SHEMINI 5778 : 4 LEZIONI

Questo Shabbàt 14 Aprile 2018, 29 del mese di Nissan 5778 leggeremo la Parashà di Sheminì Lev 9,1-11,47
HAFTARÀ
I Sam. 20, 18-42
Milano/Torino/Sefarditi: II Sam 6,
1-19 Italiani: II Sam. 6, 1-7, 3
Ashkenaziti: II Sam. 6, 1-7, 17

1° Pirke Avot

Si annuncia Rosh Chòdesh

SHEMINI 5771 – QUANDO LO STUDIO DELLA TORÀ È SOLO A METÀ DEL GUADO!
“Ci sono solo due cose che sono infinite: l’universo e la stupidità umana” – Albert Einstein.

SHEMINI 5770 – LIBERO ARBITRIO O TELECOMANDATI?
Da una semplice regola di impurità dei liquidi che vengono in contatto impariamo un incredibile insegnamento del rapporto con Hashem.

SHEMINI 5768 – PUNIZIONE PARI ALLA COLPA!
Perché Iyov-Giobbe viene punito così fortemente?

SHEMINI 5765 – L’OTTAVO GIORNO E L’ERA MESSIANICA.
La prospettiva messianica del legame tra l’ottavo giorno, dopo l’edificazione del Santuario, e gli attributi di kasherut degli animali.

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PESSAKH 5778: 17 LEZIONI

PESSAKH: Festival della libertà!

dal 30 Marzo (vigilia) al 7 Aprile 2018.

15 Nissàn 5777   31 Marzo 2018 Pésach – 1° giorno
Nel Musàf: “Morìd hattàl”

PARASHÀ
1° Sefer Es. 12,21-51
2° Sefer Num. 28,16-25

HAFTARÀ
Italiani: 5, 2-6, 1. 27
Sefarditi: Giosuè 5, 2-6, 1
Ashkenaziti: Giosuè 3, 5-7; 5, 2-6, 1. 27

BESHALLAKH 5771 – LE DUE FACCE DELLA TUA SPOSA!
Il matrimonio secondo la Torà.
Il significato e il valore del matrimonio: come apprezzare il proprio/la propria coniuge.
Vengono esplorate le parti esteriori ed interiori di una persona, analizzando qual è la più importante, insegnandoci a rivelare il potenziale nascosto, come fece Yossèf!

EMOR 5771 – 3 MATRIMONI: PECORA, TORO E GEMELLI
Il segreto di come creare la pace tra le varie culture.

VAERA – PESSAKH 5771 – LA FRECCIA DI DIO
Fin dall’uscita dell’Egitto l’energia delle futura redenzione è già stata emanata in potenziale. Bisogna solo concretizzarla! Il quinto livello di salvezza espresso da D-o al popolo ebraico, legato alla redenzione finale, non ancora completato, ma del quale ci viene dato il potenziale.

PESSAKH 5771 – MATZÀ SPEZZATA, POPOLO DIVISO?
Il segreto dell’Hafikoman!

BO – PESSAKH 5771 – FEDE EBRAICA: LIBERTÀ O RESTRIZIONE?
Che cosa vuol dire essere liberi? Qual è la differenza tra חופש e חירות?
Uno strano paragone tra Pèsakh e Shabbat, fatto dal Maimonide, ci rivela il vero significato della libertà, in base all’approfondimento di Pèsakh 5640 del Rebbe di Lubavitch. Il parallelismo tra Shabbat e Pèsach descritto dal Maimonide: come Shabbat non ha solo aspetti passivi, ma presenta anche aspetti attivi, così Pesakh non significa solo non essere schiavi, bensì ha una sua entità.

BO – PESSAKH 5770 – DUE TIPI DI DOMANDE!
Perché l’ebraismo promuove il DOMANDARE? Il significato profondo del verso “quando tuo figlio ti chiederà: che cosa è questo?”. La Torà non ci da solo una risposta, ma ci spiega come mai il figlio chiede e come evitare che si allontani dal padre.

PESSAKH 5770 – ARROSTO O BOLLITO?
Perché l’uomo non è mai soddisfatto?

BO 5769 – TEFILLIN: SEGNO D’IDENTITA’
La Torà dice: “Sarà un segno sulla tua mano e un ricordo sulla tua testa!” Intelletto e saggezza senza sentimento sono inutili! Quando studiamo la Torà e mettiamo i tefillin in noi avviene una trasformazione, il nostro pensiero si unisce ad Hashem, ma dobbiamo sempre ricordarci del cuore e riflettere su quanto stiamo facendo e quanto ha fatto D-o per il popolo ebraico

BO 5768 – LA TORA DOVEVA COMINCIARE DALLA PRIMA MITZVA: SANTIFICARE LA LUNA NUOVA.
Trasformare il mondo tramite la Torà! La santificazione della luna e il perché due fratelli possono testimoniare la prima luna. Solo con la Torà si può trasformare il mondo e portare innovazione. Il ciclo mensile si chiama kodesh che ha le stesse lettere in ebraico di khadash-nuovo e khidush-innovazione.

PESSAKH 5767 – CHE COSA SI FESTEGGIA NEL SEDER DI PESSAKH?
Una breve lezione relativa al significato del Seder di Pessakh.

BO 5766 – LE ULTIME TRE PIAGHE: UN COLPO NEL BUIO!
Le mitzvot che vennero prima del Matan Torà! Nelle ultime tre piaghe il colpo all’Egitto è forte e definitivo, avvenendo nel buio. La prima mitzvà della Torà di santificare la nuova luna: l’importanza per un ebreo della dimensione temporale. La piaga del buio: il prestito delle ricchezze degli egiziani. La mitzvà del riscatto del primogenito, il suo significato e la sua importanza. I teflilin, testimonianza dell’essere ebrei.

VAERA 5766 – IL SIGNIFICATO DELLE DIECI PIAGHE
Il significato profondo del bastone trasformato in serpente. Il colpo iniziale all’ego del faraone per avviare il processo di annullamento della sua opposizione alla santità. L’importanza delle dieci piaghe e i tre messaggi per gli egiziani.

PESSAKH 5766 – IL PERIODO DELLA LIBERTÀ
Diversi approfondimenti sul significato della festa di Pessakh!

La Kasherut di Pesach (prima parte)
La Kasherut di pesach è una delle parti più complicate delle regole sulla kasherut.

HALAKHOT DI PESSAKH
Vengono analizzate alcune halakhot di Pessakh.

HALAKHOT DI PESSAKH – LE QUINDICI AZIONI DEL SEDER DI PESSAKH
Le regole del seder di Pessakh.

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TZAV Shabbat haGadol 5778: 1 LEZIONE VECCHIA

Questo SHABBAT 24 Marzo 2018; 8 Nissan 5778 leggeremo la Parashà di TZAV Levitico 6: 1 – 8: 36;

HAFTARÀ Malachia 3, 4-23

Hashem indica a Moshè di comandare ad Aaron e a suo figlio quanto attiene ai doveri e ai diritti dei Kohanim che offrono i korbanot nel Santuario.

Il fuoco sull’altare deve essere tenuto acceso in ogni momento.

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VAYIKRA 5778 Shabbàth haChodesh Rosh Chòdesh : SETTE LEZIONI

Questo Shabbàt 17 Marzo 2018, 1° del mese di Nìssan 5778 leggeremo la Parashà di Vayikrà  e Shabbàth haChodesh
Rosh Chòdesh

I° Sefer: Lev 1-5, 26
II° Sefer: Num 28, 9-15
III° Sefer: Es 12, 1-20

Si leggerà l’HAFTARÀ: Italiani: Ez. 45, 16-46, 11
Sefarditi: Ez. 45, 18-46, 15
Ashkenaziti: Ez. 45, 16-46, 18

la porzione della Torà di questa settimana, Vayikrà, regola le leggi dei sacrifici che costituivano una parte essenziale del servizio nel Tabernacolo e successivamente nel Tempio Santo di Gerusalemme. Sono passati quasi 2000 anni da quando il Tempio fu distrutto e il sistema sacrificale finì, tuttavia il loro messaggio rimane senza tempo e pertinente, anche oggi.
E come spesso accade nello studio biblico, un apparente difetto grammaticale nasconde dimensioni psicologiche ed esistenziali inaspettate e stupefacenti.
“Parla ai figli d’Israele (Dio dice a Mosè all’inizio di Vayikrà) e dì loro: Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio; da una mucca, da un toro, e dalle pecore offrirai la tua offerta” (Vayikrà 1, 2).
La costruzione della frase sembra scorretta. Nella Torà avrebbe dovuto scrivere: “Un uomo tra voi che porterà un sacrificio a Dio”. Non: “Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio”!!!
Il rabbino Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), il primo Rebbe di Chabad e uno dei grandi giganti del Talmud e della Khassidut e mistica ebraica, offrì la seguente toccante interpretazione: la Torà sta tentando di insegnarci, attraverso questa frase grammaticalmente “imperfetta”, che il sacrificio più importante che Dio ama non è quello che viene dagli animali o dal grano; ma piuttosto quello derivante dalla persona stessa: TRA DI VOI. La volontà divina ci chiede principalmente di offrire qualcosa di PERSONALMENTE NOSTRO, qualcosa di VERO.
Il versetto, quindi, deve essere inteso in questo modo: “Un uomo che sacrifica”, quando un individuo cerca di fare un sacrificio, continua il verso, “di mezzo a te un sacrificio a Dio”, lui o lei deve ricordare che il sacrificio primario deve essere portato da LORO STESSI: offrire un pezzo del loro cuore e della loro anima a Dio.

Il sacrificio, inteso come il coraggio di abbandonare qualcosa di veramente prezioso per un ideale o una persona al di fuori di se stessi, è diventato, soprattutto ai nostri giorni, una “razza in via di estinzione”. Nella mente di molti è una parolaccia che evoca un dogma e abuso. Il concetto di sacrificare qualcosa di sé è spesso visto come un acerrimo nemico delle presunte virtù che sono diventate rilevanti per i nostri tempi: autoespressione, autoaffermazione e indipendenza emotiva.
Il sacrificio, ci viene spesso esposto come una stampella per le vittime insicure e dipendenti che eclissano la loro disfunzione emotiva attraverso il “mito eroico” del sacrificio. La base della psicologia moderna insegna che la felicità viene dal dare libertà e sfogo ai sentimenti interiori.
È ovviamente importante combattere le forme di sacrificio che intaccano, piuttosto che affermano, le qualità della propria vita e la stima di sé. Il sacrificio che alimenta l’abuso e la tirannia non è una virtù. Una moglie picchiata o un dipendente maltrattato non dovrebbe tollerare il comportamento immorale del coniuge o del datore di lavoro in nome del sacrificio.
Dall’altra parte, nonostante la nostra ipersensibilità, verso il perseguimento della libertà individuale e dell’autoaffermazione, educhiamo noi stessi e i nostri figli nella consapevolezza vitale che VIVERE significa anche SACRIFICARE qualcosa di noi stessi per la verità, per Dio, per un altro essere umano, per il matrimonio, per i nostri valori, per rendere il mondo un posto migliore.
Nella contemporanea dialettica secolare, nessuno ci chiama a sacrificare qualcosa di veramente valido per qualcuno o per qualsiasi altra cosa. Ci è stato insegnato a essere gentili e cordiali, tolleranti e rispettosi, a dare qualche euro a un senzatetto per strada ed essere sensibili ai sentimenti degli altri. Tutte cose belle, ma non ci insegnano a fare i VERI SACRIFICI, quelli che sfidano i nostri piaceri che ci costringono a uscire dalle nostre zone di comfort e che, inevitabilmente, richiedono impegni profondi e incrollabili.
Eppure quando non combattiamo per qualcosa, per qualsiasi cosa, come facciamo a sapere chi siamo veramente? Quando non sentiamo il bisogno di rinunciare a nulla, di noi stessi, in che modo possiamo acquisire la profondità, la dignità e la maturità che sono fondamentali per raggiungere un obiettivo con sacrificio?
Quando guardiamo dentro alle scuole, alle università, alle istituzioni educative e persino in molte yeshivot o famiglie di oggi, ci chiediamo se riescono a tirare fuori e coltivare la nobiltà d’animo, l’idealismo dei nostri giovani? Chi sta dando loro qualcosa per cui possono combattere? Stanno riscoprendo le loro profondità interiori o piuttosto le loro qualità più superficiali?
Quando viviamo una vita che non ha alcun sacrificio, la nostra umanità diminuisce. Diventiamo, ogni giorno, più superficiali e timidi. L’intero libro di Vayikrà, che tratta dei sacrifici, è la via ebraica per affermare che VIVERE, significa VIVERE per QUALCOSA.
Un ALTARE In Lacrime
Nessuna area della società è stata così profondamente influenzata da questo vuoto come l’unità familiare. In un passato, non molto lontano, il legame familiare era considerato come un qualcosa per cui valeva la pena sacrificarsi. Oggi, invece, questa idea è facilmente scartata quando è in conflitto con le nostre comodità personali. Le coppie, spesso, non sentono che il matrimonio è un’istituzione così ideale e sacra da dover fare dei veri sacrifici, perché funzioni e fiorisca. Spesso i giovani cercano “l’amore facile” e non quello solido e duraturo che nasce e cresce anche dalla nostra disponibilità al sacrificio.
1700 anni fa, il trattato del Talmud che disciplinava le leggi ebraiche per il divorzio fu trascritto. I saggi dell’antichità hanno scelto di culminare il libro con queste parole:
“Ogni volta che qualcuno divorzia dalla sua prima moglie, anche l’Altare del Santuario versa lacrime. Come afferma la Bibbia, “Tu hai causato che l’Altare di Dio sia coperto di lacrime, di pianto e di sospiri; così che Dio non si rivolge più alle offerte con buona volontà. E potresti chiedere: perché? Perché Dio ha reso testimonianza tra te e la moglie della tua giovinezza, che l’hai tradita, sebbene sia la tua compagna e la moglie della tua alleanza.”
Perché un divorzio provoca lacrime nell’Altare del tempio? Il Tempio Santo di Gerusalemme aveva molti arredi e recipienti, come il candelabro, la tavola di pane, e naturalmente l’Arca Santa in cima alla quale erano scolpiti i volti di un ragazzo e una ragazza che si guardavano l’un l’altro, a simboleggiare il rapporto tra Dio e l’uomo. Perché era SOLO l’Altare che piangeva e non gli altri oggetti del Santuario?
La spiegazione potrebbe essere questa:
L’Altare era il luogo nel Tempio dove venivano offerti tutti i sacrifici quotidiani di grano, vino e animali. L’Altare rappresentava l’assioma profondo, ma spesso dimenticato, che la relazione con Dio esigeva sacrificio di sé e della propria ricchezza. Per secoli, l’Altare è stato testimone silenzioso della profondità e dignità che caratterizzavano le vite fatte d’impegno e sacrificio. Giorno dopo giorno, l’Altare interiorizzava la VERITÀ ASSOLUTA: solo il sacrificio di sé conduce verso la realizzazione personale.
Quando l’Altare “osserva” un matrimonio in cui l’uomo e la donna non hanno il coraggio di fare sacrifici l’uno per l’altro, PIANGE, per la più grande delle opportunità perdute, per sempre.
Ci sono, naturalmente, delle eccezioni. A volte il divorzio è una tragica necessità. Quando gli abusi e le disfunzioni pervadono a un matrimonio e non è possibile trovare alcun rimedio, la risposta giusta potrebbe essere il divorzio. Purtroppo, nella nostra epoca, molti divorzi avvengono, non a causa di una situazione impossibile, ma a causa della nostra riluttanza a trascendere il nostro ego, sfidare le nostre paure e trascendere la nostra natura egoista. Per questo è proprio l’ALTARE a piangere.
Questa semplice verità così ben nota all’Altare è stata dimenticata da molti. Abbiamo paura di fare sacrifici, poiché temiamo che ci privino della nostra ILLUSORIA FELICITÀ. La nostra autostima è così fragile che sentiamo disperatamente il bisogno di proteggerla da qualsiasi intrusione esterna per paura che svanisca?
Ma la felicità è un “Altare”. PIÙ DAI, PIÙ RICEVI. E non come la società moderna vuole farci credere: PIÙ RICEVI E PIÙ DAI.
L’anima è più in pace con se stessa quando condivide se stessa con un’altra anima.
Perciò quando rinunciamo a tutte le forme di sacrificio, ci priviamo di raggiungere le nostre POTENZIALITÀ PIÙ PROFONDE.
Strada Lunga Ma Corta
La vita è fatta di tanti bivi. Come la famosa storia Talmudica di Rabbi Yehoshua che chiede a un bambino quale fosse la strada più corta per raggiungere la città.
Il bimbo gli dice: la strada a sinistra è corta ma lunga, mentre quella a destra è lunga ma corta.
Il grande maestro prende la via corta, ma viene bloccato da un muro di spine. Perciò torna indietro e chiede al ragazzino come mai gli aveva indicato che quella era la strada più corta? Questo gli risponde in effetti è più corta, ma anche più lunga, perché è molto difficile raggiungere la meta per via degli ostacoli.
Mentre l’altra strada è più lunga e bisogna scalare la montagna, ma si arriva sani e salvi alla città di destinazione. Perciò è una strada PIÙ LUNGA MA CHE È PIÙ CORTA.
La nostra strada è fatta di continui bivi, la società ci spinge, sempre di più, verso le “scorciatoie” che in realtà sono strade bloccate che non portano a destinazione.
Questa parabola dovremmo inciderla nella nostra mente e ricordarci sempre che spesso la strada più lunga è quella più corta. Ad esempio quando ci sacrifichiamo per la pace coniugale, non dobbiamo vedere questa cosa come una perdita di autostima e debolezza personale. Mettere da parte se stessi per un “bene superiore”, come il matrimonio significa avere una forza dello spirito che ci fa ottenere l’armonia in casa. Mettere da parte il proprio ego che, la causa di tutti i problemi, è solo APPARENTEMENTE la STRADA PIÙ LUNGA e faticosa, ma invece è la strada più corta per avere una vita equilibrata e serena.
La parashà di questa settimana ci invita a fare questa domanda: quando è stata l’ultima volta che ho fatto un VERO sacrificio?
Un aneddoto sul Rebbe può aiutarci a capire meglio.
Una volta un ebreo osservante andò a chiedere aiuto e consiglio al Rebbe e gli disse: “Quando studio la Torà, prego o faccio le mitzvòt, soffro, perché non ho voglia e spesso sono distratto e penso ad altro”. Il Rebbe sorprendentemente gli rispose: “Beato te! A me invece piace studiare la Torà e fare le mitzvòt…!”.
L’uomo ovviamente rimase perlomeno sorpreso di questa risposta. Tuttavia il Rebbe, come sempre, gli ha e ci ha dato un insegnamento di vita importantissimo. Sacrificarsi per qualcosa, vincere il nostro “Istinto al male” è un modo per servire Hashem, per offrire in sacrificio il nostro “animale interiore”, per elevare il male in bene. Attraverso lo studio della Torà le mitzvòt e più in generale adempiendo i precetti, acquisiamo quei buoni tratti del carattere che ci permettono di sottometterci ad una volontà superiore, quella divina, attraverso l’offerta del nostro SÉ, fatto di tante grandi e piccole abitudini, vizi e piccoli egoismi. Grazie a ciò possiamo contribuire a rettificare questo mondo e permettere l’arrivo di Mashiakh presto ai nostri giorni, Amen.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

VAYIKRA 5771 – LA KABBALÀ DEGLI SCACCHI
Perché solo il pedone limitato può raggiungere il massimo e diventare regina?

VAYIKRA 5770 – FILO SOTTILE TRA EGOCENTRISMO E ANNULLAMENTO!
Un viaggio nell’approfondimento del divieto di offrire lievito e miele sull’altare.

VAYIKRA 5769 – LA VITA È BELLA COME UNA STELLA!!!
Come mai su ogni sacrificio bisognava mettere il sale?

VAYIKRA 5768 – L’ESTERNO DI UN UOMO È UNO SPECCHIO
Quando lo specchio è sporco vuol dire che la persona è sporca!

VAYIKRA 5767 – IL FUOCO SULL’ALTARE ANCHE OGGI!
Il valore e il significato spirituale dei sacrifici, attraverso le diverse regole che ne normano la corretta attuazione.

VAYIKRA 5766 – PIGRIZIA ED ENTUSIASMO + RESTITUIRE GLI OGGETTI RUBATI
Diverse prospettive con cui analizzare il tema dei sacrifici.

VAYIKRA 5765 – IL RISPETTO DELLA VOLONTÀ DIVINA!
Talvolta sembra che deviare leggermente da ciò che ci è stato prescritto possa migliorare il valore di quello che facciamo.

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VAYAK’HEL-PEKUDE 5778: SETTE LEZIONI

Questo Shabbàt 10 Marzo 2018, 23 del mese di Adàr 5778 leggeremo le Parashòt di Vayak’hèl-Pekude, Shabbat Parah.

I° Sefer: Es 35, 1 – 40, 38
II° Sefer Num 19, 1-22

HAFTARÀ Shabbàth Shabbat Parah
Milano/Torino/Sefarditi: Ez. 36, 16-36
Italiani/Ashkenaziti: Ez. 36, 16-38

Le Parashòt di Vayak’hèl-Pekudè sono composte da 122 e 146 versetti.

Le Parashòt di Vayak’hèl-Pekudè contiengono 1 divieto.

Facile O Problematico?
La costruzione del Mishkan (Tabernacolo) culmina nella porzione della Torà di questa settimana Vayak’hèl-Pekudè. Questa grande opera è descritta nella Torà come un flusso continuo di comandi, offerte e opere: Dio comanda a Moshè il quale presenta i progetti a Israèl che addirittura arriva a donare più del necessario (per la prima e l’ultima volta nella storia ebraica…!).
Apparentemente tutto ciò che Mosè deve fare è dire al popolo quando fermarsi. La costruzione procede secondo i piani e in soli sei mesi (pensiamo ai tempi delle grandi opere oggi!) il Mishkan è pronto.
Ma è proprio andata così “liscia” la storia? Forse non proprio! La tradizione orale midrashica ci viene in soccorso e ci racconta il “dietro le quinte” del racconto.
Il Midrash (Shemot Rabbah 51: 6) ci dice, in modo sconvolgente, che c’erano quelli che sospettavano Moshè di intascarsi i fondi delle offerte. Insolentemente alcuni gli chiesero di fare una contabilità per ogni grammo di ogni oggetto ricevuto. Mentre ogni sorta di pettegolezzo cominciava a circolare tra la gente, del tipo: “Il rabbino guida una nuova BMW…
Chi ha pagato per la sua crociera alle Bahamas…? Come è riuscito a comprare la casa da 2 milioni di euro per la sua figlia…?
Fino a quando Moshè, umilmente, non presentò un resoconto dettagliato di ogni “euro” raccolto e speso per la costruzione del Tabernacolo, comprensivo dei ganci d’argento per i pilastri. Solo allora le voci si calmarono.
Sempre secondo il Midrash (Shemot Rabbà 52:4) altri ostacoli, nel processo di costruzione, furono le difficoltà per comprendere e applicare gli ordini di Dio. Ad esempio Moshè non riusciva a costruire la Menorà, da un unico blocco d’oro, quindi si rivolse a Dio che la creò Lui stesso.
Ancora, altre difficoltà sorsero quando arrivò il momento della vera e propria erezione del Mishkan. Si scoprì che nessuno riusciva a sollevare i muri e tutti ebbero timore che il grandioso progetto sarebbe potuto fallire. Alla fine tutto si risolse grazie a un miracolo che permise a Moshè di sollevare le travi da solo.

Tutte queste parti della storia sono completamente ignorate dalla Torà scritta che ci presenta un’esperienza ideale: nessun problema tecnico, politico o fraintendimento, tutto perfettamente facile. Come si giustifica una simile discrepanza tra le fonti? Se le tradizioni midrashiche presentano ciò che è successo, perché questi dettagli vengono ignorati nel testo biblico? La Torà ci insegna a reprimere fatti scomodi; ignorare la vera storia? E se sì, perché i rabbini nel Midrash “rovinano la festa” e ci tramandano nella Torà orale la parola di Dio che ha voluto nasconderci nella Torà scritta?

Questa apparente dicotomia tra le fonti scritte e orali (Torà vs Talmud e Midrash) si ripresenta nientemeno che all’inizio della creazione, in Genesi. I fatti della creazione, come riportati nella Torà, sembrano una navigazione piuttosto fluida: “Al principio Dio creò il cielo e la terra”, e in soli sei giorni tutto sarà terminato.. Il Talmud e il Midrash, tuttavia, ci dicono che persino Dio si imbatté in alcuni contrattempi inaspettati e dovette fare alcune serie modifiche. Ecco alcuni esempi.
Per cominciare, il Midrash riferisce (Bereishis Rabbà 8:5) che l’attributo della Verità si opponeva alla creazione e Dio ha dovuto “gettare via” la Verità per creare il nostro universo. Quando poi Egli creò la luce il primo giorno, sperando che avrebbe servito tutta la creazione, scoprì che essa era troppo grande e luminescente e dovette riporla come ricompensa per i giusti nel futuro (Talmud Khaghigà 12°). E ancora, nel terzo giorno Dio ha progettato alberi con rami commestibili, ma gli alberi hanno disobbedito e prodotto solo frutti commestibili (Rashi Genesi 1:12). Mentre nel quarto giorno, il sole e la luna furono creati per essere uguali, ma la luna si lamentò che “due re non possono servire con una sola corona”, quindi la luna fu rimpicciolita (Talmud Khulìn 60b).
Addirittura il Venerdì, quando Dio ha voluto creare l’uomo, gli angeli in cielo si sono lamentati che sarebbe stato un errore fatale (Midrash Tehilim 8:2). Infatti, poco dopo, Adamo ed Eva disobbedirono al comandamento di astenersi dal mangiare i frutti dell’Albero della conoscenza.
Tuttavia, nessuno di questi “problemi” sono registrati esplicitamente nella Torà che addirittura riassume i sei giorni di creazione con queste parole meravigliose: “E Dio vide che tutto ciò che ha fatto era molto buono”.
Come possiamo dare un senso a questa discrepanza sorprendente?
Questa È La Vera Nostra Storia
La risposta è una lezione cruciale e profonda nella vita. Vige un principio generale nella Torà per cui non solo non si nasconde nulla a nessuno, ma neanche viene tollerata nessuna copertura. Proprio per questo che i Saggi si sono sentiti a proprio agio esponendo tutti i dettagli, anche i più “scomodi”.
Piuttosto, la Torà ci sta dicendo che quando si sviluppa una prospettiva adeguata alla propria vita, i problemi non sempre meritano di essere menzionati. Non perché non esistano, ma perché non definiscono la storia delle nostre vite, non ne fanno parte.
Nei fatti, sopra narrati, (creazione dell’universo e la costruzione del Santuario) sta accadendo, nello stesso tempo, qualcosa di incredibilmente catastrofico, sconvolgente, bellissimo e sorprendentemente miracoloso: l’infinito si fonde con il finito; l’impossibile diventa possibile, l’uomo incontra Dio e Dio incontra l’uomo. Dal vuoto cosmologico e dalla creazione infinita di Dio si sviluppa qualcosa: creature fatte dal nulla. La rivelazione divina nel mondo.
La stessa cosa succede quando Dio “pressa” la sua onnipotenza e infinita luce, sia dentro un Mishkan (Santuario) di pochi cubiti quadrati, sia dentro il cuore dell’uomo mortale.
QUESTA è LA STORIA, questo è quello che è successo. Gli ostacoli sulla strada, per quanto siano veri, non costituiscono la storia, non perché non siano accaduti, ma perché NON COSTITUISCONO L’ESSENZA di ciò che è realmente accaduto; non dovrebbero e non possono, oscurare o addirittura smorzare il potere maestoso e la bellezza degli eventi più importanti e decisivi della storia.
La Torà ci sta insegnando come vivere. La vita è dura. Le cose veramente IMPORTANTI sono, spesso, anche le PIÙ DIFFICILI: crescere e sostenere una famiglia richiede forza e coraggio; costruire un buon matrimonio è spesso oneroso e tortuoso; sviluppare una relazione con Dio può essere frustrante e solitaria. Anche se il matrimonio è pieno di attriti non bisogna farsi distrarre dalle difficoltà che sono elementi superficiali.
Molto SPESSO le COSE NON FUNZIONANO come NOI SPERIAMO: affrontiamo interi momenti fatti di avversità, dolori e perdite inaspettate; ci sono litigi, momenti di rabbia e battute d’arresto, malattie, depressione, povertà e confusione spirituale.
Ma abbiamo la scelta di non renderli la storia delle nostre vite. Certo, allevare i bambini è una sfida, ma quando guardi negli occhi amorevoli e fiduciosi del tuo bambino, lì vedi IL MIRACOLO DELL’ESISTENZA, non le sfide che portano a quel momento. Quando ti connetti al tuo coniuge in un modo autentico con fiducia e rispetto, questo è il MIRACOLO DELL’AMORE che si svolge nella nostra vita. Dopo un brutto periodo nel lavoro, tutto si dissolve davanti al potere di qualcosa di MOLTO PIÙ GRANDE molto più reale: la NOSTRA CRESCITA COME ESSERI UMANI e la nostra capacità di aiutare gli altri con i nostri soldi e con la nostra esperienza.
Dobbiamo guardare le nostre vite e chiedere qual è la vera storia che sta succedendo qui? Le nostre vite sono solo storie di difficoltà e di lotta? Oppure facciamo parte di qualcosa di incredibilmente bello e grande? Se stiamo costruendo una casa per Dio; una famiglia ebraica che porta avanti i valori monoteistici di Abramo, un matrimonio amorevole; se stiamo aiutando delle persone; se abbiamo il privilegio di poter diffondere la Torà e di compiere le mitzvòt. Allora questa è la nostra storia, la nostra vita.
Anche le parti meno belle e difficili sono ovviamente vere e meritano di essere riconosciute come tali, proprio come il Midrash riconosce l’altra faccia della storia nella creazione e nel Mishkan. Dobbiamo affrontare ogni sfida e tentare di ripararla, ma non possiamo permettere che diventi LA NOSTRA STORIA.
In questi due fondamentali racconti della Creazione e Mishkàn abbiamo l’origine di ciò che è conosciuto oggi come TERAPIA NARRATIVA: ognuno di noi ha la possibilità di definire e riformulare la storia delle nostre vite. Quando ci svegliamo al mattino, abbiamo cinquanta cose da fare, la maggior parte non sono divertenti e alcune sono difficilissime e frustranti. Ma questa non è la storia.
LA VERA STORIA viene catturata nelle parole che un ebreo quando dice, nel momento in cui apre gli occhi: “Modè ani lefanekha … shehekhezarta bi nishmatì …” Grazie che sono vivo o Dio che mi ha restituito la mia anima per un altro giorno.
Questo è fantastico! Non lasciamo che i problemi e le difficoltà diventino la storia delle nostre vita. Rimaniamo concentrati sulla vera storia, in ogni momento possiamo costruire una casa per Dio nel nostro angolo di mondo e portare la redenzione un passo avanti.
Con l’arrivo di Mashiach, entrando nell’epoca della redenzione, ognuno di noi ha il compito di portare il mondo al suo stato desiderato. Tutto dipende dal contributo di ogni singolo individuo.
Ognuno ha una specifica missione in questo mondo che solo lui può realizzare, senza lasciarsi deviare dalle difficoltà come ci impariamo da Mosè nella costruzione del Tabernacolo.
Grazie alla sua visione positiva Mosè ha portato la luce infinita nella casa di Dio in terra. Questa opera verrà presto completata nel mondo intero, tramite il nostro lavoro seguendo l’esempio di Mosè, Amen.

Le Parashòt di Vayak’hèl-Pekudè trattano in sintesi i seguenti argomenti:

Vayak’hèl:

Moshè raduna il popolo per insegnargli le leggi dello Shabbàt.
Le offerte che il popolo porta per costruire il Mishkàn.
La realizzazione effettiva del Mishkàn, dei suoi arredi e degli utensili (tendaggi, pareti, plinti, candelabro, altari ecc.) da parte di Betzalèl e del popolo.
Le offerte eccedono quanto necessario: Moshè richiede che ne sia
interrotto il flusso.

Pekudè :

Calcolo di tutti i materiali raccolti per la costruzione del Mishkàn.
Descrizione del confezionamento del pettorale, dell’efòd e degli altri indumenti dei cohanìm.
Edificazione del Mishkàn da parte di Moshè.
Collocazione di tutti gli arredi ed edificazione del cortile.

 

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI
Vayak’hèl:

Lo Shabbàt per sette giorni
(a pagina 778 del volume Shemòt edizioni Mamash).
Il contributo della materia
(a pagina 783 del volume Shemòt edizioni Mamash).
L’educazione dal Tabernacolo
(a pagina 785 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI
Pekudè:

Dall’alto e dal basso
(a pagina 787 del volume Shemòt edizioni Mamash).
E Moshè li benedisse
(a pagina 791 del volume Shemòt edizioni Mamash).
L’inaugurazione del Mishkàn
(a pagina 793 del volume Shemòt edizioni Mamash).

MIDRASHIM

Il resoconto del Mishkàn
(a pagina 697 del volume Shemòt edizioni Mamash).
La Shekhìna torna sulla terra
(a pagina 699 del volume Shemòt edizioni Mamash).

VAYAK’HEL-PEKUDE 5771 – AMORE NON PLATONICO!
Qual è l’errore di Platone che è agli antipodi della fede ebraica? L’occidente e la visione ebraica: due pianeti opposti!

VAYAK’HÈL 5771 – OPPOSTI MA COMPLEMENTARI!
La differenza tra il visionario e l’esecutore. Come fare convivere questi due aspetti nella nostra vita?

VAYAK’HÈL 5770 – LO SPECCHIO CHIUDE IL CERCHIO!
Dalle stalle alle stelle: il rame degli specchi diventa la base del servizio del tabernacolo?

VAYAK’HÈL 5769 – ARON HAKODESH: UN OGGETTO NON OGGETTO?
Centralità dell’Aaron Hakodesh. Perché Shlomo costruisce il Santuario pur sapendo che sarà distrutto?

VAYAK’HÈL 5768 – LA PIGRIZIA DEI NESIIM ED IL SUBCONSCIO
La pigrizia nascosta nel senso di dovere!

VAYAK’HÈL 5766 – SANTIFICARE IL TEMPO, PRIMA DELLO SPAZIO
Perché vengono analizzate prima le regole dello shabbat e poi le regole del Tabernacolo?


PEKUDE 5768 – PERCHÉ L’ESILIO DURA COSI TANTO?

Moshe dettaglia tutti i quantitativi dei materiali per la costruzione del Mishkàn e il loro utilizzo, ma non dice dei 1775 shekalim che mancano al conteggio.

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KI TISSA 5778: CINQUE LEZIONI

Questo Shabbàt 3 Marzo 2018, 16 del mese di Adàr 5778 leggeremo la Parashà di

Kì Tissà  Es.30,11-34,35

Si legge l’Haftarà di
Italiani/Sefarditi: I Re 18, 20-39
Ashkenaziti: I Re 18, 1-39

La Parashà di Kì Tissà è composta da 139 versetti.

La Parashà di Kì Tissà contiene 4 comandi e 5 divieti.

il Chafetz Chaim una volta chiese a un visitatore se egli fosse Cohen, Levi o Israel. (Cohanim e Leviim sono discendenti della Tribù di Levi). Il visitatore rispose di essere un Israel – quindi non della Tribù di Levi.
Così il Chafetz Chaim spiegò: “Nel futuro, il Sacro Tempio sarà ricostruito a Gerusalemme. Ognuno vi si recherà per la prima volta, assembrandosi presso le porte per entrare dentro. Una guardia alla porta chiederà a ciascuno se sia Cohen, Levi, o Israel. Solo coloro che provengono dalla Tribù di Levi otterranno di entrare per compiere il servizio del Tempio. E gli Israelim saranno terribilmente sconfortati: Leviim dentro; Israelim fuori”.

Il Chafetz Chaim continuò, “Sai perché è così? A causa di ciò che accadde migliaia di anni fa con il Vitello d’Oro. Quando Moshe pronunciò quelle famose parole, “Interrompete l’idolatria e andate con Hashem”, solo la tribù di Levi rispose. Perciò nel futuro, solo i discendenti della tribù di Levi eseguiranno il servizio del Tempio. E tutti gli altri rimarranno all’esterno poiché i loro antenati non risposero con fermezza di essere contro gli idoli”.

Il Chafetz Chaim continuò, “questo contiene una lezione profonda. Molte volte nella vita, si sente una piccola voce nella testa che dice, “smetti di commettere idolatria”. Qualcosa ti sfiderà ad alzarti e farti contare dalla parte giusta. Hai la sicurezza e la convinzione di stare sulla retta via? Perché il modo in cui rispondi avrà implicazioni non solo per te, ma per le generazioni dopo di te. Ognuno ha il suo momento. Quando senti quella voce, alzati e fatti contare!”

L’idolatria esiste anche nel Ventunesimo secolo in forme più sottili: adorare un giocatore di calcio, venerare un cantante rock, essere schiavi del dio denaro…
L’episodio del Vitello d’Oro ci porta a riflettere su quello che stiamo facendo.
Abbiamo perso di vista le nostre vere priorità? Siamo stati trascinati dalla massa?

Questa storia ci svela anche un’altra fondamentale lezione: impegnarsi, non solo come singoli, a servire Hashèm. Con il peccato del vitello d’oro molti ebrei unirono le proprie forze per deviare e far deviare gli altri. E lo fecero con incredibile solerzia e impegno. Un conto è servire un idolo in solitudine, ma è molto peggio se viene adorato in pubblico, tanti persone unite per fare qualcosa di orrendo.

Come la prossima storia ci insegnerà, noi tutti dobbiamo imparare ad agire non solo come singoli, ma anche come collettività nell’eseguire la nostra missione in questo mondo.Nella stessa porzione della Torà di questa settimana del racconto del Vitello d’oro troviamo all’inizio l’antidoto di questo peccato che è il conteggio del popolo attraverso l’offerta di mezzo shekel: quando gli uomini di Israèl venivano censiti, veniva richiesto a ognuno di contribuire con una moneta del valore di mezzo shèkel. Le monete venivano poi contate e il totale indicava quanti uomini erano stati annoverati.
Tale procedura fa sorgere diverse domande. Perché gli uomini non venivano contati “per teste”? Perché invece si chiedeva a ognuno di donare una moneta?
I maestri rispondono che il metodo del censimento attraverso le monete simboleggia il fatto che ogni singola persona conteggiata è portatrice di un proprio valore individuale.

Tuttavia ciò conduce a diverse domande. Se è così, perché ogni uomo doveva donare solo mezzo shèkel invece che uno intero? Perché ogni individuo non ha dimostrato di essere intero e completo?
Infatti è proprio questo il punto: enfatizzare il concetto che nessun individuo è completo quando è solo. Nessun uomo, e certamente nessun ebreo, è un’isola solitaria in mezzo al mare. Egli può raggiungere le massime altezze della spiritualità ebraica e della fratellanza solo quando si associa e coopera con gli altri. Se diamo il meglio di noi per aiutare gli altri, imparare dagli altri e unirsi ad altri in positivi sforzi collettivi, allora è un vero membro della nazione ebraica. Al contrario, se si rimane lontano dagli altri ci si trova isolati.
Una delle condizioni fondamentali per migliorare è unirsi alla congregazione (Ràmbam Pèrek 4 Hilkhot Teshuvà Halakhà 1).

Storia
L’importanza di lavorare insieme agli altri si evince dalla storia di un uomo che aveva perso la strada mentre si trovava in un’immensa e folta foresta e continuava a camminare a vuoto. Alla fine giunse presso una seconda persona, che si aggirava anch’essa per la foresta. “Puoi mostrarmi la via per uscire dai guai?” chiese.
“No, non ancora” disse il secondo uomo. “Tuttavia, nel corso dei miei viaggi ho già scoperto quali strade non prendere. Forse insieme potremo trovare quella giusta”.
E così fu. Ognuno mise a disposizione la propria conoscenza delle strade della foresta e con le loro informazioni messe insieme trovarono presto la giusta via. Se ognuno fosse rimasto solo, avrebbero vagato entrambi molto più a lungo.
Questo ragionamento è la base del fatto che noi preghiamo in Sinagoga con il minyàn, un gruppo di almeno dieci ebrei adulti. L’unione della preghiera ha una forza e un potere ENORME.

Dono Migliore
Questo concetto può essere spiegato tramite una parabola.
Una volta fu chiesto a un re di decidere quale tra due città meritava un determinato privilegio regale.
Entrambe le città mandavano i loro doni singolarmente, in momenti diversi. Non appena ogni dono arrivava, il re lo esaminava e generalmente cercava di trovarne un difetto. La seconda città tuttavia mandò tutti i propri doni con una sola spedizione. Quando arrivò questo pacco di doni, il re fu subito impressionato dall’enorme numero e non si sentì propenso a guardare ogni dono singolarmente. Come si poteva prevedere la seconda città guadagnò il suo favore.
Allo stesso modo, se ognuno di noi pregasse separatamente HaShèm “Lui” ci prenderebbe in considerazione su base individuale e senza dubbio ci troverebbe con delle azioni inadeguate. Al contrario, se preghiamo in gruppo, come parti di un minyàn, la combinazione delle nostre preghiere viene convogliata a HaShèm e, auspicabilmente, i meriti dell’intero gruppo potranno compensare le mancanze dei singoli.

Inoltre grazie agli altri riusciremmo meglio a non farci condizionare dalle mode imperanti nella nostra società, dai “falsi dei”, gli “idoli d’oro” che vorrebbero farci dare valore a cose che non ne hanno nessuno.
Passioni esagerate per il cibo o per una donna, il denaro, la propria macchina, tutte cose che possono farci credere, che sono dei valori assoluti e che da loro dipende la nostra felicità, da loro dipende il nostro destino.
Quando arriviamo alla lettura del Vitello d’Oro ci rendiamo conto che la valorizzazione di ogni tipo di tramite è sempre idolatria. E quando si pensa che il preziosissimo metallo dell’oro possa essere un tramite per unirci a Dio questo diventa idolatria.
Nel Santuario i Cherubini erano d’oro ed erano gli intermediari per parlare con Hashem, ma questo solo perché il Padre Eterno ha scelto come tramite queste due statuette, l’uomo non ha la facoltà di rendere santo un tramite.
Dopo 3.335 anni dal Vitello d’Oro questa malattia di rincorrere i soldi senza tregua non è debellata.

Solo quando arriverà il Mashiakh il mondo vedrà quali sono i veri valori e ci sarà abbondanza materiale, spirituale e capiremo che l’oro è solo un tramite.
Allora potremo occuparci solo delle vere cose, di conoscere Hashem, perché la divinità riempirà il mondo come l’acqua copre il mare, presto nei nostri giorni Amen.

La Parashà di Kì Tissà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm ordina a Moshè di contare il popolo avvalendosi del mezzo shèkel; la somma ottenuta verrà impiegata per la costruzione del Mishkàn.
HaShèm ordina a Moshè di costruire il lavabo di bronzo in cui i cohanìm eseguiranno l’abluzione di mani e piedi prima di intraprendere il culto del Mishkàn.
Preparazione dell’olio d’unzione con cui saranno unti gli oggetti e gli arredi del Mishkàn, Aharòn e i suoi figli.
Comandamento di osservare lo Shabbat.
Le Tavole della Legge vengono consegnate a Moshè.
Il popolo, constatando che Moshè indugia a scendere dal Monte Sinày, realizza il vitello d’oro. HaShèm ne informa Moshè, comunicandogli l’intenzione di annientare il popolo. Moshè Lo supplica di avere misericordia. Moshè scende dal monte e lascia cadere le tavole. Prende il vitello lo brucia e ne getta le polveri nell’acqua che poi fà bere agli ebrei che hanno peccato. Moshè viene assistito dai membri della tribù di Levì, ai quali comanda di uccidere con la spada tutti i colpevoli.
Moshè chiede a HaShèm di mostrargli il Suo volto e HaShèm gli risponde che gli si rivelerà solo “posteriormente”.

MIDRASHIM

Un aroma divino.
(a pagina 695 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Mani, piedi e viso.
(a pagina 767 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Dall’esilio alla redenzione.
(a pagina 769 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Un peccato imperdonabile?.
(a pagina 771 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Quaranta giorni di digiuno.
(a pagina 773 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShem è Dio!
(a pagina 774 del volume Shemòt edizioni Mamash).

KI TISSA 5771 – IDOLATRIA: INGANNEVOLE RIEMPIMENTO
Perché ogni impulso e ogni vizio che ci domina è una forma sottile di idolatria? Una lezione basata sugli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch.

KI TISSA 5770 – INCHIOSTRO RIMASTO NELLA PENNA!
Il segreto dell’ebreo apparantemente distante!

KI TISSA 5768 – IL VALORE DELLE SECONDE TAVOLE SULLE PRIME
Perché Hashem ringrazia Moshè per aver rotto le tavole della legge? Qual è il grande merito in questo?

KI TISSA 5767 – LA GUARIGIONE CHE VIENE DAL MALE STESSO
Il peccato del vitello d’oro e la purificazione del peccato. I sacrifici e Shabbat Parà.

KI TISSA 5766 – IL NODO CHE FA RICORDARE!
Che cosa dobbiamo fare affinché Hashem ci perdoni i peccati?
L’insegnamento di Moshè, dopo il vitello d’oro! Il grande valore della Tzedakkà e il nodo dei tefillim!
Lo Shabbat, giorno benedetto, che permette l’elevazione di quanto compiuto nella settimana. 57, il valore numero associato allo Shabbat!

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TETZAVVE Zakor 5778 : TRE LEZIONI

Questo Shabbàt 24 Febbraio 2018, 9 del mese di Adàr 5778 leggeremo la Parashà di Tetzavvè 27,20-30,10 (Shemot Esodo).

Shabbat Zakor che precede Purìm 1° Marzo 2018

I° Sefer: Es 27, 20 – 30, 10
II° Sefer Deut. 25, 17-19

Si legge l’HAFTARÀ:
Italiani /Sefarditi: di I Samuele  15, 1;34
Milano/Torino/Ashkenaziti: I Samuele 15, 2-34

La Parashà di Tetzavvè è composta da 146 versetti.

La Parashà di Tetzavvè contiene 4 comandi e 4 divieti.

Shanghai, situata sul fiume Huangpu presso il delta del Chang Jiang, è la città più popolosa della Cina e del mondo. Durante la seconda guerra mondiale, quando in Europa il nazismo razzista seminava terrore e sterminio, le persone non potevano viaggiare senza possedere un visto o un permesso. Quasi tutte le frontiere del mondo erano chiuse e gli ebrei in fuga dagli artigli del Terzo Reich potevano trovare un rifugio “libero” solo nella lontana Cina, nella città di Shanghai. Questa città internazionale, accessibile a tutti senza alcun permesso, ha il merito di aver salvato la vita a diverse centinaia di migliaia di ebrei in fuga. Nel porto di Shanghai approdarono navi colme di ebrei grazie a un trattato firmato 100 anni prima…, NON A CASO!
Il governo imperiale cinese e la Gran Bretagna entrarono in guerra a causa di una disputa sul commercio dell’oppio (1839-1842). Con il Trattato di Nanchino (Nanjing) del 29 agosto 1842, fu firmato il trattato che sostanzialmente trasformò Shanghai in una città internazionale, aperta al commercio e dove le persone di tutti i paesi potevano transitare o sostare liberamente. Tra le conseguenze dalla guerra la Cina dovette cedere alla Gran Bretagna la città di Hong Kong (tornata alla Cina solo nel 1997) e permettere la riapertura al commercio straniero di quattro porti, oltre a quello di Shanghai.
Se avessimo letto un giornale nel 1842, non avremmo trovato in questa notizia nulla di essenziale per la storia del popolo ebraico e la nostra missione nell’universo. Avremmo probabilmente derubricato la cosa come un altro sanguinoso e tragico conflitto in Oriente. Ma esattamente 100 anni dopo, tutti abbiamo scoperto che questo faceva parte di una serie di eventi che salvarono generazioni di ebrei.
Vedere dietro le quinte ci concede una prospettiva lungimirante. Questo è uno degli insegnamenti più importanti della Megillà di Ester (che leggeremo il 14 di Adar prossimo mercoledì sera e giovedì mattina).
La natura non è altro che un paravento della mano di Dio che si nasconde dietro a delle regole che lui ha creato. Regole la cui logica continuità è tale da farci illudere che non esiste una mano che manovra l’universo. Questo è paragonabile a una mega industria dove una miriade di robot si muovono in sincronia perfetta fino a farci credere che tutto funziona in “automatico”. In realtà tutto è più è complesso ed esteso tanto da poter giungere alla conclusione che: NON PUÒ NON ESSERCI UNA CAMERA CON TANTI BOTTONI CHE FA GIRARE TUTTI I ROBOT.
Il nostro mondo è fatto di infiniti dettagli e molteplici creature, pensare che siano autonome come sembrano è altrettanto inverosimile. Siamo abituati a vedere il sole sorgere ogni giorno, ma non per questo l’evento può diventare un fatto scontato o logico. L’uomo rischia di sostituire le leggi della natura a Dio, solo perché le ha sempre viste così dal giorno che è nato e pensa che siano assolute ed eterne. Non a caso ci insegna la mistica che il valore numero di natura HATEVA corrisponde a 86 che è il valore numerico del nome di Dio ELOKIM che rappresenta la rivelazione contratta della luce infinite di Hashem. Questo permette al mondo di avere l’illusione di sentirsi autonomo di non vedere la parola di Dio che lo crea in continuazione e sostituire le leggi della natura alla mano del Creatore che sta dietro.
La storia che leggiamo a Purìm non parla solo del fatto che Dio salva gli ebrei dall’annientamento. Purìm è una storia molto più profonda: iniziamo la lettura con la sontuosa festa di un potente Re che sembra un racconto superfluo, in realtà fa parte di un vasto piano superiore. Anche negli ultimi versi della lettura di Purìm si parla della raccolta di nuove tasse emesse dal re Assuero a tutto il mondo. Perciò, sia l’inizio, sia la fine non sembrano centrare per niente con il contesto del miracolo di Ester e Mordekhay…
Nel giudaismo i piccoli dettagli e frammentati delle nostre vite fanno tutti parte di un grande puzzle. Come il caloroso buongiorno di un prigioniero (Giuseppe) in Egitto cambia la storia dell’umanità, questo caloroso buongiorno continua ogni giorno a illuminare le nostre anime di significato e di vita.
(vedi sotto riassunto di questo racconto o l’articolo interohttps://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10154696185660540)
Quattro saggi, Rabbi Meir, Rabbi Yehudà, Rabbi Yossi e Rabbi Shimon, discutono da dove si inizia a leggere la Megghilà.
Tre di loro suggeriscono di iniziare dal punto dove inizia la storia ebraica. O dal secondo capitolo, dove viene introdotto Mordekhay. O dal terzo capitolo in cui viene introdotto Haman il malvagio. O dal cap. 6 dove il Re ha una notte insonne e decide di ricompensare Mordekhay.
Eppure il verdetto e la tradizione ebraica, fino a questo giorno, segue Rabbi Meir che dice che dobbiamo leggere o ascoltare l’intero libro di Ester dall’inizio del primo capitolo fino alla fine, per adempiere il nostro obbligo nei confronti di Purìm .
Ma questa decisione sembra strana. Perché dovrebbe esserci un obbligo religioso di ascoltare a Purìm la storia della festa di un re persiano? Di come ha giustiziato a morte la sua amata regina? Queste sono storie storiche interessanti, ma perché l’obbligo di ascoltarle a Purìm ?
Perché realizziamo la mitzvà di ascoltare la Meghillà solo conosciamo gli eccessi materiali dei 187 giorni di banchetto del re? È vero, se Vashti non fosse stata uccisa, Ester non sarebbe diventata regina e non sarebbe stata in grado di salvare la sua gente. Tuttavia, questo è solo il prerequisito della storia, non la storia stessa.
Perché se qualcuno decide di saltare cap. 1 e iniziare direttamente dal cap. 2, deve rileggere la Meghillà, poiché non hanno adempiuto la mitzvà?
Tutti sappiamo che si può apprendere un romanzo pur saltando l’introduzione e i dettagli che descrivono gli eventi prima della storia e della trama principale?
Il nome stesso Purìm, che in persiano significa “goral – lotteria”, sembra strano. Haman ha estratto una lotteria casuale per determinare prima il mese e poi il giorno giusto in cui uccidere tutti gli ebrei. Ma allora perché chiamiamo la festa col nome che rappresenta la lotteria e lo sterminio Purìm che è una cosa negativa.
Non esiste alcuna festa del calendario ebraico che è chiamata con un termine ostile. Anche Khanukà vuole dire sia “hanno riposato” (dalla guerra), sia “hanno inaugurato” il Santuario dopo la profanazione dei greci, e così tutte le feste. Nessuna ha un nome che richiama un evento infausto e ostile per il popolo ebraico.
Tesoro Nascosto
Ogni dettaglio della vita, ogni evento che ci accade o anche solo ci viene fatto vedere o sentire, ha una ragione e un messaggio VITALE per le nostre vite. Niente è casuale e se Dio ci ha fatto SOLO vedere qualcosa, significa che dobbiamo imparare qualcosa nella nostra vita.
A maggior ragione se ci accade un inconveniente o una perdita economica, questo fa parte della nostra missione in questo mondo e sicuramente racchiude qualcosa di positivo.
SE LA NATURA FOSSE AUTONOMA potremmo pensare di prendercela con lei quando ci accade un evento negativo. Ma poiché la natura non è altro che la maschera della mano di Dio non possiamo arrabbiarci per nessun evento della vita.
Questo è il messaggio principale di Purìm e della Meghillà. Per questo ci mascheriamo per ricordarci che anche se mettiamo una maschera siamo sempre la stessa persona. Così anche gli eventi della vita non sono altro che la mano divina MASCHERATA in essi.
Quando leggiamo nel primo capitolo un racconto, apparentemente superfluo di feste faziose senza limite, dietro a questo evento abbiamo la chiave della salvezza dalla “soluzione finale”. Che sia quel perfido antisemita di Haman o che sia un tentativo dalla sua discendenza, come dice il Talmud “vi sarà il suo erede germanico”.
Doppia Lettura Della Vita
Molti eventi della vita rischiano di essere interpretati superficialmente. E solo in seguito si scopre che vi è anche una seconda lettura profonda e positiva. La visione del grande maestro Rabbi Meir ci insegna di leggere dall’inizio, ovvero di collegare tutti gli eventi insieme e TROVARE la mano divina che li unisce. In realtà è meglio vedere da subito la mano di Dio, ma questo a volte risulta molto difficile, poiché ciò richiede una grande fede. Come racconta il Talmud Rabbi Akiva di fronte ad ogni evento negativo diceva SUBITO: grazie a Dio è sempre per il bene anche se non lo vedo…
Se ci chiedessimo perché dobbiamo ritornare all’inizio della storia di Purìm la risposta è che delle volte possono passare mesi e anni se non decenni o un secolo per capire le vere conseguenze di un atto od un fatto. Come il trattato su Shanghai che salverà un’intera generazione di profughi europei verso l’unica meta libera, senza bisogno di alcun permesso.
Purìm vuole dirci di rileggere gli stessi eventi con una chiave diversa e vedere il bene nascosto che c’è in ogni cosa. Non si vede sempre il collegamento degli eventi il “piano superiore” di ogni dettaglio. Perciò il banchetto all’inizio “ e fu al tempo del Re Assuero…” sembra un evento isolato. Ma quando viene letto nel giorno di Purìm e dentro la Meghillà insieme al verso “agli ebrei fu gioia e felicità” (cap 8, 16), allora i versi iniziali acquisiscono un’altra prospettiva. Dove vediamo come Dio anticipa la guarigione alla malattia (Talmud Meghillà 13b) e ancora prima della nomina di Haman come super ministro, accade l’evento che aprirà la strada alla regina Ester di salvare il suo popolo.
Come raccontato che durante il banchetto quando il Re Assuero e totalmente ubriaco sfida la bellezza di sua moglie a tutte le donne del mondo e la obbliga di apparire così come Dio la creata senza veli. Ma lei che era di maggiore sangue reale e nipote di Belshazar re della Babilonia, gli risponde con un insulto: neppure lo stallone del regno di mio padre si ubriacava così tanto quando beveva…
Tutto questo succede nei banchetti che sembrano episodi non rilevanti nella storia, ma in realtà OGNI DETTAGLIO DELLA VITA DI OGNUNO ha una rilevanza che si riflette su tutta la sua vita e tutto il mondo.
Non ha caso questo insegnamento viene dato da Rabbi Meir che vuole dire or – luce. Il grande maestro sepolto a Tiberiade riesce a portare luce nella Meghillà dicendoci che è obbligatorio rileggere anche gli eventi superflui della vita con una lettura più profonda. È il verdetto finale che è lui ad avere ragione tra i quattro maestri e così ogni anno quando leggiamo la Meghillà dobbiamo ricordarci di cercare la seconda lettura degli eventi, di trovare il filo conduttore di tutta la storia di Purìm anche nei banchetti superficiali.
Vuole dire che noi da Purìm prendiamo la forza di scoprire il significato profondo delle nostre vite, trovare come trasformare in positivo ogni episodio trascorso.
Tasse Segrete
Non a caso proprio nella conclusione della lettura di Purìm, nel capitolo decimo, troviamo solo tre versi di cui i primi due sembrano totalmente superflui, mentre solo l’ultimo ha un po’ di collegamento con il miracolo.
L’inizio sempre collegato con la fine perciò anche alla fine troviamo dei concetti che possono essere inutili, ma in realtà sono importantissimi.
Dopo la grande vittoria degli ebrei contro i nemici antisemiti si apre la strada per la ricostruzione del grande Santuario di Gerusalemme. Troviamo nel Talmùd Rosh Hashanà pag 3 che non era facile, a quell’epoca, offrire tutti i sacrifici visto che gli ebrei erano ancora sparsi e quelli tornati in Israele non erano facoltosi. Quindi furono costretti a chiedere aiuto economico al Re di persia.
Totale Trasformazione
Ci sono tanti altri racconti nei profeti di quel tempo, come Zekharyà che ci racconta della miseria e mancanza di cibi nel Medio Oriente. Come hanno potuto costruire il Santuario fatto in oro e i materiali più pregiati se erano così indigenti? Questo è lo scopo celato della tassa che ha imposto il Re Assuero SOLO per garantire la CASSA per la COSTRUZIONE del Santuario. La Meghillà finisce con la più grande dolce notizia: quello stesso Re che aveva autorizzato la “soluzione finale”, lui stesso impone una nuova tassa SOLO per la ricostruzione del grande Santuario. Una trasformazione così elevata non si è mai vista nella storia. Purìm ci educa anche a trasformare il male in bene. La storia si concluderà , non solo con la morte di tutti i nemici antisemiti, ma addirittura con la concessione dell’autorizzazione a ricostruire il Santuario e poi ancora di più, il grande despota raccoglie LUI STESSO i fondi per il Santuario.
Nome Persiano
Perciò viene chiamata la festa Purìm con un nome persiano, negativo e plurale che significa: lotterie. Lotteria esprime un concetto non logico e non scontato, ma una vittoria fortunata. Purìm=Lotteria=Casualità.
Questo ci insegna Ester come guardare gli eventi della vita: episodi solo apparentemente casuali che in realtà sono OGNUNO PARTE INTEGRALE del puzzle divino, proprio come una lotteria che è destinata a quella persona, perché fa parte della sua missione.
E ci sono due tipi di casualità – lotterie perciò è al plurale: PURIM non PUR.
Esiste un collegamento superiore dei fatti dalla prospettiva umana. Ma esiste un’altra lotteria più profonda da una prospettiva superiore divina. Anche un evento che per l’uomo sembra impossibile da collegare alla vita, impossibile di trovare il bene, anche quel evento è un piano superiore.
Se non si legge il primo capitolo dove gli eventi sono lontanissimi dal miracolo, dice Rabbi Meir, non si esce d’obbligo della lettura del miracolo di Purìm.
GUARDA DIETRO LE QUINTE E TROVERAI L’INFINITO!
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IL BUONGIORNO CHE HA SALVATO L’UMANITA’
Giuseppe è un ragazzo molto bello e affascinante, un eletto da Dio, perché ogni cosa che tocca diventa oro, fino al punto che il suo padrone, il grande ministro Potifar (capo della macelleria), lo nomina responsabile di tutta la sua casa.
Così, in breve tempo il nuovo “profugo” scappato da Israele, e venduto come servo, fa carriera molto in fretta, e dopo essere caduto dalle stelle (figlio prediletto di Ya’akòv, l’uomo più famoso al mondo) alle stalle, si rimette in piedi grazie alla sua onestà e al timore di Dio, poiché ” Aveva sempre Dio nella sua bocca…. Ovvero per ogni cosa diceva: “se Dio vuole, con l’aiuto di Dio, a Dio piacendo”.
Nonostante la sua onestà, il successo e la grande fede, Giuseppe finisce in prigione per una colpa molto grave: l’accusa è che ha tentato di violentare la moglie del suo padrone, ma la realtà è che lui non ha voluto tradire il suo padrone coricandosi con sua moglie, ma la donna per ripicca ha accusato Giuseppe del contrario assoluto.
Una “colpa” così grave è degna della peggiore punizione. Perciò Giuseppe viene buttato in prigione, in una cella buia e isolata, la peggiore esistente nel paese, quella riservata ai peggiori criminali SOLO perché è stato onesto e fedele.
Dopo 10 anni di durissima prigionia e isolato da tutti (stile 41 bis), arrivano nella sua cella nientemeno che due MINISTRI. Un bel giorno Giuseppe vede che i suoi coinquilini sono giù di morale e chiede loro: Madua pnekhem raim hayom – perché oggi siete giù di morale?
Essi gli raccontano il loro strano sogno, che li deprime perché non riescono a capirne il messaggio celato. Allora Giuseppe interpreta il sogno di ognuno dei ministri: uno di loro verrà salvato e ritornerà al suo posto dopo tre giorni, l’altro verrà ucciso dopo tre giorni. Così i ministri si calmano e si stupiscono della profondità di Giuseppe.

La Parashà di Tetzavvè tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm impartisce a Moshè le istruzioni concernenti il confezionamento degli indumenti del Sommo Sacerdote e dei sacerdoti semplici, che presteranno il culto ne Tabernacolo.
Il Sommo Sacerdote indosserà otto indumenti: l’efòd, il pettorale, la veste, il diadema, la tunica, il turbante e la fascia. Il vestiario del sacerdote semplice sarà, invece, limitato a quattro capi: La tunica, la fascia, il copricapo e i calzoni.
HaShèm istruisce Moshè sul rituale di investitura che renderà Aharòn e i suoi figli sacerdoti, per l’eternità.Il rituale consiste nell’esecuzione di determinate offerte farinacee e di particolari sacrifici, nell’immersione rituale e nella vestizione degli abiti sacerdotali.

 

MIDRASHIM

Donare per elevarsi.
(a pagina 685 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il significato simbolico del Mishkàn.
(a pagina 689 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Singolarità e peculiarità.
(a pagina 754 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShèm risiede fra noi.
(a pagina 758 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Uno per tutti.
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

TETZAVVE 5771 – ATTIVARE LA GIOIA + MOLTO RUMORE PER QUALCOSA!
Come far nascere le emozioni? Un insegnamento che deriva dagli abiti del Cohen gadol. Stare nascosti o fare rumore? La via giusta per la nostra generazione.

TETZAVVE 5769 – L’AMORE NON È BELLO SE NON È LITIGARELLO!
Che cosa significa essere orfani spiritualmente? I tipi di unione tra Hashem e l’uomo legati ai sacrifici: quella del korban e quella dell’incenso. Due matrimoni diversi. Le interpretazioni Talmudiche e i significati profondi legati ai sacrifici.

TETZAVVE 5768 – IL SILENZIO DELL’OLIO CHE BRUCIA!
Quando c’è un contrasto, consegue rumore. Quando c’è vicinanza, c’è silenzio. Hitpaalut e dvekut, due stati emozionali diversi della preghiera, due condizioni per unirsi a D-o.

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TERUMA 5778 : SEI LEZIONI

Questo Shabbàt 17 Febbraio 2018, 2 Adàr 5778, leggeremo la Parashà di Terumà Es. 25,1-27,19.

Si legge l’Haftarà di Melakhìm 1 5, 26-32; 6, 1-13
(a pagina 442 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La Parashà di Terumà è composta da 146 versetti.

La Parashà di Terumà contiene 2 comandi e 1 divieto.

si racconta la storia di un uomo che, nonostante vivesse in modeste condizioni, offriva spesso il proprio aiuto a poveri e forestieri invitandoli a recarsi nella sua casa, per mangiare un buon pasto. La sua generosità era davvero speciale in proporzione alla sua condizione economica.
Grazie a questi atti di bontà, egli fu benedetto con grandi ricchezze e presto si trovò ad abitare in una bellissima casa signorile. Però, iniziò ad avvenire un cambiamento e lentamente i poveri non furono più ospiti benvenuti. Inizialmente fu un accenno, poi un invito ad andarsene, infine non li lasciava nemmeno più entrare nella sua bella casa, per paura che rovinassero i tappeti pregiati fatti a mano. E quando i suoi “amici” poveri gli chiedevano aiuto, lui incurante gli rispondeva di lavorare di più e più duramente.
Appena la notizia del suo cattivo comportamento si diffuse venne a trovarlo il suo saggio Rabbino.
Mentre parlavano nella grande casa, il Rabbino gli indicò un enorme specchio appeso al muro che dava sulla strada e, simulando ignoranza, disse: “Che strana finestra! Tutto ciò che vedo è me stesso! Dove sono tutte le persone in strada?”
L’uomo, ridendo, rispose: “Rabbi non è una finestra, è uno specchio.”
“Ma non capisco” disse il Rabbino, “è fatto di vetro, come una finestra?”
“Se fosse solo vetro si potrebbero vedere le persone che passano sulla strada. Ma questo è uno specchio, un vetro ricoperto da una lastra d’argento. Per questo vedi solo te stesso.”
“Aha!” disse il saggio Rabbino. “Ora capisco il problema. Quando aggiungi l’argento, tutto ciò che vedi è SOLO TE STESSO!”
(consiglio altamente di vedere il seguente video che narra molto bene questo racconto https://youtu.be/PI8uRBN3dew)
Non c’è niente di male nel benessere materiale, fin tanto che viene gestito nella maniera appropriata. La nostra lettura settimanale della Torà ci insegna che oggetti lussuosi e puramente fisici possono anche essere usati per servire Hashèm. Ogni cosa, se utilizzata nel modo corretto, può essere elevata e impiegata per scopi spirituali e santi.
Il Rebbe di Lubavitch una volta visitò un campeggio estivo dove vide un avviso che diceva: “Il denaro è la radice di ogni male”. Il Rebbe commentò che il cartello non era corretto; il denaro, come qualunque altra cosa, può essere usato per buoni o cattivi propositi. Dipende TUTTO dalla persona che ne fa uso.
IL DENARO NON È LA RADICE DI OGNI MALE!
Questo concetto è evidenziato nella parashà: “…essi erigeranno per Me un santuario e IO dimorerò in mezzo a loro”. La Torà non dice “in mezzo ad esso” ma “in mezzo a loro”.
Midràsh spiega che Dio desidera dimorare in un luogo che si trovi in basso, nel mondo fisico, in ebraico DIRA BETAKHTONIM.
Questo si ottiene attraverso l’adempimento quotidiano delle mitzvòt che ci permettono di usare le cose materiali, in nostro possesso, per collegarci alla nostra sfera spirituale. In questo modo creiamo le condizioni affinché Dio possa dimorare “in loro”, ovvero in ognuno di noi. Solo così gli oggetti materiali ci “donano” la facoltà di condurre HaShem dentro di noi, ogni giorno della vita. Solo quando riusciamo a creare una “dimora” per Dio, dentro di noi, possiamo sperimentare una nuova dimensione e significato della nostra esistenza.
Ma come possiamo realizzare questo processo di rettificazione della materia?
La parashà di Terumà parla dell’oro, dell’argento e degli altri metalli preziosi che venivano usati, per vari scopi, nel Mishkan (Tabernacolo) e, in seguito, Santuario di Gerusalemme. Questa porzione, a prima vista, sembra porre un’enfasi eccessiva sulle sostanze fisiche e materiali. Ciò in apparente contrasto con le questioni spirituali che costituiscono l’essenza della Torà e dell’ebraismo.
Talenti Personali
La risposta la troviamo proprio nella parashà di questa settimana, Terumà che significa offerta o donazione. Questa parola la troviamo usata per tre volte in corrispondenza ai tre tipi di offerta:
la terumà degli adanìm, per le incavature-base in argento del Mishkàn (Santuario) nel deserto MEZZO SHEKEL;
la terumà dei shekalìm, per cui ogni ebreo, al di sopra dei vent’anni, dava una moneta di MEZZO SHEKEL, come fondo per i sacrifici pubblici e come espiazione per il peccato del vitello d’oro;
per ultima, la terumà “generale”, un’offerta, che ogni uomo, donna e bambino facevano per realizzare i loro desideri per il Santuario, secondo i loro cuori. Erano inclusi il legno di cedro per i muri, stoffa e pellame per i tendaggi, oro, argento rame e altri materiali.
La prima offerta aveva il valore fisso di MEZZO shèkel per gli adanìm (le incavature che formavano la base dell’intero Santuario). Anche se gli adanìm costituivano la parte più bassa del Santuario, tuttavia erano il fondamento su cui tutta la costruzione poggiava.
Questo può alludere al fatto che, allo stesso modo, ogni ebreo ha dentro di sé il desiderio di adempiere la Volontà Divina. Questo sentimento nasce da una “base” comune che è il livello dell’anima, la quale deriva dalla stessa Essenza e quindi è uguale per tutti.
Questa determinazione innata ad accettare il giogo divino, chiamato KABALAT OL è il motivo per cui questa offerta non tiene in considerazione il livello economico di ognuno, poiché tutti sono uguali e le nostre anime sono della stessa essenza. Questa percezione della vera realtà è la base, il fondamento di tutto ciò che “viene messo sopra” nelle nostre vite, proprio come gli adanìm/basi del Santuario.
La seconda offerta, quella di MEZZO shèkel, simboleggia l’idea che è possibile ottenere tanto anche da soli, ma quando arriva il momento (e prima o poi arriva sempre..) occorre sapersi unire a qualcun’altro, per andare avanti insieme e diventare una cosa sola. Solo mettendo assieme due mezzi shekèl è possibile ottenere una moneta intera. QUESTO è l’unico modo per espiare il peccato del vitello d’oro. Peccato che si fonda sulla vanitosa pretesa di poter sostituire Mosè con un altro tramite: il VITELLO. Perciò la rettificazione di questo atto avviene solo attraverso un MEZZO SHEKEL, che simboleggia l’umiltà.
La terza categoria era legata a ciò che “il cuore desiderava” dare, ossia qualsiasi genere di donazione al Santuario. Per fare ciò era necessario “trovare la chiave”, il campo più adatto nella quale ogni persona poteva contribuire meglio. Per questo la Torà ci dice che chi poteva dare oro, dava oro; chi poteva dare argento, dava argento e così via.
Il fatto che Hashem ha ordinato di separare la prima raccolta per le fondamenta da tutti gli altri oggetti del Tabernacolo è per insegnarci che tutti abbiamo nella nostra anima: LA STESSA ESSENZA E IL SENTIMENTO DI UNIONE INFINITA AD HASHEM E LA MEDESIMA SOTTOMISSIONE AL GIOGO DIVINO.
Dio ci dà ricchezze materiali con lo scopo di trasformarle in ricchezze spirituali. Per fare ciò il nostro “dare” deve essere proporzionato alle nostre abilità e ai nostri talenti personali. La nostra essenza è uguale a quella di tutti gli altri, ma, in relazione ai nostri talenti specifici, ognuno di noi ha un indirizzo particolare che il cuore “desidera”. Ovviamente diamo il contributo migliore nell’area in cui primeggiamo. La Torà riconosce queste nostre forze personali e ci istruisce affinché possiamo utilizzarle al massimo.
lo scopo di tutta la Creazione del mondo si trova nella parashà di questa settimana:
MI FARETE UN SANTUARIO E RISIEDERO’ DENTRO DI VOI. Dio desidera una dimora nel mondo materiale. Ognuno di noi ha il compito di crearla, collaborando con gli altri secondo le nostre abilità, talenti e inclinazioni. Non abbiamo bisogno di grandi ricchezze materiali, ma solo tanta buona volontà, per scoprire quale è il miglior “materiale” da donare alla casa di Dio.
Ogni Generazione Suo Compito
Seguendo una progressione storica e temporale ben definita, la nostra epoca è caratterizzata dal prevalere dell’agire umano, sulla speculazione intellettuale e sulla ricerca mistica. Questa particolare condizione, si basa sugli insegnamenti del santo maestro Ari Zal che paragona tutte le generazioni a un corpo. Le prime sono intelletuali poiché corrispondo alla testa. Infatti la prima generazione si chiama Dor Deà (generazione intelletuale), poiché aveva la manna e poteva dedicarsi solo allo studio. Mentre la nostra generazione è paragonata ai piedi, ovvero all’azione: oggi siamo più capaci di fare concretamente il bene che di raggiungere le profondità del pensiero o le vette elevate della preghiera.
Quando arriviamo alla settima porzione di Shemòt è il momento di riflettere sullo scopo della nostra esistenza e chiederci dove siamo e se stiamo ottimizzando le qualità della nostra generazione del tallone. Come scrive il Tanya il compito principale di queste generazionni è quello di fare opere di bene e benevolenza, al fine di trasformare questo mondo in una dimora per Dio e permettere cosi l’arrivo di Mashiakh, presto ai nostri giorni, Amen.

La Parashà di Terumà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm impartisce a Moshè il comando di raccogliere dal popolo le offerte delle materie prime necessarie per l’edificazione del Mishkàn, (il Tabernacolo), dei suoi arredi, dei suoi utensili e dei suoi tendaggi.
HaShèm comanda la costruzione dell’arca santa, in cui saranno custoditi le Tavole della Legge,del tavolo dei pani di presentazione e del candelabro a sette bracci.
HaShèm ordina,quindi,il confezionamento dei tendaggi e delle assi per le pareti che costituiranno la struttura dell’edificio.In seguito parla del divisorio di partizione, una sorta di sipario che dividerà il Santo dal Santo dei Santi.
La Parashà si conclude con l’ordine di fabbricare l’altare di rame, detto anche l’altare dell’olà, sul quale verranno eseguiti i sacrifici.

MIDRASHIM

Donare per elevarsi.
(a pagina 685 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il significato simbolico del Mishkàn.
(a pagina 689 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Singolarità e peculiarità.
(a pagina 754 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShèm risiede fra noi.
(a pagina 758 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Uno per tutti.
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

TERUMA 5771 – I TRE STRATI DELL’ANIMA
La visione del mondo secondo il Tanya: l’oro è più brillante se insieme al legno e non da solo.

TERUMA 5770 – EDUCAZIONE: DEMONI O ANGELI?
Perché alcuni figli crescono educati con valori, ed altri no? Il valore dell’educazione e di un ambiente famigliare sano, fondato sulla Torà, è la base per una crescita positiva di un figlio.

TERUMA 5769 – 1990: INCONTRO CON IL DALAI LAMA E GLI EBREI!
Il Segreto delle stanghe dell’Arca Santa. Perché l’Arca Santa doveva essere sempre pronta per viaggiare e avere i bastoni dentro?

TERUMA 5768 – TRE MATERIALI X TRE TIPI DI ESILIO
Qual è la relazione tra gli esilii e la costruzione del Tabernacolo? Il significato dei tre materiali: oro, argento e rame.

TERUMA 5767 – LA FORZA DEL LEGAME CON HASHEM!
Il Santuario: una casa per Hashem, una casa per ogni ebreo. Il legame unico ed inscindibile che ogni ebreo ha con D-o.

TERUMA 5766 – TZEDAKKA: QUALITÀ E NON QUANTITÀ
Come imparare a valorizzare la Tzedakkà! Il valore della decima: dettagli e significato.

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MISHPATIM Shekalìm 5778: QUATTRO LEZIONI

Questo Shabbàt Mishpatìm Shekalìm 10 Febbraio 2018, 25 del mese di Shevàt 5778 leggeremo la Parashà di

Mishpatìm I° Sefer: Es 21, 1 – 24, 18
Shekalìm: II° Sefer: Es 30, 11-16

Si legge l’Haftarà di:
Italiani/Ashkenaziti II Re 12, 1-17
Sefarditi: II Re 11, 17-12, 17

Si annuncia Rosh Chòdesh

La Parashà di Mishpatìm è composta da 118 versetti.

La Parashà di Mishpatìm contiene 23 comandi e 30 divieti.

la parashà di questa settimana, Mishpatìm, si occupa principalmente di leggi civili, dei danni derivanti da fatti illeciti, della disciplina dei rapporti patrimoniali e delle norme sulla custodia. In questa porzione della Torà è disciplinata la seguente fattispecie (Shemòt 22, 6): “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”.
In parole semplici, qui la Torà sta affermando che un ladro non deve solo risarcire la vittima per la perdita, ma deve anche subire una sanzione, che lo obbliga a pagare il doppio della somma o del valore del bene sottratto.
Messa così la questione sembra semplice.
Tuttavia, un ben noto principio del pensiero ebraico è che ogni singolo passaggio della Torà contiene, oltre al suo significato letterale, anche interpretazioni psicologiche e spirituali nascoste.
La dimensione pratica di una mitzvà potrebbe non rilevare il suo messaggio mistico, mentre l’aspetto metafisico permane eternamente nei nostri cuori e nelle nostra psiche. Qual è l’interpretazione psicologica della suddetta legge?

“Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili”: questa frase può essere intesa come una metafora di come il Creatore del mondo affida all’uomo “denaro e beni” da salvaguardare.
Dio concede a ciascuno di noi un corpo, una mente, un’anima, una famiglia e una piccola parte delle risorse del suo mondo. Ci chiede di allevarli e proteggerli da una miriade di forze interne ed esterne che li minacciano. Eppure, ognuno di noi possiede anche un ladro interiore che si propone di rubare questi doni e usarli secondo la propria volontà. Questo “ladro” rappresenta la “inclinazione al male” o yetzer harà, come è chiamato nel gergo talmudico.
Questa sorta di “istinto animalesco” esiste all’interno della psiche umana e cerca costantemente di controllare i nostri corpi, anime e vite abusando della loro identità, violando la loro integrità e derubandoli dalla loro appropriata linea di condotta.
Ad esempio, quando una forte brama istintiva ci costringe a bere o consumare qualcosa di dannoso, per il nostro corpo o spirito, il “ladro” interiore o “inclinazione distruttiva”, ha appena “rapito” e danneggiato parte delle nostre esistenze. Allo stesso modo, quando mentiamo, per convenienza, il “ladro” interiore, ancora una volta, è entrato e ha rubato le nostre “labbra” e “parole”, impiegandole per una funzione immorale, degradando così le nostre coscienze e anime. Ognuno di noi, in questo momento, potrebbe aggiungere decine di altri esempi.
Apatia e colpa
Potrebbero esserci, nel mondo, quei pochi santi che non mancano mai di salvaguardare il loro spazio sacro, poiché non cedono mai all’istinto.
Però la maggioranza della società è sottoposta a frequenti visite di questo “piccolo ladro” che, a poco a poco, conquista pezzi delle nostre vite. Di fronte a questo vero e proprio assalto, come ci comportiamo?
Alcune persone sentono che le loro battaglie contro il loro ladro interiore sono, alla fine, destinate al fallimento. Abbandonano la lotta e, poco a poco, permettono al ladro di prendere ciò che vuole, quando vuole. Di conseguenza sviluppano una vita frivola e cinica piuttosto che un’esistenza profonda e dignitosa.
Altri, all’estremo opposto, diventano profondamente scoraggiati e tristi. I loro continui fallimenti gli instillano sentimenti di auto-disprezzo, mentre si crogiolano nella colpa e nella disperazione.
L’ebraismo respinge entrambe queste nozioni, poiché conducono l’essere umano all’abisso: il primo porta la persona all’incuria di sé e il secondo attraverso la depressione (Vedi Tanya parte I inizio del cap 1 e la fine del cap 36).
La Maestà Del Ritorno
Quando l’uomo sa di avere dalla nascita dei caratteri negativi non ha ragione di cadere nelle depressione se non riesce a vincere il vizio dell’alcol, per esempio. Perché ognuno nasce con tendenze che lo possono portare a delle dipendenze, per cui non dobbiamo sorprenderci di queste soggezioni, perché sono lo SCOPO DELLA NOSTRA ESISTENZA.
Questo è ciò che la Torà ci consiglia di fare nella perenne lotta con il cattivo istinto? “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”. Esci, suggerisce la Torà e trova il ladro! Quindi riceverai il doppio di ciò che possedevi in origine!
Qui veniamo introdotti, in modo sottile, nella squisita dinamica conosciuta nel giudaismo come teshuvà o guarnigione psicologica e morale: invece di crogiolarci nelle nostre colpe e di rimanere nella disperazione; invece di arrenderci all’apatia e al cinismo; dobbiamo IDENTIFICARE e AFFRONTARE il NOSTRO “LADRO”.
In altre parole, dobbiamo scovare quelle forze, dentro le nostre vite, che continuano a derubarci. Dobbiamo reclamare la sovranità sui nostri comportamenti e modelli. Solo così il ladro ci restituirà il doppio dell’importo che ci ha preso.
Dal punto di vista psicologico questo significa che l’esperienza di cadere e rialzarsi ci permetterà di approfondire la nostra spiritualità e dignità in maniera doppia rispetto a quello che avrebbe potuto essere senza il furto. Il Talmud (Yomà 86b) dice: “GRANDE è il PENTIMENTO, perché come risultato di ciò i PECCATI VOLONTARI si TRASFORMANO in VIRTÙ”.
Anche se falliamo e permettiamo alla nostra vita di andare in rovina, possiamo sempre riuscire ad affrontare il ladro e riprenderci il controllo della “macchina sbandata” e ripotarla in careggiata.
La lotta e la vittoria contro il nostro “istinto al male” ci permette di acquisire una nuova visione di noi, una nuova consapevolezza delle nostre potenzialità più profonde e una determinazione che altrimenti non avremmo mai potuto riscoprire. Solo Impegnandoci nello straordinario sforzo della teshuvà – ritorno, il peccato stesso viene ridefinito come mitzvà. Come può essere questo paradosso?
Perché proprio il fallimento e la conseguente frustrazione generano una profonda e autentica passione e apprezzamento per il bene e per la santità interiore che ogni uomo nasconde (Tanya capitolo 7). In altre parole è proprio la LONTANANZA che STIMOLA il DESIDERIO di TORNARE alla “PROPRIA VERA CASA”. Questo distacco ci fa apprezzare la nostra anima che è una parte di Dio ed è il più grande regalo che abbiamo, ma che dobbiamo saper rispettare.
Questo avviene solo a causa della lontananza che risveglia un’appassionata nostalgia. Perciò è proprio “l’istinto animalesco” che ci dà l’impulso per il ritorno e proprio come ogni animale questo istinto è molto più vigoroso di quanto ogni anima potrebbe essere. Dopo il “furto” abbiamo l’opportunità di portare a casa il doppio, grazie al fatto di aver guadagnato la potenza dell’anima animale che è dentro ognuno di noi. Questa è la dinamica, spiegata nella porzione della Torà di questa settimana, che permette di trasformare il negativo in positivo.
La prossima volta che il ladro interiore dirotta la nostra vita morale, prendiamo la palla al balzo e capovolgiamo la caduta in un’opportunità, per riappropriarsi di noi stessi con una DOPPIA DOSE di LUCE e PUREZZA.
Albert Einstein dice:
CHI NON HA SBAGLIATO, NON HA MAI PROVATO QUALCOSA DI NUOVO!
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Questo saggio è basato su Or Hatorà Parshat Mishpatim vol. 4 p. 1050. Sefat Emet Parshas Mishpatim, nei discorsi dell’anno 5635 (1875). Or Hatorà fu scritto dal rabbino Menachem Mendel di Lubavitch, lo Tzemach Tzedek, terzo Lubavitcher Rebbe (1789-1866).

La Parashà di Mishpatìm tratta in sintesi i seguenti argomenti:

La Parashà espone un gran numero di leggi civili concernenti, ad esempio, i doveri nei confronti degli schiavi, delle persone a cui si arreca danno fisico o materiale, delle vergini, delle vedove e degli orfani.
Le leggi relative ai custodi: retribuiti e non retribuiti e quali doveri ha ciascuno di loro. Segue l’esame della casistica concernente il prestito o l’affitto di oggetti o animali. Restituzione di oggetti smarriti.
Il dovere di concedere prestiti e non mettere a disagio il debitore.Divieto dell’usura e obbligo di non trattenere il pegno.
Leggi riguardanti l’anno sabbatico, lo Shabbàt, i pellegrinaggi e la separazione fra carne e latte.
Hashèm promette al popolo la Terra di Israèl, vietandogli, tuttavia, di lasciarsi trascinare dall’idolatria e ingiungendogli di distruggerne qualunque segno,
Hashèm stringe il patto con il popolo ebraico, che accetta di osservarnne la Legge ancor prima di venirne a conoscenza. Moshè sale sul monte per ricevere le Tavole della Legge e vi rimane per quaranta giorni e quaranta notti.

MIDRASHIM

Il servo al servizio del padrone.
(a pagina 679 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il divieto di mescolare latte e carne
(a pagina 681 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Una giornata particolare
(a pagina 681 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Fra obbedienza e comprensione
(a pagina 743 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Non eliminare, bensì santificare
(a pagina 748 del volume Shemòt edizioni Mamash).

I custodi non custoditi
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Ispirazione per la vita quotidiana
(a pagina 752 del volume Shemòt edizioni Mamash).

MISHPATIM 5771 – CURARE LA RADICE CHE CAUSA IL MALE!
Come Migliorare i Nostri Attributi! Il fuoco si spegne dalla radice. Ma qual è la radice? Come identificare l’animale che sta dentro di noi!Come assumerci le responsabilità e dominare il fuoco, il 4° tipo di causa!

MISHPATIM 5770 – I QUATTRO CUSTODI E LE CONSEGUENZE PSICOLOGICHE
Come ti consideri: un approfittatore? un goditore? un lavoratore? o un soldato? 4 modi di relazionarci con Hashem, con il proprio coniuge, con il prossimo. Le regole di questi quattro livelli e come si relazionano a Pèsach!

MISHPATIM 5768 – VEDOVE E ORFANI + ALLONTANARSI DALLE BUGIE
Non offendere e fare soffrire non è un procetto uguale per tutti? Dalla parasha di Mishpatim si impara che la punizione è proporzionale al tipo di persona che si riferisce. Allontanarsi dalla bugia, non fare azioni che portano a mentire. Un precetto che ci tutela da trovarci intrappolati nel peccato.

MISHPATIM 5767 – IL RISPETTO DEL CORPO
Gli insegnamenti innovativi del Baal Shem Tov sull’importanza di elevare il corpo per avvicinarsi ad Hashem, rispettandolo in ogni momento!

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YITRO 5778 : CINQUE LEZIONI

Questo Shabbàt 3 Febbraio 2018, 18 del mese di Shevàt 5778 leggeremo la Parashà di Yitrò Es. 18, 1-20, 23.

Si legge l’Haftarà di Yesha’yà:
Italiani/Ashkenaziti: Is. 6, 1-7, 6; 9, 5-6
Torino/Sefarditi: Is. 6, 1-13

La Parashà di Yitrò è composta da 72 versetti.

La Parashà di Yitrò contiene 3 comandi e 14 divieti.

sappiamo che molti ebrei, soprattutto israeliani, vanno in India o in Estremo Oriente alla ricerca di “cibo spirituale” per l’anima. Questo piccolo esodo è in parte causato da coloro che, nel divulgare la parola di Ha-Shém, ignorano o nascondono il lato spirituale della Torà e mettono in risalto solo l’aspetto tecnico e formale dell’ebraismo costituito, secondo loro, solo da tante azioni materiali: le mitzvòt –precetti della Torà.
Queste vanno naturalmente onorate e osservate con rigore, come qualunque comandamento dato da Ha-Shém, ma non vanno applicate in modo freddo e meccanico. Lo scopo intrinseco delle mitzvòt non è certo quello di farci diventare dei “robot senz’anima”. Un ebraismo inteso in questo modo rischia di allontanare tutti coloro che cercano un profondo rapporto spirituale con Hashèm.
Mio padre disse: “Freddezza ed eresia sono separate solamente da una sottile paratia!” È detto: “Poichè l’Eterno, tuo D-o, è un fuoco che consuma”. La Divinità è una fiamma di fuoco. Lo studio della Torà e la preghiera devono essere fatti con un cuore appassionato, così che “tutte le mie ossa pronunzieranno” le parole di Dio, nella Torà e nella preghiera (Rebbe di Lubavitch, HaYom-Yom, Venerdì 16 Shvàt 5703).
Ecco perché il Rebbe di Lubavitch ci insegna che bisogna scaldare il compimento dei precetti con il “fuoco di Dio” che è la nostra anima. Dobbiamo riuscire ad “accendere l’anima”, con la parte più spirituale della Torà, senza che ciò venga ostacolato delle norme pratiche, delle azioni fisiche o dal nostro lato razionale. Come detto dal Rebbe occorre che le preghiere e lo studio “devono essere fatti con un cuore appassionato, così che “tutte le mie ossa pronunzieranno” le parole di Dio”.
La figura di Moshè ci permette di comprendere come la grandezza di un leader sta nel capire di quale acqua e cibo abbisognano le pecore del gregge.

Prima di diventare il leader di tutto Israèl Moshè era un pastore.
Il Midràsh racconta come un giorno, mentre Moshè stava facendo pascolare i greggi di Yitrò nel deserto del Sinày, un agnellino cercò di fuggire. Moshè lo inseguì, finché giunse a una sorgente e cominciò a bere. Quando Moshè raggiunse il piccolo pianse: “Oh, non sapevo che tu fossi assetato!” Cullò il piccolo fuggitivo tra le sue braccia e lo riportò nel gregge. Disse l’Onnipotente: “Tu sei misericordioso nell’occuparti di un gregge, perciò ti dedicherai al Mio popolo di Israèl”.
L’importante lezione dell’episodio è capire come il piccolo non era scappato dal gregge per malizia o malvagità, ma perché era semplicemente assetato.
Quando un uomo si allontana da Hashem, Dio non voglia, è solo perché egli è assetato. La sua anima ha sete dei veri significati della vita, della parte più profonda e spirituale della Torà (simboleggiata dall’acqua) che permette all’anima di accendersi. Di conseguenza c’è il rischio che egli vaghi in terre straniere, cercando di placare la propria sete.
Quando Moshè comprese ciò, fu in grado di divenire il leader di Israele. Solo un pastore che non si affretta a giudicare un fuggitivo e che si dimostra sensibile ai profondi motivi della sua diserzione, può sollevarlo misericordiosamente tra le sue braccia e ricondurlo a casa.
Psicologia Di Vita
Yitrò era sorpreso dal modo in cui suo genero, Moshè, giudicava le persone. Come poteva Moshè pensare di giudicare da solo l’intera nazione? Sembrava un modo molto inefficiente! Così Yitrò suggerì di creare un formale sistema giudiziario che avrebbe lasciato Moshè libero di trattare solo i casi davvero rilevanti. Da questo suggerimento nasce il famoso concetto di gestione aziendale “PIRAMIDALE”: alla base ci sono più pietre (persone) e man mano che si sale sempre di meno fino alla cima dove c’è solo una pietra. E in cima c’è Moshè che gestisce i problemi più complicati che ci sono.
Il piano di Yitrò era di creare una gerarchia di giudici. Alcuni giudici avrebbero avuto giurisdizione su dieci persone, altri su cinquanta, cento e mille.
Moshè non discusse con il suocero, accettò il suo suggerimento e cambiò il sistema giudiziario. Almeno in apparenza…!
Ma tutto questo sembra piuttosto semplicistico. Certamente Yitrò non stava suggerendo nulla di nuovo! Ogni nazione ha un sistema giudiziario. Com’è possibile che Moshè, il più grande leader che la storia abbia mai conosciuto, il profeta di tutti i profeti, non ci fosse arrivato da solo?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo comprendere quali erano i veri motivi che hanno spinto Moshè a dare attuazione al suggerimento di Yitrò.
Yitrò vedeva la procedura giudiziaria esclusivamente finalizzata alla risoluzione delle controversie di natura patrimoniale ed economica. Egli pensava che solo le dispute su terra e ricchezza fossero ciò che conducevano le persone nei tribunali. Yitrò pensava di “nutrire il gregge” con procedure formali e materialità. Quindi Yitrò suggerì a Moshè di allestire diversi livelli di giudici: “Tutti i casi minori essi giudicheranno e i maggiori li porteranno dinanzi a te”.
In altre parole, i casi monetari minori, le piccole rivendicazioni, dovevano essere gestite da altri giudici. Dal suo punto di vista, Moshè non doveva essere disturbato da rivendicazioni gestibili anche da giudici minori, poiché doveva gestire solo le GRANDI questioni monetarie, ovvero di grande QUANTITÀ (Es. 18, 22).
In questo ragionamento ci sono due errate concezioni:
Il sistema giudiziario visto solamente come strumento per risolvere problemi materiali e NON come uno strumento di EDUCAZIONE e crescita.
Il parametro di misura è la QUANTITÀ (grande o piccolo) e non la qualità.
Così quando Yitrò chiese a Moshè cosa stesse facendo, Moshè rispose che egli giudicava tra un uomo e il suo vicino e che in questo modo insegnava la legge di Ha-Shém. E conclude il verso che Moshè fece ESATTAMENTE quello che gli aveva insegnato suo suocero (Es. 18, 24).
Quindi formalmente Moshè accettò il suggerimento di Yitrò, poiché si rendeva conto che un solo uomo non poteva adempiere ad un simile incarico. Ma come mise in pratica i suggerimenti di Yitrò, pur mantenendo i suoi ideali?
Moshè apportò un cambiamento, apparentemente lieve, ma che faceva tutta la differenza del mondo! Moshè sapeva cosa un vero pastore doveva dare da “bere al gregge”. Soddisfare la sete che l’anima ha dei veri significati della vita, della parte più profonda e spirituale della Torà (simboleggiata dall’acqua) che permette all’anima di accendersi. Quindi Moshè utilizzò la procedura giudiziaria come uno strumento educativo, nel quale le persone potevano imparare la Torà e in tal modo comprendere l’origine dei loro problemi.
I “casi complessi”, per Moshè avevano un significato del tutto diverso da quello che avevano per Yitrò. Per il primo i casi più difficili erano quelli che richiedevano migliore conoscenza e familiarità con la Torà. Questi dovevano essere portati a Moshè, per la sentenza finale, poiché erano poche le persone che conoscevano tutte le leggi della Torà come lui.
E poi il parametro di misura per Moshè era la QUALITÀ, basata sulla complessità della causa e quindi sulle ripercussioni sociali, halakhike o psicologiche di una decisione (Es. 18, 26): ad esempio una banale disputa tra famiglie rischia di dividere tutta la comunità in due gruppi; oppure una decisione sbagliata sull’osservanza di un precetto può avere ripercussioni negative per generazioni.
Non a caso egli fu chiamato Moshè il profeta e “legislatore”!
Così Moshè usava il processo giudiziario come uno strumento d’insegnamento delle leggi della Torà scritta e orale, rivelata e nascosta. Tutti argomenti di grande difficoltà che presumevano anche immensa sapienza e conoscenza che non tutti i giudici potevano avere.
Tutto questo con grande saggezza e diplomazia, senza ferire i sentimenti del suocero, ma anzi facendogli credere che stava attuando alla lettera i suoi insegnamenti.
Impariamo la psicologia della vita da Moshè: parlare poco e fare tanto mettendo da parte il proprio ego senza troppi commenti!!!
Scelta Migliore!
Un famoso detto ebraico che dovremmo ripetere tutto il giorno:
TIYHE KHAKHAM, VEAL TIHYE ZODEK!
AGIRE CON SAGGEZZA È MEGLIO, CHE AGIRE NEL GIUSTO!
Essere nel giusto non sempre ci fa essere nel giusto assoluto. Può darsi che la nostra concezione del giusto sia appunto nostra e in quanto tale relativa, ma noi la trasformiamo “magicamente” nel  “GIUSTO PER ECCELLENZA”.
Ma anche se si è SICURAMENTE nel giusto non è detto che agire nel giusto ci dia il migliore risultato nella vita. È giusto pensare di non fermarsi a un incrocio dove si ha la precedenza e poi essere tamponati, perché chi doveva fermarsi, non l’ha fatto! Non aiuta sempre avere la ragione, essere nel giusto, specialmente se ci si trova in motocicletta o in una piccola vettura…!
Al massimo a questo “giusto” gli faranno in paradiso una bella corona con su scritto: MORTO CON LA RAGIONE DALLA SUA PARTE.
Perciò ricordiamoci da Moshè di cercare sempre il comportamento più saggio e non quello più giusto. Può sembrare giusto risolvere i problemi materiali considerati spesso i più urgenti, mentre si tralasciano le questioni spirituali che in fondo non danno da mangiare…
Non cerchiamo di difendere sempre la nostra tesi. A volte abbassare l’orgoglio e dire “si hai ragione te…” può farci solo bene.
Nuovo Mondo
Presto arriveremo a un mondo dove ci sarà più invidia e orgoglio, gli uomini si ameranno e rispetteranno senza limiti. Non dovremo più faticare per cercare la pace famigliare e nel mondo.
Facciamo gli ultimi sforzi e dimostriamo che il mondo è già rettificato e pronto alla redenzione, impegniamoci a seguire l’esempio di Moshè con amore e rispetto per lo suocero, anche se straniero, così potremo avere la rivelazione della pace eterna con Mashiakh. Presto nei nostri giorni, amen.

La Parashà di Yitrò tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il suocero di Moshè, Yitrò, viene a conoscenza dei grandiosi eventi che hanno accompagnato l’Esodo del popolo ebraico. Con la figlia Tzipporà e i due figli di questa, Yitrò decide di raggiungere il genero e di rallegrarsi con lui per i miracoli e i prodigi divini di cui gli ebrei sono stati protagonisti.
Riconosciuta la potenza e la grandezza di HaShèm, Yitrò Lo accetta come unico D-o. Di conseguenza si converte facendo la circoncisione e l’immersione in un bagno rituale. Insieme a Moshè, Aharòn e altri illustri esponenti del popolo, Yitrò offre sacrifici a HaShèm, per completare la conversione e per festeggiare la redenzione sua e di Israèl.
Vedendo il genero, giudice supremo, sopraffatto dall’onere del compito di trattare le cause di un intero popolo, Yitrò gli suggerisce di nominare dei magistrati minori, preposti su migliaia, centinaia e decine. I magistrati dovranno presentare caratteristiche morali esemplari. Moshè acconsente e mette in pratica il consiglio con grande umiltà. Yitrò si congeda dal genero e dal popolo e ritorna nella sua terra per convertire i suoi familiari.
Il popolo ebraico, giunto presso il Monte Sinày, si appresta a ricevere la Torà. HaShèm comunica a Moshè le modalità dell’evento e indica al popolo come deve prepararsi al momento del Dono della Torà.
L’evento tanto atteso ha luogo presso il monte accompagnato da tuoni e lampi che suscitano il timore reverenziale del popolo. Il Sinày è arroventato ed emana il fumo in virtù della Presenza Divina.
HaShèm proclama i Dieci Comandamenti che sintetizzano tutti i 613 precetti della Torà.
La parashà si conclude con l’emanazione di ulteriori leggi, fra le quali il precetto di costruire un altare di bronzo senza gradini per rispetto al pudore, e realizzandolo senza utilizzare attrezzi in metallo.

 

MIDRASHIM

I Dieci Comandamenti
(a pagina 676 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Fra giusti e pentiti.
(a pagina 735 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La preparazione al Dono della Torà.
(a pagina 741 del volume Shemòt edizioni Mamash).

YITRO 5771 – HITLER E AHMADINEJAD
L’errore di separare il primo comandamento di destra dal primo di sinistra delle due tavole della Torà: le sue conseguenze ha prodotto due grandi malvagi della storia.Riconoscere la non centralità dell’uomo, significa riconoscere che D-o esiste, che ha creato la vita e non abbiamo diritto di toglierla!

YITRO 5770 – RECINTO DI ROSE
Perché un recinto morbido è più efficace di un recinto di ferro? La Torà non è un codice di regole imposte sul corpo, bensì rappresenta il manuale del creatore del corpo ed è l’unico mezzo per estrapolare al meglio le potenzialità dell’uomo.

YITRO 5769 – IL NIPOTE DI MOSHE IDOLATRA?
Ebraismo contro Idolatria! Il giusto punto di vista in questo delicato argomento.
Quale deve essere il giusto e corretto approccio per un ebreo nell’ accostarsi alla spiritualità ed i pericoli insiti nell’utilizzare un approccio simile a quello di Yitrò.

YITRO 5768 – DIECI COMANDAMENTI, 2 CATEGORIE
Perché i primi due comandamenti sono stati detti da Hashem direttamente al popolo non tramite Moshè?
La Torà per tutta l’umanità: 10 comandamenti per am Israel, 7 precetti per l’umanità. L’unicità del legame con Hashem che non passa attraverso un uomo, ma avviene con una pubblica manifestazione!

YITRO 5766 – GRANDE MERITO DI UN CONVERTITO!
Chi era Yitrò? Dalla frase di Yitrò, in cui riconosce la grandezza di Hashem, consegue un’elevazione del mondo a livello tale, da meritarsi la diffusione del monoteismo. Il valore di una conversione sincera!

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