TETZAVVE 5779 : TRE LEZIONI

Questo Shabbàt 16 Febbraio 2019, 11 del mese di Adàr Rishon 5779 leggeremo la Parashà di Tetzavvè 27,20-30,10 (Shemot Esodo).

I° Sefer: Es 27, 20 – 30, 10

Si legge l’HAFTARÀ:
Ez 43:10-27

La Parashà di Tetzavvè è composta da 146 versetti.

La Parashà di Tetzavvè contiene 4 comandi e 4 divieti.

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La Parashà di Tetzavvè tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm impartisce a Moshè le istruzioni concernenti il confezionamento degli indumenti del Sommo Sacerdote e dei sacerdoti semplici, che presteranno il culto ne Tabernacolo.
Il Sommo Sacerdote indosserà otto indumenti: l’efòd, il pettorale, la veste, il diadema, la tunica, il turbante e la fascia. Il vestiario del sacerdote semplice sarà, invece, limitato a quattro capi: La tunica, la fascia, il copricapo e i calzoni.
HaShèm istruisce Moshè sul rituale di investitura che renderà Aharòn e i suoi figli sacerdoti, per l’eternità.Il rituale consiste nell’esecuzione di determinate offerte farinacee e di particolari sacrifici, nell’immersione rituale e nella vestizione degli abiti sacerdotali.

 

MIDRASHIM

Donare per elevarsi.
(a pagina 685 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il significato simbolico del Mishkàn.
(a pagina 689 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Singolarità e peculiarità.
(a pagina 754 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShèm risiede fra noi.
(a pagina 758 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Uno per tutti.
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

TETZAVVE 5771 – ATTIVARE LA GIOIA + MOLTO RUMORE PER QUALCOSA!
Come far nascere le emozioni? Un insegnamento che deriva dagli abiti del Cohen gadol. Stare nascosti o fare rumore? La via giusta per la nostra generazione.

TETZAVVE 5769 – L’AMORE NON È BELLO SE NON È LITIGARELLO!
Che cosa significa essere orfani spiritualmente? I tipi di unione tra Hashem e l’uomo legati ai sacrifici: quella del korban e quella dell’incenso. Due matrimoni diversi. Le interpretazioni Talmudiche e i significati profondi legati ai sacrifici.

TETZAVVE 5768 – IL SILENZIO DELL’OLIO CHE BRUCIA!
Quando c’è un contrasto, consegue rumore. Quando c’è vicinanza, c’è silenzio. Hitpaalut e dvekut, due stati emozionali diversi della preghiera, due condizioni per unirsi a D-o.

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TERUMA 5779 : SEI LEZIONI

Questo Shabbàt 9 Febbraio 2019, 4 Adàr Rishon 5779, leggeremo la Parashà di Terumà Es. 25,1-27,19.

Si legge l’Haftarà di Melakhìm 1:    5, 26-32; 6, 1-13
(a pagina 442 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La Parashà di Terumà è composta da 146 versetti.

La Parashà di Terumà contiene 2 comandi e 1 divieto.

la Torà è un manuale di vita SEMPRE attuale e ogni precetto ha un’applicazione nella vita quotidiana, bisogna solo creare un ponte che unisca il significato di ciò che la Torà ci insegna e dargli un’applicazione nella nostra vita.
Non a caso la Torà viene chiamata così che nella lingua santa vuole dire HORAÀ – INSEGNAMENTO.
La Torà non è mai obsoleta perché è la parola di Dio che è al di sopra del tempo ed è immutabile perciò anche i suoi precetti sono ETERNI al di sopra del tempo. Bisogna solo entrare nella profondità del precetto e “spogliarlo” dal suo contesto per poterlo riportare in un altro contesto pratico e terreno.
A proposito del divieto di non prendere corruzione, è dovuto al fatto che perfino un onesto se riceve un favore da uno dei contendenti il suo cervello diventa storto senza volerlo, come è scritto nell’Esodo (23, 8): “poiché la corruzione acceca perfino i saggi e deforma i giusti”…
continua al seguente link con una nuova lezione video MOLTO interessante: SUBCONSCIO NELLA TORÀ
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

ps
articolo dell’anno scorso su Terumà molto interessante
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
TERUMA
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
www.virtualyeshiva.it/files/08_02_07_teruma5768_3volte_oroargentorame_tresili.mp3
TRE MATERIALI X TRE TIPI DI ESILIO
Qual è la relazione tra i tre tipi di esilio e la costruzione del Tabernacolo?
Il significato dei tre materiali: oro, argento e rame.

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre 6 lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

FOLLIA POSITIVA!
Dice il Talmud: colui che vuole avere successo nel lavoro pianti un Adar (tipo di pianta).
Secondo l’interpretazione dei commentatori la frase va intesa come: si pianti nel mese di Adar, oppure che firmi i contratti nel mese fortunato per Israèl che è il mese di Adar che è iniziato oggi.
Infatti ogni decisione, contratto o acquisto firmato nel mese di Adar, il mese positivo, sicuramente avrà successo. Se abbiamo in ballo delle grandi decisioni da prendere o dei contratti da chiudere, affrettiamoci poiché siamo all’inizio del mese.
La parashà di Terumà ci istruisce nella costruzione del Mishkàn, il Tabernacolo che è il Santuario che Israèl trasportava nel deserto. I muri del Mishkàn erano costruiti con assi in legno, derivati da alberi di cedro.
Possiamo trarre un insegnamento dall’uso degli alberi di cedro per il Mishkàn. La Torà chiama gli alberi di cedro Atzei shittìm e questo nome ci aiuta a comprendere la lezione che gli alberi di cedro ci insegnano. La parola ebraica shittà deriva da shtut – follia.
I Saggi insegnano che una persona non pecca, finché non viene stimolata da un pensiero folle, stolto. Ogni ebreo desidera unirsi ad Hashem e fare la Sua Volontà. Ma allora quale pensiero stolto potrebbe spingere una persona a peccare? Il yetzer harà che cerca di convincerla che può commettere il peccato e continuare a essere unita ad Hashem. La persona non sempre realizza che ciò non è vero, e che crederci è pura follia.
Questo è un tipo di shtut, ma esiste anche uno shtut positivo. Come può esistere una follia positiva? Le cose buone non possono essere folli.
Essere folli significa fare le cose senza pensare. Ma a volte agire senza pensare può essere positivo. Per esempio, prima che Israèl ricevesse la Torà disse: naasè venishmà, faremo e ascolteremo. Essi promisero di adempiere alle mitzvà senza aspettare di sentire ciò che Hashem avrebbe detto loro di fare.
Questa era una follia? Beh, gli ebrei non potevano immaginarsi ciò che Hashem avrebbe chiesto loro, prima di fare la promessa. Essi promisero di seguire i comandamenti di Hashem prima di sapere quali sarebbero stati. Questa è una shtut positiva.
Un shtut positivo è la kabalàt ol, ossia prendere su di sé la decisione di adempiere alle mitzvòt di Hashem, e studiare la Torà solo perché questa è la Volontà di Hashem.
si racconta la storia di un uomo che, nonostante vivesse in modeste condizioni, offriva spesso il proprio aiuto a poveri e forestieri invitandoli a recarsi nella sua casa, per mangiare un buon pasto. La sua generosità era davvero speciale in proporzione alla sua condizione economica.
Grazie a questi atti di bontà, egli fu benedetto con grandi ricchezze e presto si trovò ad abitare in una bellissima casa signorile. Però, iniziò ad avvenire un cambiamento e lentamente i poveri non furono più ospiti benvenuti. Inizialmente fu un accenno, poi un invito ad andarsene, infine non li lasciava nemmeno più entrare nella sua bella casa, per paura che rovinassero i tappeti pregiati fatti a mano. E quando i suoi “amici” poveri gli chiedevano aiuto, lui incurante gli rispondeva di lavorare di più e più duramente.
Appena la notizia del suo cattivo comportamento si diffuse venne a trovarlo il suo saggio Rabbino.
Mentre parlavano nella grande casa, il Rabbino gli indicò un enorme specchio appeso al muro che dava sulla strada e, simulando ignoranza, disse: “Che strana finestra! Tutto ciò che vedo è me stesso! Dove sono tutte le persone in strada?”
L’uomo, ridendo, rispose: “Rabbi non è una finestra, è uno specchio.”
“Ma non capisco” disse il Rabbino, “è fatto di vetro, come una finestra?”
“Se fosse solo vetro si potrebbero vedere le persone che passano sulla strada. Ma questo è uno specchio, un vetro ricoperto da una lastra d’argento. Per questo vedi solo te stesso.”
“Aha!” disse il saggio Rabbino. “Ora capisco il problema. Quando aggiungi l’argento, tutto ciò che vedi è SOLO TE STESSO!”
(consiglio altamente di vedere il seguente video che narra molto bene questo racconto https://youtu.be/PI8uRBN3dew)
Non c’è niente di male nel benessere materiale, fin tanto che viene gestito nella maniera appropriata. La nostra lettura settimanale della Torà ci insegna che oggetti lussuosi e puramente fisici possono anche essere usati per servire Hashèm. Ogni cosa, se utilizzata nel modo corretto, può essere elevata e impiegata per scopi spirituali e santi.
Il Rebbe di Lubavitch una volta visitò un campeggio estivo dove vide un avviso che diceva: “Il denaro è la radice di ogni male”. Il Rebbe commentò che il cartello non era corretto; il denaro, come qualunque altra cosa, può essere usato per buoni o cattivi propositi. Dipende TUTTO dalla persona che ne fa uso.
IL DENARO NON È LA RADICE DI OGNI MALE!
Questo concetto è evidenziato nella parashà: “…essi erigeranno per Me un santuario e IO dimorerò in mezzo a loro”. La Torà non dice “in mezzo ad esso” ma “in mezzo a loro”.
Midràsh spiega che Dio desidera dimorare in un luogo che si trovi in basso, nel mondo fisico, in ebraico DIRA BETAKHTONIM.
Questo si ottiene attraverso l’adempimento quotidiano delle mitzvòt che ci permettono di usare le cose materiali, in nostro possesso, per collegarci alla nostra sfera spirituale. In questo modo creiamo le condizioni affinché Dio possa dimorare “in loro”, ovvero in ognuno di noi. Solo così gli oggetti materiali ci “donano” la facoltà di condurre HaShem dentro di noi, ogni giorno della vita. Solo quando riusciamo a creare una “dimora” per Dio, dentro di noi, possiamo sperimentare una nuova dimensione e significato della nostra esistenza.
Ma come possiamo realizzare questo processo di rettificazione della materia?
La parashà di Terumà parla dell’oro, dell’argento e degli altri metalli preziosi che venivano usati, per vari scopi, nel Mishkan (Tabernacolo) e, in seguito, Santuario di Gerusalemme. Questa porzione, a prima vista, sembra porre un’enfasi eccessiva sulle sostanze fisiche e materiali. Ciò in apparente contrasto con le questioni spirituali che costituiscono l’essenza della Torà e dell’ebraismo.
Talenti Personali
La risposta la troviamo proprio nella parashà di questa settimana, Terumà che significa offerta o donazione. Questa parola la troviamo usata per tre volte in corrispondenza ai tre tipi di offerta:
la terumà degli adanìm, per le incavature-base in argento del Mishkàn (Santuario) nel deserto MEZZO SHEKEL;
la terumà dei shekalìm, per cui ogni ebreo, al di sopra dei vent’anni, dava una moneta di MEZZO SHEKEL, come fondo per i sacrifici pubblici e come espiazione per il peccato del vitello d’oro;
per ultima, la terumà “generale”, un’offerta, che ogni uomo, donna e bambino facevano per realizzare i loro desideri per il Santuario, secondo i loro cuori. Erano inclusi il legno di cedro per i muri, stoffa e pellame per i tendaggi, oro, argento rame e altri materiali.
La prima offerta aveva il valore fisso di MEZZO shèkel per gli adanìm (le incavature che formavano la base dell’intero Santuario). Anche se gli adanìm costituivano la parte più bassa del Santuario, tuttavia erano il fondamento su cui tutta la costruzione poggiava.
Questo può alludere al fatto che, allo stesso modo, ogni ebreo ha dentro di sé il desiderio di adempiere la Volontà Divina. Questo sentimento nasce da una “base” comune che è il livello dell’anima, la quale deriva dalla stessa Essenza e quindi è uguale per tutti.
Questa determinazione innata ad accettare il giogo divino, chiamato KABALAT OL è il motivo per cui questa offerta non tiene in considerazione il livello economico di ognuno, poiché tutti sono uguali e le nostre anime sono della stessa essenza. Questa percezione della vera realtà è la base, il fondamento di tutto ciò che “viene messo sopra” nelle nostre vite, proprio come gli adanìm/basi del Santuario.
La seconda offerta, quella di MEZZO shèkel, simboleggia l’idea che è possibile ottenere tanto anche da soli, ma quando arriva il momento (e prima o poi arriva sempre..) occorre sapersi unire a qualcun’altro, per andare avanti insieme e diventare una cosa sola. Solo mettendo assieme due mezzi shekèl è possibile ottenere una moneta intera. QUESTO è l’unico modo per espiare il peccato del vitello d’oro. Peccato che si fonda sulla vanitosa pretesa di poter sostituire Mosè con un altro tramite: il VITELLO. Perciò la rettificazione di questo atto avviene solo attraverso un MEZZO SHEKEL, che simboleggia l’umiltà.
La terza categoria era legata a ciò che “il cuore desiderava” dare, ossia qualsiasi genere di donazione al Santuario. Per fare ciò era necessario “trovare la chiave”, il campo più adatto nella quale ogni persona poteva contribuire meglio. Per questo la Torà ci dice che chi poteva dare oro, dava oro; chi poteva dare argento, dava argento e così via.
Il fatto che Hashem ha ordinato di separare la prima raccolta per le fondamenta da tutti gli altri oggetti del Tabernacolo è per insegnarci che tutti abbiamo nella nostra anima: LA STESSA ESSENZA E IL SENTIMENTO DI UNIONE INFINITA AD HASHEM E LA MEDESIMA SOTTOMISSIONE AL GIOGO DIVINO.
Dio ci dà ricchezze materiali con lo scopo di trasformarle in ricchezze spirituali. Per fare ciò il nostro “dare” deve essere proporzionato alle nostre abilità e ai nostri talenti personali. La nostra essenza è uguale a quella di tutti gli altri, ma, in relazione ai nostri talenti specifici, ognuno di noi ha un indirizzo particolare che il cuore “desidera”. Ovviamente diamo il contributo migliore nell’area in cui primeggiamo. La Torà riconosce queste nostre forze personali e ci istruisce affinché possiamo utilizzarle al massimo.
lo scopo di tutta la Creazione del mondo si trova nella parashà di questa settimana:
MI FARETE UN SANTUARIO E RISIEDERO’ DENTRO DI VOI. Dio desidera una dimora nel mondo materiale. Ognuno di noi ha il compito di crearla, collaborando con gli altri secondo le nostre abilità, talenti e inclinazioni. Non abbiamo bisogno di grandi ricchezze materiali, ma solo tanta buona volontà, per scoprire quale è il miglior “materiale” da donare alla casa di Dio.
Ogni Generazione Suo Compito
Seguendo una progressione storica e temporale ben definita, la nostra epoca è caratterizzata dal prevalere dell’agire umano, sulla speculazione intellettuale e sulla ricerca mistica. Questa particolare condizione, si basa sugli insegnamenti del santo maestro Ari Zal che paragona tutte le generazioni a un corpo. Le prime sono intelletuali poiché corrispondo alla testa. Infatti la prima generazione si chiama Dor Deà (generazione intelletuale), poiché aveva la manna e poteva dedicarsi solo allo studio. Mentre la nostra generazione è paragonata ai piedi, ovvero all’azione: oggi siamo più capaci di fare concretamente il bene che di raggiungere le profondità del pensiero o le vette elevate della preghiera.
Quando arriviamo alla settima porzione di Shemòt è il momento di riflettere sullo scopo della nostra esistenza e chiederci dove siamo e se stiamo ottimizzando le qualità della nostra generazione del tallone. Come scrive il Tanya il compito principale di queste generazionni è quello di fare opere di bene e benevolenza, al fine di trasformare questo mondo in una dimora per Dio e permettere cosi l’arrivo di Mashiakh, presto ai nostri giorni, Amen.

La Parashà di Terumà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm impartisce a Moshè il comando di raccogliere dal popolo le offerte delle materie prime necessarie per l’edificazione del Mishkàn, (il Tabernacolo), dei suoi arredi, dei suoi utensili e dei suoi tendaggi.
HaShèm comanda la costruzione dell’arca santa, in cui saranno custoditi le Tavole della Legge,del tavolo dei pani di presentazione e del candelabro a sette bracci.
HaShèm ordina,quindi,il confezionamento dei tendaggi e delle assi per le pareti che costituiranno la struttura dell’edificio.In seguito parla del divisorio di partizione, una sorta di sipario che dividerà il Santo dal Santo dei Santi.
La Parashà si conclude con l’ordine di fabbricare l’altare di rame, detto anche l’altare dell’olà, sul quale verranno eseguiti i sacrifici.

MIDRASHIM

Donare per elevarsi.
(a pagina 685 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il significato simbolico del Mishkàn.
(a pagina 689 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Singolarità e peculiarità.
(a pagina 754 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShèm risiede fra noi.
(a pagina 758 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Uno per tutti.
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

TERUMA 5771 – I TRE STRATI DELL’ANIMA
La visione del mondo secondo il Tanya: l’oro è più brillante se insieme al legno e non da solo.

TERUMA 5770 – EDUCAZIONE: DEMONI O ANGELI?
Perché alcuni figli crescono educati con valori, ed altri no? Il valore dell’educazione e di un ambiente famigliare sano, fondato sulla Torà, è la base per una crescita positiva di un figlio.

TERUMA 5769 – 1990: INCONTRO CON IL DALAI LAMA E GLI EBREI!
Il Segreto delle stanghe dell’Arca Santa. Perché l’Arca Santa doveva essere sempre pronta per viaggiare e avere i bastoni dentro?

TERUMA 5768 – TRE MATERIALI X TRE TIPI DI ESILIO
Qual è la relazione tra gli esilii e la costruzione del Tabernacolo? Il significato dei tre materiali: oro, argento e rame.

TERUMA 5767 – LA FORZA DEL LEGAME CON HASHEM!
Il Santuario: una casa per Hashem, una casa per ogni ebreo. Il legame unico ed inscindibile che ogni ebreo ha con D-o.

TERUMA 5766 – TZEDAKKA: QUALITÀ E NON QUANTITÀ
Come imparare a valorizzare la Tzedakkà! Il valore della decima: dettagli e significato.

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MISHPATIM 5779: QUATTRO LEZIONI

Questo Shabbàt Mishpatìm  2 Febbraio 2019, 27 del mese di Shevàt 5779 leggeremo la Parashà di

Mishpatìm I° Sefer: Es 21, 1 – 24, 18

Si legge l’Haftarà di:
Italiani: Ger 34:8 – 35:11

Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti:
Ger 34:8-22; 33:25-26

Si annuncia Rosh Chòdesh

La Parashà di Mishpatìm è composta da 118 versetti.

La Parashà di Mishpatìm contiene 23 comandi e 30 divieti.

la parashà di questa settimana, Mishpatìm, si occupa principalmente di leggi civili, dei danni derivanti da fatti illeciti, della disciplina dei rapporti patrimoniali e delle norme sulla custodia. In questa porzione della Torà è disciplinata la seguente fattispecie (Shemòt 22, 6): “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”.
In parole semplici, qui la Torà sta affermando che un ladro non deve solo risarcire la vittima per la perdita, ma deve anche subire una sanzione, che lo obbliga a pagare il doppio della somma o del valore del bene sottratto.
Messa così la questione sembra semplice.
Tuttavia, un ben noto principio del pensiero ebraico è che ogni singolo passaggio della Torà contiene, oltre al suo significato letterale, anche interpretazioni psicologiche e spirituali nascoste.
La dimensione pratica di una mitzvà potrebbe non rilevare il suo messaggio mistico, mentre l’aspetto metafisico permane eternamente nei nostri cuori e nelle nostra psiche. Qual è l’interpretazione psicologica della suddetta legge?

“Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili”: questa frase può essere intesa come una metafora di come il Creatore del mondo affida all’uomo “denaro e beni” da salvaguardare.
Dio concede a ciascuno di noi un corpo, una mente, un’anima, una famiglia e una piccola parte delle risorse del suo mondo. Ci chiede di allevarli e proteggerli da una miriade di forze interne ed esterne che li minacciano. Eppure, ognuno di noi possiede anche un ladro interiore che si propone di rubare questi doni e usarli secondo la propria volontà. Questo “ladro” rappresenta la “inclinazione al male” o yetzer harà, come è chiamato nel gergo talmudico.
Questa sorta di “istinto animalesco” esiste all’interno della psiche umana e cerca costantemente di controllare i nostri corpi, anime e vite abusando della loro identità, violando la loro integrità e derubandoli dalla loro appropriata linea di condotta.
Ad esempio, quando una forte brama istintiva ci costringe a bere o consumare qualcosa di dannoso, per il nostro corpo o spirito, il “ladro” interiore o “inclinazione distruttiva”, ha appena “rapito” e danneggiato parte delle nostre esistenze. Allo stesso modo, quando mentiamo, per convenienza, il “ladro” interiore, ancora una volta, è entrato e ha rubato le nostre “labbra” e “parole”, impiegandole per una funzione immorale, degradando così le nostre coscienze e anime. Ognuno di noi, in questo momento, potrebbe aggiungere decine di altri esempi.
Apatia e colpa
Potrebbero esserci, nel mondo, quei pochi santi che non mancano mai di salvaguardare il loro spazio sacro, poiché non cedono mai all’istinto.
Però la maggioranza della società è sottoposta a frequenti visite di questo “piccolo ladro” che, a poco a poco, conquista pezzi delle nostre vite. Di fronte a questo vero e proprio assalto, come ci comportiamo?
Alcune persone sentono che le loro battaglie contro il loro ladro interiore sono, alla fine, destinate al fallimento. Abbandonano la lotta e, poco a poco, permettono al ladro di prendere ciò che vuole, quando vuole. Di conseguenza sviluppano una vita frivola e cinica piuttosto che un’esistenza profonda e dignitosa.
Altri, all’estremo opposto, diventano profondamente scoraggiati e tristi. I loro continui fallimenti gli instillano sentimenti di auto-disprezzo, mentre si crogiolano nella colpa e nella disperazione.
L’ebraismo respinge entrambe queste nozioni, poiché conducono l’essere umano all’abisso: il primo porta la persona all’incuria di sé e il secondo attraverso la depressione (Vedi Tanya parte I inizio del cap 1 e la fine del cap 36).
La Maestà Del Ritorno
Quando l’uomo sa di avere dalla nascita dei caratteri negativi non ha ragione di cadere nelle depressione se non riesce a vincere il vizio dell’alcol, per esempio. Perché ognuno nasce con tendenze che lo possono portare a delle dipendenze, per cui non dobbiamo sorprenderci di queste soggezioni, perché sono lo SCOPO DELLA NOSTRA ESISTENZA.
Questo è ciò che la Torà ci consiglia di fare nella perenne lotta con il cattivo istinto? “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”. Esci, suggerisce la Torà e trova il ladro! Quindi riceverai il doppio di ciò che possedevi in origine!
Qui veniamo introdotti, in modo sottile, nella squisita dinamica conosciuta nel giudaismo come teshuvà o guarnigione psicologica e morale: invece di crogiolarci nelle nostre colpe e di rimanere nella disperazione; invece di arrenderci all’apatia e al cinismo; dobbiamo IDENTIFICARE e AFFRONTARE il NOSTRO “LADRO”.
In altre parole, dobbiamo scovare quelle forze, dentro le nostre vite, che continuano a derubarci. Dobbiamo reclamare la sovranità sui nostri comportamenti e modelli. Solo così il ladro ci restituirà il doppio dell’importo che ci ha preso.
Dal punto di vista psicologico questo significa che l’esperienza di cadere e rialzarsi ci permetterà di approfondire la nostra spiritualità e dignità in maniera doppia rispetto a quello che avrebbe potuto essere senza il furto. Il Talmud (Yomà 86b) dice: “GRANDE è il PENTIMENTO, perché come risultato di ciò i PECCATI VOLONTARI si TRASFORMANO in VIRTÙ”.
Anche se falliamo e permettiamo alla nostra vita di andare in rovina, possiamo sempre riuscire ad affrontare il ladro e riprenderci il controllo della “macchina sbandata” e ripotarla in careggiata.
La lotta e la vittoria contro il nostro “istinto al male” ci permette di acquisire una nuova visione di noi, una nuova consapevolezza delle nostre potenzialità più profonde e una determinazione che altrimenti non avremmo mai potuto riscoprire. Solo Impegnandoci nello straordinario sforzo della teshuvà – ritorno, il peccato stesso viene ridefinito come mitzvà. Come può essere questo paradosso?
Perché proprio il fallimento e la conseguente frustrazione generano una profonda e autentica passione e apprezzamento per il bene e per la santità interiore che ogni uomo nasconde (Tanya capitolo 7). In altre parole è proprio la LONTANANZA che STIMOLA il DESIDERIO di TORNARE alla “PROPRIA VERA CASA”. Questo distacco ci fa apprezzare la nostra anima che è una parte di Dio ed è il più grande regalo che abbiamo, ma che dobbiamo saper rispettare.
Questo avviene solo a causa della lontananza che risveglia un’appassionata nostalgia. Perciò è proprio “l’istinto animalesco” che ci dà l’impulso per il ritorno e proprio come ogni animale questo istinto è molto più vigoroso di quanto ogni anima potrebbe essere. Dopo il “furto” abbiamo l’opportunità di portare a casa il doppio, grazie al fatto di aver guadagnato la potenza dell’anima animale che è dentro ognuno di noi. Questa è la dinamica, spiegata nella porzione della Torà di questa settimana, che permette di trasformare il negativo in positivo.
La prossima volta che il ladro interiore dirotta la nostra vita morale, prendiamo la palla al balzo e capovolgiamo la caduta in un’opportunità, per riappropriarsi di noi stessi con una DOPPIA DOSE di LUCE e PUREZZA.
Albert Einstein dice:
CHI NON HA SBAGLIATO, NON HA MAI PROVATO QUALCOSA DI NUOVO!
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Questo saggio è basato su Or Hatorà Parshat Mishpatim vol. 4 p. 1050. Sefat Emet Parshas Mishpatim, nei discorsi dell’anno 5635 (1875). Or Hatorà fu scritto dal rabbino Menachem Mendel di Lubavitch, lo Tzemach Tzedek, terzo Lubavitcher Rebbe (1789-1866).

La Parashà di Mishpatìm tratta in sintesi i seguenti argomenti:

La Parashà espone un gran numero di leggi civili concernenti, ad esempio, i doveri nei confronti degli schiavi, delle persone a cui si arreca danno fisico o materiale, delle vergini, delle vedove e degli orfani.
Le leggi relative ai custodi: retribuiti e non retribuiti e quali doveri ha ciascuno di loro. Segue l’esame della casistica concernente il prestito o l’affitto di oggetti o animali. Restituzione di oggetti smarriti.
Il dovere di concedere prestiti e non mettere a disagio il debitore.Divieto dell’usura e obbligo di non trattenere il pegno.
Leggi riguardanti l’anno sabbatico, lo Shabbàt, i pellegrinaggi e la separazione fra carne e latte.
Hashèm promette al popolo la Terra di Israèl, vietandogli, tuttavia, di lasciarsi trascinare dall’idolatria e ingiungendogli di distruggerne qualunque segno,
Hashèm stringe il patto con il popolo ebraico, che accetta di osservarnne la Legge ancor prima di venirne a conoscenza. Moshè sale sul monte per ricevere le Tavole della Legge e vi rimane per quaranta giorni e quaranta notti.

MIDRASHIM

Il servo al servizio del padrone.
(a pagina 679 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il divieto di mescolare latte e carne
(a pagina 681 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Una giornata particolare
(a pagina 681 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Fra obbedienza e comprensione
(a pagina 743 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Non eliminare, bensì santificare
(a pagina 748 del volume Shemòt edizioni Mamash).

I custodi non custoditi
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Ispirazione per la vita quotidiana
(a pagina 752 del volume Shemòt edizioni Mamash).

MISHPATIM 5771 – CURARE LA RADICE CHE CAUSA IL MALE!
Come Migliorare i Nostri Attributi! Il fuoco si spegne dalla radice. Ma qual è la radice? Come identificare l’animale che sta dentro di noi!Come assumerci le responsabilità e dominare il fuoco, il 4° tipo di causa!

MISHPATIM 5770 – I QUATTRO CUSTODI E LE CONSEGUENZE PSICOLOGICHE
Come ti consideri: un approfittatore? un goditore? un lavoratore? o un soldato? 4 modi di relazionarci con Hashem, con il proprio coniuge, con il prossimo. Le regole di questi quattro livelli e come si relazionano a Pèsach!

MISHPATIM 5768 – VEDOVE E ORFANI + ALLONTANARSI DALLE BUGIE
Non offendere e fare soffrire non è un procetto uguale per tutti? Dalla parasha di Mishpatim si impara che la punizione è proporzionale al tipo di persona che si riferisce. Allontanarsi dalla bugia, non fare azioni che portano a mentire. Un precetto che ci tutela da trovarci intrappolati nel peccato.

MISHPATIM 5767 – IL RISPETTO DEL CORPO
Gli insegnamenti innovativi del Baal Shem Tov sull’importanza di elevare il corpo per avvicinarsi ad Hashem, rispettandolo in ogni momento!

Pubblicato in Mishpatim, Parashot | Lascia un commento

YITRO 5779: CINQUE LEZIONI

Questo Shabbàt 26 Gennaio 2019, 20 del mese di Shevàt 5779 leggeremo la Parashà di Yitrò Es. 18, 1-20, 23.

Si legge l’Haftarà di Yesha’yà:
Italiani/Ashkenaziti: Is. 6, 1-7, 6; 9, 5-6
Torino/Sefarditi: Is. 6, 1-13

La Parashà di Yitrò è composta da 72 versetti.

La Parashà di Yitrò contiene 3 comandi e 14 divieti.

troviamo alla fine della parashà il seguente verso:
“Non salire sul Mio altare mediante gradini, affinché non vi sia scoperta la tua nudità” (Shemòt 20, 23)
Non salire… gradini… nudità: salendo all’altare su dei gradini, i cohanìm, con il naturale movimento delle gambe che ciò comporta, avrebbero rischiato di esporre ai gradini stessi le loro parti intime, che erano comunque coperte dai pantaloni che ogni cohèn era tenuto a indossare (28, 42). La Torà respinge però anche il più piccolo accenno all’impudicizia. Per questo motivo, i sacerdoti salivano sull’altare per mezzo di una rampa , SENZA GRADINI (Mekhiltà; Rashì). E oltretutto salivano con un particolare movimento: camminavano mettendo un piede dopo l’altro, senza lasciare spazi tra loro. In questo modo nessuna nudità poteva rimanere scoperta.
Gli ultimi due versetti di questa parashà, che concludono i DIECI COMANDAMENTI , la sintesi di tutta la Torà, contengono un’importante lezione di sensibilità: anche se un altare con dei gradini è un oggetto inanimato che non può scorgere la nudità dei sacerdoti, la Torà ci vieta comunque di mancare di rispetto e disonorarli.
A maggior ragione, comprendiamo quanto sia importante prestare attenzione a non causare vergogna o disagio a un essere umano, creato a immagine di Dio (Rashì). Questa è la conclusione , il culmine della promulgazione del patto con Hashem sul monte Sinay:
SOLO QUANDO SIAMO MOLTO SENSIBILI VERSO IL PROSSIMO POSSIAMO ESSERE UNITI A DIO!!!
(Commento tratto dal Khumàsh Shemòt, edito da Mamash, p. 327)

(continua sotto)

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Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Nuova lezione video corta di questa settimana:
COME ANDARE D’ACCORDO CON LA SUOCERA!
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YITRO
GRANDE MERITO DI UN CONVERTITO!
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Per vedere il video:
https://vimeo.com/18967985
HITLER E AHMADINEJAD
L’errore di separare il primo comandamento di destra dal primo di sinistra delle due tavole della Torà:
le sue conseguenze ha prodotto due grandi malvagi della storia.

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

 UNO SGUARDO PER IL PARADISO!
(continua da sopra)
La prima mitzvà data agli ebrei dopo il Dono della Torà fu stranamente un divieto, qualcosa di NEGATIVO: non creare idoli d’oro o d’argento. La stessa è poi seguita immediatamente dalla mitzvà di costruire un altare di terra che, pur essendo un precetto positivo, racchiude una connotazione negativa: “essendo la terra calpestata da tutti”.
Questo ci insegna che il primo passo della crescita spirituale deve essere “negativo”: se l’uomo desidera avvicinarsi a Hashèm, deve scrollarsi di dosso i propri istinti animaleschi e il proprio ego, creando un “vuoto” spirituale che lasci penetrare la santità della Torà (Rebbe di Lubavitch).
LEZIONE DI UMILTÀ
La proibizione contenuta nel versetto (passuk) preso in esame è stata oggetto di molte interpretazioni. Una di queste, pone l’accento sul fatto che la Torà utilizza la parola “ma’alòt”, che generalmente si traduce con “gradini”, ma che può essere intesa anche come “buone qualità”. Quindi questo passuk potrebbe essere letto nel seguente modo: “Non salire sul Mio altare mediante le tue buone qualità, affinché non vi sia scoperta la tua nudità”.
In questo passo della Torà, Hashèm ci mette in guardia dal salire sull’Altare di Dio pavoneggiandoci delle nostre buone qualità, orgogliosi dei nostri traguardi raggiunti e sodisfatti di tutto ciò che sappiamo; in questo modo corriamo il rischio che la “nostra nudità” – ovvero debolezze, vulnerabilità e difetti importanti – vengano presto allo scoperto.
L’Altare non può essere una sorta di “vetrina” dell’autocompiacimento, la sede del culto religioso dalla quale permettiamo agli altri di venire a conoscenza della nostra grandezza. Se cadiamo in questa trappola, Hashèm ci dice che solo la “nostra nudità”, i nostri difetti – e non la nostra grandezza – verrà rivelata. Bisogna invece accostarsi all’Altare divino con un atteggiamento fondamentalmente umile che si deve tradurre nella sincera percezione della nostra inadeguatezza. È necessario curarsi che l’Altare non diventi per nessun motivo teatro di religiosa prevaricazione e arroganza.
La seguente storiella chassidica illustra bene tale concetto.
In una città dell’Europa vivevano due ebrei: uno era Reb Haim, un grande studioso; mentre l’altro, che si chiamava anche Haim, era un povero facchino a mala pena in grado di leggere le lettere dell’alfabeto ebraico. Lo studioso riuscì a contrarre un buon matrimonio, dato che il più ricco uomo della città scelse proprio lui, il più brillante studente della yeshivà, come suo genero. Grazie al supporto economico datogli dal ricco suocero, come consuetudine in quel tempo, lo studioso  si guadagnò ben presto il rispetto e l’ammirazione dell’intera città: grazie al fatto che oramai poteva trascorrere numerose ore giornaliere nel suo studio a incontrare e ricevere chiunque necessitasse di aiuto o consiglio.
Questi due uomini, così diversi si trovavano quotidianamente a confronto l’uno con l’altro. Accadeva che il facchino pregasse presto al mattino, per poter cominciare a lavorare il prima possibile, al fine di guadagnare il suo magro sostentamento. Precipitandosi fuori dopo la funzione in sinagoga, incrociava il grande Reb Haim che arrivava per il minyàn successivo, a quello del facchino, poiché passava gran parte della notte a studiare Torà. In tal modo essi si incontravano praticamente ogni giorno.
Reb Haim, lo studioso rivolgeva a Haim, il facchino un sorriso sdegnato e un ghigno di compiacimento compariva nelle sue labbra, mentre ringraziava Dio di poter trascorrere la giornata con la Torà e di non dover lavorare come lui.
Haim il facchino, a sua volta, rivolgeva allo studioso uno sguardo struggente, sentendosi triste e indegno di non poter trascorrere anch’egli la propria vita tra le sacre scritture.
Entrambi morirono lo stesso giorno e vennero giudicati dalla corte celeste. Per primo fu il turno dello studioso Haim. Tutte le sue buone azioni, lunghi anni di studio e atti caritatevoli vennero messi da un lato della bilancia, e dall’altro il suo quotidiano ghigno di autocompiacimento. Il ghigno sorpassò nel peso tutte le buone azioni.
Poi fu la volta di Haim il facchino. Su un piatto della bilancia vennero collocati tutti i suoi peccati, e dall’altro il suo quotidiano sguardo di rammarico e umiltà per non poter servire adeguatamente Dio.
Quando alla fine le bilance furono messe a confronto, lo sguardo sorpassò in peso i peccati del facchino e il ghigno e il vanito superò i meriti dello studioso.
SOLO L’EBREO UMILE ANDÒ DRITTO IN PARADISO!
Sappiamo che molti ebrei, soprattutto israeliani, vanno in India o in Estremo Oriente alla ricerca di “cibo spirituale” per l’anima. Questo piccolo esodo è in parte causato da coloro che, nel divulgare la parola di Ha-Shém, ignorano o nascondono il lato spirituale della Torà e mettono in risalto solo l’aspetto tecnico e formale dell’ebraismo costituito, secondo loro, solo da tante azioni materiali: le mitzvòt –precetti della Torà.
Queste vanno naturalmente onorate e osservate con rigore, come qualunque comandamento dato da Ha-Shém, ma non vanno applicate in modo freddo e meccanico. Lo scopo intrinseco delle mitzvòt non è certo quello di farci diventare dei “robot senz’anima”. Un ebraismo inteso in questo modo rischia di allontanare tutti coloro che cercano un profondo rapporto spirituale con Hashèm.
Mio padre disse: “Freddezza ed eresia sono separate solamente da una sottile paratia!” È detto: “Poichè l’Eterno, tuo D-o, è un fuoco che consuma”. La Divinità è una fiamma di fuoco. Lo studio della Torà e la preghiera devono essere fatti con un cuore appassionato, così che “tutte le mie ossa pronunzieranno” le parole di Dio, nella Torà e nella preghiera (Rebbe di Lubavitch, HaYom-Yom, Venerdì 16 Shvàt 5703).
Ecco perché il Rebbe di Lubavitch ci insegna che bisogna scaldare il compimento dei precetti con il “fuoco di Dio” che è la nostra anima. Dobbiamo riuscire ad “accendere l’anima”, con la parte più spirituale della Torà, senza che ciò venga ostacolato delle norme pratiche, delle azioni fisiche o dal nostro lato razionale. Come detto dal Rebbe occorre che le preghiere e lo studio “devono essere fatti con un cuore appassionato, così che “tutte le mie ossa pronunzieranno” le parole di Dio”.

La figura di Moshè ci permette di comprendere come la grandezza di un leader sta nel capire di quale acqua e cibo abbisognano le pecore del gregge.

Prima di diventare il leader di tutto Israèl Moshè era un pastore.
Il Midràsh racconta come un giorno, mentre Moshè stava facendo pascolare i greggi di Yitrò nel deserto del Sinày, un agnellino cercò di fuggire. Moshè lo inseguì, finché giunse a una sorgente e cominciò a bere. Quando Moshè raggiunse il piccolo pianse: “Oh, non sapevo che tu fossi assetato!” Cullò il piccolo fuggitivo tra le sue braccia e lo riportò nel gregge. Disse l’Onnipotente: “Tu sei misericordioso nell’occuparti di un gregge, perciò ti dedicherai al Mio popolo di Israèl”.
L’importante lezione dell’episodio è capire come il piccolo non era scappato dal gregge per malizia o malvagità, ma perché era semplicemente assetato.
Quando un uomo si allontana da Hashem, Dio non voglia, è solo perché egli è assetato. La sua anima ha sete dei veri significati della vita, della parte più profonda e spirituale della Torà (simboleggiata dall’acqua) che permette all’anima di accendersi. Di conseguenza c’è il rischio che egli vaghi in terre straniere, cercando di placare la propria sete.
Quando Moshè comprese ciò, fu in grado di divenire il leader di Israele. Solo un pastore che non si affretta a giudicare un fuggitivo e che si dimostra sensibile ai profondi motivi della sua diserzione, può sollevarlo misericordiosamente tra le sue braccia e ricondurlo a casa.
Psicologia Di Vita
Yitrò era sorpreso dal modo in cui suo genero, Moshè, giudicava le persone. Come poteva Moshè pensare di giudicare da solo l’intera nazione? Sembrava un modo molto inefficiente! Così Yitrò suggerì di creare un formale sistema giudiziario che avrebbe lasciato Moshè libero di trattare solo i casi davvero rilevanti. Da questo suggerimento nasce il famoso concetto di gestione aziendale “PIRAMIDALE”: alla base ci sono più pietre (persone) e man mano che si sale sempre di meno fino alla cima dove c’è solo una pietra. E in cima c’è Moshè che gestisce i problemi più complicati che ci sono.
Il piano di Yitrò era di creare una gerarchia di giudici. Alcuni giudici avrebbero avuto giurisdizione su dieci persone, altri su cinquanta, cento e mille.
Moshè non discusse con il suocero, accettò il suo suggerimento e cambiò il sistema giudiziario. Almeno in apparenza…!
Ma tutto questo sembra piuttosto semplicistico. Certamente Yitrò non stava suggerendo nulla di nuovo! Ogni nazione ha un sistema giudiziario. Com’è possibile che Moshè, il più grande leader che la storia abbia mai conosciuto, il profeta di tutti i profeti, non ci fosse arrivato da solo?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo comprendere quali erano i veri motivi che hanno spinto Moshè a dare attuazione al suggerimento di Yitrò.
Yitrò vedeva la procedura giudiziaria esclusivamente finalizzata alla risoluzione delle controversie di natura patrimoniale ed economica. Egli pensava che solo le dispute su terra e ricchezza fossero ciò che conducevano le persone nei tribunali. Yitrò pensava di “nutrire il gregge” con procedure formali e materialità. Quindi Yitrò suggerì a Moshè di allestire diversi livelli di giudici: “Tutti i casi minori essi giudicheranno e i maggiori li porteranno dinanzi a te”.
In altre parole, i casi monetari minori, le piccole rivendicazioni, dovevano essere gestite da altri giudici. Dal suo punto di vista, Moshè non doveva essere disturbato da rivendicazioni gestibili anche da giudici minori, poiché doveva gestire solo le GRANDI questioni monetarie, ovvero di grande QUANTITÀ (Es. 18, 22).
In questo ragionamento ci sono due errate concezioni:
Il sistema giudiziario visto solamente come strumento per risolvere problemi materiali e NON come uno strumento di EDUCAZIONE e crescita.
Il parametro di misura è la QUANTITÀ (grande o piccolo) e non la qualità.
Così quando Yitrò chiese a Moshè cosa stesse facendo, Moshè rispose che egli giudicava tra un uomo e il suo vicino e che in questo modo insegnava la legge di Ha-Shém. E conclude il verso che Moshè fece ESATTAMENTE quello che gli aveva insegnato suo suocero (Es. 18, 24).
Quindi formalmente Moshè accettò il suggerimento di Yitrò, poiché si rendeva conto che un solo uomo non poteva adempiere ad un simile incarico. Ma come mise in pratica i suggerimenti di Yitrò, pur mantenendo i suoi ideali?
Moshè apportò un cambiamento, apparentemente lieve, ma che faceva tutta la differenza del mondo! Moshè sapeva cosa un vero pastore doveva dare da “bere al gregge”. Soddisfare la sete che l’anima ha dei veri significati della vita, della parte più profonda e spirituale della Torà (simboleggiata dall’acqua) che permette all’anima di accendersi. Quindi Moshè utilizzò la procedura giudiziaria come uno strumento educativo, nel quale le persone potevano imparare la Torà e in tal modo comprendere l’origine dei loro problemi.
I “casi complessi”, per Moshè avevano un significato del tutto diverso da quello che avevano per Yitrò. Per il primo i casi più difficili erano quelli che richiedevano migliore conoscenza e familiarità con la Torà. Questi dovevano essere portati a Moshè, per la sentenza finale, poiché erano poche le persone che conoscevano tutte le leggi della Torà come lui.
E poi il parametro di misura per Moshè era la QUALITÀ, basata sulla complessità della causa e quindi sulle ripercussioni sociali, halakhike o psicologiche di una decisione (Es. 18, 26): ad esempio una banale disputa tra famiglie rischia di dividere tutta la comunità in due gruppi; oppure una decisione sbagliata sull’osservanza di un precetto può avere ripercussioni negative per generazioni.
Non a caso egli fu chiamato Moshè il profeta e “legislatore”!
Così Moshè usava il processo giudiziario come uno strumento d’insegnamento delle leggi della Torà scritta e orale, rivelata e nascosta. Tutti argomenti di grande difficoltà che presumevano anche immensa sapienza e conoscenza che non tutti i giudici potevano avere.
Tutto questo con grande saggezza e diplomazia, senza ferire i sentimenti del suocero, ma anzi facendogli credere che stava attuando alla lettera i suoi insegnamenti.
Impariamo la psicologia della vita da Moshè: parlare poco e fare tanto mettendo da parte il proprio ego senza troppi commenti!!!
Scelta Migliore!
Un famoso detto ebraico che dovremmo ripetere tutto il giorno:
TIYHE KHAKHAM, VEAL TIHYE ZODEK!
AGIRE CON SAGGEZZA È MEGLIO, CHE AGIRE NEL GIUSTO!
Essere nel giusto non sempre ci fa essere nel giusto assoluto. Può darsi che la nostra concezione del giusto sia appunto nostra e in quanto tale relativa, ma noi la trasformiamo “magicamente” nel  “GIUSTO PER ECCELLENZA”.
Ma anche se si è SICURAMENTE nel giusto non è detto che agire nel giusto ci dia il migliore risultato nella vita. È giusto pensare di non fermarsi a un incrocio dove si ha la precedenza e poi essere tamponati, perché chi doveva fermarsi, non l’ha fatto! Non aiuta sempre avere la ragione, essere nel giusto, specialmente se ci si trova in motocicletta o in una piccola vettura…!
Al massimo a questo “giusto” gli faranno in paradiso una bella corona con su scritto: MORTO CON LA RAGIONE DALLA SUA PARTE.
Perciò ricordiamoci da Moshè di cercare sempre il comportamento più saggio e non quello più giusto. Può sembrare giusto risolvere i problemi materiali considerati spesso i più urgenti, mentre si tralasciano le questioni spirituali che in fondo non danno da mangiare…
Non cerchiamo di difendere sempre la nostra tesi. A volte abbassare l’orgoglio e dire “si hai ragione te…” può farci solo bene.
Nuovo Mondo
Presto arriveremo a un mondo dove ci sarà più invidia e orgoglio, gli uomini si ameranno e rispetteranno senza limiti. Non dovremo più faticare per cercare la pace famigliare e nel mondo.
Facciamo gli ultimi sforzi e dimostriamo che il mondo è già rettificato e pronto alla redenzione, impegniamoci a seguire l’esempio di Moshè con amore e rispetto per lo suocero, anche se straniero, così potremo avere la rivelazione della pace eterna con Mashiakh. Presto nei nostri giorni, amen.

La Parashà di Yitrò tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il suocero di Moshè, Yitrò, viene a conoscenza dei grandiosi eventi che hanno accompagnato l’Esodo del popolo ebraico. Con la figlia Tzipporà e i due figli di questa, Yitrò decide di raggiungere il genero e di rallegrarsi con lui per i miracoli e i prodigi divini di cui gli ebrei sono stati protagonisti.
Riconosciuta la potenza e la grandezza di HaShèm, Yitrò Lo accetta come unico D-o. Di conseguenza si converte facendo la circoncisione e l’immersione in un bagno rituale. Insieme a Moshè, Aharòn e altri illustri esponenti del popolo, Yitrò offre sacrifici a HaShèm, per completare la conversione e per festeggiare la redenzione sua e di Israèl.
Vedendo il genero, giudice supremo, sopraffatto dall’onere del compito di trattare le cause di un intero popolo, Yitrò gli suggerisce di nominare dei magistrati minori, preposti su migliaia, centinaia e decine. I magistrati dovranno presentare caratteristiche morali esemplari. Moshè acconsente e mette in pratica il consiglio con grande umiltà. Yitrò si congeda dal genero e dal popolo e ritorna nella sua terra per convertire i suoi familiari.
Il popolo ebraico, giunto presso il Monte Sinày, si appresta a ricevere la Torà. HaShèm comunica a Moshè le modalità dell’evento e indica al popolo come deve prepararsi al momento del Dono della Torà.
L’evento tanto atteso ha luogo presso il monte accompagnato da tuoni e lampi che suscitano il timore reverenziale del popolo. Il Sinày è arroventato ed emana il fumo in virtù della Presenza Divina.
HaShèm proclama i Dieci Comandamenti che sintetizzano tutti i 613 precetti della Torà.
La parashà si conclude con l’emanazione di ulteriori leggi, fra le quali il precetto di costruire un altare di bronzo senza gradini per rispetto al pudore, e realizzandolo senza utilizzare attrezzi in metallo.

 

MIDRASHIM

I Dieci Comandamenti
(a pagina 676 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Fra giusti e pentiti.
(a pagina 735 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La preparazione al Dono della Torà.
(a pagina 741 del volume Shemòt edizioni Mamash).

YITRO 5771 – HITLER E AHMADINEJAD
L’errore di separare il primo comandamento di destra dal primo di sinistra delle due tavole della Torà: le sue conseguenze ha prodotto due grandi malvagi della storia.Riconoscere la non centralità dell’uomo, significa riconoscere che D-o esiste, che ha creato la vita e non abbiamo diritto di toglierla!

YITRO 5770 – RECINTO DI ROSE
Perché un recinto morbido è più efficace di un recinto di ferro? La Torà non è un codice di regole imposte sul corpo, bensì rappresenta il manuale del creatore del corpo ed è l’unico mezzo per estrapolare al meglio le potenzialità dell’uomo.

YITRO 5769 – IL NIPOTE DI MOSHE IDOLATRA?
Ebraismo contro Idolatria! Il giusto punto di vista in questo delicato argomento.
Quale deve essere il giusto e corretto approccio per un ebreo nell’ accostarsi alla spiritualità ed i pericoli insiti nell’utilizzare un approccio simile a quello di Yitrò.

YITRO 5768 – DIECI COMANDAMENTI, 2 CATEGORIE
Perché i primi due comandamenti sono stati detti da Hashem direttamente al popolo non tramite Moshè?
La Torà per tutta l’umanità: 10 comandamenti per am Israel, 7 precetti per l’umanità. L’unicità del legame con Hashem che non passa attraverso un uomo, ma avviene con una pubblica manifestazione!

YITRO 5766 – GRANDE MERITO DI UN CONVERTITO!
Chi era Yitrò? Dalla frase di Yitrò, in cui riconosce la grandezza di Hashem, consegue un’elevazione del mondo a livello tale, da meritarsi la diffusione del monoteismo. Il valore di una conversione sincera!

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BESHALLAKH, YUD e TV BSHVAT 5779: 6 LEZIONI PRECEDENTI

Questo Shabbàt 19 Gennaio 2019, 13 del mese di Shevàt 5779 leggeremo la Parashà di Beshallakh Es 13, 17 – 17, 16.

Si legge l’Haftarà di:

Italiani: Giud. Shofetìm 4,4-5, 3
Milano/Ashkenaziti: Giud.Shofetìm 4, 4 – 5, 31
Sefarditi: Giud. Shofetìm 5, 1-31

verso la fine della parasha di Beshalak vediamo il valore di celebrare il compleanno. Il Talmùd Yerushalmi (Rosh Hashanà 3, 8,) citando Rabbi Yehoshù’a, ci insegna come Amalèk aveva arruolato per quella battaglia i soldati che celebravano il compleanno in quel giorno, contando sul potere degli astri, perché il giorno del compleanno è un giorno molto fortunato e benedetto e Amalèk ha giocato su questo fatto mettendo in prima fila questi soldati SUPER PROTETTI. Perciò Amalèk fa una guerra “non convenzionale” solo perché non può sopportare che esista al mondo un popolo che il suo unico ruolo è INSEGNARE IL MONOTEISMO AL MONDO. Un popolo che nega il valore della materia e del corpo e li considera solo dei tramiti per rivelare lo spirito. Questo è opposto ai valori di Amalèk.
L’esistenza di Israèl “il popolo del libro” e “dell’intelletto”, è un esempio importante nel mondo e per questo cerca di attaccarli e annientarli, anche se non aveva nessuna ragione per farlo, perché non c’erano conflitti territoriali visto che Amalèk risiede molto lontano dalla terra promessa.
Per fare fronte a questo “colpo basso”, Moshè deve sconvolgere gli influssi astrali e cambiare il mazal per eliminare la protezione dei soldati che compivano gli anni.
Da questo insegnamento talmudico il Rebbe di Lubavitch fonda la sua spiegazione sull’importanza del compleanno ebraico, ovvero la data ebraica di nascita, diversa da quella del calendario solare. Il Rebbe ci insegna che questo giorno di grande fortuna e benedizione, deve essere dedicato a nuove decisioni in campo spirituale e alla meditazione, nonché all’azione pratica.
Un famoso detto a proposito:
“Nel giorno del compleanno ci si deve isolare, far riaffiorare i ricordi, riflettere sul passato e correggere le azioni che richiedono teshuvà e rettificazione” (Rebbe di Lubavitch, Hayòm Yom dell’11 nissàn).

(continua sotto)

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Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

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BESHALAKH
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LE DUE FACCE DELLA TUA SPOSA!

Psicologia nella Torà

Il significato e il valore del matrimonio:
come apprezzare il proprio coniuge!

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Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

GUERRA STELLARE
(continua da sopra)
Esodo cap. 17: Yehoshù’a fece come gli aveva detto Moshè, combattendo contro ‘Amalèk, [mentre] Moshè, Aharòn e Khur salirono in cima alla collina. 11. Quando Moshè aveva il braccio alzato Israèl prevaleva, mentre quando lo abbassava prevaleva ‘Amalèk. 12. Ma le braccia di Moshè erano pesanti; [Aharòn e Khur] presero una pietra e glie[la] misero sotto; vi si sedette, mentre Aharòn e Khur gli sostenevano le braccia, uno da una parte e l’altro dall’altra, e le sue braccia resistettero fino al tramonto del sole. 13. Yehoshù’a indebolì ‘Amalèk e il suo popolo a fil di spada.
Khur era figlio di Miryàm (Rashì), era un importante capo (24, 14) della tribù di Yehudà (31, 2). La sua genealogia era: Yehudà, Pèretz, Khetzròn, Calèv, Khur (Bereshìt 46, 12). Era nonno di Betzalèl, colui che avrebbe diretto i lavori di costruzione del Mishkàn (31, 2) e fratello più giovane di Ram, padre di ‘Aminadàv, padre di Nakhshòn, capo della tribù di Yehudà all’epoca dell’inaugurazione del Mishkàn e del censimento nel deserto (Bemidbàr 1, 7 e 7, 12).
I quattro capi che condussero la guerra di ‘Amalèk rappresentano i quattro diversi elementi che devono comporre la perfetta guida per sconfiggere l’acerrimo nemico e così ogni avversario simile a Amalèk:
Moshè – la profezia; Aharòn – il culto divino; Khur: la saggezza e l’arte (e, secondo il Midràsh Pessiktà Rabbà parshàt Zakhòr – il regno e la legge); Yehoshù’a – la prodezza.
«Furono forse le braccia di Moshè a vincere o a perdere la battaglia? La Torà ci insegna: fintanto che gli ebrei guardavano in direzione del cielo (verso le mani di Moshè alzate) e così sottomettevano il loro cuore al Padre che è in cielo, essi avevano la meglio. Ma quando non lo facevano, crollavano» (Mishnà Rosh Hashanà 3, 8).
Rashbàm spiega che assieme al braccio Moshè teneva alzato anche il bastone. Infatti, nell’antichità quando i soldati vedevano la bandiera issata capivano che stavano avendo la meglio, mentre se veniva abbassata era segno di sconfitta e quindi fuggivano.
Alzando le braccia di Moshè appesantite dalla stanchezza, Aharòn e Khur stavano in piedi, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, e gliele sostenevano. Moshè preferì sedersi su una pietra piuttosto che su un cuscino perché non voleva riposare mentre il suo popolo era in pena (Rashì).
Gli amaleciti avevano calcolato l’ora della vittoria in base all’astrologia. Moshè però sconvolse il corso degli astri e quindi anche delle ore (Rashì da Midràsh Tankhumà 28). Inoltre ‘Amalèk aveva arruolato per quella battaglia dei “soldati” speciali che erano degli spiriti o degli angeli, ovvero qualsiasi arma non convenzionale pur di sterminare Israèl. Ma sconvolgendo il ciclo, da Moshè, anche questi spiriti non diedero il risultato atteso.
Una guerra molto ben preparata da Amalèk per due secoli. Armi che non possono fallire e strategia sicura, ma alla fine vince il piano di Hashèm di fare il patto con i discendenti di Avrahàm e dare la Torà a Israèl per insegnare al mondo che esiste un solo Dio e anche la natura non è altro che un guanto che nasconde la mano di Hashèm che sta dietro a essa.
Yehoshù’a indebolì ‘Amalèk uccidendo i suoi soldati più forti. Sicuramente fu per ordine divino che risparmiò gli altri, poiché di certo non gli mancava la forza di ucciderli, avendo già sconfitto i più potenti (Rashì; Gur Aryé). Inoltre, solo Hashèm poteva indicargli chi era forte e chi era debole (Sèfer Zikaròn).
Poiché ‘Amalèk rappresentava l’essenza del male e non era ancora giunto il momento di eliminarlo dal mondo, Hashèm non permise a Yehoshù’a di farlo.
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Il Rebbe di Lubavitch promosse l’adozione di alcuni usi importanti allo scopo di sfruttare opportunamente questo importante giorno:
• Aliyà al Sèfer Torà: gli uomini salgano al sèfer lo Shabbàt che precede il compleanno e nel giorno del compleanno stesso, se vi si legge la Torà;
• Si dia più tzedakà del solito prima delle preghiere di Shakhrìt e di Minkhà. Se il compleanno capita di Shabbàt o in un giorno festivo, si dia la tzedakà prima del loro inizio e, se è possibile, anche alla loro conclusione;
• Tefillà: si preghi con maggior concentrazione e prima della tefillà si dedichi del tempo alla meditazione, riflettendo sul Creatore; si cerchi di recitare più capitoli di Tehillìm del solito e, se è possibile, almeno uno dei cinque libri che compongo il libro dei Salmi;
• Tehillìm: si studi il capitolo di Tehillìm corrispondente alla nuova età (ad esempio, se si compiono vent’anni si legga il capitolo 21…);
• Torà: si studi più Torà, sia nell’ambito di quella Torà rivelata che in quello della khassidùt;
• Amore per il Prossimo: ci si dedichi maggiormente alla manifestazione dell’amore per il prossimo, in particolare diffondendo degli insegnamenti della Torà;
• Esame di Coscienza: si rifletta sulle azioni dell’anno passato, nell’intento di analizzarle, correggerle e migliorarle qualora sia necessario.
• Un Nuovo Impegno: nel Rosh Hashanà personale, ci si impegni nell’osservanza di una mitzvà trascurata in passato o ad osservarla in modo migliore, oppure un’aggiunta nello studio della Torà;
• Un “Incontro Khassidico”: organizzare una “festa” khassidica fra amici e parenti, in gioia e allegria, ringraziando Hashèm. (Se è possibile, si reciti la benedizione di Shehekheyànu su un frutto o un vestito nuovo).
Ricordiamoci che il Rebbe ci insegna l’importanza del compleanno ebraico, giornata che deve essere dedicata a nuove decisioni in campo spirituale e alla meditazione. Come Moshè anche noi dobbiamo cercare di sconvolgere il mazal negativo del nostro acerrimo nemico, Amalèk. Questo si annida dentro e fuori di noi, conta sulla presunta supremazia degli astri, di un destino preordinato, della pratiche superstiziose, dei falsi dei e idoli. Soprattutto il nostro “Amalèk” interiore ed esteriore trae forza e vigore dalle nostre debolezze un ostacolo nel nostro rapporto quotidiano con la Torà, mitzvòt.
Questo stato di cose ci rende difficile collegarci e riconoscere Hashèm in ogni cosa e aspetto delle nostre vita. E ci impedisce di comprendere che è Lui il vero boss, Lui che comanda e determina tutto ciò che esiste. Migliorando noi stessi e il nostro rapporto con Hashèm possiamo migliorare il mondo che ci circonda e per far arrivare Mashiakh presto nei nostri giorni.

La Parashà di Beshallakh è composta da 116 versetti.

La Parashà di Beshallakh contiene 1 divieto.

La Parashà di Beshallakh tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il popolo ebraico si trasferisce da Sukkòt, la sua prima tappa, a Etàm, presso il Mare dei Giunghi (Mar Rosso). Nei suoi spostamenti il popolo viene accompagnato e guidato da una nube e da una colonna di fuoco. Par’ò, nel frattempo, si pente di aver liberato il popolo e si lancia al suo inseguimento. Colti dal panico, gli ebrei invocano Dio, che ingiunge loro di procedere. La colonna di nube e l’angelo di Dio si pongono fra egizi e ebrei, proteggendo questi ultimi.
Gli ebrei procedono verso il mare, che si apre e permette loro di attraversare il fondale all’asciutto. Il popolo ebraico si mette in salvo, mentre gli egizi vengono sommersi dalle acque tornate al loro stato originale.
Gli ebrei intonano la Cantica del Mare esprimendo la propria gratitudine ad Hashèm; le donne, guidate dalla sorella di Moshè, intonano a Cantica di Miryàm.
Gli ebrei, che procedono nel deserto di Shur si trovano senz’acqua. L’unica sorgente produce acqua amara e il popolo se ne lamenta. Hashèm comanda a Moshè di gettare un tronco di legno nell’acqua che diviene subito dolce. Vengono impartiti al popolo ebraico alcuni precetti. Il popolo si sposta, raggiungendo la località di Elìm, dove trova dodici sorgenti e settanta palme.
Il popolo ebraico si lamenta, esprimendo la propria nostalgia per il cibo di cui disponeva in Egitto. Hashèm promette al popolo le quaglie e la manna, accompagnando le Sue parole con alcune precise indicazioni concernenti il consumo e la conservazione del cibo, in particolare per lo Shabbat. Tali precetti vengono in parte, profanati da alcune persone empie. Seguono alcuni precetti dello Shabbat.
Il popolo ebraico si ritrova nuovamente senz’acqua e se ne lamenta. Hashèm ordina a Moshè di colpire la roccia con il suo bastone per far scaturire l’acqua. Moshè obbedisce e l’acqua sgorga abbondante.
Il popolo di Amalèk, acerrimo nemico di Israèl, attacca gli ebrei subendo, grazie all’intervento divino, una pesante sconfitta. Hashèm promette la cancellazione totale di questo popolo.

 

MIDRASHIM

Gli angeli in lotta per Israèl
(a pagina 672 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La Cantica del Mare
(a pagina 674 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Apertura a condizione.
(a pagina 726 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il mio Dio.
(a pagina 730 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Prospettiva positiva.
(a pagina 732 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Catene diverse.
(a pagina 734 del volume Shemòt edizioni Mamash).

BESHALLAKH 5771 – LE DUE FACCE DELLA TUA SPOSA!
Il significato e il valore del matrimonio: come apprezzare il proprio/la propria coniuge.
Vengono esplorate le parti esteriori ed interiori di una persona, analizzando qual è la più importante, insegnandoci a rivelare il potenziale nascosto, come fece Yossèf!

BESHALLAKH 5770 – I QUATTRO GRUPPI DEL MARE!
Errare pensando di fare il giusto? Anche le migliori idee fatte però in contrasto con il piano divino per quel momento, sono sbagliate! Quando si hanno dei problemi nella vita, non bisogna spaventarsi e farsi condizionare dalle apparenze, ma andare avanti con sicurezza!

YUD SHVAT 5770 – IL MONDO È FALSO O VERO?
Perché Hashem non ha creato il mondo come voleva che fosse ovvero con il male?
La diffusione della Shekinà nel mondo e l’essenza eterna del corpo.

BESHALLAKH 5769 – BUTTATI CHE IL MARE SI APRE
L’eutanasia, secondo il punto di vista ebraico.Quando ci sono delle direttive ben precise l’uomo deve seguire la strada indicata da HaShem, senza discutere o tergiversare, soprattutto senza cercare di formulare opinioni personali; gli ordini di HaShem non sono un argomento di discussione o speculativi. Diversi responsi sul difficile tema dell’eutenasia, secondo la Torà.

YUD SHVAT 5768 – ATTRIBUTO PER VINCERE!
Yud Shva, il 10 di Shevat, corrisponde ad un giorno molto importante per l’ebraismo e per il mondo!! Il sesto Rebbe in tal data venne a mancare e il nuovo Rebbe, esattamente un anno dopo, prese la guida del movimento Chabad!

BESHALLAKH 5766 – PROVA DI FEDE!
Come uscire dai nostri confini! Nella vita non basta fare cose giuste. Occorre fare ciò che è necessario in quel determinato momento, senza sprecare risorse e tempo, seguendo il piano divino per noi

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BO 5779: 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 12 Gennaio 2019, 6 del mese di Shevàt 5779 leggeremo la Parashà di Bo Es. 10, 1-13, 16

Si legge l’Haftarà di
Italiani: Isaia 18, 7-19, 25
Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti: Yirmiyà Geremia 46, 13-28
(a pagina 214 del volume Shemòt edizioni Mamash).

il decimo capitolo dell’Esodo, nella parashà di questa settimana (Bo) è scritto: “Dio disse a Mosè: Vieni dal Faraone, poiché IO ho indurito il suo cuore e il cuore dei suoi servi, per operare questi Miei segni fra loro…”
Su questa frase vengono in mente, almeno.., due domande ovvie:
1) Perché Dio dice a Mosè “Vieni dal Faraone”? Non sarebbe stato più appropriato dire “Vai dal faraone”?
2) La frase “Vieni dal Faraone, poiché IO ho indurito il suo cuore” è anch’essa difficile da comprendere. Qual sarebbe la sequenza logica? In che modo il fatto che “IO ho indurito il suo cuore” costituisce la ragione per “venire dal faraone”? La Torà avrebbe dovuto dichiarare: “Vieni dal faraone e avvisalo”, del pericolo delle piaghe, ad esempio… Il fatto che Dio abbia indurito il cuore del faraone non è la ragione per “venire dal faraone”.
La Torà, a quanto pare, avrebbe dovuto strutturare questa frase come aveva fatto in Esodo (7, 2-4), dove Dio dice a Mosè: “Dirai tutto ciò che ti comanderò e Aharòn parlerà con il Faraone. Quanto a Me, indurirò il cuore del faraone e [così] moltiplicherò i Miei segni…”.
Nota: per primo Dio (7, 2) dice a Mosè e Aharòn di parlare con il Faraone e di istruirlo a liberare gli ebrei; per secondo (7, 3), Dio aggiunge che indurirà il cuore del faraone.
Mentre all’inizio della parashà di Bo il messaggio è molto diverso e controverso: “Vieni dal faraone poiché Io ho indurito il suo cuore”. Qual è il significato di questo?

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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nuova lezione video parashà BO imperdibile
AZZIME: CIBO DELLA LIBERTA’
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
BO
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/01/29/bo-5769-tefillin-segno-didentita/
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
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TEFILLIN: SEGNO D’IDENTITA’

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

CHABAD VS. NIETZSCHE
(continua da sopra)
Lo Zohar, il testo fondamentale della Cabalà (parte II, 34°), da una risposta scioccante alla domanda: poiché, Mosè, era terrorizzato all’idea di andare dal faraone. Addirittura, Dio dovette promettergli che sarebbe stato Lui stesso ad accompagnarlo in questo viaggio. Mosè era troppo spaventato per andare da solo: “vieni con me dal faraone” significa: verrò [solo] con Te [Hashèm] dal faraone.
Questo richiede un chiarimento. Mosè è stato dal Faraone molte volte prima, perché adesso è improvvisamente preso dalla paura?
La risposta (allusa nello Zohar) è che nelle precedenti occasioni, Mosè incontrò il faraone in altri luoghi, come nelle sue escursioni mattutine nel Nilo. Questa volta, però, Mosè fu convocato per entrare nella camera più recondita del faraone, nel CUORE del SUO POTERE.
Per citare le parole mistiche dello Zohar: “Dio ha convocato Mosè in una camera all’interno di una camera, del serpente unico e potente. Ma Mosè aveva paura. Fino a questo punto, Mosè si era solo avvicinato ai fiumi che circondavano il serpente (faraone), e aveva paura di avvicinarsi al serpente stesso, perché Mosè vide le sue radici quanto fossero alte!
La metafora del “serpente” zoharico si basa su una descrizione del profeta Ezechiele (29, 3), Il quale definì il faraone come “il grande serpente che si siede in mezzo ai suoi ruscelli, che dice: ‘Il mio fiume è mio, e io ho creato me stesso’”. Il fatto di dover entrare nel centro del potere di questo “grande serpente” – una metafora dell’uomo con un mega-ego che crede fermamente che “Io ho creato me stesso” – terrorizzava perfino Mosè. COME SI PUÒ AFFRONTARE una PERSONA che si CONSIDERA un DIO, l’autorità esclusiva della propria vita, l’arbitro del bene e del male?
Per questo, con la frase, “Vieni dal Faraone, poiché Io ho indurito il suo cuore”; Dio, in realtà, vuole spiegare a Moshè due concetti fondamentali: il primo è che “non stai andando da solo, ma VIENI CON ME”; il secondo è che “la ragione vera per cui vieni veramente con Me è perché IO ho INDURITO il suo cuore”; o meglio dire: “la durezza del suo cuore è solo un riflesso di Me”.
La Comprensione Di Nietzsche Dell’ebraismo
Tuttavia, per capire il messaggio di questa parashà, dobbiamo analizzare la posizione dell’ego all’interno della tradizione ebraica.
La “saggezza convenzionale” dice che la religione ebraica e i suoi derivati, hanno dichiarato guerra all’auto-esaltazione e all’adorazione del sé. La religione è venuta per domare l’ego e per coltivare una vita di sacrificio e arrendevolezza. L’occupazione del proprio sé, dei suoi bisogni e desideri è egoista, brutale e priva l’uomo del “bene supremo”, la relazione con Dio!
Fra tutti i filosofi, Friedrich Nietzsche (1844-1900), che scriveva in Germania nella seconda metà del diciannovesimo secolo, catturò questo sentimento con brutale acutezza. Nietzsche si oppose tenacemente al pensiero ebraico, perché Israèl aveva dato alla luce il cristianesimo, che per lui rappresentava l’inversione di tutti gli istinti naturali.
Secondo lui l’ebraismo descrive Dio come un giusto, una sorta di “NON POTERE”. Un Dio compassionale, non spietato; Dio umile, senza disprezzo aristocratico. In sintesi, il Dio degli ebrei, a Nietzsche rappresentava tutte le cose che disprezzava: “la pietà, la gentilezza e l’aiuto, il cuore caldo, la pazienza, l’umiltà, la cordialità: PORGI L’ALTRA GUANCIA”. Al contrario, per il filosofo tedesco, la “vera etica” era l’esatto opposto: la “VOLONTÀ DI POTENZA”!
In un suo scritto “La Genealogia della morale”, il filosofo tedesco afferma: “Qualsiasi cosa sia stata fatta per danneggiare i potenti e i grandi della terra, sembra banale in confronto a quello che hanno fatto gli ebrei: quel popolo sacerdotale che riuscì a vendicarsi dei loro nemici e oppressori, invertendo radicalmente tutti i loro valori, cioè con un atto di vendetta più spirituale.
“È stato l’ebreo che, con spaventosa coerenza, ha osato invertire il valore aristocratico buono / nobile / potente / bello / felice / favorito-degli-dei, e stabilire, con un odio furioso degli impotenti che: solo i poveri e i deboli, sono buoni; solo i sofferenti e i malati e i brutti sono veramente benedetti. Mentre voi nobili e potenti della terra sarete, per l’eternità, il male, il crudele, l’avaro, l’ateo, e quindi il maledetto e il dannato”.
“Furono gli ebrei a dare il via alla rivolta degli schiavi nei costumi; una rivolta di schiavi con due millenni di storia alle spalle, che abbiamo perso di vista oggi, semplicemente perché (questa filosofia ebraica) ha trionfato così completamente”.
Nell’altro suo libro “L’Anticristo”, Nietzsche scatenò la sua furia “tsunami”, contro il Dio che gli ebrei diedero al mondo e le “virtù schiave” che inventarono:
“Il dio come protettore degli ammalati, il dio come un tessitore di ragnatele, il dio come uno spirito – è uno dei concetti più corrotti che siano mai stati creati nel mondo… dio è degenerato nella contraddizione della vita. Lui rappresenta la guerra sulla vita, sulla natura, sulla volontà di vivere! In lui il nulla è divinizzato e la volontà del nulla è resa santa.
“Gli ebrei sono le persone più straordinarie nella storia del mondo, perché quando si sono confrontati con la domanda, essere o non essere, hanno scelto, con una riflessione perfettamente ultraterrena, di essere ad ogni costo: questo prezzo ha comportato una radicale falsificazione di tutta la natura, di tutta la realtà, di tutto il mondo interiore, così come di quello esterno. Si sono messi contro tutte quelle condizioni in base alle quali, fino a quel momento, un popolo era stato in grado di vivere…
“Psicologicamente, gli ebrei sono un popolo dotato della più forte vitalità … Gli ebrei sono l’esatto opposto dei decadenti: sono semplicemente stati costretti ad apparire in quella veste, e con un grado di abilità che si avvicina al non plus ultra dell’istrionico genio, sono riusciti a mettersi alla testa di tutti i movimenti decadenti e così renderli qualcosa di più forte di qualsiasi partito che dicesse sinceramente Sì alla vita … La storia di Israele è inestimabile, una storia tipica di un tentativo di de-naturalizzare tutti i valori naturali”.
La Contraddizione
Nietzsche era consapevole della contraddizione insita nella sua analisi degli ebrei. Da una parte “gli ebrei sono le persone più straordinarie nella storia del mondo”, professano un vigore straordinario, abilità e genialità, “la più forte vitalità”. Eppure hanno scelto di usare la loro forza e abilità per abbracciare le virtù schiave della debolezza e sconfitta, piuttosto che le virtù principali del potere e del dominio. Per il loro potere e brillantezza, credeva Nietzsche, gli ebrei hanno usato che questi attributi distruttivi definiscano cos’è la civiltà.
Ma come è successo? Perché un tale popolo, potenzialmente di successo, capace di influenzare il mondo con la sua “volontà di potenza”, abbraccia il sentiero della mediocrità e dell’estinzione? Perché una nazione con un IO sano, ricorre a un sistema morale che nega, piuttosto che afferma, la vita? Perché un popolo capace di vivere al potere abbraccia un Dio invisibile che crede negli impotenti e che nega le leggi naturali della vita? Perché Israele non è diventata l’impero Romano, e ha scelto una morale di sottomissione piuttosto che di supremazia?
Certo, Nietzsche era miope. Definisce il bene come ciò che potenzia il sentimento della vita. Se “vedere soffrire gli altri crea del bene, allora la violenza e la crudeltà possono ottenere il brevetto di moralità”. Eppure, come hanno sottolineato alcuni studiosi, gli attacchi alla virtù sono molto attraenti, quando la virtù rimane ben stabilita, proprio come l’omaggio al potere, alla violenza e alla crudeltà; tutte “qualità” che possono sembrare divertenti o attraenti, solo fin quando non né soffriamo noi stessi.
Nel 1887, questa “glorificazione della violenza”, la passione della vittoria e della crudeltà, potevano apparire intriganti e stimolanti; negli anni ‘30 del secolo successivo, quando i nazisti si appropriarono della retorica di Nietzsche, per giustificare le loro azioni omicide, era diventato impossibile leggere alcuni dei suoi brani, senza provare disgusto e indignazione.
Non a caso, settant’anni dopo che Nietzsche scrisse della “Morte di Dio”, riferendosi alla fine della visione morale giudaica sul mondo, la sua stessa nazione, la Germania, iniziò a sterminare il popolo di Dio.
Come Rispondere a Nietzsche
Nietzsche non si stancò mai di sottolineare che le esigenze della moralità tradizionale sono contrapposte alla vita. La risposta ebraica a questa affermazione fu: SI! Proprio questo è il motivo per cui la moralità è così preziosa: perché riconosce che la fedeltà dell’uomo non è solo alla vita, ma soprattutto a ciò che NOBILITA LA VITA. Pertanto occorre riconoscere come l’istinto e il desiderio soggettivo non sono valori assoluti.
La mancanza di cuore di Nietzsche ricorda il “cuore testardo” del Faraone, nell’apertura della porzione di questa settimana: BO. Entrambi credevano che abbracciare la compassione e la sensibilità fosse sinonimo di debolezza. Entrambi credevano che lo scopo della vita fosse quello di diventare come un “barbaro”.
Per Israèl, al contrario, la creazione è stata fatta da un DIO MORALE, che ha CONCEPITO il MONDO Con AMORE. Poiché Dio esiste, allora prevale la legge morale che inevitabilmente pone dei limiti al potere.
Come è stato sottolineato in precedenza, anche la convinzione di Nietzsche che la moralità dovrebbe essere definita dalla natura, era profondamente discutibile. Poteva contemplare una situazione in cui le forze della natura potevano essere frenate, ma solo quando l’arbitrio umano lo desiderava o lo voleva?
Tuttavia rimane una domanda importante: che cosa fece il popolo ebraico con la “volontà di potenza” che secondo Nietzsche dirige la psiche dell’uomo? L’hanno ignorata, repressa o trascesa? Qual è stato il meccanismo emotivo e mentale che hanno impiegato per trasformarsi da “padroni” in “schiavi”?
Preparazione Del Palco Per Il Cambiamento
Il Talmud e la Cabalà, insegnano che ogni male storico è preceduto da una forza in grado di sconfiggerlo (Talmud Meghilà 13b). Prima che una malattia colpisca il pianeta Hashèm previene la sua cura, ovvero il “palcoscenico” è già stato impostato per la sua futura trasformazione.
La stessa logica si può applicare per quanto riguarda la potente accusa di Nietzsche contro gli ebrei: infatti, circa trentadue anni prima della nascita di Nietzsche, nel 1812, uno dei più grandi studiosi ebrei e giganti spirituali del suo tempo, scrisse un discorso mistico che avrebbe trasformato il panorama del pensiero ebraico e la sua prospettiva sulla relazione tra la volontà umana ed il potere. Questo discorso sosteneva che nella sua interpretazione più profonda, il giudaismo accettava e non respingeva il concetto dell’Ubermensch, il “super uomo Nietzschiano”. Eppure mentre l’Ubermensch di Nietzsche rappresentava l’ideale di un essere abbastanza forte da creare i propri valori, abbastanza forte da vivere senza la consolazione della moralità tradizionale; l’Ubermensch ebraico, nella sua sfrenata voglia di potere e autoaffermazione, paradossalmente arrivò ad abbracciare il Dio della moralità, giustizia e compassione.
Per arrivare a questo il pensiero ebraico non deve schiacciare o negare il senso di individualità e vitalità per trovare Dio; al contrario, il vibrante ego “bruto ed egoista” li porta a Dio altrettanto – e forse anche di più – del richiamo alla trascendenza che viene dell’anima.
Le circostanze che hanno portato alla stesura di questo discorso sono state straordinarie. Era il dicembre del 1812, e l’autore stava scappando dall’esercito francese che stava avanzando rapidamente attraverso la Russia. Tragicamente, il freddo inverno russo reclamò la vita di questo santo uomo, che morì in una piccola città in Ucraina chiamata Piena. Due o tre giorni prima della sua scomparsa (il 24 di Tevet 5573, 27 dicembre 1812) scrisse questo discorso che può, senza esagerazione, essere descritto come uno dei più profondi nella storia della mistica ebraica.
Quest’uomo era il rabbino Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), una delle grandi personalità ebraiche dei suoi tempi e fondatore della scuola mistica di Chabad. Questo particolare discorso fu pubblicato postumo nella quarta sezione del suo famoso Tanya (Igrot Kodesh 20) e successivamente spiegato dai sei maestri Chabad che gli succedettero.
È interessante notare che il settimo leader di Chabad, il Rebbe di Lubavich che è il mio maestro e mentore, scelse di affrontare e spiegare questo tema durante il primo discorso chassidico da lui pronunciato, quando assunse la guida del movimento Chabad nel 1951 (Maamar Bati Leganì 5710).
Ci si aspetterebbe che in un discorso scritto poco prima della sua morte, un leader religioso discuta sul significato del nostro mondo fisico, falso e temporaneo, dove Dio è eclissato e dove regna l’ego egoistico. Sorprendentemente, però, e contrariamente alla nozione accettata circa la filosofia religiosa, l’autore attribuisce la più profonda DIVINITÀ all’EGOCENTRISMO della natura umana e alla sua VOLONTÀ di POTENZA!!
Non sono a conoscenza di un documento simile nel pensiero ebraico, che dia un tributo così profondo al mondo fisico dell’edonismo e dell’EGO. Forse questa è stata la futuristica risposta del grande maestro Rabbi Shneur Zalman al “nuovo mondo” che i filosofi esistenzialisti come Nietzsche e le forze dell’emancipazione stavano cercando di creare. Il saggio del Rebbe tentò di presentare un aspetto profondo del pensiero ebraico che era fondamentale per poter prosperare nel nuovo ambiente della libertà individuale e dell’auto-espressione sfrenata. La nuova direzione dove il mondo si stava avviando.
La Genesi Dell’ateismo
La domanda che turba il religioso è da dove noi, la razza umana, abbiamo ereditato la volontà così vigorosa di essere potenti? Da dove abbiamo sviluppato questo senso di ego che riesce addirittura a bandire Dio dalla nostra esistenza, fino a concepire noi stessi come l’asse di tutta la realtà? Quello che lo scrittore ceco Milan Kundera chiamava: “l’insostenibile leggerezza dell’essere”.
Per Rabbi Shneur Zalman di Liadi, per il quale la presenza vivente di Dio era reale, tanto quanto l’esistenza fisica stessa, se non più reale, questa era una domanda infuocata. Da dove origina un senso così potente di individualità solitaria e distinzione egoistica? Da dove proviene l’esistenza fisica la sua brutale immanenza, la sua sostanziale indifferenza? In che modo l’essere umano completamente dipendente da Dio, acquisisce un senso di auto-contenimento che cerca di negare Dio?
Se tutta l’esistenza viene da Dio, come è nato l’ateismo? In che modo Dio crea un’immaginazione umana che nega la sua stessa sostanza e realtà?
La risposta religiosa comune per questo è che l’ateismo è nato dall’occultamento di Dio nell’universo. Nella terminologia cabalistica questo occultamento è descritto come il “tzimtzum”, che significa “contrazione e restringimento” della luce infinita di Hashèm. Atto che ha preceduto la creazione di un universo autonomo e in apparenza indipendente.
Il Rebbe Shneur Zalman ha scritto tutt’altro, come suo ultimo contributo al mondo, su questa verità profonda. L’ATEISMO, egli afferma, NON ha avuto ORIGINE nell’occultamento del divino, ma piuttosto nella RIVELAZIONE DIVINA.
La spiritualità umana e il nostro senso di dipendenza al Creatore, sono tutti e due radicati non nell’essenza divina, ma nella luce divina. Quindi, proprio come la luce divina si sente dipendente e collegata alla sua fonte, anche il nostro lato spirituale si sente dipendente e legato alla coscienza cosmica. Al contrario, il senso fisico del sé umano, il crudo ego e volontà di potere, privo di qualsiasi riconoscimento di qualcosa al di fuori di se stesso, è un riflesso dell’ESSENZA divina, del sé intimo di Dio. Pertanto, da una sensazione di autonomia, proprio come il suo progenitore.
L’ego umano, in altre parole, non è altro che la manifestazione “dell’ego divino”. L’Io umano rispecchia il divino IO. Proprio come il supremo divino IO non ha antecedente, nessuna forza precedente che giustifica la sua esistenza, nessuna legge preesistente per definirla o ridurla, così anche l’Io umano, sente che il proprio io rappresenta il massimo dell’esistenza, che i suoi desideri non richiedono alcuna giustificazione, le sue ambizioni non richiedono alcuna mitigazione e il suo potere deve regnare supremo.
Il Grande Ego Ebraico
Quindi l’ego è malvagio? Questa componente fondamentale della nostra esistenza è un impianto alieno che deve essere sradicato e scartato nella nostra ricerca di bontà e verità?
In ultima analisi, NON lo è. L’ego, il senso di sé, con cui siamo nati, deriva anch’esso da Dio; è un riflesso dell’IO “divino”. Noi, che siamo stati creati nell’immagine di Dio, possediamo un riflesso del Suo “senso di sé”, nella forma del nostro concetto di sé, come il nucleo di tutta l’esistenza.
L’ego non è il male, ma il divorzio dell’ego dalla sua fonte è il male. Quando riconosciamo il nostro ego come riflesso dell’ego di “Dio”, diventa la vitalità trainante dei nostri sforzi, per rendere il mondo un posto migliore, più divino. D’altra parte, lo stesso ego, separato dai suoi ormeggi divini, genera il più mostruoso dei mali.
Questo è ciò che Nietzsche non è riuscito a cogliere e anche noi, spesso, non riusciamo a capire. Il popolo ebraico non ha abbracciato le “virtù degli schiavi”, nonostante le loro caratteristiche e capacità simili a quelle dei maestri o “padroni”. Al contrario, Israèl ha capito che il grande ego umano, per riuscire a essere fedele a se stesso, alla sua origine, deve RIFLETTERE la sua fonte più autentica: l’ESSENZA DIVINA.
Lo stesso Nietzsche ha sempre insistito sul fatto che la cosa più importante è che le persone siano sincere con se stesse. Gli ebrei capirono che per dare risalto alla “volontà di potenza” e per realizzarsi nel modo più profondo e migliore dovevano collegarsi al divino. Il nostro vigore deve essere diretto verso la costruzione di un mondo divino; la nostra ambizione deve essere imbrigliata verso l’espulsione della crudeltà, della sofferenza, per costruire una civiltà morale e amorevole.
Confrontando l’Ego del Faraone
Quando Dio comandò a Mosè di “Vieni dal faraone”, Mosè era già andato dal faraone per molti mesi. Ma aveva avuto a che fare con il faraone nelle sue varie manifestazioni: il faraone pagano, il faraone oppressore di Israele, il faraone sedicente dio ecc. Ora gli veniva detto di entrare nell’ESSENZA del FARAONE; doveva trovarsi faccia a faccia con un MEGA-EGO che non ha confini o vincoli; doveva toccare il potere crudo e infinito di un uomo che dichiara: “Io ho creato Me stesso”. TALE POTERE È SPIETATO E SENZA LIMITI; niente può contenerlo. È la massima espressione del male umano e fa paura perfino a Mosè il profeta di tutti i profeti.
Perciò disse Hashèm a Mosè: “Vieni al Faraone, perché ho indurito il suo cuore”. Vale a dire: “Sono io che ho indurito il suo cuore”; la durezza del suo cuore – il mega ego sfrenato del faraone è davvero Me; anch’esso viene da Me e Mi rappresenta. Se hai il coraggio di guardare oltre la densa opacità dell’ego umano, TROVERAI ME, DIO.
“Vieni con Me”, dice Dio a Mosè, e insieme entreremo nel palazzo del grande serpente. Insieme penetreremo l’adorazione di sé, il CUORE DEL MALE. Insieme scopriremo che non esiste né sostanza duratura, né realtà eterna, per l’ego del faraone e di Nietzsche; non è altro che l’appropriazione indebita del divino nell’uomo.
Se questa verità è troppo terrificante per un essere umano, da affrontare da solo, vieni con Me, e io ti guiderò. Ti condurrò nella camera più interna dell’anima del faraone, finché ti troverai faccia a faccia con il suo nucleo, il SEGRETO più gelosamente custodito DEL MALE: che in realtà NON ESISTE.
Imparando questo grande segreto, i grandi poteri della storia non possono farci nulla. Con la consapevolezza di questa verità, saremo degni di raggiungere la libertà. La libertà diventerà una forza che invece di allontanarci dalla legge morale e dalla volontà divina, ci porterà più vicino a Dio. Poiché avremmo scoperto la verità che la nostra brama di espressione e potere individuale è soltanto la manifestazione della qualità più vicina a Dio di tutto il creato.
Questo spiega la strana profezia che il Mashiach arriverà come “un povero che cavalca un asino” (Zaccaria 9, 9). Il termine ebraico per asino, khamòr, è anche tradotto come “khòmer – materialismo brutale” (Likkuté Sikhòt vol. 31 pp. 19-22). Il Mashiach che “cavalca l’asino” simboleggia l’idea che Mashiach rivelerà al mondo che le forze brutali dietro al materialismo, nel loro posto più profondo, in realtà rivelano la verità di Dio più dello spirito stesso.
Questo è lo scopo della creazione del mondo, della materia e dell’ego, per rivelare Hashèm in esse, e ancora di più per rivelare che sono l’espressione dell’IO divino. Questo avverrà grazie al nostro lavoro durante l’esilio e trasformazione del buio in luce.
Speriamo presto di vedere la verità della materia con l’imminente rivelazione di Mashiach presto nei nostri giorni.
(Questo scritto è basato sul discorso chassidico “Bo El Parò” dell’anno 5672, 1912, del rabbino Sholom DovBer di Lubavitch, noto come il Rebbe Rashab. Nonché su vari discorsi del Rebbe di Lubàvitch; incluso il suo primo discorso, quando assunse la direzione del movimento Chabad nel 1951, tratto da un articolo di Y.Y. Jacobson)

La Parashà di Bo è composta da 105 versetti.

La Parashà di Bo contiene 9 comandi e 11 divieti.

La Parashà di Bo tratta in sintesi i seguenti argomenti:

La piaga delle cavallette e quella delle tenebre non servono a persuadere Par’ò, che viene minacciato di dover assistere alla morte
di tutti i primogeniti. Moshè acquisisce grande prestigio agli occhi degli egizi che, come predetto HaShèm, cominciano a nutrire rispetto anche per gli ebrei.
Hashèm insegna a Moshè il valore del primo giorno del mese.
Hashèm ordina al popolo ebraico di legare al proprio letto, il dieci del mese di Nissàn, un capo di bestiame minuto, che verrà sacrificato quattro giorni dopo e consumato in tutta fretta, con erbe amare e azzimi. Parte del suo sangue dovrà contrassegnare gli stipiti e l’architrave della porta di ciascuna casa ebraica, in segno di distinzione, affinché siano risparmiati dalla piaga dei primogeniti che verrà eseguita da D-o stesso.
Hashèm comanda a Moshè di trasmettere al popolo ebraico il precetto di eseguire il sacrificio pasquale anche in futuro.
L’Egitto viene colpito dalla morte dei primogeniti, piaga che finalmente vince la dura resistenza di Par’ò, il quale accetta di liberare il popolo ebraico. Hashèm impartisce ulteriori leggi concernenti il sacrificio pasquale.
Hashèm chiede a Moshè di istruire il popolo sul precetto di commemorare l’Esodo, valido per tutte le generazioni future, accompagnato anche dal divieto di consumare e di possedere cibi lievitati.
In ricordo del fatto che i primogeniti ebrei sono stati risparmiati dalla terribile piaga che invece ha colpito gli egizi, Hashèm impone agli ebrei il precetto di consacrargli ogni primogenito maschio di uomo e di animale puro, nonché di asino.
La parashà si conclude con il precetto di indossare i tefillìn.

 

MIDRASHIM

Kiddùsh Hakhòdesh, la prima mitzvà
(a pagina 668 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Prendetene il doppio, purchè ve ne andiate
(a pagina 670 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

La decima piaga.
(a pagina 720 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Due Precetti.
(a pagina 724 del volume Shemòt edizioni Mamash).

BO – PESSAKH 5771 – FEDE EBRAICA: LIBERTÀ O RESTRIZIONE?
Che cosa vuol dire essere liberi? Qual è la differenza tra חופש e חירות?
Uno strano paragone tra Pèsakh e Shabbat, fatto dal Maimonide, ci rivela il vero significato della libertà, in base all’approfondimento di Pèsakh 5640 del Rebbe di Lubavitch. Il parallelismo tra Shabbat e Pèsach descritto dal Maimonide: come Shabbat non ha solo aspetti passivi, ma presenta anche aspetti attivi, così Pesakh non significa solo non essere schiavi, bensì ha una sua entità.

BO – PESSAKH 5770 – DUE TIPI DI DOMANDE!
Perché l’ebraismo promuove il DOMANDARE? Il significato profondo del verso “quando tuo figlio ti chiederà: che cosa è questo?”. La Torà non ci da solo una risposta, ma ci spiega come mai il figlio chiede e come evitare che si allontani dal padre.

BO 5769 – TEFILLIN: SEGNO D’IDENTITA’
La Torà dice: “Sarà un segno sulla tua mano e un ricordo sulla tua testa!” Intelletto e saggezza senza sentimento sono inutili! Quando studiamo la Torà e mettiamo i tefillin in noi avviene una trasformazione, il nostro pensiero si unisce ad Hashem, ma dobbiamo sempre ricordarci del cuore e riflettere su quanto stiamo facendo e quanto ha fatto D-o per il popolo ebraico

BO 5768 – LA TORA DOVEVA COMINCIARE DALLA PRIMA MITZVA: SANTIFICARE LA LUNA NUOVA.
Trasformare il mondo tramite la Torà! La santificazione della luna e il perché due fratelli possono testimoniare la prima luna. Solo con la Torà si può trasformare il mondo e portare innovazione. Il ciclo mensile si chiama kodesh che ha le stesse lettere in ebraico di khadash-nuovo e khidush-innovazione.

BO 5766 – LE ULTIME TRE PIAGHE: UN COLPO NEL BUIO!
Le mitzvot che vennero prima del Matan Torà! Nelle ultime tre piaghe il colpo all’Egitto è forte e definitivo, avvenendo nel buio. La prima mitzvà della Torà di santificare la nuova luna: l’importanza per un ebreo della dimensione temporale. La piaga del buio: il prestito delle ricchezze degli egiziani. La mitzvà del riscatto del primogenito, il suo significato e la sua importanza. I teflilin, testimonianza dell’essere ebrei.

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VAERÄ 5779: 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 5 Gennaio 2019, 28 Tevet 5779 – leggeremo la Parashà di Vaerà  Es. 6, 2-9, 35

Si legge l’Haftarà:

Italiani Ez. 28, 24-29, 21
Sefarditi: Ez. 28, 25-29, 21

La Parashà di Vaerà è composta da 121 versetti.

La Parashà di Vaerà non contiene alcun precetto.

La Parashà di Vaerà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm rassicura Moshè, chiedendogli di comunicare al popolo ebraico la promessa di una redenzione prodigiosa. Il popolo ebraico, tuttavia, non presta ascolto alle parole di Moshè perchè troppo provato da fatica e sofferernza.
La Torà fà una breve digressione genealogica, precisando le origini di Moshè e di Aharòn i redentori.
Moshè e Aharon si recano da Par’ò; Aharon getta a terra il proprio bastone che si trasforma in serpente. I maghi di corte lo imitano, tuttavia il bastone di Aharon inghiotte i bastoni degli egizi.
Moshè avverte Par’ò dell’imminenza della prima delle dodici piaghe.
In questa Parashà sono riportate le prime sette piaghe che colpiscono gravemente l’Egitto, senza tuttavia piegare l’ostinazione di Par’ò, che si rifiuta di liberare il popolo ebraico. Le sette piaghe sono: sangue, rane, pidocchi, mescolanza di belve feroci, peste, ulcere e grandine.

MIDRASHIM

Moshè e Aharon operano segni prodigiosi
(a pagina 664 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La piaga delle rane
(a pagina 666 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Una Fede incondizionata
(a pagina 713 del volume Shemòt edizioni Mamash).

I Miracoli della natura
(a pagina 718 del volume Shemòt edizioni Mamash).

VAERA – PESSAKH 5771 – LA FRECCIA DI DIO
Fin dall’uscita dell’Egitto l’energia delle futura redenzione è già stata emanata in potenziale. Bisogna solo concretizzarla! Il quinto livello di salvezza espresso da D-o al popolo ebraico, legato alla redenzione finale, non ancora completato, ma del quale ci viene dato il potenziale.

VAERA 5770 – IL BASTONE E IL SERPENTE
La prima prova data da D-o a Moshè: la trasformazione del bastone, ci insegna come affrontare e risolvere le paure della vita! Due meravigliosi commenti sul valore del bastone che diventa serpente e ritorna bastone nella redenzione!La felicità non viene dagli eventi o dagli oggetti, ma da noi direttamente.

VAERA 5769 – GRATITUDINE LA BASE DELL’EBRAISMO
L’etica e il valore della Chèssed, della bontà, per l’ebraismo. Il valore della bontà è talmente grande, illimitato ed eterno, da parte di chi dona, che deve essere sempre ricambiata dal ricevente con grande gratitudine.

VAERA 5768 – LE DIECI PIAGHE: IMPORTANZA DELLA PIAGA DELLE RANE
Le dieci piaghe, una parte della crescita spirituale degli egiziani ed un insegnamento per gli ebrei.Dice il Midrash: se non per le rane Hashem non avrebbe potuto punire interamente gli egizi. Che cosa significa?
La funzione della piaga delle rane nella punizione e rettificazione degli egiziani e i tre livelli di eresia.

VAERA 5766 – IL SIGNIFICATO DELLE DIECI PIAGHE
Il significato profondo del bastone trasformato in serpente. Il colpo iniziale all’ego del faraone per avviare il processo di annullamento della sua opposizione alla santità. L’importanza delle dieci piaghe e i tre messaggi per gli egiziani.Le dieci piaghe sono la prova che D-o ha creato il mondo e lo controlla.

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SHEMOT 5779: 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 29 Dicembre 2018, 21 del mese di Tevèt 5779 leggeremo la Parashà di Shemòt Esodo 1, 1-6, 1.

Si legge l’Haftarà di:

Italiani/Sefarditi: Geremia 1, 1-2, 3
Ashkenaziti: Isaia 27, 6-28, 13; 29, 22-23

La Parashà di Shemòt è composta da 124 versetti.

La Parashà di Shemòt non contiene alcun precetto.

La Parashà di Shemòt tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il popolo ebraico conosce una crescita demografica vertiginosa che suscita l’astio e l’insofferenza del nuovo sovrano egizio. Questi, percependo il fenomeno come una seria minaccia per il paese, impone al popolo ebraico lavori forzati di estrema durezza, ordinando dapprima alle levatrici di uccidere ciascun neonato ebreo e in seguito di gettare tutti i neonati maschi nel Nilo.
Un levita (‘Amràm) genera il suo terzo figlio. Il bambino, che irradia una particolare santità, viene tenuto nascosto dalla madre per tre mesi; in seguito, essa lo pone in una cassetta di giunco e lo lascia nel Nilo. Lì viene trovato dalla figlia del faraone, che gli attribuisce il nome di Moshè e decide di allevarlo a corte.
Moshè, adulto, esce dal palazzo per vedere il suo popolo e assistere di persona alle sue sofferenze. Testimone della violenza perpetrata nei confronti di un fratello ebreo da parte di un egizio, Moshè uccide quest’ultimo e si trova costretto a fuggire a Midyàn. Qui sposa Tzipporà, figlia dell’illustre Yitrò, e diviene pastore nel gregge del suocero.
HaShèm appare a Moshè in un roveto ardente, comandandogli di recarsi a salvare il popolo. Moshè tenta in diversi modi di sottrarsi alla missione, ma invano: è lui il redentore scelto da D-o. HaShèm rivela a Moshè tre segni per farsi accettare dal popolo come guida e liberatore, egli promette che nei suoi incontri con Par’ò verrà accompagnato dal fratello Aharòn, che gli farà da portavoce. Moshè intraprende il viaggio per l’Egitto insieme alla moglie e ai due figli.
Insieme al fratello Aharòn, Moshè annuncia al popolo ebraico la prossima redenzione ed esso crede alle sue parole. In seguito Moshè si rivolge a Par’ò con la richiesta di liberare il popolo, ma il crudele sovrano, invece di obbedire al comando divino, inasprisce ulteriormente la schiavitù rendendola insostenibile. Moshè se ne lamenta con HaShèm.

Nella porzione di questa settimana (Shemòt/Esodo) la Torà introduce la figura di Mosè, attraverso due episodi (Esodo cap 2):
“In quei giorni accadde che Mosè crebbe, uscì verso i suoi fratelli e ne constatò le sofferenze. Vide un egizio colpire uno dei suoi fratelli ebrei. Si voltò qua e là, vide che non c’era nessuno, così colpì a morte l’egizio e lo nascose nella sabbia”.
La Torà continua:
“Il giorno dopo uscì ed ecco, due ebrei che litigavano. Disse a quello malvagio: “Perché colpisci il tuo compagno?”. (L’uomo) gli rispose “Chi ti ha nominato autorità e giudice su di noi? Intendi forse uccidermi come hai ucciso l’egizio?”. Mosè ebbe timore…
Di conseguenza, fugge dall’Egitto. Solo più tardi riuscirà a ritornare per liberare il suo popolo dalla schiavitù.

Questi sono gli unici due aneddoti che la Torà condivide con noi sulla gioventù di Mosè in Egitto. La Torà sottolinea, rimarcandone in questo modo l’importanza, come la storia si è verificata durante due giorni consecutivi. Questo ci porta ad affermare che questi due episodi, in qualche modo, incapsulino la missione e il destino di Mosè e ne catturino la sua particolare storia. Come mai?

L’esilio per il popolo ebraico è sempre consistito in due dinamiche: l’oppressione dall’esterno e l’erosione dall’interno. La prima condizione potrebbe sembrare più dolorosa, ma la seconda è sicuramente più letale.
Quindi, il primo e simbolico leader ebreo, Mosè, mentre sta crescendo nella sua posizione, si trova immediatamente di fronte a questi due problemi che definiranno, fino ai nostri giorni, lo status di Israel nell’esilio.
Al primo e più elementare livello, l’esilio ebraico (dall’Egitto fino ad oggi) è stato definito, simbolicamente da “l’uomo egiziano che colpisce un ebreo”: persecuzioni, abusi, oppressioni, torture, omicidi e persino genocidi. Queste tragedie hanno caratterizzato il destino del popolo ebraico, dal faraone a Hitler.
In quasi ogni generazione, l’ebreo ha dovuto fare i conti con l’antisemitismo, un odio irrazionale che non ha mai smesso di rivendicare vite innocenti. L’ebreo “si gira da una parte e dall’altra parte e vede che non c’è uomo” a cui importa del suo destino. Il mondo, l’ONU e le nazioni rimarranno sempre in silenzio.
Eppure in tutta la sua incomprensibile brutalità, Mosè trova una soluzione a questa crisi. “Ha colpito l’egiziano e lo ha nascosto nella sabbia”.
Mosè ci insegna come ci sono dei momenti in cui non abbiamo altra scelta che prendere le armi e colpire il nemico, al fine di proteggere vite innocenti. L’uso della violenza deve sempre essere l’ultima risorsa, ma quando tutti gli altri tentativi falliscono, la forza del giusto è l’unica risposta alla violenza immorale.
Il Secondo Giorno
Il secondo giorno, dopo che Mosè ha salvato il suo compagno ebreo, dal nemico esterno, si trova di fronte a una nuova sfida: due ebrei che combattono tra di loro. Si potrebbe pensare che la soluzione a questo problema sia più facile del precedente. Dopotutto, questa è solo una lite tra ebrei!
Eppure, incredibilmente, in questa occasione Mosè fallisce. Il suo tentativo di creare una riconciliazione viene respinto, con una tipica risposta ebraica: “Chi ti ha nominato principe e leader su di noi?” Chi pensi di essere, perché tu mi dica come comportarmi?
L’antisemitismo è pericoloso, molto pericoloso, e abbiamo bisogno di molta determinazione e coraggio per combatterlo, ovunque e ogni volta che alza la sua brutta testa. Tuttavia, poiché il nemico è chiaramente definito, non abbiamo alcun problema a identificare l’obiettivo ed eliminarlo, attraverso metodi pacifici o attraverso un conflitto.
Invece la discordia, all’interno del popolo ebraico, il conflitto e la sfiducia tra le comunità, così come l’animosità all’interno delle famiglie è una malattia silenziosa che ci divora dall’interno e non ci permette di sperimentare la liberazione dall’esilio. All’inizio può non sembrare così distruttiva, poiché la sua potenza negativa si manifesta solo nel tempo. Tuttavia essa ci colpisce soprattutto nei momenti di crisi, quando abbiamo tanto bisogno l’uno dell’altro, ma la fiducia è stata erosa.
Il popolo ebraico è stato spesso minacciato da civiltà ostili dall’antico Egitto, dall’Assiria, dalla Babilonia, dalla Persia, dalla Grecia e da Roma, dal Terzo Reich, dall’Unione Sovietica nel XX secolo e dall’Islam fondamentalista, ai nostri tempi.
Ma le ferite più fatali sono state quelle che il popolo ebraico ha inflitto a se stesso: la divisione del regno ai tempi del Primo Tempio, con la perdita di dieci delle dodici tribù. La rivalità interna negli ultimi giorni del Secondo Tempio che portò alla distruzione di Gerusalemme e al più lungo esilio nella storia ebraica, o meglio, della storia umana.
Ci sono stati solo tre periodi di sovranità politica ebraica in quattromila anni. Due si sono conclusi a causa del dissenso interno. La terza era della sovranità è iniziata nel 1948 e già allora la società israeliana era pericolosamente frammentata. Il solo processo democratico non garantisce l’esistenza di un coeso corpo politico; un popolo e una nazione ha bisogno anche di una cultura e di un’identità condivisa, di un proprio destino e scopo, in questo mondo.
Quando Mosè, più di tre millenni fa, osservò l’ebreo che combatteva l’ebreo, si spaventò. Mosè sapeva che finché l’unità fosse prevalsa, tra la sua gente, nessuna forza dall’esterno avrebbe potuto annientarli. Ma nel momento in cui gli ebrei sono frammentati all’interno, il loro futuro sarebbe diventato incerto.
Oggi, siamo ancora in esilio e soffriamo di entrambi i problemi: ci sono le persone che vogliono colpirci e c’è un conflitto interno. Proprio come con Mosè, a volte sembra che la prima sfida sia più facile da affrontare, rispetto alla seconda. È più facile ottenere un consenso su Hamas che creare pace in una famiglia o in una comunità. Avremo mai il coraggio di offuscare il nostro ego, aprire i nostri cuori e abbracciare ciascuno dei nostri fratelli e sorelle con amore incondizionato?
Cosa motiva il nostro popolo ad elevarsi al di sopra dell’identità individuale di ciascuno?
Il richiamo di Mosè è un esempio su come andare al di là di se stesso. Egli non si preoccupava in nessun modo di se stesso; ogni aspetto del suo essere era dedicato agli altri. Mosè è descritto come “un pastore fedele”, concetto che viene interpretato come colui che nutre la fede nel popolo. Egli infuse il popolo Ebraico di conoscenza, permettendo loro di stabilire un’armonia all’interno delle diverse dimensioni del loro essere. Questa unione può avvenire solo tramite la TORA’. L’unico punto di riferimento insostituibile di TUTTO il popolo è la Torà.
Qualsiasi orientamento politico o identità ebraica o gruppo di appartenenza, tutti concordano che l’unico punto in comune che da la forza di sopravvivenza di Israel è la Torà.
Recentemente (Aprile 2017) il famoso giornalista e ideologo Dennis Prager ha detto alla conferenza dell’AIC a Los Angeles (American Israel Council): non sono un ebreo ortodosso, ma ho fede nella Torà che viene da Dio e sono CONVINTO che è l’unico punto di riferimento del popolo ebraico che ha dato sopravvivenza di Israel. (vedi link sotto tutto il discorso)
Solo quando il popolo è legato insieme da un’unità interiore, questo ci permette di diffondere l’unità di Dio nel mondo. L’unione del popolo Ebraico è un potenziale attivo e non uno stato passivo. Questa unità stimola la manifestazione dell’unità Divina in tutta l’esistenza. Un lavoro da svolgere da dentro di noi verso l’esterno, cosi da poter sconfiggere tutti i nemici, dentro e fuori di noi, e preparare noi stessi e il mondo all’arrivo di Mashiach, Amen.

MIDRASHIM

La Nascita di Moshè (Shemòt 2,2)
(a pagina 662 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Il decreto di estinzione
(a pagina 704 del volume Shemòt edizioni Mamash).
Vita nel fiume
(a pagina 706 del volume Shemòt edizioni Mamash).
Moshè e Mashìakh
(a pagina 708 del volume Shemòt edizioni Mamash).

SHEMOT 5772: AMORE INFINITO E AMORE LIMITATO
Poiché l’amore verso un bambino piccolo è generalmente superiore di quello provato verso un adulto; come mai quando gli ebrei si trovano in esilio in Egitto HaShèm paragona Israèl ad un “PRIMOGENITO”, ovvero ad un adulto?

SHEMOT 5771 – CORAGGIO NEL CUORE DEL MALE!
ll valore di Batya =figlia di D-o.Questo nome le venne dato da Hashem, quando salvò Moshè. Come può la figlia del malvagio faraone diventare figlia di D-o. Il comportamento di Batya ci insegna come, di fronte alle avversità, non dobbiamo mai arrenderci, ma confidando in D-o, trovare le forze per andare avanti. Una piccola azione può sempre cambiare il mondo!

SHEMOT 5770 – PERCHE’ MOSHE NON VUOLE VEDERE LA GRANDE RIVELAZIONE DEL CESPUGLIO?
Il perché della sofferenza del popolo ebraico nell’esilio. Il cespuglio che brucia, ma non si consuma rappresenta tutte le generazioni future del popolo ebraico in esilio, le loro sofferenze e il loro riuscire a non piegarsi mai, a resistere di fronte a tutte le difficoltà. Moshè è disposto a non vedere la grande rivelazione, il fuoco indelebile del cespuglio e della presenza divina insita in essa, per non perdere la sensibilità verso il popolo ebraico, assurgendo con tale scelta al ruolo di futuro leader.

SHEMOT 5769 – COSTRUIRE CON LE PAROLE!
Le caratteristiche, gli attributi, le personalità non sono espresse dai nomi. Da un altro punto di vista il nome ha una forte valenza spirituale, costituendo un canale diretto con l’anima. Questi due concetti opposti si ritrovano nell’esilio, che rappresenta uno stato in cui la divinità è nascosta.

SHEMOT 5768 – IL RICORDO DI ESSERE STRANIERO IN ESILIO
La nascita della nazione di Israele ha inizio con il gesto salvifico di una donna pagana. L’importante missione data da D-o agli ebrei di combattere l’idolatria e il paganesimo, ha origine nella terra più impura, e dalla figlia del più grande idolatra, il faraone. Tutto ciò a dimostrare come il vero annullamento dell’idolatria viene dall’idolatria stessa.

SHEMOT 5767 – COME COSTRUIRE LA DIMORA DI D-O NEL MONDO
L’approcciarsi gentile del Faraone ha coinvolto, con parole morbide, gli ebrei nei lavori di produzione dei mattoni. Poi mano mano il sistema di lavoro è diventato più duro, distruggendoli psicologicamente, rendendoli schiavi. La missione in esilio del popolo ebraico è di elevare la materia, di trasformare la materia in santità, mostrando come le anche le cose che apparentemente sembrano distaccate dal Creatore, sono in realtà unite al divino. Nelle situazioni difficili, davanti al buio che ci circonda, l’unica risposta è di non subire gli ostacoli, ma scavalcare gli ostacoli, andando avanti.

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VAYEKHI 5779: 7 LEZIONI

Questo Shabbàt 22 Dicembre 2018, 14 del mese di Tevèt 5779 leggeremo la Parashà di Vayekhì Gen. 47, 28-50, 26.

Si legge l’Haftarà di Melakhìm I 2,1-12

La Parashà Vayekhì di tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Ya’akòv, sentendo prossima la morte, fa giurare a Yossèf di non seppellirlo in Egitto, bensì nel luogo in cui giacciono i suoi padri. Yossèf giura di fare secondo la volontà del padre.
Yossèf conduce i figli, Menashé ed Efràyim dal padre malato. Ya’akòv benedice prima Efràyim e poi Menashé, ponendo in maniera inconsueta la mano destra sul capo del secondogenito. Yossèf tenta di correggere il padre, il quale gli spiega il motivo del suo gesto.
Ya’akòv raduna tutti i suoi figli e benedice ciascuna tribù. In seguito dà disposizioni per la sua sepoltura, che dovrà avvenire nella grotta grande di Makhpelà, dove giacciono i suoi padri. Ya’akòv esala l’ultimo respiro.
Yossèf ordina che suo padre sia imbalsamato, rituale che richiede quaranta giorni. L’Egitto piange Ya’akòv per settanta giorni. Ottenuta l’autorizzazione del faraone, Yossèf parte con tutta la famiglia e i numerosi dignitari d’Egitto a seppellire il padre. Grandi esequie e lutto di una settimana.
Sepolto Ya’akòv, Yossèf e i fratelli ritornano in Egitto. I fratelli vedono ora la scomparsa del padre come l’opportunità per Yossèf di vendicarsi per il torto da loro subito in passato. Yossèf li rassicura e dice loro che il male da loro compiuto in passato è stato volto in bene da HaShèm.
Yossèf vive in tutto centodieci anni. Prima di morire ricorda ai fratelli che torneranno nella terra promessa da HaShèm ad Avrahàm e Yitzkhàk; li fa giurare che porteranno via le sue spoglie dall’Egitto. Viene imbalsamato e sepolto in Egitto.

EBRAISMO E FEMMINISMO SONO INCOMPATIBILI?

Nella benedizione di Yaakòv ai figli è celato un grande insegnamento per saper vivere l’esilio. Menashè e Efràyim: due modi per affrontare il nuovo mondo, con la nostalgia del passato o con la trasformazione del negativo in positivo.

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

http://www.virtualyeshiva.it/2010/12/15/vayekhi-5771-ebraismo-e-femminismo-sono-incompatibili/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

http://www.virtualyeshiva.it/files/10_12_14_vayekhi5771_efraim_menashe_vantaggio_esilio_rebbe.mp3

Per vedere il video:

https://vimeo.com/17843509

MIDRASHIM

Ya’akòv Benedice Efràyim e Menashé (Bereshìt 48,8-14)
Midràsh Bereshìt Rabbà 96-97; Midràsh Tankhumà Vayekhì 8-9; Talmùd Berakhòt 20
(a pagina 677 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Gli Ultimi Giorni di Yossèf (Bereshìt 50,22-26)
Midràsh Bereshìt Rabbà 85-100,6; Midràsh Aggadà 50; Pirké Derabbì Eli’èzer 11-29; Talmùd Sotà 13; Talmùd Shabbàt 55
(a pagina 681 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

La Fine dei Tempi
(a pagina 752 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

VAYEKHI 5772: BERESHIT: PERCHE’ CONCLUDERE IN NEGATIVO?
Approfondendo il collegamento tra l’inizio della Genesi e la fine emerge il significato profondo e interiore del primo libro della Torà e il collegamento con Shemot.

VAYEKHI 5771 – EBRAISMO E FEMMINISMO SONO INCOMPATIBILI?
Nella benedizione di Yaakòv ai figli è celato un grande insegnamento per saper vivere l’esilio. Menashè e Efràyim: due modi per affrontare il nuovo mondo, con la nostalgia del passato o con la trasformazione del negativo in positivo.

VAYEKHI 5770 – SEME DELL’ETERNITA’
Il seme è l’elemento più speciale che l’uomo abbia, in quanto lo avvicina a D-o, essendo associato alla forza della creazione. Il seme è la parte più potente e più profonda: ne è l’essenza stessa dell’uomo. Pertanto non deve essere sprecato, e occorre saper riconoscerne il suo grande valore.

VAYEKHI 5769 – YAAKOV, IL PRIMO MALATO: UN BENE PER L’UMANITA’
L’importanza del tempo, il saperlo valorizzare. L’esempio degli Tzadikkim ci insegna come cercare di dare pieno compimento alle nostre vite. Il merito di essere seppelliti, quando si fa del bene ad un morto si fa un vero e profondo atto di bontà. Davanti ad una persona morta, è possibile vedere la realtà con maggiore veridicità, dare maggior valore alla vita, superando gli schermi di falsità e materialità che ci costruiamo nella vita quotidiana.

VAYEKHI 5768 – IL VALORE DI ESSERE SEPPELLITO IN TERRA SANTA
La missione di ogni persona nel mondo è legata al posto in cui è possibile fare qualcosa, poter apportare un miglioramento. Ognuno di noi che vive in un posto impuro ha il dovere di trasformarlo in un luogo di santità, tramite l’esempio di Yaakòv. La morte non deve spaventare. La Torà ci insegna come la nostra vita in questo mondo sia solo un passaggio, che deve insegnarci come poter valorizzare il posto impuro in cui viviamo, sapendolo trasformare in un luogo di santità.

VAYEKHI 5767 – LA FORZA SPIRITUALE DI YAAKOV
Yaakòv fa giurare a suo figlio Yossèf di essere seppellito in Israele. Il giuramento, non costituisce un atto di sfiducia, quanto un modo per rafforzare, con assoluta certezza, l’azione richiesta al figlio. La sua volontà di non restare legato all’Egitto, ma di riconoscere la propria funzione spirituale di essere al di sopra dell’esilio, per poter salvare i figli, riscattandoli dall’esilio. Viene analizzata la differenza spirituale di Yaakòv e Yossèf, in relazione all’esilio. Ogni anima, in funzione della propria specifica natura, ha un diverso livello spirituale di servizio verso D-o.

VAYEKHI 5766 – IL PRIMO PASSO PER LA SCHIAVITU’ IN EGITTO
Il disegno divino costruito per Yaakòv inizia con il dolore del distacco da Yossèf, in apparenza opposto alle richieste di Yaakòv di vivere serenamente, ma si rivela in seguito necessario per portare a compimento la sua missione di elevare l’Egitto e poter vivere felicemente gli ultimi sui 17 anni di vita. A sua volta la morte di Yaakòv rappresenta la prima tappa per la successiva schiavitù, in uno schema divino che prevede sin dall’inizio il riscatto del popolo ebraico. Quando si è in esilio dobbiamo stare uniti alle nostre origini e trovare la forza per elevare la materia impura che ci circonda.

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VAYIGGASH 5779: 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 15 Dicembre 2018, 7 del mese di Tevèt 5779 leggeremo la Parashà di Vayiggàsh Gen. 44, 18-47, 27.

Si legge l’Haftarà di Yekhezeqèl 37,15-28

Chi porta vita alle persone come ha fatto Sèrakh a suo nonno, merita lunga vita.
Quando si da qualcosa non è una perdita ma un guadagno enorme, perché si riceve indietro sempre di più di ciò che si ha dato.
NESSUNO HA VISSUTO TANTO A LUNGO COME Sèrakh perché dare gioia di vita alle persone è la cosa più bella e più importante come dice il trattato di (Taanìt 22a):
quali sono le persone meritevoli hanno chiesto al profeta Eliahu? Sono quei due pagliacci che girano nel mercato e se vedono qualcuno giù di morale, fanno di tutto per alzarglielo, con qualche barzelletta o altro.

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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VAYIGASH
Al seguente link troverai la lezione della Parashà di questa settimana in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/01/01/vayiggash-5769-piangere-o-non-piangere/
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
www.virtualyeshiva.it/files/09_01_01_asarabetevet5769_vayigash_yosef_kibudavaem.mp3

PIANGERE O NON PIANGERE?

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2016/12/31/vayiggash-5773-5-lezioni/

YOSEF È ANCORA VIVO…
(continua da sopra)
Chi fu il primo messaggero a portare la bella notizia a Yaacov?
Il Midrash ci racconta di Sèrakh, figlia di Asher.
I fratelli scelsero lei perché avevano bisogno di un abile messaggero per dare la notizia a Yaacov. Anche se sarebbe stato meraviglioso per il padre sapere che il figlio amato era ancora vivo, lo shock improvviso, per questa notizia inaspettata, poteva danneggiare la salute di Yaacov. Ricordiamoci che il grande patriarca era anziano, aveva 130 anni e Yosef era scomparso da ben 22 anni!
I fratelli scelsero Sèrakh proprio perché era una ragazza intelligente e sapeva suonare molto bene l’arpa. Sèrakh cominciò a suonare della musica per suo nonno e mormorò dolcemente le parole: «Mio zio Yosef è ancora vivo. Egli è governatore su tutto l’Egitto». Continuò a ripetere la stessa frase diverse volte, finché suo nonno iniziò a sorridere.
«Ciò che stai cantando è molto bello, Sèrakh» disse Yaacov. «C’è aria di belle notizie. Possa tu essere benedetta con una lunga vita per avermi tirato su il morale con notizie piene di speranza».
Tuttavia Yaacov non credette realmente a sua nipote, finché i fratelli non gli confermarono la notizia e finché non vide i carri che suo figlio Yosef aveva mandato.
C’è anche un’altra opinione diversa secondo la quale fu Naftali il primo a raccontare a Yaacov che Yosef era ancora vivo. Naftali era un rapido corridore: egli compiva sempre le commissioni per i suoi fratelli e per suo padre. Perciò i fratelli lo mandarono avanti per fare in modo che Yaacov sapesse della notizia il più presto possibile.
Comunque tutti i fratelli si riunirono prima, per annullare il giuramento secondo il quale non avrebbero mai detto a nessuno che Yosef era ancora vivo…
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Una dimora per Hashem
Nella parashà di Vayigàsh è scritto: “E cadde (Yosef) sul collo di suo fratello Binyamin e pianse, e Binyamin pianse sul suo collo”.
Perché piansero i due fratelli?
Ognuno pianse per la distruzione del Bet Hamikdàsh che si trova nel territorio del fratello. Yosef pianse per i due Bet Hamikdàsh, che saranno costruiti a Yerushalaim, nel territorio di Binyamin, e che saranno poi distrutti. Binyamin pianse per la distruzione del Mishkan Shilò, città nel territorio di Yosef.
Sia il Mishkan  di Yerushalaim, sia quello di Shilò erano Santuari pubblici. Simili a essi ci sono dei Santuari privati: che simboleggia quello che si trova nel cuore di ogni ebreo e che può, Dio non voglia, distruggersi  anch’esso.
Il Bet Hamikdàsh è il luogo dove dimora la Shechinà di Hashem. L’ebreo che adempie alle mitzvòt e che segue la strada della Torà attira su di sé la Shechinà di Hashem e in questo modo COSTRUISCE un “SANTUARIO PRIVATO” DENTRO il suo CUORE. Invece, un ebreo che non segue la strada della Torà e non adempie alle mitzvòt non permette alla Shechinà di dimorare in lui, quindi in questo modo manda in rovina il suo Bet Hamikdàsh privato.
La distruzione di un  Bet Hamikdàsh, “pubblico o privato” che sia, è una vicenda tristissima. Per questo Yosef, quando vide profeticamente che nel territorio di Binyamin saranno distrutti i due Santuari scoppiò in lacrime; proprio come Binyamin, quando vide che verrà distrutto il Mishkan, nel territorio di Yosef.
Quando vediamo il Santuario privato di un amico distruggersi, a causa dei suoi peccati, ciò è così triste che ci fa piangere. Piangiamo, perché condividiamo col nostro amico la sua tristezza, per la distruzione del suo Santuario privato.
È interessante notare che Yosef pianse per i Santuari che saranno distrutti nel territorio di Binyamin e non pianse per il Mishkan, che sarà distrutto nel suo territorio! Binyamin pianse per la distruzione del Mishkan nel territorio di Yosef, ma non pianse per i Santuari che saranno distrutti nel suo territorio! Perché nessuno dei due pianse per la distruzione del Santuario nel proprio territorio? Perché piansero l’uno per l’altro?
Una persona piange, vedendo il compagno peccare e distruggere la sua dimora per Hashem, mentre non piange quando lui stesso pecca e distrugge in lui il suo Santuario privato. Il pianto infatti non ha il potere di ricostruire di nuovo il Santuario! Invece di piangere si dovrebbe cominciare a ricostruire il Bet Hamikdàsh, per mezzo delle mitzvòt e delle buone azioni.
Ma quando vediamo la distruzione del Bet Hamikdàsh nel prossimo, piangiamo perché condividiamo con lui la tristezza per la distruzione del suo Santuario. Noi purtroppo non possiamo ricostruirlo sul momento, questo dipende solo da lui, cioè da ognuno di noi. Possiamo dare algli altri dei buoni consigli, ma la parte più importante del lavoro dipende da noi, dal nostro lavoro interiore. È solo grazie alla nostra forza di volontà che possiamo aggiustare le nostre azioni e ricostruire il nostro “piccolo/grande” Santuario interiore. Allora ci è permesso piangere per questo…
Iniziamo a costruire il nostro Santuario personale, facendo mitzvòt e opere buone, e certamente meriteremo di vedere il terzo Bet Hamikdàsh costruito in eterno. Amen.

La Parashà di Vayiggàsh tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Yehudà illustra a Yossèf la situazione del padre, per convincerlo di non farlo tornare a casa senza Binyamìm. Garante della vita di Binyamìm presso il padre, si offre a Yossèf come schiavo al posto del fratello.
Commosso dalle parole del fratello, Yossèf fà uscire tutti i presenti dalla stanza e si fà riconoscere dai fratelli. Egli chiede loro di non addolorarsi per ciò che gli avevano fatto, essendo stati semplicemente il mezzo per il compimento del proggetto divino. Yossèf chiede che il padre sia condotto in Egitto.
Il faraone invita la famiglia di Yossèf a trasferirsi in Egitto. Giunti a casa, raccontano l’accaduto al padre che, commosso, decide di partire per rivedere il figlio.
Durante il viaggio, Ya’akòv si ferma a Beèr Shèva, dove offre sacrifici a HaShèm. Visione notturna di Ya’akòv. HaShèm lo rassicura, promettendogli, la Sua protezione in Egitto. Inoltre Yossèf si prenderà cura di lui. Nomi dei figli di Ya’akòv e dei loro figli. Con i figli di Yossèf, i componenti della famiglia di Israèl in Egitto sono settanta.
Yossèf si reca personalmente a incontrare il padre in una scena commovente. Yossèf suggerisce alla famiglia di dire al faraone di essere pastori, per ottenere il permesso di stabilirsi nella regione di Gòshen.
Yossèf conduce cinque dei suoi fratelli al cospetto del faraone, i quali agffermano di essere pastori ed egli permette che si stabiliscano nel paese di Gòshen. Breve colloquio fra Ya’akòv e il faraone: Ya’akòv benedice Parò.
La carestia si aggrava e Yossèf raccoglie tutti gli averi del popolo, in denaro e bestiame, dando in cambio cibo a chi lo richiede. L’anno seguente Yossèf acquista per il faraone tutti i terreni d’Egitto, tranne quelli dei sacerdoti. Quindi ordina al popolo di seminare e sancisce una legge secondo la quale tutti dovranno dare al faraone un quinto del raccolto. Gli ebrei invece vivono a Gòshen dove acquisiscono grandi proprietà e si moltiplicano.

MIDRASHIM

Il Canto di Sérakh (Bereshìt 45,25-26)
Midràsh Bereshìt Rabbà 94; Sèfer Hayashàr
(a pagina 675 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Ya’akòv Parte per l’Egitto (Bereshìt 46,1-7)
Midràsh Bereshìt Rabbà 94; Sèfer Hayashàr
(a pagina 677 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

L’Eredità di Yossèf
(a pagina 749 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

VAYIGGASH 5771: COME VINCERE LA TRISTEZZA
Il comportamento di Yossèf verso i fratelli, la sua capacità di perdonare e far vincere l’amore sopra al rancore, diventa insegnamento per affrontare i momenti difficili, i problemi che incontriamo. La grande sensibilità che Yossèf dimostra verso il padre, la sua capacità di cogliere gli stati psicologici degli altri, ci guidano nel giusto comportamento, nel saper trovare l’equilibrio vincente nella vita! Non sono gli eventi a darci tristezza nella vita, ma il modo in cui noi li interpretiamo!

VAYIGGASH 5770: COME YOSSEF HA SISTEMATO LA SUA FAMIGLIA DISTRUTTA!
L’ìncontro e la pace riottenuta tra Yossèf e i suoi fratelli. La storia di Yossèf, nella rivelazione con i fratelli, presenta significati profondi sul percorso del pentimento, e grandi valori, molto attuali oggi, per “recuperare” l’unione della propria famiglia.

VAYIGGASH 5769: PIANGERE O NON PIANGERE?
L’esilio di Yossèf ci insegna l’importanza di utilizzare la condizione di esilio stessa come un utile stimolo per migliorare per cambiare per agire in modo propositivo. Come riconoscere in una condizione negativa gli aspetti positivi, individuando che tutto viene dall’Altissimo ad uno scopo.

VAYIGGASH 5768: DIASPORA NON E’ IL POSTO IDEALE PER VIVERE
L’esempio di Ya’akòv, felice di incontrare il figlio, ma addolorato per dover lasciare la propria terra. Anche se si hanno tutte le buone ragioni per andare in diaspora, comunque non deve essere una giustificazione e bisogna comunque essere addolorati di lasciare la propria terra. Si scopre qual è lo strumento per annullare l’esilio.

VAYIGGASH 5767: IL DOLORE DI LASCIARE ISRAELE
Ciascuno di noi si trova in un esilio spirituale e materiale. In ebraico, la parola “Egitto” significa anche “confine”, ma di fronte agli ostacoli, dobbiamo reagire sapendo che sono stati messi per renderci più forti. La storia di Yossèf e di suo padre Yaakòv ci porta grandi e profondi insegnamenti per riuscire a resistere nell’esilio.

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