EKEV 5779: 1 LEZIONE

Questo Shabbàt 24 Agosto 2019, 23 del mese di AV 5779 leggeremo la Parashà di Ekèv Deuteronomio 7: 12 – 11: 25

HAFTARÀ
Isaia 49: 14 – 51: 3.

Si annuncia Rosh Chòdesh

EKEV

La sensitività verso i sentimenti altrui non è un concetto discrezionale secondo la Torà.

Una volta era venuto dal grande maestro Baba Sali una persona per chiedere una benedizione per guarire da un grave male alle gambe. Allora il maestro gli chiese il suo nome e gli promise che avrebbe pregato per lui.
Poco dopo il Baba Sali in persona ebbe male alle gambe…
La moglie gli chiese come mai fosse successo proprio in quel momento? Il Baba Sali le rispose che per poter pregare come si deve col profondo del cuore per fare curare le gambe della persona doveva sentire lui stesso quanto fosse grande quel dolore alle gambe, perciò chiese ad Hashem di fargli sentire quel male per poter pregare con tutte le sue forze…
Questo comportamento esemplare di sensibilità è noto nella Torà ed è una delle basi dell’ebraismo, per questo tutti i grandi maestri hanno questo attributo perché amare il prossimo come se stesso vuole dire anche questo: così come siamo molto sensibili a noi stessi cosi lo dobbiamo essere verso gli altri.
Questo insegnamento lo troviamo nella parashà di questa settimana nel primo verso, dove la Torà ci ordina di osservare anche i precetti del “tallone”, ovvero quei precetti che una persona tende a sottovalutare e dare meno importanza. Questi sono i precetti del tallone, poiché il tallone è alla fine del corpo la parte più bassa e forse meno sensibile, perciò ci ordina Hashem che solo quando osserviamo tutti i precetti in maniera totalmente equa, solo allora riceveremo tutte le elevate benedizioni elencate in seguito (cap 7, 12):
…E l’Eterno, il tuo DIO, ti ha preservato l’alleanza e la grazia che giurò a tuoi avi, e ti amerà e ti benedirà e benedirà il frutto del tuo ventre e il frutto della tua terra… e Hashem ti rimuoverà ogni malattia…
Per quale ragione è così importante l’osservanza del “tallone” da determinare una ricompensa così grande?
La spiegazione mistica è che i precetti che abbiamo ricevuto nella Torà sono la volontà di Hashèm che è al di sopra dell’intelletto. Dio vuole che abbiamo un rapporto con lui razionale studiano e capendo la Torà e un rapporto irrazionale osservando i precetti. Il legame irrazionale è più alto, perché non è limitato alla comprensione dell’uomo: alcuni capiscono di più, altri di meno, perciò è un legame dosato in base a ogni persona; mentre le azioni delle mizvòt – precetti sono tutti uguali nell’azione, pertanto l’unione con Hashèm che deriva dalle mizvòt trascende l’intelletto umano perciò è infinita.
Per questo la nostra parashà di Ekev – tallone ci insegna che se osserviamo i precetti facendo una scaletta di priorità: prima i dieci comandamenti, poi quelli più importanti e via dicendo, allora le nostre azioni e mizvòt non oltrepassano i limiti della logica umana, perché si fanno delle differenze tra i precetti.
Solo nei precetti più semplici, osservati con lo stesso entusiasmo dei dieci comandamenti, si nota la vera unione con Hashèm in maniera infinita e senza “contaminazioni” del proprio IO e del proprio cervello.
In altre parole, il vero amore per Dio si evince nelle cose semplici quando sono fatte con entusiasmo.
Il midrash racconta che Yehoshùa, il braccio destro di Moshè, ha meritato di guidare il popolo dopo Moshè grazie alla sua sensibilità verso gli altri e per il suo rispetto verso Hashèm al punto che puliva i luoghi di preghiera e di studio addirittura con la sua barba.
Lo stesso è successo 2000 anni dopo con il padre di Rashi che puliva la sinagoga perfino con la sua barba tanto era grande il suo amore per Hashèm, ed è per questo che ha meritato di avere un figlio talmente speciale come Rashi.
Mio padre Yaakov ben Rachel e Shlomo è un grande esempio di amore per Hashem e verso ogni persona di qualsiasi credo.
Mio padre si assicurava che tutti i libri (sia del suo Tempio o anche di quelli in giro) fossero in ordine: li ricuciva tutti e li copriva come fossero nuovi e poi li profumava con l’acqua di rose, perché i libri della Torà sono la parola di Hashèm e devono essere sempre tenuti in ordine.
Faceva questo con entusiasmo e amore più di un affare milionario.
Lo faceva con costanza e grande passione anche all’età di 92 anni e non solo con i libri, ma anche i tallet e i rotoli…
I Vivi Impareranno – והחי יתן אל לבו
Concludo con una storia per dare un esempio di sensibilità unica al mondo che ho imparato da mio padre.
Nel palazzo dove abitava mio padre in Ocean Parkway a Brooklyn c’è una brava persona che lavora come portiere e si chiama Fred. Ci tengo a sottolineare che non è ebreo e non c’è alcun legame tra noi e venti anni fa è successo questo episodio di grande insegnamento di vita.
Mio padre era sempre sorridente e amico di tutti, perciò ogni volta che passava lo salutava come un amico con tanto rispetto.
Se pensiamo che molti non salutano in generale, tanto meno i portieri! E anche quando salutano di solito è fatto come una “pilota automatico”, senza guardare negli occhi la persona, senza neanche il “regalo” di un sorriso positivo che potrebbe cambiargli la vita.
Nel saluto di mio padre non c’era niente di automatico e ogni persona era come se fosse la più importante al mondo.
Un giorno, mio padre salutando cortesemente Fred come al solito nota che la sua faccia è diversa, anche se Fred cercava di non farsi notare. Con la solita delicatezza mio padre si accorge che c’è qualcosa di diverso e gli chiede come mai fosse così strano il suo umore.
Normalmente, infatti le persone sono immerse nei proprio pensieri, nel proprio lavoro e non si accorgono dei cambiamenti altrui. Ma anche quando qualcuno si accorge cerca di evitare di chiedere domande, per evitare di doversi impegnare a risolvere i problemi degli altri.
Il pensiero comune è: “ho già abbastanza problemi per conto mio che non ho bisogno di imbarcarmi anche quelli degli altri”.
Per mio padre invece non è così, perciò chiese a Fred come mai era meno sorridente del solito.
Allora Fred dice a mio padre che si era appena sposato e il suo frigo era TOTALMENTE VUOTO che prima di uscire di casa aveva assicurato la moglie che sarebbe tornato con un acconto dal suo stipendio mensile di 500$, dato che avrebbe chiesto al supervisore di dargli un anticipo.
La causa della sua malinconia di quel giorno era che il supervisore gli aveva negato l’anticipo, per una discussione che avevano avuto e così Fred era così depresso che mi racconta: “la mia dignità era così abbattuta che non sarebbe tornato a casa a mani vuote, dato che era appena sposato, piuttosto si sarebbe suicidato”.
Allora mio padre gli chiede se sapeva verniciare e Fred dice di si. Mio padre gli chiede quanto sarebbe il costo di verniciare la casa di mia sorella, oltre il materiale, e Fred dice 500$.
Allora mio padre gli dice “va bene! Allora vernici la casa e ti darò subito i tuoi 500$”. Fred chiede a mio padre se poteva dargli un anticipo e mio padre tira fuori tutta la cifra pattuita e gli da 500$ in mano.
Fred rimane incredulo, come se fosse rinato improvvisamente.
Mio padre poteva anche darli un prestito che gli avrebbe reso a fine mese, ma dandogli un lavoro lo ha aiutato senza degradarlo.
Tutto questo succede in una frazione di secondi e senza pensarci troppo.
Come dice Fred: “tuo padre aveva talmente tanta dignità di se stesso e autostima che non poteva vedere qualcuno intorno a lui che gli mancasse la propria dignità e faceva di tutto per aiutare le persone senza sentirsi superiore e che stava salvando la vita di qualcuno, senza fare pesare o umiliare nessuno, tutto con semplicità e GRANDE UMILTÀ, come se non avesse fatto niente di speciale”.
(storia che mi ha raccontato Fred con le lacrime sul volto, dopo il funerale di mio padre)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

EKEV
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/07/29/ekev-5770-18-av-5770-29-luglio-2010/
dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
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 SANTITA: VALORE ASSOLUTO O DINAMICO?

Una discussione tra rabbi Yonatan un Samaritano e l’asinaio di rabbi Yonatan ci fa capire le divergenze di visioni del mondo!

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FALSA FELICITA’!

Gli ebrei Durante la loro permanenza nel deserto si cibarono della manna, come è detto: “… e ti fece provare la fame e ti dette da mangiare la manna”. La manna è un cibo molto particolare diverso dal cibo che conosciamo. Molto più spirituale del nostro cibo. Infatti era celeste, a differenza del pane che viene dalla terra.

Non a caso la manna viene paragonata alla Torà.

La saggezza e la mente sono paragonate al pane. Questo viene ingerito nel corpo e diventa parte di esso. In questo modo il pane diventa una cosa unica con l’interiorità del corpo. Lo stesso succede con il “pane spirituale”, la saggezza: le parole di Torà che l’ebreo impara entrano nella sua mente e diventano parte di esso. Così la saggezza diventa una cosa unica con chi la studia.

Il pane che viene dalla terra ha un solo gusto, il gusto del pane. Ma esso ha anche uno scarto che viene eliminato dal corpo al termine della digestione. Così è la saggezza umana. Gli studi che vengono dall’esterno (non di Torà) sono limitati. L’ebreo impara, capisce e prova piacere in questo. Egli sente di riuscire per tutto il tempo in cui progredisce nello studio. E nel momento in cui conclude tutto l’argomento e lo domina, comincia a provare orgoglio per la conoscenza che ha acquisito. Anche in questi studi c’è uno scarto non voluto e forse anche nocivo.

 

La manna, il pane celeste, ha molti gusti. Qualsiasi gusto che si desidera provare è contenuto in essa. Non ha uno scarto, è tutto manna. Questa è la Saggezza Divina, che è contenuta nella nostra Torà. La Torà non è limitata. Una persona che studia Torà sente quanto la sua conoscenza è limitata e quanto ancora ha da imparare per crescere. Quando si studia Torà si vuole studiare ancora di più, secondo quanto è scritto nella parashà: “…e ti fece provare la fame e ti dette da mangiare la manna…” Mangiare la manna risveglia la “fame” in colui che la mangia, egli vuole studiare di più, capire di più e imparare senza fine. Ma lo studio della Torà non provoca orgoglio in colui che la studia, anche se ha studiato tanto. Al contrario, più studia maggiore è la sua conoscenza della grandezza della Torà, e poiché la Saggezza Divina non ha limiti egli si annulla completamente.

 

Lo yétzer harà (inclinazione al male) è esperto nel suo lavoro: sa che non riuscirà a persuadere l’ebreo che la Torà non è importante, perché la Torà è cara a ogni ebreo. Allora lo yétzer harà comincia a sostenere il contrario: poiché la Torà ha un valore così alto, non ha senso approfondirla così tanto. Non finiremmo mai di studiarla e anche se ci impegnassimo tanto non riusciremmo mai a capirla completamente, poiché la Torà non ha limiti. É preferibile, dice lo yétzer harà, non approfondirla. Basta leggere un paragrafo al giorno o fissare una lezione settimanale!

Allora cosa consiglia lo yétzer harà? Esso ci stimola a immergerci nella vita materiale, dicendoci che poi potremo godere dei risultati.

Sforziamoci a non seguire questi stimoli, perché ci allontaneremo completamente dalla via della Torà. Dice il Talmùd che all’inizio lo yétzer harà è solo un “passante” nei nostri dintorni, poi entra in noi come “ospite” e alla fine diventa il padrone di casa e comincia a dirigere tutte le nostre azioni.

In conclusione lo yétzer harà vuole che sia la materialità a provocare piacere all’uomo, ma la natura dell’ebreo è opposta: l’essenza dell’ebreo è lo spirito, perciò solo studiando Torà egli può sentirsi completo.

Quando uno pensa di aver raggiunto la felicità ma in realtà non la raggiunta e cerca di coprire e camuffare questa mancanza con sempre più materia sperando di risolvere questo “vuoto”, in realtà vive in un illusione e non sarà mai veramente felice.

Cerchiamo di trovare il giusto equilibrio tra le esigenze del corpo e dell’anima accontentadole entrambi ognuna con il SUO cibo e sicuramente troveremo il giusto equilibrio e avremo una vita felice e serena.

EKEV 5770 – SANTITA: VALORE ASSOLUTO O DINAMICO?
Una discussione tra rabbi Yonatan un Samaritano e l’asinaio di rabbi Yonatan ci fa capire le divergenze di visioni del mondo!

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VAETKHANAN 5779 – COME EDUCARE I FIGLI CON SUCCESSO!

Questo Shabbàt 17 Agosto 2019, 16 del mese di AV 5779 leggeremo la Parashà di Vaetkhanàn
Deuteronomio 3: 23 – 7: 11

HAFTARÀ

Italiani: Isaia 40, 1-16

Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti: Isaia 40, 1-26

Shabbàt Nachamù.

Quando mi alzo al mattino la visione del sole pieno di luce ed energia mi rammenta la luce che ricevo dalla personalità di mio padre sempre solare e positivo e carico di energia come il sole che sorge.
Purtroppo è arrivato il momento in cui il mio SOLE è tramontato. Ma anche se non riesco più a godere della luce del sole, poiché ora è oltre il mio orizzonte, tuttavia so che è ancora lì, perché è solo tramontato e domani ritornerà a illuminare il mondo come ha sempre fatto.
Come l’oscurità della notta brilla grazie alla luce della luna che riflette quella del sole, io ho avuto la grazia di ricevere grandi insegnamenti da mio padre, la cui luce continua a brillare anche nella mia “notte” tramite me.
D’altronde questo è anche il significato di questo esilio che è paragonato alla notte, che la luce del Santuario (sole) deve continuare a brillare dentro di noi e di conseguenza nel mondo intero proprio come la luna brilla di notte.
Come non vediamo il sole che illumina la luna quando è notte, anche io non riesco a vedere il mio Sole, ma so che è presente. Il sole può brillare nell’oscurità della notte attraverso la luna e questo è il riflesso della luce del sole che la luna riflette durante la notte, e vivendo tutti gli insegnamenti di mio padre e facendoli brillare, la sue luce riflette tramite me e continua a illuminare anche se non riesco a vedere il mio “sole”.
So che l’alba arriverà presto, anche se ancora è notte. So che domani il mio sole tornerà di nuovo a splendere come il giorno con Mashiach, quando torneranno tutte le anime nei loro corpi!
Speriamo che quel giorno sia imminente quando potremo cantare e ballare di nuovo con i nostri cari, ma per ora Papi ci mancherai tanto.
Tuttavia so che continuerai a riflettere la tua luce tramite noi come la luna, anche se meno di prima, ma so anche che è solo una situazione temporanea come la notte!

Questo Shabbat è lo Shabbàt della consolazione: il suo nome, Shabbàt Nakhamù, prende il nome della Haftarà che inizia con queste parole: “Consolate, consolate il mio popolo…”.

La doppia consolazione perché Hashem ci consola per il primo e il secondo Santuario che sono stati distrutti il 9 di Av.
Sappiamo che la consolazione può avvenire solo con l’avvento messianico come viene appunto descritto nella Haftarà che leggiamo Shabbat dove si parla della profezia della redenzione che accadrà molto presto come dice il verso nella Haftarà: VENIGLA KEVOD HASHEM VERAU KOL BASSAR YAKHDAV. E la gloria di Hashem sarà rivelata in tutto il mondo…
Speriamo presto di vedere la redenzione presto nei nostri giorni e che l’amore e la pace regneranno per sempre.

(dal discorso che ha fatto mio fratello Rav Avraham Bekhor)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

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Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
VAETKHANAN
Dal seguente link puoi scaricare direttamente sul tuo portatile la lezione di questa settimana:
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COME EDUCARE I FIGLI CON SUCCESSO! 

Così come nel tuo cuore c’è un solo Dio, così anche nel nostro cuore c’è un solo Dio!

Un episodio riportato nel Talmud riguardante uno scambio tra Yakov e i suoi figli
ci da un grande insegnamento sull’educazione.

Alcuni Punti della Lezione:

1. Perché lo “Shema Israel” ordina di insegnare ai figli, proprio in mezzo alla descrizione di come si deve studiare la Torà?
2. Qual è la differenza tra veshinantam e ulmadtem, che vogliono dire entrambi insegnamento, ma nel primo brano dello Shema si usa il primo e nel secondo l’altro.
3. Perché la Torà ci comanda di insegnare solo ai nostri figli e non a tutti?
4. Perché il Maiomonide ripete due volte la stessa regola che lo studio dei bambini non si può interrompere neanche per la costruzione del Santuario?
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Se ascolti le lezioni aiuta a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
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DIO VUOLE L’IMPEGNO O IL RISULTATO?
Al giorno d’oggi siamo tutti, chi più chi meno, dominati di lavoro quasi “drogati”. Molti ebrei sono persino convinti di non poter rispettare la mitzvà dello Shabbàt, proprio per l’incapacità psicologica di staccarsi dall’ufficio e dal cellulare il venerdì pomeriggio, in particolare d’inverno quando il sole tramonta presto.
Questo rapporto morboso con il lavoro, a lungo andare , può rivelarsi dannoso per la salute, i rapporti familiari e molti altri aspetti della vita altrettanto importanti. Prendersi una vacanza una volta la settimana per dedicare più tempo alla famiglia alla propria anima e allo studio della Torà , non è solo un banale consiglio, ma la chiave per una vita sana e equilibrata. Non a caso la Torà (il nostro dottore e manuale di vita) ci prescrive la “ricetta magica” di dedicare un giorno a nutrire la nostra ANIMA per mantenerla in sana ed equilibrata con il CORPO: due soci che sono spesso in conflitto.
Nell’augurarti buone vacanze ti riporto un commento sulla parashà di questa settimana che spero renderà più piacevole la tua interruzione estiva dal lavoro.
“MALATI DI LAVORO: NO ALLO STACANOVISMO!”
Nella parashà di questa settimana Moshè ripropone al popolo ebraico i Dieci Comandamenti che hanno ascoltato sul Monte Sinày. Moshè dice al popolo ebraico che:
“Per sei giorni lavorerai e compirai tutte le tue attività, ma il settimo giorno è Shabbat per l’Eterno, il tuo Signore…” ( Devarìm, 5, 13 – 14)
Hashèm comandò che oltre al riposo ebraico del settimo giorno, gli ebrei dovevano anche portare a compimento tutti i loro lavori dei sei giorni precedenti.
Quello di riposare il settimo giorno è un concetto che possiamo certamente comprendere, ma non c’è una persona tra noi che senta di aver sinceramente completato il proprio lavoro quando arriva il venerdì pomeriggio. Tutti lasciamo l’ufficio con le nostre caselle di posta che straripano, con innumerevoli e-mail che necessitano ancora di ricevere una risposta e diversi progetti in arretrato, rispetto alla tabella di marcia che ci SIAMO IMPOSTI NOI . Abbiamo anche una lista di cose da fare subito dopo il nostro giorno di riposo comandato.
Poiché HaShèm ci ha programmati per essere sempre attivi e produttivi, allora come è possibile comprendere il comandamento di completare tutto il nostro lavoro entro la fine della settimana?
La risposta potrebbe essere uno dei concetti più liberatori che sono mai stati presentati. Quando Hashèm ci comanda di portare a compimento tutte le nostre attività, dobbiamo comprendere che cosa significa la parola “attività”. La nostra attività è il nostro impegno, l’unica cosa che possiamo controllare, ma è Hashèm (e solo Lui) che controlla il risultato di questo sforzo. Così Hashèm ci chiede, nel settimo giorno, di completare il nostro IMPEGNO, NON il RISULTATO.
All’interno di questo concetto giace un messaggio cosi potente da cambiare le nostre vite: la quantità di cose che abbiamo da fare non finirà mai, quindi Hashèm ci dice che per sei giorni dobbiamo impegnarci al massimo per fare la differenza. Solo così il nostro “lavoro” può considerarsi concluso.
IL SETTIMO GIORNO, HASHÈM VUOLE CHE PRENDIAMO UN RESPIRO E SMETTIAMO DI COMPIERE UNO SFORZO DOPO L’ALTRO.
Quando si comprende questo concetto rivoluzionario, non ci si sentirà più sopraffatti, oppressi o stressati. Non saremo più ossessionati dalla montagna di lavoro che ci sta costantemente dinanzi.
A proposito, se uno si sente “fuori controllo” significa solo che sta trascorrendo troppo tempo assorbito dall’ansia di un risultato che non può né controllare né definire e che sta consumando la propria vita nel rancore.
Quando ci si focalizza solo sul proprio sforzo e non sul risultato, possiamo star certi di trovarci sulla strada felice di una vita equilibrata.
Ricordiamoci che possiamo solo fare la nostra parte per sei giorni impiegando lo sforzo adeguato, poi sediamoci per ricordarci chi ha davvero il controllo.
Comprendere e vivere questa realtà ci libererà dall’illusione che molti di noi chiamano “vita”, e ci permetterà di fare ingresso in quello che gli illuminati chiamano “paradiso” sia terreno che del mondo futuro.
NEVER UNDERESTIMATE THE NEED OF OUR SOUL!!!

 

 

 

Così come nel tuo cuore c’è un solo Dio, così anche nel nostro cuore c’è un solo Dio!
Un episodio riportato nel Talmud riguardante uno scambio tra Yakov e i suoi figli ci da un grande insegnamento sull’educazione.

Alcuni Punti della Lezione:

1. Perché lo “Shema Israel” ordina di insegnare ai figli, proprio in mezzo alla descrizione di come si deve studiare la Torà?

2. Qual è la differenza tra veshinantam e ulmadtem, che vogliono dire entrambi insegnamento, ma nel primo brano dello Shema si usa il primo e nel secondo l’altro.

3. Perché la Torà ci comanda di insegnare solo ai nostri figli e non a tutti?

4. Perché il Maimonide ripete due volte la stessa regola che lo studio dei bambini non si può interrompere neanche per la costruzione del Santuario?

Riassunto.

Così come nel tuo cuore c’è un solo Dio, così anche nel nostro cuore c’è un solo Dio!” Un episodio riportato nel Talmud riguardante uno scambio tra Yakov e i suoi figli ci da un grande insegnamento sull’educazione.

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Per effettuare il download della lezione AUDIO in ALTA qualità cliccare sul seguente link:

http://www.virtualyeshiva.it/files/10_07_22_vaetkhanan5770_educazionefigli_shema_9av.mp3

in memoria di mio nonno Shlomo ben Hana Bekhor

Chi volesse dedicare una lezione mp3 alla memoria o in onore di un lieto evento, può contattarmi shlomo@mamash.it

Rav Shlomo Bekhor

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DEVARIM 5779 : 2 LEZIONI + 5 LEZIONI SUL 9 DI AV

Questo Shabbàt 10 Agosto 2019, 9 del mese di AV 5779 leggeremo la Parashà di Devarìm. Shabbàt Chazòn
Deuteronomio 1: 1 – 3: 22
HAFTARÀ
Isaia 1: 1-27.

DEVARIM

Ci troviamo nella settimana del lutto per la distruzione del primo e secondo Santuario di Yerushalayim, per la quale effettuiamo questa domenica il digiuno del 9 di Av.
Questa settimana io sono in lutto perché l’anima di mio padre è ritornata al Creatore il 5 di Menachem Av – 6 Agosto all’età di 92 anni, ed è stato sepolto a Yerushalàyim, nella città santa dove ha tanto chiesto e voluto che il suo corpo riposi.
Il lutto ha tanti significati e non è solo un’usanza simbolica. Approfondiamo uno dei principali significati sia a livello micro (il mio lutto) che a livello macro (il Santuario).
Durante un lutto dobbiamo colmare il “vuoto” che si è creato a causa di un’anima che si è allontanata temporaneamente dal suo corpo dove viveva. Questo vuole dire che dobbiamo riempire gradualmente questo vuoto riflettendo sui valori che rappresentava la persona che adesso non vediamo più, le sue qualità che ci ha insegnato le dobbiamo amplificare e attuarle molto di più prima.
Facendo questo non solo si inizia a colmare il vuoto che si è creato ma molto di più, perché così la persona rimane viva sempre.
Infatti la vera vita di una persona è la sua missione che svolge in questo mondo per migliorarlo. Perciò quando i famigliari e gli amici migliorano le loro vite grazie agli insegnamenti che hanno ricevuto dalla vita e dal percorso di una persona, questo fa sì che si mantenga in vita l’essenza della persona, che è la sua missione, e così si inizia a colmare quel vuoto di una perdita importante.
Il mio maestro e mentore il Rebbe di Lubavitch aveva molto parlato nel 1988 dell’importanza di attuare le virtù di sua moglie Chaya Mushka quando era mancata. Mi ricordo come ripeteva in ogni discorso il verso nell’Ecclesiaste (cap 7, 2): E IL VIVO PRENDERÀ A CUORE [gli insegnamenti ricevuti dalla persona che non vediamo temporaneamente] – וְהַחַי יִתֵּן אֶל לִבּוֹ
Sugli insegnamenti da “prendere a cuore” da mio padre potrei scrivere un libro, questi sono i principali:
uomo di infinita bontà; viveva solo per aiutare il prossimo; uomo di fede esemplare; molto spirituale e mistico; sempre sorridente e positivo; il mondo materiale e i soldi non hanno mai condizionato la sua vita ed è sempre rimasto cosciente delle vere priorità del significato dell’esistenza. Egli era dedito alla famiglia in maniera totale; aveva una grande gioia di vivere; amava la Torà e la parola di Hashèm che erano la cosa più importante della sua vita: infatti anche davanti a un affare molto lucroso non si faceva dominare e veri valori rimanevano in ogni circostanza la sua priorità. Sempre riconoscente di tutto e di tutti diceva sempre grazie a Dio per quello che aveva; grande pioniere e coraggioso in ogni nuova iniziativa di bontà e di studio della Torà. Molto umile.
Ho tante storie per ognuno di questi insegnamenti di vita, ma condivido solo un racconto straordinario.
Siamo composti da 7 emozioni nella nostra anima e il primo è la bontà che ho imparato forse più di ogni altro attributo da mio padre Yakov ben Rachel Bekhor (vedi foto).
חסד – benevolenza.
Negli anni ottanta, quando mio padre viveva in Italia a Milano, veniva da Parigi una signora anziana e devota a delle istituzioni di educazione del Sinai a Parigi il cui nome inizia con la K e mio padre la aiutava con un offerta generosa, come faceva con tutti.
Un giorno è piombata la signora K nell’ufficio di mio padre, isterica perché aveva perso la sacca con tutti i soldi che aveva raccolto, un importo assai importante, che lei aveva impiegato diversi giorni per raccogliere (circa il valore di 5.000€ di oggi) ed era molto rattristita di questa perdita così rilevante.
Mio padre con molta freddezza capì subito la gravità della pena e perciò le chiese: «Prima di ridarti la sacca che hai perso e che credo di aver trovato devo identificare se i soldi sono i tuoi, per cui mi devi dire la somma, all’incirca quanto si trovava dentro, come segno identificativo». La signora K disse l’importo e mio padre le diede la somma che aveva perso e così la signora K se ne andò felice come se avesse vinto alla lotteria.
Il giorno dopo la signora K torna con la sua borsa originale e disse a mio padre che aveva trovato la sua borsa con i suoi soldi, per cui aveva capito che mio padre glieli aveva dati solo per sollevarla moralmente e disse: «Ho appena trovato la mia borsa dove l’avevo lasciata e perciò ecco i tuoi soldi che mi hai dato facendomi pensare che avevo lasciato qui la borsa. Ti sono molto grata per questa generosità ma rieccoti indietro i tuoi soldi che sono una grande somma!!».
Mio padre rifiutò di riprenderli e gli disse: «Quando si danno dei soldi per fare un’opera di bene questi non tornano indietro. Visto che Dio ha voluto che io ti aiutassi nella tua agonia quando eri disperata e non li trovavi vuole dire che Dio vuole che questi li dovevo dare a te perché le opere di bontà quando vengono fatte, non devono tornano indietro, perciò ti prego di tenere questi soldi!».
Questo era l’esempio di vita che ho imparato da mio padre Yakov ben Rachel Bekhor: è importante imparare che noi siamo nel mondo per fare del bene, per aiutarci l’uno l’altro.
A mio padre non piaceva quando lo si elogiava per questo non ho mai raccontato storie di lui, ma quando bisogna imparare insegnamenti di vita dopo che l’anima ci lascia, abbiamo il dovere di farlo per il l’elevazione dell’anima e imparare quanto di più dal suo esempio di vita.
Tutto questo si può farlo con gioia e non come se avessimo perso del denaro, bensì come se avessimo fatto il migliore investimento della nostra vita. Diceva sempre: «Quando dai ricevi molto di più dal Padre Eterno, come è scritto nella Torà».
Il Santuario di Gerusalemme che piangiamo questa domenica e per il quale digiuniamo è pronto in cielo a scendere al suo posto, dobbiamo colmare questo “vuoto” per il quale il mondo può esistere senza il Santuario, senza che il monoteismo sia rivelato. Non appena maturiamo la consapevolezza che il mondo non può continuare a nascondere la verità e che Hashèm deve rivelarsi nel mondo e in particolare nel Santuario, noi potremo così riempire il vuoto della mancanza del Santuario.
Come il Rebbe ci ha spiegato che solo vivendo la redenzione e desiderando fortemente che la verità si sveli a tutti, allora potremo meritare di costruire il Santuario spirituale dentro le nostre vite e da lì potremo costruire il terzo e ultimo Santuario.
La causa principale della distruzione del santuario era l’odio ingiustificato, per cui la medicina è l’amore gratuito.
Invito ogni amico e lettore a prendere un’iniziativa di amore e benevolenza in memoria di mio padre, per tenere vivi i suoi insegnamenti per riscostruire il Santuario presto nei nostri giorni. Vivere il creato come sarà nella redenzione, quando non ci sanno più i poveri perché ci sarà abbondanza nel mondo, non ci sarà più odio e gelosia, non ci saranno guerre e le armi saranno trasformate in strumenti per coltivare la terra, gli animali feroci diventeranno erbivori e non ci saranno più rapaci e tutti i morti si rialzeranno presto nei nostri giorni, amen.

che potremo meritare di vedere la consolazione di Gerusalemme e del mondo, quando questi giorni si trasformeranno nei giorno più felici dell’anno: veyehafhu yamim elu…
Rav Shlomo Bekhor

DEVARIM
Consiglio vivamente di vedere questo corto video che spiega in breve il significato della redenzione, in questi giorni del periodo che dobbiamo riflettere sulla mancanza del santuario:
NUOVA LEZIONE VIDEO DEVARIM 5778:
https://youtu.be/TDyhIrHhZy8
OGNI MONETA HA LE SUE DUE FACCIE!
Come si critica in maniera costruttiva?
Come mai Devarìm si legge sempre prima del 9 di Av il giorno della distruzione del Santuario.
Come mai i primi due Santuari sono stati distrutti e il terzo sarà eterno.
Un’antologia basata sulle prime 3 SEFIROT ci aiuterà a capire il valore di TIFERET:  la sefirà della luce dell’equilibrio e della perfezione che rappresenta la luce del terzo Santuario, la costruzione ETERNA.
Anche nel nome del Shabbat KHAZON che è lo Shabbàt prima del 9 di av troviamo questa doppia identità:
da una parte khazon è la visione del profeta Esaia dei peccati di Israèl e della distruzione del Santuario.
Dall’altra khazòn si riferisce alla visione che ogni ebreo potrà avere del terzo Santuario in questo Shabbàt come spiegato nella lezione video.
Come è possibile che la stessa parola racchiude due concetti opposti? Perché in ogni cosa, anche la peggiore, esiste l’altra faccia della moneta. Tutto dipende a cosa vogliamo dare risalto: chi cerca il negativo troverà quello; chi cerca il positivo troverà quello e sarà felice.
Avere una vita felice è come una miniera d’oro che dobbiamo custodire da tutti gli estranei (ladri) che vogliono sottrarcela, infatti le difficoltà e le sfide non sono altro che prove: dei trampolini per elevarci più in alto, in ebraico prova ed elevazione sono le stesse lettere, NISAYON.
Ognuno ha il libero arbitrio di scegliere la faccia della moneta giusta poiché:
NESSUNO AL MONDO HA IL DIRITTO DI TOGLIERCI LA FELICITÀ DELLA VITA!
—– —–
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2006/07/27/devarim-5766-il-corretto-rimprovero-nel-momento-giusto/
dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/06_07_27_devarim5766_rimproveromosheprimadimorire_nonumiliare_storiamogliehaninabentardion.mp3

IL CORRETTO RIMPROVERO, 

NEL MOMENTO GIUSTO!

I grandi insegnamenti di Moshè nella gestione delle relazioni con gli altri!
——-
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Lezioni sul Devarim e Santuario e Tisha Beav:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/08/04/devarim-5772-2-lezioni/

REGOLE DEL DIGIUNO DI 9 DI AV

Ci troviamo nei giorni di lutto perché ci avviciniamo al giorno più sfortunato per Israél. Il Talmud elenca le principali 5 disgrazie. Le peggiori sono la distruzione dei due Santuari di Yerushalayim che noi piangiamo ogni anno. In realtà gli eventi negativi sono tantissimi. Ogni anno si aggiunge un altro mattone in questo palazzo negativo. Così come questi giorni si trasformeranno in giorni di grande gioia anche questa guerra si trasformerà in una grande e immediata vittoria.
Il nove di Av è stato spostato a domenica. Perciò il digiuno inizia dal tramonto di Shabbat pomeriggio.
Questo Shabbat pur essendo il nove di Av non si manifesta nessun lutto perché è Shabbat se non alcuni dettagli come rapporti coniugali e lo studio della Torà da metà del giorno di Shabbat.
Perciò le scarpe di gomma non si possono mettere finché non è finito Shabbat. Perciò si usa andare a casa a fare il terzo pasto con pane (senza alcun segno di lutto come l’uovo etc) e solo quando è finito Shabbat si dice la frase che chiude lo Shabbat (barukh hamavdil ben kodesh lekhol) e solo dopo si possono mettere queste scarpe.

Ti riporto qui di seguito un commento sulla parashà e una storia sul 9 di Av.

Storia Napoleone BET HAMIKDASH

Sappiamo che Napoleone era quasi come un messia per gli ebrei dell’epoca. Ovunque arrivava portava pace e democrazia agli ebrei.
Un anno vinse una battaglia l’ 8 di av ed entrò vittorioso in città la sera che era il 9; ma si stupì della non presenza degli ebrei. Si informò e gli dissero che gli ebrei erano al tempio in lutto. Rimase molto sorpreso di questa mancanza e chiese ma perché sono in lutto?
Per la distruzione del grande Santuario, gli risposero.
Allora Bonaparte si chiese: ma quanti anni fa è stato distrutto? 10-20 anni? Convinto che le persone che piangevano avessero visto il Santuario prima della distruzione. Gli dissero che era stato distrutto 1.700 anni prima. Egli non riuscì a digerire il fatto che, dopo così tanti anni ancora, tutto il popolo ogni anno il 9 di av soffrisse per questa tragedia.
Allora disse che, se dopo così tanti anni ancora lo piangevano, sicuramente prima o poi sarebbe stato ricostruito.
Perfino Bonaparte aveva capito che, se dopo quasi 2000 anni ancora non si dimentica questa disgrazia, vuol dire che presto ritornerà il Santuario.

Se l’ha capito Bonaparte cerchiamo di capirlo anche noi! Attendiamo con fervore la redenzione e speriamo che quest’anno non dovremo digiunare, poiché il 9 di Av verrà trasformato in bene, diventando il giorno più felice dell’anno, bimhera beyamenu, amen.

5 DIVIETI
Come di kippur anche per il 9 di av ci sono i 5 divieti: mangiare, lavarsi, profumarsi, calzare scarpe di cuoio e avere rapporti coniugali.

 

 

 

 

Ci troviamo nei giorni di lutto perché ci avviciniamo al giorno più sfortunato per Israél. Il Talmud elenca le principali 5 disgrazie. Le peggiori sono la distruzione dei due Santuari di Yerushalayim che noi piangiamo ogni anno. In realtà gli eventi negativi sono tantissimi. Ogni anno si aggiunge un altro mattone in questo palazzo negativo. Così come questi giorni si trasformeranno in giorni di grande gioia anche questa guerra si trasformerà in una grande e immediata vittoria.
Il nove di Av è stato spostato a domenica. Perciò il digiuno inizia dal tramonto di Shabbat pomeriggio.
Questo Shabbat pur essendo il nove di Av non si manifesta nessun lutto perché è Shabbat se non alcuni dettagli come rapporti coniugali e lo studio della Torà da metà del giorno di Shabbat.
Perciò le scarpe di gomma non si possono mettere finché non è finito Shabbat. Perciò si usa andare a casa a fare il terzo pasto con pane (senza alcun segno di lutto come l’uovo etc) e solo quando è finito Shabbat si dice la frase che chiude lo Shabbat (barukh hamavdil ben kodesh lekhol) e solo dopo si possono mettere queste scarpe.Qui di seguito un commento sulla parashà e una storia sul 9 di Av.Consiglio vivamente di vedere questo video in questi giorni finali del periodo che dobbiamo riflettere sulla mancanza del santuario:
https://www.youtube.com/watch?v=UeVDzbEBhw0Qui i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

DEVARIM
NUOVA LEZIONE VIDEO DEVARIM 5778:
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Anche nel nome del Shabbat KHAZON che è lo Shabbàt prima del 9 di av troviamo questa doppia identità:
da una parte khazon è la visione del profeta Esaia dei peccati di Israèl e della distruzione del Santuario.
Dall’altra khazòn si riferisce alla visione che ogni ebreo potrà avere del terzo Santuario in questo Shabbàt come spiegato nella lezione video.
Come è possibile che la stessa parola racchiude due concetti opposti? Perché in ogni cosa, anche la peggiore, esiste l’altra faccia della moneta. Tutto dipende a cosa vogliamo dare risalto: chi cerca il negativo troverà quello; chi cerca il positivo troverà quello e sarà felice.
Avere una vita felice è come una miniera d’oro che dobbiamo custodire da tutti gli estranei (ladri) che vogliono sottrarcela, infatti le difficoltà e le sfide non sono altro che prove: dei trampolini per elevarci più in alto, in ebraico prova ed elevazione sono le stesse lettere, NISAYON.
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Perché Non Siamo Moshe?

 

Nella sua ricapitolazione degli eventi passati, Moshe ricordò come aveva protestato con Ha-Shém, “Non sono in grado di sostenere da solo l’insistenza di questo popolo!” (Devarim 1:12). Come risultato, Ha-Shém consigliò Moshé di scegliere dall’assemblea degli uomini saggi affinché lo aiutassero nei suoi compiti.

A prima vista quest’episodio sembra in qualche modo confuso. Avrebbe potuto Moshé essersi considerato incapace di giudicare il popolo? Proprio lo stesso Moshé che aveva eseguito miracoli per il popolo? Perché all’improvviso si era rivelato necessario fornirgli degli assistenti? Forse che la sua grandezza era diminuita?

Moshe era rimasto un leader forte e potente nei suoi ultimi giorni così come lo era stato quando aveva capeggiato l’esodo dall’Egitto. Tuttavia, Ha-Shém sentì che non sarebbe stato positivo per Moshé monopolizzare il manto della leadership. Se Moshé fosse rimasto l’unico giudice di Am Israél, singoli ebrei avrebbero potuto pensare: “Qual’è l’utilità di cercare di raggiungere le grandi altezze? Dopo tutto, chi può innalzarsi al livello di Moshé Rabbenu?”

Che quest’approccio sia sbagliato è stato dimostrato dalla nomina dei 70 Anziani. Vero, essi non potevano sperare di eguagliare il livello di statura di Moshé, ma a loro modo, anch’essi, raggiungevano la vetta della distinzione. Ciò dimostrava a tutto Am Israél che vi sono molti livelli di grandezza e che ogni individuo ha l’opportunità di raggiungere il proprio grado di importanza. Colui che dona in Tzedakà, o colui che fa visita ai malati può non ricevere il rispetto riservato ad un Grande della Generazione. Ma al loro livello, essi hanno fatto uso delle potenzialità loro donate per mostrare grandezza. È compito di ogni individuo scoprire come può meglio utilizzare i propri talenti per servire Ha-Shém e il popolo ebraico. Se egli soddisfa il proprio potenziale al meglio nel prestare assistenza, per esempio, o insegnando a bambini, allora merita gli onori accordati ad un leader della Torà, e non può mai dire che la grandezza sia lontana da lui.

 

Una storia ben conosciuta ci é raccontata da Reb Zusha. Egli diceva spesso che dopo che una persona muore e sale in cielo per il giudizio, dovrà difendere le sue azioni e comportamento passati. Ma a una persona non sarà mai chiesto perché non sia stata grande come Moshé, o istruita come rabbi Akiva. Ha-Shém ha dato ad ogni individuo capacità diverse e di conseguenza, non da tutti ci si aspetta che diventino Moshé.

Tuttavia, ad ogni uomo sono state date certe abilità. Gli sarà quindi richiesto di spiegare perché non abbia fatto uso delle doti concessigli da Ha-Shém al massimo possibile. Dovrà giustificare la sua perdita di tempo ed energia. Gli sarà chiesto di mostrare perché non abbia raggiunto il più alto livello di spiritualità che le sue abilità consentivano.

La sola persona alla quale l’individuo sarà paragonato è se stesso. È stato grande come avrebbe potuto diventare?

Questo è tutto ciò che Ha-Shém ci richiede.

Storia Napoleone BET HAMIKDASH

Sappiamo che Napoleone era quasi come un messia per gli ebrei dell’epoca. Ovunque arrivava portava pace e democrazia agli ebrei.
Un anno vinse una battaglia l’ 8 di av ed entrò vittorioso in città la sera che era il 9; ma si stupì della non presenza degli ebrei. Si informò e gli dissero che gli ebrei erano al tempio in lutto. Rimase molto sorpreso di questa mancanza e chiese ma perché sono in lutto?
Per la distruzione del grande Santuario, gli risposero.
Allora Bonaparte si chiese: ma quanti anni fa è stato distrutto? 10-20 anni? Convinto che le persone che piangevano avessero visto il Santuario prima della distruzione. Gli dissero che era stato distrutto 1.700 anni prima. Egli non riuscì a digerire il fatto che, dopo così tanti anni ancora, tutto il popolo ogni anno il 9 di av soffrisse per questa tragedia.
Allora disse che, se dopo così tanti anni ancora lo piangevano, sicuramente prima o poi sarebbe stato ricostruito.
Perfino Bonaparte aveva capito che, se dopo quasi 2000 anni ancora non si dimentica questa disgrazia, vuol dire che presto ritornerà il Santuario.

Se l’ha capito Bonaparte cerchiamo di capirlo anche noi! Attendiamo con fervore la redenzione e speriamo che quest’anno non dovremo digiunare, poiché il 9 di Av verrà trasformato in bene, diventando il giorno più felice dell’anno, bimhera beyamenu, amen.

5 DIVIETI
Come di kippur anche per il 9 di av ci sono i 5 divieti: mangiare, lavarsi, profumarsi, calzare scarpe di cuoio e avere rapporti coniugali.

DEVARIM 5770 – ISRAELE: PERCHE’ ABBIAMO PAURA DI DIRE LA VERITA’?
Talvolta copriamo la verità, o forse è lei che ci copre e protegge!

DEVARIM 5766 – IL CORRETTO RIMPROVERO, NEL MOMENTO GIUSTO!
I grandi insegnamenti di Moshè nella gestione delle relazioni con gli altri!

9 DI AV 5778

SHABBAT DELLA VISIONE + 2 lezioni precedenti sul TERZO SANTUARIO!
Lo Shabbat che precede il 9 di Av, giorno di digiuno per la duplice distruzione del Sacro Tempio, viene definito “Shabbat della visione” in quanto è tradizione leggere un capitolo dal libro dei Profeti (Isaia 1,1 – 27) che inizia con “La visione di Isaia…”

TERZO SANTUARIO 5768 – TERZO SANTUARIO: LA STRUTTURA!
Approfondimento sulla struttura del Terzo Santuario.

TERZO SANTUARIO 5768 – TERZO SANTUARIO: PERCHE’ SARA ETERNO?
Anche se l’Haftarà è molto negativa , perché si occupa della distruzione del Santuario, lo studio della struttura del Beit Hamikdash equivale ad una vera e propria ricostruzione.

9 DI AV 5769 – PERCHE AGLI EBREI PIACE POLEMIZZARE?
Due percorsi di come interpretare il midrash che mette in parallelo i 3 EKHA: MOSHE, YESHAYA, YIRMIYA!

9 DI AV 5768 – UN DIGIUNO PER RICORDARE
Il nove di Av si digiuna per 25 ore (come a kippur) per ricordare la duplice distruzione del Tempio di Gerusalemme, ma non solo.

Pubblicato in Devarim, Parashot | Lascia un commento

Mattòt e Mas’è 5779 : 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 3 Agosto 2019, 2 del mese di Av 5779 leggeremo le Parashot di Mattòt e Mas’è Numeri 30: 2 – 36: 13
HAFTARÀ

Italiani: Giosuè 19: 51 – 21: 3;

Sefarditi: Ger. 2,4-28; 4,1-2

Ashkenaziti: Geremia 2,4-28; – 3,4

Shabbàt Shim’ù

oggi è un giorno speciale poiché è il Rosh Khodesh di Menachem Av.
Perciò nella preghiera aggiungiamo aggiungiamo il Hallel e il Mussaf e yaale veyavò.
In aggiunta oggi è anche l’anniversario del fratello di Moshè: AHARON HAKOHEN. Il suo esempio di seminare la pace tra le persone è unico nella storia dell’umanità.
Da questo giorno iniziano alcune regole di lutto per la distruzione del santuario (alcuni applicano queste regole solo nella settimana del nove di Av, che quest’anno cadendo di domenica non sono applicate secondo alcune opinioni):
non mangiare la carne non tagliare barba e capelli meglio anche le unghie, indossare abiti lavati e tanto altro perciò cerchiamo di fare prima di Shabbat questi bisogni come indossare le camicie che ci serviranno così non saranno come abiti nuovi.
Stiamo vivendo le 3 settimane di lutto, iniziate con il 17 di Tammuz e culminanti nel 9 di Av, in memoria della distruzione di Gerusalemme e i due Sacri Templi.
La Chassidut  riflette sul concetto di lutto. Alcuni detti Chassidici insegnano che:
“Non c’è niente di così  complesso, quanto un cuore spezzato” (detto Chassidico).
“La depressione non è un peccato, ma ciò che può fare la depressione, nessun peccato riesce” (detto chassidico).
La tristezza è un male? La Chassidut distingue tra due tipi di dolore: merirut, un dolore costruttivo, e atzvut, un dolore distruttivo.
Merirut è il disagio di chi non solo riconosce i propri difetti, ma si preoccupa per loro, di chi si addolora dei torti che ha commesso, oltre che sulle sue occasioni mancate e sul suo potenziale non realizzato, che si rifiuta di diventare indifferente a ciò di cui è carente sè stesso e il suo mondo.
Atzvut invece è il disagio di chi è disperato, per sé stesso e il suo prossimo, la cui malinconia lo ha svuotato di speranza e di iniziativa, venendo trascinato da esso verso la passività e la depressione.
Merirut è un trampolino di lancio per l’auto-miglioramento; atzvut è un pozzo senza fondo in cui si sprofonda.

Speriamo presto di vedere la redenzione presto nei nostri giorni e che l’amore e la pace regneranno per sempre.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

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Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
IN ANTEPRIMA PER LA PRIMA VOLTA LA PARASHA DI MATTOT DI QUESTA SETTIMANA DAL NUOVO LIBRO:
www.virtualyeshiva.it/files/kodesh/09_mattot.pdf
Si consiglia di stampare le pagine del pdf per poterlo studiare di Shabbat.
Ideale stampare 2 pagine in una foglio A4 fronte e retro per cui saranno solo 16 pagine.

(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr che ha bisogno di tanti soci per essere pubblicato)

MATTOT – MASEI
DUE LEZIONI VIDEO NUOVE IMPERDIBILI:
Un Conflitto Eterno di Visioni Opposte tra Israel e il mondo! (prima puntata)
Un Conflitto Eterno di Visioni Opposte tra Israel e il mondo! (seconda puntata)
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REUVEN E GAD:
SPIRITUALITA TOTALE MA COMPLEMENTARE

Due persone possono fare cose che sembrano identiche ma in realtà sono diametralmente opposte.

A volte piccole differenze possono evidenziare un’altra prospettiva!

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
www.virtualyeshiva.it/2011/07/20/mattot-5771-reuven-e-gad-spiritualita-totale-ma-complementare/

Dal seguente link puoi scaricare direttamente sul tuo portatile la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/11_07_20_mattot5771_reuvengad_spiritualita_complementare.mp3

Dal seguente link puoi vedere la lezione direttamente sul tuo portatile:

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Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
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Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:

http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

http://www.virtualyeshiva.it/2019/08/01/mattot-e-mase-5772-6-lezioni/

MATTOT: 3 ARGOMENTI

PER ENTRARE IN ISRAELE

Panoramica di Mattòt
La parashà di Mattòt tratta tre temi principali: le leggi relative ai voti e ai giuramenti, la guerra contro Midyàn e l’insediamento delle tribù di Reuvèn e Gad.
Il secondo e il terzo di questi tre argomenti si adattano bene al flusso storico della Torà. La guerra contro Midyàn è il terzo e ultimo atto nel dramma dello scontro di Israèl con l’alleanza Moabita – Midyanita la cui storia è iniziata nella parashà di Balàk. L’insediamento delle due tribù di Reuvèn e Gad coincide con la fase successiva alla conquista della Terra di Israèl, iniziata alla fine della parashà di Khukkàt e che continua attraverso il libro di Yehoshù’a e oltre.
In questo contesto cosa c’entrano le leggi dei voti e dei giuramenti? Parimenti agli altri passaggi legali della Torà, ci aspetteremmo di trovare queste norme in Esodo o Levitico. Allora perché sono qui? Perciò è necessario che queste leggi abbiano una particolare rilevanza per il tema della conquista e della colonizzazione della Terra di Israele. Ciò sarà chiaro quando esamineremo gli eventi che hanno preceduto questa parashà e che hanno portato a essa.
Come abbiamo spiegato in precedenza, la caduta del popolo ebraico nell’idolatria di Pe’òr e la sua prostituzione con le donne moabite – midyanite, in realtà inizia come un fraintendimento circa la tipologia di rapporto da stabilire col mondo fisico. Israèl sapeva che la generazione dei suoi genitori era stata condannata a vivere nel deserto per quaranta anni (dopo l’incidente delle spie), perché aveva preferito evitare le sfide del mondo terreno. Ora, stando sulla soglia della Terra Promessa, Israèl era pronto ad accettare questa sfida e aveva deciso di non ripetere gli errori dei suoi genitori: era pronto ad affrontare la materialità del mondo fisico e a pervaderla della coscienza di Dio, poiché questo è lo scopo della redenzione dall’Egitto e della creazione del mondo.
Tuttavia, l’impetuoso entusiasmo degli israeliti li portò a sbagliare e ignorarono la necessità di essere cauti. Come l’errore che avevano fatto Eva e Adamo con il frutto dell’albero della conoscenza, quando caddero nella trappola di sopravvalutare la loro santità, pensando che la loro sublime coscienza spirituale e il loro fervore per Hashèm li avevano resi invincibili e immuni dalle macchinazioni del male.
Israèl sapeva che lo scopo della vita era di trasformare tutta la realtà in una casa per Hashèm, e poiché aveva imparato dalla conversione di Yitrò e dalle profezie di Bil’àm che, affinché ciò accadesse, anche gli elementi più bassi e profani della realtà dovevano essere elevati in santità (vd. panoramica di Balàk). Quindi ragionarono sul fatto che anche loro dovevano sperimentare queste pericolose, ma potenti energie di passionalità e di spiritualità profana allo scopo, naturalmente, di elevarle nella santità.
Ma ovviamente si sbagliavano, perché togliere ogni barriera e rischiare tutto non è la strada vincente. Per combattere il male si deve avere un orientamento totalmente opposto a questo, proprio come Pinekhàs ha dimostrato efficacemente. Anche se non dobbiamo evitare la sfida di confrontarci con la materialità (come le spie), dobbiamo, tuttavia essere adeguatamente consapevoli del suo potenziale nel deviare e corrompere le nostre intenzioni.
Da qui la pertinenza delle leggi dei voti e dei giuramenti: attraverso queste norme una persona può stabilire dei confini per se stesso, dove sente di averne bisogno, come spiegheremo più avanti.
Il successivo argomento di questa parashà, la guerra contro Midyàn, può ora essere visto come un logico seguito dalle leggi dei voti e dei giuramenti, le cui norme sono la correzione spirituale dell’errore di Pe’òr e la battaglia con Midyàn è lo sforzo per sradicare la fonte di questo errore.
Anche la fine della parashà con l’insediamento delle tribù di Reuvèn e Gad è uno sviluppo dello stesso tema. Queste tribù desideravano stabilirsi nel territorio che Moshè aveva conquistato da Sikhòn e ‘Og, sul lato orientale del fiume Giordano. Hashèm non voleva che gli ebrei si stabilissero in questa terra a questo punto della storia. Tuttavia queste tribù arrivarono alla conclusione che la santità della Terra di Israele vera e propria fosse superiore a quella della terra fuori dai suoi confini; perciò, era cruciale elevare anche la terra profana. La loro argomentazione era quindi una variazione sullo stesso tema di prima. Questa volta, però, avevano parzialmente ragione, come si accorse Moshè. La loro visione è per noi una lezione importante, in merito alla nostra relazione con il mondo fisico.
Tutti e tre i temi della parashà Mattòt, quindi, sono importanti per l’imminente ingresso nella Terra di Israele. Anche sul piano personale, essi sono rilevanti individualmente per ciascuno di noi sia a livello micro, nel nostro incontro con il mondo materiale che, in particolare, per la nostra generazione, poiché siamo alla fine della rettificazione della materia e sulla soglia della Redenzione messianica, in procinto di entrare eternamente in Israèl.
Questo spiega come il nome della parashà Mattòt, possa essere usato come nome per l’intera parashà. Il termine in sé significa “tribù”, ma nella Torà ci sono due parole utilizzate per “tribù”: una è mattòt e l’altra e shèvet. È interessante notare che entrambi i sinonimi di “tribù” sono anche sinonimi di “ramo d’albero”. Proprio come i rami derivano da un tronco d’albero, ogni “tribù” è un ramo o una divisione del popolo ebraico radicato nel suo antenato comune (in questo caso Giacobbe).
La differenza tra i due sinonimi è che, mentre shèvet si riferisce a un ramoscello morbido e pieghevole, mattè (il singolare di mattòt) si riferisce a un bastone rigido e duro. Lo shèvet deve la sua flessibilità al fatto che è stato tagliato dall’albero di recente (o meglio ancora è collegato a esso), in contrasto con il mattè, che è stato da tempo tagliato dall’albero e ha quindi perso la sua elasticità. Così shèvet si riferisce alla tribù di Israèl (e a ogni singolo membro) quando è coscientemente connessa alla sua fonte, mentre il “mattè” si riferisce alla stessa tribù (e a ogni singolo membro) quando non è così consapevolmente connessa.
Spiritualmente, lo shèvet si potrebbe riferire all’anima prima che scenda nel corpo, quando essa è pienamente consapevole della divinità e della sua stessa connessione con la sua fonte. Quindi mattè si riferisce all’anima quando entra nel corpo e perdendo questa connessione cosciente – almeno temporaneamente – è incaricata di elevare il corpo e la porzione del creato che è sotto la sua competenza.
Proprio attraverso la sua discesa nella materialità (entrando nella terra promessa, oppure quando l’anima entra nel corpo) e l’allontanamento apparente dalla sua origine divina, l’anima scopre di avere una forza molto più grande che le permette di rimanere connessa alla sua fonte, anche nel buio. Questo livello di connessione incondizionata di solito è nascosto e si manifesta solo quando si ha bisogno di esso. Questa forza di volontà nella nostra devozione ai principi e nella resistenza al male, è simboleggiata con l’inflessibilità di un bastone indurito che non si fa condizionare dall’esterno. Non a caso, proprio quando Israèl sta per scendere nella materia, in questa parashà troviamo il nome Mattòt.
Se avremo successo, potremo affrontare con sicurezza le sfide della vita e procedere nel realizzare il nostro scopo sulla terra e trasformare la realtà in una casa per Lui, come era stato voluto da Hashèm[1].

[1] Basato su Reshimòt 51 e Likuté Sikhòt vol. 18 p. 382; vol. 28 p. 281, ecc.
(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr che ha bisogno di tanti soci per essere pubblicato)
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Storia: Il Pozzo e Il Ratto
All’inizio della parashà di Mattòt si parla di voti e dell’importanza di onorarli (vedi lezione online ampiamente) una volta assunto l’impegno. I primi versetti parlano infatti delle leggi concernenti la formulazione di un voto e il suo annullamento. Mentre una persona non può sciogliere un proprio voto, in alcuni casi altri possono farlo per lui. In particolare, il padre può prosciogliere la figlia minorenne e il marito può annullare il voto della moglie.
Ti riporto un famoso racconto narrato nel Talmud che ci fa capire l’importanza dei voti e delle spiacevoli conseguenze alle quali si può andare incontro se non si rispettano.
Un giorno una ragazza, facendo ritorno alla propria casa, cadde in un pozzo. Disperata comincia ad urlare per chiedere aiuto. Finalmente arriva un giovane che dice di essere disposto a salvarla, ma solo alla condizione che lei prometta di sposarlo (proprio un opportunista ndr). Pur di uscire dal pozzo la ragazza accetta ed entrambi giurano di volersi sposare reciprocamente prendendo come testimoni un ratto che era li di passaggio e lo stesso pozzo. Diventano così “Promessi Sposi”.
Con il passare del tempo la ragazza rimane fedele al giuramento non accettando proposte da alcuno, il giovane invece si comporta con più leggerezza e finisce per sposare un’altra donna (proprio un classico ndr).
La coppia ha un primo figlio che tuttavia muore morso da un ratto. Successivamente ne ha un secondo, che però muore cadendo in un pozzo.
La moglie si rivolge al marito sospettando che vi sia qualcosa di strano. A quel punto egli si ricorda dell’accaduto e del giuramento fatto alla ragazza. La moglie decide che è meglio divorziare e che lui sposi la ragazza del pozzo per tener fede al giuramento fatto.
Solo mantenendo il suo voto precedente il ragazzo riesce a creare una famiglia e avere una vita serena. Spesso eventi o promesse del passato possono disturbare il nostro equilibrio di vita e, senza che noi ce ne accorgiamo, farci del male. Per risolverlo dobbiamo andare a scovare la radice del problema: il fuoco si può spegnere solo dalla radice!!! (Talmud Taanit pag 8)

 

 

 

Il grande maestro Arì chiamato il “santo” ci insegna riguardo la collera una lezione di vita molto importante.
Dal verso di questa parashà:
“Moshè non potè più insegnare le leggi a causa della collera provata” (da Rashì cap 31, verso 21)
dice l’Arì Hakadosh che la collera un peccato più grave di qualunque altro. Infatti, quando una persona commette una trasgressione, di qualunque genere, la sua anima rimane comunque nel corpo. Quando invece la persona è in collera è molto più grave: la sua anima lo abbandona per lasciare il posto a un’anima “esterna” che lo possiede. Ciò spiega il motivo per cui, lasciandosi trascinare da questo sentimento, la persona tende a dimenticare la Torà studiata, a causa della “dipartita” della propria anima originale.
Shà’ar Hayikhudìm
(continua sotto…)

Riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

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Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
MATTOT
Al seguente link troverai la lezione di PINKHAS SPAZIALE in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/07/16/mattot-5769-3-tipi-di-alcol-dipendenti/
dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_07_16_mattot5769_fuoco_acqua_tikkun_tohu_trevolte_markhakefula.mp3

3 TIPI DI ALCOL DIPENDENTI!Una melodia particolare che si ripete solo 5 volte. Tre volte si ripete in casi simili ma diversi, qual è il significato?

Alcuni Punti della Lezione:

1. Ti piace ubriacarti? Perché?
2. La tua tensione la vivi al positivo o al negativo?
3. Qual è la strada per trovare equilibrio nella vita?
4. Perché oggi domina olam hatikun (mondo della rettificazione), invece nell’era messianica dominerà olam hatohu  (mondo del disordine)?

5. Cosa rappresentano le melodie della Torà, e perché markha kefula viene riportato in tutta la Torà solo 5 volte in casi particolari apparentemente non legati fra di loro.

——–

Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perche’ vogliamo che la Tora sia accessibile a tutti. Aiutando Virtual Yeshiva potrete diventare soci nella diffusione della Tora. Sul seguente link puoi trovare come mandare una donazione
http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.Per ascoltare le altre 6 lezioni su Mattot cliccare al seguente link:http://www.virtualyeshiva.it/2014/07/11/mattot-e-mase-5772-6-lezioni/

Collera e Dimenticanza

“Riguardo alla questione del carattere irascibile [da lei sollevata], in particolare della collera: questa debolezza si può controllare meditando sul versetto “Ho posto Hashèm davanti a me sempre” (Tehillìm 16, 8), che è anche la frase con cui apre lo Shulkhàn ‘Arùkh, il codice di norme che regolano la condotta quotidiana dell’ebreo. Meditando sul fatto che ci si trovi sempre, in ogni momento, in presenza di Hashèm, è difficile cadere tanto in basso, fino a lasciarsi trascinare dalla benché minima manifestazione di collera”.
(Estratto da una lettera del Rebbe di Lubavitch del 5733-1973)
***
Storia khassidica
Rabbi Mordekhay di Nishkhiz desiderava moltissimo uno tzitzìt fabbricato con lana proveniente da Israele e con grandi sforzi i suoi khassidìm riuscirono a procurargliela. Lo tzaddìk consegnò quindi il tessuto a uno dei suoi discepoli, affinché glielo cucisse. Tuttavia, per errore, il sarto piegò male il tessuto e il risultato fu… due scolli invece di uno solo rovinando l’abito! Il poveretto, colto dal panico per lo sbaglio commesso, provò grande timore per la collera che il suo rabbino avrebbe probabilmente provato. Lo tzaddìk tuttavia gli disse, confortandolo: «Di che hai paura? Sono veramente necessari due scolli: uno per lo tzitzìt stesso e l’altro… per mettere alla prova Mordekhay e vedere se si lascerà trascinare dalla collera oppure no!»
Tzohàr Lattevà
(Estratto dal nuovo libro della Torà di Bemidbàr in italiano)

MATTOT E MASSE

MATTOT 5771 – REUVEN E GAD: SPIRITUALITA TOTALE MA COMPLEMENTARE
Due persone possono fare cose che sembrano identiche ma in realtà sono diametralmente opposte. A volte piccole differenze possono evidenziare un’altra prospettiva!

MATTOT 5770 – MEGLIO FIDANZATO O SPOSATO?
Quando i vizi e le addizioni sono troppo forti da vincere bisogna trovare delle “armi” superiori per poter far fronte alla situazione.

MATTOT 5769 – 3 TIPI DI ALCOL DIPENDENTI!
Una melodia particolare che si ripete solo 5 volte. Tre volte si ripete in casi simili ma diversi, qual è il significato?

MATTOT 5768 – BEN HAMEZARIM: TRASFORMAZIONE IN POSITIVO!
Il significato della trasformazione associato a tutti i concetti della parashà e al periodo del Ben Hamezarim.

MASSE 5771 – PARADOSSO DEL DOLORE!
Le limitazioni come incentivo al miglioramento!

MATTOT/MASSE 5766 – L’IMPORTANZA DELLA PAROLA!
I motivi per cui non bisogna giurare il falso e adempiere sempre ai propri voti.

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PINKHAS 5779 : 3 LEZIONI

Questo Shabbàt 27 Luglio 2019, 24 del mese di TAMMUZ 5779 leggeremo la Parashà di Pinkhàs.

Shabbàt numeri 25: 10 – 30: 1

Haftarà Mattot – Italiani: Gios. 13, 15-33

Haftarà Divrei: Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti: Ger. 1, 1-2, 3

La vita ci preserva tanti imprevisti e tante sfide. Si rischia di interpretare gli ostacoli in maniera negativa, ma in realtà è solo una nostra interpretazione. Gli eventi di per sé non sono negativi, è la nostra scelta di interpretarli negativi che li fanno diventare negativi.
Se decidiamo di vederli in chiave positiva saranno positivi e non ci creeranno disagio.
LA VITA E’ BELLA E CORTA il più grande dono che abbiamo e non possiamo sprecarla perché ci lasciamo guidare dalla negatività, come quelli che riescono a vedere solo il mezzo bicchiere vuoto e sono sempre tristi.
IL NOSTRO MANUALE DI VITA LA TORA’ ci insegna proprio come fare a scegliere di guardare il mezzo bicchiere pieno e di essere ricchi di gioia e di vita, sempre armoniosi e sereni, sempre produttivi e tenaci, perché non esistono eventi tristi: SIAMO NOI A FARLI DIVENTARE TRISTI.
SCEGLIAMO DI ESSERE FELICI DALLA STORIA DI PINEKHAS!!!
(riassunto della nuova lezione)
Sul seguente link si trova questa lezione di vita fondamentale:
Pinekhas: LA PECORA NERA!
—– —–
ogni macchina ha bisogno del SUO MANUALE di utilizzo. Anche l’uomo ha bisogno del suo manuale d’uso che è la Torà.
Senza seguire le istruzioni si può cadere nelle trappole delle prove quotidiane.
In realtà tutto viene da Hashem per il nostro bene ma se ci lasciamo soccombere dai problemi rischiamo di cadere mentre le prove non sono delle trappole ma dei trampolini per salire in alto.
Un esempio di questo insegnamento lo troviamo in uno dei racconti della parashà di questa settimana che ti riporto qui sotto.
Un fantastico approfondimento di vita sul periodo che viviamo e su Mashiàkh.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
PINEKHAS
Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/07/09/pinkhas-5769-i-saggi-discutono-quale-e-la-base-dellebraismo/
Dal seguente link puoi scaricare direttamente sul tuo portatile la lezione di Pinkhàs di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_07_09_pinkhas5769_sacrificioquotidiano_base_ebraismo.mp3
I SAGGI DISCUTONO: 

QUALE E’ LA BASE DELL’EBRAISMO?

Sappiamo che la Torà ha rivoluzionato il mondo a livello di filosofia, sociologia e psicologia.
Vediamo di capire insieme questo concetto in rapporto al sacrificio dell’agnello quotidiano mattina e sera

——-

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YEKHIDA AUTOSACRIFICIO:

QUINTO LIVELLO DELL’ANIMA

Panoramica di Pinekhàs
La Parashà di Pinekhàs si apre con la continuazione della storia, che ha avuto inizio alla fine della precedente parashà di Balàk. Come abbiamo già sottolineato, il racconto di Pinekhàs è una parte della più ampia storia dell’incontro del popolo ebraico con l’alleanza moabita-midyanita, alla vigilia del suo ingresso nella Terra di Israele.
Dopo aver descritto la ricompensa di Pinekhàs per aver fermato sia l’improvviso declino morale del popolo ebraico che la piaga divina che ne derivò, la Torà procede a descrivere il censimento causato dalla decimazione generata dal flagello. Questo censimento funge da prologo alla successiva discussione di questioni pertinenti alla conquista della Terra Promessa, in quanto la terra deve essere divisa in base ai risultati del conteggio.
Dopo il censimento, la Torà discute:
• le leggi dell’ereditarietà,
• il passaggio del comando da Moshè a Yehoshù’a,
• i sacrifici pubblici giornalieri e quelli festivi supplementari da offrire nel Santuario.
Sappiamo che il nome di una parashà si applica a tutto il suo contenuto, non solo alla sua parte iniziale. Quindi la domanda è: che cosa hanno a che fare il censimento, le leggi dell’ereditarietà, il passaggio del comando e le offerte quotidiane e festive con Pinekhàs? Inoltre, perché la storia di Pinekhàs si divide tra la fine della parashà precedente e l’inizio di questa? Sarebbe stato più logico concludere la storia (che richiede solo pochi versi, dopo tutto) alla fine della parashà di Balàk e iniziare la successiva parashà con il censimento. È vero, il censimento è stato reso necessario dagli eventi della storia di Pinekhàs, ma esso è collegato con l’imminente conquista di Israèl e quindi si inserisce bene con questo argomento successivo.
Per capire questo, ricordiamo che nella panoramica della precedente parashà, la Torà descrive dettagliatamente la storia di Balàk perché ci sono lezioni da imparare che sono essenziali per gli ebrei prima che essi entrino nella Terra di Israèl (in particolare, queste erano le profezie messianiche e l’idea che l’imperativo messianico dovesse essere applicato anche agli aspetti più bassi del creato). Allo stesso modo, la Torà descrive il secondo atto del dramma della vicenda di Moàb – Midyàn e la storia di Pinekhàs, per trasmettere una lezione essenziale che gli ebrei imparino prima di entrare nella Terra di Israele (e che noi impariamo per riuscire a entrare nelle nostre “terre promesse” personali su piccola scala), così anche per accelerare l’ingresso definitivo nella Terra Promessa con l’avvento del Messia.
Qual è questa lezione?
Ironicamente si potrebbe dire, e forse inizialmente anche in modo preoccupante, è che la nostra devozione a Hashèm non deve essere limitata dalla Torà. Quando Pinekhàs uccide Zimrì e Kozbì, si consulta prima con Moshè, il quale gli dice che sebbene la Torà permetta, a chi è sopraffatto dallo zelo, di uccidere qualcuno sorpreso nell’atto di un rapporto intimo immorale[1], questa è “una legge che non viene insegnata”, cioè nessuno può essere istruito a fare questo[2]. In realtà, i saggi disapprovano un simile atto. Inoltre, il colpevole è autorizzato a uccidere l’uomo zelota (colui che è zelante, geloso per una cosa) per autodifesa[3]. In altre parole, uccidendo Zimrì, Pinekhàs stava facendo qualcosa che non gli era richiesto dalla Torà, che era disapprovata dai saggi ed egli ha messo a rischio anche la sua stessa vita.
Tuttavia, agendo per zelo e ignorando la voce della prudenza, Pinekhàs mise fine al comportamento peccaminoso del popolo, sospese la piaga che lo stava decimando e guadagnò il sacerdozio per se stesso e la sua progenie. Chiaramente egli ebbe ragione.
Per comprendere appieno le implicazioni di ciò, dobbiamo esaminare più da vicino la triplice connessione tra Dio, la Torà e Israèl.
La Torà, lo sappiamo, è il libro di istruzioni di Hashèm per il creato in generale e per il popolo ebraico in particolare. Ci insegna come relazionarci con il mondo e realizzare qui il nostro scopo.
La Torà ci trasmette queste lezioni attraverso il nostro intelletto. Leggiamo la Torà, comprendiamo ciò che dice e la seguiamo. Se non capiamo parti di essa, continuiamo a studiarla e a cercare istruzioni dai suoi insegnanti finché non la comprendiamo. Eppure sicuramente il legame con Hashèm è superiore al legame che possiamo filtrare attraverso il nostro intelletto. Come abbiamo notato in precedenza, esiste una dimensione spirituale della relazione tra Hashèm e Israele, trasmessa attraverso la Torà, che trascende, oltrepassa ed è completamente al di sopra della dimensione dell’intelletto. L’essenza interiore dell’ebreo è legata soprarazionalmente a Dio, e se le conseguenze di questo legame non sembrano sempre razionali, questo non deve sorprenderci o scoraggiarci.
In altre parole, la Torà parla al nostro intelletto, ma allo stesso tempo apre le finestre alla dimensione sovra-intellettuale della nostra relazione con Hashèm. Le Sue richieste su di noi sono esteriormente razionali, ma sublimemente sovrarazionali.
Apparentemente, la Torà richiede che sacrifichiamo le nostre vite solo in certi casi. Se qualcuno minaccia di ucciderci se non commettiamo un atto di adulterio, idolatria o omicidio, siamo costretti a rinunciare alle nostre vite piuttosto che compiere queste colpe. Oppure anche nel caso in cui il regime al potere ha dichiarato una guerra totale alla Torà e vieta di osservare i suoi precetti, allora siamo tenuti a rischiare la vita in qualsiasi modo pur di osservarli. In tutti gli altri casi, tuttavia, non siamo tenuti a sacrificare le nostre vite e, di fatto, dobbiamo trasgredire le leggi della Torà per rimanere in vita. Quando la Torà richiede che sacrifichiamo le nostre vite, è perché in questi casi è ragionevole: in queste circostanze il sacrificio di sé è razionale.
Pertanto, finché l’ebreo esegue le regole a livello razionale, sacrificherà la sua vita solo in queste circostanze. In tutti gli altri casi, egli sa che la Torà preferisce che egli trasgredisca le Sue leggi piuttosto che rinunciare alla propria vita e, quindi, questo è ciò che farà.
Quando, tuttavia, un ebreo si sente così fortemente connesso ad Hashèm che la ragione e i fondamenti logici non hanno effetto su di lui, quando la sua coscienza è stata oltrepassata dalla sua essenziale, intrinseca e sovrarazionale legame con Hashèm, non gli importa se la Torà gli richiede di sacrificare la sua vita in qualche caso particolare. La sua unica preoccupazione sarà per Dio: egli agisce spinto dalla sua sfrenata passione per le cause di Hashèm, senza valutare le conseguenze per la sua stessa vita. Quando, in una tale situazione, l’individuo sente che il programma di Hashèm nel mondo è in qualche modo minacciato, non c’è dubbio su cosa farà. Questa intensità della coscienza di Hashèm mette costantemente la persona pronta al sacrificio di sé.
Lo scopo della vita è rendere questo mondo (e noi stessi) una casa per Hashèm, riempendo ogni angolo della creazione con la realtà di Dio. Quindi, questa prontezza al sacrificio di sé simboleggia l’intensità della coscienza Divina che caratterizzerà il futuro messianico. Più di questo: il sacrificio di sé è proprio ciò che porterà il futuro messianico, poiché per raggiungere una completa coscienza divina, che è l’obiettivo della creazione, dobbiamo uscire dai limiti della razionalità ed entrare in un livello di unione con Hashèm che supera i limiti della dimensione della logica.
Questo, quindi, è il motivo per cui la lezione di Pinekhàs è stata così cruciale per Israèl mentre stava per entrare nella Terra Santa. Questa è la prima volta che la Torà ha indicato che è necessario andare oltre i suoi dettami. Avendo sentito parlare delle profezie messianiche di Bil’àm e avendo messo gli occhi sul vero scopo della loro imminente conquista, il popolo ebraico deve ora rendersi conto che questo obiettivo può essere raggiunto solo se mostra la vera identificazione interiore con Hashèm e i Suoi obiettivi e non limita se stesso alla mera letteralità della legge.
Lo stesso vale per ognuno di noi nelle nostre vite personali. Ogni volta che siamo in procinto di raggiungere un grande obiettivo per il quale stiamo lottando, dobbiamo prima mettere a tacere le voci interne della negatività e dell’opposizione. Ma in aggiunta, dobbiamo essere consapevoli che in questo momento non è il tempo di porre limiti alla nostra dedizione. La prova di una vera devozione ai nostri ideali è la nostra volontà di dare tutto in quello in cui crediamo.
Ancora, lo stesso vale adesso per noi tutti, mentre ci troviamo sulla soglia della Redenzione finale e dell’ingresso nella Terra di Israele. Ciò che ci è richiesto ora è la disponibilità a mettere da parte tutto il resto e a “schierare in campo” ciò che abbiamo di migliore e di più grande, per poter vedere la storia concludersi verso il suo destino messianico.
E proprio come con Pinekhàs, Hashèm aiuterà coloro che dimostrano il sacrificio di sé di fronte alle avversità; Egli benedirà i loro sforzi con il successo. La storia ha dimostrato che coloro che non si piegano alle minacce dei nemici dell’ebraismo alla fine prevalgono. Questo è il motivo per cui la storia di Pinekhàs è divisa tra due parashòt, quella Balàk e quella di Pinekhàs, lasciando l’auto sacrificio nella precedente parashà e concentrandosi ora sulla sua ricompensa: per insegnarci che il sacrificio di sé ha successo e ci porterà fino alla Redenzione finale[4].
Dimensioni Profonde
Nella terminologia cabalistica, il sacrificio completo di sé (Pinekhàs) manifesta il livello di yekhidà (unica), il più alto dei cinque livelli dell’anima, dove l’anima è unica con Hashèm, senza tramiti. Yekhidà è l’interfaccia tra l’anima e Hashèm, in cui l’individuo è consapevole di se stesso solo come una “parte di Dio”. In questo livello si è, paradossalmente, consci dell’esistenza di se stessi (come parte di Hashèm) e allo stesso tempo consapevoli del fatto di non esistere (cioè, totalmente dissolti nella realtà di Hashèm).
I quattro livelli inferiori dell’anima – nèfesh, ruàkh, neshamà e khayà – si esprimono attraverso i “poteri” o le facoltà che l’anima da vitalità al corpo: rispettivamente l’azione fisica (es. mani e piedi), l’emozione (cuore), l’intelletto (testa) e la volontà (tutto il corpo). Al contrario, Yekhidà è troppo sublime per esprimersi in qualsiasi facoltà o immagine, ma dall’altra parte le comprende tutte.
In questo livello l’anima è nella sua essenza che è parte del Creatore e la sua unione è senza tramiti perché la Yekhidà è l’essenza dove è unica con Hashèm.
Oggigiorno non siamo consapevoli di questo aspetto profondo dell’anima che raramente si manifesta (es. nel giorno di Kippùr), ma in futuro questo livello diventerà l’aspetto dominante della nostra coscienza. Questo quinto livello rifletterà il cambiamento generale nella creazione che si verificherà allora: la “luce” divina, che ora è troppo intensa per essere rivelata nel mondo, si rivelerà nella realtà creata e il mondo rifletterà un’altra apparenza quella vera, che oggi il creato nasconde: la mano di Hashèm che è rivestita dietro un guanto chiamato “natura”.
Proprio come i quattro livelli dell’anima saranno pervasi con la luce infinita di Yekhidà, così anche i quattro mondi spirituali di AtzilùtBeriàYetzirà e Assiyà saranno infusi con la “luce” divina trascendente.
A un livello più profondo, la dinamica tra la privazione ed essere permissivi esiste solo negli stati mentali di un percorso creativo – razionale. La forza iniziale dell’intuizione creativa, Khokhmà lo mette in uno stato di auto-trascendenza, in cui il suo ego è temporaneamente sospeso (bitùl) dalla lampo di luce che lo ha illuminato. Nella fase successiva dello sviluppo razionale, entra in scena il secondo livello dell’anima di Binà: la nuova intuizione viene analizzata nelle sue componenti e integrata nella struttura mentale. Questa è un’esperienza inversa, in cui l’individuo è piuttosto consapevole di se stesso e cerca di comprendere la nuova intuizione alla luce di ciò che già sa.
Quando una persona viene catapultata nella trascendenza divina di Khokhmà, non ha bisogno di preoccuparsi dell’autocontrollo detto “privazione”. Finché l’auto-annullamento di Khokhmà esiste, il suo ego non cercherà di farlo deragliare nell’indulgenza con se stesso. Ma per comprendere deve per forza passare nell’ambito di Binà, e analizzare e valutare la nuova intuizione in relazione alla sua consolidata percezione mentale, deve invocare il potere protettivo della privazione; deve stare attento alla propensione del proprio ego a enfatizzare eccessivamente i propri interessi personali.
È necessario che una persona discenda dal suo stato trascendente di Khokhmà – illuminazione, al fine di integrare la nuova visione nella propria vita. Altrimenti, la sua intuizione gli sfuggirà e scomparirà. Quindi, il processo di Binà è necessario per la crescita e lo sviluppo.
Tuttavia, al fine di mantenere lo sviluppo dell’idea fedele all’intuizione iniziale che lo ha generato, l’individuo deve periodicamente rivivere qualcosa dell’esperienza di Khokhmà. Facendo questo, la sua Binà non lo porterà fuori strada.
Questo concetto di rivivere l’intuizione di Khokhmà per proteggere lo sviluppo di Binà è simile al processo in cui un giudice annulla i voti a una persona che altrimenti sarebbero prescritti. Questo avviene perché si eleva colui che fa il voto a un livello in cui il voto non è più necessario di essere rispettato[5], similmente al processo dell’elevazione di Binà in Khokhmà.
Allo stesso modo la storia della parashà di Pinekhàs simboleggia l’elevazione di Binà in Khokhmà: Pinekhàs trascendendo ogni logica razionale acquisisce il sacerdozio. Questo simboleggia il nuovo rapporto e la nuova consapevolezza, che vi sarà nel futuro messianico tra l’uomo e Hashèm.
(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr che ha bisogno di tanti soci per essere pubblicato)

[1] Talmùd Sanhedrin 81b; Shulkhàn ArùkhKhoshèn Mishpàt 425:4.
[2] Talmùd Sanhedrìn 82a. Una volta che il colpevole si è separato dalla donna, non può essere processato da un tribunale terreno e la sua punizione è lasciata al tribunale celeste. Pertanto chiunque lo uccida, a quel punto, è egli stesso passibile di pena di morte.
[3] Questo è il motivo per cui le autorità rabbiniche non possono ordinare all’uomo molto zelante di uccidere il peccatore, perché così facendo metterebbe in pericolo la sua stessa vita, quando non è obbligato a farlo. Al massimo possono riconoscergli il permesso di ucciderlo (e rischiare per conto suo la propria vita)
[4] Likuté Sikhòt vol. 18, pp. 319 e segg.
[5] Likuté Sikhòt vol. 4, pp. 1078-9
La vita ci preserva tanti imprevisti e tante sfide. Si rischia di interpretare gli ostacoli in maniera negativa, ma in realtà è solo una nostra interpretazione. Gli eventi di per sé non sono negativi, è la nostra scelta di interpretarli negativi che li fanno diventare negativi.
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LA VITA E’ BELLA E CORTA il più grande dono che abbiamo e non possiamo sprecarla perché ci lasciamo guidare dalla negatività, come quelli che riescono a vedere solo il mezzo bicchiere vuoto e sono sempre tristi.
IL NOSTRO MANUALE DI VITA LA TORA’ ci insegna proprio come fare a scegliere di guardare il mezzo bicchiere pieno e di essere ricchi di gioia e di vita, sempre armoniosi e sereni, sempre produttivi e tenaci, perché non esistono eventi tristi: SIAMO NOI A FARLI DIVENTARE TRISTI.
SCEGLIAMO DI ESSERE FELICI DALLA STORIA DI PINEKHAS!!!
(riassunto della nuova lezione)
Sul seguente link si trova questa lezione di vita fondamentale:
Pinekhas: LA PECORA NERA!
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ogni macchina ha bisogno del SUO MANUALE di utilizzo. Anche l’uomo ha bisogno del suo manuale d’uso che è la Torà.
Senza seguire le istruzioni si può cadere nelle trappole delle prove quotidiane.
In realtà tutto viene da Hashem per il nostro bene ma se ci lasciamo soccombere dai problemi rischiamo di cadere mentre le prove non sono delle trappole ma dei trampolini per salire in alto.

Un esempio di questo insegnamento lo troviamo in uno dei racconti della parashà di questa settimana che ti riporto qui sotto.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
PS.
la nuova Parashà di Pinekhàs sarà caricata su Facebook più tardi.
Qui sotto un estratto di un commento dalla nuova Parashà dal nuovo libro in anteprima.
Un fantastico approfondimento di vita sul periodo che viviamo e su Mashiàkh.
PINEKHAS
Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/07/09/pinkhas-5769-i-saggi-discutono-quale-e-la-base-dellebraismo/
Dal seguente link puoi scaricare direttamente sul tuo portatile la lezione di Pinkhàs di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_07_09_pinkhas5769_sacrificioquotidiano_base_ebraismo.mp3

I SAGGI DISCUTONO: 

QUALE E’ LA BASE DELL’EBRAISMO?

Sappiamo che la Torà ha rivoluzionato il mondo a livello di filosofia, sociologia e psicologia.
Vediamo di capire insieme questo concetto in rapporto al sacrificio dell’agnello quotidiano mattina e sera

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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

LA VERA PACE שלום

In anteprima un commento estratto dalla parashà di questa settimana di Pinekhàs, cap 25 verso 12 dal NUOVO LIBRO DELLA TORA TRADOTTA E COMMENTATA.
la lettera vav di shalòm è tagliata a metà. Tutte le lettere della Torà devono essere integre e se no i rotoli non sono kashèr – idonei. L’unica eccezione di tutta la Torà è questa vav che deve essere tagliata in due.
Il Ben Ish Khay spiega sulla base del Talmùd che Pinekhàs e il profeta Eliyahu sono la stessa persona che si manifesta in due noti protagonisti della Torà. Questo dono della longevità eterna gli viene conferito con la benedizione dello Shalòm – pace: armonia tra anima e corpo, spirito e materia. Quando vi è pace tra essi non vi sono più malattie, dolore e morte e quindi si riceve la vita eterna. Perciò Pinekhàs non è mai morto, ma a un certo punto scompare per riapparire nelle vesti del profeta Eliyahu. Perciò troveremo un’allusione alle due vite proprio nella parola che simboleggia la vita eterna (shalòm) e in particolare nella lettera vav (che secondo la mistica rappresenta il percorso lineare della vita) tagliata in due, che rappresenta due vite racchiuse in una sola (lettera) persona.
Baàl Haturìm da una lettura messianica. La vav tranciata di Shalòm è legata al nome di אֵלִיָה – Eliyà scritto senza vav per ben 5 volte (nei Profeti). Similmente anche il nome יַעֲקֹב – Ya’akòv compare per ben 5 volte, nella Torà, con una vav in più: יַעֲקוֹב. Ya’akòv prende questa lettera come garanzia, affinché Eliyahu ritorni, come promesso, per annunciare al mondo l’arrivo di Mashiàkh. Solo quando arriverà la redenzione Ya’akòv restituirà definitivamente la vav a Eliyà, perfezionando il suo nome. Perciò il compimento totale della pace – Shalòm, avverrà quando il livello individuale sarà condiviso con quello collettivo, ovvero quando Pinekhàs – Eliyà diffonderà l’armonia che lui ha ricevuto tra spirito e materia a tutto il mondo. Solo allora tutti vivranno in eterno e Hashèm sarà rivelato senza veli nel mondo materiale. La contesa sulla vav è simboleggiata con la divisione della lettera tra il patriarca e il profeta. Anche se in apparenza la materia sembra in contrasto allo spirito, il nostro lavoro è quello di trasformare la materia come ha fatto Pinekhàs. Lui ha ricevuto la pace – Shalom, la vita eterna a tal punto da salire in cielo con il corpo. Proprio per questo Eliya ritornerà ad annunciare Mashìakh, poiché la sua armonia tra spirito e materia erano così perfette da essere un esempio per la futura era messianica che investirà il mondo intero (cf Sikhà pag. xxx)
Questo si collega con il prossimo commento del Baàl Haturìm: il valore numerico di שָׁלֽוֹם – Shalòm è 376, che è il valore di zehu (questo è) Mashiàkh: זֶהוּ – zehu 18, מָשִׁיחַ – Mashiàkh 358: 18+358=376. Questa pace di Pinekhàs è (l’anteprima) dell’era messianica.
MASHIAKH NOW!!!

PINKHAS

PINKHAS 5770 – COSA VUOLE DIRE AMORE SINCERO!
La domanda base che dobbiamo chiederci: ti amo perché sei bella o sei bella perché ti amo?

PINKHAS 5769 – I SAGGI DISCUTONO: QUALE E’ LA BASE DELL’EBRAISMO?
Sappiamo che la Torà ha rivoluzionato il mondo a livello di filosofia, sociologia e psicologia. Vediamo di capire insieme questo concetto in rapporto al sacrificio dell’agnello quotidiano mattina e sera.

PINKHAS 5768 – NATURA O HA-SHEM?
Perché appena qualcuno si attiva per fare opere di bene, viene criticato?

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BALAK 5779 : 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 20 Luglio 2019, 17 del mese di TAMMUZ 5779 leggeremo la Parashà di Balàk Numeri 22: 2 – 25: 9

HAFTARÀ
Italiani Michea 5: 4 – 6: 8.

Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti: Michea 5, 6-6, 8

I problemi legati alla crisi di coppia sono un argomento sempre più attuale purtroppo. Un racconto pubblicato sul sito Chabad.org, che ha registrato uno dei maggiori numero di accessi, ci offre l’occasione di imparare molto a questo riguardo per risolvere i problemi di coppia.

I due collaboratori domestici impiegati a casa del Rebbe, hanno raccontato che egli, quando aveva bisogno di parlare con sua moglie, non la chiamava ad alta voce da un’altra stanza e non le chiedeva di raggiungerlo; era lui ad andare da lei e le parlava SOLO faccia a faccia.

Uno studioso ha evidenziato che buona parte dei problemi di coppia nascono da errori di comunicazione, anche dal fatto che uno dei due coniugi si rivolga all’altro urlando da una parte all’altra della casa.
L’equilibrio familiare è sempre più a rischio soprattutto nel mondo troppo liberale, delle società odierne, dove ognuno può e da sfogo ai suoi istinti e ai suoi piaceri. Questa tendenza è la causa principale per cui le coppie e le famiglie “crollano” con delle percentuali sempre più disastrose.
La teoria di lasciarci andare alla nostra natura (accoppiarci a chi ci sembra più attraente…) sarebbe giusta se fossimo stati creati come degli angeli, ovvero senza alcuna fisico e senza tentazioni. Ma il Creatore non ci ha creato così perché allora saremmo dei robot e non avremmo libero arbitrio e non avremmo nessuna ragione di esistere visto che gli angeli sono molto più bravi degli uomini a lodarLo.
Non solo ma non saremmo degni di avere alcuna ricompensa se non avessimo libero arbitrio, perché il nostro destino sarebbe già scritto e non avrebbe senso premiarci per aver scelto la strada giusta.
Non riesco a capire come mai quando si tratta di alcool o cibo bisogna essere moderati, mentre per il sesso no! In realtà tutte le tendenze anche se innate, devono essere equilibrate.
Così Dio ci ha creato con caratteri buoni e altri meno buoni per rettificarli. Non a caso lo Zohar – il Libro dello Splendore chiama questo mondo: olam hatikun – il mondo del perfezionamento.
Il Talmud dice: se uno NASCE con una NATURA che gli piace vedere il SANGUE è bene che lui lavori come CIRCONCISORE, così devia la sua natura in qualcosa di appropriato.
Se questo vale per tutti gli orientamenti che devono essere bilanciati a maggior ragione questo vale quando si parla di intimità: che è il sentimento con più rischio di attrazione superficiale.
Per questo è fondamentale ricordare che in questo ambito il liberalismo totale corrisponde a una vita irrequieta, sempre in ricerca di fantasmi e basata sulla felicità del momento, ma senza una visione completa del futuro della famiglia…
Alla fine della parashà di Balàk si racconta come Bilam non riesce a colpire con le sue maledizioni e il suo malocchio allora consiglia di mandare le donne più belle di Midian e fa un colpo “basso” causando la morte di 24.000 Israel. Bilam era molto esperto nel maledire, ma sapeva che aveva come riserva un’arma molto più potente per fare cadere gli uomini nella trappola. Non solo riesce nel suo intento, ma alla fine cade perfino un capo della tribù di Shimon, niente meno che Zimri ben Salu. Un capo di una tribù vuole dire avere delle qualità spirituali molto elevate.
La morale che dobbiamo imparare è che davanti a questo istinto nessuno è immune e perfino i grandi capi sono sempre a rischio di perdere la ragione e comportarsi in maniera impulsiva come un animale.
La Torà è il nostro manuale di vita che ci illumina il nostro cammino e senza di esso siamo come smarriti nella giungla. Ricordiamoci di allontanarci dall’immoralità e di coltivare il rapporto familiare come se fosse la cosa più preziosa al mondo, perché non c’è cosa più importante della famiglia e come dice il Talmud: rispetta tua moglie più del rispetto che hai per te stesso.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

NUOVA LEZIONE BOMBA IMPERDIBILE
parasha 40° di BALAK
BALAK: CONDIZIONE ASSOLUTA PER ENTRARE IN ISRAEL!
Perché la Torà Da Tanta Importanza alle Benedizioni di Bil’àm?

https://youtu.be/AY0VGvjfiyA

BALAK
Al seguente link si trova la lezione sulla nostra parashà molto interessante in formato mp3 e mp4:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/06/25/balak-5770-sentire-solo-cio-che-si-vuole-sentire/
Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_06_24_balak5770_perche_H_arrabbia_con_bilam.mp3

SENTIRE SOLO CIO CHE SI VUOLE SENTIRE!

Perché Ha-shem si arrabbia con Bilam se gli dice di andare?

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Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni aiuta a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
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Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:
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Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/07/17/balak-5772-6-lezioni/

Riassunto BALÀK:
1) Balàk chiama Bilam per maledire il popolo di Israele 2) L’asina di Bilam parla 3) Le trasformazioni delle maledizioni di Bilam in benedizioni 4) La strategia di Bilàm per vincere gli Ebrei: far peccare ‘Am Israel 5) Morte di 24.000 Ebrei per le immoralità assunte con le donne midianite.
Ma questa settimana le sincronizzazione degli eventi è stata perfetta.

BALAK: CONDIZIONE ASSOLUTA PER ENTRARE IN ISRAEL!

PANORAMICA DI BALAK
La precedente parashà si conclude con l’arrivo del popolo ebraico sulla soglia della terra promessa. La restante parte del Pentateuco, ovvero le seguenti quindici parashòt (da Balàk in poi) – più di un quarto delle cinquantaquattro di tutta la Torà – ha come scenario l’ultima tappa dell’esodo degli Israeliti dall’Egitto.
Ora ci aspetteremmo che la Torà volga l’attenzione ad argomenti pertinenti all’entrata nella Terra di Israele: i suoi confini, le leggi sulla successione ereditaria della terra e le istruzioni per l’imminente conquista. E in effetti così sarà, ma all’inizio si racconta come Israèl si scontra con il suo ultimo nemico prima dell’ingresso nella Terra: l’alleanza di Moàv e Midyàn. Questo evento si trasforma in un dramma con diversi atti, i cui dettagli e conseguenze si estendono su gran parte delle prossime tre parashòt.
Il primo atto di questo dramma è il curioso racconto di come il re moabita Balàk ingaggi l’indovino gentile Bil’àm per maledire Israèl.
Perché la Torà ci parla così tanto di questa coppia e del loro piano fallito? Il popolo ebraico non è per niente coinvolto negli eventi; infatti, i saggi sottolineano che la storia sia stata riportata integralmente nella Torà come dimostrazione che la Torà è stata scritta attraverso la profezia, perché altrimenti Moshè non avrebbe saputo tutto l’accaduto nei particolari! È vero, questa cronaca fornisce lo sfondo a quelle che sono le sue conseguenze (che iniziano alla fine di questa parashà), nelle quali Israèl è preso nella trappola del complotto di queste nazioni, per sedurlo col peccato sessuale. Ma se questo fosse il suo unico scopo, l’intero episodio poteva essere riassunto in poche frasi, piuttosto che avere questo lungo risalto, abbandonando completamente la narrazione principale della Torà.
Ciò che è particolarmente ironico in tutta questa storia è che i tentativi di Bil’àm falliti di maledire Israèl lo portano a esprimere il più esplicito dei riferimenti velati della Torà riguardo la futura venuta del Messia. Al di fuori di queste profezie, ci sono solo vaghe allusioni alla redenzione finale nei cinque libri che il profeta per eccellenza Moshè ci ha trasmesso. Potrebbe quindi sembrare che la Torà dettagli la storia di Balàk e Bil’àm esclusivamente per trasmettere queste profezie.
Invece, proprio alla vigilia del loro ingresso nella terra promessa, Hashèm ha voluto ispirare il popolo con una visione del suo destino e scopo finale, per indirizzarlo verso il suo vero obiettivo, al di là del suo scopo immediato di conquistare la terra ed eseguire tutti i comandamenti (molti dei quali si possono osservare solo in Israèl). Questo destino gli impone di vivere stabilmente in un luogo con un’occupazione materiale di esso, infatti gran parte dei precetti sono legati al lavoro fisico della terra.
Ci si potrebbe domandare: una volta che sappiamo cosa Hashèm ci chiede di fare adesso, perché dobbiamo anche conoscere la ricompensa del nostro obiettivo finale? Il nostro compito è fare ciò che Hashèm vuole da noi e se questo ci porta una ricompensa ben venga, ma perché non credere senza riserve che Hashèm fornirà la ricompensa quando arriverà il momento, senza preoccuparsi del come e quando?
La risposta ovvia è che avere una visione completa e chiara di ciò che stiamo operando e verso quale traguardo arriveremo fa una grandissima differenza nella qualità del nostro lavoro e nello sforzo che ci mettiamo dentro. Hashèm vuole che noi Lo serviamo in modo ispirato; vuole che la nostra visione sia la Sua visione, i nostri obiettivi siano i Suoi obiettivi. Naturalmente, la nostra relazione con Hashèm deve essere basata sulla devozione assoluta e incondizionata che ogni creatura deve al suo Creatore, ma questa è solo la base e l’inizio. L’ideale che Hashèm vuole è che noi sogniamo ciò che Egli sogna ed è per questo che condivide con noi il suo sogno, quando nel futuro non esisterà né male né mortalità.
Tuttavia, a parte il fatto disorientante che un tale aspetto fondamentale dell’ebraismo venga portato alla luce da un re idolatra e dall’ossessione di maledirci di un egocentrico indovino, la domanda precedente rimane ancora: la Torà avrebbe potuto riportare le profezie messianiche risparmiandoci i lunghi dettagli della storia di Bil’àm e Balàk!
Inoltre il nome della parashà rappresenta tutte le vicende di quella porzione, perciò se le profezie della redenzione fossero il centro della parashà, perché viene chiamata Balàk? Come accennato in precedenza, il lettore attento noterà che la Torà evita parole e idiomi negativi ogni qualvolta sia possibile. Inoltre, la Torà ci impone di cancellare tutte le tracce di malvagità e idolatria[1]. Allora, perché la tradizione immortala il nome di un re malvagio e idolatra, che chiaramente desidera sterminare Israèl a tutti i costi, e purtroppo egli riesce in parte nel suo intento provocando la morte di oltre centomila ebrei[2]?
Oltretutto, il vero cattivo della storia sembra essere Bil’àm, la cui rinomata capacità di maledire ha rappresentato una vera minaccia per Israèl. In realtà è Balàk colui che ingaggia Bil’àm, anche se l’azione si concentra maggiormente su Bil’àm.
La risposta a queste domande può essere trovata ricordando che la parashà in cui avviene il dono della Torà riceve, in maniera analoga, il nome di un idolatra: Yitrò. La spiegazione è che Yitrò è la base per permettere che la Torà venga data e quindi che la luce del Dio unico possa penetrare tutta la realtà. Solo così si potranno trasformare anche gli elementi che negano Hashèm, o almeno rivelare che Dio è l’unica autorità. Prima che la Torà potesse essere data, era fondamentale che Yitrò, arci pagano e idolatra esperto, dovesse riconoscere l’esistenza e l’onnipotenza di Hashèm.
Questo concetto è parallelo al percorso della storia di Balàk: come introduzione e preparazione fondamentale per entrare nella terra promessa, dobbiamo ricevere le più grandi benedizioni dal più grande idolatra e antisemita esistente, dobbiamo conoscere lo scopo finale di questo progetto. Solo così potrà attuarsi pienamente il progetto divino finale di costruire una dimora per l’infinito nel finito materiale.
Infatti, allo stesso modo, prima che Israèl potesse entrare nella Terra Promessa e iniziare ad adempiere i precetti della Torà nel mondo fisico – con l’obiettivo finale di giungere all’era messianica – doveva manifestarsi un atto analogo a quello di Yitrò: bisognava porre le fondamenta per la trasformazione di tutta la realtà, che sarebbe stato l’obbiettivo finale e il risultato del popolo ebraico quando inizierà a vivere nella sua terra. L’odio e le maledizioni dei nemici del popolo di Hashèm dovevano essere trasformati in benedizioni, e non in qualsiasi benedizione, ma nelle profezie della vittoria finale del popolo di Hashèm sugli stessi nemici che cercavano di maledirli. Nell’era messianica, le nazioni del mondo useranno il loro potere per aiutare Israèl invece di combatterlo, come è scritto: “i re saranno i tuoi tutori e le loro principesse le tue nutrici” (Yesha’yà 49, 23). “Gli stranieri custodiranno i vostri greggi, e i figli dello straniero saranno i vostri agricoltori e i vostri vignaioli (ibid 61, 5-6). Dal momento che la Redenzione messianica preannuncia il completo annientamento e la trasformazione del male, è ora evidente il perché le profezie riguardanti questa epoca sono pronunciate proprio dalla bocca di Bil’àm. Solo in questo modo si può manifestare tutta la forza della loro essenza che potrà essere trasformata entrando in Israèl e osservando tutti i comandamenti divini, ovvero iniziando il percorso di trasformazione della materia in una dimora per l’infinito che si culminerà con la redenzione, quando anche il peggiore antisemita benedirà Israèl.
Per la stessa ragione, la parashà prende il nome da Balàk[3], poiché egli incarna l’idea che la redenzione messianica sarà la completa trasformazione del male in bene. In primo luogo, egli odiava il popolo ebraico più di chiunque altro (incluso Bil’àm, che non avrebbe tentato di maledire Israèl se Balàk non lo avesse assunto per farlo[4]), ma il risultato del suo odio era che Israèl venisse benedetto con l’assicurazione del suo trionfo.
In aggiunta risulta che Balàk è un diretto antenato del Messia: Re David, il progenitore del Messia, era il pronipote di Rut, la moabita convertita (Rut 4, 16-21) discendente di Balàk (Talmùd Sotà 47a). In realtà, Balàk percepì che il Messia sarebbe stato tra i suoi discendenti, e sentì che se lui avesse maledetto Israèl, questa grandezza sarebbe rimasta nella sua stessa gente. La trasformazione del male in santità era esattamente ciò che temeva[5].
Poiché Balàk personificava l’incallito odio del male e la sua trasformazione finale in santità, la parashà prende il nome da lui e non da Bil’àm. L’odio di Balàk è stato il catalizzatore che ha dato inizio all’intero episodio[6].
I quattro libri della Torà rappresentano la storia della creazione del mondo e il suo processo evolutivo, diviso in quattro fasi che corrispondono ai quattro libri della Torà[7], come spiegato nella prefazione di Bemidbàr.
Cosi, comprendiamo meglio perché l’ultimo dei quattro libri della Torà, che rappresenta la conclusione del ciclo della storia del mondo – proprio verso la fine di Bemidbàr in poi – ci narra quello che succederà alla fine dei giorni: l’era messianica o meglio l’era dorata.
* * *
La parola Balàk in ebraico significa “reciso” o “morto”[8]. Allegoricamente, quindi, la parashà di Balàk descrive lo stato spirituale di una persona al suo punto più basso.
In effetti a volte capita che, proprio quando stiamo per raggiungere un obiettivo importante nella nostra vita, quando stiamo per entrare nella nostra “terra promessa”, la nostra ispirazione divina viene frustrata da un sentimento di inutilità e abbattimento, che ci fa sentire non all’altezza della nostra mansione. Un’autovalutazione onesta ci lascia troppo consapevoli delle nostre mancanze e limitatezze. Come possiamo illuderci di realizzare il nostro importante compito quando ci sentiamo così tanto corrotti e profondamente carenti delle qualità necessarie per affrontare la sfida fino in fondo? Ci sentiamo “tagliati fuori”, la nostra vita sembra una maledizione.
In tali momenti, dobbiamo ricordare che Balàk è un progenitore del Messia: se rinnoviamo la nostra connessione con il nostro obiettivo finale, possiamo trasformare la fonte originaria della maledizione dentro di noi, in una sorgente di benedizione. Possiamo trasformare il nostro nemico interiore e la propensione a maledire la nostra stessa missione in una benedizione, adottando il sogno di Hashèm come nostro. Ognuno di noi possiede una scintilla messianica, un potenziale ruolo da svolgere nel riscattare il mondo. Il concentrarci sul nostro imperativo messianico interiore ci consente di elevarci sopra noi stessi e di realizzare quella che è la nostra vera identità, l’infinita grandezza interiore.
La stessa lezione vale per la nostra relazione con gli altri. A volte possiamo incontrare qualcuno che appare del tutto dissociato dalla spiritualità e del tutto disinteressato a far progredire la causa della santità. Il suo prendersi gioco della santità potrebbe renderci abbattuti nel riorientarlo verso la sua vera essenza dell’anima, in modo che concentri la sua vita sugli obiettivi dell’ebraismo. Ma se ricordiamo che nella sua anima c’è una scintilla Divina che deve essere rivelata per trasformare la sua esistenza in bontà e santità, possiamo allora davvero cambiare questo individuo “maledetto” in una fonte di benedizione[9].

[1] Mishlé 10,7; vd Talmùd Yomà 38b
[2] Vd Rashì Bemidbàr 25, 5
[3] Anche se i nomi dei parashòt sono generalmente presi tra le loro prime parole, la parola Balàk in questa parashà è preceduta dalla parola “e vide” (vayàr). Così, la parashà avrebbe potuto essere chiamata con questa parola, proprio come, per esempio, i parashòt Vaerà e Vayerà prendono il nome dalle loro prime parole e non seguono i soggetti di questi verbi (Dio in Bereshìt 18, 1; Avrahàm Yitzkhàk e Ya’akòv in Shemòt 6, 3)
[4] Midràsh Tankhumà, Balàk 2. Secondo altri, tuttavia (vd Rashì 22:11), Bil’àm odiava Israèl più di Balàk.
[5] Shenè Lukhòt Habrìt 363b, citato Or Hatorà Balàk p. 902
[6] L’idea che Balàk sia stato l’istigatore iniziale riecheggia anche nell’haftarà: “Popolo mio, ricorda ciò che Balàk, il re di Moàv, consigliò, e ciò che Bil’àm, figlio di Beòr, gli rispose” (Mikhà 6, 5); Bil’àm solo rispose alle iniziative di Balàk
[7] Il quinto libro è chiamato Mishné Torà ed è il riassunto dei primi cinque
[8] Vd Yesha’yà 24, 1 e comm.
[9] Basato su Likuté Sikhòt, vol. 23, pp. 166 segg; Sikhòt Kòdesh 5733, vol. 2, p. 281-2; Toràt Menachem 5745 Balàk; Likuté Sikhòt vol. 28, pp. 274 e segg.
(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr che ha bisogno di tanti soci per essere pubblicato)

 

Dice il trattato di Avot cap 4 mishna 19: quando cade il tuo nemico non gioire, perché poi lui riverserà la SUA IRA SU DI TE… Quando qualcuno cade se uno gioisce alla fine ritorna su di lui, perché in Cielo aprono il suo file per vedere se lui merita veramente di non cadere. La fortuna è un dono da Dio e non bisogna essere arroganti e pensare di essere superiori… Pochi giorni fa quando la Germania ha battuto con aiuto dell’arbitro la Svezia e invece di uscire con umiltà è andata a provocare la Svezia causando una rissa in campo… Questo è in aggiunta alla precedente manifestazione di superiorità “UBER ALLES” ai danni dell’Italia: “La mia favorita? L’Italia e l’Olanda hanno ottime possibilità…” sono passate poche settimane dalla battutaccia di Bastian Schweinsteiger, che parlando alla tv americana prendeva in giro gli Azzurri per la mancata qualificazione ai mondiali. Il video in questione è tornato virale in queste ore, dopo la clamorosa sconfitta dei tedeschi contro la Corea del Sud… La più grande disfatta: uscire al primo girone dall’ultima squadra del girone. L’arroganza di Schweinsteiger è costata molto cara alla Germania, che ancora non ha digerito il colpo dell’eliminazione che ha subito in semifinale dall’Italia nel SUO MONDIALE A CASA SUA!

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

IN ANTEPRIMA LA PARASHA DI Balak di questa settimana DAL NUOVO LIBRO:

Per scaricare cliccare con il mouse destro dal seguente link:

www.virtualyeshiva.it/files/kodesh/parashat_balak

per la haftarà:

www.virtualyeshiva.it/files/kodesh/parashat_balak

Si consiglia di stampare le pagine del pdf per poterlo studiare di Shabbat.

(Ideale stampare 2 pagine in una foglio A4 fronte e retro per cui saranno solo 16 pagine).

Ognuno può sostenere questo importante e oneroso progetto, attraverso un piccolo contributo, o acquisendo qualche copia in anteprima.
Questo è un grande merito per compiere una grandissima mizvà, partecipando al più grande progetto di cultura ebraica in italiano.

BALAK

NUOVA LEZIONE VIDEO BALAK 5778 15MN

Parashà di Balàk è la parashà della redenzione di Mashiakh.
Solo in questa parashà troviamo le profezie sulla redenzione futura.
Questa parashà rappresenta il concetto della trasformazione del male in bene. Delle maledizioni di Bil’àm in benedizioni. Del buio dell’esilio in redenzione. Noi siamo qui nel mondo per fare questa trasformazione iniziando da noi.
https://youtu.be/HJKo4hDrOW8

Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2011/05/24/lag-baomer-5771-zimri-e-kozbi-promessi-sposi/
dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_06_24_balak5770_perche_H_arrabbia_con_bilam.mp3
per vedere il video della lezione direttamente, cliccare qui:
https://vimeo.com/24272101

ZIMRI E KOZBI: PROMESSI SPOSI

 La Vita di Rabbi Akiva alla luce della Cabalà!

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Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perche’ vogliamo che la Tora sia accessibile a tutti. Aiutando Virtual Yeshiva potrete diventare soci nella diffusione della Tora. Sul seguente link puoi trovare come mandare una donazione
http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

Riassunto BALÀK:
1) Balàk chiama Bilam per maledire il popolo di Israele 2) L’asina di Bilam parla 3) Le trasformazioni delle maledizioni di Bilam in benedizioni 4) La strategia di Bilàm per vincere gli Ebrei: far peccare ‘Am Israel 5) Morte di 24.000 Ebrei per le immoralità assunte con le donne midianite.
Ma questa settimana le sincronizzazione degli eventi è stata perfetta.

DOPPIA FACCIA DI BILAM!

La parashà di questa settimana è incentrata sulle benedizioni date al popolo ebraico dal profeta non ebreo Bil’àm. Il re di Moàv Balàk, temeva che gli ebrei avrebbero attaccato lui e il suo popolo sul loro cammino verso Eretz Israèl, così assoldò Bil’àm, un profeta gentile, per maledire gli ebrei.
Benché Bil’àm desiderasse adempiere la richiesta di Balàk, quando si preparò a pronunciare maledizioni, Ha-Shèm gli mise in bocca benedizioni ed egli fu costretto a pronunciarle. Così potenti furono le sue benedizioni che esse sono registrate nella Torà per l’eternità e alcune hanno preso posto nelle nostre preghiere.
Quando Bil’àm vide che Ha-Shèm non gli permetteva di maledire il popolo, cercò di danneggiarlo in altro modo. “Il loro D-o”, disse a Balàk, “odia l’immoralità. Fai in modo che le tue donne seducano i loro uomini”.
Balàk lo ascoltò e come risultato, una pestilenza assediò il popolo ebraico, uccidendone 24 mila.
I nostri saggi chiedono, “Perché Ha-Shèm conferì intuizione spirituale e doni di profezia a un uomo malvagio come Bil’àm?”
Essi spiegano che in futuro, i gentili si lamenteranno con Ha-Shèm, dicendogli che agli ebrei furono concessi profeti e, di conseguenza, essi furono in grado di progredire spiritualmente. Ha-Shèm risponderà che non fu solo il dono della profezia che portò gli ebrei ad avanzare. Poiché egli concesse un profeta, Bil’àm, anche ai gentili, e cosa fece questi? Invece di aiutare le persone a crescere spiritualmente, incoraggiò l’immoralità, addirittura si accoppiava con la sua asina!!!
Questa vicenda sottende un’importante lezione per tutti i tempi. L’elevazione spirituale non può essere vista separatamente dalla condotta di una persona. Il valore di veggente / mago che sa tutto, consapevole della realtà spirituale, ma che persiste nel condurre un’esistenza depravata, è l’opposto della fede ebraica.
L’ebraismo vede la consapevolezza spirituale come uno strumento per accrescere e intensificare la propria esperienza giorno dopo giorno, non semplicemente come un elevato altopiano spirituale.
Qualunque intuizione spirituale o esperienza uno abbia, essa deve essere applicata a una condotta più profonda e significativa. La spiritualità non è una vetta di cui godere e poi ignorare. Al contrario, deve essere incorporata nel modo in cui costruiamo le nostre relazioni, fondiamo le nostre famiglie e forgiamo il nostro ruolo nella società in generale.
La lezione è allora duplice:
a) Coloro che ricercano l’esperienza spirituale devono realizzare che ciò dovrebbe condurre a un più profondo impegno a una vita morale a casa e sul lavoro.
b) Coloro che lavorano per promuovere valori familiari e verità morali dovrebbero concentrarsi sulla componente spirituale di questi valori e verità e comprendere che questa coscienza può accrescere e intensificare il potere del loro messaggio sia per se stessi che per i loro allievi.

BALAK

3 DI TAMMUZ/BALAK 5771 – PARTE I + PARTE II
Fabrenghen + shiur: una splendida lezione diversa dalle altre e più lunga!
Un omaggio al Rebbe insieme ad un approfondimento mistico sulla parashà di Balak e l’avvento dell’Era Messianica!

OMER 5771 BALAK 5771 – ZIMRI E KOZBI: PROMESSI SPOSI
La Vita di Rabbi Akiva alla luce della Cabalà!

BALAK 5770 – SENTIRE SOLO CIO CHE SI VUOLE SENTIRE!
Perché Ha-shem si arrabbia con Bilam se gli dice di andare?

BALAK 5768 – IL PIU GRANDE ANTISEMITA DELLA STORIA!
Perché un’intera parashà viene chiamata con un nome di un grande nemico di Israel ed antisemita? Alle origini dell’antisemitismo!

KHUKAT/BALAK 5766 – LA RAGIONE DELLA LOGICA!
Perché Ha-shem ci ha dato i precetti logici? Il vestito “aggiunto” dei precetti logici.

BALAK 5765 – LA FORZA DELLA PAROLA!
Dalla negatività di Balak e Bilam alla venuta di Moshiakh!

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KHUKAT 5779: 4 LEZIONI

Questo Shabbàt 13 Giugno 2019, 10 del mese di Tamùz 5779 leggeremo la Parashà di Khukàt Numeri 19: 1 – 22: 1
HAFTARÀ
Giudici 11: 1-33.

KHUKAT

Iil Rav incantava gli allievi e tutta la comunità con le sue intuizioni e profonde metafore che coglieva nella Torà, alle sue parole in molti si “risvegliavano” dal torpore esistenziale che la routine quotidiana instilla nelle coscienze.
Il Rav, nonostante fosse uno splendido oratore, era una persona schiva e burbera, difficilmente si riusciva a intercettare il suo sguardo, era un uomo estremamente riservato.
Un giorno, un allievo un po’ troppo audace si alzò in piedi durante una lezione e gli rivolse la seguente domanda:
“Rav, per quale motivo lei è così schivo e non incline ad ascoltare gli altri, non le pare che ciò strida con le sue grandi capacità dialettiche?”
Il Rav rispose molto serenamente:
“Hashèm chiese a Mosè di parlare alla roccia affinché da essa sgorgasse acqua che dissetasse il popolo… la roccia rappresenta l’esteriorità di ognuno di noi, la parte più epidermica e materiale, è la nostra parte più dura e difficile, con i suoi “voglio”, “pretendo”, “desidero”; ma in ognuno di noi vi è anche dell’acqua fresca e pura, una parte sensibile e ricettiva: è la nostra anima, questa parte è celata dietro la scorza dura esteriore, dentro la roccia.
Quando le persone vengono da me, spesso si presentano sotto le loro sembianze esteriori, si mostrano come rocce dure e impenetrabili ed è per questo motivo che spesso non do loro ascolto. Spesso mi fanno perdere la pazienza e vorrei batterle con il mio bastone, ma ciò sarebbe controproducente, come insegna la Torà.
Allora mi limito a parlare alle dure rocce con parole di Torà, che come insegnano i maestri è “acqua”, nella speranza che “acqua attiri acqua”, ovvero che i miei discorsi facciano sgorgare l’anima dalla materia affinché il mondo intero si riempia della gloria di Hashèm!”
L’allievo che aveva posto la domanda si mise di nuovo seduto e non aprì più bocca per molto tempo…
Questo è il tema della seguente lezione online di virtual yeshiva che ti invito ad ascoltare.
Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
IN ANTEPRIMA LA PARASHA DI KHUKAT DAL NUOVO LIBRO:
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KHUKAT
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PERCHE’ MOSHE NON ENTRA IN TERRA SANTA?

Ha-shem ci insegna un concetto di psicologia FENOMENALE!
Non sempre bisogna comunicare con durezza “picchiando”, ma alcune volte ci vuole, dipende da chi si ha davanti!

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2 PECCATI 2 TIPI DI SERPENTI
Ogni dettagli della Torà ci fornisce un prezioso insegnamento. Per questa ragione ci sono due serpenti: quello non velenoso (nakhash) e il velenoso (saràf). Non basta solo rispettare Dio ma anche i suoi rappresentanti e ogni sua creatura.

Panoramica della Parashà di Khukkàt

Parashà di Khukkàt prende il nome dal suo passaggio di apertura, che descrive il rito della purificazione dalla contaminazione di un morto, usando le ceneri di una mucca rossa. Questo precetto è descritto come un khukkà – dogma divino senza alcuna spiegazione razionale.

Dopo aver descritto il rito di purificazione, la parashà inizia la narrazione storica delle persone del popolo di Israèl durante gli ultimi anni nel deserto: cominciando dalla morte di Miriam e la mancanza di acqua, come conseguenza della sua morte; la vicenda della roccia percossa, che causa il decreto della morte di Moshè e Aharòn nel deserto. Il confronto con Edòm, la morte di Aharòn, un secondo scontro con Amalèk, l’incidente che origina i serpenti, i miracoli sul fiume Zèred e le conquiste dei territori di Sikhòn, Ya’zhèr e Og, conducono il popolo ai margini della Terra Promessa.
Nella precedente parashà la Torà conclude la sua narrazione dei primi anni nel deserto, culminando nel decreto di Hashèm secondo cui la generazione dell’Esodo si sarebbe estinta nella arida landa, con le sue conseguenze. Dal momento che non c’è nulla di rilevante da dire sugli anni intermedi, è logico che la narrazione continui ora con gli eventi degli ultimi anni nel deserto. Ma perché le leggi del rito di purificazione della mucca rossa sono incastrate nel mezzo?
Queste leggi, come la maggior parte delle leggi della Torà, furono date durante i primi quaranta giorni di Moshè sul Monte Sinày, molto prima che il popolo iniziasse il suo viaggio nel deserto. Sarebbe logico che il posto giusto per queste leggi sia in qualche parte del libro del Levitico, insieme alle altre norme sulla contaminazione e purificazione. Se vogliamo proprio porle nel libro dei Numeri, dovrebbero essere inserite nella narrazione dell’inaugurazione del Tabernacolo il primo di Nissàn anno 2449 – da qualche parte nella seconda metà di Nassò o nella prima metà di Beha’alotekhà, quando questo rito è stato eseguito per la prima volta il giorno successivo all’inaugurazione del Tabernacolo il due di Nissàn.
Perché queste leggi sono collocate qui e come si collega con il nome Khukkàt che le descrive, agli eventi storici che costituiscono la maggior parte di questa parashà che non c’entrano con i dogmi?
La risposta a questo enigma si trova esaminando il significato del termine khukkà e il tema di fondo degli eventi nell’ultima parte della parashà. Come abbiamo visto in precedenza, khukkà è un dogma, una regola per la quale non viene fornita alcuna motivazione logica. A differenza degli altri due tipi di leggi nella Torà che hanno un senso logico, mishpatìm – ordinanze ed eduyòt – testimonianze, nel caso deikhukkìm, Hashèm non fa per niente appello al nostro senso della ragione nel chiederci di osservare queste regole. Anzi per osservarle, dobbiamo invocare la nostra connessione sovrarazionale con Dio, il nostro impegno a seguire totalmente le Sue istruzioni, sia che parlino alla nostra logica umana o no.
Questa idea è associata al significato fondamentale della parola khukkà, “cesellatura” o “incisione”. Una lettera cesellata in un blocco di pietra è parte integrante di quella pietra, non una seconda entità innestata su di essa, come è il caso di una lettera scritta a inchiostro su pergamena o carta. La lettera incisa non può essere cancellata dalla pietra (almeno non senza consumare la pietra stessa), la connessione tra la lettera e la pietra è permanente, immutabile. Pertanto, l’incisione è la metafora perfetta per il livello del nostro rapporto con Hashèm, quando osserviamo le sue regole “irrazionali” dikhukkà – incisione: esprimiamo la nostra connessione irrevocabile con Lui, che trascende e annulla qualsiasi considerazione di logica come nell’unione dell’incisione.
Gli eventi descritti alla fine della parashà esprimono questo stesso livello di relazione. Abbiamo visto in precedenza che Dio in origine aveva promesso ad Avrahàm i territori di dieci nazioni: sette nazioni canaanite che vivevano tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, e altre tre che vivevano dall’altra parte del Giordano. Gli Israeliti avrebbero dovuto conquistare prima la terra delle sette nazioni, quando vi fossero entrati, e lasciare la conquista della terra delle altre tre nazioni per l’era messianica.
Ma poiché Edòm e Moàv rifiutarono il loro passaggio, il popolo dovette entrare nella terra proprio attraverso questi territori che Hashèm aveva promesso che essi avrebbero ricevuto solo in futuro. Le circostanze hanno quindi permesso loro di conquistare vaste parti di queste terre ancor prima di entrare nelle terre delle sette nazioni canaanite per conquistarne i territori. L’ordine originariamente previsto è stato invertito, hanno cominciato a completare il futuro ancor prima di realizzare il presente. E una volta conquistate queste terre, alcune persone hanno persino iniziato a stabilirvisi, aspirando a portare la promessa di Hashèm nella realtà immediata, nel suo senso più completo.
Vediamo, quindi, che la nuova generazione, essendo cresciuta immersa nella Sua presenza e negli insegnamenti di Dio durante la formazione che hanno ricevuto nel deserto, era completamente imbevuta dell’idealismo della missione di Hashèm e aveva i suoi occhi puntati sul fine ultimo del suo destino Divino. Questa nuova generazione aveva imparato dagli errori dei suoi predecessori, delle spie e dei ribelli e non aveva subordinato il suo rapporto con Hashèm all’approvazione dell’intelletto umano. La sua relazione con Dio era pura come lo era stata quella dei suoi genitori quando la Torà era stata donata per la prima volta e il Tabernacolo era stato eretto per la prima volta, e la missione e la promessa di Hashèm – nel suo significato più completo – era parte del loro essere come una lettera cesellata fa parte della pietra in cui è incisa.
Quindi la lezione della parashà di Khukkàt nel suo insieme, ci da la forza di elevarci a compiere la nostra missione divina incondizionatamente, visto che Hashèm fa parte della nostra essenza come rappresentato nel nome della parashà di Khukkàt: irrazionale, unito profondamente come un incisione.
Cercando di raggiungere il nostro obiettivo finale che è il livello di Khukkàt, Hashèm ci concederà l’opportunità di realizzare il nostro sogno e di portarci sulla soglia della Terra Promessa (come nella parashà), pronti per la redenzione finale, quando l’impurità della morte, eliminata dalla mucca rossa, sarà solo un ricordo e la promessa di Hashèm ad Avrahàm sarà soddisfatta nella sua interezza[1].
(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr che ha bisogno di tanti soci per essere pubblicato)

[1] Sèfer Hassikhòt 5750 vol. 2 pp. 541-550; Likuté Sikhòt vol. 4 p. 1056.

 

 

[15:05, 22/6/2018] Bekhor Rav: COSA IMPARIAMO DA QUESTO MONDIALE?
tutto ciò che succede non è una COINCIDENZA, solo che non sempre riusciamo a cogliere la mano divina che ha fatto accadere quegli eventi proprio in quel momento.
Forse per alcuni la disfatta totale di ieri sera della favorita Argentina potrebbe sembrare come “voce fuori dal coro”, ma in realtà per molti era PREVIDIBILISSIMA .
Infatti la rinuncia della nazionale Argentina di giocare in Israele, ma in particolare a Gerusalemme, ha dimostrato che Messi e company hanno rifiutato di ammettere la storia: che il Re Davide più di 3000 anni fa, ha scelto Gerusalemme come sua capitale e come capitale di Israèl per SEMPRE.
Hanno provato a negare la verità e staccare Gerusalemme dai suoi veri proprietari: da 3000 anni è la città santa per la religione ebraica, 1000 anni prima che nascesse il cristianesimo e ben 1.400 anni prima del islam.
Dice il Talmud chi va contro Israèl e contro Gerusalemme alla fine subirà una disfatta e così è stato!
 Trump ammettendo la verità su Gerusalemme si è garantito il suo successo e quello degli USA. L’esempio più eclatante, di questo, l’abbiamo visto  la settimana scorsa quando il tiranno e dittatore nord coreano è arrivato  sul tavolo dei negoziati CONTRO OGNI PRONOSTICO. Poche settimane prima la Corea del Nord minacciava gli USA e Giappone con lo spettro di un attacco missilistico e nucleare.. .. e adesso si inizia a trattare. Un capovolgimento a 360° gradi verso una direzione incredibilmente e imprevedibilmente opposta: se non è questo un miracolo!
Non ha caso è questo è successo tramite l’amministrazione Trump, non a caso dopo che ha spostato l’ambasciata a Gerusalemme.
Tutti questi eventi fanno parte di un processo che porta alla redenzione finale e all’arrivo di Mashiakh che sta arrivando presto nei nostri giorni(Amen), quando il mondo vedrà la verità su Israèl, il popolo eletto da Dio, e così si potrà iniziare a trasformare questo mondo. Che la luce del Santuario di Gerusalemme illumina il mondo intero. Come dice il verso il profeta Esaia cap 2 verso 4:
וְשָׁפַט בֵּין הַגּוֹיִם וְהוֹכִיחַ לְעַמִּים רַבִּים וְכִתְּתוּ חַרְבוֹתָם לְאִתִּים וַחֲנִיתוֹתֵיהֶם לְמַזְמֵרוֹת לֹא יִשָּׂא גוֹי אֶל גּוֹי חֶרֶב וְלֹא יִלְמְדוּ עוֹד מִלְחָמָה.
… trasformeranno le loro spade in rastrelli… e non andranno più in guerra… perché la pace regnerà TOTALMENTE e per SEMPRE.
Speriamo presto di vedere la redenzione e il terzo Santuario e la verità che Hashem ha scelto in Israèl per dargli la Eretz Hakodesh in eterno.
Con l’augurio che noi aumenteremo la nostra fede e attesa nella redenzione, così da avere la redenzione ora e subito, Amen.
Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
[15:05, 22/6/2018] Bekhor Rav: IN ANTEPRIMA LA PARASHA DI KHUKAT DAL NUOVO LIBRO:
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Khukat 5778- 2018 nuova lezione:
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2 PECCATI 2 TIPI DI SERPENTI
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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

KHUKAT 5770 – 2 PECCATI 2 TIPI DI SERPENTI
Ogni dettagli della Torà ci fornisce un prezioso insegnamento. Per questa ragione ci sono due serpenti: quello non velenoso (nakhash) e il velenoso (saràf). Non basta solo rispettare Dio ma anche i suoi rappresentanti e ogni sua creatura.

KHUKAT 5769 – PERCHE’ MOSHE NON ENTRA IN TERRA SANTA?
Ha-shem ci insegna un concetto di psicologia FENOMENALE!
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KHUKAT 5768 – MOSHE NON ENTRA IN ISRAELE! PERCHE’?
Anche l’uomo più umile sulla terra può peccare con un minimo di orgoglio!
Una lezione dedicata al 3 di Tammuz, giorno in cui il Rebbe di Lubavitch ha lasciato questo mondo fisicamente!

KHUKAT/BALAK 5766 – LA RAGIONE DELLA LOGICA!
Perché Ha-shem ci ha dato i precetti logici? Il vestito “aggiunto” dei precetti logici.

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KORAKH 5779 : 4 LEZIONI

Questo Shabbàt 6 Luglio 2019, 3 del mese di TAMÙZ 5779 leggeremo la Parashà di Korakh Numeri 16: 1 – 18: 32

HAFTARÀ
I Sam. 11, 14-12, 22

KORAKH

se di questo bellissimo mondo creato da Dio,
i miei occhi vedono un luogo da CURARE e ACCUDIRE,
ho COLTO il mio VERO RUOLO nel suo completamento.
Viceversa, se di questo mondo NOTO solamente i suoi
PUNTI DEBOLI, dovrò di ME STESSO prendermi CURA.
[ Il Rebbe di Lubàvitch ]
~
Questo Shabbat Ghimel Tammuz è il giorno del REBBE.
Mostriamo che i suoi insegnamenti sono VIVI!
Aumentiamo la PASSIONE per lo STUDIO
e l’osservanza delle MITZVOT,
portiamo più LUCE e così
affretteremo la venuta di MASCHIACH!
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

KORAKH
NUOVO LEZIONE VIDEO KORAH 2019

VALORE DELLA MONARCHIA e il ponte MORANDI!

Significato della Conversazione tra il popolo e il profeta Shmuel

nuova lezione video 34 mn
youtube: https://youtu.be/_Kr7mwScPNA

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10157225452985540

Ci sono due tipi di intermediari uno che unisce le due parti e un altro che le divide.
La differenza consiste se l’intermediario si considera un’entità a se o completamento nullo e devoto alla sua missione di unire le due parti.
Questa è la particolarità del vero RE come Moshè e come David e in ogni generazione c’è anche una guida della generazione che ha le stesse caratteristiche…

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KORAH 2018: LE CAUSE PER ROVINARSI LA VITA!
La Torà è un vero MANUALE DI VITA.
La storia di Korah ne è un grande esempio.
Come ha fatto il cugino di Moshè, super dotato e intelligente, a cadere così in basso e distruggere tutta la sua vita e la sua famiglia?
Le cause sono molteplici, ma ognuno di esse contiene una pillola di saggezza.
Nella vita essere troppo ricco, troppo carismatico, troppo analizzatore, troppo intrallazzato, significa essere sempre ai livelli alti e a volte anche troppo… alti!
Questi troppi possono diventare anche un “TROPPO” caduta in negli abissi!!!
LEZIONE IMPERDIBILE!
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Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

TRE FILOSOFIE DI VITA ERRATE!

L’ultrarealista, l’ultraidealista e l’ambiguo e superficiale a confronto!

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Kòrakh: Panoramica della parashà

Il nome di questa parashà deriva dal suo personaggio principale, Kòrakh, cugino di primo grado di Moshè. Non molto dopo gli eventi narrati nella precedente parashà, ovvero l’episodio degli esploratori e le sue conseguenze, Kòrakh capeggiò una rivolta contro la leadership di Moshè. Questa parashà è interamente dedicata alla narrazione di questa ribellione e della reazione di Hashèm a essa.
Un aspetto curioso di questa rivolta è il tempo nella quale avvenne. Dopo tutto, Moshè aveva condotto il popolo fuori dall’Egitto più di un anno prima. Certamente, se Kòrakh e gli altri istigatori di questa insurrezione avevano delle rimostranze contro Moshè, avrebbero dovuto farle presenti molto prima di questa data, senza aspettare un anno dopo la redenzione dalla schiavitù. Inoltre, Hashèm aveva appena approvato in maniera inequivocabile il comando di Moshè spalleggiandolo contro le polemiche causate dall’episodio dagli esploratori e rifiutando ogni tentativo di conquistare la terra senza il coinvolgimento di Moshè. Il tentativo di fomentare una ribellione contro Moshè ora, sembrerebbe il momento meno opportuno, rispetto a tutte le occasioni avute in precedenza.
In realtà, Kòrakh decise di ribellarsi non solo malgrado gli eventi della parashà precedente, ma proprio a causa di essi.
Detto in breve, Kòrakh non era d’accordo con la definizione che Moshè e Aharòn davano della relazione tra il profano e il sacerdote, tra gli aspetti mondani e sacri della creazione. Secondo Kòrakh, l’uomo della strada che trascorre la maggior parte della giornata in attività mondane e materiali è santo tanto quanto il sacerdote, la cui intera giornata si svolge nel Santuario.
Kòrakh aveva notato la reazione di Hashèm al desiderio degli esploratori di rimanere nel deserto, nel quale Israèl viveva in una dimensione puramente spirituale, protetti dalle nuvole di gloria e nutriti dalla manna e dal pozzo che viaggiava con loro. Gli esploratori non desideravano entrare in “una terra che divora (consuma) i suoi abitanti” (cap 13, 32) con le sue distrazioni terrene. Moshè chiarì allora che era propria questa la precisa volontà di Hashèm, ossia che gli Israeliti entrassero nella terra promessa e la rendessero santa. Hashèm desidera che essi entrassero negli aspetti mondani dell’esistenza naturale dell’uomo, anche se ciò significa un degrado spirituale, rispetto al livello goduto nel deserto. Innalzare la mondanità è il vero scopo di tutta la creazione.
Se questo è vero, argomentava Kòrakh – ed è qui che sbagliò – perché il laico dovrebbe guardare il sacerdote dal basso verso l’alto? Perché dovrebbe ritenere la porzione del suo prodotto che egli mette da parte per il sacerdote come l’apice, la parte migliore del suo lavoro? Perché dovrebbe considerare le poche ore al giorno che spende in attività simili a quelle del sacerdote – ovvero lo studio e la preghiera – come il culmine della sua giornata? Non si dovrebbero considerare attività di pari importanza, senza che una sia migliore o più santa dell’altra?
Se non altro, il semplice ebreo e la sua consacrata vita mondana sono più santi del sacerdote e della vita che egli conduce, poiché è lui che adempie al vero scopo che Hashèm ha nella creazione.
I differenti ruoli del sacerdote e del laico, insisteva Kòrakh, sono separati ma di pari importanza, poiché Hashèm li desidera entrambi. Chi può dire che il ruolo del sacerdote è in qualche modo più sacro di quello del laico, e che la persona laica ha bisogno di nutrimento spirituale da parte del sacerdote?
Quindi Kòrakh, che criticava “l’innalzarsi” di Aharòn al di sopra della congregazione, desiderava diventare egli stesso sommo sacerdote per sistemare le cose e resettare gli equilibri. Egli voleva cambiare lo status del sommo sacerdote quale persona solo differente dal resto del popolo, ma non migliore. «Giacché l’intera congregazione – tutti loro – sono santi e Hashèm è fra di essi! Perché, quindi, vi erigete al disopra della comunità di Hashèm?». Ma ancora di più: «perché la congregazione dovrebbe “elevarsi” e desiderare di essere come voi, quando è coinvolta nelle sue attività mondane?».
A tutto ciò Moshè rispose: «Al mattino, Hashèm renderà noto…». Un laico che obbedisce ai comandamenti di Hashèm, mentre si occupa degli aspetti più materiali della vita, realizza il vero desiderio che Dio ha per la Sua creazione. Invece, le attività spirituali di un sacerdote non possono realizzare da sole il progetto di Hashèm per la creazione. Tuttavia, anche se al profano viene comandato di entrare nella terra e di lavorarla, allo stesso tempo gli viene ordinato di tenere gli occhi rivolti al sacerdote, ovvero alla trascendenza, in modo di elevare tutti quei momenti della giornata che possono essere trasformati in santità. Facendo questo la sua vita può riempirsi di luce come al “mattino”, cosicché eseguendo ciò che Hashèm gli comanda, egli potrà accrescere la consapevolezza di Dio nel suo cuore e nella sua mente.
Così, dall’episodio degli esploratori, nella parashà precedente, impariamo che il fine di Hashèm nella creazione può venir realizzato allorché entriamo nella terra, nel mondo materiale, ovvero quando l’ebraismo è più di un impegno intellettuale o emotivo, poiché trova la sua piena espressione nell’azione. Mentre da Kòrakh impariamo che l’enfasi posta sull’azione pratica, non deve scivolare in un ebraismo arido e meccanico. L’esecuzione dei comandamenti a livello fisico, ci infonde l’energia che deriva dalla consapevolezza e dall’amore per Hashèm, fa risplendere il nostro operato della luce del mattino, quella luce che illumina il buio della notte. Questo è il profondo senso del termine MATTINO usato da Moshè come risposta a Kòrakh.
Dopo che la ribellione fu sedata (prime quattro chiamate), Hashèm confermò nuovamente la distinzione della tribù di Levi e della casta sacerdotale (quinta chiamata), riepilogando le responsabilità dei sacerdoti e dei Leviti verso i laici e gli obblighi di questi ultimi verso i primi (ultime due chiamate).
Sebbene la connessione tematica tra questa ratifica e la ribellione di Kòrakh sia chiara, sembra strano che essa sia posta in una parashà che prende il nome dalla persona che mise in dubbio la correttezza di questa distinzione nel modo più eclatante, lamentandosene apertamente.
Alla luce di ciò che abbiamo detto, tuttavia, l’inclusione di questi segni distintivi sotto il titolo “Kòrakh” risulta, in effetti, appropriata. Alla fine dei conti l’idea iniziale di Kòrakh non era malvagia, egli desidera diventare egli stesso il sommo sacerdote, per sperimentare la trascendenza e la vicinanza a Hashèm. In questo aspetto, dobbiamo certamente emulare Kòrakh.
Infatti, questo è il messaggio centrale della parashà – desiderare ardentemente la trascendenza, anche mentre ci troviamo immersi nella vita mondana[1] e il nome della parashà esprime proprio questo concetto.
(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr)

[1]Likuté Sikhòt vol. 4, pagg. 1048 e seg.; vol. 8 pagg. 114 e seg.
Questo Shabbat è il 3 di Tammuz e commemoriamo il 24° anniversario da quando non vediamo fisicamente il Rebbe di Lubavitch.
La vita del Rebbe era totalmente dedicata al prossimo, anche dopo la grande tragedia dell’Olocausto, non smise mai di ricercare anime smarrite da riportare sulla via della Torà, delle mitzvòt e dell’amore per Hashèm  “Candele spente”, spesso da molto tempo, a cui serviva solo un aiuto, una spinta, un cerino per poter tornare ad illuminare il mondo.
Questa settimana era l’anniversario del Premio Noble Elie Wiesel, un uomo dal quale possiamo imparare tante cose, ma in particolare la forza di RICOMINCIARE da capo in qualsiasi momento.
Un esempio di come non farsi condizionare dal passato lo troviamo in un episodio che un sopravvissuto all’Olocausto, Elie Wiesel, ha avuto con il Rebbe, come raccontato nel suo libro di memorie ” All the Rivers Run to the Sea”:
“Alla mia prima visita alla corte del Rebbe di Lubavitch, a 770 Eastern Parkway a Brooklyn NY, avevo subito informato il Rebbe che ero un Chasid di Vishnitz, non Lubavitch, e che non avevo intenzione di cambiare i miei costumi.”
“La cosa importante è essere un Chasid”, rispose il Rebbe. “Poco importa quale.”
Successivamente, scrive Wiesel, durante Simchat Torah, ho visitato la sinagoga centrale di Lubavitch, come era mia abitudine:
“Benvenuto”, mi disse il Rebbe. “È bello che un Chasid di Vishnitz venga a salutare a Lubavitch. Ma come è il modo in cui si celebra Simchat Torah in Vishnitz?”
“Rebbe” dissi debolmente, “non siamo in Vishnitz, ma in Lubavitch.”
“Allora facciamo come si fa in Lubavitch” (Rebbe).
“E cosa si fa nel Lubavitch?” (Wiesel).
“In Lubavitch diciamo Lekhayim” (Rebbe).
“In Vishnitz, anche” (Wiesel).
“Ottimo. Puoi dire Lekhayim” (Rebbe). Mi porse un bicchiere riempito fino all’orlo di vodka.
“Rebbe in Vishnitz un Chasid non beve da solo”. “Né in Lubavitch,” rispose il Rebbe.
Lui vuotò il bicchiere che aveva in un sorso. Ho seguito l’esempio.
“Un bicchiere è abbastanza in Vishnitz?” (Rebbe).
“In Vishnitz,” dissi coraggiosamente, “un solo bicchiere è come una goccia nel mare.”
“In Lubavitch pure” (Rebbe).
Mi porse un secondo bicchiere e riempì il suo. Disse Lekhayim, risposi Lekhayim, e svuotammo i nostri bicchieri.
“Ti meriti un bracha (benedizione)” disse il Rebbe con il volto raggiante di felicità. “Chiedilo”! (Rebbe).
Non ero sicuro di cosa dire.
“Lasciate che vi benedica in modo da poter ricominciare la vita da nuovo” (Rebbe).
“Sì, Rebbe mi dia la sua bracha” (Wiesel).
E il Rebbe benedisse Eli Wiesel per iniziare una nuova vita.
L’uomo che era ancora tormentato dagli orrori della “Notte” (il nome del suo primo libro), dove ha visto i luoghi più orribili che l’occhio umano possa sopportare, lui che ha rifiutato di sposarsi e avere figli pensando che è ingiusto portare bambini ebrei in un mondo così crudele e brutale, in ultima analisi, ricostruì la sua vita dalle ceneri, creando una famiglia, e diventando un portavoce di speranza e di coscienza in tutto il mondo.
Speriamo presto di vedere la redenzione e il terzo Santuario presto nei nostri giorni con il Rebbe e Wiesel e  iniziare il nuovo ciclo che il mondo aspetta con fervore.

Speriamo presto di vedere la redenzione e il terzo Santuario presto nei nostri giorni con il Rebbe e Wiesel e  iniziare il nuovo ciclo che il mondo aspetta con fervore.

IL PDF della Parashà di questa settimana di KORAKH sarà pronta a breve e lo caricherò sulla mia pagina FACEBOOK BH.
NUOVO LEZIONE VIDEO KORAH 2018
KORAH: LE CAUSE PER ROVINARSI LA VITA!
La Torà è un vero MANUALE DI VITA.
La storia di Korah ne è un grande esempio.
Come ha fatto il cugino di Moshè, super dotato e intelligente, a cadere così in basso e distruggere tutta la sua vita e la sua famiglia?
Le cause sono molteplici, ma ognuno di esse contiene una pillola di saggezza.
Nella vita essere troppo ricco, troppo carismatico, troppo analizzatore, troppo intrallazzato, significa essere sempre ai livelli alti e a volte anche troppo… alti!
Questi troppi possono diventare anche un “TROPPO” caduta in negli abissi!!!
LEZIONE IMPERDIBILE!

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/06/10/korakh-5770-tre-filosofie-di-vita-errate/

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

TRE FILOSOFIE DI VITA ERRATE!

L’ultrarealista, l’ultraidealista e l’ambiguo e superficiale a confronto!

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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

Non si possono descrivere in poche parole le qualità del Rebbe, ma una in particolare era la sua positività e il vedere sempre il buono in ogni persona e in ogni cosa.

Uno dei tanti esempi ci viene dalla seguente storia:

Il Rabbino Berel Baumgarten (nel 1978) è stato un educatore in una yeshiva ortodossa a Brooklyn, NY, prima di trasferirsi a Buenos Aires. Una volta scrisse una lettera al Rebbe per chiedere un consiglio. Ogni Shabbat pomeriggio, quando faceva  lezione con i suoi studenti, uno di questi arrivava con addosso un evidente odore di fumo di sigaretta. Chiaramente, fumava di Shabbàt e il maestro pensò: “La sua influenza può causare nei suoi compagni di classe il desiderio di cessare di osservare lo Shabbàt? Forse è meglio espellerlo dalla scuola?”.

La risposta del Rebbe non fu altro che un riferimento accademico: “Vedi Avot deRabbi Natan capitolo 12” senza dare ulteriori spiegazioni.

 

Avot deRabbi Natan è un trattato talmudico, un addendum all’Etica dei Padri, composta nel IV secolo dell’era volgare da un saggio del Talmud noto come Rabbi Natan Habavli (da qui il nome Avot deRabbi Natan). Io ero curioso di capire la risposta del Rebbe.

Rabbi Baumgarten era alla ricerca di consigli pratici, e il Rebbe lo aveva mandato a un testo antico …

Aprìi Avot deRabbi Natan a quel particolare capitolo e trovai una storia, sulla vita di Aharòn il Sommo Sacerdote di Israele.

Aharon, ci insegnano i saggi, riportò molti ebrei da una vita di peccato a una vita di purezza. Egli fu il primo nella storia ebraica a fare “Baalei teshuvà” ossia ispirare ebrei a riabbracciare il proprio patrimonio, la fede e la missione spirituale interiore. Ma, a differenza di oggi, al tempo di Aharon essere un peccatore era una situazione anomala, perché gli ebrei della sua generazione videro Dio nella sua piena gloria, e  ribellarsi contro di Lui eraun segno di vero tradimento e malafede.

Come riuscì Aharon in questa difficile impresa? Egli usava salutare calorosamente OGNI persona.  Anche un grande peccatore veniva accolto da Aharon con grazia e amore. Aharon abbracciava questi “peccatori ebrei” con calore e rispetto. Il giorno seguente, quando questa persona desiderava peccare, diceva a se stesso: Come sarò in grado di guardare Aharon negli occhi dopo aver commesso un peccato così grave? Lui mi tiene in così alta considerazione morale, come lo posso ingannare e deludere? E così questa persona si asteneva dal comportamento immorale.

Ora arriviamo al punto di partenza: Aharon fu un leader, un Sommo Sacerdote, perché anche il suo bastone è sbocciò. Non rinunciò mai ai bastoni secchi. Non guardò mai qualcuno dicendo: “Questa persona è una causa persa. Egli è completamente tagliata fuori dal suo albero, da ogni possibilità di crescita. È secco, fragile, e senza vita”. Per Ahron, anchei  rami secchi fioriscono e producono frutti”.

Questa è la storia raccontata in Avot deRabbi Natan. Questa è stata la storia che il Rebbe di Lubavitch volle che il Rabbino Berel Baumgarten imparasse a interiorizzare. “Dovrei espellere il bambino dalla scuola” fu la sua domanda; “Egli è, ebraicamente parlando, un pezzo di legno duro!”.

La risposta di Aharon è questa: lo amo all’infinito. Lo abbraccio con ogni parte del mio essere, apro il mio cuore a lui con calore e affetto. Apprezzarlo, rispettarlo e fargli sentire che realmente ti curi di lui. Si veda in lui o lei quello che lui o lei non può essere in grado di vedere in se stesso in quel momento. Se si guarda la persona che ci è davanti come un grande essere umano egli diventerà proprio questo.

Questo, ancora una volta, è il segno del vero leader: dove altri potrebbero aver visto un bastone spiritualmente arido, il Rebbe ha visto il potenziale della creazione di uno stimolante giardino.

Se solo ogni educatore, genitore, rabbino, insegnante e leader potessero emulare il suo esempio, si avvicinerebbe il giorno in cui tutto il nostro vero potenziale e del mondo sboccerebbe e farebbe emergere la gloria di Hashem.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

KORAKH 5770 – TRE FILOSOFIE DI VITA ERRATE!
L’ultrarealista, l’ultraidealista e l’ambiguo e superficiale a confronto!

KORAKH 5768 – DITTATURA CORROTTA?
Perché gli ebrei accusano Moshè di aver ucciso il popolo dopo il miracolo della terra che inghiottisce Korakh?
Perché Ha-Shem compie un secondo miracolo con il bastone di Aharon?

KORAKH 5766 – IL POSITIVO DAL NEGATIVO!
Come trasformare una vicenda negativa, come quella di Korakh, in insegnamenti positivi di vita!

KORAKH 5765 – TROPPA RICCHEZZA, TROPPA INTELLIGENZA, TROPPA NEGATIVITA’
Come un uomo con tante doti può commettere gravi errori!

Pubblicato in Korakh, Parashot | 2 commenti

SHELAKH 5779: 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 29 Giugno 2019  26 del mese di SIVAN 5779 leggeremo la Parashà di Shelakh Numeri 13: 1 – 15: 41
HAFTARÀ Giosuè 2: 1-24.

Si annuncia Rosh Chòdesh

SHELAKH

siamo arrivati alla quarta Parashà ed ecco il link di Shelakh tradotta e commentata dal nuovo libro di Bamidbar in fase di uscita.
Si consiglia di stampare due pagine in un foglio fronte e retro per studiare per la prima volta in italiano Shelakh commentata e illustrata.
Cliccare sul seguente link in alcuni casi col mouse destro:
www.virtualyeshiva.it/files/kodesh/Shelakh.pdf
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Qual’è la causa che ha portato l’idolatria nel mondo? Quale è il giusto rapporto con il nostro lavoro e come non farsi inghiottire dalla nostra professione? Se è Dio che guarisce perché andiamo dal medico? Qual’è il giusto equilibrio tra la medicina e la fede in Hashèm?
Queste e tante altre domande presuppongono una risposta fondata su un GRANDE INSEGNAMENTO DI VITA.
Questa lezione, basata sugli insegnamenti del Rebbe di Lubàvitch (Likuté Sikhòt vol XVIII), spiega e chiarisce queste domande spiegando il parallelismo tra l’idolatria e la mitzvà di donare la Khallà (una parte dell’impasto) impariamo un messaggio di vita ATOMICO.
Lo scopo della nostra esistenza è cercare l’equilibrio tra anima e corpo, tra attributi negativi e quelli positivi. Capendo il significato degli intermediari – senza valorizzarli più di quello che sono veramente – riusciremo a trovare il giusto equilibrio nella vita.
Questo insegnamento viene tratto grazie all’accostamento di due precetti apparentemente lontanissimi tra loro: l’idolatria è la base della fede, mentre la Khallà è un precetto importante, ma non fondamentale. Tuttavia l’associazione tra di loro ci insegna come trovare il giusto equilibrio con la natura che ci circonda.
Il frutto della nostra fatica deve mantenere le giuste proporzioni e non deve illuderci che è tutto grazie al sudore della nostra fronte se siamo riusciti a raggiungere importanti risultati.
Collegando tutto questo al filo conduttore della parashà capiremo il collegamento con l’errore degli esploratori che hanno guardato il mondo con superficialità. Gli esploratori non hanno capito che lo scopo della creazione di un mondo privo di spirito è solo per elevarlo e rivelare che anche nella materia c’è la mano di Dio nascosta.
In altre parole non hanno creduto nella forza che Hashèm gli ha dato di poter trasformare la materia in spirito, ovvero non hanno creduto in se stessi, hanno peccato in mancanza di AUTOSTIMA.
Impariamo dall’errore degli esploratori a non sottovalutarci e a realizzare la nostra missione nel mondo anche se ci sembra impossibile.
Se anche il padrone di un asino sa quanto può resistere il suo animale; sicuramente Hashèm sa fino a dove possiamo arrivare. Se Dio ci ha messo nel mondo per elevarlo sicuramente siamo in grado di farlo.
BASTA CHE CREDIAMO IN NOI STESSI e che non siamo nati per COINCIDENZA, ma per fare una differenza nel mondo!

questo il riassunto di questa nuova lezione video BOMBA 31mn

VERO SIGNIFICATO DELL’IDOLATRIA

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
rav Shlomo Bekhor

SHELAKH
LEZIONE ANNO SCORSO SU SHELAKH 5778: ESSERE PSICOLOGI DI SE STESSI!
Come bisogna essere medici del proprio corpo e capire le cause di ogni sintomo a cosa può portare, così bisogna essere medici della propria psiche. Capire che in certi momenti di poco equilibrio bisogna agire con maggiore prudenza.
Il Rebbe dice che la nostra generazione deve agire con più giogo divino e sottomissione e non basare il rapporto con Hashem solo sulla razionalità, perché in questi tempi si potrebbe rischiare di cadere spiritualmente.
Questo è il consiglio e l’ordine dato da Moshè agli esploratori di comportarsi come turisti e non come spie. Tuttavia loro essi si sono comportati diversamente, pensando di essere furbi e fare un salto di livello che li porterà a una caduta storica indimenticabile.
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Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/06/18/shelakh-5769-il-peccato-della-comparazione-degli-alberi

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_06_18_shelakh5769_mekoshesh_shabbat_basevita.mp3

IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!

Esplorazione del mondo nascosto dell’enigmatico “raccoglitore di legna”!!!

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Panoramica della parashà Shelàkh

Nonostante i due ritardi/incidenti nella parashà precedente – uno durato un mese e l’altro una settimana – questa parashà si apre con il racconto del popolo pronto a entrare nella Terra di Israele. Come preparazione finale prima di lanciarsi alla conquista, gli Israeliti mandarono i loro capi più illustri e raffinati in avanscoperta. Ma come risultato della missione, il popolo dovette soffrire la terza e più grave battuta d’arresto, che causò la morte dell’intera generazione nel deserto e ritardò l’ingresso nella Terra Promessa di altri trentanove anni.
La maggior parte della parashà è dedicata ai dettagli di questa storia tragica e drammatica. L’ultima parte della parashà, tuttavia, si allontana improvvisamente dal racconto storico e discute un buon numero di leggi e di eventi che apparentemente non hanno alcuna connessione gli uni con gli altri o con i fatti ricordati all’inizio della parashà:
il requisito di portare offerte di grano e vino insieme con i sacrifici degli animali,
il requisito di dare khallà che è una parte di ogni impasto di pane ai sacerdoti,
le leggi che riguardano le offerte che espiano il peccato di idolatria,
la vicenda dell’uomo che raccolse della legna di Shabbàt,
il comandamento di aggiungere dei tzitzìt – frange agli angoli dei vestiti.
Le leggi sembrerebbero appartenere al Libro del Levitico, e l’incidente dell’uomo che raccoglieva i ramoscelli – che accadde poco dopo il Dono della Torà – sembrerebbe appartenere al Libro dell’Esodo. Perché vengono collocati qui, e come sono connessi al nome della parashà, Shelàkh, che significa semplicemente “manda”?
Per capire, ricordiamo ancora una volta che lo scopo della discesa dell’anima nel corpo, la creazione del popolo ebraico, l’esilio in Egitto e l’Esodo, il dono della Torà, e l’ingresso e la successiva conquista della Terra di Israele, sono avvenuti tutti per il preciso scopo di trasformare questo mondo in una dimora per Hashèm, che significa disseminare la coscienza divina nel mondo intero.
In altre parole noi siamo tutti – sia individualmente che collettivamente – emissari di Hashèm per realizzare il Suo scopo in Terra. Per questo è certamente opportuno che alla vigilia dell’ingresso nella terra di Israele, dove questo scopo sta per essere completato, Hashèm dice a Moshè di mandare dei rappresentanti del popolo in missione. Questo compito racchiude l’essenza di ciò che rappresenta l’ingresso alla Terra promessa: completare la nostra missione divina come emissari di Hashèm in questo mondo.
Esistono molte spiegazioni del perché gli esploratori fallirono in questa missione, e ne vedremo alcune in seguito. Ma il vero motivo sottostante del loro tragico errore fu che essi credettero che gli emissari (cioè gli Israeliti in toto), non fossero in grado di compiere la loro missione, che il Mandante avesse in qualche modo sovrastimato le capacità dei Suoi rappresentanti o sottostimato le difficoltà che essi avrebbero incontrato.
La generazione dell’Esodo conquistò il livello di coscienza divina più alto che ogni altra generazione nella storia. Hashèm li nutriva con la manna celeste, e questo ogni giorno ricordava loro il coinvolgimento divino persino negli aspetti mondani della vita. Ciò fece sì che essi diventassero i recipienti ideali per [accogliere] la Torà[1]. Essi furono anche testimoni dell’assoluto controllo di Hashèm sulle “immutabili” leggi della natura, e della Sua abilità nel sospenderle per il Suo popolo. E infine, avevano assistito alla rivelazione divina nella promulgazione della Torà sul monte Sinày. Come è possibile allora che questo stesso popolo, esposto quotidianamente ai miracoli di Hashèm, mutasse improvvisamente in una moltitudine di scettici spaventati? E come è possibile che la loro élite spirituale cadesse così in basso sin al punto di mettere in dubbio l’onnipotenza di Hashèm?
La risposta è che fu proprio la loro elevata spiritualità a condurli in errore. Essi desideravano sperimentare la vita e perseguire il divino liberi dalle distrazioni della materialità. Nel deserto erano protetti dalla nuvola di gloria, sostentati dalla manna e dal pozzo di Miryàm e soddisfatti in tutti i loro bisogni fisici. Il loro tempo era dedicato totalmente allo studio della Torà, alla meditazione e alla preghiera. Ripugnava loro l’idea di entrare nel mondo reale, dove il pane doveva essere ottenuto col sudore dato dal lavoro della terra, e la vita non poteva essere un paradiso celeste[2].
Per questo motivo gli esploratori riferirono che la terra “consuma i suoi abitanti”: essi temevano che una volta entrati finissero preda della sua materialità e non potessero più essere totalmente spirituali. Ai loro sentimenti fecero eco, secoli dopo, le parole di Rabbi Shim’òn bar Yokhày, che disse: “Se una persona ara quando è tempo di arare, semina quando è tempo di seminare, raccoglie quando è tempo di raccogliere, trebbia quando è tempo di trebbiare e fa la mondatura quando è il tempo di mondare, cosa ne sarà della Torà?”[3].Certamente, questa aspirazione ci ha indotto a desiderare, con tutto il cuore e attraverso le varie epoche, l’avvento dell’era messianica, quando la materialità terrena non distrarrà più l’elevazione spirituale[4].
È lodevole desiderare la venuta di questo tempo; tuttavia, questo desiderio deve essere bilanciato dalla umile sottomissione ai piani che Hashèm ha per il creato. Il compito della vita è vivere all’interno della realtà mondana e rivelare il divino nascosto che c’è in essa. Gli esploratori e tutta la loro generazione non erano disposti a portar avanti il mandato ricevuto sul monte Sinày – cioè portare il paradiso in terra e la terra in paradiso, perché non sono stati in grado di percepire il grande vantaggio di entrare nel mondo materiale, dove l’essenza di Hashèm può essere trovata ubbidendo ai suoi comandamenti sul piano fisico, e anche perché temevano le insidie che accompagnano questo compito più legato ad azioni fisiche che allo spirito.
Era precisamente questo equivoco che doveva essere smentito una volta per tutte prima dell’ingresso nella terra promessa. È molto facile, quando si considera l’ampiezza delle richieste della Torà nella nostra vita e gli sforzi che dobbiamo dedicare per soddisfare tali richieste in modo appropriato, cadere nella trappola del ragionamento secondo cui Hashèm ci sta chiedendo troppo. Dopo tutto, la Torà cerca di governare ogni aspetto della vita, in tutti i suoi innumerevoli dettagli. Anche studiare la Torà di per se, sembra un compito impossibile, poiché “la sua lunghezza è maggiore di quella della terra, e la sua profondità maggiore di quella degli oceani”[5].
E come se non bastasse, la Torà ci chiede di sublimare i nostri istinti animali innati e di resistere alle pressioni della società e alle sue regole. Come può la flebile voce dei pochi che sono fedeli a Hashèm vincere il frastuono di coloro che lo ignorano e non farsi condizionare dalle regole della società?
Solidi argomenti, certo, che tuttavia, dopo soltanto una riflessione momentanea, si sbriciolano. Poiché anche un committente umano, se dotato di un minimo di senso, non dà a un suo rappresentante un compito troppo difficile per lui da compiere. E se un committente umano può sbagliare nella stima delle capacità dell’emissario, Hashèm ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi: come nostro Creatore, Egli è completamente cosciente dei nostri punti di forza e delle nostre debolezze. È perciò inconcepibile che Egli possa o voglia assegnarci un compito che non possiamo portare a termine.
Fallendo la loro missione gli esploratori, paradossalmente, hanno avuto successo in un modo molto più completo. Il loro fallimento ha permesso che il bene prezioso, da loro disdegnato – ovvero il fine divino di far diventare questo mondo una dimora per Hashèm – fosse raggiunto in modo più integro rispetto a quanto il loro successo avrebbe mai potuto conseguire.
Il modo migliore per fare del mondo la dimora di Hashèm è rivelare che, in realtà, la nostra vera e innata natura è divina, ovvero realizzare la prospettiva, gli obiettivi e i desideri di Hashèm come se fossero nostri.
Quando riusciamo in questo intento, non solo seguiamo la volontà di Hashèm perché ci viene detto, ma anche perché la nostra mente e il nostro cuore ci spingono a farlo.
Il problema è che trasformare se stessi in tal senso è un processo di auto raffinamento lungo e faticoso.
Sarebbe molto più semplice e veloce sottomettersi in toto alla volontà di Hashèm dandogli “carta bianca”, piuttosto che raffinare gradualmente l’intelletto e le emozioni con un allenamento costante che insegni loro a vedere la presenza di Hashèm attraverso la materialità del mondo. Ma questo è esattamente quello che il peccato commesso dagli esploratori ci ha permesso di fare in modo più semplice.
Per prima cosa, gli esploratori riuscirono a entusiasmare il popolo all’idea di entrare nella Terra di Israele[6]. Grazie a loro, gli ebrei udirono da testimoni oculari che nella terra fluivano latte e miele, e che quindi non dovevano credere alla promessa di Hashèm solo in base alla fede. Una volta riscossi dai loro dubbi momentanei, essi vennero trascinati dal desiderio di entrare nella terra promessa. I loro figli porteranno dentro i loro cuori e menti, questa conoscenza delle virtù della terra di Israele quando vi entrarono gioiosamente insieme a Yehoshù’a. Infatti, gli esploratori che Yehoshù’a mandò in seguito, avevano solo uno scopo strategico ma non di convincimento, poiché il popolo non necessitava più un’ulteriore conferma della bellezza e delle caratteristiche benefiche della terra che li attendevano.
Secondo, il fatto che gli esploratori – essendo i CAPI di Israèl e quindi rappresentati di tutto il popolo – camminando attraverso la terra, la prepararono spiritualmente per il successivo ingresso di Israèl in toto. La missione delle spie ebbe allora l’effetto immediato di iniziare la conquista della terra e spianare la strada per la effettiva presa[7].
Terzo, se le spie e la loro generazione non avessero peccato, il popolo sarebbe comunque entrato sotto la guida di Moshè e sarebbe stato condotto ad una vittoria miracolosa dalla nuvola di gloria e dalla colonna di fuoco di Hashèm. Ma in tal modo, la vittoria e la conquista sarebbero state solo di Hashèm, piuttosto che del popolo aiutato dal Suo costante supporto. A causa del peccato degli esploratori, la terra doveva essere ora conquistata dalla prodezza in battaglia, ma la vittoria che ne sarebbe seguita, sarebbe stata il risultato degli sforzi del popolo. E poiché essi dovettero lottare per essa, la avrebbero poi valorizzata di più che se l’avessero ricevuta solo quale dono di Hashèm.
E infine, l’errore delle spie ci insegna la preziosissima lezione che possiamo tutti portare a termine la missione di Hashèm, e che non dovremmo mai fare l’errore di pensare che non siamo all’altezza della Sua chiamata per completare il nostro incarico.
Così, alla luce di quanto spiegato, era cruciale che le spie “peccassero”: era l’unico modo per raggiungere l’obiettivo di Hashèm di rendere il mondo una dimora per l’infinito, il solo modo in cui il processo storico avrebbe potuto procedere esattamente nella miglior maniera possibile. La loro vera colpa non consiste in quello che fecero, ma nel fatto che si focalizzarono solo su una faccia della medaglia, senza vedere il lato positivo del loro operato.
Forse essi possono essere perdonati per questo errore, questa era in fondo la prima volta che una generazione era chiamata a vivere il paradosso di desiderare il paradiso mentre lavorava sulla terra, di riconoscere l’importanza dell’io e allo stesso tempo abrogarlo in totale obbedienza: vivere con questa contraddizione può inizialmente sembrare impossibile. Così come dicono i nostri saggi: “tutti gli inizi sono difficili”.
In ogni caso, la lezione che dobbiamo imparare dagli esploratori è insieme l’importanza di aspirare ardentemente alla vita spirituale e di sottomettersi umilmente al desiderio di Hashèm di fare di questo mondo la Sua dimora, e di raggiungere il giusto bilancio tra questi due aspetti. Sia agire come una persona incentrata su se stessa che, all’opposto, operare con cieca obbedienza hanno entrambi degli inconvenienti: l’obbedienza cieca rappresenta il nocciolo, il substrato, del nostro impegno verso Hashèm, ma una vita basata su questo non coinvolge la persona nella sua interezza; agire nel nostro interesse permette alla prospettiva divina di permeare il nostro essere intero, ma fare ciò ci espone al rischio di lasciare che il nostro ego ci conduca fuori strada.
Lo scopo è rimanere consci del nostro impegno sovra razionale e incondizionato verso Hashèm pur facendo nostra la Sua realtà.
La nostra missione è garantita per avere successo solo quando ci impegniamo a manifestare la nostra dimensione divina in quanto mandatari di Hashèm, piuttosto che per promuovere i nostri interessi personali[8].
[1] Mekhiltà Beshalàkh 16, 4.
[2] Likuté Torà 3, 36.
[3] Berakhòt 35b.
[4] Ràmbam Teshuvà 9:2.
[5] Iyòv 11, 9.
[6] Cf Rambàn Bemidbàr 13, 1.
[7] Questa preparazione spirituale si concluse quando Moshè posò lo sguardo sulla terra dalle altitudini al di fuori di essa, proprio prima della sua morte (vedi Tzafnàt Panéakh Devarìm 34, 1).
[8] Basato su Likuté Sikhòt, vol. 23, pag. 92; Sèfer Hassikhòt 5751 vol. 13, pagg. 39-40.

ESSERE PSICOLOGI DI SE STESSI!

Come bisogna essere medici del proprio corpo e capire le cause di ogni sintomo a cosa può portare, così bisogna essere medici della propria psiche. Capire che in certi momenti di poco equilibrio bisogna agire con maggiore prudenza.

Il Rebbe dice che la nostra generazione deve agire con più giogo divino e sottomissione e non basare il rapporto con Hashem solo sulla razionalità, perché in questi tempi si potrebbe rischiare di cadere spiritualmente.

Questo è il consiglio e l’ordine dato da Moshè agli esploratori di comportarsi come turisti e non come spie. Tuttavia loro essi si sono comportati diversamente, pensando di essere furbi e fare un salto di livello che li porterà a una caduta storica indimenticabile.

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IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!

Esplorazione del mondo nascosto dell’enigmatico “raccoglitore di legna”!!!

Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:

http://www.virtualyeshiva.it/2009/06/18/shelakh-5769-il-peccato-della-comparazione-degli-alberi

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

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Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

http://www.virtualyeshiva.it/2015/06/06/shelakh-5772-6-lezioni/

SHELAKH 5770 – TRE TIPI DI AMORE
Mettendo in parallelo il pensiero di Maimonide sulle regole della teshuvà con quello degli esploratori, capiremo che anche se loro avevano pensato di agire per volontà di Ha-shèm, in realtà non avevano ancora raggiunto il livello ottimale di amore per Lui.

SHELAKH 5769 – IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!
Esplorazione del mondo nascosto dell’enigmatico “raccoglitore di legna”!!!

SHELAKH 5768 – AMORE DEGLI ESPLORATORI INFINITO A MOSHE!
Come hanno fatto gli esploratori a sbagliare così gravemente?

SHELAKH 5766 – IL PREZZO DELL’INGRATITUDINE!
Che cosa impariamo dall’errore degli esploratori?

SHELAKH 5766 – TRASFORMAZIONE DEL BENE IN MALE
Le origini del grave errore di valutazione degli esploratori mandati in eretz Israel, sono le stesse che oggi possono portarci lontano dalla missione che Ha-shem ci dato in questo mondo!
Che cosa impariamo dall’errore degli esploratori?

SHELAKH 5765 – QUANDO IL DESERTO AFFASCINAVA DI PIU DEL LAVORARE LA TERRA!
Perché gli esploratori misero in discussione la volontà di Ha-shem?

Pubblicato in Parashot, Shelakh | Lascia un commento

BEHA’ALOTEKHA 5779 : 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 22 Giugno 2019, 19 del mese di SIVAN 5779 leggeremo la Parashà di Behalotekhà Numeri 8: 1 – 12: 16
HAFTARÀ
Zaccaria 2: 14 – 4: 7.

BEHA’ALOTEKHA

B”H
19 Sivan 5779 – 22 Giugno 2019
parasha di: BEHALOTEKHA
accensioni lumi per milano venerdi 20:00 pm

Shabbat finisce: 22.07

a proposito della Menorà che leggiamo questa settimana troviamo un parallelismo con i salmi.
Tutti sappiamo che la lettura quotidiana del salmo 67 (Lamnatzèakh su Neghinòt) con le parole poste a forma di Menorà (candelabro) è molto propizia e permette alla persona di trovare grazia agli occhi di Ha-Shèm e del prossimo.
Re Davìd incise questo salmo su una lastra d’oro che portava sempre con sé in guerra e grazie a essa ogni volta sconfiggeva tutti i nemici.
È molto importante leggerlo a forma di Menorà cominciando da destra, in alto sulle fiamme, andando verso sinistra. Si continua poi sul primo braccio da sinistra, per poi continuare a leggere tutti i bracci da sinistra a destra.
Sul seguente link viene letto con il salmo davanti con la melodia che si dice risalga al tempo del Santuario: https://www.youtube.com/watch?v=rCKXc-3vi5o
Chi legge il salmo in questa forma, facendo attenzione a tenere il libro in posizione verticale (e non orizzontale sul tavolo), viene protetto tutto il giorno in maniera speciale e il suo operato avrà successo.
Se non lo si avesse scritto a forma di Menorà si immagina nella mente questa forma mentre si recita.
Se poi si legge da una pergamena dove è scritto a mano, e non stampato, è molto meglio. È importante non inclinare il libro a destra o sinistra quando si leggono le braccia che sono diagonali, al massimo si può inclinare la testa.
Vedi sotto una storia sulla potenza della Menorà.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

nuova lezione video (30mn)
COME SUPERARE IL PECCATO INIZIALE
youtube: https://youtu.be/TJGZfi-pF6A

BEHA’ALOTEKHA

Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
www.virtualyeshiva.it/2010/05/15/behalotekha-5770-potere-ed-influenza/
dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_05_27_behalotekha_eldadmedad_potere_influenzare_korakh.mp3

PEGGIORE CRISI DI MOSHE!

Consiglio di Sigmund Freud al Rebbe di Lubavitch nel 1903 a Vienna!

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UNA NATURA AGGIUNTIVA

La prima parte del Libro dei Numeri, descrive la formazione di Israèl in un esercito alla vigilia del viaggio che dovrà compiere nel deserto. La prima metà della parashà Beha’alotekhà completa questa formazione.
Con la seconda parte della parashà inizia il secondo argomento fondamentale del Libro dei Numeri, nella quale vediamo il popolo avviarsi nell’importante viaggio verso la Terra Promessa.
Tuttavia, non più tardi della loro partenza, vediamo gli ebrei commettere una rapida successione di errori, che persistono nelle due parashòt seguenti. Il tragico risultato di questo degrado spirituale a spirale è il decreto divino che condanna quella intera generazione a perire nel deserto e a rimandare l’ingresso nella Terra Promessa dopo trentotto anni. Questa tragedia contrasta duramente il tono ottimistico della prima metà dellaparashà.
Andando nel dettaglio, la parashà Beha’alotekhà si apre con il comandamento di accendere il Candelabro del Tabernacolo. Aharòn viene incaricato di mantenere accesi i lumi finché gli stoppini non colgono la fiamma e bruciano da soli e, come verrà spiegato, questa è un’allegoria dello scopo della nostra esistenza sulla terra: accendere la fiamma della coscienza divina fino a che il creato bruci da solo con l’entusiasmo richiesto a completare il suo scopo divino in questo mondo. Per questo motivo, l’accensione del Candelabro racchiude lo scopo intero della creazione: trasformare il mondo in una dimora per Hashèm.
Come si spiega che concetti così totalmente opposti vengano compressi all’interno della stessa parashà? La domanda diventa ancora più pertinente quando consideriamo che il nome della parashà – Beha’alotekhà, che viene dal comandamento di accendere il Candelabro, significa “quando farai salire” e si riferisce all’insegnamento di fare in modo che la fiamma “salga” [bruci] da sola. In che modo l’atto di accendere la coscienza divina nel mondo, fino a che bruci da sola, si adatta al declino morale che si rivela man mano che la narrazione progredisce?
Possiamo cominciare a capire ricordando che la missione divina di rendere il mondo una dimora adatta ad Hashèm si applica a tutte le forme; quindi, il solo modo di completarla è trasformare tutti gli aspetti della vita in sfaccettature ed elementi della nostra relazione con Dio. Non è sufficiente sentirsi vicini ad Hashèm o insegnare ad altri a percepire la stessa cosa quando stiamo esplicitamente svolgendo azioni sante – ovvero quando studiamo la Torà e seguiamo i comandamenti di Hashèm. La Divinità deve permeare allo stesso modo le nostre azioni mondane.
Questo modo di agire può essere acquisito attraverso la pratica, allenando noi stessi o gli altri a superare la tendenza innata della realtà fisica a oscurare la presenza di Hashèm nelle nostre vite e nel creato. Quindi vivere in modo conforme al Creatore diventa una seconda natura, altrettanto reale come la precedente prospettiva del mondo materiale.
Il modo più profondo di ripensare se stessi e gli altri in tal senso è, tuttavia, rivelare la nostra innata divinità. Allorché diventiamo completamente consapevoli che l’esistenza di Hashèm è la sola vera realtà, e che tutto il resto è meramente contingente alla Sua realtà, scopriamo anche la nostra autentica natura, come parte della realtà assoluta di Dio, la nostra percezione del mondo è simile a quella divina.
Scopriamo che l’attitudine di vedere Hashèm ovunque e di essere consci della Sua presenza in ogni cosa che facciamo non è una seconda natura (qualcosa che prende il posto della prima), ma è in effetti la nostra natura primaria, il nostro sé effettivo, che in realtà è la nostra vera essenza, ancora di più di quella che pensavamo fosse la nostra reale “prima” natura.
Questo è il significato profondo dell’espressione “accendere uno stoppino fino a che bruci da solo”: dobbiamo lottare per rifinire noi stessi, gli altri e il mondo intorno a noi fino a che la natura intrinseca di ogni persona e di ogni cosa venga rivelata, e quindi bruci di consapevolezza divina come parte della sua natura intrinseca. Solo quando avremo compiuto ciò, potremo dire di aver trasformato veramente e in modo completo questo mondo per essere un dimora di Hashèm, che si completerà nella redenzione finale.
Questo significa, allo stesso tempo, rivelare la nascosta divinità che si trova all’interno delle nostre ribellioni. Certamente, la rivolta (o, a un livello più sottile, l’idea di rivolta) deve essere domata il più velocemente possibile e questo ci richiede di “forzarci” ad acquisire una seconda natura, quella divina. Ma il modo più profondo per sedare una ribellione è di rivelare la sua vera natura: il rifiuto a ritenerci soddisfatti del grado di comprensione di Hashèm che abbiamo in quel momento e una reazione indignata verso la superficialità della relazione intrattenuta con l’Altissimo. La ribellione evidenzia la vera causa, cioè la disperazione: “Se questo è tutto ciò che c’è nella vita divina, io non lo voglio affatto!”
Viste da questa prospettiva, queste ribellioni articolano il nostro sincero desiderio di ritornare ad Hashèm (teshuvà), in modo da ristabilire la relazione con Lui a un livello molto più profondo di quanto non fosse mai stato prima. Le ribellioni del popolo ebraico, subito dopo la partenza per il loro importante viaggio, possono essere comprese in questa ottica; quindi, il posto adeguato per collocarle è certamente nella parashà il cui tema principale è alimentare la coscienza divina del mondo fino a che tutta la realtà non ne sia illuminata.
Questa è una delle ragioni per cui la Torà parla proprio di Aharòn come di colui che accende il Candelabro, anche se in effetti a chiunque – persino un laico – è permesso farlo[1]. Aharòn era famoso per il suo amore incondizionato per tutti, anche verso coloro i quali non possedevano altre qualità che li riscattasse se non quella di essere una creazione di Dio: “Sii tra i discepoli di Aharòn, che amano la pace e la ricercano, che amano tutte le creature e le avvicinano alla Torà”[2]. Aharòn si interessava persino di persone che sembravano molto distanti dalla santità, faceva fluire in loro la divina coscienza grazie all’amore che trasmetteva e accendeva la loro anima per attirarli sulla via di Hashèm. Questa accensione è quindi parallela al ruolo di Aharòn di portare in risalto l’essenza divina in ogni persona.
Quando riveliamo la nostra profonda natura divina, anche nei momenti più bassi della nostra vita, quando ci sentiamo il meno entusiasti possibile per tutto ciò che è santo, ecco che guadagniamo l’abilità di “accendere lo stoppino” della realtà “finché brucia da solo” in ogni circostanza e a ogni livello, e gli alti e bassi della vita diventano così parte dello stesso processo di “accensione dei lumi”[3].
Perciò la luce del Candelabro rappresenta la luce infinita che porterà Mashiàkh e che illuminerà la vera identità del creato, permettendoci di vedere il divino non solo come una natura secondaria, ma come l’unica vera natura del mondo che è la dimora di Hashèm.
(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr)


[1] Vedi 8, 2
[2] Avòt 1:12
[3] Sèfer Hassikhòt 5751, vol.2, pagg. 598-610

 

 

Il midrash ci racconta che questa è stata una delle situazioni in cui il popolo ebraico ha sbagliato, perciò la Torà interrompe la narrazione dei fatti per separare tra loro e le azioni sbagliate.
“Il popolo ebraico si allontanò dalla montagna di Hashèm…” (Bamidbàr 10, 33)

In che cosa sbagliarono gli ebrei allontanandosi dalla montagna di Hashèm? Effettivamente essi s’incamminarono soltanto quando Dio diede loro un segnale. Perciò, se hanno avuto il consenso per mettersi in viaggio, perché peccarono?
I rabbini spiegano che gli ebrei si spostarono come “bambini che escono da scuola”, di fretta, cioè ansiosi di lasciare il luogo di studio.
Il fatto che i bambini vogliano andarsene appena suona la campana è prevedibile ma quando degli adulti che hanno studiato e appreso la Torà di Hashèm per un anno, al monte Sinai, si affrettano ad andarsene, questo non è giustificabile e questo evento ci insegna che il popolo ebraico non aveva realmente interiorizzato la Torà.
Se guardiamo la Torà come un lavoro opprimente, essa non avrà un effetto positivo su di noi, arricchendo le nostre vite come dovrebbe.
Proviamo a pensare a questo ogni volta che finiamo di pregare o studiare Torà! Allora permettiamo alla Torà e alla tefillà di arricchire le nostre vite in modo che sia sempre un piacere per noi essere veri ebrei.

Speriamo presto di vedere la redenzione e il terzo Santuario e la verità che Hashem ha scelto in Israel e gli ha dato Eretz Hakodesh in eterno.

Riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

BEHA’ALOTEKHA 5770 – POTERE ED INFLUENZA
Perché Moshè risponde in maniera così delicata alla “competizione” di Eldad e Medad, e invece con tanta aggressività alla “competizione” di Korakh?

BEHA’ALOTEKHA 5769 – PEGGIORE CRISI DI MOSHE!
Consiglio di Sigmund Freud al Rebbe di Lubavitch nel 1903 a Vienna!

BEHA’ALOTEKHA 5768 – COME VINCERE LA DEPRESSIONE SECONDO LA TORA!
Depressione? Non di notte!

BEHA’ALOTEKHA 5766 – MANNA, CIBO PER LO SPIRITO!
Dalla conversione di Yitrò al valore spirituale della manna, sollievo spirituale nell’attraversata del deserto!

BEHA’ALOTEKHA 5765 – ACCENDERE I LUMI DELLA MENORAH!
La prima lezione di Virtual Yeshiva sulla parashà di Beha’alotekha! Un contenuto di grande valore da non perdere!

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