritorna bastone nella redenzione!La felicità non viene dagli eventi o dagli oggetti, ma da noi direttamente.

VAERA 5769 – GRATITUDINE LA BASE DELL’EBRAISMO
L’etica e il valore della Chèssed, della bontà, per l’ebraismo. Il valore della bontà è talmente grande, illimitato ed eterno, da parte di chi dona, che deve essere sempre ricambiata dal ricevente con grande gratitudine.

VAERA 5768 – LE DIECI PIAGHE: IMPORTANZA DELLA PIAGA DELLE RANE
Le dieci piaghe, una parte della crescita spirituale degli egiziani ed un insegnamento per gli ebrei.Dice il Midrash: se non per le rane Hashem non avrebbe potuto punire interamente gli egizi. Che cosa significa?
La funzione della piaga delle rane nella punizione e rettificazione degli egiziani e i tre livelli di eresia.

VAERA 5766 – IL SIGNIFICATO DELLE DIECI PIAGHE
Il significato profondo del bastone trasformato in serpente. Il colpo iniziale all’ego del faraone per avviare il processo di annullamento della sua opposizione alla santità. L’importanza delle dieci piaghe e i tre messaggi per gli egiziani.Le dieci piaghe sono la prova che D-o ha creato il mondo e lo controlla.

Pubblicato in Parashot, Vaerà | Commenti disabilitati su VAERÄ 5780: 7 LEZIONI

SHEMOT 5780: 7 LEZIONI

Questo Shabbàt 18 Gennaio 2020, 21 del mese di Tevèt 5780 leggeremo la Parashà di Shemòt Esodo 1, 1-6, 1.

Si legge l’Haftarà di:

Italiani/Sefarditi: Geremia 1, 1-2, 3
Ashkenaziti: Isaia 27, 6-28, 13; 29, 22-23

La Parashà di Shemòt è composta da 124 versetti.

La Parashà di Shemòt non contiene alcun precetto.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל

Questa è il video della nuova lezione corta di questa settimana della parashà di SHEMOT fresca appena sfornata.
REDENZIONE TOTALE O TEMPORALE?
www.virtualyeshiva.it/files/seminar/shemot_mianokhi.mp4
—–
IL VERO SIGNIFICATO DI LIBERTÀ

È più facile portare Israèl fuori dall’Egitto,
che portare l’Egitto fuori da Israèl!!!

Quando il presidente americano Dwight Eisenhower incontrò il primo ministro israeliano David Ben-Gurion, il primo disse: “È molto difficile essere il presidente di 170 milioni di persone”. Ben-Gurion rispose: “È più difficile essere il primo ministro di 2 milioni di primi ministri…”.

Oppure!
Due uomini ebrei nella Russia zarista venivano condotti all’aperto per essere fucilati. Uno era un umile sarto, l’altro un selvaggio anarchico. Mentre l’ufficiale zarista, incaricato del plotone di esecuzione, cercava di mettere una benda sugli occhi dell’anarchico oramai condannato, il giovane ebreo reagì, dicendo coraggiosamente ad alta voce: “Affronterò la morte guardandola in faccia!”. Il sarto, allarmato da tanto clamore, disse al giovane anarchico: “Per favore, cerca di non creare problemi!”.

Cosa Serve Per Crescere?
“Ci vuole un villaggio per crescere un bambino”, dice un vecchio detto, poiché nessun uomo è un’isola! Cresciamo tutti all’interno di una comunità da cui siamo modellati. Il nostro ambiente di fatto crea le nostre identità! Chi di noi non ricorda con affetto qualche personaggio particolare dell’infanzia da cui abbiamo imparato tanto? “L’eccentrico zio”, il “vicino un po’ pazzo”, “la santa nonna” o “l’insegnante severo”. Ognuno dei quali ha lasciato impressioni sulla nostra psiche e ha influenzato il nostro modo di affrontare il mondo che ci circonda.
Certamente “ci vuole un villaggio per crescere un bambino”, anche per chi conduce una vita ebraica. L’ebraismo è una religione fondata sulla famiglia e sulla comunità, con i suoi peculiari momenti e personaggi: la Pasqua ebraica con tutta la famiglia, il Bar Mitzvà di nostro figlio, l’umorismo tagliente del nostro rabbino o l’insegnante acuto e intelligente, il nostro amico sempre più “furbo di noi”. Tutto questo ci ha conferito l’interpretazione della nostra identità, assorbendo la cultura, l’eredità, la fede, la visione del mondo dall’ambiente dove siamo cresciuti. Non bisogna mai sottovalutare il potere e la capacità delle tradizioni. Quante nonne hanno trasmesso il loro amore e la loro saggezza alle generazioni successive?

Dove Può Crescere Un Redentore, Profeta e Guida?
Eppure, Mosè – la più grande guida politica e spirituale che sia mai esistita per il popolo ebraico, il più grande profeta e insegnante, l’interprete e il messaggero per eccellenza di Hashèm per rivelare la Torà nel mondo – è cresciuto senza avere accanto a sé genitori, una famiglia e un ambiente ebraico. Mosè è cresciuto in un ambiente completamente immerso nella corrotta cultura egiziana di allora. Un ambiente più lontano e antitetico dei valori della Torà e dell’ebraismo era forse impossibile da trovare!
Come se tutto questo non bastasse, ancora più incredibile è il fatto che Mosè è cresciuto nel palazzo del Faraone! Il monarca della superpotenza dell’epoca, il tiranno che ha cercato sistematicamente di sterminare il popolo ebraico. Come se in quest’era moderna un grande redentore e maestro di Israele fosse cresciuto e si manifestasse nella casa di uno Stalin o di un Hitler! Perché tutto questo? Quale è il significato, nascosto?

Come Diventare Un Presidente
Certo tuti noi conosciamo i dettagli più importanti di come Moshè sia finito in una casa simile: Batyà, la figlia del faraone, andò a fare il bagno nel fiume Nilo e lì trovò una cesta con dentro un bambino. Recuperò il cestino, salvò il bambino e lo allevò come un figlio. L’immaginazione di Hashèm è “infinitamente fertile”, ma certamente avrebbe potuto organizzare il tutto senza “scomodare” la figlia del faraone, per accogliere il bambino. O non sarebbe stato ancora meglio che, in qualche modo, Mosè fosse rimasto tra la sua famiglia e il suo popolo, assorbendo l’energia e l’ideologia del popolo ebraico?

La Costituzione americana impone alcune restrizioni per coloro che possono essere ammessi all’Ufficio del Presidente degli Stati Uniti. Essa, in sostanza, stabilisce che nessuno al di fuori di un cittadino nato nel territorio degli Stati Uniti sia eleggibile come Presidente degli USA!
C’è una logica ferrea in questa legge. Per essere un leader adeguato, occorre essere come una “pianticella cresciuta in casa”, ossia un leader deve essere cresciuto tra la gente, il popolo della nazione che vuole guidare, in modo da poter veramente comprendere “la gente”.
Quindi torniamo alla nostra domanda iniziale: perché, proprio a Mosè, che cresce lontano dalle sofferenze del popolo, è “toccato in sorte” di redimere il popolo?

Le Risposte Di Un Povero Ricco
La domanda è stata sollevata anche da uno dei più importanti studiosi ebrei del Medioevo, il rabbino Avrahàm Ibn Ezra, che visse nel XII secolo in Spagna. Era un saggio, un filosofo, un medico, un astronomo, un astrologo, un poeta, un linguista e un matematico. Ha scritto un commento sulla Torà che è studiato anche oggi.
Il rabbino Abraham Ibn Ezra è nato a Toledo, in Spagna, ma ha trascorso gran parte della sua vita girovagando da un paese all’altro, sempre irrequieto, alla ricerca di conoscenza, insegnando agli studenti e vivendo sempre in grande povertà. A tal punto che in uno dei suoi scritti afferma ironicamente che nella sua vita le stelle cambiano il loro corso naturale per portargli sfortuna, al punto che se avesse deciso di vendere candele il sole non sarebbe mai tramontato, e se avesse deciso di vendere sudari, le persone non sarebbero più morte. Ma su quale idea, su quale pensiero il grande studioso fondava la sua non facile esistenza? “I pensieri di Dio sono profondi e misteriosi, chi può cogliere il Suo segreto? Solo Dio comprende i Suoi schemi”. Questo scritto è un vero e proprio esempio di “ebraismo 2.0”! La prima risposta che noi tutti spesso ci diamo è: “Non capiamo, perché accade questo?”. Perché Mosè dovette crescere nel seno del faraone? La risposta corretta sarebbe: “Non lo so! Poiché è un desiderio di Hashèm!”.
Ma, ovviamente, non bisogna fermarsi qui! Ibn Ezrà continua a dare due potenti risposte speculative sul perché Dio abbia voluto questa trama:

Risposta N. 1: “Mantenere Le Distanze”
La prima risposta è un commento un po’ satirico sulla cultura ebraica che rimane valido fino a oggi. Se Mosè fosse cresciuto tra gli ebrei, non avrebbe mai ottenuto il rispetto e il timore reverenziale di cui aveva bisogno per condurli alla redenzione e modellarli in grandezza. Se Mosè fosse cresciuto in una scuola ebraica, Yeshivà, nella comunità, ci sarebbero sempre stato qualcuno che, dopo un suo discorso, sarebbe andato da lui a dirgli: “Ehi Mosè, ci mancano i giorni in cui giocavi a calcio con noi là fuori? Quando sei diventato così serio?”.
E quando sarebbe sceso dal Sinai con la Divina Torà, ci sarebbe sempre stata una nonna anziana, che gli avrebbe detto: “Ti ricordo come un bambino nella tua culla. Oh, non smettevi mai di piangere, ma eri così carino. Oggi sei un omone grande e grosso. Ma devo dirtelo, sei ancora così carino!”.
Quando si cresce con delle persone fin dall’infanzia, è difficile per loro accettare veramente l’autorità di un loro “ex compagno di giochi” anche se la meriterebbe pienamente. “Non è possibile essere un profeta nella tua città”, questa antica espressione è sempre valida e attuale.
Quindi, secondo questo punto di vista Hashèm ha fatto crescere Mosè lontano da suo popolo, poiché la distanza era necessaria affinché Mosè diventasse ciò di cui il popolo ebraico aveva veramente bisogno: un leader forte e autorevole.

Risposta N. 2: “Un Atteggiamento Maestoso”
Ora Ibn Ezra fornisce una seconda spiegazione: ossia, forse Dio ha fatto crescere Mosè nella casa della famiglia reale, in modo che la sua anima fosse abituata a un comportamento fiero, consapevole e regale. Senza lasciarsi intimidire, abbattere o demoralizzare dal fatto di vivere in una casa di schiavi. Mosè non esitò a uccidere un egiziano che commetteva un atto criminale contro un ebreo picchiandolo a morte, e non esitò ad affrontare dei pastori turbolenti per salvare delle ragazze a Midyàn, pur essendo allora un fuggiasco, una specie di profugo.
Questo, poiché la maledizione dell’esilio egiziano consisteva non solo nel lavoro fisico degli schiavi e nell’orribile oppressione, ma inculcò in Israèl una mentalità simile all’esilio. Molti, infatti hanno imparato a vedere la loro miseria come una realtà intrinseca e immutabile, una sorta di rassegnazione totale. Abusi e crudeltà ripetute, dopo tanti decenni, rischiano di abituare una persona all’oscurità e di farle smettere di percepire l’ingiusto e anomalo degrado della situazione in cui si trova.

Ecco perché il redentore di Israele doveva crescere nel palazzo egiziano, non tra il suo stesso popolo. Se Mosè fosse cresciuto tra gli schiavi ebrei, anche lui avrebbe potuto soffrire di una “mentalità da schiavo”, privandolo del coraggio di combattere l’ingiustizia e della capacità di plasmare una tribù schiava in un grande popolo capace di migliorare il mondo. Forse non avrebbe trovato in sé stesso la forza di sognare la libertà e di affrontare il più grande tiranno del tempo, il faraone, con un messaggio di libertà. Essendo cresciuto in un ambiente reale, privo di catene fisiche e psicologiche, Mosè aveva un chiaro senso dell’orrenda ingiustizia e sentiva di poterla sovvertire in giustizia divina. Cresciuto in un’atmosfera di ampiezza, Mosè si sentiva come un principe, non uno schiavo.

Mosè Vs Ingiustizie
Ibn Ezra, continua facendo due profonde osservazioni circa due storie che la Torà riporta su Mosè prima che fosse scelto per diventare ufficialmente il leader e il redentore di Israele.
Il primo episodio è quello di Mosè, oramai un adulto intraprendente, che ha voluto vedere la schiavitù dei suoi fratelli. E quando ha visto un egiziano picchiare un ebreo Mosè uccise l’egizio, salvando così una vita innocente. Perché era l’unico che ha impedito all’egiziano di picchiare l’ebreo? Perché nessun altro ha ucciso l’egiziano? La risposta è legata a quanto detto sopra, perché uno schiavo tende ad arrendersi al suo pietoso destino e ai suoi carnefici.
Qual è la storia successiva nella Torà su Mosè? A causa del suo atto di aggressione, è costretto a fuggire a Midyàn. Ancora una volta si ritrova coinvolto in un altro conflitto. È testimone dei pastori locali che maltrattano un gruppo di ragazze che per prime erano in fila per attingere acqua da un pozzo. Si alza immediatamente in loro difesa, scacciando i pastori.
Mosè era uno sconosciuto, un fuggiasco che era appena arrivato in quel territorio. Chi gli ha chiesto di intervenire? Chi gli ha chiesto di essere coinvolto? La risposta è che qualcuno che è cresciuto in una casa regale può avere il coraggio e l’assertività di farsi carico e amministrare la giustizia ovunque sia richiesto. Aveva la mentalità e la sicurezza di non permettere ai “bulli” di maltrattare una giovane donna innocente.

Molotov Il Fedelissimo!
C’è stato un periodo negli anni Quaranta del Novecento in cui Vyacheslav Molotov era ministro degli Esteri sovietico. Era un uomo scaltro e un duro negoziatore, ma lavorava per Joseph Stalin, che era il capo. Nel corso di un intricato negoziato con l’Occidente, Molotov prima disse come sempre: “Sì, compagno Stalin”, in tono tranquillo, poi di nuovo: “Sì, compagno Stalin” e poi, dopo una lunga attesa: “Certamente, compagno Stalin”. Ma all’improvviso, e incredibilmente, il fedelissimo Molotov iniziò a pronunciare una serie di “NO”: “No, compagno Stalin, no. Quello è no. Sicuramente no. Mille volte, no!”. Dopo un po’ si calmò e fu di nuovo: “Sì, compagno Stalin”. Un giornalista occidentale che casualmente sentì gli echi di quella surreale conversazione approfittò subito per chiedere spiegazioni. Chiaramente, Molotov osò opporsi al dittatore su almeno un punto, e sarebbe stato sicuramente importante per l’Occidente sapere quale fosse quel punto.
Il giornalista si avvicinò a Molotov e disse nel modo più calmo possibile: “Segretario Molotov, non ho potuto fare a meno di sentirti dire a un certo punto: No, compagno Stalin”.
“Posso chiedere” disse il giornalista, con cautela, “Qual era l’argomento in discussione in quel momento?”. Rispose prontamente Molotov: “Certo che puoi! Il compagno Stalin mi ha chiesto se c’era qualcosa che aveva detto con cui non ero d’accordo”.

Siamo Degli Schiavi o Dei Re?
Molti di noi, dopo essere stati sottoposti a condizioni disfunzionali per un certo periodo, imparano in qualche modo a tollerare e accettarle come condizione innata della nostra vita. Questo può essere peggio della condizione stessa, poiché non garantisce alcuna via d’uscita.
Dobbiamo coltivare in noi stessi e nei nostri cari la sensazione di regalità. “La più grande tragedia”, ha detto il maestro chassidico Rabbi Aaron di Karlin, “è quando il principe crede di essere un contadino”, quando ti accontenti di poco perché pensi di essere destinato alla schiavitù. Non ti vedi come un principe, come un figlio di Dio, e quindi non hai la sensazione di poter riscrivere il tuo futuro e raggiungere il tuo potenziale finale.

Presidenti Dormiglioni
Non è questa la storia di alcune delle nostre vite? Dormiamo durante la nostra “presidenza”, dormiamo nelle grandi possibilità, poiché dimentichiamo che ciascuna delle nostre anime è infinita, un “frammento dei Hashèm”. Invece di vivere una vita di grandezza, ci accontentiamo della mediocrità. Dimentichiamo che, sebbene non sempre siamo grandi, siamo collegati a una grandezza al di là di noi stessi. Siamo i figli e le figlie della famiglia reale e ci è stato dato il dono di portare la guarigione nel mondo di Dio.
Ci convinciamo che non possiamo essere più gentili, più compassionevoli, meno arrabbiati o più comprensivi. Ci convinciamo che i nostri matrimoni sono destinati a fallire e che i litigi in casa siano eterni. Pensiamo come schiavi: quello che era ieri sarà domani, e io sono sempre una vittima. Quando ti vedi vittima, diventi una vittima!

È vero per noi come individui, come è stato per il popolo ebraico come collettività in Egitto, il mondo è imbarazzato dalle persone che sono imbarazzate con se stessi; il mondo rispetta e ammira le persone e i gruppi che rispettano se stessi e la loro identità.
Se ci convinciamo che possiamo diventare dei piccoli principi, contribuiamo a fare di questo mondo il luogo dove Hashèm avrà “il desiderio e il piacere” di rivelarsi apertamente e eternamente di essere riconosciuto da tutto come IL RE IN ETERNO. Presto ai nostri giorni con l’arrivo di Mashiàkh.

Basato sugli insegnamenti del rabbino Abraham ben Meir Ibn Ezra (1089-1164) nacque a Toledo, in Spagna nel 1089, e morì il 4 di Shevat (24 gennaio) 1167. Fu uno dei più illustri studiosi di Torà del Medioevo.
Tratto da uno scritto di Y. Y. Jacobson

—–
SHEMOT:

PERCHE’ MOSHE NON VUOLE VEDERE LA GRANDE RIVELAZIONE DEL CESPUGLIO?

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

SHEMOT 5770 – PERCHE’ MOSHE NON VUOLE VEDERE LA GRANDE RIVELAZIONE DEL CESPUGLIO?

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

SHEMOT 5780: 7 LEZIONI

—–

Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni è doveroso dedicare parte della decima a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
Aiutando Virtual Yeshiva si diventa soci nella diffusione della parola di Hashèm ed è un segno di riconoscenza per chi insegna e così potremo diffondere insieme molti più valori di vita e insegnamenti.

Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:

Voglio aiutare!

—————————————————————–

La Parashà di Shemòt tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il popolo ebraico conosce una crescita demografica vertiginosa che suscita l’astio e l’insofferenza del nuovo sovrano egizio. Questi, percependo il fenomeno come una seria minaccia per il paese, impone al popolo ebraico lavori forzati di estrema durezza, ordinando dapprima alle levatrici di uccidere ciascun neonato ebreo e in seguito di gettare tutti i neonati maschi nel Nilo.
Un levita (‘Amràm) genera il suo terzo figlio. Il bambino, che irradia una particolare santità, viene tenuto nascosto dalla madre per tre mesi; in seguito, essa lo pone in una cassetta di giunco e lo lascia nel Nilo. Lì viene trovato dalla figlia del faraone, che gli attribuisce il nome di Moshè e decide di allevarlo a corte.
Moshè, adulto, esce dal palazzo per vedere il suo popolo e assistere di persona alle sue sofferenze. Testimone della violenza perpetrata nei confronti di un fratello ebreo da parte di un egizio, Moshè uccide quest’ultimo e si trova costretto a fuggire a Midyàn. Qui sposa Tzipporà, figlia dell’illustre Yitrò, e diviene pastore nel gregge del suocero.
HaShèm appare a Moshè in un roveto ardente, comandandogli di recarsi a salvare il popolo. Moshè tenta in diversi modi di sottrarsi alla missione, ma invano: è lui il redentore scelto da D-o. HaShèm rivela a Moshè tre segni per farsi accettare dal popolo come guida e liberatore, egli promette che nei suoi incontri con Par’ò verrà accompagnato dal fratello Aharòn, che gli farà da portavoce. Moshè intraprende il viaggio per l’Egitto insieme alla moglie e ai due figli.
Insieme al fratello Aharòn, Moshè annuncia al popolo ebraico la prossima redenzione ed esso crede alle sue parole. In seguito Moshè si rivolge a Par’ò con la richiesta di liberare il popolo, ma il crudele sovrano, invece di obbedire al comando divino, inasprisce ulteriormente la schiavitù rendendola insostenibile. Moshè se ne lamenta con HaShèm.

Nella porzione di questa settimana (Shemòt/Esodo) la Torà introduce la figura di Mosè, attraverso due episodi (Esodo cap 2):
“In quei giorni accadde che Mosè crebbe, uscì verso i suoi fratelli e ne constatò le sofferenze. Vide un egizio colpire uno dei suoi fratelli ebrei. Si voltò qua e là, vide che non c’era nessuno, così colpì a morte l’egizio e lo nascose nella sabbia”.
La Torà continua:
“Il giorno dopo uscì ed ecco, due ebrei che litigavano. Disse a quello malvagio: “Perché colpisci il tuo compagno?”. (L’uomo) gli rispose “Chi ti ha nominato autorità e giudice su di noi? Intendi forse uccidermi come hai ucciso l’egizio?”. Mosè ebbe timore…
Di conseguenza, fugge dall’Egitto. Solo più tardi riuscirà a ritornare per liberare il suo popolo dalla schiavitù.

Questi sono gli unici due aneddoti che la Torà condivide con noi sulla gioventù di Mosè in Egitto. La Torà sottolinea, rimarcandone in questo modo l’importanza, come la storia si è verificata durante due giorni consecutivi. Questo ci porta ad affermare che questi due episodi, in qualche modo, incapsulino la missione e il destino di Mosè e ne catturino la sua particolare storia. Come mai?

L’esilio per il popolo ebraico è sempre consistito in due dinamiche: l’oppressione dall’esterno e l’erosione dall’interno. La prima condizione potrebbe sembrare più dolorosa, ma la seconda è sicuramente più letale.
Quindi, il primo e simbolico leader ebreo, Mosè, mentre sta crescendo nella sua posizione, si trova immediatamente di fronte a questi due problemi che definiranno, fino ai nostri giorni, lo status di Israel nell’esilio.
Al primo e più elementare livello, l’esilio ebraico (dall’Egitto fino ad oggi) è stato definito, simbolicamente da “l’uomo egiziano che colpisce un ebreo”: persecuzioni, abusi, oppressioni, torture, omicidi e persino genocidi. Queste tragedie hanno caratterizzato il destino del popolo ebraico, dal faraone a Hitler.
In quasi ogni generazione, l’ebreo ha dovuto fare i conti con l’antisemitismo, un odio irrazionale che non ha mai smesso di rivendicare vite innocenti. L’ebreo “si gira da una parte e dall’altra parte e vede che non c’è uomo” a cui importa del suo destino. Il mondo, l’ONU e le nazioni rimarranno sempre in silenzio.
Eppure in tutta la sua incomprensibile brutalità, Mosè trova una soluzione a questa crisi. “Ha colpito l’egiziano e lo ha nascosto nella sabbia”.
Mosè ci insegna come ci sono dei momenti in cui non abbiamo altra scelta che prendere le armi e colpire il nemico, al fine di proteggere vite innocenti. L’uso della violenza deve sempre essere l’ultima risorsa, ma quando tutti gli altri tentativi falliscono, la forza del giusto è l’unica risposta alla violenza immorale.
Il Secondo Giorno
Il secondo giorno, dopo che Mosè ha salvato il suo compagno ebreo, dal nemico esterno, si trova di fronte a una nuova sfida: due ebrei che combattono tra di loro. Si potrebbe pensare che la soluzione a questo problema sia più facile del precedente. Dopotutto, questa è solo una lite tra ebrei!
Eppure, incredibilmente, in questa occasione Mosè fallisce. Il suo tentativo di creare una riconciliazione viene respinto, con una tipica risposta ebraica: “Chi ti ha nominato principe e leader su di noi?” Chi pensi di essere, perché tu mi dica come comportarmi?
L’antisemitismo è pericoloso, molto pericoloso, e abbiamo bisogno di molta determinazione e coraggio per combatterlo, ovunque e ogni volta che alza la sua brutta testa. Tuttavia, poiché il nemico è chiaramente definito, non abbiamo alcun problema a identificare l’obiettivo ed eliminarlo, attraverso metodi pacifici o attraverso un conflitto.
Invece la discordia, all’interno del popolo ebraico, il conflitto e la sfiducia tra le comunità, così come l’animosità all’interno delle famiglie è una malattia silenziosa che ci divora dall’interno e non ci permette di sperimentare la liberazione dall’esilio. All’inizio può non sembrare così distruttiva, poiché la sua potenza negativa si manifesta solo nel tempo. Tuttavia essa ci colpisce soprattutto nei momenti di crisi, quando abbiamo tanto bisogno l’uno dell’altro, ma la fiducia è stata erosa.
Il popolo ebraico è stato spesso minacciato da civiltà ostili dall’antico Egitto, dall’Assiria, dalla Babilonia, dalla Persia, dalla Grecia e da Roma, dal Terzo Reich, dall’Unione Sovietica nel XX secolo e dall’Islam fondamentalista, ai nostri tempi.
Ma le ferite più fatali sono state quelle che il popolo ebraico ha inflitto a se stesso: la divisione del regno ai tempi del Primo Tempio, con la perdita di dieci delle dodici tribù. La rivalità interna negli ultimi giorni del Secondo Tempio che portò alla distruzione di Gerusalemme e al più lungo esilio nella storia ebraica, o meglio, della storia umana.
Ci sono stati solo tre periodi di sovranità politica ebraica in quattromila anni. Due si sono conclusi a causa del dissenso interno. La terza era della sovranità è iniziata nel 1948 e già allora la società israeliana era pericolosamente frammentata. Il solo processo democratico non garantisce l’esistenza di un coeso corpo politico; un popolo e una nazione ha bisogno anche di una cultura e di un’identità condivisa, di un proprio destino e scopo, in questo mondo.
Quando Mosè, più di tre millenni fa, osservò l’ebreo che combatteva l’ebreo, si spaventò. Mosè sapeva che finché l’unità fosse prevalsa, tra la sua gente, nessuna forza dall’esterno avrebbe potuto annientarli. Ma nel momento in cui gli ebrei sono frammentati all’interno, il loro futuro sarebbe diventato incerto.
Oggi, siamo ancora in esilio e soffriamo di entrambi i problemi: ci sono le persone che vogliono colpirci e c’è un conflitto interno. Proprio come con Mosè, a volte sembra che la prima sfida sia più facile da affrontare, rispetto alla seconda. È più facile ottenere un consenso su Hamas che creare pace in una famiglia o in una comunità. Avremo mai il coraggio di offuscare il nostro ego, aprire i nostri cuori e abbracciare ciascuno dei nostri fratelli e sorelle con amore incondizionato?
Cosa motiva il nostro popolo ad elevarsi al di sopra dell’identità individuale di ciascuno?
Il richiamo di Mosè è un esempio su come andare al di là di se stesso. Egli non si preoccupava in nessun modo di se stesso; ogni aspetto del suo essere era dedicato agli altri. Mosè è descritto come “un pastore fedele”, concetto che viene interpretato come colui che nutre la fede nel popolo. Egli infuse il popolo Ebraico di conoscenza, permettendo loro di stabilire un’armonia all’interno delle diverse dimensioni del loro essere. Questa unione può avvenire solo tramite la TORA’. L’unico punto di riferimento insostituibile di TUTTO il popolo è la Torà.
Qualsiasi orientamento politico o identità ebraica o gruppo di appartenenza, tutti concordano che l’unico punto in comune che da la forza di sopravvivenza di Israel è la Torà.
Recentemente (Aprile 2017) il famoso giornalista e ideologo Dennis Prager ha detto alla conferenza dell’AIC a Los Angeles (American Israel Council): non sono un ebreo ortodosso, ma ho fede nella Torà che viene da Dio e sono CONVINTO che è l’unico punto di riferimento del popolo ebraico che ha dato sopravvivenza di Israel. (vedi link sotto tutto il discorso)
Solo quando il popolo è legato insieme da un’unità interiore, questo ci permette di diffondere l’unità di Dio nel mondo. L’unione del popolo Ebraico è un potenziale attivo e non uno stato passivo. Questa unità stimola la manifestazione dell’unità Divina in tutta l’esistenza. Un lavoro da svolgere da dentro di noi verso l’esterno, cosi da poter sconfiggere tutti i nemici, dentro e fuori di noi, e preparare noi stessi e il mondo all’arrivo di Mashiach, Amen.

MIDRASHIM

La Nascita di Moshè (Shemòt 2,2)
(a pagina 662 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Il decreto di estinzione
(a pagina 704 del volume Shemòt edizioni Mamash).
Vita nel fiume
(a pagina 706 del volume Shemòt edizioni Mamash).
Moshè e Mashìakh
(a pagina 708 del volume Shemòt edizioni Mamash).

SHEMOT 5772: AMORE INFINITO E AMORE LIMITATO
Poiché l’amore verso un bambino piccolo è generalmente superiore di quello provato verso un adulto; come mai quando gli ebrei si trovano in esilio in Egitto HaShèm paragona Israèl ad un “PRIMOGENITO”, ovvero ad un adulto?

SHEMOT 5771 – CORAGGIO NEL CUORE DEL MALE!
ll valore di Batya =figlia di D-o.Questo nome le venne dato da Hashem, quando salvò Moshè. Come può la figlia del malvagio faraone diventare figlia di D-o. Il comportamento di Batya ci insegna come, di fronte alle avversità, non dobbiamo mai arrenderci, ma confidando in D-o, trovare le forze per andare avanti. Una piccola azione può sempre cambiare il mondo!

SHEMOT 5770 – PERCHE’ MOSHE NON VUOLE VEDERE LA GRANDE RIVELAZIONE DEL CESPUGLIO?
Il perché della sofferenza del popolo ebraico nell’esilio. Il cespuglio che brucia, ma non si consuma rappresenta tutte le generazioni future del popolo ebraico in esilio, le loro sofferenze e il loro riuscire a non piegarsi mai, a resistere di fronte a tutte le difficoltà. Moshè è disposto a non vedere la grande rivelazione, il fuoco indelebile del cespuglio e della presenza divina insita in essa, per non perdere la sensibilità verso il popolo ebraico, assurgendo con tale scelta al ruolo di futuro leader.

SHEMOT 5769 – COSTRUIRE CON LE PAROLE!
Le caratteristiche, gli attributi, le personalità non sono espresse dai nomi. Da un altro punto di vista il nome ha una forte valenza spirituale, costituendo un canale diretto con l’anima. Questi due concetti opposti si ritrovano nell’esilio, che rappresenta uno stato in cui la divinità è nascosta.

SHEMOT 5768 – IL RICORDO DI ESSERE STRANIERO IN ESILIO
La nascita della nazione di Israele ha inizio con il gesto salvifico di una donna pagana. L’importante missione data da D-o agli ebrei di combattere l’idolatria e il paganesimo, ha origine nella terra più impura, e dalla figlia del più grande idolatra, il faraone. Tutto ciò a dimostrare come il vero annullamento dell’idolatria viene dall’idolatria stessa.

SHEMOT 5767 – COME COSTRUIRE LA DIMORA DI D-O NEL MONDO
L’approcciarsi gentile del Faraone ha coinvolto, con parole morbide, gli ebrei nei lavori di produzione dei mattoni. Poi mano mano il sistema di lavoro è diventato più duro, distruggendoli psicologicamente, rendendoli schiavi. La missione in esilio del popolo ebraico è di elevare la materia, di trasformare la materia in santità, mostrando come le anche le cose che apparentemente sembrano distaccate dal Creatore, sono in realtà unite al divino. Nelle situazioni difficili, davanti al buio che ci circonda, l’unica risposta è di non subire gli ostacoli, ma scavalcare gli ostacoli, andando avanti.

Pubblicato in Parashot, Shemot | 1 commento

VAYEKHI 5780: 8 LEZIONI

Questo Shabbàt 11 Gennaio 2020, 14 del mese di Tevèt 5780 leggeremo la Parashà di Vayekhì Gen. 47, 28-50, 26.

Si legge l’Haftarà di Melakhìm I 2,1-12

La Parashà Vayekhì di tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Ya’akòv, sentendo prossima la morte, fa giurare a Yossèf di non seppellirlo in Egitto, bensì nel luogo in cui giacciono i suoi padri. Yossèf giura di fare secondo la volontà del padre.
Yossèf conduce i figli, Menashé ed Efràyim dal padre malato. Ya’akòv benedice prima Efràyim e poi Menashé, ponendo in maniera inconsueta la mano destra sul capo del secondogenito. Yossèf tenta di correggere il padre, il quale gli spiega il motivo del suo gesto.
Ya’akòv raduna tutti i suoi figli e benedice ciascuna tribù. In seguito dà disposizioni per la sua sepoltura, che dovrà avvenire nella grotta grande di Makhpelà, dove giacciono i suoi padri. Ya’akòv esala l’ultimo respiro.
Yossèf ordina che suo padre sia imbalsamato, rituale che richiede quaranta giorni. L’Egitto piange Ya’akòv per settanta giorni. Ottenuta l’autorizzazione del faraone, Yossèf parte con tutta la famiglia e i numerosi dignitari d’Egitto a seppellire il padre. Grandi esequie e lutto di una settimana.
Sepolto Ya’akòv, Yossèf e i fratelli ritornano in Egitto. I fratelli vedono ora la scomparsa del padre come l’opportunità per Yossèf di vendicarsi per il torto da loro subito in passato. Yossèf li rassicura e dice loro che il male da loro compiuto in passato è stato volto in bene da HaShèm.
Yossèf vive in tutto centodieci anni. Prima di morire ricorda ai fratelli che torneranno nella terra promessa da HaShèm ad Avrahàm e Yitzkhàk; li fa giurare che porteranno via le sue spoglie dall’Egitto. Viene imbalsamato e sepolto in Egitto.

EBRAISMO E FEMMINISMO SONO INCOMPATIBILI?

Nella benedizione di Yaakòv ai figli è celato un grande insegnamento per saper vivere l’esilio. Menashè e Efràyim: due modi per affrontare il nuovo mondo, con la nostalgia del passato o con la trasformazione del negativo in positivo.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל

LA LUCE DI UN MURO DI FUOCO

Cosa c’è per cena?
A una cena organizzata all’aperto per una festività non ebraica, il piatto principale era il prosciutto cotto con patate dolci. Il rabbino Cohen, mentre passava di lì, uscendo dalla sinagoga, scosse con rammarico la testa quando qualcuno provò a offrirgli quel piatto.
Lo rimproverò scherzosamente padre Kelly, l’organizzatore di quell’evento: “Quando dimenticherai quella tua sciocca regola e mangerai prosciutto come tutti noi?”.
Senza scomporsi neanche un capello, il rabbino Cohen rispose: “Al tuo ricevimento di nozze, padre Kelly”.

Infiniti Strati Di Profondità
Uno degli elementi più affascinanti dello studio della Torà è come alcune parole criptiche e apparentemente irrilevanti contengono in sé una profondità straordinaria. Un vero e proprio specchio che riflette idee profonde del regno della filosofia e della psicologia.
Un esempio di queste verità lo troviamo nella porzione della Torà di questa settimana. Quando la parashà Vayekhì, descrive l’addio di Giacobbe ai suoi figli, prima della sua dipartita da questo mondo: “E Giacobbe chiamò i suoi figli dicendo: radunatevi e vi dirò quel che vi accadrà alla fine dei giorni” (Genesi 49, 1). Giacobbe poi continua a rivolgersi a ciascuno dei suoi figli, descrivendo il loro carattere, i loro difetti e punti di forza e il loro destino.
Quando viene il turno di Giuseppe, queste sono le parole di Giacobbe: “Giuseppe è un figlio grazioso, un figlio grazioso allo sguardo; le ragazze scavalcano (i muri) per guardarlo. Lo amareggiarono e si fecero suoi nemici (i suoi fratelli); lo detestarono gli arcieri…”.
Cosa sta cercando di comunicare Giacobbe con queste parole? È credibile pensare che voglia semplicemente parlare della bellezza abbagliante di Giuseppe, sottolineando come è affascinante, soprattutto per le donne egiziane che addirittura scavalcano i muri per osservarlo? La domanda sorge spontanea! Questi sono concetti così rilevanti sul letto di morte di Giacobbe?

I Limiti Della Santità
C’è una legge interessante nell’ebraismo, riguardante le offerte sacre nel Sacro Tempio di Gerusalemme. La maggior parte delle offerte di grano o di animali, sarebbe stata mangiata dai sacerdoti del servizio (Cohanìm) o dalle persone che hanno portato l’offerta, o da entrambi. Alcune offerte dovevano rimanere all’interno dei confini del Santo Tempio stesso, mentre altre potevano essere consumate all’interno delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme. Ma a nessuna offerta fu mai permesso di uscire dalle mura di Gerusalemme, poiché ciò avrebbe profanato la sua santità e sarebbe diventata inutilizzabile.
Ora, il Primo Tempio fu eretto dal re Salomone nell’anno 2928 dalla Creazione (832 e.v.), esattamente 440 anni dopo che gli ebrei entrarono in terra di Israèl. Esso si trovava, parzialmente, nel territorio della tribù di Giuda (poiché l’intera Terra era divisa tra le dodici tribù di Israèl). Tuttavia, nei primi quattro secoli i sacrifici venivano offerti nel Mishkàn, il Tabernacolo: il Santuario portatile che serviva al popolo di Israèl nei suoi viaggi nel deserto. Dopo l’entrata del popolo di Israèl nella Terra Promessa, ai tempi di Giosuè, il Mishkàn fu eretto a Shilò, nel territorio di Giuseppe. Il Santuario di Shilò fu l’epicentro spirituale del popolo ebraico per 369 anni, fino alla sua distruzione da parte dei Filistei nel 2872 circa (888 e.v.).

Ora, c’era un affascinante contrasto tra il Mishkàn (Tabernacolo) di Shilò e il Tempio di Gerusalemme, per quanto riguarda le leggi sul consumo delle offerte. Mentre le offerte del Tempio potevano essere consumate solo all’interno delle mura di Gerusalemme, quelle del Tabernacolo di Shilò potevano essere consumate in qualsiasi luogo da cui si poteva vedere il Mishkàn. Un luogo era adatto per il consumo dei santi sacrifici, anche se si trattava di una montagna a decine di miglia di distanza, purché si poteva vedere anche solo una parte del Tabernacolo di Shilò. È come se la santità di Shilò si estendesse a perdita d’occhio. Al contrario la santità del Tempio – una struttura in pietra concepita sin dall’inizio per essere una dimora per Hashèm più grande, imponente e stabile – si estendeva solo alle mura dell’antica città di Gerusalemme. Strano no?

L’Occhio Santo
Ma allora, quale è il vero significato di questa differenza, tra i due edifici? I Saggi del Talmud, spiegano il significato della parola “grazioso” nel versetto sopra citato, dove Giacobbe dice di Giuseppe: “… un figlio grazioso, un figlio grazioso allo sguardo…”.
La parola ebraica per “GRAZIOSO”, Poràt, può anche essere tradotta come “fecondo o abbondante”. Le parole ebraiche per SGUARDO (ossia occhio), Alè Ayin, possono anche essere tradotte “a causa dello sguardo o occhio”. In questo modo possiamo meglio decifrare le parole di Giacobbe a suo figlio: “Giuseppe è un figlio FECONDO; un figlio fecondo, per via DELLO SGUARDO”.

Sempre nel Talmud è scritto che il rabbino Abbàhu afferma: la Torà dice che Giuseppe è un figlio fecondo a causa dell’occhio, ossia che ha un occhio che si rifiuta di nutrirsi o di godere di ciò che non gli appartiene e per questo merita di mangiare dai sacrifici tanto lontano quanto la vista lo permette.
Inoltre sia il versetto, sia il Talmùd si riferiscono all’episodio in cui Giuseppe si rifiutò di permettere ai suoi occhi di trarre spunto dalla bellezza e dalla seduzione della principessa egiziana, la moglie di Potifàr, che cercava disperatamente di tentarlo in comportamenti promiscui. Lei non apparteneva a lui, quindi Giuseppe distolse lo SGUARDO da lei. Qual è la ricompensa per questo tipo di autocontrollo? La ricompensa è che otteniamo più di quello che dovevamo avere! Quando proteggiamo i nostri occhi da ciò che non ci appartiene, permettiamo ad essi di espandersi e conquistare tutto ciò che ci appartiene, ossia fino a dove arriva il nostro sguardo. Quindi, nel Tabernacolo di Shilò, stanziato appunto nel territorio di Giuseppe, si può godere dei sacrifici in tutto il territorio da cui l’occhio può vedere il Tabernacolo. Questo è stato un privilegio concesso solo per il tabernacolo di Shilò, un privilegio che non poteva vantare neanche il Tempio di Gerusalemme.

Basta Uno Sguardo Per Evitare Un Conflitto?
Il rabbino Yossef Ròsen, il grande genio del 20° secolo, conosciuto come il Rogatchòver Gaon, spiega brillantemente la continuazione delle parole di Giacobbe: “le ragazze scavalcano (i muri) per guardarlo”. Dal momento che in Shilò, territorio di Giuseppe, ciò che conta per il consumo dei sacrifici non è la posizione del Tempio o della città di Shilò, ma il fatto di poter vedere o meno il Tabernacolo, perciò le donne cercavano in tutti i modo di guardare Giuseppe. Questo simboleggia il fatto che un giorno le persone semplicemente guardando il Tabernacolo di Shilò, in rappresentanza di Giuseppe, avrebbero potuto mangiare i sacrifici anche se molto lontano.
Eppure c’è ancora qualcosa che non va! Qual è il legame tra Giuseppe che non guarda la moglie di Potifàr e il Tabernacolo di Shilò che ha il privilegio di conferire santità a grandi distanze in modo da poter mangiare le sue offerte sacre ovunque gli occhi vedano il Tabernacolo?
È una strana correlazione! Come ricompensa per aver custodito i suoi occhi in Egitto, centinaia di anni dopo, le persone potranno mangiare sacrifici dal Tabernacolo di Shilò in un territorio più vasto? Cosa c’entra questo con l’astenersi dalla moglie di Potifàr?
Per comprendere meglio, dobbiamo continuare a esplorare le parole di Giacobbe a Giuseppe: “…Lo amareggiarono e si fecero suoi nemici (i suoi fratelli); lo detestarono gli arcieri”.
Ciò indica che la ricompensa di Giuseppe a Shilò, grazie al suo sguardo, è in qualche modo collegata al conflitto tra lui e i suoi fratelli. Cosa c’era alla base del conflitto nella prima famiglia di Israele? Potrebbe essere che un cappotto multicolore o l’aperto e manifesto affetto di suo padre possono generare conflitti e animosità così profondi? Perché i fratelli di Giuseppe hanno complottato per ucciderlo e lo detestavano così profondamente? Perché gettarlo in una fossa e poi venderlo come schiavo solo perché aveva fatto un sogno in cui si sarebbero inchinati a lui? È stato o no un piccolo conflitto tra fratelli?

Hashèm Sovrano Di Pochi O Di Tutti?
Giuseppe e Giuda (il quale rappresenta anche gli altri fratelli) incarnavano due divergenti visioni del mondo. Possedevano approcci diversi al significato dell’ebraismo, appena iniziato a germogliare, e sul posto del popolo ebraico nella società e nella storia. Questo conflitto, in una certa misura, persiste anche oggi nel mondo ebraico.
Giuda credeva che la santità potesse prosperare in solitudine. La famiglia ebrea deve rimanere isolata dietro un muro fisico o concettuale che lo separi dalle influenze esterne. I fratelli di Giuseppe erano pastori e non a caso, quando arrivarono in Egitto dissero al Faraone che questa era stata la loro occupazione per tutta la vita (Genesi 46, 32). Hanno scelto questa vocazione perché hanno trovato la vita del pastore – una vita di solitudine, in comunione con la natura distante dal tumulto e dalle vanità della società – più favorevole alle loro ricerca di spiritualità. Potevano voltare le spalle agli affari mondani dell’uomo, contemplare la maestosità del Creatore e servirlo con una mente chiara e un cuore tranquillo.

Giuseppe, invece, credeva che l’ebraismo dovesse essere “universalista”, ossia che si dovesse fare carico della responsabilità di trasformare tutta la società umana. La santità non doveva essere relegata all’interno del mondo ebraico, ma doveva essere portata allo scoperto. Secondo Giuseppe non è sufficiente mantenere la propria fede e coscienza spirituale, ben salda e potente, in una sorta di “un bozzolo celeste”. Secondo Giuseppe occorre entrare nella società tradizionale e diventare “il grande distributore” di grano spirituale per la società.
Ora, il fatto che Giuseppe, nella sua qualità di viceré dell’Egitto, fosse stato il sovrano del paese e fu lui che vendette il grano a tutta la popolazione della terra, non era solo una descrizione del suo ruolo di Primo Ministro. Esso è l’essenza stessa della missione spirituale, come concepita e intesa da Giuseppe: una persona può nutrire, sostenere e ispirare il mondo intero. Giuseppe sottolineava la missione del popolo ebraico come “luce per le nazioni”.

Quanto sopra è intimamente legato a questo passaggio, apparentemente sorprendente, sempre in Genesi (44, 9), quando Giuseppe finalmente, una volta rivelata la sua identità ai fratelli, manda questo messaggio a suo padre Giacobbe: “Dio mi ha fatto diventare il signore in tutto l’Egitto”. Pensava davvero che questo potesse impressionare il suo vecchio santo padre? Come a dire: “Adesso dico a mio padre che sono diventato il primario dell’ospedale! Ma come! Giacobbe, l’uomo pio che abitava nelle tende, dedito a studiare la Torà, giorno e notte per elevarsi spiritualmente, non avrebbe forse apprezzato di più un messaggio sul progresso spirituale di suo figlio?!
Infatti c’è molto di più! I maestri chassidici presentano un’interpretazione profondamente commovente delle sue parole. Le quali dovrebbero essere tradotte in modo leggermente diverso: “Ho fatto di Dio il Signore in tutto l’Egitto!”. Grande differenza…no? Questa era la vera dichiarazione di Giuseppe. Una sintesi della sua missione nel mondo: non è sufficiente che Dio governi il cielo e la “piccola” enclave ebraica; la missione è quella di trasformare Hashèm in un sovrano di tutto l’Egitto!

La Prova Di Giuseppe
I fratelli avevano una visione diversa e per questo vedevano Giuseppe come una minaccia. Loro temevano che sotto il suo comando il popolo ebraico sarebbe stato corrotto e assimilato, anche prima che avesse avuto la possibilità di svilupparsi come nazione. Potevano tollerare Giuseppe come individuo, ma quando scoprirono che si vedeva come il re di Israèl e tutti si sarebbero prostrati dinnanzi a lui, per loro questo scenario significava la fine del popolo ebraico e dell’ebraismo. Quindi, Giuda temeva che la filosofia di Giuseppe avrebbe messo in pericolo il futuro del popolo ebraico. Ma come neutralizzare in modo sicuro questa minaccia?
Simone e Levi, che avevano già combattuto contro l’assimilazione e la cultura dell’immoralità – quando decimarono la città di Shekhèm dopo il rapimento e lo stupro della sorella Dina – progettarono semplicemente di uccidere Giuseppe. Tuttavia, Giuda obiettò dicendo: “Che guadagno avremmo se uccidessimo nostro fratello?” (Genesi 37, 26). O per meglio dire, per Giuda, il vero pericolo non era Giuseppe, ma la sua mentalità. Quindi è come se avesse detto ai fratelli: “Anche se lo uccidiamo, la sua ideologia rimarrà”. Quindi Giuda pensò bene di mettere alla prova le idee di Giuseppe, vendendolo ai mercanti non ebrei. In questo modo Giuda pensava che sentendosi assimilato Giuseppe avrebbe cambiato idea e abbandonato la sua ideologia “rivoluzionaria”. E alla fine sarebbe ritornato pentito dai suoi fratelli e al loro stile di vita.

Una Grande Lezione Sulle Tentazioni
Non solo i fratelli hanno errato nel loro giudizio su Giuseppe e sulla santità della sua missione, ma due brani della Torà mettono in risalto, con una tremenda ironia, una sostanziale differenza nell’approccio tra la mondanità dei fratelli e quella di Giuseppe. Nella Torà infatti ci sono due storie contrappone nei capitoli 38 e 39 di Genesi:
a) Nella prima, Giuda, il “campione della solitudine ebraica”, incontra e intrattiene una fugace relazione con una donna che hai suoi occhi appare come una prostituta.
b) Mentre, nella seconda storia, Giuseppe, l’ebreo “universalista”, che serve come schiavo nella società egiziana, rifiuta la seduzione della moglie del suo padrone. Pagando questo rifiuto con la sua stessa libertà, finisce per trascorrere 12 anni in prigione perché non era pronto a vendere la sua anima e a compromettere la sua lealtà a Dio e al suo padrone.

Wow! Giuseppe la “pecora nera” della famiglia – quella accusata di tendenze “assimilazioniste” – emerge, invece come il più puro degli spiriti! Lui, più dei suoi fratelli, porta la fiamma della santità e della purezza anche nel luogo più moralmente depravato. Lui, più di chiunque altro, è permeato della coscienza di Hashèm, con la quale ha influenzato profondamente tutto il suo ambiente, il posto più impuro del mondo di allora l’Egitto!
Questo perché quando ci si allena per essere santi solo in un ambiente di santità, nel momento in cui si è esposti alle tentazioni “della strada”, si può perdere tutto in un istante. Invece, solo quando impariamo a rivelare e vedere Hashèm all’interno di ogni aspetto del mondo materiale, possiamo essere sicuri che, anche quando incontreremo delle tentazioni, queste non ci faranno vacillare.

Il Tabernacolo Di Shilò E Il Tempio
In che modo questa distinzione è rappresentata nella storia ebraica? Le differenze ideologiche tra Giuseppe e Giuda si riflettono, infatti nel Tempio di Gerusalemme, situato nel territorio di Giuda, e il Tabernacolo di Shilò, situato nel territorio di Giuseppe.
Come scritto sopra, solo a Shilò le offerte potevano essere consumate fuori dalle mura della città, fintanto che il Tabernacolo era visibile. Invece, le offerte del Tempio a Gerusalemme potevano essere mangiate solo all’interno delle mura della città santa.
I due luoghi, i due santuari e i due fratelli simboleggiano due fondamentali orientamenti diversi:
a) Per Giuda, la nostra funzione principale è quella di creare un’oasi di santità e trascendenza. La santità deve essere protetta e isolata in modo da non essere corrotta e distorta. Come nel Tempio di Gerusalemme, e come pretendeva l’ideologia di Giuda, occorre avere un muro per separare il santo dal mondano. Analogamente, infatti non si potevano mai portare i santi sacrifici fuori dalle mura di Gerusalemme, perché solo all’interno dei confini delle mura può prosperare la santità. Se porti i santi sacrifici fuori dalle sue mura, li contamini distruggendo la loro santità. Stessa cosa se porti l’ebraismo “fuori dal muro”, dal recinto di santità, lo contamini e lo distruggi.

b) Per Giuseppe, invece la missione primaria dell’ebraismo è diffondere la santità del Divino diffondendo il monoteismo nel mondo. Pertanto, la santità del Tabernacolo di Shilò – nella porzione di Giuseppe in Terra Santa – si diffondeva ben oltre ogni muro. Dovunque ci si trovi, finché si può aprire gli occhi e “vedere” Giuseppe, ossia finché si può osservare la santità del Tabernacolo di Shilò, si è in un luogo santo, dove si possono consumare i santi sacrifici.

Questo è il significato delle parole del Talmùd. Giuseppe potrebbe trovarsi in un abisso spirituale, nella casa di Potifàr, tentato dalla promiscuità. Tuttavia, questo non importa! La sua abilità unica era quella di “aprire gli occhi” e di percepire il Divino proprio lì con lui, rifiutando così la seduzione della moglie di Potifàr. Per questo dicono i saggi che Giuseppe, in quel frangente: “Ha visto l’immagine di suo padre Giacobbe nella finestra”. Nel dubbio della depravazione, è risuscito a percepire il volto del suo santo padre. Quindi, nel territorio di Giuseppe non è necessario trovarsi nell’ambiente del Tabernacolo per sperimentare la santità. Anche se si è lontani, finché si possono alzare gli occhi e “vedere la santità” (il Tabernacolo), finché si può trovare la presenza del Divino ovunque ci si trovi si è nella santità.

Aprire Gli Occhi
Ora possiamo davvero apprezzare le parole pronunciate da Giacobbe: “Giuseppe è un figlio grazioso, un figlio grazioso allo sguardo; le ragazze scavalcano (i muri) per guardarlo. Lo amareggiarono e si fecero suoi nemici (i suoi fratelli); lo detestarono gli arcieri”.
Il potere di Giuseppe era di rivelare la santità in ogni realtà, ogni esperienza e ogni cultura. Ovunque si fosse, anche al di fuori delle mura, quando si “vedeva” quello che Giuseppe rappresenta, automaticamente ci si infondeva di santità. Per questo fu frainteso, disprezzato e ferito. La parola in ebraico per “arcieri” è “baalèi khitzìm”, che può anche essere tradotto come “padroni delle pareti” (mekhitzòt). Giuseppe fu disprezzato da coloro che credevano che la santità dovesse rimanere all’interno della “mekhitzà”, all’interno delle mura di Gerusalemme e non essere esternata.

Tutte Strade “Del Dio Vivente”
Quindi, chi aveva ragione in questa diatriba epocale? “Queste e quelle sono le parole del Dio vivente”, come il Talmud afferma descrivendo le varie opinioni dei saggi sull’interpretazione della Torà. Giuda aveva ragione quando si trattava di se stesso e dei suoi fratelli; ma anche Giuseppe aveva ragione quando si trattava della sua stessa vita.
A Giuseppe venne donato da suo padre un cappotto multicolore, che simboleggia la sua capacità unica di esporsi ai molti colori e sfumature della società umana e rivelare in essa l’unicità di Dio, che ha creato tutta l’umanità. Questo significa come Giuseppe può rivelare l’unità nella diversità. Tuttavia, il pericolo è che se non si possiede quel “dono multicolore” si rischia l’assimilazione o comunque il subire le influenze negative della società mondana.
Nel corso della nostra storia, seguiamo sia Giuda, sia Giuseppe: dobbiamo proteggere noi stessi e i nostri bambini dall’influenze dannose, senza rinunciare ai nostri sforzi per migliorare la società; non vogliamo essere assorbiti dalla cultura delle nazioni, ma anzi influenzarle invece che esserne influenzati. Non si deve andare nel mondo impreparati, quindi occorre dare la giusta educazione religiosa ai nostri figli donandogli una forte identità in modo che possano non solo resistere alle tentazioni, ma trasformale in occasioni di bene. E anche le persone mature o anziane hanno comunque il bisogno di luoghi santi e protetti per rigenerarsi spiritualmente ogni giorno. Ecco perché quando ci svegliamo la mattina trascorriamo del tempo in preghiera, meditazione, studio della Torà e solo dopo ci impegniamo nelle attività mondane.

Essere Un Giuseppe Grazie A Giuda
Pertanto cosa serve per essere un “buon Giuseppe?” Avere le basi di Giuda!
Le prime parole che recitiamo al mattino sono “Modé Anì”, “TI RINGRAZIO, Re vivente ed esistente…”. Questo perché la parola Modé ha la stessa radice di Yehudà (Giuda). E non solo! Le parole di apertura della preghiera del mattino sono “Hodù LaHashèm”, RINGRAZIARE HASHÈM e appunto Yehudà, Giuda, significa grazie. Ogni mattina occorre quindi trascorrere del tempo dentro le “mura di Gerusalemme”, simbolicamente parlando: un’isola sacra e protetta di trascendenza, in modo da poter fortificare l’anima, rafforzare la coscienza e connettersi con Dio.
Tuttavia siamo anche allievi di Giuseppe! Quindi siamo responsabili non solo delle persone nella nostra comunità protetta, “dentro le mura”, ma anche di tutte quelle fuori. Anche di quelle che sono fisicamente e ideologicamente lontani dalle nostre mura protettive. Inoltre, siamo responsabili di portare la saggezza, la profondità e la maestosità morale della Torà nel mondo, così da permettere a tutte le nazioni di conoscere e osservare le sette leggi di Noè, in modo da creare una società più giusta e morale. Ma per riuscire in questo occorre indossare il “mantello colorato” di Giuseppe e uscire nel variegato mondo per ispirarlo a migliorare diffondendo il monoteismo.

Questo è vero anche nelle nostre vite personali. Non è sufficiente servire Dio entro le mura isolate di luoghi santi, poiché la santità deve diffondersi oltre le mura. Anche quando stiamo in ufficio, in viaggio d’affari o in vacanza, occorre essere in grado di aprire gli occhi e osservare la presenza di Dio — simboleggiato dalla casa di Dio a Shilò — proprio lì dove siamo per riuscire a trasformare la dura realtà in una cosa santa.
Dobbiamo vivere le parole di Giacobbe: “Giuseppe è un figlio grazioso, un figlio grazioso allo sguardo; le ragazze scavalcano (i muri) per guardarlo”. Giuseppe rappresenta quella qualità dentro di noi che permette a chiunque ci guardi di essere in grado di percepire la bellezza e la centralità di Dio nel mondo. Il modo in cui facciamo affari, il modo in cui camminiamo per strada, il modo in cui interagiamo con le persone, il modo in cui trattiamo i nostri venditori, il modo in cui viviamo le nostre vite quotidiane, può essere fonte di ispirazione per le persone a comportarsi in maniera più amorevole e avere condotte di vita più morali.

La Fusione Di Giuda E Giuseppe
La verità ultima è che Giuseppe e Giuda, nel loro nucleo più profondo, sono uno – e i due un giorno convergeranno, poiché nello schema ultimo delle cose, l’esterno e l’interno possono unirsi per rivelare l’armonia dell’intero cosmo, che riflette l’unicità del suo singolare Creatore.
Ecco perché il profeta Zaccaria profetizza (2, 8-9) che un giorno: “Gerusalemme diventerà una città aperta (PRAZOT teshev Yerushalayim)”. Quando non sarà più necessario proteggere la santità di Gerusalemme perché il male sarà eliminato per sempre e allora la sua luce si diffonderà e pervaderà il mondo intero, con l’avvento di Mashìakh presto ai nostri giorni Amen.

—–
VAYEKHI:

questo è il shiur video della lezione di giovedì sera di questa settimana della parashà di VAYEKHI fresca appena sfornata:
INSEGNAMENTI ATOMICI SUL VALORE DELLA PAROLA
www.virtualyeshiva.it/files/seminar/vayekhi5780_33anni_inchino.mp4

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
EBRAISMO E FEMMINISMO SONO INCOMPATIBILI?

VAYEKHI 5771 – EBRAISMO E FEMMINISMO SONO INCOMPATIBILI?

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per il video:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

VAYEKHI 5780: 8 LEZIONI


—–

Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni è doveroso dedicare parte della decima a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
Aiutando Virtual Yeshiva si diventa soci nella diffusione della parola di Hashèm ed è un segno di riconoscenza per chi insegna e così potremo diffondere insieme molti più valori di vita e insegnamenti.

Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:

Voglio aiutare!

______________________________________________________________________________________________________________________________

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

http://www.virtualyeshiva.it/2010/12/15/vayekhi-5771-ebraismo-e-femminismo-sono-incompatibili/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

http://www.virtualyeshiva.it/files/10_12_14_vayekhi5771_efraim_menashe_vantaggio_esilio_rebbe.mp3

Per vedere il video:

https://vimeo.com/17843509

MIDRASHIM

Ya’akòv Benedice Efràyim e Menashé (Bereshìt 48,8-14)
Midràsh Bereshìt Rabbà 96-97; Midràsh Tankhumà Vayekhì 8-9; Talmùd Berakhòt 20
(a pagina 677 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Gli Ultimi Giorni di Yossèf (Bereshìt 50,22-26)
Midràsh Bereshìt Rabbà 85-100,6; Midràsh Aggadà 50; Pirké Derabbì Eli’èzer 11-29; Talmùd Sotà 13; Talmùd Shabbàt 55
(a pagina 681 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

La Fine dei Tempi
(a pagina 752 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

VAYEKHI 5772: BERESHIT: PERCHE’ CONCLUDERE IN NEGATIVO?
Approfondendo il collegamento tra l’inizio della Genesi e la fine emerge il significato profondo e interiore del primo libro della Torà e il collegamento con Shemot.

VAYEKHI 5771 – EBRAISMO E FEMMINISMO SONO INCOMPATIBILI?
Nella benedizione di Yaakòv ai figli è celato un grande insegnamento per saper vivere l’esilio. Menashè e Efràyim: due modi per affrontare il nuovo mondo, con la nostalgia del passato o con la trasformazione del negativo in positivo.

VAYEKHI 5770 – SEME DELL’ETERNITA’
Il seme è l’elemento più speciale che l’uomo abbia, in quanto lo avvicina a D-o, essendo associato alla forza della creazione. Il seme è la parte più potente e più profonda: ne è l’essenza stessa dell’uomo. Pertanto non deve essere sprecato, e occorre saper riconoscerne il suo grande valore.

VAYEKHI 5769 – YAAKOV, IL PRIMO MALATO: UN BENE PER L’UMANITA’
L’importanza del tempo, il saperlo valorizzare. L’esempio degli Tzadikkim ci insegna come cercare di dare pieno compimento alle nostre vite. Il merito di essere seppelliti, quando si fa del bene ad un morto si fa un vero e profondo atto di bontà. Davanti ad una persona morta, è possibile vedere la realtà con maggiore veridicità, dare maggior valore alla vita, superando gli schermi di falsità e materialità che ci costruiamo nella vita quotidiana.

VAYEKHI 5768 – IL VALORE DI ESSERE SEPPELLITO IN TERRA SANTA
La missione di ogni persona nel mondo è legata al posto in cui è possibile fare qualcosa, poter apportare un miglioramento. Ognuno di noi che vive in un posto impuro ha il dovere di trasformarlo in un luogo di santità, tramite l’esempio di Yaakòv. La morte non deve spaventare. La Torà ci insegna come la nostra vita in questo mondo sia solo un passaggio, che deve insegnarci come poter valorizzare il posto impuro in cui viviamo, sapendolo trasformare in un luogo di santità.

VAYEKHI 5767 – LA FORZA SPIRITUALE DI YAAKOV
Yaakòv fa giurare a suo figlio Yossèf di essere seppellito in Israele. Il giuramento, non costituisce un atto di sfiducia, quanto un modo per rafforzare, con assoluta certezza, l’azione richiesta al figlio. La sua volontà di non restare legato all’Egitto, ma di riconoscere la propria funzione spirituale di essere al di sopra dell’esilio, per poter salvare i figli, riscattandoli dall’esilio. Viene analizzata la differenza spirituale di Yaakòv e Yossèf, in relazione all’esilio. Ogni anima, in funzione della propria specifica natura, ha un diverso livello spirituale di servizio verso D-o.

VAYEKHI 5766 – IL PRIMO PASSO PER LA SCHIAVITU’ IN EGITTO
Il disegno divino costruito per Yaakòv inizia con il dolore del distacco da Yossèf, in apparenza opposto alle richieste di Yaakòv di vivere serenamente, ma si rivela in seguito necessario per portare a compimento la sua missione di elevare l’Egitto e poter vivere felicemente gli ultimi sui 17 anni di vita. A sua volta la morte di Yaakòv rappresenta la prima tappa per la successiva schiavitù, in uno schema divino che prevede sin dall’inizio il riscatto del popolo ebraico. Quando si è in esilio dobbiamo stare uniti alle nostre origini e trovare la forza per elevare la materia impura che ci circonda.

Pubblicato in Parashot, Vayekhi | 1 commento

VAYIGGASH 5780: 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 4 Gennaio 2020, 7 del mese di Tevèt 5780 leggeremo la Parashà di Vayiggàsh Gen. 44, 18-47, 27.

Si legge l’Haftarà di Yekhezeqèl 37,15-28

nuova lezione corta
SALUTE MENTALE = SALUTE FISICA

—–
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di Yaakov ben Shelomo

UNA LUCE DAL BUIO

Travestimento
C’erano due mendicanti seduti fianco a fianco in una strada di Città del Messico. Uno era vestito come un cristiano, con una grande croce bene in vista alle sue spalle; l’altro era un ebreo chassidico con un cappotto nero e una lunga barba. Le persone, passando accanto ai due mendicanti, prima guardavano entrambi, ma poi, quasi tutti, mettevano i soldi nel cappello di quello seduto vicino alla croce. Dopo ore di questo schema ripetitivo, un prete si avvicinò al mendicante ebreo chassidico e gli consigliò bonariamente: “Ma non capisci? Questo è un paese cattolico. Le persone non ti daranno mai dei soldi se ti siedi lì come un vero ebreo. Specialmente quando sei seduto vicino a un mendicante che è accanto ad una croce. Anzi, probabilmente, gli danno i soldi solo per farti dispetto”.
Il mendicante chassidico, dopo aver ascoltato il prete, si rivolse al mendicante vestito da cristiano e gli disse: “Moshè… vedi è incredibile… questo prete cerca di insegnarci come condurre gli affari…!”.

Giuseppe si rivela ai fratelli
La storia di Giuseppe che si rivela ai suoi fratelli, dopo decenni di amara separazione, è senza dubbio una delle più drammatiche dell’intera Torà. Ventidue anni prima, quando Giuseppe aveva diciassette anni, i suoi fratelli lo disprezzavano a tal punto che, a causa della sua giovane età, lo rapirono, lo gettarono in una fossa e poi lo vendettero come schiavo a dei mercanti egiziani. In Egitto trascorse dodici anni in prigione, diventando alla fine il viceré del paese che all’epoca era la superpotenza mondiale. Ora, più di due decenni dopo, il momento era finalmente maturo per la riconciliazione.
“Giuseppe non poteva trattenere le sue emozioni”, riferisce la Torà nella porzione di questa settimana [Genesi 45, 1-7], tanto che fece uscire tutti i presenti dal suo cospetto. Una volta rimasto solo con i suoi fratelli si rivelò loro dicendogli, mentre piangeva a dirotto: “Per favore AVVICINATEVI… Io sono Giuseppe! Mio padre è ancora vivo?” I suoi fratelli erano così inorriditi da non poter rispondere… “SONO GIUSEPPE VOSTRO FRATELLO colui che AVETE VENDUTO all’EGITTO. E ora non rammaricatevi e non adiratevi per avermi venduto qui, poiché era per provvedere al vostro sostentamento che Dio mi ha mandato dinnanzi a voi… per farvi sopravvivere…”.

Uno Strano Incontro
Le emozioni non sono equazioni matematiche, esse sono la trama attraverso la quale viviamo la vita in tutta la sua maestosità e tragicità. Le emozioni scaturiscono da “regole” indipendenti e da un linguaggio particolare, distinti da quelli prestabiliti e strutturati della scienza. Per questo la particolare fraseologia utilizzata dalla Torà nel descrivere questo incontro, fortemente carico di emozioni, merita di essere analizzato meglio, poiché carico di insegnamenti e significati profondissimi, anche per la nostra vita quotidiana.

Come evidenziato da molti nostri Maestri, analizzando questo incontro quattro osservazioni sono “obbligatorie”:
1) Quando Giuseppe rivela la sua identità ai fratelli, dice: “Per favore AVVICINATEVI… Io sono Giuseppe!”. Nonostante siano soli con lui in una stanza, Giuseppe vuole che si avvicinino ancora di più. In questo momento ci aspettiamo che Giuseppe condivida con i suoi fratelli un segreto intimo. Ma questo, apparentemente, non accade.
2) Dopo che gli si avvicinano, Giuseppe disse: “SONO GIUSEPPE vostro fratello…”. Ma, perché? Appena un momento prima aveva già detto loro chi era…!
3) Oltretutto, la prima volta che Giuseppe si rivela non si definisce fratello; eppure quando si ripete di nuovo dice: “Sono Giuseppe VOSTRO FRATELLO…”. Perché questa omissione?
4) Infine, perché Giuseppe si sente in dovere di informarli che lo avevano venduto agli egiziani dicendo: “Colui che AVETE VENDUTO all’EGITTO”. Come se non fossero a conoscenza di ciò che avevano fatto al loro fratellino due decenni prima! Perché non poteva immediatamente iniziare la sua spiegazione sul perché non avevano bisogno di rimproverarsi per averlo venduto?

Il “Mistero” Di Giuseppe
Nella più lunga narrazione ininterrotta dell’intera Torà che va dalla Genesi cap. 37 a 50 non c’è dubbio che l’eroe, il protagonista indiscusso, sia Giuseppe. La storia inizia e finisce con lui. Lo vediamo da bambino, orfano di sua madre e amato da suo padre; da adolescente sognatore, in odio ai suoi fratelli; come schiavo, poi carcerato in Egitto; quindi come la seconda persona più potente, dopo il faraone, nel più grande impero del mondo antico. In ogni fase della Torà la narrazione ruota attorno a lui e al suo impatto sugli altri. Domina gli ultimi capitoli del libro della Genesi, gettando la sua ombra su tutti gli altri personaggi. In tutta la Torà non c’è nessuno che conosciamo intimamente come Giuseppe. La Torà sembra essere “infatuata” di Giuseppe, dei suoi viaggi e lotte più che con qualsiasi altra figura, forse anche più che con i due pilastri della fede ebraica, Abramo e Mosè. Quindi cosa nasconde la figura di Giuseppe? Cosa rappresenta in realtà?

L’anima non riconosciuta
La vita di Giuseppe incarna l’intero dramma e il paradosso dell’esistenza umana. Il Giuseppe esteriore non era uguale al Giuseppe interiore. Il suo comportamento esteriore non rese mai giustizia alla sua autentica grazia interiore: già da giovane, i suoi fratelli non potevano apprezzare la profondità e la nobiltà del suo personaggio. Il Midràsh e la Torà descrivono Giuseppe, all’età di diciassette anni, come un “ragazzino” immaturo, insinuando che dedicava gran parte del suo tempo a cose vane, come curare il proprio aspetto fisico. Giuseppe appariva alla maggior parte delle persone intorno a lui come un “ragazzino” viziato e vanitoso.

Successivamente, quando Giuseppe si elevò fino a diventare il viceré dell’Egitto, divenne la quintessenza di uno statista carismatico, un giovane leader affascinante e potentissimo che ha in mano tutto l’Egitto, un diplomatico e politico esperto con grandi ambizioni. Non era e non è facile rendersi conto che, in realtà, sotto queste “mutazioni” esteriori c’era un’anima intrisa di passione morale, uno spirito affine ai più alti principi della Torà. Per il “Giuseppe interiore” l’eredità monoteistica di Abramo, Isacco e Giacobbe rimase l’epicentro della sua vita; una sorta di cuore sopraffatto dall’amore verso Dio.
La singolare condizione di Giuseppe – che come detto sopra incarna il paradosso della condizione umana – è espressamente evidenziato in Genesi 42, 8: “Giuseppe riconobbe i suoi fratelli, ma loro non lo riconobbero”.
Il significato mistico di GIUSEPPE RICONOBBE I SUOI FRATELLI è: Giuseppe identificò facilmente la santità all’interno dei suoi fratelli. Dopo tutto, hanno vissuto la maggior parte della loro vita come pastori spirituali, dediti quasi esclusivamente alla preghiera, meditazione e allo studio.
MA LORO NON LO RICONOBBERO: eppure a questi stessi fratelli mancava la capacità di discernere la ricchezza morale impressa nella profondità del cuore di Giuseppe. Attenzione! Non solo mancavano di questa capacità di fronte al potentissimo Giuseppe, il Viceré dell’Egitto, ma più “colpevolmente”, anche di fronte al giovane Giuseppe, quando viveva con loro in Israele. Anche in quell’ambiente i fratelli lo vedevano come un estraneo e addirittura come un pericolo per l’integrità della famiglia di Giacobbe. Pertanto, non stupisce che quando incontrarono Giuseppe negli abiti di un leader egiziano non riuscirono a scorgere, oltre la maschera di un politico esperto e potentissimo, il cuore di un Tzaddik!

Fuoco Sotto La Cenere
Questa doppia identità caratterizzò tutta l’esistenza di Giuseppe, ed era molto difficile da scorgere e solamente quando la moglie del suo padrone tentò di sedurlo, questa doppia identità diventò palese in un modo molto potente.
Questa bellissima, ricchissima e potentissima donna pensò che sarebbe stato facilissimo sedurre un giovane schiavo abbandonato, inducendolo a sacrificare la sua integrità morale per amore del piacere fisico. Ma quando arrivò il momento, quando Giuseppe fu messo di fronte alla prova, egli mostrò un coraggio eroico che lo portò a sottrarsi alla “grinfie” della “nobildonna”. Come risultato di quel santo gesto eroico, Giuseppe finì in prigione per 12 anni!
Il Midràsh paragona Giuseppe ad una fresca sorgente d’acqua nascosta nella profondità della terra, eclissata da strati di detriti di sabbia e ghiaia. In una metafora opposta che indica lo stesso concetto, la Cabalà paragona Giuseppe a un fuoco nascosto nella cenere. All’esterno, la cenere sembra nera, scura e fredda, ma quando ti esponi alla sua vera essenza, senti il calore, il fuoco e la passione che brucia!

Dietro Il Sipario
E poi venne il momento in cui Giuseppe si toglie la maschera! Lo Zohar svela una scena penetrante di ciò che è emerso nel momento in cui Giuseppe si è svelato ai suoi fratelli.
Quando Giuseppe dichiarò, “Io sono Giuseppe”, dice lo Zohar, i fratelli osservarono la luce divina che si irradiava dal suo volto; hanno assistito al maestoso bagliore che emanava dal suo cuore. Le parole “Io sono Giuseppe” non era semplicemente una rivelazione di CHI fosse, bensì di COSA fosse! Per la prima volta, Giuseppe permise ai suoi fratelli di vedere cosa fosse veramente. “Io sono Giuseppe!” deve anche essere inteso nel senso di “Guardatemi, solo così scoprirete realmente chi è Giuseppe”.
Quando Giuseppe gridò “Io sono Giuseppe”, dice il Midràsh, “il suo volto si infiammò come una fornace ardente”. La fiamma che bruciava nascosta per trentanove anni nella cenere, emerse in tutto il suo splendore abbagliante. Per la prima volta in tutta la loro vita, i fratelli di Giuseppe videro Giuseppe così come era realmente; entrarono in contatto con la più grande santità del mondo che emergeva dal volto di un viceré egiziano.

Perdita
“I suoi fratelli erano così inorriditi da non poter rispondere”, riferisce la Torà. Ciò che turbava i fratelli non era tanto un senso di paura o di colpa personale. Ciò che li terrorizzava, più di ogni altra cosa, era il senso di perdita che provavano per se stessi e per il mondo intero a seguito della vendita del fratello in Egitto.
“Se dopo aver trascorso 22 anni in una società moralmente depravata”, pensavano tra loro, “un anno come schiavo, dodici anni come prigioniero, nove anni come politico – Giuseppe conservava ancora tanta santità e passione così profonde, quanto più santo avrebbe potuto essere se avesse trascorso questi 22 anni nel seno del suo santo padre Giacobbe?!”.
“Che perdita per la storia dell’umanità hanno portato le nostre azioni!”, si tormentarono i fratelli. Il mettere a confronto l’attuale condizione di Giuseppe con quello che avrebbe potuto essere il suo potenziale, lasciò nei fratelli delle sentimenti di colpa enormi e di una perdita inconsolabile per ciò che percepivano come un’occasione mancata di proporzioni storiche.

Un Grossolano Errore
In quel preciso momento, quando i fratelli erano presi dai sensi di colpa per il “loro presunto errore”, Giuseppe gli disse: “Per favore, venite vicino a me”. Giuseppe voleva che si avvicinassero ancora di più e guardassero più profondamente nella luce divina che fuoriusciva dal suo volto.
Quando i fratelli si avvicinarono a lui, riferisce la Torà, Giuseppe gli disse: “Sono Giuseppe vostro fratello – sono io che avete venduto in Egitto”. Giuseppe non stava semplicemente ripetendo ciò che aveva detto loro in precedenza (“Io sono Giuseppe”), né li stava informando di un fatto di cui erano ben consapevoli (“Sono io che avete venduto in Egitto”), piuttosto Giuseppe stava rispondendo al loro senso di perdita irrevocabile.
Le parole “Sono Giuseppe vostro fratello – sono io che avete venduto in Egitto” nell’originale ebraico possono anche essere tradotte come: “Io sono Giuseppe vostro fratello – PROPRIO PERCHÉ mi avete venduto in Egitto!”. Ciò che Giuseppe stava affermando era il potente e movimentato messaggio secondo cui: “l’unica ragione per cui ho raggiunto altezze spirituali così enormi è perché ho trascorso gli ultimi 22 anni in Egitto (il paese più impuro al mondo) e non nel sacro ed idilliaco ambiente di Giacobbe!”.

Il Grande Catalizzatore
Il fantastico bagliore che emanava dalla sua presenza suggerì che Giuseppe non era lì NONOSTANTE i suoi due decenni trascorsi nella società egiziana, molto lontana dal paradiso celeste di suo padre. Al contrario, proprio le incredibili prove, tribolazioni e avversità che ha affrontato nella “giungla spirituale” egiziana sono esattamente ciò che ha scatenato il bagliore che i fratelli stavano attualmente vivendo.
Se Giuseppe avesse trascorso i due decenni in viaggio con suo padre, lungo la facile strada spirituale della Torà, avrebbe sicuramente raggiunto grandi altezze spirituali, intellettuali ed emotive. Ma QUESTA luce poteva emergere SOLO dalla profondità dell’oscurità, dalla fossa della promiscuità egiziana. Ecco perché Giuseppe chiede ai suoi fratelli di avvicinarsi a lui, in modo che potessero vedere e apprezzare da vicino la sua luce unica che poteva emergere solo grazie a un’esperienza, dolorosa, quanto unica.
Questo è anche il motivo per cui Giuseppe menziona, per la seconda volta, l’elemento della fratellanza non solo a livello biologico. Perché Giuseppe stava provando non solo a dire loro chi era, ma a condividere la realtà della loro parentela, il fatto che lui, come loro, era profondamente connesso alle sue radici spirituali ebraiche.

Se Solo…
Proprio come i fratelli, anche molti di noi vivono la nostra vita pensando “Se solo…”: se solo le mie circostanze sarebbero state diverse; se solo fossi nato in un diverso tipo di famiglia; se solo avessi una personalità migliore… L’eterna lezione di Giuseppe è che il viaggio individuale della nostra vita, in tutti i suoi alti e bassi, è ciò che alla fine ci permetterà di scoprire il nostro posto unico in questo mondo secondo la volontà di Hashèm.
Prove, successi, gioie, tribolazioni. Tutto serve a farci scoprire la santità che c’è in ognuno di noi, far brillare le nostre anime, per illuminare il mondo e agevolare la venuta di Mashìakh presto ai nostri giorni, Amen.

(Questo saggio si basa su scritti chassidici: vedi Sefat Emet Vayiggàsh. Likuté Sikhòt vol. 25 pagg. 255-257, edito da Y. Y. Jacobson)

—–
VAYIGGASH:
COME VINCERE LA TRISTEZZA

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

VAYIGGASH 5771 – COME VINCERE LA TRISTEZZA

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per il video:

Per ascoltare le altre 5 lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2018/12/14/vayiggash-5773-5-lezioni/

—–

Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni è doveroso dedicare parte della decima a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
Aiutando Virtual Yeshiva si diventa soci nella diffusione della parola di Hashèm ed è un segno di riconoscenza per chi insegna e così potremo diffondere insieme molti più valori di vita e insegnamenti.

Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:

Voglio aiutare!

____________________________________________________________________________________

Chi porta vita alle persone come ha fatto Sèrakh a suo nonno, merita lunga vita.
Quando si da qualcosa non è una perdita ma un guadagno enorme, perché si riceve indietro sempre di più di ciò che si ha dato.
NESSUNO HA VISSUTO TANTO A LUNGO COME Sèrakh perché dare gioia di vita alle persone è la cosa più bella e più importante come dice il trattato di (Taanìt 22a):
quali sono le persone meritevoli hanno chiesto al profeta Eliahu? Sono quei due pagliacci che girano nel mercato e se vedono qualcuno giù di morale, fanno di tutto per alzarglielo, con qualche barzelletta o altro.

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

una nuova e breve lezione di VITA di ieri!
SALUTE MENTALE = SALUTE FISICA
Lezione superlativa da non perdere!
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
VAYIGASH
Al seguente link troverai la lezione della Parashà di questa settimana in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/01/01/vayiggash-5769-piangere-o-non-piangere/
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
www.virtualyeshiva.it/files/09_01_01_asarabetevet5769_vayigash_yosef_kibudavaem.mp3

PIANGERE O NON PIANGERE?

——-

Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perche’ vogliamo che la Tora sia accessibile a tutti. Aiutando Virtual Yeshiva potrete diventare soci nella diffusione della Tora. Sul seguente link puoi trovare come mandare una donazione
http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/

La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2016/12/31/vayiggash-5773-5-lezioni/

YOSEF È ANCORA VIVO…
(continua da sopra)
Chi fu il primo messaggero a portare la bella notizia a Yaacov?
Il Midrash ci racconta di Sèrakh, figlia di Asher.
I fratelli scelsero lei perché avevano bisogno di un abile messaggero per dare la notizia a Yaacov. Anche se sarebbe stato meraviglioso per il padre sapere che il figlio amato era ancora vivo, lo shock improvviso, per questa notizia inaspettata, poteva danneggiare la salute di Yaacov. Ricordiamoci che il grande patriarca era anziano, aveva 130 anni e Yosef era scomparso da ben 22 anni!
I fratelli scelsero Sèrakh proprio perché era una ragazza intelligente e sapeva suonare molto bene l’arpa. Sèrakh cominciò a suonare della musica per suo nonno e mormorò dolcemente le parole: «Mio zio Yosef è ancora vivo. Egli è governatore su tutto l’Egitto». Continuò a ripetere la stessa frase diverse volte, finché suo nonno iniziò a sorridere.
«Ciò che stai cantando è molto bello, Sèrakh» disse Yaacov. «C’è aria di belle notizie. Possa tu essere benedetta con una lunga vita per avermi tirato su il morale con notizie piene di speranza».
Tuttavia Yaacov non credette realmente a sua nipote, finché i fratelli non gli confermarono la notizia e finché non vide i carri che suo figlio Yosef aveva mandato.
C’è anche un’altra opinione diversa secondo la quale fu Naftali il primo a raccontare a Yaacov che Yosef era ancora vivo. Naftali era un rapido corridore: egli compiva sempre le commissioni per i suoi fratelli e per suo padre. Perciò i fratelli lo mandarono avanti per fare in modo che Yaacov sapesse della notizia il più presto possibile.
Comunque tutti i fratelli si riunirono prima, per annullare il giuramento secondo il quale non avrebbero mai detto a nessuno che Yosef era ancora vivo…
—– —–
Una dimora per Hashem
Nella parashà di Vayigàsh è scritto: “E cadde (Yosef) sul collo di suo fratello Binyamin e pianse, e Binyamin pianse sul suo collo”.
Perché piansero i due fratelli?
Ognuno pianse per la distruzione del Bet Hamikdàsh che si trova nel territorio del fratello. Yosef pianse per i due Bet Hamikdàsh, che saranno costruiti a Yerushalaim, nel territorio di Binyamin, e che saranno poi distrutti. Binyamin pianse per la distruzione del Mishkan Shilò, città nel territorio di Yosef.
Sia il Mishkan  di Yerushalaim, sia quello di Shilò erano Santuari pubblici. Simili a essi ci sono dei Santuari privati: che simboleggia quello che si trova nel cuore di ogni ebreo e che può, Dio non voglia, distruggersi  anch’esso.
Il Bet Hamikdàsh è il luogo dove dimora la Shechinà di Hashem. L’ebreo che adempie alle mitzvòt e che segue la strada della Torà attira su di sé la Shechinà di Hashem e in questo modo COSTRUISCE un “SANTUARIO PRIVATO” DENTRO il suo CUORE. Invece, un ebreo che non segue la strada della Torà e non adempie alle mitzvòt non permette alla Shechinà di dimorare in lui, quindi in questo modo manda in rovina il suo Bet Hamikdàsh privato.
La distruzione di un  Bet Hamikdàsh, “pubblico o privato” che sia, è una vicenda tristissima. Per questo Yosef, quando vide profeticamente che nel territorio di Binyamin saranno distrutti i due Santuari scoppiò in lacrime; proprio come Binyamin, quando vide che verrà distrutto il Mishkan, nel territorio di Yosef.
Quando vediamo il Santuario privato di un amico distruggersi, a causa dei suoi peccati, ciò è così triste che ci fa piangere. Piangiamo, perché condividiamo col nostro amico la sua tristezza, per la distruzione del suo Santuario privato.
È interessante notare che Yosef pianse per i Santuari che saranno distrutti nel territorio di Binyamin e non pianse per il Mishkan, che sarà distrutto nel suo territorio! Binyamin pianse per la distruzione del Mishkan nel territorio di Yosef, ma non pianse per i Santuari che saranno distrutti nel suo territorio! Perché nessuno dei due pianse per la distruzione del Santuario nel proprio territorio? Perché piansero l’uno per l’altro?
Una persona piange, vedendo il compagno peccare e distruggere la sua dimora per Hashem, mentre non piange quando lui stesso pecca e distrugge in lui il suo Santuario privato. Il pianto infatti non ha il potere di ricostruire di nuovo il Santuario! Invece di piangere si dovrebbe cominciare a ricostruire il Bet Hamikdàsh, per mezzo delle mitzvòt e delle buone azioni.
Ma quando vediamo la distruzione del Bet Hamikdàsh nel prossimo, piangiamo perché condividiamo con lui la tristezza per la distruzione del suo Santuario. Noi purtroppo non possiamo ricostruirlo sul momento, questo dipende solo da lui, cioè da ognuno di noi. Possiamo dare algli altri dei buoni consigli, ma la parte più importante del lavoro dipende da noi, dal nostro lavoro interiore. È solo grazie alla nostra forza di volontà che possiamo aggiustare le nostre azioni e ricostruire il nostro “piccolo/grande” Santuario interiore. Allora ci è permesso piangere per questo…
Iniziamo a costruire il nostro Santuario personale, facendo mitzvòt e opere buone, e certamente meriteremo di vedere il terzo Bet Hamikdàsh costruito in eterno. Amen.

La Parashà di Vayiggàsh tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Yehudà illustra a Yossèf la situazione del padre, per convincerlo di non farlo tornare a casa senza Binyamìm. Garante della vita di Binyamìm presso il padre, si offre a Yossèf come schiavo al posto del fratello.
Commosso dalle parole del fratello, Yossèf fà uscire tutti i presenti dalla stanza e si fà riconoscere dai fratelli. Egli chiede loro di non addolorarsi per ciò che gli avevano fatto, essendo stati semplicemente il mezzo per il compimento del proggetto divino. Yossèf chiede che il padre sia condotto in Egitto.
Il faraone invita la famiglia di Yossèf a trasferirsi in Egitto. Giunti a casa, raccontano l’accaduto al padre che, commosso, decide di partire per rivedere il figlio.
Durante il viaggio, Ya’akòv si ferma a Beèr Shèva, dove offre sacrifici a HaShèm. Visione notturna di Ya’akòv. HaShèm lo rassicura, promettendogli, la Sua protezione in Egitto. Inoltre Yossèf si prenderà cura di lui. Nomi dei figli di Ya’akòv e dei loro figli. Con i figli di Yossèf, i componenti della famiglia di Israèl in Egitto sono settanta.
Yossèf si reca personalmente a incontrare il padre in una scena commovente. Yossèf suggerisce alla famiglia di dire al faraone di essere pastori, per ottenere il permesso di stabilirsi nella regione di Gòshen.
Yossèf conduce cinque dei suoi fratelli al cospetto del faraone, i quali agffermano di essere pastori ed egli permette che si stabiliscano nel paese di Gòshen. Breve colloquio fra Ya’akòv e il faraone: Ya’akòv benedice Parò.
La carestia si aggrava e Yossèf raccoglie tutti gli averi del popolo, in denaro e bestiame, dando in cambio cibo a chi lo richiede. L’anno seguente Yossèf acquista per il faraone tutti i terreni d’Egitto, tranne quelli dei sacerdoti. Quindi ordina al popolo di seminare e sancisce una legge secondo la quale tutti dovranno dare al faraone un quinto del raccolto. Gli ebrei invece vivono a Gòshen dove acquisiscono grandi proprietà e si moltiplicano.

MIDRASHIM

Il Canto di Sérakh (Bereshìt 45,25-26)
Midràsh Bereshìt Rabbà 94; Sèfer Hayashàr
(a pagina 675 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Ya’akòv Parte per l’Egitto (Bereshìt 46,1-7)
Midràsh Bereshìt Rabbà 94; Sèfer Hayashàr
(a pagina 677 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

L’Eredità di Yossèf
(a pagina 749 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

VAYIGGASH 5771: COME VINCERE LA TRISTEZZA
Il comportamento di Yossèf verso i fratelli, la sua capacità di perdonare e far vincere l’amore sopra al rancore, diventa insegnamento per affrontare i momenti difficili, i problemi che incontriamo. La grande sensibilità che Yossèf dimostra verso il padre, la sua capacità di cogliere gli stati psicologici degli altri, ci guidano nel giusto comportamento, nel saper trovare l’equilibrio vincente nella vita! Non sono gli eventi a darci tristezza nella vita, ma il modo in cui noi li interpretiamo!

VAYIGGASH 5770: COME YOSSEF HA SISTEMATO LA SUA FAMIGLIA DISTRUTTA!
L’ìncontro e la pace riottenuta tra Yossèf e i suoi fratelli. La storia di Yossèf, nella rivelazione con i fratelli, presenta significati profondi sul percorso del pentimento, e grandi valori, molto attuali oggi, per “recuperare” l’unione della propria famiglia.

VAYIGGASH 5769: PIANGERE O NON PIANGERE?
L’esilio di Yossèf ci insegna l’importanza di utilizzare la condizione di esilio stessa come un utile stimolo per migliorare per cambiare per agire in modo propositivo. Come riconoscere in una condizione negativa gli aspetti positivi, individuando che tutto viene dall’Altissimo ad uno scopo.

VAYIGGASH 5768: DIASPORA NON E’ IL POSTO IDEALE PER VIVERE
L’esempio di Ya’akòv, felice di incontrare il figlio, ma addolorato per dover lasciare la propria terra. Anche se si hanno tutte le buone ragioni per andare in diaspora, comunque non deve essere una giustificazione e bisogna comunque essere addolorati di lasciare la propria terra. Si scopre qual è lo strumento per annullare l’esilio.

VAYIGGASH 5767: IL DOLORE DI LASCIARE ISRAELE
Ciascuno di noi si trova in un esilio spirituale e materiale. In ebraico, la parola “Egitto” significa anche “confine”, ma di fronte agli ostacoli, dobbiamo reagire sapendo che sono stati messi per renderci più forti. La storia di Yossèf e di suo padre Yaakòv ci porta grandi e profondi insegnamenti per riuscire a resistere nell’esilio.

Pubblicato in Parashot, Vayiggash | Lascia un commento

MIKKETZ e HANUCCÀ 5780: 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 28 Dicembre 2019, 30 del mese di Kislev 5780 leggeremo la Parashà di Mikkètz,  Rosh Chòdesh e Chanukkà

PARASHÀ
1° Sefer Gen 41: 1-44: 17
2° Sefer Num 28: 9-15
3° Sefer Num 7: 42-47

HAFTARÀ
Zacc. 2, 14-4, 7

LA TROTTOLA DI MASHIAKH

Sevivòn è un oggetto ludico tipico della festa di Khanukkà. Si tratta di una sorta di trottola a quattro facce: su ciascuna delle facce è impressa una lettera dell’alfabeto ebraico: Nun ;נ Ghimmel ג; Hey ה; Shin ש che, nella diaspora, ossia fuori da Israele, formano l’acronimo della frase “Nes Gadol Hayà Sham”: “Un grande miracolo accadde là” (נס גדול היה שם).

Da questo già si comprende come il Sevivòn sia un oggetto di grande importanza simbolica, intimamente legato al miracolo di Khanukkà e alla lotta del popolo d’Israele contro l’impero ellenistico e soprattutto contro l’ideologia greca, allora dominante nel mondo occidentale. Tuttavia, questa trottola, oltre al significato immediato, nasconde un profondo insegnamento valido anche oggi, per ogni singola persona e per tutta l’umanità.
Quindi, per comprendere meglio il significato SOD/SEGRETO di questa “trottola” dobbiamo far ricorso alla ghematria: tecnica che attraverso l’equivalenza numerica tra due o più parole o frasi, permette di comprendere anche i significati nascosti che le legano assieme.
La somma delle quattro lettere, incise nello Sevivòn, è di 358: NUN 50 + GHIMMEL 3 + HEY 5 + SHIN 300. Il numero 358 ha profondi significati, infatti è lo stesso della parola nakhàsh/serpente formata dalle lettere ebraiche Nun 50, Khet 8 e Shin 300.

Quale animale può rappresentare meglio la lotta tra il bene e il male se non l’”onnipresente” serpente che in qualche modo, fin dai tempi di Adamo ed Eva, tormenta l’umanità? Inoltre esso simboleggia proprio la situazione in cui il popolo ebraico si trovava ai tempi della dominazione greca.

“Quando i re greci regnavano in Siria, al crudele re Antiochus venne in mente di far abbandonare agli Ebrei la loro religione, la Torà e le Miztvòt. Alcuni Ebrei ebbero paura di disobbedire, non volevano morire, altri cercarono addirittura di ingraziarsi il re per ottenere regali e favori. Ma c’erano tanti Ebrei per i quali le ricchezze e il potere non avevano importanza, se il loro prezzo era abbandonare la Torà ed il loro modo di vivere che tramandavano dal tempo di Moshè.
Durante l’occupazione di Israele da parte dei greci, questi entrarono nel Tempio e contaminarono tutti gli olii che servivano per accendere la Menorà. Questa contaminazione fu voluta e sistematica, poiché i greci non erano contrari all’accensione della Menorà, ma la sua luce doveva provenire da un olio che avesse il tocco greco, il tocco di un pagano. I greci non avversavano i valori morali ed etici che la Torà racchiude, ma si opponevano all’osservanza dei precetti divini che distinguono il modo di vivere degli ebrei. La Menorà, accesa con olio puro e consacrato, è il simbolo palese del perpetuarsi del modo di vita ebraico e i greci erano decisi a cambiare tutto questo”.

Come è evidente la storia Il SERPENTE/MALE/NAKHASH e la dominazione greca hanno molti punti in comune. Tuttavia è solo questo l’insegnamento del Sevivòn? L’ebraismo non ci insegna forse che tutto viene da Hashèm e che le cose non possono essere così “semplici e lineari”? Quindi andiamo a “svelare” il secondo e fondamentale messaggio della “trottola di Khanukkà”.
La ghematria delle 4 lettere del Sevivòn e della parola Nakhàsh/Serpente, equivale ad un’altra parola dal significato opposto: MASHÌAKH che vale sempre 358.
Qui le cose si complicano… no? Come è possibile che il REDENTORE dell’umanità, Mashiàkh possa in qualche modo essere paragonato al simbolo del male, il serpente? Il proseguimento della storia di Khanukkà ci può essere di aiuto:

“La situazione peggiorava sempre più e ormai erano pochi gli Ebrei rimasti, la maggior parte erano fuggiti o erano stati uccisi. Un giorno, nel villaggio di Modiìn dove vivevano Matityahu, il sommo Sacerdote, con i suoi cinque figli, arrivarono i soldati del re che eressero un altare nella piazza del paese ed ordinarono alla gente di sacrificare degli idoli.
Furioso, Matityahu attaccò i soldati, li mise in fuga e proclamò l’inizio della rivolta. Sotto la guida dei Khashmonaim (Asmonei, nome della famiglia di Matityahu) si formò un piccolo ma coraggioso esercito di valorosi Ebrei decisi a difendere l’onore di Hashèm.
E Hashèm fece loro dei grandi miracoli: i pochi conquistarono i molti, i deboli sconfissero i forti, poiché essi erano forti nello spirito e combattevano per Hashèm e la Torà. Quando finalmente l’usurpatore fu cacciato, Gerusalemme fu riconquistata e il Santuario – Bet Hamikdàsh fu ripulito e risantificato. Khanukkà infatti significa inaugurazione.
Una volta liberato il Tempio, gli Asmonei insistettero nella ricerca di olio puro, che recasse intatto il sigillo del Sommo Sacerdote e furono premiati quando trovarono un’ampolla ancora incontaminata. Purtroppo l’olio che conteneva bastava a tenere accesi i lumi un giorno soltanto.
Ed ecco che avvenne il miracolo: l’olio durò gli altri sette giorni necessari per andare alla terra di Ashèr, preparare l’olio nuovo e portarlo fino a Gerusalemme”.

Quindi adesso tutto è più chiaro. No? Il Sevivòn simboleggia la rettificazione del “male”! Solo grazie a questa opera potrà avvenire la redenzione dell’umanità attraverso l’arrivo di Mashìakh. Tuttavia è importante capire di quale tipo di rettificazione si parla nella storia di Khanukkà. I greci in fondo non erano ostili all’ebraismo. O meglio ancora, non erano ostili alla cultura ebraica, alle sue conoscenze e ai suoi riti. I greci non avrebbero avuto problemi a vedere accesa la Menorà del Tempio con dell’olio, poiché non chiedevano al popolo ebraico di rinunciare allo studio della Torà e dei suoi riti e regole. Quello che i greci volevano distruggere era l’idea che Hashèm domina la materia. Ossia che i precetti di Hashèm prescindono dalla logica razionale della cultura greca. Per i greci l’olio era olio! Non capivano il fatto che servisse il sigillo del Cohen Gadol, Gran Sacerdote per rendere una boccetta d’olio, idonea e pura per l’accensione dei lumi della Menorà.

La verità dell’irrazionale

Quindi è questo il vero significato della storia dei lumi di Khanukkà. Il vittorioso popolo ebraico volle stabilire in maniera esemplare come i precetti di Hashèm, TUTTI, anche quelli più irrazionali secondo i parametri della logica umana, sono veri. Per questo accesero i lumi solo con l’unica boccetta d’olio pura rimasta dotata del sigillo. Incuranti del fatto che “razionalmente” poteva durare solo un giorno, mentre per fare del nuovo olio puro ne sarebbero serviti almeno otto!
Questo fu il grande miracolo di Khanukkà: la dimostrazione che Hashèm è onnipotente nei cieli e nella terra e che Lui domina e, allo stesso tempo, trascende qualsiasi logica materiale umana e terrena di questo mondo. Grazie alla loro fede il popolo ebraico venne premiato con questo evidente miracolo. Un miracolo che era allora, come adesso, una lezione esemplare di chi governa il mondo e di chi regna veramente su di esso.

Khanukkà un assaggio dell’era messianica
E il miracolo di Khanukkà dove la luce illumina il buio dell’esilio, del serpente, della razionalità e materialità greca, rappresenta un assaggio dell’era messianica, la quale presto arriverà nei nostri giorni. Questo concetto lo ritroviamo proprio nelle 4 lettere dello Sevivòn, “la trottola” di Khanukkà. Un altro acronimo formato con queste quattro lettere è la parola Gòshna (גשנה) che troviamo in Genesi 46, 28 proprio nella parashà subito dopo Khanukkà: “Mandò Giuda davanti a lui (Giacobbe) da Giuseppe, verso GOSHNA…”. Questo episodio si riferisce alla terra che è stata abitata dal popolo ebraico durante l’esilio egiziano. Nella Torà essa è definita come “la migliore terra d’Egitto”, la più fertile e ricca. Per Israèl ricchezza vuole dire anche abbondanza di spiritualità, ovvero nella terra impura dell’Egitto, troviamo una oasi di spiritualità che è la terra di Goshen. Non a caso fu proprio QUELLA TERRA donata a Sarà quando fu rapita dal faraone come compenso del disagio a lei causato, sicuro perché è una terra più compatibile con i valori spirituali e monoteistici di cui Sarà è pioniera.
Non a caso in questo contesto viene chiamata questa terra GOSHNA e non Goshen come di solito, come dice il Bal Itùrim per enfatizzare che il luogo dove si accende la luce nel buio dell’esilio è rappresentato dalle lettere GOSHNA che sono la dimensione dell’era messianica 358, quando culminerà la trasformazione del buio in luce.

Ma non solo! Questo versetto parla di come Giuda fu incaricato di stabilire in questa terra una Yeshivà, una scuola per lo studio della Torà. Questo per permettere ai figli di Israèl, anche durante l’esilio di non perdere il proprio legame con Hashèm che viene alimentato solo con lo studio della Torà. Ovvero di non perdersi e assimilarsi anche durante la tremenda schiavitù egiziana, mantenendo acceso “il lume” la luce della Torà.

Questo messaggio è oltremodo attuale. Anche noi ora nel nostro esilio dobbiamo sapere che la Torà e le mitzvòt sono la luce che ci consentirà di illuminare il buio dell’esilio, senza assimilarci, e permettere la rivelazione della redenzione messianica. Proprio come durante la dominazione Greca, nonostante il duro esilio e l’oppressione la luce della Menorà contribuisce, fino ai nostri giorni a indicarci la via su come possiamo e dobbiamo rettificare il Serpente anche durante il buio dell’esilio.

358 Arrivare All’assoluta Rettificazione
Questo è il profondo legame tra NAKHASH e MASHÌAKH, la rettificazione assoluta. Hashèm, ovviamente è il Re del mondo, che lo sappiamo o meno, Egli ricrea tutta l’esistenza in ogni secondo, Egli ha creato questo mondo dal nulla e lo ricrea in ogni istante. Senza la sua volontà di ricreare l’esistenza tutto “sparirebbe” per sempre, come se nulla fosse mai esistito. Tuttavia per noi essere umani questa presenza, il Suo regnare, non è evidente. O perlomeno dobbiamo sforzarci di percepire il suo Regno in molti frangenti delle nostre vite. Non lavorare di Shabbàt, ad esempio, nella convinzione che Dio, comunque, non farà mancare nulla a noi alla nostra famiglia. E oltretutto nella consapevolezza che così facendo rettifichiamo l’intero universo e agevoliamo l’arrivo dell’era Messianica per il bene nostro e di tutta l’umanità. Vi è qualcosa di più irrazionale? Proprio come sperare che una boccetta d’olio possa durare otto giorni invece che uno solo perché realizzando la volontà di Hashèm, siamo sicuri di un suo pronto e miracoloso aiuto.
Quanto sopra e il “segreto di Khanukkà” lo ritroviamo nella preghiera mattutina del rito ebraico. Quando durante la preghiera di Shakhrìt si recita: “Hashèm Mèlekh, Hashèm Malàkh, Hashèm yimlòkh”, ossia “Hashèm Regna, Hashèm ha regnato, Hashèm Regnerà”.
E non a caso il valore numerico di questa frase è proprio di 358 (יהוה מלך יהוה מלך. יהוה ימלך) come Serpente e Mashìakh. Questo brano della preghiera ci dice che quando arriverà Mashìakh, il Serpente verrà rettificato in maniera permanente attraverso la rivelazione che Hashèm non solo “Regna e ha regnato”, ma che Regnerà per sempre d’ora in poi.

Questo concetto lo vediamo alluso nella struttura stessa preghiera “Hashèm Regna, Hashèm ha regnato, Hashèm Regnerà”. I primi due brani “Hashèm Regna … ha regnato” sono tratti dai Salmi di David (10 e 50), mentre l’ultimo brano “Hashèm Regnerà per sempre” è tratto da Esodo dalla “Cantica del mare”, dopo che il Mar Rosso si è diviso momento in cui anche i bambini si sono elevati a profeti e hanno visto il Divino con i loro occhi materiali, proprio come nell’era messianica che l’occhio materiale vedrà l’infinito. Allora la materia rifletterà la sua divina che è in essa, perché sarà completamente rettificato il mondo, e il buio illuminerà più della luce stessa: la luce che viene dalla trasformazione del buio è molto più forte della luce stessa.
L’apertura del Mar Rosso simboleggia l’inizio di questo processo che terminerà con l’arrivo di Mashìakh e il rivelarsi della sovranità di Hashèm come Re Eterno.

Khanukkà è un assaggio dell’era messianica, dove il buio ellenistico ha rivelato una luce infinita di miracolo come nell’era messianica.
Ogni volta che accendiamo i lumi di Khanukkà noi riportiamo nel mondo e nelle nostre case questa luce di trasformazione del buio in luce, e in particolare quando facciamo girare il Sevivòn vicino alle candele con le 4 lettere che manifestano la dimensione imminente messianica 358, che si rivelerà presto nei nostri giorni, amen.

—–
MIKETZ:
SOGNI: DUE FACCE OPPOSTE DELLA STESSA MONETA

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

MIKKETZ 5771 – SOGNI: DUE FACCE OPPOSTE DELLA STESSA MONETA

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per il video:


Per ascoltare le altre 6 lezioni su Khanukkà cliccare al seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/category/festivita/khanukka-festivita/

Per ascoltare le altre 6 lezioni sulla parashà:

MIKKETZ e HANUCCÀ 5780: 5 LEZIONI


—–

Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni è doveroso dedicare parte della decima a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
Aiutando Virtual Yeshiva si diventa soci nella diffusione della parola di Hashèm ed è un segno di riconoscenza per chi insegna e così potremo diffondere insieme molti più valori di vita e insegnamenti.

Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:

Voglio aiutare!

——————————————————————

La Parashà di Mikkètz tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Due anni dopo che il capo del coppiere viene liberato dalla prigione, il faraone fa due sogni, di cui nessuno riesce a interpretare il messaggio.
Il coppiere si ricorda di Yossèf che, chiamato dalla prigione, riesce ad interpretare i sogni del faraone. Secondo Yossèf, sette anni di abbondanza saranno seguiti da sette anni di carestia che consumeranno la ricchezza dei primi. Yossèf, dunque, consiglia di nominare nel paese dei responsabili che conservino il raccolto degli anni abbondanti. Yossèf all’età di trent’anni viene nominato viceré dal faraone. Matrimonio tra Yossèf e Ossenàt; nascono due figli: Menashè ed Efràim. Gli anni d’abbondanza portano benessere e Yossèf immagazzina quantità innumerevoli di grano, ma gli anni di carestia sono molto duri; giungono persone da tutto il mondo in Egitto per acquistare il cibo delle riserve.
Ya’akòv manda i figli in Egitto a comprare il grano, tenendo a casa solo Binjamìn. Yossèf li riconosce, ma essi no; parla loro con durezza accusandoli di essere delle spie. Per ottenere il permesso di tornare in patria devono garantire di portare con sé il fratello minore nel successivo viaggio. I fratelli ricordano la vendita di Yossèf e se ne pentono. Yossèf lascia andare tutti tranne Shim’òn, dando loro cibo e rimettendo nei loro sacchi il denaro portato per acquistare il grano.
La carestia costringe i fratelli di Yossèf a tornare in Egitto. Solo dopo una lunga discussione con i figli e con la garanzia di Yehudà, Ya’akòv acconsente a lasciar partire Binjamìn. I fratelli si presentano a Yossèf per restituirgli il denaro ritrovato nei loro sacchi. Yossèf lo rifiuta, dicendo che si tratta di un dono di HaShèm. Yossèf si commuove alla vista di Binjamìn. I fratelli si fermano per un banchetto, dove Binjamìn gode di un trattamento di favore. Il sacco di ogni fratello viene riempito di cibo e sul fondo viene rimesso il denaro portato per comprare provviste. Per ordine dello stesso Yossèf, nel sacco di Binjamìn viene messa la particolare coppa. I fratelli vengono accusati di furto e Yossèf stabilisce che il proprietario del sacco in cui sarà ritrovata la coppa sarà fatto schiavo. La coppa è nella sacca di Binjamìn. Ritornati tutti da Yossèf, si prostrano a lui e si offrono come schiavi al posto del fratello minore. Yossèf, però, ripete che solo chi è stato trovato in possesso della coppa sarà punito.

MIDRASHIM

Tra Potere Terreno e Progetto Divino (Bereshìt 41,39-44)
Midràsh Haggadòl 50 e Bereshìt Rabbà 90
(a pagina 671 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Sette Anni di Abbondanza, Sette Anni di Carestia (Bereshìt 41,47-49)
Bereshìt Rabbà 90; Midràsh Haggadòl 41; Midràsh Haggadà 41
(a pagina 673 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

Tra un Sogno e l’Altro
(a pagina 742 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

L’Illusione dell’Esilio
(a pagina 746 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Di Madre in Figlio
(a pagina 747 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

MIKKETZ 5772: REUVEN E I FRATELLI: PROCESSO DI COLPE?
Solo Reuvèn inizia il vero significato del pentimento che è valido solo se non è causato da un fattore esterno, bensì dal libero arbitrio, e se viene fatto in maniera convinta senza giustificazioni.

MIKKETZ 5771 – SOGNI: DUE FACCE OPPOSTE DELLA STESSA MONETA
Il sogno è condizionato spesso dalla vita quotidiana e non necessariamente ha un valore reale. Il Talmud nel trattato Berachot dice: “Cosa significa un sogno?”. Il Talmud riporta che i sogni non hanno un riflesso reale nella vita, ne sono spesso una distorsione, ma al contempo certi sogni possono essere un messaggio dal Cielo e avere importanti conseguenze. Dalla vicenda di Yossèf, attraverso gli insegnamenti chassidici, viene approfondita l’ambivalenza dei sogni, arrivando a riconoscerne il lato negativo e quello positivo, l’analogia con l’esilio, con il mondo, e il significato del Tikkun.

MIKKETZ 5770 – SOSTANZA CONTRO BELLEZZA
I dettagli dei sogni di Yossèf. Un percorso ricco di insegnamenti talmudici e halachici, che ci portano ad analizzare il criterio delle priorità nella Torà e nella nostra vita: l’importanza dell’essenza profonda, della sostanza. La prevalenza della consistenza sulla superficialità e la bellezza. Anche i greci come gli egizi davano precedenza alla superficialita esteriore piuttosto che all’essenza, esattamente l’opposto rispetto all’ordine di priorita della Torah. Il valore di khanukkà, come vittoria della spiritualità sul materialismo.

MIKKETZ 5766 – IL MIRACOLO DI KHANUKKA
La grandezza di Yossèf sta nella comprensione che dietro i sogni si nasconde un messaggio da D-o, per poter salvare tutto il mondo! Infatti solo l’Egitto aveva il nutrimento sufficiente per salvare il mondo. Il faraone era così importante, a tal punto che i suoi sogni impattavano su tutto il mondo. I consigli di Yossèf sono il completamento stesso dei sogni. Il rapporto tra il miracolo di Khanukkà e il fare le mitzvot. L’unicità del popolo ebraico. Il legame tra Mikketz e khanukkà, il significato dei lumi e il miracolo di D-o. Il rapporto con D-o è come uno specchio, all’impegno divino per noi, dobbiamo rispondere con saper dare sempre il massimo per Lui!

Pubblicato in Mikkez, Parashot | Lascia un commento

VAYESHEV e CHANUKÀ 5780 : 7 LEZIONI

Questo Shabbàt 21 Dicembre 2019, 23 del mese di Kislèv 5780 leggeremo la Parashà di Vayèshev Gen. 37,1-40,23.

Si legge l’Haftarà di Amòs 2,6 3,8

VIDEO ESPLOSIVO SU CHANUKÀ

—-
post dell’anno scorso su Vayèshev IMPERDIBILE:
IL BUONGIORNO CHE HA SALVATO L’UMANITA’

articolo dell'anno scorso su VAYESHEV IMPERDIBILE:IL BUONGIORNO CHE HA SALVATO…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Venerdì 30 novembre 2018

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה
In memoria di Yaakov ben Shelomo

IL VOLTO DI ADAMO

Previsione Meteorologica Indiana
Era autunno e gli indiani di una remota riserva chiesero al loro nuovo capo se l’inverno sarebbe stato freddo o mite. Dato che era un capo indiano in una società moderna non gli erano mai stati tramandati gli antichi segreti su come interpretare le nuvole e i venti. Pertanto, quando guardava il cielo non poteva dire quale sarebbe stato il tempo. Tuttavia, per essere al sicuro, rispose alla sua tribù che l’inverno sarebbe stato davvero freddo e che i membri del villaggio dovevano raccogliere legna per essere pronti ad affrontare il terribile inverno.
Ma essendo anche un leader pratico, dopo diversi giorni ebbe un’idea. Andò alla cabina telefonica, chiamò il Servizio Nazionale Metereologico e chiese: “Il prossimo inverno sarà freddo?”.
“Sembra che questo inverno sarà piuttosto freddo”, risponde un esperto del servizio meteorologico. Quindi il Capo tornò dal suo popolo e disse loro di raccogliere ancora più legna per essere preparati.
Una settimana dopo, chiamò di nuovo il Servizio Nazionale Meteorologico “sarà un inverno molto freddo?”.
“Sì”, risposero “Sarà sicuramente un inverno molto freddo”. Il capo tornò di nuovo dal suo popolo e ordinò loro di raccogliere ogni pezzo di legno che riuscivano a trovare.
Due settimane dopo, chiamò di nuovo il Servizio Nazionale Metereologico. “Assolutamente sicuri che l’inverno sarà molto, ma molto freddo?”
“Assolutamente” risposero “sarà uno degli inverni più freddi di sempre”.
“Ma come potete esserne così sicuro?” chiese il capo. Un esperto del Servizio Nazionale Meteorologico gli rispose: “Gli indiani stanno raccogliendo legna come dei forsennati…”

Il Dramma Di Yossèf (Giuseppe)
La parte di questa settimana (Vayèshev) racconta la drammatica storia di Yossèf, un giovane estremamente bello, che attira la lussuriosa immaginazione della moglie del suo padrone. Lei cerca disperatamente di coinvolgerlo in una relazione, ma lui la rifiuta fermamente. Poi venne il fatidico giorno, “Quando entrò in casa per fare il suo lavoro e nessuno dei servi era in casa. Lei lo afferrò per il mantello e supplicò: “Giaci con me!” Yossèf corse via da lei, lasciandole il suo mantello in mano e fuggì fuori” (Genesi 39, 11-129).
Umiliata e furiosa, usò il mantello come prova che era stato lui a tentare di violarla. Pertanto suo marito, Potifàr, mise in prigione Yossèf. In quel luogo lui trascorse i successivi 12 anni della sua vita fino a quando, per una sorprendente serie di “miracolosi” eventi, fu nominato nientemeno che il VICERÉ oppure con un termine moderno: Primo Ministro dell’Egitto.

Qual È Il Punto?
Perché questo episodio è riportato in dettaglio nella Torà? La Torà, infatti non è un libro di storia o una biografia, almeno in senso letterale. La Torà omette la maggior parte degli eventi dei suoi protagonisti, tranne quelli che sono essenziali per trasmettere insegnamenti specifici al lettore. E anche quando racconta una storia, omette molti dettagli quando non sono rilevanti per un grande insegnamento. Ad esempio, quando Abramo è stato coinvolto in una guerra tra nove re, la Torà non spiega cosa ha causato esattamente la ribellione dei cinque re, contro gli altri quattro. Oppure, cosa disse Isacco a Rebecca quando scoprì che Giacobbe aveva preso le benedizioni al suo posto? Ecc.
In sostanza, in moltissimi episodi importanti, la Torà omette dettagli che potrebbero essere estremamente rilevanti e preziosi sotto molteplici punti di vista: storici, sociali, filosofici. Quindi perché, in questi versetti della vicenda di Yossèf, la Torà si sofferma su questo episodio scabroso apparentemente insignificante rispetto agli esempi citati sopra?
Questo è ancora più strano se riflettiamo sull’obiettivo di queste porzioni della Torà, ossia quello di mettere in relazione il modo in cui Israèl è finito in Egitto. Pertanto, leggiamo della vendita di Yossèf come schiavo in Egitto, della sua pena detentiva e del suo incontro con i ministri del faraone, della sua liberazione dalla prigione e della sua designazione come viceré del paese in un momento critico di carestia. Carestia che è il motivo fondamentale per cui il padre di Yossèf e la sua intera famiglia si trasferiscono in Egitto. Fatti che originano il conseguente esilio egiziano e che porteranno, quindi, fino all’esodo e al Dono della Torà sul monte Sinày.
Pertanto, e ancora di più, sorge la domanda sul perché la Torà ha ritenuto necessario mettere in relazione la storia della “lotta” di Yossèf con la moglie del suo padrone? Perché è importante per noi conoscere dettagliatamente l’episodio che ha causato la sua prigionia?

Il Volto Di Giacobbe
Il Midràsh spiega il significato della frase che Yossèf “entrò in casa per fare il suo lavoro e nessuno dei servi era in casa”. Che tipo di lavoro doveva fare Yossèf?
Il Midràsh risponde che il “lavoro” di Yossèf era quello di cedere ai desideri della moglie del suo padrone. Infatti, dopo tutte le incessanti insistenze e le minacce di lei alla fine Yossèf cedette. Tuttavia, mentre l’unione sessuale tra loro stava per compiersi, all’improvviso, gli apparve il volto di suo padre Giacobbe. Questa visione fece sì che Yossèf trovasse la forza di respingere il suo potente impulso. Quindi, lasciò la sua veste in mano di lei e fuggì via.
Ma cosa poteva esserci nel volto di Giacobbe da far trovare a Yossèf la forza di negare il soddisfacimento di una tale tentazione?

Lo Schiavo Solitario
Per trovare una risposta riflettiamo più da vicino sulle condizioni psicologiche e fisiche di Yossèf durante quel fatidico giorno in cui la moglie del suo padrone lo ha quasi intrappolato in una relazione illecita.
Yossèf divenne uno schiavo all’età di 17 anni in un paese straniero. Non possedeva nemmeno il suo corpo: il suo padrone esercitava il pieno controllo della sua vita, come il destino di tutti gli schiavi antichi e moderni. Yossèf non aveva un solo amico o parente al mondo. Sua madre morì quando aveva nove anni e suo padre credeva che fosse morto. I suoi fratelli sono quelli che lo hanno venduto come schiavo e che lo hanno derubato della sua giovinezza e della sua libertà. Si può solo immaginare il profondo senso di solitudine che pervadeva il cuore di questo ragazzo.
Questo è il contesto che ci serve a comprendere la lotta di Yossèf. Una persona in tale isolamento è naturalmente travolta da tentazioni di tutti i tipi, estremamente potenti, ed è anche probabile che creda che una sua singola azione faccia poca differenza nello schema finale delle cose. Dopotutto, cosa aveva da perdere Yossèf se avesse ceduto alle richieste di quella donna? Nessuno avrebbe mai potuto scoprire cosa fosse successo tra i due. Inoltre, Yossèf non doveva tornare a casa la sera per affrontare un coniuge o un padre spirituale, né doveva tornare in una famiglia o in una comunità di elevato rango morale. Questo atto non avrebbe danneggiato le sue prospettive di un buon matrimonio, né lo avrebbe fatto espellere da una yeshivà… Sarebbe rimasto dopo quell’evento, proprio come era prima di esso! Quindi, qual è il grosso problema di impegnarsi in una relazione di quel tipo…?
Oltretutto, dobbiamo prendere in considerazione il potere posseduto da quella nobildonna egiziana: era nella posizione di poter trasformare la vita di Yossèf in un paradiso o in un inferno vivente.
Inoltre, questa storia ha avuto luogo prima del Dono della Torà, quando l’adulterio divenne proibito anche sotto minaccia di morte. Nel tempo di Giuseppe, invece, si potrebbe addirittura sostenere che, alla luce delle minaccia rappresentata dalla moglie del suo padrone, sarebbe stato ammissibile, forse persino obbligatorio, per la legge ebraica allora vigente (halakhà) impegnarsi in quella unione!

Quale era, allora, il segreto dietro la rettitudine morale di Yossèf? Cosa ha permesso a uno schiavo solitario e fragile di respingere una tentazione così straordinaria?
“Il volto di suo padre Giacobbe”! Questo è ciò che ha dato a Yossèf la straordinaria forza d’animo di vincere il suo impulso e di respingere con enfasi il richiamo della nobildonna. Ma perché? Giacobbe viveva a molti km di distanza, ignaro del fatto che suo figlio fosse vivo. Qual era la magia che stava nella sua fisionomia?

L’attimo Di Adamo
Il Talmud presenta una tradizione secondo cui la bellezza di Giacobbe rifletteva la bellezza di Adamo, il primo essere umano formato Hashèm. Pertanto, quando Yossèf vide il volto di Giacobbe, stava vedendo anche il volto di Adamo.
Adamo, lo sappiamo, è stato incaricato da Dio di non mangiare dal frutto dell’ “albero della conoscenza”. La sua disobbedienza a questa direttiva ha cambiato per sempre il corso della storia umana e mondiale. Sebbene abbia fatto qualcosa di apparentemente insignificante, semplicemente mangiando un solo frutto da un singolo albero, questo “minuscolo” atto vibra ancora attraverso la coscienza dell’umanità fino ad oggi.
Come mai? Perché ogni singolo essere umano fa parte del modo in cui cielo e terra sono intrecciati. Il sogno di Dio non è di essere solo, ma di avere l’umanità come partner nel continuo compito di rettificare il mondo. Qualunque cosa facciamo, avanziamo o ostacoliamo la redenzione; riduciamo o potenziamo il potere del male. Qualcosa di eterno e divino è in gioco in ogni decisione, ogni parola, ogni azione compiuta da ogni singolo uomo, donna o bambino (Talmud, Sanhedrìn 37a e Tanya capitolo 41).
Quando Yossèf vide il volto di (Giacobbe che rifletteva il volto di) Adamo, reclamò una dignità interiore irremovibile; si ricordò che Yossèf è una candela di Dio illuminata nella via cosmica. Vedere il volto di Adamo ha ricordato a Yossèf come un singolo atto, eseguito in un solo momento da un solo uomo, ha un effetto eterno, cambiando la storia per sempre.
Questa è la ragione per cui la Torà descrive così in dettaglio questo dramma di Yossèf. Durante i nostri solitari momenti di miseria, quando anche noi possiamo sentire che nessuno si prende cura di noi e siamo soli in un grande universo indifferente, non dovremmo mai cadere in preda al facile sfogo della gratificazione immorale.
Dobbiamo ricordarci che è in gioco qualcosa di molto reale e assoluto in ogni momento della nostra esistenza e in ogni atto che facciamo.
Potremmo, addirittura arrivare a vedere le nostre azioni individuali compiute nella vita privata come insignificanti. Tuttavia, ci insegna la Torà, che queste decisioni “creano” la storia.
Se solo aprendo gli occhi potessimo vedere il volto di nostro Padre che ci sussurra, attraverso i quieti venti della storia, che non siamo delle creature isolate in un mondo opprimente e gigantesco, in cui il nostro comportamento è insignificante.

Anche adesso, in questo preciso momento, Dio ha bisogno di noi, di me e te per portare la redenzione nel Suo mondo grazie all’avvento del Mashiàkh, presto ai nostri giorni, Amen.

(Basato su un discorso del mio maestro e mentore il Rebbe di Lubàvitch, dato il 19 di Kislev 5721, 8 dicembre 1960, e su uno scritto di Y.Y. Jacobson)

—–
COME SI PUO ESSERE FELICI IN PRIGIONE!

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

VAYESHEV 5769 – COME SI PUO ESSERE FELICI IN PRIGIONE!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per ascoltare le altre 6 lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/2018/11/24/vayeshev-5773-6-lezioni/

Per ascoltare le altre 6 lezioni su Khanukà cliccare al seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/category/festivita/khanukka-festivita/

—–

Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni è doveroso dedicare parte della decima a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
Aiutando Virtual Yeshiva si diventa soci nella diffusione della parola di Hashèm ed è un segno di riconoscenza per chi insegna e così potremo diffondere insieme molti più valori di vita e insegnamenti.

Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:

Voglio aiutare!

————————————————————————————————————————————————

La Parashà di Vayèshev tratta in sintesi i seguenti argomenti:
Gelosia dei fratelli nei confronti di Yossèf, accentuata dalla tunica variopinta regalatagli da Ya’akòv e dai suoi sogni. Yossèf sogna di legare covoni coi fratelli e che il suo covone si erge al di sopra di quelli dei fratelli che si inchinano al suo; sogna anche che il sole, la luna e le undici stelle si prostrano a lui.
Su richiesta del padre, Yossèf raggiunge i fratelli al pascolo. Essi gli tendono una trappola per ucciderlo. Reuvèn, li invita a gettarlo in un pozzo, senza aggredirlo direttamente, con l’intenzione di tornare dopo per salvarlo. Al passaggio di alcuni mercanti ismaeliti, i fratelli decidono di venderlo, quindi portano a Ya’akòv la tunica di Yossèf, intinta nel sangue di un capretto perchè creda che il figlio sia stato divorato da un animale feroce. Grande dolore di Ya’akòv.
Yehudà e Tamàr. Dopo aver lasciato la casa paterna Yehudà si sposa e ha tre figli. Il primo, Er, sposa Tamàr e muore. Il secondo, Onàn, sposa la vedova del fratello e muore. Yehudà indugia a far compiere il levirato al terzo figlio, Shelà; Tamàr vedendo con la profezia che i re di Israele discenderanno dall’unione tra lei e Yehudà, interviene mascherandosi per unirsi a lui. Dall’unione nascono due gemelli, Pèrez e Zèrakh: il primo sarà progenitore di Davìd e Mashìakh.
Yossèf viene condotto in Egitto dove lo acquista Potifàr, ministro del faraone. Tutto ciò di cui Yossèf si occupava era benedetto e coronato dal successo. La moglie di Potifàr si invaghisce di lui e cerca di sedurlo. Rifiutata, la donna accusa Yossèf di aver tentato di possederla ed egli viene imprigionato.
Yossèf, ritrovatosi in prigione con il coppiere e il panettiere del faraone, interpreta i loro sogni: il panettiere sarà messo a morte, mentre il coppiere tornerà alla sua posizione.
Così infatti avviene. Yossèf chiede al coppiere di ricordarsi di lui quando tornerà al suo lavoro, ma questi se ne dimenticherà.

MIDRASHIM

Il Peso della Predilezione (Bereshìt 37,3)
Midràsh Bereshìt Rabbà 84
(a pagina 665 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Yehudà e Tamàr (Bereshìt 38,11-19)
Midràsh Bereshìt Rabbà 85,2
(a pagina 667 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

Fra Stelle e Covoni
(a pagina 736 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Legando Covoni
(a pagina 740 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Lottare o Convivere
(a pagina 741 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

VAYESHEV 5772: COME VINCERE IL BUIO
La visione terrestre della vendita di Yossèf è ben diversa dalla visione Divina. Due tipi di riscatto e due letture opposte dello stesso evento.

VAYESHEV 5771: YEHUDA E TAMAR UN MATRIMONIO ETERNO TRA HASHEM E ISRAEL
La Chassidut ha portato nel mondo luce e vitalità, per fare rivivere quanto è già presente, senza aggiungere nulla di nuovo! L’arrivo del Baal Shem Tov ha rivoluzionato il mondo ebraico e il rapporto con il divino. Il numero otto rappresenta una dimensione infinita e superiore alla natura, coincide con l’era messianica, come gli otto giorni di khanukkà. Un percorso unico e ricco di approfondimenti chassidici che ci porta a scoprire il legame profondo e mistico tra questa Parashà e la festa di Khanukkà.

VAYESHEV 5770: ESISTE CON HASHEM UN RAPPORTO NEUTRALE?
Il pozzo di Yossèf, vuoto ma pieno di serpenti e scorpioni, è paragonabile al cervello di una persona che, senza parole di Torà, si riempe di cose negative, chi si stacca da D-o entra nell’idolatria. Da questo insegnamento si può comprendere il parallelismo con l’educazione del figlio, se essa manca quest’ultimo non crescerà neutrale. Lo studio della Torà, che è di natura trascendentale, richiede l’annullamento. L’umiltà è la base dello studio.

VAYESHEV 5769: COME SI PUO ESSERE FELICI IN PRIGIONE!
Khanukkà e Purim feste simili ma al contempo molto diverse. Una spirituale, l’altra materiale, miztvòt diverse, collegate alle origini stesse trascendentali delle due festività. La prigionia di Yossèf assume un grande valore, non tornando a casa, dimostrando come nella vita tutto viene dall’Altissimo. Ogni fatto della vita ha un significato. Yossèf non cede alla tristezza, resta positiva, la felicità è in ogni momento una nostra scelta. Essere positivi porta bene a noi e al mondo intero! Solo con la positività si può innalzare questo mondo!

VAYESHEV 5767: DUE TIPI DI SUCCESSO SOVRANNATURALE
Un padre deve comportarsi sempre in maniera equilibrata verso i figli. Pur di dimostrare il valore e il rispetto dei genitori, un figlio può mettere in pericolo la propria vita, proprio come Yossèf. L’assenza della Torà nella nostra vita porta il male. Da questi esempi emergono approfondimenti etici e morali.

VAYESHEV 5766 – LE LUCI DI KHANUKKA
La spiritualità insita nella festa di Khanukkà, segna la vittoria ebraica dell’anima sulla materia. Il legame con la storia di Tamar, attraverso gli insegnamenti della chassidut, ci portano ad approfondire il messaggio di Khanukà, la forza di illuminare e trasformare il buio in luce. Niente può ostacolare la luce di Khanukkà.

Pubblicato in Parashot, Vayehsev | Lascia un commento

VAYISHLAKH 5780: 6 LEZIONI PRECEDENTI

Questo Shabbàt 14 Dicembre 2019, 16 del mese di Kislèv 5780 leggeremo la Parashà di Vayishlàkh Gen. 32,4-36,43.
Si legge l’Haftarà di Obadià 1, 1-21

(lezione di 21 nov. 2018 su Vayishlàkh 36mn)

Nuova lezione bomba 12/12/19 di questa settimana

VAYISHLAKH 8°: GRANDI INSEGNAMENTI DI VITA
Valutiamo Sempre le Importanti Decisioni Senza Ego

youtube: https://youtu.be/ibfyVnefF1A

nuova lezione bomba 12/12/19 di questa settimanaVAYISHLAKH 8°: GRANDI INSEGNAMENTI DI VITAValutiamo Sempre le…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Venerdì 13 dicembre 2019

—–

SCACCO MATTO IN TRE MOSSE

Due prospettive
Sherlock Holmes e il dr. Watson vanno in campeggio insieme, montano una tenda pronti per godersi un tranquillo riposo vicino al fuoco. Nel cuore della notte, Sherlock si gira verso il dr. Watson e dice: “Allora, cosa stai pensando adesso?”
Watson risponde: “Sherlock! È fantastico. Sto guardando le stelle celesti che si librano sopra di noi, sono sopraffatto dallo splendore romantico della notte, avvolto da questa vista pittoresca. E tu, invece a cosa stai pensando”? chiede Watson.
“Che qualcuno ha rubato la nostra tenda”, risponde Sherlock.

Doni, Preghiera E Guerra
Dopo trentaquattro anni di separazione dai suoi genitori, Giacobbe lascia Lavan, assieme a tutta la sua famiglia, per tornare a casa sua, in Terra di Israele. Ancora in viaggio apprende che suo fratello Esaù sta avanzando verso di lui con un imponente esercito, determinato a ucciderlo.
I nostri saggi osservano da questo episodio della Torà (Vayishlàkh), come Giacobbe prepara il confronto con Esaù attraverso una triplice strategia: “doni, preghiera e guerra”. Quindi, Giacobbe come prima cosa invia doni sontuosi a Esaù nella speranza di placare la sua ira: capre, pecore, cammelli, mucche, tori e asini. Successivamente, inizia una sincera e fervente preghiera, sottomettendo la sua sorte e quella della sua famiglia alla compassione di Dio. Solo alla fine, Giacobbe prepara se stesso e la sua famiglia a una vera e propria guerra con Esaù.

La Battaglia Quotidiana
Le storie nella Torà non sono solo eventi accaduti a un certo punto della storia, che coinvolgono personaggi particolari. Sono anche riflessi di episodi spirituali ed emotivi che possono verificarsi continuamente in ogni cuore umano.
L’uomo è una dualità intrinseca, poiché è allo stesso tempo un “mucchio di polvere” e una “visione di Dio”. I fratelli gemelli, Giacobbe ed Esaù, incarnano queste forze antitetiche all’interno della stessa personalità di ogni essere umano: Esaù incarna la nostra identità egoista, egocentrica e animalesca; mentre Giacobbe personifica la nostra anima trascendente, spirituale e idealista.
L’inimicizia e la rivalità tra i fratelli riflettono la tensione e la lotta tra queste due forze nelle nostre vite: la lotta tra il nostro ego e la nostra umiltà, tra le nostre voglie egoistiche e le nostre nobili aspirazioni, tra le nostre impulsive lussurie e le nostre brame altruistiche.
Nessuno di noi è esente da questo confronto quotidiano con “Esaù”. Siamo costantemente sopraffatti da stati d’animo egoistici e appetiti immorali. Queste incessanti richieste della nostra coscienza egoista e bestiale rappresentano una continua minaccia mortale per il nostro “Giacobbe” interiore. In che modo possiamo affrontare queste potenti forze, che apparentemente sono molto più potenti delle forze sante dentro di noi? Utilizzando la vincente strategia in tre fasi di Giacobbe: doni, preghiera e guerra!

Onorare Il Tuo Animale
Prima di tutto, dobbiamo concedere al “nostro” Esaù alcune risorse fondamentali. Dobbiamo riconoscere la coscienza animale che vive in noi e onorare la presenza dei suoi essenziali e legittimi bisogni: mangiare, dormire, fare esercizio fisico, guadagnarci da vivere e impegnarci in una relazione continua con il mondo fisico che ci circonda. L’anima animale merita di ricevere da noi un sontuoso omaggio quotidiano che include il nostro tempo, energia e risorse.
Tuttavia, come possiamo assicurarci di non esagerare? Come possiamo garantire che i nostri tributi quotidiani all’identità animale dentro di noi non la mettano al centro della nostra vita, soppiantando l’anima spirituale come il vero nucleo della nostra identità? Per evitare questo rischio, Giacobbe deve impegnarsi nella preghiera: “Salvami”, grida Giacobbe a Dio, mentre Esaù si sta avvicinando, “dalla mano di mio fratello, dalla mano di Esaù. Ho paura di lui, perché potrebbe venire e colpirmi”.
Non sarebbe necessario temere l’influenza di Esaù se fossimo distaccati dalla realtà di Esaù, se dovessimo vivere come asceti spirituali. Eppure l’ebraismo esige che Esaù diventi il nostro “fratello”; ossia che impieghiamo i nostri bisogni corporei e animali nel lavoro che dobbiamo svolgere nel mondo fisico che ci circonda. In queste condizioni, l’unico modo in cui possiamo assicurarci che Esaù non domini e controlli la nostra vita è attraverso la preghiera.

Il Dono Della Preghiera
Che cos’è la preghiera? Proprio come c’è un tempo per coinvolgere l’anima animale e rendere omaggio ai suoi bisogni e desideri, ogni giorno c’è un momento in cui lasciamo andare la nostra identità fisica ed entriamo nell’oasi trascendente della nostra anima. Questi è il momento in cui mettiamo a dormire l’ego e scopriamo il nostro amore interiore e la nostra spiritualità. Tutto il giorno, pensiamo alle nostre “tende”, dimore; mentre solo durante la preghiera ci concentriamo sulle stelle, sullo splendore e sul significato dell’esistenza. Abbiamo mai provato veramente il potere della preghiera su di noi? Purtroppo, è sempre più difficile trovare delle vere “oasi spirituali” dove trovare la giusta concentrazione e intenzione, nel nostro mondo freneticamente materialista. È un peccato, perché mancando dell’esperienza quotidiana della preghiera autentica diventiamo inevitabilmente vulnerabili all’attacco di Esaù.
Ad esempio, quando già al mattino presto non preghiamo, meditiamo e non colleghiamo con Hashèm le nostre anime, spesso ci manca il coraggio e la visione per controllare i nostri desideri fin dall’inizio della giornata: ad esempio, un’eccessiva dipendenza dal cibo; oppure al lavoro potremmo non avere la forza di condurre i nostri affari onestamente ecc. La preghiera assicura che il tributo che presentiamo alla nostra anima animale non ci esaurisca completamente, non ci porti via tutto di noi, il nostro vero “sé”.

Ultima Spiaggia
Tuttavia, tutto quanto sopra non è sufficiente. Giacobbe deve anche prepararsi alla guerra. Alcuni degli impulsi e delle passioni della nostra anima animale non possono essere affrontati solo attraverso la preghiera. Dobbiamo dichiarare guerra contro di esso come dice il Talmùd Berakhòt 5a: l’istinto animalesco deve essere educato con severità, perché se lasciato libero rischia di prendere il comando della vita e fare cadere la persona molto in basso.
A volte durante il giorno o la notte, siamo sopraffatti da un forte, animalesco bisogno di Esaù che brucia nei nostri cuori come una fornace. In quel momento c’è solo una cosa da fare: dobbiamo dare un “pugno in faccia” al nostro impulso animalesco e andare avanti con la nostra vita. La guerra è una cosa cattiva, ma a volte è la nostra unica speranza di sopravvivere all’assalto di un demone che è determinato ad ucciderci.

Una storia
Uno dei grandi maestri chassidici, Reb Simkha Bunam di Psheskha, una volta osservò che la vera definizione di un uomo spirituale è colui che immagina sempre di avere la testa sdraiata in una ghigliottina, il suo Yètzer Harà (cattiva inclinazione) che si libra sopra di esso, pronto a tagliare la sua testa in un momento.
“Ma Rebbe”, chiese uno dei Chassidim, “e se uno non avesse quella sensazione?”
“In quel caso”, rispose il Rebbe, “vuol dire che la sua testa è già stata tagliata via.”

Basato sugli scritti del Rebbe Shneur Zalman di Liadi che questo mercoledì si festeggia il capodanno della rivelazione della Chassidut il 19 di Kislev.

—–
QUANDO L’AMORE DIVENTA ODIO!

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

VAYISHLAKH 5770 – QUANDO L’AMORE DIVENTA ODIO!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

VAYISHLAKH 5780: 6 LEZIONI PRECEDENTI


—–

Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni aiuta a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
Aiutando Virtual Yeshiva diventi soci nella diffusione della Torà ed è un segno di riconoscenza per chi insegna e così potremo diffondere insieme molti più valori di vita e insegnamenti.
Le donazioni sono deducibili dalla “decima”.
Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:

Voglio aiutare!

______________________________________________________________________________________________________________________________

La mistica della preghiera – Due tipi di SATANA

La lezione è divisa in 3 argomenti.

1. un concetto cabalistico legato al valore numerico di Yosef 156 e perché proprio lui è l’antitesi del malvagio Esav.

2. il significato interiore della preghiera che è l’unione con l’infinito.

3. i due tipi di Satana: il nemico dichiarato e quello ipocrita che si finge un amico; questo è il più pericoloso.

sul seguente link:

oppure:

(lezione di ieri sera 21 nov. 2018 su Vayishlàkh 36mn)La mistica della preghiera – Due tipi di SATANALa lezione è…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 22 novembre 2018

La Parashà di Vayishlàkh tratta in sintesi i seguenti argomenti:
Ya’akòv invia messaggeri a Essàv con parole di pace. I messaggeri tornano e raccontano a Ya’akòv che il fratello è in arrivo con quattrocento uomini armati. Ya’akòv, impaurito divide il suo accampamento in due e prega HaShèm di aiutarlo. Ya’akòv manda, in diverse fasi doni a Essàv sperando che cambi idea e non lo attacchi.

Ya’akòv attraversa il fiume e combatte con l’angelo di Essàv. Ya’akòv vince, ma l’angelo lo colpisce al nervo sciatico e lo chiama Israèl. Per questo ancora oggi gli ebrei non mangiano il nervo sciatico degli animali.

Ya’akòv ed Essàv si incontrano “pacificamente”. Essàv propone a Ya’akòv di accompagnarlo, ma questi rifiuta a causa del bestiame e dei bambini. Ya’akòv giunge a Shekhèm, dove acquista un terreno vi si stabilisce.

Dinà viene rapita da Shekhèm, il figlio del re. Il re viene a chiederla in moglie per il figlio a qualunque costo. I figli di Ya’akòv accettano, a condizione che tutti i loro uomini si circoncidano. Al terzo giorno della convalescenza quello più doloroso, Shim’òn e Levì uccidono tutti. HaShèm ordina a Ya’akòv di trasferirsi a Bet El e di erigervi un altare. Dopo essersi liberato di qualunque oggetto idolatra di Shekhèm. Ya’akòv parte.

Morte di Devorà, la nutrice di Rivkà. HaShèm si rivela di nuovo a Ya’akòv promettendogli la terra di Kenà’an.

Durante il viaggio verso Efràt, Rakhèl partorisce Binyamìn e muore: Rakhèl viene sepolta a Efràt, dove Ya’akòv erige un monumento sulla sua tomba.

Ya’akòv giunge dal padre Yitzkhàk che scompare all’età di 180 anni; Essàv e Ya’akòv lo sepelliscono.

La discendenza di Essàv, otto re che regnano in successione su Edòm.

La Parashà di Vayishlàkh contiene un divieto, di mangiare il nervo ischiatico (32,33)

MIDRASHIM

Ya’akòv Lotta con l’Angelo (Bereshìt 32,25-31)
Midràsh Bereshìt Rabbà 77;Tifèret Tziyòn 75,3;Talmùd Khullìn 91;Midràsh Tankhumà B.
(a pagina 660 del volume Bereshìt edizioni Mamash ).

Morte e Sepoltura di Rakhèl (Bereshìt 35,19-20)
Midràsh Bereshìt Rabbà 81-82.
(a pagina 663 del volume Bereshìt edizioni Mamash ).

SIKOT

Il Messaggio Insito nel Nome.
(a pagina 730 del volume Bereshìt edizioni Mamash ).

Ya’akòv nei Panni di Essàv.
(a pagina 734 del volume Bereshìt edizioni Mamash ).

VAYISHLAKH 5771: L’EBREO CON IL MONDO O CONTRO IL MONDO?
Per la nostra generazione in esilio, circondata da nemici, è necessario trovare un equilbirio tra l’affrontare il nemico e l’annullamento di sè. Dal comportamento di Yaakòv, attraverso il Midrash Rabbà e la Chassidut, inizia un viaggio unico che ci porta ad approfondire il significato del mondo in equilibrio tra il bene e il male, della ragione della loro esistenza.

VAYISHLAKH 5770: QUANDO L’AMORE DIVENTA ODIO!
Il malvagio regno di Menashè è caratterizzato da forti analogie con il comportamento di Timnà. Un viaggio ricco di approfondimenti psicologici che si addentrano nelle ragioni che possono trasformare l’amore in odio, nei meccanismi insiti nell’antisemitismo. Quando si ama profondamente qualcosa, se non si riesca ad avere, è facile che il sentimento si trasformi in odio!

VAYISHLAKH 5769: ANTISEMITISMO, LE RADICI LONTANE DELL’ODIO
I tre comportamenti di Yaakòv di preparazione all’incontro con Essàv rappresentano la guida per tutte le generazioni in esilio di fronte ai nemici e alle radici dell’odio. Essàv si presenta come un fratello, in tale concetto si nascondono diversi aspetti: dalla natura irrazionale dell’odio al pericolo dell’assimilazione.

VAYISHLAKH 5768: SIMBOLO DELLA REDENZIONE
I ricchi simbolisimi presenti nella sfida tra Yaakòv ed Essàv. D-o non interviene nel fermare Essàv, il suo angelo custode e lascia Yaakòv solo davanti alla sofferenza. L’ultimo patriarca corrisponde all’ultimo esilio, il suo rientro in terra santa introduce il valore della redenzione.

VAYISHLAKH 5766: IL DONO DI YAAKOV
La preparazione di Yaakòv all’incontro con Essàv. Il dono, il modo in cui viene presentato, le parole che lo accompagnano rappresentano un insegnamento per ogni generazione quando si deve affrontare l’odio e le avversità. La lotta tra Yaakòv e l’angelo custode di Essàv simboleggia la temporaneità delle difficoltà dell’esilio. Un viaggio ricco di approfondimenti nei simbolismi insiti nel ritorno dell’ultimo patriarca in Terra Santa, che ci insegna come affrontare le difficoltà della nostra generazione.

Pubblicato in Vaishlakh | 1 commento

VAYETZE 5780: 8 LEZIONI PRECEDENTI

Questo SHABBAT 7 Dicembre 2019   9 KISLEV 5780  leggeremo la Parashà di Vayetzè  Gen 28, 10 – 32, 3

HAFTARÀ
Italiani:/Sefardti: Os. 11, 7-12, 14
Milano/Torino/Ashkenaziti: Os. 12, 13-14, 10

NUOVA LEZIONE 28 MN QUESTA SETTIMANA 04/12/2019
CREATURE STATICHE E CREATURE DINAMICHE
Perché Nel Sogno Gli Angeli Salgono Prima Di Scendere

NUOVA LEZIONE 28 MN QUESTA SETTIMANA 04/12/2019https://youtu.be/stAk_bU17ZACREATURE STATICHE E CREATURE…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Venerdì 6 dicembre 2019

—–

LA BATTAGLIA DELLE PIETRE
Se Perdi, Anch’io Perdo

Una Yeshivà (scuola ebraica) decide di formare una squadra di canottaggio. Sfortunatamente, la squadra non fa altro che perdere, gara dopo gara. Nonostante si esercitassero ogni giorno per ore arrivavano sempre ultimi.
Un giorno il Rosh Yeshivà (il capo della scuola), stanco di perdere sempre, decide di inviare un suo alunno di nome Yankel a spiare una delle migliori squadre di canottaggio avversarie, quella di Harvard. Yankel per giorni, di nascosto, osserva gli allenamenti della squadra di Harvard.
Alla fine Yankel ritorna all’Yeshivà e annuncia con clamore: “Ho scoperto il loro segreto”. “Cosa? Dicci”, volevano tutti sapere.
“Dovremmo avere otto ragazzi a remare e un solo ragazzo che urla, non il contrario”.

Il Litigio

I rabbini nel Talmud si concentrano su un’apparente incoerenza grammaticale nella parashà di Vayetzè. Quando Giacobbe viaggia da Beèr Sheva a Kharàn, fermatosi a riposare per la notte, la Torà ci dice: “Prese dalle PIETRE del luogo, le mise attorno al capo e si coricò in quel luogo” (Genesi 28, 11).
Ma al mattino, quando si sveglia (Genesi 28, 18), leggiamo una storia leggermente diversa: “Giacobbe si alzò la mattina, prese la PIETRA che si era messo attorno al capo e vi fece una stele”.
Nel primo versetto è scritto “pietre”, al plurale; poi nel successivo è scritto “la pietra”, al singolare. Quale delle due ha preso la mattina? Giacobbe usava una singola pietra oppure molte?

Un’adorabile tradizione talmudica, carica di un profondo simbolismo, risponde alla domanda in questo modo: Giacobbe effettivamente prese diverse pietre, ma iniziarono a litigare tra loro. Ogni pietra diceva “Su di me questa persona retta poggerà la testa”. Così Dio le unì tutte assieme in un unico masso, solo così il litigio cessò. Quindi, quando Giacobbe si svegliò, leggiamo, egli “prese la pietra” al singolare, poiché tutte le pietre divennero una cosa sola.
Qual è il simbolismo dietro questa storia? Qual è il significato delle pietre che litigano l’una con l’altra e poi raggiungono uno stato di pace solo quando si fondono in una? Ancora una domanda ovvia: in che modo la fusione di diverse pietre in una singola entità soddisfa le loro rivendicazioni: “Su di me questa persona retta poggerà la sua testa?” Anche dopo che le pietre si sono unite in un’unica grande pietra, la testa di Giacobbe giace ancora solo su una parte della pietra: logicamente come il cuscino è fatto di un unico pezzo, le nostre teste no, perché possono giacere solo su un particolare spazio del cuscino. Quindi perché le altre parti della pietra (il “cuscino” di Giacobbe) non si lamentano che la testa di Giacobbe non giace su di loro?

Noi Siamo Uno

Il Rebbe di Lubàvitch spiega questo aspetto della storia di Giacobbe, con commovente semplicità ed eloquenza: il combattimento tra le pietre non è stato causato perché ognuna voleva la testa dello tzaddik (il giusto); ma perché erano PIETRE SEPARATE. Quando le pietre diventano una, il combattimento cessa, poiché quando ci si sente tutt’uno con l’altra pietra, non importa su quale di essa si appoggia il “capo del giusto”. La tua vittoria è la mia vittoria; la tua sconfitta è la mia sconfitta: perché noi siamo UNA unità.
L’episodio delle pietre, quindi, riflette una profonda verità spirituale sulle relazioni umane. Gran parte dei conflitti – nelle famiglie, nelle comunità, nelle sinagoghe, nelle organizzazioni e nei movimenti – nasce dalla paura di tutti che qualcuno riceverà la “testa” (il comando) mentre tutti gli altri saranno “gettati sotto il treno”.
Tutti noi possiamo percepire il rapporto con l’altro in due modi distinti: come “pietre diverse” o come “pietra singola”. Entrambe sono prospettive valide, interpretazioni corrette della realtà. Tuttavia mentre Il primo approccio è superficiale; il secondo è il frutto di una riflessione e una sensibilità profonda. Superficialmente, siamo davvero separati: “Tu sei tu; io sono io”; “tu vuoi la testa, io voglio la testa”; quindi litighiamo.
A un livello più profondo, però, SIAMO solamente UNO. L’universo, l’umanità, il popolo ebraico – costituiscono un singolo organismo. In questo livello, siamo veramente parte di un’unica essenza. Quindi, non ci deve importare “chi ha la testa”, perché tu ed io siamo uno.

È difficile per molte persone creare spazio per il prossimo, lasciare che qualcun altro accresca il suo splendore. Abbiamo paura che possano “prendere la testa” e farci lo sgambetto. Alcuni passano buona parte del loro tempo ad assicurarsi che gli altri non abbiano successo. Sentono che il loro successo richieda il fallimento degli altri.
Ciò di cui c’è bisogno è un ampliamento della coscienza; una purificazione della percezione, uno sguardo nella mistica interrelazione tra tutti noi. Allora non solo permetteremo, ma arriveremo a celebrare la comparsa dell’altrui magnificenza. Il tuo successo non ostacolerà il mio, perché siamo uno.
Quando si è dotati di una tale consapevolezza, non pensiamo più a come possiamo ostacolare il prossimo, bensì inizieremo a pensare come aiutare gli altri a raggiungere il successo. Differenti “pietre” possono aver bisogno di posizioni diverse, ma non hanno spazio per abusi, manipolazioni, pugnalate alla schiena, maltrattamenti e sfruttamento, perché sono una cosa sola.

Giacobbe, il padre di tutto Israele, che racchiudeva in sé le anime di tutti i suoi figli, ispirò questa unità all’interno delle “pietre” intorno a lui. Inizialmente, le pietre operavano su un livello superficiale di coscienza, litigando su chi sarebbe riuscita a mettersi sotto la testa di Giacobbe. Ma Giacobbe ha ispirato in loro una più profonda consapevolezza, permettendogli di vedersi, per quella notte, come una singola pietra, anche se erano su posizioni diverse.
Nelle nostre notti, abbiamo bisogno di “Giacobbe” che sappia come ispirare le pietre intorno a noi, con questo nuovo stato di coscienza.

Una Storia Di Tre Matzà

Rabbi Eliezer Zusha Portugal (1896-1982), lo Skulener Rebbe, era un maestro chassidico di una piccola città, Sculeni, nel nord-est della Romania. Verso la fine della seconda guerra mondiale, nel marzo del 1945, si trovò insieme ad altri sopravvissuti all’olocausto e agli sfollati, nella città di Czernovitz, in Bucovina governata dalla Russia. (L’esercito russo liberò Bucovina nell’aprile 1944 e completò l’espulsione dei nazisti dalla maggior parte dell’Europa orientale nel gennaio 1945, quando i russi entrarono a Budapest, in Ungheria).

La Pasqua, che sarebbe iniziata il 29 marzo, sarebbe arrivata presto per loro. Alcuni prodotti alimentari della Pasqua ebraica potevano essere forniti solo da organizzazioni caritatevoli. Nondimeno, lo Skulener Rebbe cercò di ottenere del grano che potesse essere trasformato in matzòt adeguatamente custodite e tradizionalmente cotte. A causa dell’opprimente situazione economica degli ebrei, fu in grado di cuocere un numero limitato di queste matzà. Informò allora gli altri leader chassidici della zona sul fatto che avrebbero celebrato seder pasquali allargati, offrendo a ciascuno di loro non più di tre matzòt.

Una settimana prima della Pasqua, il rabbino Moshe Hager, figlio del Seret-Vizhnitzer Rebbe, venne per le matzòt che erano state offerte a suo padre. Dopo aver ricevuto le 3 matzòt assegnate, disse allo Skulener Rebbe: “So che hai mandato a dire che potevi dare solo tre matzòt, ma comunque mio padre mi ha detto di dirti che deve avere sei matzòt”. Lo Skulener Rebbe non fu felice di separarsi da questo prezioso e introvabile cibo, molto richiesto da tanti altri ebrei, tuttavia sentiva di non avere altra scelta che onorare la richiesta, sebbene con riluttanza.

Il giorno prima della Pasqua, il rabbino Moshe Hager tornò allo Skulener Rebbe. “Cosa posso fare per te?” Chiese Skulener Rebbe. Rabbi Moshe rispose: “Voglio restituirti tre matzòt”. “Non capisco”, rispose lo Skulener, “pensavo che tuo padre dovesse assolutamente avere sei matzòt?”
“Mio padre temeva che sarebbe successo questo”, ha spiegato il rabbino Moshe, “perciò ha richiesto tre matzòt extra, per tenerle per te”.
Questo comportamento generoso accade solo quando ci sentiamo “una sola pietra”.

Come si dice in italiano alla fine siamo tutti nella stessa barca.
Il Talmùd Gerosolomita da questo esempio: la mano destra non può mai adirarsi sulla sinistra per un errore che ha fatto, così come il piede sinistro non può essere geloso di un successo ottenuto dal piede destro, perché si parla dello STESSO CORPO.

Come Diventare Una Sola Pietra?

Per maturare questa concezione, iniziare a percepire la vita come una missione collettiva e che esiste UNO SOLO scopo comune di tutti è indispensabile riuscire a superare il proprio ego. Solo così si può entrare nella dimensione dove le tante pietre diventano una sola pietra. Perché tutte portano alla stessa meta di trasformare questo mondo inferiore e impuro in una dimora per l’infinito, rivelando la Sua luce infinita nel mondo.
Per cui questo elevato stato di coscienza si raggiunge quando la vita è collegata al vero motivo della sua esistenza: che l’insieme di tutte le nostre azioni siano finalizzate a realizzare il superiore piano divino della rettificazione ed elevazione del mondo chiamato il TIKUN OLAM (rettificazione del mondo).
In altre parole questo livello di unità si può raggiungere quando si ha una vita dignitosa e piena di significato: questo ci rende capaci di essere profondamente disponibili per un’altra persona, come se il prossimo facesse parte della nostra stessa essenza.

Questa è anche la missione chiave che ci consentirà di creare nel mondo inferiore una dimora per Hashèm “DIRA BETAKHTONIM” e portare la imminente redenzione finale. Come dice il Talmùd dato che la distruzione del Santuario è stata causata da odio gratuito, la redenzione finale avverrà grazie all’amore incondizionato e gratuito verso il prossimo, cosi potremo potremo vedere il terzo Santuario ricostruito, presto nei nostri giorni, amen.

Basato su un articolo di Rabbi YY Jacobson

—–

LA SCALA DI YAKOV E L’INFERNO DEL BAAL SHEM TOV
Come Darwin ha distrutto il potenziale nascosto!

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

VAYETZE 5771 – LA SCALA DI YAKOV E L’INFERNO DEL BAAL SHEM TOV

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

VAYETZE 5780: 8 LEZIONI PRECEDENTI


—–

Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni aiuta a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
Aiutando Virtual Yeshiva diventi soci nella diffusione della Torà ed è un segno di riconoscenza per chi insegna e così potremo diffondere insieme molti più valori di vita e insegnamenti.
Le donazioni sono deducibili dalla “decima”.
Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:

Voglio aiutare!

——————————————————-

Una Yeshivà (scuola ebraica) decide di formare una squadra di canottaggio. Sfortunatamente, la squadra non fa altro che perdere, gara dopo gara. Nonostante si esercitassero per ore, ogni giorno, arrivavano sempre ultimi.
Un giorno il Rosh Yeshivà (il capo della scuola), stanco di perdere sempre, decide di inviare un suo alunno di nome Yankel a spiare una delle migliori squadre di canottaggio avversarie, quella di Harvard. Yankel per giorni, di nascosto, osserva gli allenamenti della squadra di Harvard.
Alla fine Yankel ritorna all’Yeshiva e annuncia con clamore: “Ho scoperto il loro segreto”. “Cosa? Dicci”, volevano tutti sapere.
“Dovremmo avere otto ragazzi a remare e un solo ragazzo che urla, non il contrario”.
Il Litigio
I rabbini nel Talmud si concentrano su un’apparente incoerenza grammaticale nella parashà di Vayetzé.
Quando Giacobbe viaggia da Beèr Sheva a Kharàn, fermatosi a riposare per la notte, la Torà ci dice: “Prese dalle PIETRE del luogo, se [le] mise attorno al capo e si coricò in quel luogo” (Genesi 28, 11).
Ma al mattino, quando si sveglia (Genesi 28, 18), leggiamo una storia leggermente diversa: “Giacobbe si alzò la mattina, prese la PIETRA che si era messo attorno al capo, vi fece una stele”.
Nel primo versetto è scritto “pietre”, al plurale; poi nel successivo è scritto “la pietra”, al singolare. Quale delle due ha preso la mattina? Giacobbe usava una singola pietra oppure molte?

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
VAYETZE
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

http://www.virtualyeshiva.it/files/09_11_26_vayetze_yakov_akiva_esilio_2tipi_amore.mp3

QUANDO L’AMORE NON VIENE DALL’AMATA!!!

——–
Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perche’ vogliamo che la Tora sia accessibile a tutti. Aiutando Virtual Yeshiva potrete diventare soci nella diffusione della Tora. Sul seguente link puoi trovare come mandare una donazione
http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/

La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

LA BATTAGLIA DELLE PIETRE

(continua da sopra)
Un’adorabile tradizione talmudica, carica di un profondo simbolismo, risponde alla domanda in questo modo: Giacobbe effettivamente prese diverse pietre, ma iniziarono a litigare tra loro. Ogni pietra diceva “Su di me questa persona retta poggerà la testa”. Così Dio le unì tutte assieme in un unico masso, solo così il litigio cessò. Quindi, quando Giacobbe si svegliò, leggiamo, egli “prese la pietra” al singolare, poiché tutte le pietre divennero una cosa sola.
Qual è il simbolismo dietro questa storia? Qual è il significato delle pietre che litigano l’una con l’altra e poi raggiungono uno stato di pace solo quando si fondono in una? Ancora una domanda ovvia: in che modo la fusione di diverse pietre in una singola entità soddisfa le loro rivendicazioni: “Su di me questa persona retta poggerà la sua testa?” Anche dopo che le pietre si sono unite in un’unica grande pietra, la testa di Giacobbe giace ancora solo su una parte della pietra. (ad esempio il cuscino è fatto di un unico pezzo, ma le nostre teste possono giacere solo su un particolare spazio del cuscino). Quindi perché le altre parti della pietra (il “cuscino” di Giacobbe) non si lamentano che la testa di Giacobbe non giace su di loro?
Noi Siamo Uno
Il Rebbe di Lubàvitch spiega questo aspetto della storia di Giacobbe, con commovente semplicità ed eloquenza:
il combattimento tra le pietre non è stato causato perché ognuna voleva la testa dello tzaddik (il giusto); ma perché erano PIETRE SEPARATE. Quando le pietre diventano una, il combattimento cessa, poiché quando ci si sente tutt’uno con l’altra pietra, non importa su quale di essa si appoggia il “capo del giusto”.
La tua vittoria è la mia vittoria; la tua sconfitta è la mia sconfitta: perché noi siamo UNA unità.
L’episodio delle pietre, quindi, riflette una profonda verità spirituale sulle relazioni umane. Gran parte dei conflitti – nelle famiglie, nelle comunità, nelle sinagoghe, nelle organizzazioni e nei movimenti – nasce dalla paura di tutti che qualcuno riceverà la “testa” (il comando) mentre tutti gli altri saranno “gettati sotto il treno”.
Tutti noi possiamo percepire il rapporto con l’altro in due modi distinti: come “pietre diverse” o come “pietra singola”. Entrambe sono prospettive valide, interpretazioni corrette della realtà. Tuttavia mentre Il primo approccio è superficiale; il secondo è il frutto di una riflessione e una sensibilità profonda. Superficialmente, siamo davvero separati: “Tu sei tu; io sono io”; “tu vuoi la testa, io voglio la testa”; quindi litighiamo.
A un livello più profondo, però, SIAMO solamente UNO. L’universo, l’umanità, il popolo ebraico – costituiscono un singolo organismo. In questo livello, siamo veramente parte di un’unica essenza. Quindi, non ci deve importare “chi ha la testa”, perché tu ed io siamo uno.
È difficile per molte persone creare spazio per il prossimo, lasciare che qualcun altro accresca il suo splendore. Abbiamo paura che possano “prendere la testa” e farci lo sgambetto. Alcuni passano buona parte del loro tempo ad assicurarsi che gli altri non abbiano successo. Sentono che il loro successo richieda il fallimento degli altri.
Ciò di cui c’è bisogno è un ampliamento della coscienza; una purificazione della percezione, uno sguardo nella mistica interrelazione tra tutti noi. Allora non solo permetteremo, ma arriveremo a celebrare la comparsa dell’altrui magnificenza. Il tuo successo non ostacolerà il mio, perché siamo uno.
Quando si è dotati di una tale consapevolezza, non pensiamo più a come possiamo ostacolare il prossimo, bensì inizieremo a pensare come aiutare gli altri a raggiungere il successo. Differenti “pietre” possono aver bisogno di posizioni diverse, ma non hanno spazio per abusi, manipolazioni, pugnalate alla schiena, maltrattamenti e sfruttamento, perché sono una cosa sola.
Giacobbe, il padre di tutto Israele, che racchiudeva in sé le anime di tutti i suoi figli, ispirò questa unità all’interno delle “pietre” intorno a lui. Inizialmente, le pietre operavano su un livello superficiale di coscienza, litigando su chi sarebbe riuscita a mettersi sotto la testa di Giacobbe. Ma Giacobbe ha ispirato in loro una più profonda consapevolezza, permettendogli di vedersi, per quella notte, come una singola pietra, anche se erano su posizioni diverse.
Nelle nostre notti, abbiamo bisogno di “Giacobbe” che sappia come ispirare le pietre intorno a noi, con questo nuovo stato di coscienza.
Una Storia Di Tre Matzà
Rabbi Eliezer Zusha Portugal (1896-1982), lo Skulener Rebbe, era un maestro chassidico di una piccola città, Sculeni, nel nord-est della Romania. Verso la fine della seconda guerra mondiale, nel marzo del 1945, si trovò insieme ad altri sopravvissuti all’olocausto e agli sfollati, nella città di Czernovitz, in Bucovina governata dalla Russia. (L’esercito russo liberò Bucovina nell’aprile 1944 e completò l’espulsione dei nazisti dalla maggior parte dell’Europa orientale nel gennaio 1945, quando i russi entrarono a Budapest, in Ungheria).
La Pasqua, che sarebbe iniziata il 29 marzo, sarebbe arrivata presto per loro. Alcuni prodotti alimentari della Pasqua ebraica potevano essere forniti solo da organizzazioni caritatevoli. Nondimeno, lo Skulener Rebbe cercò di ottenere del grano che potesse essere trasformato in matzòt adeguatamente custodite e tradizionalmente cotte. A causa dell’opprimente situazione economica degli ebrei, fu in grado di cuocere un numero limitato di queste matzà. Informò allora gli altri leader chassidici della zona sul fatto che avrebbero celebrato seder pasquali allargati, offrendo a ciascuno di loro non più di tre matzòt.
Una settimana prima della Pasqua, il rabbino Moshe Hager, figlio del Seret-Vizhnitzer Rebbe, venne per le matzòt che erano state offerte a suo padre. Dopo aver ricevuto le 3 matzòt assegnate, disse allo Skulener Rebbe: “So che hai mandato a dire che potevi dare solo tre matzòt, ma comunque mio padre mi ha detto di dirti che deve avere sei matzòt”. Lo Skulener Rebbe non fu felice di separarsi da questo prezioso e introvabile cibo, molto richiesto da tanti altri ebrei, tuttavia sentiva di non avere altra scelta che onorare la richiesta, sebbene con riluttanza.
Il giorno prima della Pasqua, il rabbino Moshe Hager tornò allo Skulener Rebbe. “Cosa posso fare per te?” Chiese Skulener Rebbe. Rabbi Moshe rispose: “Voglio restituirti tre matzòt”. “Non capisco”, rispose lo Skulener, “pensavo che tuo padre dovesse assolutamente avere sei matzòt?”
““Mio padre temeva che sarebbe successo questo”, ha spiegato il rabbino Moshe, “perciò ha richiesto tre matzòt extra, per tenerle per te”.
Questo comportamento generoso accade solo quando ci sentiamo “una sola pietra”.
Come si dice in italiano alla fine siamo tutti nella stessa barca.
Il Talmùd Gerosolomita da questo esempio: la mano destra non può mai adirarsi sulla sinistra per un errore che ha fatto, così come il piede sinistro non può essere geloso di un successo ottenuto dal piede destro, perché si parla dello STESSO CORPO.
Come Diventare Una Sola Pietra?
Per maturare questa concezione, iniziare a percepire la vita come una missione collettiva e che esiste UNO SOLO scopo comune di tutti è indispensabile riuscire a superare il proprio ego. Solo così si può entrare nella dimensione dove le tante pietre diventano una sola pietra. Perché tutte portano alla stessa meta di trasformare questo mondo inferiore e impuro in una dimora per l’infinito, rivelando la Sua luce infinita nel mondo.
Per cui questo elevato stato di coscienza si raggiunge quando la vita è collegata al vero motivo della sua esistenza: che l’insieme di tutte le nostre azioni siano finalizzate a realizzare il superiore piano divino della rettificazione ed elevazione del mondo chiamato il TIKUN OLAM (rettificazione del mondo).
In altre parole questo livello di unità si può raggiungere quando si ha una vita dignitosa e piena di significato: questo ci rende capaci di essere profondamente disponibili per un’altra persona, come se il prossimo facesse parte della nostra stessa essenza.
Questa è anche la missione chiave che ci consentirà di creare nel mondo inferiore una dimora per Hashèm “DIRA BETAKHTONIM” e portare la imminente redenzione finale. Come dice il Talmùd dato che la distruzione del Santuario è stata causata da odio gratuito, la redenzione finale avverrà grazie all’amore incondizionato e gratuito verso il prossimo, cosi potremo potremo vedere il terzo Santuario ricostruito, presto nei nostri giorni, amen.

VAYETZE 5775: PERCHE’ IL GAL (MURETTO) DI YAAKOV ALLUDE A LAG BAOMER?

Riflettendo sul significato spirituale dei vent’anni di pascolo di Ya’akov, capiremo come trovare il giusto equilibrio interiore nella nostra vita. Alcuni punti della lezione : 1.Ya’akòv è il primo ebreo che viene mandato in esilio in un luogo impuro! Il … Continua a leggere

VAYETZE 5771 – LA SCALA DI YAKOV E L’INFERNO DEL BAAL SHEM TOV

La scala di Yaakòv, chiave di lettura per le due identità che ciascuno di noi possiede: l’immagine materiale e quella spirituale. Una lezione, che attraverso la mistica ebraica e gli insegnamenti chassidici, ci porta a scoprire come risvegliare il grande potenziale spirituale dentro di noi. Continua a leggere

VAYETZE 4 LEZIONI VECCHIE + NUOVA

Qui trovi i link di 4 precedenti lezioni su Vayetzè e dal prossimo venerdì si potrà trovare anche la nuova lezione di quest’anno. http://www.virtualyeshiva.it/?s=vayetze Per questa settimana la lezione live non si terrà martedì sera, come solito! Chi volesse seguire in diretta, audio e … Continua a leggere

VAYETZE 5770 – QUANDO L’AMORE NON VIENE DALL’AMATA!!!

Due tipi di amore, quello relativo alla persona stessa e quello che trascende la persona. Analizzando la storia di Rakhèl e Yaakòv e di Rakhèl e Rabbi Akiva, portandoci a comprendere il rapporto tra l’uomo e D-o. Continua a leggere

VAYETZE 5769 – PRIMO ESILIO DELLA STORIA EBRAICA!

Dall’esilio di Yaakoòv, il primo ebreo nel primo esilio della storia del popolo ebraico, si sviluppa un’analisi ricca di approfondimenti kabbalistici sul valore del matrimonio e il significato dell’amore: il sentimento principale che lega due coniugi, e che vede nalla donna un mezzo per dare amore come HaShem. Il grande potenziale di altruismo della donna quando riceve la generosità dell’uomo!

Continua a leggere

VAYETZE 5768 – IL VALORE DI TROVARE MOGLIE!

Dall’esilio di Yaakòv si impara un insegnamento profondo: quando una persona va in basso, immergendosi in condizioni difficili, ha la possibilità di realizzare la propria missione. D-o vuole che noi illuminiamo la materia e la luce ha molto valore nei luoghi più bui. E’ per tale ragione che il popolo di Isreale si sviluppa in esilio, in una condizione impura, a contatto con il materialismo di Lavàn. Continua a leggere

VAYETZE 5766 – STRATEGIE PER L’ESILIO!

Yaakòv, il primo ebreo che si allontana dalla sua terra e del suo popolo, ci lascia con il suo comportamento un grande insegnamento valido per tutte le generazioni in esilio. Come mantenere viva la spiritualità quando si compiono discese in luoghi oscuri. Continua a leggere

Pubblicato in Vayetze | 1 commento

TOLEDOT 5780: 4 LEZIONI PRECEDENTI

Questo Shabbàt 30 Novembre 2019, 2 del mese di KISLEV 5780 leggeremo la Parashà di Toledòt Gen. 25,19-28,9.

Si legge l’Haftarà di Mal. 1, 1-2, 7

Un giorno due persone si recarono da Rabbi Yosef Chayim di Bagdad, soprannominato Ben Ish Chay, perché li aiutasse a risolvere una disputa di carattere finanziario. Quello che negava di dovere all’altro del denaro, disse di essere disposto a giurare di aver ragione; però Rav Yosef Chayim, che era dotato di grande intuito, percepì che costui era un bugiardo e stava per fare un falso giuramento. Perciò gli disse: “Credevi che ti avrei fatto giurare su un semplice Rotolo della Torà? Ti farò giurare sulle Shnè Lukhòt Habrìt!” Chiese al suo assistente di immergersi in un mikvé e poi di portargli le Shnè Lukhòt Habrìt. Nell’udire queste parole il disonesto si spaventò perché credette che Rav Yosef Chayim stesse per farlo giurare sui Dieci Comandamenti originali, non avendo capito che il Rav si riferiva all’opera di Shelà che si intitola così. Immediatamente l’uomo gridò: “Pagherò il mio debito!”, e ammise che poco prima egli aveva mentito. Rav Yosef Chayim fece uso di una strategia contenente un’affermazione ingannevole, ma la sua intenzione profonda era far emergere la verità e in questo caso agì correttamente.
Quando ‘Essàv andò da suo padre Ya’akòv per ricevere la sua benedizione, questi gli disse: “Tuo fratello è venuto bemirmà-inganno e ha preso la tua benedizione!” (Bereshìt 27, 35).
Rashì spiega che il termine bemirmà, che di solito si traduce “con l’inganno”, in questo caso significa “con saggezza”. Rabbi Yeruchem Levovitz commenta che esistono molte azioni che vanno classificate in base alle motivazioni di coloro che le compiono. Se l’intenzione è indirizzata al bene, l’azione è da considerare buona. Qualcosa che, in circostanze diverse, avrebbe potuto essere disonesto, in questo caso è saggio. La stesso cosa vale per il contrario; se l’intenzione che sta dietro ad essa è cattiva, l’azione va considerata deplorevole e classificata come inganno. Ya’akòv ebbe solo intenzioni oneste e quindi il suo comportamento fu considerato positivo (Daat Torà, Bereshìt-Genesi ed. Mamash p. 174)
Questo concetto spiega l’importanza dell’essere onesti con sé stessi riguardo alle proprie effettive motivazioni. Talvolta una persona riesce a rendere ragionevole la propria disonestà, ma dentro di sé sa di avere degli intenti riprovevoli. Quando si sta per compiere un’azione che rasenta i limiti del lecito, chiediamoci quale sia il vero motivo per cui lo si fa; le buone intenzioni non autorizzano a fare qualcosa che non è permesso (nel caso di Ya’akòv c’erano fattori che avevano reso giusto il suo comportamento). Invece, molte delle cose che facciamo nella vita dipenderanno dalle nostre segrete intenzioni; impariamo a essere onesti con noi stessi e comprenderemo i motivi del vostro comportamento.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
TOLEDOT

NUOVA LEZIONE ATOMICA DI VITA

parasha 6°: MUSICA DELLO SQUILIBRIO

Come Acquisire l’Equilibro tra Trascendenza e Immanenza!

youtube: https://youtu.be/89uxiKclZmw

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10157639941710540

—–
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/11/19/toledot-5770-larte-di-scavare-i-pozzi/
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_11_19_toldot5770_yitzkhak_pozzi_bersheva.mp3
L’ARTE DI SCAVARE I POZZI

Avrahàm e Yitzkhàk, acqua e fuoco. Personalità e valori a confronto. Una profonda riflessione
che ci porta ad analizzare il rapporto difficile tra individuo e società.

Alcuni Punti della Lezione:

1. Perché lo stesso luogo viene chiamato sia da Avrahàm che da Yitzkhàk con lo stesso nome?
2. Come mai è proprio il nome dato alla città di Beer Sheva da Yitzkhàk ad essere tramandato fino ad oggi?
3. Perché la Torà dedica tanto spazio all’attività di scavare pozzi di Yitzkhàk?
4. Ti risulta più facile iniziare un progetto o saperlo continuare nel tempo?
5. Sei in grado di trovare la forza interiore per continuare un progetto nel tempo?
6. Perché alcuni personaggi storici dotati di grandi ideali non hanno lasciato un segno concreto nella storia?
7. Nella vita è più importante sapersi relazionare con il prossimo e con la società, oppure è meglio costruire una forte personalità? Possono coesistere entrambe le situazioni?

—–
Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni aiuta a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
Aiutando Virtual Yeshiva diventi soci nella diffusione della Torà ed è un segno di riconoscenza per chi insegna e così potremo diffondere insieme molti più valori di vita e insegnamenti.
Le donazioni sono deducibili dalla “decima”.
Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:
L’ABITO NON FA L’EBREO…!
Come ha fatto Rebecca a ingannare suo marito e iniziare il percorso
per “avvicinare chi è lontano”?
Quando Isacco diventa anziano la sua vista si oscurò. Lui esprime il desiderio di benedire suo figlio primogenito e prediletto Esaù, prima di morire. Mentre Esaù va a caccia per procurare il cibo preferito del padre, Rebecca prende i suoi abiti “speciali” e li impresta al fratello minore Giacobbe e gli copre le braccia e il collo con pelli di capra, per simulare la peluria di Esaù. Rebecca, inoltre prepara dei cibi prelibati per Isacco e poi manda Giacobbe da suo padre con il cibo. Giacobbe riceve le benedizioni da suo padre: “Dio ti darà la rugiada del cielo e la parte migliore della terra; dominerai su tuo fratello”. Giacobbe vestito con gli abiti di Esaù prende anche le sue benedizioni CAMBIANDO LA STORIA FINO AD OGGI.
Le stranezze di questa storia sono numerose e una domanda non può essere ignorata: Rebecca si è comportata correntemente nel pianificare astutamente questo piano contro il marito? Se Rebecca aveva buone ragioni per giudicare Esaù immeritevole delle benedizioni di Isacco, perché non ne ha parlato direttamente con suo marito e non ha seguito la “gloriosa” tradizione delle mogli ebree che cercano sempre di spiegare ai mariti i propri errori?
Oltretutto, Rebecca avrebbe avuto ottimi argomenti contro la concessione delle benedizioni a Esaù, ragioni che Isacco avrebbe certamente compreso. La Torà descrive Giacobbe come un “Uomo retto che studia nelle tende”, in palese contrasto con suo fratello gemello Esaù che è invece descritto come un “Esperto cacciatore, un uomo della campagna”.
Rebecca favori Giacobbe per buone e giuste ragioni. Esaù, “Il cacciatore” è l’uomo che ha “disprezzato la sua primogenitura” che ha venduto per un piatto di lenticchie, era essenzialmente una persona legata alla materia e alle cose mondane, non destinato ad essere un fedele seguace di un Dio invisibile e trascendente. “Il patto di Abramo”, la sua alleanza con Dio, doveva sicuramente passare attraverso Giacobbe, “L’uomo retto che studia nelle tende”. I suoi discendenti formeranno la nazione di Israele, che darà a tutto il mondo la visione etica del monoteismo; mentre Esaù sarà il capostipite della nazione edomita e in ultima analisi della civiltà romana, con la sua cultura spietata fondata sul “culto” della materialità, al fine di ottenere dei benefici fisici. Allora, perché Rebecca non condivide questa sua idea con il marito, invece di manipolare la situazione?

Molto inchiostro è stato versato sull’argomento. Oggi, però vorrei condividere con voi un pensiero, di uno dei più grandi maestri cassidici dell’ebraismo, del rabbino Yitzchak Meir, il primo Rebbe di Gur.

Secondo la sua autorevole opinione, Rebecca sapeva che i nipoti di Giacobbe si spoglieranno un giorno degli indumenti del loro nonno e metteranno quelli di Esaù: all’interno saranno ebrei, ma all’esterno cercheranno di apparire come Esaù. Rebecca ha capito, come solo una madre può fare, la confusione e l’ambivalenza che potrebbe consumare la sua discendenza nei millenni a venire. Rebecca comprende, profeticamente, la crisi identitaria che subirà l’ebreo dell’epoca moderna, il suo desiderio di integrarsi, o anche assimilarsi, tra le altre Nazioni e culture.
Rebecca avrebbe potuto persuadere suo marito a concedere le benedizioni direttamente e in modo lineare a Giacobbe, ma poi questa potente energia spirituale sarebbe stata trasmessa SOLO al “vecchio” Giacobbe: colui che sembrava Giacobbe interiormente ed esteriormente; il “retto” Giacobbe, “che abita nelle tende”.
Che ne dici – pensò, tra se, Rebecca – se questo Giacobbe, un giorno abbraccerà il secolarismo apparendo come Esaù, forse perderà il merito di avere la benedizione di Isacco? Questo ebreo/a completamente moderno e laico forse appartiene meno alla Torà e alla nostra fede?
Rebecca sapeva la risposta: NO, in nessun modo! Anche il Giacobbe che assomiglia a Esaù è parte integrante dell’Alleanza e dell’eredità di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nel momento in cui Rebecca vestì suo figlio Giacobbe degli abiti di Esaù, per ricevere le benedizioni di Isacco, assicurò che la scintilla del giudaismo, l’essenza dell’anima ebraica, la fonte della fede ebraica, sarebbe rimasta nel cuore di ogni singolo ebreo per sempre. Persino nell’ebreo che tanti altri liquidano come un semplice Esaù.
L’Orso
Quanto detto finora mi ricorda l’aneddoto sull’ateo che cammina nel bosco: “Che maestosi alberi! Che fiumi potenti! Che animali meravigliosi!” e mentre camminava lungo il fiume, sentì un fruscio nei cespugli dietro di lui. Si voltò a guardare e vide un orso grigio di quattro metri correre contro di lui.
Iniziò a scappare più veloce che poteva, sul sentiero. Si guardò alle spalle e vide che l’orso si stava avvicinando a lui. Continuò a correre, poi guardò di nuovo, ma l’orso era sempre più vicino. L’ateo inciampò e cadde a terra. Si girò per rialzarsi, ma vide che l’orso era proprio sopra di lui, pronto a colpirlo con le sue zampe. In quel momento l’ateo gridò: “Oh mio Dio!”
Il tempo, improvvisamente, si fermò. L’orso si bloccò e la foresta divenne, tutto a un tratto, silenziosa. Mentre una luce brillava sull’uomo, una Voce uscì dal cielo e disse: “Tu rinneghi la mia esistenza, per tutti questi anni, insegni agli altri che non esisto e sei convinto che la creazione sia solo il frutto di un incidente cosmico. Ti aspetti che ti aiuti per tirarti fuori da questa situazione? Devo considerarti un credente?”
L’ateo guardò direttamente nella luce e rispose, “Sarebbe ipocrita da parte mia chiederti all’improvviso di trattarmi ora da credente, ma forse potresti far credere all’ORSO?”
Molto bene,” disse la Voce. La luce si spense. I suoni della foresta ripresero. E l’orso lasciò cadere la zampa destra, chiuse gli occhi, meditò per qualche minuto e poi disse lentamente: “Baruch Atà Hashem Elokeinu melech haolam hamotzi lechem min haaretz (benedizione sul pane).”
A volte non si sa cosa si nasconde dietro la veste da orso. Esternamente può essere vestito come un orso, ma se si ascolta attentamente si può sentire il “Baruch Atà Hashem …”
Ebrei Traditori
La storia riportata nasce da una intuizione Chassidica che interpreta un misterioso brano Talmudico, circa il racconto di Giacobbe che si veste come Esaù, per ottenere la benedizione di suo padre.
“Isacco odorava i suoi vestiti”, riferisce la Torà, e proclamò: “Vedi, l’aroma di mio figlio è come l’aroma del campo benedetto da Dio”. Poi Isacco iniziò a dare le benedizioni. Il Talmud, focalizza la nostra attenzione sul fatto che il termine usato per “i suoi vestiti” (begadav), potrebbe anche essere pronunciato e tradotto come “i suoi traditori” (bogdav). Il termine ebraico per vestito, può anche essere pronunciato “boghed”, che significa “tradire”. Questo perché i vestiti eclissano e “tradiscono” la personalità interiore di un uomo. Un ricco miliardario può vestirsi come un povero e, al contrario, il povero può vestirsi da aristocratico.
Dal momento che nel rotolo della Torà non ci sono vocali, si può leggere la storia come “Isacco odorò i suoi traditori e proclamò: l’aroma di mio figlio è come l’aroma del campo benedetto da Dio”.
Il Talmud sta affermando che Isacco “annusando i traditori” del popolo ebraico né apprezza la loro fragranza, come se lui fosse ispirato a benedire il progenitore di questi traditori, Giacobbe. Questo è profondamente inquietante! Cosa c’è di così piacevole nell’aroma dei traditori? E perché dovrebbero ispirare Isacco a benedire il loro capostipite Giacobbe? Le grandi anime e i giganti spirituali che sarebbero emersi dal seme di Giacobbe, nel corso della storia, non bastavano ad invogliare Isacco a conferire le benedizioni a lui? Solo i traditori lo hanno commosso così profondamente? Come è possibile?
Il ladro del tempio
Il Midrash, racconta una storia che illustra la natura dei “traditori” che Isacco “odorò”. L’episodio avviene a Gerusalemme, nell’anno 70 EV, durante la conquista romana della Città Santa e la distruzione del secondo Santuario.
Quando i Romani entrarono nel Tempio, incredibilmente grande e complesso, non sapevano come muoversi e non conoscevano la dislocazione degli oggetti di valore in quella moltitudine di camere e vani. Avevano bisogno di una “buona guida turistica”.
Un ebreo si offrì volontario. Il suo nome era Yosef Meshisa, ed era il traditore per antonomasia! L’uomo era pronto a svendere la sua anima e il suo popolo, al nemico crudele, solo per proteggere la sua stessa pelle. I soldati romani, hanno subito apprezzato le “nobili intenzioni” dell’ebreo, gli hanno promesso, come ricompensa per il “tour”, la possibilità di prendere ciò che desiderava dal Tempio Santo.
Yosef Meshisa, entrò nell’epicentro spirituale dell’universo e andò a prendere per sé la Menorà (lo splendido candelabro d’oro situato nella camera interna del Tempio), uno degli articoli più sacri, usati in questo Tempio Santo.
Questa storia, ci fa capire qualcosa sulla natura del ragazzo, Yosef Meshisa. Mentre Gerusalemme era inghiottita dalle fiamme, migliaia di ebrei venivano massacrati e il Tempio stava per essere distrutto, quest’uomo aveva l’audacia, la faccia tosta, di unirsi ai ranghi nemici e assisterli nel rimuovere la Menorà dal Tempio. Tutto ciò solo per il suo beneficio personale!
Tuttavia, all’uscita, i Romani si rifiutarono di lasciarlo andare via con la Menorà: “È inappropriato, per un uomo semplice come te, avere un oggetto così prezioso nella tua casa”, gli hanno detto. “Torna indietro e prendi qualcos’altro, qualsiasi altra cosa.”, ordinarono i romani. Ma, ecco! Contro qualsiasi logica, Yosef Meshisa rifiuta di rientrare nuovamente nel Tempio Santo, per rubare un altro oggetto. “Non è abbastanza”, proclama, “aver fatto arrabbiare il mio Dio e contaminato il suo Tempio una volta; volete che lo faccia anche una seconda volta? Non esiste!”
I Romani torturarono brutalmente questo ebreo. Posero il suo corpo su un tavolo da lavoro usato dai falegnami e ne perforarono il corpo, fino alla morte. Le ultime parole sulle sue labbra furono: “Guai a me! Ho irritato il mio Creatore”.
Il Meccanismo di trasformazione
Cosa è successo a quest’uomo? All’inizio è caduto al più basso livello, pronto ad assistere il brutale nemico del popolo ebraico, per il proprio guadagno finanziario. Poi, cambia idea improvvisamente e mette in gioco la sua vita, pur di non rientrare nel Tempio e rubare un altro oggetto sacro? Da dove proviene questa improvvisa trasformazione? Cosa ha potuto cambiare, così radicalmente, questo individuo da opportunista a grande patriota?
Risposta: tutto è cambiato perché è entrato nel Bet Hamikdash (il Tempio Santo) e tenuto in mano la santa Menorà! In quel luogo di santità, dove la presenza di Dio era sentita e vissuta, sentì, per la prima volta nella sua vita, la sua neshamà, la sua interiorità ebraica, la sua essenza più vera. All’improvviso, non era più Yosef Meshisa, il collaboratore dei romani, ma ora era Yosef Meshisa, un ebreo collaboratore di Avraham, Yitzchak, Yaakov, Moshe e Rav Akiva. Improvvisamente è diventato parte di una catena inviolabile di 4000 anni!
Non fatevi ingannare dagli indumenti
Questi sono i “traditori”, dice il Midrash, che Isacco odorava quando Giacobbe entrò nella stanza, poiché essi generarono uno straordinario aroma spirituale.
Ora possiamo vedere la brillante correlazione tra “vestire” e “traditori”. Giacobbe, vestito con abiti di Esaù, rappresentava, in quel momento, gli ebrei che possono apparire e comportarsi proprio come Esaù. Storie, come quella di Yosef Meshisa, di uomini e donne che potrebbero tradire la loro gente e la loro fede, in forme sfacciate o sottili. Eppure, nel momento della verità, la loro anima ebraica interiore emerge nel suo pieno profumo. Le benedizioni di Isacco furono ispirate, in particolare, da questi ebrei, perché sono loro che dimostrano la verità del fatto che l’essenza ebraica e la forza di Dio, sono nel cuore di OGNI ebreo, trincerato nel suo stesso DNA.
Questa trasformazione non deriva, unicamente, dal potere del Santo Tempio di Gerusalemme. Anche nei nostri tempi, esiste qualche luogo che possa trasformare, così istantaneamente, un individuo alienato, in un’anima appassionata. Come questa storia vuole dimostrare.
La storia narra di un ebreo di nome Franz Rosenzweig (1886-1929), influente teologo ebreo e filosofo in Germania, come raccontata nel suo libro, “La stella della redenzione”.
Franz Rosenzweig era un ebreo totalmente laico e assimilato. Fu un autore prolifico e un grande filosofo, ma viveva in Germania, in un’epoca in cui la filosofia e la scienza moderna si presentavano come un’alternativa razionale alla “farsa delle religioni”. Nel 1913 si stava preparando a convertirsi al cristianesimo.
Era la notte di Yom Kippur, l’11 ottobre 1913. Franz Rosenzweig, allora 27enne e già uno dei più brillanti filosofi del suo tempo, entrò in una sinagoga di Berlino con l’intenzione di fare un “atto finale” da ebreo. Alla fine di quelle 24 ore, sarebbe entrato nella chiesa dove il suo “sponsor”, Rudolf Ehrenberg, lo aspettava per il battesimo al cristianesimo. Solo e sconosciuto a tutti i presenti, il futuro convertito, andò a Berlino, in un Sinagoga piena di ebrei devoti, osservanti e sinceri.
Ma lì succede qualcosa. Franz Rosenzweig entrò nella sinagoga per vedere com’era, per curiosità e uscì da lì come un “Baal Teshuvà”, un “ritornato” all’ebraismo. Kol Nidre (preghiera che si recita prima di Kippur) e le successive 24 ore, sono state sufficienti per trasformare completamente questo giovane. Dopo Yom Kippur, scrisse una lunga lettera al cugino, che doveva sponsorizzare il suo battesimo: “Mi dispiace deluderti, ma sono rimasto ebreo”.
Ai giorni nostri è un fenomeno comune vedere ebrei diventare “Baal Teshuvà”, iniziare a rispettare le Mitzvot e riabbracciare l’eredità dei loro nonni. Nella Germania del 1913, questo era un fenomeno quasi sconosciuto vedere un ebreo laico ritornare osservante della Torà.
Cos’è la causa? Era la stessa di Yosef Meshisa. Fu esposto alla santità, alla realtà del sacro. Una persona che è totalmente laica, o anti-religiosa, o che è pronta ad adottare un’altra religione, va in Sinagoga, non per pregare e per partecipare, ma semplicemente per osservare…! Quando si è esposti a un luogo di santità, in una tale notte di santità (il giorno solenne di Kippur), questo può stravolgere l’anima. Può cambiarla radicalmente.
Perché la santità – kedusha è reale. La Torà è reale. Quando un ebreo dice “amen yehè shemè rabà” con tutto il suo cuore, questo è reale. Attraverso la sua esposizione a un momento di santità, Rozenzweig divenne una persona diversa. Questo non richiede l’esposizione al Santuario di Gerusalemme, ma basta solo una sinagoga dove si prega sinceramente il Maestro del Mondo. Questo può cambiare un uomo per sempre.
Quando Rebecca fece indossare le vesti di Esaù a suo figlio Giacobbe, assicurò questa verità per l’eternità. Anche se incontri un ebreo simile a Esaù, ricorda che lui o lei è in verità un Giacobbe, solo vestito come Esaù.
In quel momento, Rebecca piantò i semi dell’opera conosciuta oggi come “kiruv” o “shlichut”, la visione altissima della nostra generazione articolata dal Rebbe di Lubavitch: “Esci da te stesso e guarda con umiltà nel cuore di un altro ebreo, e incontrerai la fiamma e la santità di Giacobbe. Lo aiuterai ad accendere la sua fiamma, in modo che possa a sua volta accendere altre fiamme latenti, finché il mondo intero non sarà infiammato dalla luce di Dio”.
Questa lettura settimanale è proprio nel periodo del raduno mondiale dei Shluchim – messaggeri del Rebbe, sparsi in ogni angolo del globo per illuminare le anime sparse e perfezionare il mondo per la redenzione eterna.
—–
Il primo giorno di Kislev, commemoriamo l’anniversario di Rav Gabi e Rivki Holtzberg e degli altri uomini e donne ebrei assassinati nella sinagoga a Mumbai, in India.
Gabi e Rivki hanno trasformato la loro casa e il loro cuore in un luogo dove migliaia di ebrei, da ogni ambiente, si sentivano a casa.
Possa la loro memoria servire da ispirazione e rinvigorimento per tutti noi.

\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\

Questa settimana  ci siamo svegliati con una notizia orribile, un duro colpo dal quale facciamo fatica a riprenderci. Vedere le immagini dei corpi privi di vita, dei tallitot, dei tefillin e dei siddurim intrisi di sangue ha evocato in noi le immagini dell’Olocausto nei confronti del quale eravamo convinti che non si sarebbe mai più ripetuto. Per la prima volta un atto terroristico mirato SOLO su Rabbini e persone religiose e PROPRIO durante la preghiera e quando indossano i tefillin!!!
Questo scenario ci ha storditi e affranti ma non deve lasciarci paralizzati e incapaci di reagire.
Noi dobbiamo rispondere.
Non farlo significherebbe girare le spalle ai bambini e alle famiglie che in quella mattina si sono svegliate con un dolore insopportabile. Piangono per un marito, un padre, un figlio, un fratello (e per il coraggioso poliziotto druso che ha dato la sua vita in un eroico tentativo di salvare la loro; anche lui è ora un fratello) Possiamo rimanere seduti?
Essi non sono morti a causa delle loro convinzioni politiche, o  per un loro ideale nazionale. Non sono stati massacrati perché volevano pregare in un luogo  che i mussulmani considerano loro. Sono stati uccisi per un motivo e uno motivo solo, perché erano ebrei.
Essere uccisi perché  ebrei è stata una parte normale della nostra esistenza da tremila anni. Nonostante ciò, 3000 anni dopo siamo ancora qui, e siamo l’unica nazione al mondo che può dirlo. E siamo stati in grado di dirlo anche quando non avevamo un esercito o una nostra nazione.
Quando si verifica un orrore come  questo la nostra risposta deve essere: “Si può essere in grado di uccidere un ebreo, ma non si sarà mai in grado di uccidere gli ebrei!”.
L’unica costante della nostra esistenza negli ultimi tre millenni sono stati i tefillin, che i nostri fratelli avevano indosso nel momento in cui sono stati trucidati.
I tefillin, le candele dello Shabbat, la Mezuzà, e, naturalmente, la Torà e tutto ciò che è in essa: questo è ciò che unisce tutti noi, ed è per questo che  sentiamo il loro dolore come se fosse il nostro ed è anche per questo che oggi gridiamo come una sola famiglia.
Ed è così che dobbiamo rispondere.
Se sei un maschio ebreo e oggi non ti sei  ancora messo i tefillin, ferma quello che stai facendo e metti i tefillin adesso. Tutto ciò che devi fare dura cinque minuti. Se non hai i tefillin, rivolgiti al più vicino Rabbino Chabad o alla tua sinagoga  e sarà felice di aiutarti a farlo oggi.
Sei una donna ebrea ? Oggi pomeriggio, venerdì,  accendi le candele dello Shabbat.
Immaginate il piacere delle loro famiglie  sapendo che migliaia di persone e centinaia di migliaia di loro fratelli e sorelle stanno assicurano la continuazione della loro eredità. Il loro sacrificio non  chiede di meno, e non possiamo abbandonare essi stessi e le loro famiglie.
Naturalmente ci sono molti altri modi con i quali si può e forse si deve rispondere. Io non dico che questo è TUTTO ciò che possiamo fare. Io sostengo che questo è almeno l’inizio. Se hai già messo i tefillin o hai acceso le candele dello Shabbat  ora è il tempo per invitare qualcun altro a farlo.  Se non l’hai ancora fatto, cosa stai aspettando?

I famigliari delle vittime hanno mandato una lettera a tutti gli ebrei del mondo chiedendo di dedicare ai defunti questo Shabbat con maggiore unità e aumentando l’osservanza dello Shabbat in memoria di dei loro genitori.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

TOLEDOT

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/11/19/toledot-5770-larte-di-scavare-i-pozzi/

L’ARTE DI SCAVARE I POZZI

Avrahàm e Yitzkhàk, acqua e fuoco. Personalità e valori a confronto. Una profonda riflessione
che ci porta ad analizzare il rapporto difficile tra individuo e società.

Alcuni Punti della Lezione:

  1. Perché lo stesso luogo viene chiamato sia da Avrahàm che da Yitzkhàk con lo stesso nome?
  2. Come mai è proprio il nome dato alla città di Beer Sheva da Yitzkhàk ad essere tramandato fino ad oggi?
  3. Perché la Torà dedica tanto spazio all’attività di scavare pozzi di Yitzkhàk?
  4. Ti risulta più facile iniziare un progetto o saperlo continuare nel tempo?
  5. Sei in grado di trovare la forza interiore per continuare un progetto nel tempo?
  6. Perché alcuni personaggi storici dotati di grandi ideali non hanno lasciato un segno concreto nella storia?
  7. Nella vita è più importante sapersi relazionare con il prossimo e con la società, oppure è meglio costruire una forte personalità? Possono coesistere entrambe le situazioni?

——–
Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perche’ vogliamo che la Tora sia accessibile a tutti. Aiutando Virtual Yeshiva potrete diventare soci nella diffusione della Tora. Sul seguente link puoi trovare come mandare una donazione
http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/

La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

http://www.virtualyeshiva.it/2014/11/15/toledot-5773-4-lezioni-precedenti/

Per un Piatto di Lenticchie

Tutti ormai erano al corrente della triste notizia: il grande tzaddìk Avrahàm era mancato.
Per rispettare il lutto per l’amato padre, Yitzkhàk si sedette, mentre Ya’akòv si recò in cucina a preparare le lenticchie. Questi legumi, serviti a coloro che sono in lutto, ricordano, con la loro forma rotonda, che nel mondo la ruota della fortuna gira continuamente, talvolta colpendo alcuni e favorendone altri, talvolta il contrario.
In casa di Avrahàm vi era solo una persona che non era affatto toccata dalla triste perdita: ‘Essàv, che neppure quel giorno seppe rinunciare ad andarsene per i fatti suoi in campagna. Tra l’altro, proprio quel giorno si era impossessato di una ragazza fidanzata con un altro uomo e aveva assassinato Nimròd, il figlio dell’omonimo Nimròd, a suo tempo ucciso da Avrahàm.
Questo fu quanto accadde: mentre cacciava nella campagna, ‘Essàv scorse da lontano i soldati di Nimròd che lo circondavano. Quest’ultimo indossava i preziosi indumenti che Dio aveva fatto per Adàm su cui erano raffigurati degli animali e che avevano il potere di attirarli e di sottometterli. ‘Essàv, desiderando ardentemente la veste, pazientò finché i soldati si allontanarono. Si avvicinò quindi furtivamente e attaccò Nimròd alle spalle, mozzandogli la testa. Con i vestiti sottratti alla vittima se ne tornò a casa, esausto ma soddisfatto della proficua caccia, anche se un po’ preoccupato dalla possibile vendetta dei discendenti di Nimròd.
Entrato in casa, scorse Ya’akòv intento a cucinare. ‘Essàv lo apostrofò con il suo abituale cinismo: «Perché ti stanchi a preparare un piatto così complicato? C’è una magnifica varietà di cibi deliziosi che si possono cucinare con meno sforzi: pesce, insetti, carne di maiale…!».
«Avrai sicuramente sentito che nostro nonno Avrahàm è mancato e che nostro padre è in lutto» replicò Ya’akòv. «Gli sto cucinando le lenticchie».
«Oh! Il buon vecchio Avrahàm è stato strappato da questo mondo tanto bello ed eccitante? Beh… non ha vissuto centinaia e centinaia d’anni!?» ribatté ‘Essàv. «Se n’è andato per sempre, per non risorgere mai più! È morto, come è morto Adàm che non può più ritornare e proprio come il buon Nòakh che, anche se ha ricostruito il mondo, se n’è andato per una morte eterna!». ‘Essàv infatti rinnegava l’esistenza del Mondo a Venire e la Resurrezione dei Morti. Egli credeva che lo scopo dell’uomo fosse quello di vivere divertendosi il più possibile.
‘Essàv guardò le lenticchie e la bottiglia di vino sul tavolo. «Sono affamato! » esclamò rivolto a Ya’akòv. «Dammi solo un goccio di quel buon vino rosso che hai lì e fammi ingollare un po’ di quella pietanza rossa che hai cucinato!». Era infatti così stanco e debole, da non essere in grado neppure di sollevare il piatto e servirsi da solo.
‘Essàv aprì la bocca come un cammello. Ya’akòv lo guardò sconcertato: come avrebbe potuto un uomo che rinnegava il Mondo a Venire essere il futuro capo della famiglia? Meritava una persona come lui di esercitare il diritto di primogenitura e di offrire i sacrifici per la famiglia?
Ya’akòv decise di acquistare il diritto dei sacrifici al posto del fratello. Spiegò quindi ad ‘Essàv: «Io ho preparato questo piatto per mio padre e non intendo perdere la mitzvà di darglielo per colpa tua. Se ti va di aspettare un po’ te ne preparo un altro; se invece lo vuoi subito, ti darò ciò che ho preparato per lui ma… a condizione che tu mi venda la primogenitura! Posso rinunciare a questo piatto destinato a una mitzvà solo per un’altra mitzvà!».
«E che cosa me ne faccio della primogenitura? – rispose ‘Essàv con disprezzo. – Morirò comunque come tutti. Per che cosa ne avrei bisogno?». Così negò anche la Provvidenza di Dio.

(Tratto dal volume Bereshìt, Edizioni Mamash)

Questa Parashà tratta un argomento molto importante, la discendenza di Yitzkhàk, la sterilità di Rivkà, la preghiera di Yitzkhàk e Rivkà per avere figli. La nascita di due gemelli Ya’akòv e Essàv, dei loro caratteri e delle loro inclinazioni. Crescita dei ragazzi; Essàv vende la primogenitura al fratello.
Yitzkhàk e Avimèlekh. A causa di una carestia in Israele,Yitzkhàk si trasferisce da Avimèlekh re dei Pelishtìm. Yitzkhàk diventa molto ricco e potente e, per invidia, i Pelishtìm otturano i pozzi da lui scavati. Nascono diverse dispute, finchè Yitzkhàk lascia la loro terra e scava altri pozzi.
La Parashà narra inolte del trattato di pace con Avimèlekh a Beèr Shèva, del matrimonio di Essàv con due idolatre causando la pena dei suoi genitori.
La fuga di Ya’akòv presso Lavàn ed il nuovo matrimonio di Essàv con una figlia di Yishma’èl.

Si legge l’Haftarà di Mal. 1,1-2,7

MIDRASHIM

Per un Piatto di Lenticchie (Bereshìt 25,29-34)
Midrash Bereshìt Rabbà 25,29-34
(a pagina 649 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Yitzkhàk Benedice Ya’akòv (Bereshìt 27,26-29)
Midrash Bereshìt Rabbà 65-66; Tifèret Tziyòn 65, 18; Midràsh Tankhumà b.16;
Pirkè Derabbì Eli’èzer 32.
(a pagina 651 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

Preparami una Vivanda Gustosa
(a pagina 717 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Ya’akòv e ‘Essàv: lo Tzadìk e il “Malvagio”
(a pagina 719 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

L’Armonia della Torà
(a pagina 721 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

TOLEDOT 5771: SOTTO IL VESTITO NULLA!
Rivkà si reca da Yaakov per suggerirgli di trasvestirsi da Essàv e rubare la benedizione del padre: uno strano comportamento, un grande insegnamento di vita ebraica. Una storia che parla alle attuali generazioni, che ci mostra il bene nascosto anche in una situazione irrecuperabile, attraverso i principi della chassidut.

TOLEDOT 5770: L’ARTE DI SCAVARE I POZZI
Dal segreto di scavare i pozzi, alle ragioni per cui fu il nome di Beer Sheva dato da Yitzkhàk a durare fino ad oggi, un profondo ed unico percorso nella psicologia, per esaminare le differenze nei comportamenti e nelle personalità di Avrahàm e suo figlio Yitzkhàk, al ruolo tra individuo e società, attingendo ai principi della tradizione ebraica.

TOLEDOT 5769: PATRIARCHI : UNA LUCE ETERNA
Le vite dei patriarchi, narrate nella Torà, sono di guida e insegnamento per tutte le generazioni. Yitzkhàk non va in esilio, a differenza di Avrahàm e Yaakòv, un comportamento e un approccio alla vita differente che ci insegna come vivere i diversi aspetti del vivere una vita ebraica. Alla luce degli aspetti cabbalistici e della Chassidut, vengono analizzate le diversità di comportamento insite nei concetti di rigore e bontà, di come poter meglio elevare spiritualmente la materia.

TOLEDOT 5766: LA NASCITA DI DUE NUOVI POPOLI
L’eterno vincolo che unisce i due popoli derivanti da Yitzkhàk: i discendenti di Yaakòv e quelli di Essàv. Le differenze profonde e il significato dei diversi comportamenti dei due uomini, ci portano a scoprire, alla luce dei ricchi insegnamenti della Torà e dei diversi commenti, le caratteristiche irrazionali e soprannaturali che connotano il popolo ebraico. Una lezione che ci guida alle origine spirituali di Israele.

Pubblicato in Parashot, Toledot | 1 commento

KHAYÉ SARÄ 5780: 6 LEZIONI PRECEDENTI

Questo Shabbàt 23 Novembre 2019, 25 del mese di Kheshvàn 5780 leggeremo la Parashà di

Khayè Sarà Gen. 23,1-25,18.

Si legge l’Haftarà di Melakhìm I:

Italiani/Milano/Torino/: Melakhìm I: 1, 1-34
Sefarditi Ashkenaziti: Melakhìm I: 1-31

Nella porzione della Torà di questa settimana, Khayè Sarà (Bereshìt 24, 1), è scritto che “Avrahàm (Abramo) era anziano e avanzato nei giorni”. Questo passo della Genesi ci permette di capire come il nostro Patriarca ha usato ogni giorno della sua vita al meglio. Analogamente, noi possiamo imparare come usare i nostri giorni al meglio e capire come essi ci preparano per la vita del Mondo a venire, o “Paradiso”.
Viene insegnato (Mishnà Avòt 4:17), “[Anche] un momento di pentimento e buone azioni in questo mondo è superiore all’intera vita del Mondo a venire”.
Eppure questo concetto sembra commentato in modo strano nell’ importante testo Chassidico Ighèret Hakòdesh 29, dove si afferma che – in relazione al Paradiso dove i giusti si crogiolano nel piacere dello splendore della Presenza Divina – la funzione del pentimento e delle buone azioni è che essi si trasformano in “indumenti spirituali” che consentono all’anima di resistere alla “radiosità della Divina Presenza” con la quale sarà premiata nel Mondo a venire.
In effetti, lo Zohar afferma – commentando la frase “…avanzato nei giorni” citata sopra – “Nei “giorni” superni [spirituali] guai alla persona che manca nei “giorni” nel Mondo a Venire, perché quando avrà bisogno di vestirsi con quei “giorni”, il “giorno” che ha danneggiato [nella vita] mancherà a quell’indumento”.
Queste affermazioni sembrano implicare che la cosa principale è il Mondo a Venire, poiché questo mondo serve solo come preparazione, come luogo per ottenere gli “strumenti” necessari, per così dire, per la vita in Paradiso. In tal caso, qual è il significato dell’insegnamento che “anche un solo momento di pentimento e buone azioni in questo mondo è superiore all’intera vita del Mondo a Venire”?
(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
KHAYE SARA
Nuova lezione atomica 20/11/2019 parasha 5° Khayè Sarà
COME VINCE ELIEZER IL SUO CONFLITTO INTERIORE?
Conoscere ed Esternare i Problemi per Risolverli
Nella Torà alcune lettere, vocali e melodie rappresentano un diverso mondo spirituale, dei tre mondi creati, ossia ognuna di esse rivela un differente aspetto della Torà: alcune dimensioni vengono rivelate solo nelle melodie, alter nelle lettere o nelle vocalizzazioni.
Tra le melodie-taamìm della Torà ne troviamo una molto strana, “in tutti i sensi”, lo SHALSHÈLET, una nota insolita: va su e giù, su e giù, come se non fosse in grado di passare alla nota successiva. La forma strana, il suono unico e ancora più strano è che in tutta la Torà questa nota compare solo 4 volte.
Fu il grande commentatore rabbino Joseph Ibn Caspi (autore di 28 libri sulla filologia della Torà) del XVI secolo (nel suo commento a Bereshìt 19, 16) a capire bene il significato che essa trasmette, vale a dire uno stato psicologico di incertezza e indecisione.
La notazione grafica di SHALSHÈLET sembra una sequenza di lampi, un movimento a zig-zag, un segno che va ripetutamente avanti e indietro. Trasmette un movimento congelato – in cui il protagonista è lacerato dal conflitto interiore:
LO SHALSHÈLET È LA MUSICA DELL’AMBIVALENZA.
—–
Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
COME TROVARE L’ANIMA GEMELLA?
——–
.

Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni aiuta a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
Aiutando Virtual Yeshiva diventi soci nella diffusione della Torà ed è un segno di riconoscenza per chi insegna e così potremo diffondere insieme molti più valori di vita e insegnamenti.
Le donazioni sono deducibili dalla “decima”.
Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/category/parashot/bereshit/khaie-sara

UNA VITA PARADISIACA

(continua da sopra)
Per capire la risposta, dobbiamo prima discutere su cosa si intende per “radianza della Divina Presenza” con cui le anime si dilettano in Cielo e cosa si intende con l’insegnamento che il pentimento e le buone azioni in questo mondo si trasformano in “abiti” che consentono all’anima di resistere a tale splendore.
Esiste, infatti, una differenza fondamentale nel grado di rivelazione del Divino tra questo mondo e il Mondo a Venire. Non dovrebbe sorprenderci che la rivelazione di Hashèm sia palese nel Mondo a Venire. D’altra parte, la Sua presenza si fa sentire anche in questo mondo; in effetti Lui è la forza spirituale che porta in essere l’universo e senza il quale nulla potrebbe esistere. Tuttavia, la bontà Divina in questo mondo è completamente nascosta: si possono vedere gli effetti della presenza di Hashèm, non si può “vedere” la Sua presenza ed essenza in modo palese.
Per comprendere meglio la maniera in cui Hashèm anima questo mondo, essa può essere paragonata a come l’anima interagisce con il corpo. Tutte le funzioni del corpo sono “potenziate”, per così dire, dall’anima: se la mano si muove, se l’occhio vede, o la bocca parla ecc.; la capacità di fare ciò, è il risultato della vitalità dell’anima, che permea ogni organo e lo pervade delle sue abilità particolari.
Tuttavia, è chiaro che l’anima stessa non è divisibile in organi. L’anima non ha “componente occhio, mano” ecc.; è un’entità puramente spirituale alla quale non si possono attribuire facoltà come la vista o la parola. Forse si può paragonare, questo rapporto con quello che intercorre, ad esempio, tra una batteria e lo smartphone, dove ogni parte di tale dispositivo è costruita in modo da facilitare la sua particolare funzione: lo schermo, i tasti, i circuiti ecc. Comunque, nessuna di queste componenti potrebbe funzionare da sola! Tutte hanno bisogno di energia, della batteria! È da questa che l’energia fluisce in ogni parte e consente a ogni singola sezione di svolgere la funzione per la quale è stata costruita. Tuttavia non si può dire che la batteria stessa abbia una di queste funzioni.
Questo è il motivo per cui la Torà dice (Isaia 6, 3): “Tutta la terra è piena (dello splendore) della sua gloria”. La cosa importante da capire in questo versetto è che ciò che riempie la terra non si può nemmeno dire che sia la gloria di Hashèm in sé, ma è solo un suo riflesso. Hashèm nella Sua essenza è così esaltato al di sopra della creazione che tutto ciò che gli essere creati possono percepire è “solo” un riflesso oscuro della sua gloria e nulla più.
Questo è ciò che il Talmud intende con l’espressione (Meghillà 31a): “Nel Suo alto luogo in cui trovi la grandezza di Hashèm, lì trovi la Sua UMILTÀ”. La gente pensa che Hashèm sia “fantastico”, perché ha creato questo universo vasto e maestoso. Questo è un errore fondamentale! La “grandezza” di Hashèm stesso è qualcosa che noi mortali siamo assolutamente inadeguati a comprendere. Certamente Hashèm è “grande” – sebbene in un modo al di là della nostra comprensione – ma la sua grandezza non deriva dall’aver creato l’universo. Questo sembra solo una “difficoltà” per noi, ma per Dio è letteralmente “niente”. Invece, quando lodiamo Hashèm per aver creato l’universo, anche se abbiamo in mente tutto il meraviglioso splendore della creazione, ciò che stiamo veramente facendo è lodare Dio per essersi “abbassato”: si è reso “umile”, per così dire, nell’utilizzare anche solo una minima parte della sua forza creativa in ciò che, per Lui, è assolutamente insignificante. Non è la grandezza di Hashèm, ma “l’umiltà” di Dio, – il fatto che Egli si abbassa per il nostro bene – che è messo in evidenza dalla contemplazione anche degli più aspetti più impressionanti della creazione. Pertanto la frase del Talmud, “Nel posto in cui trova la sua grandezza, lì trovi la Sua umiltà” non esprime altro che la Sua volontà di “abbassarsi” a quel livello: Il vero “Sé” di Hashèm, per così dire, semplicemente non è rivelato in questo mondo.
Dio e il “Mondo Futuro”
Al contrario, nel mondo a venire, il piacere che le anime provano dal “crogiolarsi nel fulgore della Presenza Divina” deriva dal fatto di poter apertamente percepire, non Hashèm stesso, ovviamente, ma la luce che “irradiata” da Hashèm che dà vita a tutti e tutto.
Ora, possiamo capire un ulteriore punto. Come è possibile che una anima – un’entità emanata – sia in grado di percepire e comprendere l’essenza stessa della Divinità? È vero, l’anima è “una parte di Hashèm in cielo”, ma lo è più per quanto riguarda l’origine e la fonte spirituali dell’anima che quando l’anima abita un corpo, anche mentre si crogiola nella radiosità della Presenza Divina.
La risposta la troviamo nello studio della Torà e nell’osservanza pratica delle mitzvòt (“buone azioni”) che in questo mondo consentono a una persona di mettersi in relazione con le rivelazioni spirituali del Mondo a venire. Le mitzvòt sono la volontà di Hashèm: abbiamo messo i Tefillìn, perché è la Sua volontà; facciamo beneficenza per lo stesso motivo, ecc.
Ora, come spiegato altrove, Hashèm non ha un “corpo”, ovviamente, tuttavia, ci ha creati in modo tale che, attraverso la Torà possiamo arrivare a capire qualcosa di Lui. In particolare la “volontà”, l’aspetto più alto di una persona, trascende tutte le altre facoltà, anche quella elevata della “ragione”. Una persona, infatti non ha bisogno di una ragione logica per desiderare qualcosa, poiché semplicemente la vuole. Qui si parla dei veri desideri innati (vivere, avere una casa, avere un coniuge, procreare) che sono al di sopra della logica e non hanno bisogno di essere spiegati o razionalizzati, come spiegato ampiamente nella chassidùt.
Quindi, quando si afferma che le mitzvòt sono la “volontà” di Hashèm, si intende che la loro fonte spirituale è l’aspetto più alto della bontà Divina. Tuttavia, paradossalmente, questa alta spiritualità si esprime in forma pratica, fisica: la mitzvà dei tefillìn, ad esempio, richiede della pelle bovina legata al braccio e alla testa; gli tzitzìt sono fatti di lana di pecora e così via… anche per le altre miztvòt.
Questo paradosso rappresenta il fatto che le mitzvòt consentono di collegarsi con Hashèm stesso. La “volontà” di Dio – la fonte delle mitzvòt – è la stessa cosa con Hashèm stesso, ed è inesprimibilmente superiore alla mera rivelazione della benignità chiamata “ziv Shekhinà”, la radiosità, o splendore, della Divina Presenza. Esprimendo la volontà di Hashèm nell’osservare le mitzvòt – in particolare quelle che comportano un’azione fisica – ci uniamo a Hashèm con un’unità meravigliosa e potente che non ha paragoni in nessun fenomeno terrestre, e molto di più, anche di quello che può essere sperimentato in cielo. Nel Mondo a venire, le anime sono esposte solo alla radiosità della Presenza Divina, mentre in questo mondo abbiamo l’opportunità inestimabile di eseguire concretamente le mitzvòt e quindi essere legati e uniti al Sé di Dio.
Questo spiega perché i nostri Saggi insegnano che: “Anche un momento di pentimento e buone azioni in questo mondo è superiore all’intera vita del Mondo a venire”. Tuttavia, in un altro senso, il Mondo a venire ha un vantaggio su questo mondo: qui, non possiamo avvertire la luce Divina con cui ci stiamo unendo attraverso la Torà e le mitzvòt; sarebbe impossibile resistere a essa. Nel mondo a venire, invece, lo splendore della divinità è letteralmente percettibile, il che provoca la grande gioia delle anime quando si trovano in quel luogo santo. Ed è proprio il fatto che quelle anime hanno precedentemente trascorso del tempo in questo mondo, impegnate nell’osservanza della Torà e delle mitzvòt, che consente loro, sebbene entità emanate, di resistere a quella rivelazione. Perciò le mitzvòt formano una sorta di involucro, o indumento, attorno all’anima che gli consente di “sopravvivere” all’esposizione diretta alla bontà divina.
Unirci a Hashèm
Ora, in un’altra prospettiva, viene insegnato che l’amore e il timore di Hashèm che hanno motivato una persona mentre eseguiva le mitzvòt sono come “ali” che servono per elevare e portare in cielo la cosa più importante: le mitzvòt stesse. Questo concetto possiamo comprenderlo alla luce di ciò che abbiamo detto sopra, vale a dire, che le mitzvòt ci uniscono letteralmente a Hashèm stesso. Perché, come discusso sopra, il verso “Tutta la terra è piena della sua gloria” implica che solo la “gloria” di Hashèm, ma non Dio stesso, è racchiuso in questo mondo. Quindi, è altrettanto vero che non c’è certamente posto in Paradiso o in terra privo di Hashèm stesso. In effetti, accanto a Lui, non esiste nient’altro (anche il suo “splendore”). In modo simile si può parlare della “luce solare” solo quando brilla sulla terra, ma alla sua fonte – nel globo del sole – c’è una cosa sola: il sole, non la “luce del sole”. Tuttavia, come spiegato sopra, gli esseri creati sono capaci di percepire, almeno, un riflesso della “gloria” di Hashèm, e questo è ciò che si intende dicendo che l’intero mondo è pieno di quel riflesso.
Una persona ha la capacità di trascendere i limiti e i vincoli di questo mondo, nel senso che, conoscendo che l’Essenza stessa di Hashèm è ovunque (anche se non possiamo percepirla), possiamo desiderare ardentemente di unirci con quella essenza per non rimanere impantanati nella limitata percezione di Dio altrimenti a noi disponibile.
Quindi l’impulso per lo studio della Torà e l’osservanza delle mitzvòt sono le nostre “ali” che elevano il nostro servizio di Hashèm fino al punto in cui esso è eseguito – senza nessun motivo apparente – ma semplicemente per adempiere alla Sua volontà. E questo a sua volta unisce la persona con Hashèm stesso.
Da quanto sopra, emerge che lo studio della Torà e l’osservanza delle mitzvòt in questo mondo sono prerequisiti necessari affinché l’anima raggiunga il suo potenziale di illuminazione spirituale nel Mondo a Venire. Questo è ciò che si intende con l’affermazione che i “giorni” di questa vita formano le “vesti” di cui l’anima avrà bisogno in Cielo: ogni giorno, una persona ha un certo progresso spirituale da compiere, così che nel corso della sua vita, lui o lei avrà completamente “vestito” l’anima. E questa è l’allusione dell’affermazione secondo cui Abramo era “avanzato nei giorni”, ossia ha sfruttato appieno i suoi giorni nel loro massimo potenziale spirituale, creando un abito completo per la sua anima.
Che Hashèm, nella sua infinita bontà, ci consenta di realizzare le nostre massime potenzialità in tutti i giorni della nostra vita così da anticipare, presto ai nostri giorni, l’arrivo di Mashiàkh.
La porzione di Torà di questa settimana inizia con la triste storia della scomparsa della prima matriarca ebraica: Sarà.
Suo marito Abramo inizia a cercare un luogo di sepoltura per Sarà, per se stesso e per le future coppie di patriarchi e matriarche del popolo ebraico (Genesi 23). Abramo negozia un accordo con un uomo chiamato Efron, a cui paga un’enorme quantità di denaro, ben 400 Shekalim (equivalenti al valore di 9.120 grammi di argento puro), per un campo a Hebron, su cui sorgeva la “caverna di Makhpelà” o la “caverna doppia” (così chiamata poiché era una grotta adatta per la sepoltura delle coppie).
Proprio come programmato da Abramo, i patriarchi e le matriarche (eccetto Rakhel) di Israele furono sepolti in quella grotta: Sarà, Abramo, Rebecca, Isacco, Lea e Giacobbe.
L’edificio costruito su di essa rimane, fino ad oggi, uno dei luoghi più sacri dell’ebraismo ed è anche tenuto in alta stima dai musulmani. Immediatamente dopo questa storia, la Torà narra di come Isacco incontra e sposa la sua anima gemella Rebecca. Questa è la sezione della Torà conosciuta come “la porzione dei matrimoni”, poiché viene letta, in molte comunità sefardite, prima di uno sposalizio.
Confronti Paradossali!
La sequenza degli eventi è un punto cruciale nella Torà: servono sempre a dimostrare una tesi o ispirare un ideale. Come possiamo apprezzare la contrapposizione tra questi temi paradossali: la morte e la sepoltura di Sarà nella “grotta di Makhpelà” e l’unione della vita di Isacco e Rebecca; un evento triste accanto alla gioia massima?
Quando Mosè presentò la Torà al popolo ebraico, diede loro anche un’interpretazione orale, per chiarire e spiegare le parti più controverse ed enigmatiche. Questa tradizione orale è stata successivamente documentata nella Mishnà e nel Talmud.
Il matrimonio è una di quelle parti della Torà non chiare che richiedono un’interpretazione.
La Torà parla di “un uomo che sposa una donna”, ma non specifica i mezzi legali per contrarre il matrimonio. Il Talmud ci offre la possibilità, attraverso la tradizione orale, di colmare il divario. Una simile espressione, usata quando si parla del matrimonio, si trova anche nella Torà quando si narra dell’acquisto della grotta di Makhpelà da parte di Abramo. Attraverso un classico metodo d’interpretazione della Torà, conosciuto come “gzerà shavà” (due casi, apparentemente distinti, possono essere confrontati quando una parola simile è usata in entrambi), possiamo mettere in analogia le due parti: proprio come Abramo ha acquistato il campo e la grotta per mezzo del denaro; così anche uno sposo deve dare denaro o un oggetto di valore alla sua sposa, per rendere legalmente valido il matrimonio.
Fino ad oggi, questa legge è la base di ogni matrimonio ebraico. Quando lo sposo pone l’anello sul dito della sua sposa e dichiara “sei santificata a me…” l’uomo e la donna entrano nell’alleanza del matrimonio. Perché proprio questo rito? Perché esso deriva dalla formula legale utilizzata da Abramo per acquistare la grotta di Makhpelà tramite del denaro.
Questa è la classica metodologia talmudica, ben nota a qualsiasi studente. Eppure può sembrare strana, se non inappropriata. Perché deriviamo le leggi del matrimonio da una storia di morte e sepoltura? Come è possibile confrontare il fatto di trovare un coniuge con l’acquisto di una tomba? A un cinico, tutto questo, potrebbe ricordare una frase di Woody Allen: “Il matrimonio è la morte della speranza”. Il confronto è così strano e bizzarro che ci obbliga a guardare più in profondità, a guardare le “grotte” segrete dei nostri rapporti con gli altri.
La Torà e la Mistica ebraica parlano dell’esistenza di due dimensioni in ogni relazione: l’elemento palese, situato “sopra il suolo” e la componente nascosta, sepolta “sotto il suolo”, travestita e velata. Nel nostro lessico moderno possiamo definirli come relazioni consapevoli rispetto a quelle subconscie.
Il primo livello della relazione è creato da pensieri, emozioni e sentimenti coscienti: “Ti amo perché mi sento bene con te; ti amo perché ti percepisco come il partner della mia vita”. Cosa succede se questi potenti sentimenti scompaiono?
Anche la relazione, naturalmente, soffre. Quando la causa non c’è più, i suoi effetti seguiranno. Queste dinamiche sono comuni in molti matrimoni: quando la passione esplode allora l’amore arriva fino al cielo, l’unione è splendida e vibrante; ma quando le emozioni appassionate e le travolgenti attenzioni per l’altro si dissolvono, il legame si allenta e la fedeltà piano, piano scompare. La coppia può ancora essere sposata sulla carta; internamente, tuttavia, sono come divorziati purtroppo. A questo punto molti si domandano, perché non completare il processo e tagliare il legame anche ufficialmente? Chi stai ingannando?
Tuttavia la Torà e la Cabbalà si rivolgono anche a un altro aspetto della relazione: quella sepolta sottoterra, nelle grotte interne delle anime che si guardano “faccia a faccia” (panim el panim). Questa è la vera connessione di due anime gemelle legate assieme, non tanto perché consapevolmente sperimentano una relazione cosciente, ma piuttosto perché sono connesse intrinsecamente, indipendentemente dai sentimenti coscienti. Due metà hanno come unica ragione per unirsi il fatto che sono UNA SOLA entità che si è divisa in due, per cui l’unione è naturale e innata, senza bisogno di giustificazioni.
Un classico esempio è il rapporto tra genitori e figli. Il rapporto con la madre non è creato dai nostri coscienti sentimenti verso di lei; al contrario, i sentimenti verso la madre sono il risultato del nostro legame subconscio con lei. Nei suoi confronti possiamo anche provare sentimenti negativi o addirittura, a volte, dobbiamo difenderci da lei, ma nulla cambierà il fatto che lei è nostra madre, un pezzo della nostra essenza.
Sebbene su un piano diverso, la Torà attribuisce questa dimensione all’unione coniugale. Oltre al matrimonio cosciente, creato dalla scelta razionale ed emotiva di due adulti, c’è un altro livello dell’unione coniugale: una connessione sepolta “sotto il suolo”, che esiste nelle cantine subcoscienti delle psiche dell’uomo e della donna. Un marito e una moglie sono, nelle parole dello Zohar, “due metà di un’unica anima”. Il loro legame è intrinseco ed eterno, innato prima della nascita e quindi non può essere cancellato da nessuna causa: emotiva, intellettuale, economica…
Il legame che proviene dall’inconscio non è creato dalla nostra volontà cosciente; al contrario, i nostri sentimenti coscienti sono generati da questo aspetto nascosto e essenziale del rapporto, che ci lega insieme nelle “camere sotterranee” delle nostre anime.
Se il matrimonio incontra dei conflitti, i “compagni di anima” devono riflettere sul fatto che essi sono uniti nella loro essenza e che le divergenze, sebbene richiedono attenzione e riparazione, non possano compromettere un legame inscindibile.
Il Messaggio di Abramo
Questo è uno dei profondi significati sulla storia di Abramo che lavora duramente per acquistare una tomba di sepoltura per sua moglie e per lui. L’acquisto della grotta allude al “rapporto sotterraneo” che non cessa dopo la morte, poiché non inizia durante la vita. Un tale rapporto non si fonda sulle “spiegazioni” logiche, per giustificare il matrimonio, non risponde alle dinamiche messe in atto dal nostro cervello che tende, invece, a razionalizzare ogni scelta che facciamo.
Questo non significa che un vedovo o una vedova devono rimanere tali in eterno. Abramo stesso si risposa dopo la morte di Sarà e la Torà insegna che l’anima di un coniuge defunto desidera che il partner continui, in questo mondo, a vivere una vita felice e produttiva.
Spesso ciò richiede un nuovo legame matrimoniale. Tuttavia, In nessun modo un secondo matrimonio può rappresentare una mancanza di sensibilità o tradimento verso la memoria del coniuge defunto.
Questo è uno degli aspetti celati ed esoterici che sta dietro alla legge ebraica che confronta le nozze con l’acquisto di Abraham “della grotta”: quando uno sposo posiziona l’anello sul dito della sua sposa, la Torà “gli ricorda” che non sposa il coniuge solo ad un livello cosciente; ma che sta anche entrando in una relazione eterna con lei o lui. Con il matrimonio, l’uomo e la donna accedendo insieme alla “grotta” sepolta, nelle profonde stanze delle loro anime, dove l’unione è senza limiti di tempo o di spazio.
La khupà (baldacchino di nozze) non è solo un’unione di due persone; è anche una riunione di due metà che sono state separate temporaneamente con la discesa delle anime nei corpi fisici, ma in realtà sono anime gemelle.
Ciò spiega anche lo stretto legame tra l’episodio della sepoltura di Sarà e la storia del matrimonio di Isacco e Rebecca. A prima vista, la sequenza sembra essere di cattivo gusto. Tuttavia, dopo una profonda riflessione, il messaggio implicito è chiaro: prima di sposarsi occorre essere consapevoli che ci si sposa con il partner in eterno. Il divorzio non è un’opzione.
Occorre essere determinati che nessuna difficoltà avrà la forza di rompere questo legame. I due partner formano un CUORE UNICO. Il comportamento di Avraham, dopo la scomparsa di Sarà è servita come esempio e guida per Isacco e Rebecca, su come comportarsi nel matrimonio.
Isacco e Rebecca in futuro, come riferisce la Torà, avranno molte vicissitudini; alcune di queste avranno implicazioni storiche drammatiche. Tutte queste difficoltà non gli faranno mai perdere la fedeltà e la fiducia reciproca. Perché? Perché non hanno mai dimenticato la connessione che ha definito il loro rapporto “sotto il suolo”, negli strati subconsci delle loro anime.
La Metafora
Il matrimonio umano è una metafora per il matrimonio tra uomo e Dio. Anche questo matrimonio opera su due livelli. A volte il rapporto con Dio è “sopra il suolo”, esposto e rivelato: cosciente, eccitante e arricchente. Ma cosa succede in un momento di “depressione” morale o spirituale? Come reagire quando si sente che il matrimonio con Dio è senza anima e senza vita o addirittura non si è neanche sicuri della sua esistenza?
In un simile momento bisogna ricordare il “rapporto della grotta”, il fatto che noi e Dio possediamo un rapporto nascosto che può essere anche non rivelato, ma è sempre presente. Questa è la scintilla nascosta incisa all’interno delle grotte profonde dell’anima che non potrà mai essere estinta.
Quest’unione non è così eccitante come il rapporto rivelato “sopra la terra”, ma è eterno e molto più solido con radici molto profonde.
———-
Questo saggio è basato su una lettera inviata dal Rebbe alla signora Sifrah Morozov, che ha perso il marito nella guerra di sei giorni del 1967 per consolarla della perdita del marito.
Questo a enfatizzare l’importanza del matrimonio come un “patto eterno” tra due anime che trascende anche i limiti imposti dalla morte.
(La lettera è pubblicata in Torat Menachem- vol. 2).

Questa Parashà tratta la sepoltura di Sarà che muore all’età di centoventisette anni. Avrahàm acquista a prezzo pieno la Me’aràt Hamakhpelà, a Khevròn, per seppellirvi la moglie. Narra inoltre del giuramento di Eli’èzer riguardante la ricerca della moglie per Yitzkhàk.
Rivkà incontra Yitzkhàk in campagna. Eli’èzer racconta i fatti al padrone Avrahàm e Rivkà viene condotta nella tenda di Sarà, ripristinando i miracoli che accadevano.
Ultimi eventi della vita di Avrahàm e la sua vecchiaia. Avrahàm sposa Keturà e genera altri figli, a cui dà abbondanti doni prima di mandarli via. Avrahàm muore all’età di centosettantacinque anni e viene sepolto anch’egli a Me’aràt Hamakhpelà.
Discendenza di Yshma’èl. Dodici capi. Morte di Yshma’èl.

MIDRASHIM

La Morte di Sarà Bereshit 23, 1-2.
Midrash Bereshìt Rabbà 58-60; Midràsh Haggadòl 23; Talmùd Berakhòt 16; Talmùd Shabbàt 30; Talmùd Sotà 7.
(a pagina 644 del volume Bereshìt edizioni M amash).

La Moglie Giusta Bereshìt 24, 42-45.
Midrash Bereshìt Rabbà 60; Midràsh Haggadòl 24.
(a pagina 646 del volume Bereshìt edizioni ).

SIKOT
La Vera Vita di Sarà.
(a pagina 710 del volume Bereshìt edizioni Mamash).
La Perfezione di Sarà.
(a pagina 712 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/10/26/khaye-sara-5771-come-scoprire-il-nostro-inconscio/
dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_10_26_khayesara5771_scoprire_inconscio_eliezer_storiaduevolte.mp3

KHAYE SARA 5772: MATRIMONIO : CINQUE CONSIGLI PER RAFFORZARLO
Com’è possibile imparare le regole del matrimonio dall’acquisizione della tomba di Sarà?

KHAYE SARA 5771: COME SCOPRIRE IL NOSTRO SUBCONSCIO?
Psicologia nella Tora.
Psicologia e matrimonio. Un binomio che si esprime pienamente nella storia di Elìèzer e che può esserci di insegnamento in ogni momento della vita.
La storia di Elìèzer, servo di Avrahàm incaricato di trovare la giusta moglie al figlio Yitzkhàk, viene ripetuta due volte nella Torà. Da questa apparente anomalia si apre un percorso interessante, ricco di approfondimenti psicologici e chassidici, che porta all’analisi del comportamento umano e alla sua interpretazione. Tutto è spiegato nelle pagine della Torà, anche le dinamiche del subconscio!

KHAYE SARA 5769: COME TROVARE L’ANIMA GEMELLA?
il valore del matrimonio nella Torà
Una lezione storica IMPERDIBILE di grande insegnamento di vita!
La scelta della “donna giusta”: cosa ci insegna la Torà con il comportamento di Rivkà e la scelta compiuta dal servo Eli’ézer. Il significato del vero amore nella vita coniugale e l’analisi delle ragioni per cui è bene contrarre il periodo tra fidanzamento e matrimonio.

KHAYE SARA 5768: COME RICONOSCERE IL VALORE DEL MATRIMONIO?
Una lezione ricca di approfondimenti cabbalistici che ci porta ad esaminare le particolarià della nostra generazione e il valore del comportamento alla luce della venuta del Messia, presto nei nostri giorni!
Avrahàm lascia tutti i propri averi in gestione al servo Elì èzer, come segno di riconoscimento del valore del matrimonio del figlio Yitzkhàk. Da questo passo della Torà si snoda un percorso interessante, ricco di approfondimenti cabbalistici, che porta alle riflessioni sulla rettificazione del serpente e alle premesse per l’avvento del Messia.

KHAYE SARA 5766: LA MORTE DI SARA, L’INIZIO DI UNA VITA ETERNA?
Da dove deriva il nome delle parashot? Una lezione che narra della morte di Sara e di come da quel momento si manifesti la realizzazione della sua stessa vita!
Si narrano gli eventi relativi alla morte di Sara, approfondendo il significato profondo della realizzazione della sua vita, attraverso gli insegnamenti chassidici e della mistica ebraica, dimostrando l’eterno valore della vita di uno tzaddìq. Il valore dell’avere un figlio, i segni che si lasciano alle generazioni future, la possibilità di valorizzare ogni attimo della nostra vita!

Pubblicato in Khaye Sara, Parashot | Lascia un commento