SHEMINI 5780 : 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 18 Aprile 2020, 24 del mese di Nissan 5780 leggeremo la Parashà di

Sheminì Lev 9,1-11,47

HAFTARÀ
II Sam. 6

Si annuncia Rosh Chodesh

In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן שלמה ורחל

L’ALTRO LATO DEL SIDDUR
Il famoso cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, a 91 anni, partecipò a un Congresso di rabbini europei. Ringraziandoli per il premio conferitogli raccontò un episodio accadutogli a Mauthausen, poco dopo la liberazione del campo. Rabbi Eliezer Silver, un eminente rabbino del Nord America, era giunto a portare aiuto e conforto ai sopravvissuti. Dopo la visita al campo Rabbi Silver invitò i sopravvissuti a partecipare a un servizio religioso. Wiesenthal rifiutò di andare, spiegando che durante la prigionia un ebreo religioso, mettendo a repentaglio la propria vita, era riuscito a far entrare un Siddur nel campo di concentramento. Wiesenthal dapprima aveva ammirato il suo coraggio, ma era rimasto inorridito quando aveva scoperto che costui “noleggiava” il Siddur in cambio di cibo. Molti ebrei avevano rinunciato al loro ultimo pezzo di pane pur di avere tra le mani quel libro per un paio di minuti. «Se questo è il comportamento di un ebreo religioso, non voglio aver nulla a che fare con un libro di preghiere!», concluse Wiesenthal. Rabbi Silver gli toccò dolcemente la spalla e disse: «Uomo sciocco! Perché guardi l’ebreo che ha usato il suo Siddur per togliere cibo dalle bocche degli affamati, e non pensi ai molti che hanno dato il loro ultimo pezzo di pane per usare un Siddur? Questa è la fede. Questo è il vero potere del Siddur!». Wiesenthal abbracciò Rabbi Silver e da quel giorno partecipò al Servizio.
Anche questo periodo di quarantena può essere visto o come un nemico che ci ha tolto la libertà di muoverci, oppure come un mezzo per farci ritrovare noi stessi, il nostro equilibrio interiore e la nostra armonia famigliare e insegnarci il valore di tutto quello che abbiamo e che davamo per scontato…
Anche il peggio può essere un grande dono:
È SOLO UN QUESTIONE DI PROSPETTIVA!

SINTESI PARASHÀ

Questa riflessione possiamo trovarla nella parashà di questa settimana all’ottavo (Sheminì) giorno di iniziazione di Aharon e dei suoi figli viene inaugurato il Mishkàn, il santo Tabernacolo dove risiederà la presenza divina.
In un momento così importante, nel quale spirito e materia si uniscono, vorremmo fare una digressione al momento in cui Hashèm chiede ordinò a Moshe è di costruire il Tabernacolo, richiesta che avviene in Shemot 25, 8:

“E mi faranno un santuario e Io risiederò in mezzo a loro”

L’espressione ebraica “in mezzo a loro”, betokhàm, ha un doppio livello di lettura, infatti può essere interpretata anche come “DENTRO di loro”.
Da qui la tradizione evince la presenza di due santuari, uno materiale (esteriore) che l’essere umano è tenuto a erigere attraverso le opere delle proprie mani, poi vi è anche un santuario interiore, lo spazio sacro costruito attraverso la preghiera e lo studio della Torà.

Non è certo un caso che i mistici danno alle lettere ebraiche l’appellativo di avanim – pietre. Il tempio di Gerusalemme era fatto con l’opera delle mani dell’uomo ed era in pietra, allo stesso modo attraverso le parole della Torà, anch’esse fatte di “pietre incise su pergamena”, possiamo costruire un santuario interiore dove la presenza divina può dimorare.
L’anima ebraica è intimamente legata alle lettere della Torà e da queste può essere consacrata e risvegliata, questo è il profondo motivo per cui il Mishkàn viene inaugurato l’ottavo giorno (sheminì).

In ebraico la parola shemone – otto, ha le stesse lettere di shemen – olio, il sacro unguento con cui si ungevano i cohanìm e gli arredi del tabernacolo per consacrarli ad Hashèm, ma shemone possiede anche le stesse lettere di neshemà – anima. Inoltre, sempre le stesse lettere formano il nome ebraico di uno dei figli di Yossèf, Menashè, il cui significato è “dimenticare” le afflizioni che l’esilio portò a Yossèf.

Il Santuario interiore viene consacrato nel momento in cui poniamo le lettere che compongono la Torà “come sigilli sulla nostra mano e come frontali ai nostri occhi”, in quell’esatto momento la forza spirituale delle lettere ebraiche “unge” e consacra la nostra anima, le nostre afflizioni dovute all’esilio vengono così “dimenticate”, il nostro corpo materiale viene illuminato e permeato dallo spirito che rinnova ogni giorno, attraverso la preghiera, la sua unione con il creatore.

LUTTO o GIOIA?
Il primo giorno di Nissàn fu per Aharon un giorno di grande gioia, ma anche di grande tristezza. Gioia per l’inaugurazione del Mishkàn, tristezza perché quel giorno hanno perso la vita due dei suoi quattro figli.
Nel corso dei secoli, i nostri maestri hanno cercato una spiegazione per la morte di Nadav e Avihu. Secondo alcuni, entrambi i giovani sono morti per essersi avvicinati ubriachi all’altare. Per altri sono stati puniti per non aver purificato le mani e i piedi prima di compiere il servizio divino. Un’altra opinione sostiene, invece, che si trattò del castigo per aver voluto introdurre una nuova norma, mettendo così in discussione l’autorità di Moshè e Aharòn.
Al di là dei motivo della loro morte, tramandando questo episodio la Torà ci trasmette un profondo insegnamento. I figli di Aharòn andarono a offrire un fuoco “estraneo” che nessuno aveva loro ordinato. Il fine che essi perseguivano – avvicinarsi a Dio – era legittimo, ma il mezzo attraverso il quale agirono non lo fu. Essi tentarono di avvicinarsi più di quanto era stato loro ordinato e lo zelo eccessivo, costò loro la vita.
Attualmente nel mondo, ci sono persone sinceramente convinte di avvicinarsi a Dio, di cercare la propria strada, assumono atteggiamenti portati all’estremo. Oggigiorno basta aprire un giornale per rendersi conto del proliferare del fanatismo e delle sue disastrose conseguenze: si arriva a uccidere in nome di Dio. La Parashà di Sheminì ci insegna che il fanatismo è un atteggiamento sbagliato.
Dobbiamo cercare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le nostre forze; ma questa ricerca deve essere serena ed equilibrata, e soprattutto deve permetterci di sviluppare le nostre risorse migliori, in armonia con tutto ciò che ci circonda.
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SHEMINI

PUNIZIONE PARI ALLA COLPA!

Perché Iyov-Giobbe viene punito così fortemente?

SHEMINI 5768 – PUNIZIONE PARI ALLA COLPA!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:
www.virtualyeshiva.it/files/08_03_27_shemini5768_nadav_avihu_iyov_diplomazia.mp3

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Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

SHEMINI 5772 : 5 LEZIONI


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La macellazione degli animali è da sempre un argomento di grande attualità che spesso ritorna. Si è parlato di metodologie crudeli in Italia per macellare gli animali.
Di recente nel Belgio hanno vietato la macellazione della carne e polli mettendo in crisi le comunità ebraiche europee, che compravano principalmente dal Belgio.
Alcuni anni fa, ad esempio, un gruppo di animalisti di Torino hanno protestato contro la macellazione kashèr degli animali da loro considerata una pratica crudele. Gruppi, partiti politici o singoli che prendono di mira la macellazione degli animali, e spesso proprio la pratica halakhica della sekhità, è un fenomeno purtroppo frequente.
Tuttavia, la shekhità, contrariamente a quanti molti pensano, è il modo migliore per non far soffrire l’animale. Per rendere la carne kashèr, la shekhità prevede un taglio alla gola che provoca un improvviso calo di liquidi circolanti, nel sistema venoso e arterioso, con conseguente crollo della pressione e del funzionamento del sistema cerebrale che determina una mancata percezione del dolore da parte dell’animale che così non produce adrenalina.
(continua sotto)
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

SHEMINI
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

www.virtualyeshiva.it/files/11_03_22_shemini5771_darosh_dorash_umilta_stupidita.mp3

QUANDO LO STUDIO DELLA TORÀ

È SOLO A METÀ DEL GUADO!

“Ci sono solo due cose che sono infinite: l’universo e la stupidità umana” – Albert Einstein.

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PRIMO DIETOLOGO AL MONDO: LA TORÀ
La Torà di Hashèm è perfetta e ristora l’anima…
(Tehillìm 19,8)
NON FARE DIVENTARE LE MEDICINE LA TUA ALIMENTAZIONE. BENSÌ FAI DIVENTARE LA TUA ALIMENTAZIONE LE TUE MEDICINE…
Rabbi Moshè ben Maimonide.
L’alimentazione kashèr è un pilastro dell’ebraismo, perché condiziona la sanità del: nostro corpo, nostro carattere, la nostra anima e la nostra esistenza.
Un famoso detto afferma: “Noi siamo ciò che mangiamo”.
Nella parashà di questa settimana di SHEMINÌ troviamo le regole alimentari e questo è il momento di riflettere come possiamo migliorare la nostra alimentazione, per la nostra salute e anima.
La macellazione degli animali è da sempre un argomento di grande attualità che spesso ritorna. Si è parlato di metodologie crudeli in Italia per macellare gli animali.
Di recente nel Belgio hanno vietato la macellazione della carne e polli mettendo in crisi le comunità ebraiche europee, che compravano principalmente dal Belgio.
Alcuni anni fa, ad esempio, un gruppo di animalisti di Torino hanno protestato contro la macellazione kashèr degli animali da loro considerata una pratica crudele. Gruppi, partiti politici o singoli che prendono di mira la macellazione degli animali, e spesso proprio la pratica halakhica della sekhità, è un fenomeno purtroppo frequente.
Tuttavia, la shekhità, contrariamente a quanti molti pensano, è il modo migliore per non far soffrire l’animale. Per rendere la carne kashèr, la shekhità prevede un taglio alla gola che provoca un improvviso calo di liquidi circolanti, nel sistema venoso e arterioso, con conseguente crollo della pressione e del funzionamento del sistema cerebrale che determina una mancata percezione del dolore da parte dell’animale che così non produce adrenalina.
Quindi la carne kashèr risulta più buona, sana e rispettosa dell’animale rispetto ai metodi moderni considerati da molti più “politically correct”: come l’uso di un proiettile sparato nel cervello; o l’elettroshock, prima della macellazione. Metodi che invece fanno soffrire l’animale molto più a lungo e rendono la carne non kashèr e più cattiva poiché “inquinata” dall’adrenalina.
La Torà e le tradizioni ebraiche millenarie, da esse derivate, superano il tempo e le “mode”. Hashèm, nella sua infinita saggezza, ci chiede di rispettare la mitzvà della kasherùt , non solo per il bene della nostra salute, ma citando Re Davide, anche per “ristorare le nostre anime”.
Va sempre più di moda la ricerca della qualità del cibo e di conseguenza il cibo kashèr viene più acquistato. Tutta la procedura prevista dalla Torà è sinonimo di qualità, in particolare per la carne: prima di macellare un animale bisogna accertarsi che sia sano e non abbia subito interventi. Un animale malato, anche se sgozzato secondo la legge ebraica, comunque non è kashèr. Gli americani, anche i non ebrei, comprano sempre di più i prodotti alimentari con il marchio “kashèr”, spinti da motivazioni legate alla salute e dalla convinzione che carni e pollami – preparati secondo le strette regole della dieta alimentare ebraica – siano una scelta più sicura per difendersi dalla contaminazione batterica.
Manes Wiezel, il fondatore della City Glatt Inc. di Los Angeles, noto distributore di carni “glatt kashèr”, ha infatti riscontrato un costante e significante aumento delle vendite attribuibile alla domanda extra di compratori che non sono motivati dalla religione, ma da questioni di salute e di sicurezza del cibo.
La parashà di questa settimana elenca le specie di cibi che gli ebrei possono o meno mangiare. Tale argomento rientra nelle leggi riguardanti la kasherùt.
Nel corso degli anni molte interpretazioni di carattere razionale sono state attribuite alle norme sulla kasherùt. Alcuni hanno asserito che esse erano solo una temporanea misura igienica. Ad esempio il maiale sarebbe stato proibito affinché gli ebrei non fossero colpiti da malattie come la trichinosi; mentre le regole sulla salatura della carne sono state intese come un modo di preservarla , prima dell’invenzione della refrigerazione. Pertanto, essi sostengono, che le norme sulla kasherùt non sarebbero più applicabili al giorno d’oggi, essendo tutto più igienico.
Tuttavia questo approccio è errato. Mentre è certamente vero che la Torà si preoccupa della salute e della pulizia delle persone, questa non è la spiegazione razionale delle leggi sulla kasherùt. La Torà infatti si preoccupa anche del nostro benessere fisico e spirituale e della nostra purità interiore. Di conseguenza, quando la Torà ci vieta determinati cibi, ha come scopo quello di provvede al nostro equilibrio tra anima e corpo e alla “pulizia spirituale”. Cibi che sono intrinsecamente sporchi e disgustosi, come la carne di animali morti di malattia, o quelli prodotti dagli insetti e l’antigienico maiale, non sono kashèr, e coloro che li mangiano hanno poco riguardo della propria anima, oltre che del proprio fisico.
Allo stesso modo, cibi di animali dalla natura cruenta, come uccelli rapaci e bestie selvagge, sono proibiti, mentre prodotti di animali domestici, come il pollo e la mucca, sono permessi. Siccome “NOI SIAMO CIÒ CHE MANGIAMO” , di conseguenza sarà importante basare la nostra alimentazione sugli animali “pacifici” che, non a caso, sono quelli permessi.
Le norme sulla kasherùt hanno delle fondamenta spirituali, in aggiunta a quelle legate alla salute, esse non sono limitate a una specifica era, ma sono “senza tempo”. Per questo motivo dobbiamo prestare molta attenzione al cibo che ingeriamo ed essere sicuri che gli ingredienti dei prodotti che acquistiamo non contengano elementi non kashèr. Dobbiamo accertarci che la carne che compriamo sia stata preparata sotto la supervisione di una riconosciuta autorità rabbinica e non dobbiamo prendere nulla per scontato basandoci solo sul nostro giudizio.
Un grande maestro si trovava un giorno in una terra lontana dove nessuno lo conosceva. Un semplice ebreo vedendo il rabbino dall’aspetto distinto pensò che egli potesse essere uno shokhèt e gli chiese di macellare per lui un pollo. Questi declinò poiché non era uno shokhèt. “Mi presteresti 1.000 dollari?” chiese il rabbino all’ebreo. “Non ti conosco, non sono sicuro che me li restituirai” fu la risposta. “Dal momento che non mi conosci, come potevi fidarti di me per macellare il pollo secondo la halakhà?” gli chiese il rabbino. E concluse:
I SOLDI NON SONO PIÙ IMPORTANTI DELLA SANITÀ DEL CORPO!!!

SHEMINI 5771 – QUANDO LO STUDIO DELLA TORÀ È SOLO A METÀ DEL GUADO!
“Ci sono solo due cose che sono infinite: l’universo e la stupidità umana” – Albert Einstein.

SHEMINI 5770 – LIBERO ARBITRIO O TELECOMANDATI?
Da una semplice regola di impurità dei liquidi che vengono in contatto impariamo un incredibile insegnamento del rapporto con Hashem.

SHEMINI 5768 – PUNIZIONE PARI ALLA COLPA!
Perché Iyov-Giobbe viene punito così fortemente?

SHEMINI 5765 – L’OTTAVO GIORNO E L’ERA MESSIANICA.
La prospettiva messianica del legame tra l’ottavo giorno, dopo l’edificazione del Santuario, e gli attributi di kasherut degli animali.

PESSAKH 5780: 18 LEZIONI

PESSAKH: Festival della libertà!

dal 8 Aprile (vigilia) al 16 Aprile 2020.

15 Nissàn 5780   9 Aprile 2020 Pésach – 1° giorno
Nel Musàf: “Morìd hattàl”

PARASHÀ
1° Sefer Es. 12,21-51
2° Sefer Num. 28,16-25

HAFTARÀ
Italiani: 5, 2-6, 1. 27
Sefarditi: Giosuè 5, 2-6, 1
Ashkenaziti: Giosuè 3, 5-7; 5, 2-6, 1. 27

La festività di Pèssakh ha tre diversi nomi che ne indicano il significato profondo. Nella Torà Scritta, essenzialmente nel Pentateuco, essa viene designata con l’espressione “Festa delle Azzime – Khag Hamatzòt”; nelle preghiere, invece, si chiama “Tempo della Nostra Libertà – Zman Kherutenu”, mentre nel linguaggio dei nostri saggi e in quello ormai diventato comune viene chiamata semplicemente Festa di Pèssakh, che tradotto significa anche saltare, passaggio.
Apparentemente si tratterebbe soltanto di sinonimi, ma la chassidùt spiega che in realtà le tre terminologie indicano le diverse fasi che i figli di Israèl attraversarono a partire dall’uscita dall’Egitto fino al dono della Torà.

I discendenti di Ya’akòv formavano già un popolo mentre si trovavano in Egitto, come ci insegna la Torà stessa (Devarìm 26, 5): un popolo grande, potente e numeroso. Ma fu solo dopo la liberazione da questa lunga schiavitù che iniziarono a rappresentare una realtà completamente diversa, ossia un popolo strettamente legato alla Torà, la cui essenza era la Torà stessa.
Tale legame era in realtà lo scopo della liberazione dalla schiavitù, come è scritto, quando Moshè farà uscire il popolo dall’Egitto, “servirete il Signore su questo monte” (Shemòt 3, 12). Grazie a questo il popolo ebraico si elevò notevolmente, cambiando al punto di non avere più nulla in comune con quello che era in passato.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat hagadòl Shalom
Rav Shlomo Bekhor

Ogni festa ha le sue regole e caratteristiche.
Cio che rende Pesakh molto particolare è che non si può arrivare al seder senza essersi preparato. Se Shavuot non ci siamo preparati non è la fine del mondo. Così anche per Rosh Hashanà, Kippur, Sukkòt.
Infatti Pesach vuole anche dire PE SACH – la BOCCA che PARLA…
Per poter raccontare i grandi miracoli che Dio ci ha fatto quando siamo usciti dall’Egitto dobbiamo prepararci MOLTISSIMO e avere il serbatoio pieno con tante spiegazioni e commenti. Qui sotto trovi il link di ben 23 lezioni online per poter arrivare con un “pieno” che ci potrà permettere di fare molta strada a Pesach.
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Una volta si usava finire tutta la birra, il wisky e la pasta che si aveva in casa prima di Pessach.
Visto che oggi tutti abbiamo delle riserve in giro dobbiamo venderle a un non ebreo per poterle utilizzare dopo Pessach.
Per vendere il tuo Khametz pui accedere a questa pagina che ti ho creato, compilare il form e inviarlo entro Venerdì mattina alle 9.00 del 19 APRILE 2019.
Con questa delega io ricevo un mandato a vendere il tuo chametz per te Bezrat Hashem.
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it sulla festa di Pessach.
Pessach Kasher Vessameakh
Rav Shlomo BekhorPS
prima di Pessakh è usanza dare un contributo per comprare le Mazot hai bisognosi che si chiama Kimkha Depiskha.
sul seguente link troverai una finestra a destra per donare tramite paypal o CC e fare questa importante mizvà e dare un contributo alla diffusione della Torà in italiano.
https://www.paypal.me/ShlomoBekhor​

Chi volesse mandare un bonifico può mandare a:
intestazione: Mamash
iban: IT35L0760101600001019159175

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
PESAKH
nuova lezione sulla hagadà di questa sera:
Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:

http://www.virtualyeshiva.it/2011/04/12/pessakh-5771-matza-spezzata-popolo-diviso/

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

http://www.virtualyeshiva.it/files/11_04_12_pessakh5771low_afikoman_una_nazione_rebbe.mp3

per vedere il video della lezione direttamente, cliccare qui:
https://vimeo.com/22444383
MATZÀ SPEZZATA, POPOLO DIVISO?

Il segreto dell’Afikoman!
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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare altre 17 lezioni su PESSAKH cliccare al seguente link:

PESAKH

Salta dentro!
Un funambolo che si prepara a salire sulla fune vuole prima scaldare la folla: “Chi pensa che ce la farò?”
Tutti cominciano ad incitarlo e lo sostengono mentre cammina lungo la fune. “Ora chi pensa che possa farlo all’indietro?”
La folla continua ad acclamarlo ed egli cammina all’indietro, poi bendato, e, quando molti lo incitano, corre sul monociclo.
Infine chiede al pubblico: “Chi pensa che possa stare sulla fune spingendo una carriola?”
Un ragazzo grida: “Ti sostengo al 100%!” e il funambolo gli risponde: “Se credi che io possa farcela, cosa ne diresti di entrare tu nella carriola mentre lo faccio?”
“Oh bene, ehm.. forse non ne sono così sicuro…”, risponde il ragazzo.
Come spiega la Torà, riguardo ai Dieci Comandamenti che sono stati scolpiti sulla pietra, la parola “kharut” in Ebraico, che significa scolpito, è composta dalle stesse lettere di “kherut” che vuol dire libertà. La vera libertà si ottiene attraverso il rispetto di un potere più alto, rimovendo dall’equazione il nostro proprio ego e l’importanza di sé. Attraverso la tradizione noi siamo immuni dai fluttuanti venti di cambiamento. È importante non rimanere uno spettatore in questo processo, anche noi dobbiamo “saltare nella carriola”.
L’Haggadà, la storia della nascita di Israèl e dell’indipendenza del popolo che leggiamo la sera del Seder, parla dei Quattro figli, uno saggio, uno malvagio, uno semplice e uno incapace di fare domande. Il figlio malvagio chiede a suo padre “che cosa significa per TE tutto questo rituale?”, escludendo se stesso dal nucleo familiare. Noi dobbiamo fare attenzione a non cadere nella stessa trappola. È certamente lecito chiedere, ma dobbiamo assicurarci di farlo in modo da includere noi stessi: “cosa significa per NOI”.
Salta nella carriola!
Il quinto figlio
L’ Haggadà menziona quattro figli alla tavola del Seder. Nella nostra generazione, però, troviamo un quinto figlio, quello che, ahimè, il Seder non lo fa nemmeno, non presenzia nemmeno fisicamente a tavola.
È a questo figlio (nostro o di qualcun altro, poiché siamo tutti responsabili l’uno per l’altro) che dobbiamo rivolgerci, in qualunque modo possibile, per incoraggiarlo, anche stando alle sue condizioni se necessario, ad “abbracciare” ancora le tradizioni e le pratiche familiari.
Il prossimo anno a Gerusalemme!

In passato il refusnik sovietico Natan Sharansky gridò, come è noto, in un tribunale Sovietico, “al popolo ebraico io dico… Il prossimo anno a Gerusalemme!” Questo è stato il grido di chiamata a raccolta attraverso le generazioni. Noi finiamo il Seder con quest’affermazione. Non significa che vogliamo dover aspettare fino al prossimo anno per essere a Gerusalemme! Invece, saremo lì prima di allora e quindi, a maggior ragione,ci troveremo già lì il Prossimo Anno!

BESHALLAKH 5771 – LE DUE FACCE DELLA TUA SPOSA!
Il matrimonio secondo la Torà.
Il significato e il valore del matrimonio: come apprezzare il proprio/la propria coniuge.
Vengono esplorate le parti esteriori ed interiori di una persona, analizzando qual è la più importante, insegnandoci a rivelare il potenziale nascosto, come fece Yossèf!

EMOR 5771 – 3 MATRIMONI: PECORA, TORO E GEMELLI
Il segreto di come creare la pace tra le varie culture.

VAERA – PESSAKH 5771 – LA FRECCIA DI DIO
Fin dall’uscita dell’Egitto l’energia delle futura redenzione è già stata emanata in potenziale. Bisogna solo concretizzarla! Il quinto livello di salvezza espresso da D-o al popolo ebraico, legato alla redenzione finale, non ancora completato, ma del quale ci viene dato il potenziale.

PESSAKH 5771 – MATZÀ SPEZZATA, POPOLO DIVISO?
Il segreto dell’Hafikoman!

BO – PESSAKH 5771 – FEDE EBRAICA: LIBERTÀ O RESTRIZIONE?
Che cosa vuol dire essere liberi? Qual è la differenza tra חופש e חירות?
Uno strano paragone tra Pèsakh e Shabbat, fatto dal Maimonide, ci rivela il vero significato della libertà, in base all’approfondimento di Pèsakh 5640 del Rebbe di Lubavitch. Il parallelismo tra Shabbat e Pèsach descritto dal Maimonide: come Shabbat non ha solo aspetti passivi, ma presenta anche aspetti attivi, così Pesakh non significa solo non essere schiavi, bensì ha una sua entità.

BO – PESSAKH 5770 – DUE TIPI DI DOMANDE!
Perché l’ebraismo promuove il DOMANDARE? Il significato profondo del verso “quando tuo figlio ti chiederà: che cosa è questo?”. La Torà non ci da solo una risposta, ma ci spiega come mai il figlio chiede e come evitare che si allontani dal padre.

PESSAKH 5770 – ARROSTO O BOLLITO?
Perché l’uomo non è mai soddisfatto?

BO 5769 – TEFILLIN: SEGNO D’IDENTITA’
La Torà dice: “Sarà un segno sulla tua mano e un ricordo sulla tua testa!” Intelletto e saggezza senza sentimento sono inutili! Quando studiamo la Torà e mettiamo i tefillin in noi avviene una trasformazione, il nostro pensiero si unisce ad Hashem, ma dobbiamo sempre ricordarci del cuore e riflettere su quanto stiamo facendo e quanto ha fatto D-o per il popolo ebraico

BO 5768 – LA TORA DOVEVA COMINCIARE DALLA PRIMA MITZVA: SANTIFICARE LA LUNA NUOVA.
Trasformare il mondo tramite la Torà! La santificazione della luna e il perché due fratelli possono testimoniare la prima luna. Solo con la Torà si può trasformare il mondo e portare innovazione. Il ciclo mensile si chiama kodesh che ha le stesse lettere in ebraico di khadash-nuovo e khidush-innovazione.

PESSAKH 5767 – CHE COSA SI FESTEGGIA NEL SEDER DI PESSAKH?
Una breve lezione relativa al significato del Seder di Pessakh.

BO 5766 – LE ULTIME TRE PIAGHE: UN COLPO NEL BUIO!
Le mitzvot che vennero prima del Matan Torà! Nelle ultime tre piaghe il colpo all’Egitto è forte e definitivo, avvenendo nel buio. La prima mitzvà della Torà di santificare la nuova luna: l’importanza per un ebreo della dimensione temporale. La piaga del buio: il prestito delle ricchezze degli egiziani. La mitzvà del riscatto del primogenito, il suo significato e la sua importanza. I teflilin, testimonianza dell’essere ebrei.

VAERA 5766 – IL SIGNIFICATO DELLE DIECI PIAGHE
Il significato profondo del bastone trasformato in serpente. Il colpo iniziale all’ego del faraone per avviare il processo di annullamento della sua opposizione alla santità. L’importanza delle dieci piaghe e i tre messaggi per gli egiziani.

PESSAKH 5766 – IL PERIODO DELLA LIBERTÀ
Diversi approfondimenti sul significato della festa di Pessakh!

La Kasherut di Pesach (prima parte)
La Kasherut di pesach è una delle parti più complicate delle regole sulla kasherut.

HALAKHOT DI PESSAKH
Vengono analizzate alcune halakhot di Pessakh.

HALAKHOT DI PESSAKH – LE QUINDICI AZIONI DEL SEDER DI PESSAKH
Le regole del seder di Pessakh.

TZAV haGadol 5780: 1 LEZIONE VECCHIA + 1 NUOVA

Questo SHABBAT haGadol 4 Aprile 2020; 10 Nissan 5780 leggeremo la Parashà di TZAV Levitico 6: 1 – 8: 36;

HAFTARÀ Malachia 3: 4-23; 3: 23

Hashem indica a Moshè di comandare ad Aaron e a suo figlio quanto attiene ai doveri e ai diritti dei Kohanim che offrono i korbanot nel Santuario.

Il fuoco sull’altare deve essere tenuto acceso in ogni momento.

TRASFORMARE QUARANTENA IN LUCE!
MAMASH edizioni ebraiche ha il piacere di offrire, durante questo periodo, un midràsh relativo alla parashà della settimana estratto dal libro “Il Midràsh Racconta”.
Come insegnano i saggi della Torà è bene trasformare ogni occasione, anche quella più negativa, in qualcosa di buono. Tutti noi ci troviamo in un momento sicuramente difficile in questa “segregazione forzata”. Tuttavia perché non sfruttare al meglio il maggior tempo che abbiamo a disposizione?
Pertanto, ho deciso di pubblicare i Midrashìm di ogni settimana, iniziando da Tzav, anche per venire incontro alle esigenze di tutti coloro che vorrebbero approfittare di questa situazione per approfondire gli studi sulla Torà.

Una parte del Midràsh si può trovare qui sotto, tra l’altro molto attuale al nostro periodo e il resto al seguente link dove è possibile scaricare tutti i Midrashìm della parashà di Tzav in formato PDF.

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Shabbàth VAYIKRÀ 5780: 8 LEZIONI

Questo Shabbàt 28 Marzo 2020, 3 del mese di Nissan 5780 leggeremo la Parashà di Vayikrà Vayikrà

Lev 1-5, 26

Si leggerà l’HAFTARÀ:

Isaia 43, 21-44, 23

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

SACRIFICIO CON AUTOSTIMA

Andare Oltre Il SÉ

Un uomo d’affari di grande successo incontra il suo nuovo genero. “Amo mia figlia e ora ti do il benvenuto in famiglia”, disse l’uomo. “Per mostrarti quanto ci prendiamo cura di te, ti faccio socio con il 50%, della mia attività. Tutto ciò che devi fare è andare in fabbrica ogni giorno e controllare l’attività”.
Il genero lo interruppe dicendo: “Ma io odio le fabbriche, non sopporto il rumore”.
“Capisco!”, rispose il suocero. “Bene, allora lavorerai in ufficio e ne diventerai il responsabile.”
“Odio i lavori d’ufficio”, disse il genero. “Non posso sopportare di rimanere bloccato dietro una scrivania tutto il giorno”.
“Aspetta un minuto”, disse il suocero. “Ti ho appena fatto diventare comproprietario di un’attività per farti fare tanti soldi, ma tu cosa mi rispondi… che non ti piacciono le fabbriche e non vuoi lavorare in un ufficio. Che cosa dovrei fare di te?”.
“Facile”, disse il giovane, “dammi direttamente i soldi…”.
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Da Parte Di Te
La porzione della Torà di questa settimana, Vayikrà, regola le leggi dei sacrifici che costituivano una parte essenziale del servizio nel Tabernacolo e successivamente nel Tempio Santo di Gerusalemme. Sono passati quasi 2000 anni da quando il Tempio fu distrutto e i sacrifici animali terminarono, tuttavia il loro messaggio rimane senza tempo e pertinente, anche oggi.
E come spesso accade nello studio biblico, un apparente difetto grammaticale nasconde dimensioni psicologiche ed esistenziali inaspettate e stupefacenti.
“Parla ai figli d’Israele (Dio dice a Mosè all’inizio di Vayikrà) e dì loro: Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio; da una mucca, da un toro, e dalle pecore offrirai la tua offerta” (Vayikrà 1, 2).
La costruzione della frase sembra scorretta. Nella Torà avrebbe dovuto scrivere: “Un uomo tra voi che porterà un sacrificio a Dio”. Non: “Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio”!!!
Il rabbino Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), il primo Rebbe di Chabad e uno dei grandi giganti del Talmud e della Khassidùt e mistica ebraica, offrì la seguente toccante interpretazione: la Torà sta tentando di insegnarci, attraverso questa frase grammaticalmente “imperfetta”, che il sacrificio più importante che Dio ama non è quello che viene dagli animali o le offerte farinacee; ma piuttosto quello derivante dalla persona stessa: SACRIFICHERÀ TRA DI VOI. La volontà divina ci chiede principalmente di offrire qualcosa di PERSONALMENTE NOSTRO.
Il versetto, quindi, deve essere inteso in questo modo: “Un uomo che si sacrifica”, quando un individuo desidera di fare un sacrificio e avvicinarsi al Creatore, continua il verso, “in mezzo a te, un sacrificio a Dio”, lui o lei deve ricordare che il sacrificio primario deve essere portato da LUI STESSO: offrire un pezzo del proprio cuore e dell’anima ad Hashèm.

Un’Arte Dimenticata
Il sacrificio, inteso come il coraggio di abbandonare qualcosa di veramente prezioso per un ideale o una persona al di fuori di se stessi, è diventato, soprattutto ai nostri giorni, veramente inconcepibile. Nella mente di molti è una sorta di ‘parolaccia’ che evoca un dogma o un abuso. Il concetto di sacrificare qualcosa di sé è spesso visto come un ‘acerrimo nemico’ delle presunte virtù che sono diventate rilevanti per i nostri tempi: autoespressione, autoaffermazione e indipendenza emotiva.
Il sacrificio, ci viene spesso esposto come una stampella per le vittime insicure e dipendenti che eclissano la loro disfunzione emotiva attraverso il “mito eroico” del sacrificio. La base della psicologia moderna insegna che la felicità viene dal dare libertà e sfogo ai sentimenti interiori. Infatti, è importante combattere le forme di sacrificio che intaccano, e affermare le qualità della propria vita e la stima di sé. Il sacrificio che alimenta l’abuso e la tirannia non è una virtù. Una moglie maltrattata non dovrebbe tollerare il comportamento immorale del coniuge, come un dipendente maltrattato non dovrebbe tollerare il comportamento del proprio datore di lavoro in nome del sacrificio.
Dall’altra parte, nonostante la nostra ipersensibilità verso il perseguimento della libertà individuale e dell’autoaffermazione, il piano Superiore è di educare noi stessi e i nostri figli. Educazione che deve possedere la consapevolezza essenziale che VIVERE significa anche SACRIFICARE qualcosa di noi stessi per la verità, per Dio, per un altro essere umano, per il matrimonio, per i nostri valori, per rendere il mondo un posto migliore.
Nella dialettica secolare contemporanea, nessuno ci chiama a sacrificare qualcosa di veramente valido per qualcuno o per qualsiasi altra cosa. Ci è stato insegnato a essere gentili e cordiali, tolleranti e rispettosi, a dare qualche euro a un senzatetto per strada ed essere sensibili ai sentimenti degli altri. Tutte cose belle, ma che non ci insegnano a fare i VERI SACRIFICI, quelli che sfidano i nostri piaceri e che ci costringono a uscire dalle nostre zone di comfort e che, inevitabilmente, richiedono impegni profondi e incrollabili.
Eppure quando non combattiamo per qualcosa, per qualsiasi cosa, come facciamo a sapere chi siamo veramente? Quando non sentiamo il bisogno di rinunciare a nulla, di noi stessi, in che modo possiamo acquisire la profondità, la dignità e la maturità che sono fondamentali per raggiungere un obiettivo con sacrificio?
Quando guardiamo dentro alle scuole, alle università, alle istituzioni educative e persino in molte yeshivòt o famiglie di oggi, ci chiediamo se riescono a tirare fuori e coltivare la nobiltà d’animo, l’idealismo dei nostri giovani? Chi sta dando loro qualcosa per cui possono combattere? Stanno riscoprendo le loro profondità interiori o piuttosto le loro qualità più superficiali?
Quando viviamo una vita che non ha alcun sacrificio, la nostra umanità diminuisce. Diventiamo, ogni giorno, più superficiali e timidi. L’intero libro di Vayikrà, che tratta dei sacrifici, è la via ebraica per affermare che VIVERE, significa VIVERE per QUALCOSA.

Un ALTARE In Lacrime
Nessuna area della società è stata così profondamente influenzata da questo vuoto come l’unità familiare. In un passato, non molto lontano, il legame familiare era considerato come un qualcosa per cui valeva la pena sacrificarsi. Oggi, invece, questa idea è facilmente scartata quando è in conflitto con le nostre comodità personali. Le coppie, spesso, non sentono che il matrimonio è un’istituzione così ideale e sacra da dover fare dei veri sacrifici, perché funzioni e fiorisca. Spesso i giovani cercano “l’amore facile” e non quello solido e duraturo che nasce e cresce anche dalla nostra disponibilità al sacrificio.
1700 anni fa, il trattato del Talmud che disciplinava le leggi ebraiche per il divorzio fu trascritto. I saggi dell’antichità hanno scelto di inserire nel libro queste parole:
“Ogni volta che qualcuno divorzia dalla sua prima moglie, anche l’Altare del Santuario versa lacrime. Come afferma la Torà: “Tu hai causato che l’Altare di Dio sia coperto di lacrime, di pianto e di sospiri; così che Dio non si rivolge più alle offerte con buona volontà. E potresti chiedere: perché? Perché Dio ha reso testimonianza tra te e la moglie della tua giovinezza, che hai tradito, sebbene sia la tua compagna e la moglie della tua alleanza”.
Non si parla di tradimenti o simili, bensì solo di divorzio… ma perché un divorzio provoca lacrime nell’Altare del tempio? Il Tempio Santo di Gerusalemme aveva molti arredi e recipienti, come il candelabro, il tavolo dei pani, e naturalmente l’Arca Santa in cima alla quale erano scolpiti i volti di un bambino e una bambina che si guardavano l’un l’altro, a simboleggiare il rapporto tra Dio e l’uomo. Perché era SOLO l’Altare che piangeva e non gli altri oggetti del Santuario?
La spiegazione potrebbe essere questa:
L’Altare era il luogo nel Tempio dove venivano offerti tutti i sacrifici quotidiani di grano, vino e animali. L’Altare rappresentava l’assioma profondo, ma spesso dimenticato, che la relazione con Dio esigeva sacrificio di sé e della propria ricchezza. Per secoli, l’Altare è stato testimone silenzioso della profondità e dignità che caratterizzavano le vite fatte d’impegno e sacrificio. Giorno dopo giorno, l’Altare interiorizzava la VERITÀ ASSOLUTA: solo il sacrificio di sé conduce verso la realizzazione personale.
Quando l’Altare “osserva” un matrimonio in cui l’uomo e la donna non hanno il coraggio di fare sacrifici l’uno per l’altro, PIANGE, per la più grande delle opportunità perdute, per sempre.
Ci sono, naturalmente, delle eccezioni. A volte il divorzio è una tragica necessità. Quando gli abusi e le disfunzioni pervadono un matrimonio e non è possibile trovare alcun rimedio, la risposta giusta potrebbe essere il divorzio. Purtroppo, nella nostra epoca, molti divorzi avvengono, non a causa di una situazione impossibile, ma a causa della nostra riluttanza a trascendere il nostro ego, a sfidare le nostre paure e trascendere la nostra natura egoista. Per questo è proprio l’ALTARE a piangere.
Questa semplice verità così ben nota all’Altare è stata dimenticata da molti. Abbiamo paura di fare sacrifici, poiché temiamo che ci privino della nostra ILLUSORIA FELICITÀ. La nostra autostima è così fragile che sentiamo disperatamente il bisogno di proteggerla da qualsiasi intrusione esterna per paura che svanisca?
Ma la felicità è un “Altare”. PIÙ DAI, PIÙ RICEVI, non come la società moderna che vuole farci credere PIÙ RICEVI E PIÙ DAI.
L’anima è più in pace con se stessa quando si unisce profondamente con un’altra anima.
Perciò quando rinunciamo a tutte le forme di sacrificio, ci priviamo del raggiungimento delle nostre POTENZIALITÀ PIÙ PROFONDE.

Strada Lunga Ma Corta
La vita è fatta di tanti bivi. Come la famosa storia Talmudica di Rabbi Yehoshua che chiede a un bambino quale fosse la strada più corta per raggiungere la città.
Il bimbo gli dice: la strada a sinistra è corta ma più lunga, mentre quella a destra è lunga ma più corta.
Il grande maestro prende la via corta, ma viene bloccato da un muro di spine. Perciò torna indietro e chiede al ragazzino come mai gli aveva indicato che quella era la strada più corta? Questo gli risponde in effetti è più corta, ma anche più lunga, perché è molto difficile raggiungere la meta per via degli ostacoli.
Mentre l’altra strada è più lunga e bisogna scalare la montagna, ma si arriva sani e salvi alla meta. Perciò è una strada PIÙ LUNGA MA CHE È PIÙ CORTA.
La nostra strada è fatta di continui bivi, la società ci spinge, sempre di più, verso le “scorciatoie” che in realtà sono strade bloccate che non portano a destinazione.
Questa parabola dovremmo inciderla nella nostra mente e ricordarci sempre che spesso la strada più lunga è quella più corta. Ad esempio quando ci sacrifichiamo per la pace coniugale, non dobbiamo vedere questa cosa come una perdita di autostima e debolezza personale. Mettere da parte se stessi per un “bene superiore”, come il matrimonio significa avere una forza dello spirito che ci fa ottenere l’armonia in casa. Mettere da parte il proprio ego che, la causa di tutti i problemi, è solo APPARENTEMENTE la STRADA PIÙ LUNGA e faticosa, ma invece è la strada più corta per avere una vita equilibrata e serena.

La parashà di questa settimana ci invita a fare questa domanda: quando è stata l’ultima volta che ho fatto un VERO sacrificio?

Un aneddoto del Rebbe può aiutarci a capire meglio.
Una volta un ebreo osservante andò a chiedere aiuto e consiglio al Rebbe e gli disse: “Quando studio la Torà, prego o faccio le mitzvòt, soffro, perché non ho voglia e spesso sono distratto e penso ad altro”. Il Rebbe sorprendentemente gli rispose: “Beato te! A me invece piace studiare la Torà e fare le mitzvòt…!”.
L’uomo ovviamente rimase molto sorpreso di questa risposta. Tuttavia il Rebbe, come sempre, gli ha e ci ha dato un insegnamento di vita importantissimo. Sacrificarsi per qualcosa, vincere il nostro “istinto al male” è un modo per servire Hashem, per offrire in sacrificio il nostro “animale interiore”, per elevare il male in bene. Attraverso lo studio della Torà le mitzvòt e più in generale adempiendo i precetti, acquisiamo quei buoni tratti del carattere che ci permettono di sottometterci a una volontà superiore, quella divina. Questo può accadere solo attraverso l’offerta del nostro SÉ, fatto di tante grandi e piccole abitudini, vizi e piccoli egoismi.
Quando l’uomo dimentica le regole del mondo e non si educa con le buone allora va educato con le “cattive maniere” purtroppo. Ci troviamo in un periodo strano ma molto istruttivo dove impariamo a valorizzare la famiglia, a fare dei sforzi per stare insieme chiusi in casa e imparare che l’amore non bisogna cercarlo fuori casa e che bisogna sacrificarci per lasciare spazio alla famiglia.
Speriamo che questo periodo difficile sia “l’ultimo esame per la maturità” che ci manca per completare la rettificazione di questo mondo e permettere l’arrivo di Mashìakh presto ai nostri giorni, Amen.
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Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

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Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
VAYIKRA
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

www.virtualyeshiva.it/files/11_03_08_vayikra5771_anima_corpo_zoppo_cieco.mp3

per vedere il video della lezione cliccare qui:
https://vimeo.com/20879022

LA KABBALÀ DEGLI SCACCHI

Perché solo il “pedone”, il pezzo maggiormente limitato,

può raggiungere il massimo e diventare regina?

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2016/03/13/vayikra-5773-sette-lezioni/

AMORE NON PLATONICO!

Qual è l’errore di Platone che è agli antipodi della fede ebraica?

L’occidente e la visione ebraica: due pianeti opposti!

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Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2016/02/28/vayakhel-5774-sei-lezioni/

TELEFONO DI 3000 ANNI FA
“Quando un uomo tra di voi offre un sacrificio – korbàn ad Hashèm…” (Lev. 2)
Rabbi Shimshon Rephael Hirsch commentava così questo versetto: È estremamente spiacevole che noi non disponiamo di una parola che sia davvero in grado di riprodurre il concetto sotteso al termine ebraico “korbàn”. L’infelice utilizzo della parola italiana “sacrificio” implica, infatti l’idea di rinunciare a qualcosa, che per qualcuno rappresenta un valore, a beneficio di un altro. Inoltre, la sottintesa idea di “offerta” non rende affatto tale parola un’espressione adeguata per tradurre il termine “korbàn”. L’idea di un’offerta, infatti presuppone piuttosto un desiderio da parte di colui al quale è condotta che viene soddisfatto da essa, la quale è come un dono.
Più in generale la parola ebraica viene usata esclusivamente in riguardo alla relazione dell’uomo con l’Onnipotente e il suo significato può essere compreso solo prendendo in considerazione la sua radice “karòv”, che significa approssimarsi, avvicinarsi e anche instaurare un rapporto stretto con qualcuno.
Lo scopo della hakravà, “avvicinarsi” è il raggiungimento di una sfera di vita più alta. Colui che porta il korbàn desidera che qualcosa di sé divenga in relazione più stretta con l’Onnipotente e la procedura attraverso la quale questa maggiore vicinanza all’Onnipotente si può realizzare è chiamata “hakravà”.
La vicinanza ad HASHÈM è l’unica e la più alta concezione di cosa è “buono” (cf. Tehillìm, Salmi 73, 28). La vera felicità nella vita dipende dalla vicinanza all’Onnipotente, nei cui vestiboli i problemi esistenziali si risolvono da soli. La gioia di vivere cresce e diminuisce in proporzione alla nostra vicinanza o lontananza rispetto a Lui. Ogni ricchezza perde la sua attrattiva se implica estraniamento dall’Onnipotente, mentre persino la sofferenza stessa può divenire felicità elevata in Sua prossimità per coloro che hanno raffinato le loro menti nelle camere del Santuario, al fine di acquisire la consapevolezza della vera felicità.
“Hot Line” A Porte Chiuse
Da quanto sopra riportato (Rabbi Shimshon Rephael Hirsch), la parola korbanòt, contiene la parola karòv, che significa “vicino”. Un korbàn, quindi è un mezzo per avvicinarsi a Hashèm, supplicando il perdono divino o dimostrando apprezzamento per l’aiuto ricevuto e, di conseguenza, portando la persona più vicina alla santa Shekhinà (Presenza Divina).
Tuttavia, adesso che abbiamo capito quale è il significato reale dei korbanòt, “sacrifici”, dovremmo chiederci qual è il loro scopo? A cosa servono? E soprattutto come ci aiutano, in concreto, nella nostra vita di tutti i giorni, in questo turbolento mondo?
Un carrettiere trasportava sul suo carro un maestro di Torà in direzione della città. Il cielo si faceva buio quando il carrettiere si arrestò improvvisamente. Il saggio lanciò un’occhiata fuori dal finestrino e notò che il guidatore era sceso dal carro e si stava avvicinando a un campo vicino. Incontrando lo sguardo del saggio, il guidatore disse: “Per favore, avvertimi se vedi che qualcun altro guarda”.
Poi camminò in punta di piedi verso il campo e, davanti agli occhi esterrefatti del saggio, cominciò a raccogliere frutti che appartenevano al proprietario del campo.
Il carrettiere aveva appena cominciato ad ammucchiarli quando udì il saggio che lo chiamava insistentemente: “Torna indietro! Svelto, veloce! Qualcuno ti sta guardando!”
Il carrettiere, allarmato, lasciò cadere la frutta e si affrettò a tornare al carro. Uscì dalla scena il più velocemente possibile. Dopo alcuni minuti trascorsi senza fiato, si rivolse verso il saggio e sorrise: “Grazie per avermi messo in guardia.
Se il proprietario mi avesse colto sul fatto, per me sarebbe stata la fine”.
“Oh, il fittizio proprietario del campo non stava guardando, ma il VERO proprietario lo stava facendo” spiegò il saggio rivolgendo il dito verso il cielo, “e se tu avessi preso la frutta, ti saresti certamente cacciato in un bel guaio!”.
Oggi, dal momento che ci troviamo tragicamente a essere privi del Santuario, non siamo in grado di offrire korbanòt sfortunatamente. Tuttavia ci è stato concesso un metodo alternativo per esprimere il nostro contributo e la nostra gratitudine si realizza attraverso la preghiera. Le nostre preghiere oggi sostituiscono, in tutto e per tutto, gli scopi principali per i quali, un tempo, erano stati istituiti i korbanòt.
Esse servono come testimonianza per il fatto che noi riconosciamo il dominio di Hashèm sul mondo e ci permettono di chiedere il Suo aiuto. Grazie alle preghiere, quando ci rivolgiamo ad Hashèm, lo facciamo con la consapevolezza che Egli è dovunque e che le sentirà a prescindere da dove noi possiamo trovarci. Le nostre preghiere – tefillòt ci forniscono un collegamento spirituale diretto con il Creatore e ci conferiscono la nostra personale “hot-line” con l’Onnipotente.
Questa era la teoria già esposta da quel saggio al quale, un secolo fa, fu riferito di una nuova invenzione chiamata telefono, tramite cui uno può parlare con un altro anche se si trova molto distante e senza nemmeno vederlo.
“Cosa c’è di così innovativo in questo?” commentò il saggio. “Io sono in contatto con Hashèm allo stesso modo da anni e anni attraverso le mie preghiere”.
Ricordandoci sempre, attraverso le nostre preghiere, che Hashèm si trova dovunque, possiamo risparmiare a noi stessi le insidie di molti peccati, poiché non esistono porte chiuse o luoghi che possano sottrarci alla vista di Hashèm! Come ci ricordano gli splendidi versetti del Salmo 139:
 “Dove posso andare lontano dal tuo spirito? E dove posso fuggire dalla Tua presenza? (7)
Se salgo in cielo, Tu sei là; se giaccio nella tomba, ecco, ti trovo là! (8)
Se prendessi le ali dell’aurora, se dimorassi al di là dell’oceano, (9)
anche laggiù mi guiderebbe la Tua mano e la Tua destra mi afferrerebbe. (10)
Se io dicessi ‘Le tenebre sicuramente possono nascondermi’, allora attorno a me la notte diverrebbe luce. (11)
Neppure l’oscurità può nascondermi da Te: la notte sarebbe luminosa come il giorno, il buio e la luce sarebbero la stessa cosa. (12)
Speciale Purìm
Siamo in prossimità di Purìm. Questa festa ci ricorda la vittoria del popolo ebraico su coloro che tentarono di sterminarlo, la svolta repentina dalla sconfitta alla vittoria, nell’arco di un breve lasso di tempo. Per quanto possiamo sentirci una minoranza, poco numerosa, dobbiamo nondimeno realizzare che il nostro destino è di prevalere su coloro che preferirebbero piuttosto vederci scomparire.
Come ci dimostra la storia, imperi grandiosi sono sorti – i Babilonesi, Greci, Romani, il Terzo Reich, l’Unione Sovietica ecc. – che hanno voluto spazzare via Israèl. Ma chi è ancora qui?! Quegli imperi non ci sono più al massimo è rimasta la Russia ma non la dittatura comunista, invece il “popolo testardo”, gli Ebrei, continuano a vivere in ogni tempo e in ogni luogo.
Secondo la halakhà, se una persona legge la Meghillà (la storia di Purìm) “al contrario” dalla fine all’inizio, non adempie alla mitzvà .
Il Baal Shem Tov, fondatore del chassidismo, spiega che chi la legge al rovescio – ovvero come se fosse solo un libro di storia, qualcosa del passato – non esce d’obbligo. Questo perché, come tutte le parti della Torà, la Meghillà è rilevante per ogni tempo e ogni luogo.
Qual è la lezione che impariamo dalla Meghillà?
La lamentela di Hamàn contro gli Ebrei era che “c’è un popolo che, benché disperso tra i popoli del mondo… le sue leggi sono differenti da quelle degli altri popoli”,
ossia “nonostante sia disperso in tutto il mondo, il popolo ebraico ha sempre preservato, e continuerà a preservare, la sua identità distintiva tramite il mantenimento delle tradizioni e delle proprie leggi”.
Hamàn usò quest’argomentazione contro di noi, invece è questa grande qualità che ha lavorato a nostro favore, permettendoci di sopravvivere. Inoltre, come può testimoniare la nostra generazione, più viviamo alla “luce del sole” la nostra identità ebraica, più rispettiamo la nostra particolare e unica eredità – possibilmente condividendola anche con gli altri – più siamo rispettati dalla società.
C’è un interesse senza precedenti oggi per tutte le cose ebraiche, sia negli ambienti ebraici, che al di fuori di essi.
Tuttavia non dobbiamo dimenticare mai, quali sono le nostre più importanti fondamenta per il presente e per il futuro: nostri figli.
Nel Midràsh è scritto che quando Mordekhai sentì del perfido piano di Hamàn, egli riunì i bambini e cominciò ad istruirli. Solo attraverso l’educazione dei nostri figli, noi garantiamo la nostra continuità.
Il Midràsh ci racconta che quando la Torà fu data sul Monte Sinai, il popolo fece un voto che “i bambini sarebbero stati i nostri garanti”. Quando Mordekhai insegnò ai bambini al tempo di Purìm, egli stava realizzando questa promessa. Ora, anche oggi, attraverso l’educazione dei bambini, quella “garanzia” ridiventa una realtà, la nostra realtà.
È tutta questione di “Conoscenze”; nella storia di Purìm Ester diventa la Regina e Mordekhai raggiunge una posizione di influenza. Tuttavia essi non si sono affidati solo a queste conoscenze nella loro ricerca della salvezza. Ester invitò, infatti gli Ebrei a digiunare e pregare. Noi vediamo che non c’è niente di male nel ricercare influenza e “conoscenze”, ma dobbiamo sempre ricordarci che davvero ogni cosa dipende da Hashèm, Egli è la “conoscenza ultima”, la più importante, come ci dimostra la storia.
Questa consapevolezza, alla fine annullò il decreto di sterminio: Mordekhai prima ed Ester poi, compresero come dietro alla figura del Malvagio Hamàn, l’Amalèk di quella generazione, c’era – come in tute le cose in questo universo – la mano di Hashèm. Come dice il Talmùd: nessuno può alzare la mano qui in basso, se non gli è stato consentito dal cielo di fare questo.
Quindi dove si rivolse il loro agire? Ovviamente cercarono di contattare e parlare con il “capo”. Come un uomo d’affari che va in un’azienda a concludere un affare cerca il titolare, quello che decide – poiché sa benissimo che sarebbe inutile parlare con l’usciere – cosi è nella storia di Purìm. Essi si rivolsero direttamente al “Capo dell’azienda” HASHÈM attraverso lo strumento da Lui creato per “contattarlo”, LA PREGHIERA, il nostro korbàn odierno.
Così come allora, anche oggi dovremmo cercare tutti i giorni di avvicinarci a Dio. Possiamo e dobbiamo chiedergli tante cose: sostentamento, salute, felicità per i nostri figli, nostra moglie, marito amici, ecc. ma riserviamo anche un momento nella giornata per chiedere un qualcosa a beneficio nostro e per tutta l’umanità:
l’arrivo di Mashìakh che è imminente, ora ai nostri giorni, Amen.
Usanze di Purìm:
Meghillà di Estèr: la storia che si legge a Purìm, sia la sera (quest’anno mercoledì sera 20 marzo) sia durante il giorno (giovedì mattina 21 marzo).
Donare denaro ai poveri: come menzionato nella storia della Meghillà
Seudà: consumare un pasto festivo durante il giorno (quest’anno venerdì 21 marzo). Mishlòakh Manòt (mandare doni agli amici): la fonte si trova nella Meghillà dove si dice che Mordekhai e Ester istituirono questa pratica. Essi desideravano ricordare agli Ebrei che anche durante la celebrazione della loro miracolosa salvezza devono pensare agli altri. Bisogna dare un dono almeno ad un amico di almeno due generi di cibi o bevande pronti da consumare.

La porzione della Torà di questa settimana, Vayikrà, regola le leggi dei sacrifici che costituivano una parte essenziale del servizio nel Tabernacolo e successivamente nel Tempio Santo di Gerusalemme. Sono passati quasi 2000 anni da quando il Tempio fu distrutto e il sistema sacrificale finì, tuttavia il loro messaggio rimane senza tempo e pertinente, anche oggi.
E come spesso accade nello studio biblico, un apparente difetto grammaticale nasconde dimensioni psicologiche ed esistenziali inaspettate e stupefacenti.
“Parla ai figli d’Israele (Dio dice a Mosè all’inizio di Vayikrà) e dì loro: Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio; da una mucca, da un toro, e dalle pecore offrirai la tua offerta” (Vayikrà 1, 2).
La costruzione della frase sembra scorretta. Nella Torà avrebbe dovuto scrivere: “Un uomo tra voi che porterà un sacrificio a Dio”. Non: “Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio”!!!
Il rabbino Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), il primo Rebbe di Chabad e uno dei grandi giganti del Talmud e della Khassidut e mistica ebraica, offrì la seguente toccante interpretazione: la Torà sta tentando di insegnarci, attraverso questa frase grammaticalmente “imperfetta”, che il sacrificio più importante che Dio ama non è quello che viene dagli animali o dal grano; ma piuttosto quello derivante dalla persona stessa: TRA DI VOI. La volontà divina ci chiede principalmente di offrire qualcosa di PERSONALMENTE NOSTRO, qualcosa di VERO.
Il versetto, quindi, deve essere inteso in questo modo: “Un uomo che sacrifica”, quando un individuo cerca di fare un sacrificio, continua il verso, “di mezzo a te un sacrificio a Dio”, lui o lei deve ricordare che il sacrificio primario deve essere portato da LORO STESSI: offrire un pezzo del loro cuore e della loro anima a Dio.

Il sacrificio, inteso come il coraggio di abbandonare qualcosa di veramente prezioso per un ideale o una persona al di fuori di se stessi, è diventato, soprattutto ai nostri giorni, una “razza in via di estinzione”. Nella mente di molti è una parolaccia che evoca un dogma e abuso. Il concetto di sacrificare qualcosa di sé è spesso visto come un acerrimo nemico delle presunte virtù che sono diventate rilevanti per i nostri tempi: autoespressione, autoaffermazione e indipendenza emotiva.
Il sacrificio, ci viene spesso esposto come una stampella per le vittime insicure e dipendenti che eclissano la loro disfunzione emotiva attraverso il “mito eroico” del sacrificio. La base della psicologia moderna insegna che la felicità viene dal dare libertà e sfogo ai sentimenti interiori.
È ovviamente importante combattere le forme di sacrificio che intaccano, piuttosto che affermano, le qualità della propria vita e la stima di sé. Il sacrificio che alimenta l’abuso e la tirannia non è una virtù. Una moglie picchiata o un dipendente maltrattato non dovrebbe tollerare il comportamento immorale del coniuge o del datore di lavoro in nome del sacrificio.
Dall’altra parte, nonostante la nostra ipersensibilità, verso il perseguimento della libertà individuale e dell’autoaffermazione, educhiamo noi stessi e i nostri figli nella consapevolezza vitale che VIVERE significa anche SACRIFICARE qualcosa di noi stessi per la verità, per Dio, per un altro essere umano, per il matrimonio, per i nostri valori, per rendere il mondo un posto migliore.
Nella contemporanea dialettica secolare, nessuno ci chiama a sacrificare qualcosa di veramente valido per qualcuno o per qualsiasi altra cosa. Ci è stato insegnato a essere gentili e cordiali, tolleranti e rispettosi, a dare qualche euro a un senzatetto per strada ed essere sensibili ai sentimenti degli altri. Tutte cose belle, ma non ci insegnano a fare i VERI SACRIFICI, quelli che sfidano i nostri piaceri che ci costringono a uscire dalle nostre zone di comfort e che, inevitabilmente, richiedono impegni profondi e incrollabili.
Eppure quando non combattiamo per qualcosa, per qualsiasi cosa, come facciamo a sapere chi siamo veramente? Quando non sentiamo il bisogno di rinunciare a nulla, di noi stessi, in che modo possiamo acquisire la profondità, la dignità e la maturità che sono fondamentali per raggiungere un obiettivo con sacrificio?
Quando guardiamo dentro alle scuole, alle università, alle istituzioni educative e persino in molte yeshivot o famiglie di oggi, ci chiediamo se riescono a tirare fuori e coltivare la nobiltà d’animo, l’idealismo dei nostri giovani? Chi sta dando loro qualcosa per cui possono combattere? Stanno riscoprendo le loro profondità interiori o piuttosto le loro qualità più superficiali?
Quando viviamo una vita che non ha alcun sacrificio, la nostra umanità diminuisce. Diventiamo, ogni giorno, più superficiali e timidi. L’intero libro di Vayikrà, che tratta dei sacrifici, è la via ebraica per affermare che VIVERE, significa VIVERE per QUALCOSA.
Un ALTARE In Lacrime
Nessuna area della società è stata così profondamente influenzata da questo vuoto come l’unità familiare. In un passato, non molto lontano, il legame familiare era considerato come un qualcosa per cui valeva la pena sacrificarsi. Oggi, invece, questa idea è facilmente scartata quando è in conflitto con le nostre comodità personali. Le coppie, spesso, non sentono che il matrimonio è un’istituzione così ideale e sacra da dover fare dei veri sacrifici, perché funzioni e fiorisca. Spesso i giovani cercano “l’amore facile” e non quello solido e duraturo che nasce e cresce anche dalla nostra disponibilità al sacrificio.
1700 anni fa, il trattato del Talmud che disciplinava le leggi ebraiche per il divorzio fu trascritto. I saggi dell’antichità hanno scelto di culminare il libro con queste parole:
“Ogni volta che qualcuno divorzia dalla sua prima moglie, anche l’Altare del Santuario versa lacrime. Come afferma la Bibbia, “Tu hai causato che l’Altare di Dio sia coperto di lacrime, di pianto e di sospiri; così che Dio non si rivolge più alle offerte con buona volontà. E potresti chiedere: perché? Perché Dio ha reso testimonianza tra te e la moglie della tua giovinezza, che l’hai tradita, sebbene sia la tua compagna e la moglie della tua alleanza.”
Perché un divorzio provoca lacrime nell’Altare del tempio? Il Tempio Santo di Gerusalemme aveva molti arredi e recipienti, come il candelabro, la tavola di pane, e naturalmente l’Arca Santa in cima alla quale erano scolpiti i volti di un ragazzo e una ragazza che si guardavano l’un l’altro, a simboleggiare il rapporto tra Dio e l’uomo. Perché era SOLO l’Altare che piangeva e non gli altri oggetti del Santuario?
La spiegazione potrebbe essere questa:
L’Altare era il luogo nel Tempio dove venivano offerti tutti i sacrifici quotidiani di grano, vino e animali. L’Altare rappresentava l’assioma profondo, ma spesso dimenticato, che la relazione con Dio esigeva sacrificio di sé e della propria ricchezza. Per secoli, l’Altare è stato testimone silenzioso della profondità e dignità che caratterizzavano le vite fatte d’impegno e sacrificio. Giorno dopo giorno, l’Altare interiorizzava la VERITÀ ASSOLUTA: solo il sacrificio di sé conduce verso la realizzazione personale.
Quando l’Altare “osserva” un matrimonio in cui l’uomo e la donna non hanno il coraggio di fare sacrifici l’uno per l’altro, PIANGE, per la più grande delle opportunità perdute, per sempre.
Ci sono, naturalmente, delle eccezioni. A volte il divorzio è una tragica necessità. Quando gli abusi e le disfunzioni pervadono a un matrimonio e non è possibile trovare alcun rimedio, la risposta giusta potrebbe essere il divorzio. Purtroppo, nella nostra epoca, molti divorzi avvengono, non a causa di una situazione impossibile, ma a causa della nostra riluttanza a trascendere il nostro ego, sfidare le nostre paure e trascendere la nostra natura egoista. Per questo è proprio l’ALTARE a piangere.
Questa semplice verità così ben nota all’Altare è stata dimenticata da molti. Abbiamo paura di fare sacrifici, poiché temiamo che ci privino della nostra ILLUSORIA FELICITÀ. La nostra autostima è così fragile che sentiamo disperatamente il bisogno di proteggerla da qualsiasi intrusione esterna per paura che svanisca?
Ma la felicità è un “Altare”. PIÙ DAI, PIÙ RICEVI. E non come la società moderna vuole farci credere: PIÙ RICEVI E PIÙ DAI.
L’anima è più in pace con se stessa quando condivide se stessa con un’altra anima.
Perciò quando rinunciamo a tutte le forme di sacrificio, ci priviamo di raggiungere le nostre POTENZIALITÀ PIÙ PROFONDE.
Strada Lunga Ma Corta
La vita è fatta di tanti bivi. Come la famosa storia Talmudica di Rabbi Yehoshua che chiede a un bambino quale fosse la strada più corta per raggiungere la città.
Il bimbo gli dice: la strada a sinistra è corta ma lunga, mentre quella a destra è lunga ma corta.
Il grande maestro prende la via corta, ma viene bloccato da un muro di spine. Perciò torna indietro e chiede al ragazzino come mai gli aveva indicato che quella era la strada più corta? Questo gli risponde in effetti è più corta, ma anche più lunga, perché è molto difficile raggiungere la meta per via degli ostacoli.
Mentre l’altra strada è più lunga e bisogna scalare la montagna, ma si arriva sani e salvi alla città di destinazione. Perciò è una strada PIÙ LUNGA MA CHE È PIÙ CORTA.
La nostra strada è fatta di continui bivi, la società ci spinge, sempre di più, verso le “scorciatoie” che in realtà sono strade bloccate che non portano a destinazione.
Questa parabola dovremmo inciderla nella nostra mente e ricordarci sempre che spesso la strada più lunga è quella più corta. Ad esempio quando ci sacrifichiamo per la pace coniugale, non dobbiamo vedere questa cosa come una perdita di autostima e debolezza personale. Mettere da parte se stessi per un “bene superiore”, come il matrimonio significa avere una forza dello spirito che ci fa ottenere l’armonia in casa. Mettere da parte il proprio ego che, la causa di tutti i problemi, è solo APPARENTEMENTE la STRADA PIÙ LUNGA e faticosa, ma invece è la strada più corta per avere una vita equilibrata e serena.
La parashà di questa settimana ci invita a fare questa domanda: quando è stata l’ultima volta che ho fatto un VERO sacrificio?
Un aneddoto sul Rebbe può aiutarci a capire meglio.
Una volta un ebreo osservante andò a chiedere aiuto e consiglio al Rebbe e gli disse: “Quando studio la Torà, prego o faccio le mitzvòt, soffro, perché non ho voglia e spesso sono distratto e penso ad altro”. Il Rebbe sorprendentemente gli rispose: “Beato te! A me invece piace studiare la Torà e fare le mitzvòt…!”.
L’uomo ovviamente rimase perlomeno sorpreso di questa risposta. Tuttavia il Rebbe, come sempre, gli ha e ci ha dato un insegnamento di vita importantissimo. Sacrificarsi per qualcosa, vincere il nostro “Istinto al male” è un modo per servire Hashem, per offrire in sacrificio il nostro “animale interiore”, per elevare il male in bene. Attraverso lo studio della Torà le mitzvòt e più in generale adempiendo i precetti, acquisiamo quei buoni tratti del carattere che ci permettono di sottometterci ad una volontà superiore, quella divina, attraverso l’offerta del nostro SÉ, fatto di tante grandi e piccole abitudini, vizi e piccoli egoismi. Grazie a ciò possiamo contribuire a rettificare questo mondo e permettere l’arrivo di Mashiakh presto ai nostri giorni, Amen.
Ricordo che quando Vajjikrà è anche Shabbàt Zakhòr (non quet’anno) è molto speciale: Shabbàt Zakhòr lo ”Shabbàt del Ricordo” di quello che voleva fare Amalèk. In questo giorno è obbligatorio andare al tempio per sentire la lettura dello Zakhòr, Ricordo: secondo la halakhà addirittura chi abita fuori città deve trasferirsi per sentire questa lettura, poiché non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo dei nemici che ci vogliono annientare. Questo è il secondo dei quattro Shabbatòt “speciali” del mese di Adar.
Il nome deriva dalla lettura aggiuntiva di Torà presa da Devarìm 25, 17-19 il cui tema è il dovere “di ricordare” cosa Amalèk ha fatto ad Israèl. La credenza tradizionale è che Hamàn fosse un diretto discendente di Agag, il re degli Amaleciti per questo si usa adempire all’obbligo di ricordare Amalèk, in questo Shabbàt.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

VAYIKRA 5771 – LA KABBALÀ DEGLI SCACCHI
Perché solo il pedone limitato può raggiungere il massimo e diventare regina?

VAYIKRA 5770 – FILO SOTTILE TRA EGOCENTRISMO E ANNULLAMENTO!
Un viaggio nell’approfondimento del divieto di offrire lievito e miele sull’altare.

VAYIKRA 5769 – LA VITA È BELLA COME UNA STELLA!!!
Come mai su ogni sacrificio bisognava mettere il sale?

VAYIKRA 5768 – L’ESTERNO DI UN UOMO È UNO SPECCHIO
Quando lo specchio è sporco vuol dire che la persona è sporca!

VAYIKRA 5767 – IL FUOCO SULL’ALTARE ANCHE OGGI!
Il valore e il significato spirituale dei sacrifici, attraverso le diverse regole che ne normano la corretta attuazione.

VAYIKRA 5766 – PIGRIZIA ED ENTUSIASMO + RESTITUIRE GLI OGGETTI RUBATI
Diverse prospettive con cui analizzare il tema dei sacrifici.

VAYIKRA 5765 – IL RISPETTO DELLA VOLONTÀ DIVINA!
Talvolta sembra che deviare leggermente da ciò che ci è stato prescritto possa migliorare il valore di quello che facciamo.

VAYAK’HEL-PEKUDE-Hachodesh 5780: OTTO LEZIONI

Questo Shabbat 21 Marzo 2020 25 Adar 5780 Hachodesh leggeremo 2 parashot unite e una speciale Hachodesh che si legge il Shabbat precedente o coincidente se Rosh Chodesh col mese di Nissan.

PARASHÀ
I° Sefer VAYAK’HEL-PEKUDE Es 35:1 – 40:38
II° Sefer Hachodesh Es 12:1-20
HAFTARÀ
Italiani: Ez. 45: 16-46: 11
Sefarditi: Ez. 45: 18-46: 15
Ashkenaziti: Ez. 45: 16-46: 18

NUOVA LEZIONE ATTUALE

CORONA VIRUS: PERCHÉ?
https://youtu.be/UzBWoletIOI

l Rapporto Tra Dio E Medicina
In conseguenza alle domande sul significato di questo periodo ho raccolto alcune riflessioni in base agli insegnamenti dei grandi maestri.

Dalla porzione di questa settimana di Vayak’hèl…

NUOVA LEZIONE BOMBA MOLTO ATTUALE CORONA VIRUS: PERCHÉ?https://youtu.be/UzBWoletIOIll Rapporto Tra Dio e…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 19 marzo 2020

KI TISSÄ – Parà 5780: 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 14 Marzo 2020, 18 del mese di Adàr 5780 leggeremo la Parashà di

1° Sefer Kì Tissà  Es.30,11-34,35

2° Sefer Parà      Num. 19: 1-22

Si legge l’Haftarà di
Milano/Torino/Sefarditi: Ez. 36: 16-36
Italiani/Ashkenaziti: Ez. 36: 16-38

La Parashà di Kì Tissà è composta da 139 versetti.

La Parashà di Kì Tissà contiene 4 comandi e 5 divieti.

La sapienza della Torà ci indica come da ogni cosa negativa si possano trarre utili insegnamenti. La nostra capacità di introspezione dovrebbe essere attivata in ognuno di noi, allo scopo di migliorare sé stessi, gli ambienti che frequentiamo e le persone che ci sono vicine. Pertanto, tra le varie lezioni che ognuno può trarre dall’attuale situazione quali possiamo sottolineare? Personalmente mi sono soffermato su alcuni aspetti, ovviamente non esaustivi, ma che ritengo utili per tutti.

L’uomo tende naturalmente ad illudersi di essere il vero dio sulla terra. Questo viene fatto normalmente e spontaneamente in molte occasioni, sia come singoli, sia come società. Ad esempio spesso si potrebbe pensare: “ho un buon lavoro, tanti soldi in banca… mi sento quasi invulnerabile e posso fare quasi ogni cosa”. Oppure ogni società può pensare che se si fa questo, piuttosto che quello, nulla può andare storto, nulla può mettere in discussione la bontà o la perfezione di “questo o di quello”. Tuttavia, sia a livello individuale, sia in quello collettivo può accadere, e prima o poi accade sempre, che Dio ci ricordi che i programmi veri sono fatti solo “dai piani superiori”.
(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Il mio portale delle email è saltato e sto cercando di ripartire con un altro portale e ho raccolto alcune email ma ne mancano ancora tante.
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****KI TISSA****
Nuovo Video della lezione di questa settimana sulla Haftarà di Ki Tissà:
FINO A QUANDO SALTERETE SU DUE RAMI?
Eliyahu: Meglio Sbagliare che Tentennare!

www.virtualyeshiva.it/files/seminar/kitissa_haftara_eliyahu.mp4
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INCHIOSTRO RIMASTO NELLA PENNA!
Perché Michelangelo ha scolpito Moshè con due corna?

Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/03/04/ki-tissa-040310-19-adar-5770/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:

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Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
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CENSIMENTO DEGLI EBREI = AUTOSTIMA
Un accusato di furto con scasso davanti al giudice.
“Ammetti di essere entrato nel negozio di abbigliamento quattro volte?” chiese il giudice.
“Sì”, rispose David, il sospettato.
“E cosa hai rubato?”.
“Un vestito, vostro onore”, rispose David.
“Un vestito?” ha fatto eco il giudice. “Ma ammetti di aver fatto irruzione ben quattro volte!”.
“Sì, vostro onore” sospirò il sospettato. “Ma tre di quelle volte sono state per restituire i vestiti che avevo rubato prima.”
“Hai restituito i vestiti…?” ha fatto eco il giudice. “Perché?!”
“A mia moglie non piaceva il colore.”

Mezza Moneta Per Cambiare Il Mondo

I versi con i quali inizia la porzione della Torà di questa settimana, Ki Tissà, espongono le istruzioni che Hashèm dà a Moshè sul censimento del popolo ebraico. Quando è necessario fare un censimento, Israèl non può essere contato una persona per volta, come avviene normalmente, ma ogni membro della comunità deve contribuire con una moneta per la tzedakà: ogni moneta corrisponde a una persona, quindi dal numero delle monete si risale al numero delle persone.
Qual è il motivo di questa strana istruzione? Perché effettuare un censimento in modo così inusuale invece di contare direttamente il popolo? Per rispondere a questo quesito, possiamo trovare due spiegazioni.

Quanto Vali?
Per prima cosa, la Torà ci dice che noi possiamo essere contati non in base a chi siamo ma per quello che diamo. Ovvero, il nostro vero valore si esprime grazie al nostro contributo per un’altra anima, all’amore e alla bontà che dispensiamo a un “altro cuore”.
Un esempio di vita può farci comprendere meglio questo concetto.
A Sir Moses Montefiore, grande filantropo e politico vissuto nel XIX secolo, un giorno venne chiesto quanto valesse. Il ricco uomo pensò un attimo poi disse una cifra. Il suo interlocutore replicò: “Non è possibile. Secondo i miei calcoli voi possedete molto più di questa cifra”.
Moses Montefiore rispose: “Lei non mi ha chiesto quanto possiedo, ma quanto valgo. Allora ho calcolato quanto ho dato in tzedakà quest’anno e questa è la cifra che le ho fornito. Come può vedere io valgo SOLO quanto sono disposto a condividere con gli altri”. Perciò il conteggio del popolo era valorizzato in base alla beneficenza che avevano dato del mezzo Shèkel.

Come Valutare Un Popolo
Sembra esserci anche un altro messaggio nell’istruzione data da Moshè, che traspare dal racconto. La Torà ci suggerisce che per comprendere il valore e la grandezza di un popolo occorre studiare non il numero dei suoi appartenenti, ma la grandezza dei suoi contributi. La cosa più importante non è la quantità dei suoi componenti, poiché la differenza la fa l’impegno e la sollecitudine a offrire sacrifici per i propri valori e ideali. I numeri possono ingannare. Molti gruppi di persone a malapena lasciano una traccia. Di contro, a volte ci sono piccoli gruppi che impegnano il loro cuore e la loro anima per la loro missione, lasciando una grande impronta sproporzionata rispetto al loro numero.

La Torà ci dice che per capire il significato della vita ebraica non dobbiamo studiare i numeri: gli ebrei non rappresentano nemmeno l’1% della società. Piuttosto, è importante esaminare il grande impatto che questo piccolo gruppo monoteista ha sul mondo. Le altre nazioni, culture e civiltà godono di grandi numeri, ampi territori e armi potenti. Ma nessun’altra persona o nazione ha lasciato l’impressione di essere una grande fucina di civiltà, come i pochi e spesso perseguitati discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe.
Lo studioso cattolico Thomas Cahill ha scritto nel suo best-seller “I DONI DEGLI EBREI: COME UNA TRIBÙ DI NOMADI DEL DESERTO HA CAMBIATO IL MODO DI PENSARE E DI SENTIRE”:
“In effetti, la maggior parte delle nostre parole migliori – nuovo, avventura, sorpresa, unico, persona, vocazione, tempo, storia, futuro, libertà, progresso, spirito, fede, speranza e giustizia – sono doni degli ebrei. Noi possiamo alzarci la mattina o attraversare la strada senza essere ebrei. Noi sogniamo sogni ebraici e speriamo speranze ebraiche”.

Scrive lo storico contemporaneo Paul Johnson nel suo libro “STORIA DEGLI EBREI”:
“Ogni grande scoperta dell’intelletto sembra ovvia una volta che è stata rivelata, ma richiede un’intelligenza speciale per essere formulata per la prima volta. L’ebreo ha questo dono. In essi troviamo l’idea di uguaglianza di fronte alla legge, sia divina che umana; della santità della vita e della dignità della persona umana; della coscienza e della redenzione personale; della coscienza collettiva e della responsabilità sociale; della pace come un ideale astratto e dell’amore come fondamento della giustizia, e molte altre cose che costituiscono le basi morali della mente umana. SENZA GLI EBREI CI SAREBBE STATO UN GRANDE VUOTO”.

Questo è il secondo insegnamento del conteggio tramite un valore e non solo tramite la quantità numerica. Ciò che caratterizza l’essenza di Israèl è il suo valore che porta nel mondo, ovvero la sua qualità e non la sua quantità.

Il Potere Dell’amore
Così come ciò è vero riguardo alla nostra identità nazionale, allo stesso modo è vero per quello che riguarda ogni singolo individuo. A volte noi pensiamo a noi stessi: “Io sono inutile, io non valgo niente”.

La Torà ci insegna invece che solo un “IO ISOLATO”, rinchiuso nella sua vanità e nel suo egoismo, distaccato dal vero nucleo di dignità e maestà assoluta, può sicuramente diventare una piccola e insignificante creatura indegna di essere contata. “Se sono solo per me, allora chi sono (cosa valgo)?”, dice Hillel nei Pirké Avòt, Le massime dei Padri.
Tuttavia, ciascuno di noi, nella sua essenza è una “scintilla divina”, un “frammento” della luce di Hashèm, uno spirito libero, puro, fiducioso e gioioso. In quanto tale abbiamo il potere di dare il nostro contributo al mondo, di dare una mano per le esigenze degli altri. Ciascuno di noi può toccare il cuore, sollevare lo spirito, risvegliare un’anima, guardare una persona negli occhi e dire: “Ti voglio bene”. Possiamo sembrare di essere piccoli, ma l’amore e la luce che possiamo mandare agli altri attraverso un semplice gesto, un sincero “Buongiorno” o un atto di bontà e gentilezza, sono incommensurabili e hanno una forza infinita.
E quando si raggiunge gli altri, si scopre la PROFONDITÀ DELL’AMORE che Hashèm ha per ogni singolo. Tu sei parte della Sua luce, quindi tu puoi diffondere la Sua luce agli altri.

Quando leggiamo questa settimana il conteggio tramite una moneta di CARITÀ, ricordiamoci che il nostro valore è misurato in base a quello che diamo agli altri e che la grandezza di ognuno di noi è nella qualità non nella quantità. Inoltre dobbiamo essere dei luminari per l’umanità, poiché abbiamo una luce infinita da Dio per illuminare la società che ci circonda e cambiare questo mondo in positivo e renderlo una dimora per Dio.
Ma non dimentichiamo che questo è grazie al lavoro di ogni singolo perché ognuno fa parte del conteggio e ogni singolo ha la forza di fare pendere la bilancia del mondo verso il lato positivo (Maimonide).

Questo concetto mi ricorda una riflessione che mi piace molto ed è molto ebraica anche se viene attribuito alla tradizione confuciana, appartenente alla cultura cinese, ma che probabilmente è stata ereditata da Abramo che è il padre (Talmud Berakhòt) di tutta la cultura cinese e orientale:
“Quando ero giovane, ho voluto cambiare il mondo. Ma ho scoperto che era difficile cambiare il mondo, così quando sono cresciuto ho cercato di cambiare il mio paese. Quando avevo cinquanta anni ho notato che non ho potuto cambiare il mio paese, quindi ho cominciato a concentrarmi sulla mia città.
Tuttavia, ho scoperto che non potevo cambiare la città, e così quando sono diventato settantenne ho provato a cambiare la mia famiglia.
Ora, dopo gli ottanta anni, mi rendo conto che l’unica cosa che posso cambiare è me stesso, ma ho capito che se tempo fa avessi iniziato lavorando su me stesso, poi avrei potuto dare un impatto sulla mia famiglia. E la mia famiglia avrebbe influenzato la nostra città, che, a sua volta, avrebbe potuto cambiare il paese che forse avrebbe cambiato il mondo”.

Proprio come ha fatto IL PRIMO EBREO È ABRAMO, CHE HA CAMBIATO PRIMA SE STESSO E POI HA CAMBIATO IL MONDO INTERO PORTANDOLO DAL PAGANESIMO AL MONOTEISMO.
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(continua da sopra: CORONA)
Quindi il primo insegnamento è quello di riportare l’uomo alla sua vera dimensione limitata. La storia ci insegna che ogni volta che l’uomo si è illuso di essere Dio o di competere con Lui arriva subito il “promemoria dall’alto”, che a partire dall’episodio della Torre di Babele in poi, fino ai recenti eventi, ci ricorda che l’uomo non può modellare tutto come pensa debba essere o come crede sia giusto o conveniente. A volte, purtroppo, occorre prendere atto di non poter controllare un fenomeno, poiché non siamo Dio.

Il Rebbe, il mio maestro, ricorda sempre come lo scopo della vita e della stessa Torà è quello di trasformare “Il buio in luce”. Questo suo insegnamento, ci dovrebbe spingere anche ora, in questi momenti difficili non solo a non lasciarci sopraffare dall’”oscurità”, ma a dare, secondo le nostre possibilità, il meglio di noi. Non serve pretendere di diventare una sorta si supermen che salvano l’umanità, ma dovremmo applicarci maggiormente nelle “piccole cose”: passare più tempo con i nostri figli, cercare di aiutare un amico o un vicino in difficoltà, offrire qualche parola di conforto, anche un sorriso a volte basta. Certo questa situazione può essere molto dura: problemi economici, come e dove passare del tempo con i nostri figli ecc.
Proprio in un momento come questo dove sembra che il male sia enormemente superiore al bene, proprio in un simile frangente si può trasformare di colpo il mondo in bene con un pensiero, una azione o una parola pronunciata sulla base di importanti valori spirituali e etici.

Ovviamente occorre essere prudenti, cercare di salvaguardare la salute nostra o dei nostri amici o parenti, tuttavia non bisogna farsi travolgere e emotivamente e psicologicamente, poiché non solo non serva a nulla, ma è addirittura controproducente.
Ovviamente, quando accadono simili momenti di inquietudine e difficoltà questo è sempre un messaggio che ci arriva dall’alto e che dovrebbe portarci a riflettere e migliorare come singoli e come collettività. Occorre non abbattersi e cercare di avere fede e fiducia, di fare e dare il nostro meglio al fine di rettificare noi stessi e il mondo per agevolare l’arrivo di Mashiakh, presto ai mostri giorni, Amen.

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Nella porzione di questa settimana Ki Tissà del libro di Shemòt/Esodo (30, 13 -15) è scritto: “Questo è ciò che daranno tutti coloro che verranno sottoposti a censimento: un mezzo shèkel in base allo shèkel sacro. Lo shèkel è di venti gherà: la metà dello shèkel sarà come contributo ad Hashèm… per ottenere l’espiazione delle vostre anime…”.
Il Talmud di Gerusalemme e il Midràsh commentano che Hashèm tirò fuori una moneta di fuoco da sotto il Suo trono di gloria e mostrata a Moshè, gli disse: “Questo è ciò che [tutti] dovrete dare”.
Per quale ragione Dio avrebbe dovuto mostrare a Moshè una moneta, lo shèkel? Era forse così rara che Moshè non sapeva come era fatta? Certo che no! La ragione vera era che Moshè non si capacitava del fatto che dando una semplice moneta una persona potesse raggiungere “l’espiazione per le anime!”
Tuttavia, in apparenza, il concetto non avrebbe dovuto essere così difficile da comprendere, poiché era già stato stabilito che i sacrifici potevano servire come espiazione per i peccati. Subito dopo il conferimento della Torà, prima di questo comando, è scritto in Esodo (20, 21): “Fate per Me un altare di terra, sul quale sacrificherete le vostre offerte bruciate e le vostre offerte di pace”. Infatti, a quel tempo, Moshè non sollevò alcuna domanda.
Mentre, qui nella parashà di Ki Tissà vi è una differenza fondamentale: il mezzo shèkel serviva per espiare uno dei peccati più gravi mai commessi, quello del VITELLO D’ORO. Il peccato di idolatria – avodà zarà. Per questo Moshè era perplesso e dubbioso. Tuttavia l’idolatria è una gravissima mancanza, ma Hashèm il Creatore assoluto, può comunque stabilire un modo, come i sacrifici o una moneta, per espiare i peccati…

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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http://www.virtualyeshiva.it/files/11_02_15_kitissa5771_vitelloro_vuoto_interno.mp3

IDOLATRIA: INGANNEVOLE RIEMPIMENTO

Perché ogni impulso e ogni vizio che ci domina è una forma sottile di idolatria?

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/02/16/ki-tissa-5774-cinque-lezioni/

FUOCO CHE SCOPRE L’ESSENZA
(continua da sopra)
Quale è allora la vera questione in gioco? È la Natura dell’anima Stessa!
Per spiegare meglio: le mitzvòt possono essere paragonate agli arti e agli organi del corpo umano: ogni arto e organo sono di una natura particolare, ma ognuno riceve la propria energia vitale dall’anima. Alcuni non sono arti o organi vitali per la vita di ognuno, come un piede o un orecchio; altri sono di natura generale, come il cervello e il cuore, dove al loro interno riposa la nostra vitalità essenziale: l’energia vitale necessaria per far funzionare tutto il corpo (Tikkuné Zohar; Tanya cap. 23 e 9)
Visto che le mitzvòt sono paragonate agli organi troviamo queste due categorie generali anche nelle mitzvòt: ci sono mitzvòt che sono di natura particolare e altre che sono di importanza generale “vitale essenza”. Ad esempio, le mitzvòt “I o sono il Signore tuo Dio, e non avrai altre divinità” (divieto idolatria) includono l’intera Torà. Esse sono di fondamentale importanza per l’anima, perché la connessione con Dio dipende dalla loro osservanza, nel fare o nel non fare.
Pertanto, quando Dio disse a Moshè che mezza moneta sarebbe servita come espiazione per il peccato del vitello d’oro, egli si chiese come un semplice mezzo shèkel potesse essere di espiazione per un’anima contaminata dall’adorazione degli idoli. La violazione di una delle mitzvòt “generale” è così lesiva della connessione/legame tra un uomo – o addirittura di un intero gruppo – con Dio che anche i capi della generazione ne risentono, a prescindere dalle loro mancanze individuali. Questo è proprio quello che è accaduto con il peccato del Vitello d’oro che ha causato una discesa spirituale dello stesso Moshè: la guida dei figli di Israele e “l’anima collettiva” di quella generazione. Al quale – pur non essendo coinvolto nel peccato in quel momento – Dio dice (Esodo 32, 7): “Va, scendi, poiché il tuo popolo è corrotto”. Frase che i saggi del Talmud interpretano come: “Scendi dalla tua grandezza” (Berakhòt 32a).
Dare con il fuoco interiore
Per tornare alla moneta di fuoco, la difficoltà di Moshè consisteva nel comprendere come il dono del mezzo shèkel potesse portare all’espiazione. Come è stata risolta questa difficoltà?
Per trovare la risposta, può aiutare questa storia da alcuni attribuita al Ba’àl Shem Tov: Un maestro insegnò al suo apprendista quasi tutto, ma trascurò di menzionare che prima di modellare l’oro o l’argento, il metallo doveva essere riscaldato per renderlo flessibile. Il maestro pensava che questo punto fosse così ovvio da non dover essere insegnato. L’apprendista, tuttavia, non ha mai afferrato questo concetto, quindi non è mai riuscito a diventare un artigiano di successo. Analogamente anche nel nostro servizio divino, le nostre azioni, mitzvòt, studio ecc.. dovrebbero essere pervase dal “calore” dell’anima divina. Su questa base, possiamo capire ‘importanza di mostrare a Moshè una moneta di fuoco.
Tuttavia, se il mezzo shèkel allude al fuoco dell’essenza dell’anima, rimane in piedi la questione del perché è sufficiente solo metà moneta? Dato che Hashèm mostra a Moshè una “moneta di fuoco” intera. E soprattutto, perché il versetto dell’Esodo ci informa che un intero shèkel è di venti gherà, mentre in realtà ogni individuo, donando mezza moneta, avrebbe dato solo dieci gherà? Il fatto che la Torà “sprechi” tante parole per elaborare questo concetto, indica che sono entrambi importanti: una persona deve dare la metà di uno shèkel, come uno intero; e che quando una persona dà dieci gherà, deve rendersi conto che sta dando metà di un’entità del valore di venti gherà.
Questo concetto, tuttavia, richiede una spiegazione. In generale, la Torà chiede che i nostri doni a Dio siano fatti dagli “articoli” migliori e perfetti che possediamo, come suggerito dalla frase: “Tutte le parti predilette [dovrebbero essere date] a Dio” (Vayikrà 3, 16). Ciò è particolarmente vero alla luce delle dichiarazioni fatte in precedenza, secondo cui il mezzo shèkel serviva come espiazione per il peccato del vitello d’oro. Un peccato che implica la negazione dell’unione con Dio. Di conseguenza, sembrerebbe appropriato che la sua espiazione implichi necessariamente il donare “tutto a Dio”: il meglio di noi. Questo, tuttavia, non è il caso trattato qui, poiché la mitzvà di dare mezzo shèkel implica che si debba conservare una parte per se stessi: LA METÀ.
Quindi qui la Torà ci sta dicendo che per esprimere l’unità con Dio, negata dall’idolatria, occorre dare tutto di se stessi ma sapere che è solo la metà. Questo concetto apparentemente anomalo si spiega con il fatto che una persona non é una entità di per sé, autoreferenziale. Mentre in realtà un uomo, da solo, è una NON ENTITÀ; una metà che per diventare completa deve unirsi con l’altra metà che è Hashèm.
Questo approccio al servizio divino evoca un’iniziativa speculare dall’alto. La perfezione di Dio “dipende” dal Suo popolo, per così dire. Per questo motivo Dio, nel Cantico dei cantici (5, 2), si riferisce al popolo ebraico come Tamatì, “colui che completa Me”(come interpretato in Likkutei Torà, 34d). In quanto la connessione dell’uomo con Dio non è un legame tra due entità separate: sono un tutt’uno. Solo quando si incontrano raggiungono – almeno per gli uomini (Dio non ha bisogno di completarsi) la perfezione.
Questa è la lezione del mezzo shèkel: un’entità incompleta che non contiene venti gherà, bensì solo dieci. Numero che allude ai dieci poteri o attributi dell’anima (Sefiròt) che ognuno dovrebbe dedicare a Dio durante il suo percorso in questo mondo. Quando si riesce in questo si ottiene una “risposta dall’alto” dalle dieci sublimi Sefiròt che sono emanazioni divine, i rimanenti dieci gherà.
Dio non è affatto limitato e non può essere definito in alcun modo. Tuttavia, a causa del suo grande amore per l’essere umano, si è “auto confinato”, per così dire, nella struttura delle dieci Sefiròt, da dove derivano i dieci poteri dell’anima che esistono in ognuno di noi: Sapienza, Intelligenza, Conoscenza, Amore, Forza… fino alla Regalità dell’ultima Sefirà di Malkhùt.
In tale ottica, l’uomo è chiamato Adam-simile, in riferimento alla frase Adamà L’Elyon , “Io assomiglio all’altissimo” (Isaia 14,14). Così i dieci poteri spirituali degli uomini e le dieci sublimi Sefiròt costituiscono insieme un’entità completa: dieci gherà + dieci gherà= shekèl completo. Da soli, senza l’altra metà che è Hashèm, ognuno di noi è incompleto.
Questo è il modo in cui la mitzvà della mezza moneta che un ebreo dà può essere una “moneta di FUOCO”: deve risplendere del fuoco dell’essenza dell’anima, come riflesso dell’effettiva donazione del mezzo – shèkel. Solo quando si rivela l’essenza dell’anima (fuoco) ci si sente solo come una metà. In questo modo si dimostra come un uomo e Dio sono una singola entità: l’essenza dell’anima umana collegata all’essenza di Dio. A volte, possono esserci imperfezioni e incongruenze tra il nostro intelletto o emozioni e il nostro rapporto, legame con Dio; al contrario l’essenza delle nostre anime è sempre, potenzialmente, unificata con Dio in un legame essenziale.
Ci sono due tipi di legami:
  1. due entità che si uniscono per una ragione (come due soci per lavoro), quando non esiste più la ragione che li unisce automaticamente l’unione sparisce, perché non è un unione che viene da dentro dall’essenza, bensì dall’esterno per una ragione razionale.
  2. due entità che in realtà sono solo una che si è divisa in due (come padre figli, due anime gemelle che si sposano etc.) e si ricongiungono naturalmente, perché la loro essenza è una sola.
Il nostro rapporto con Hashèm è rappresentato dal secondo tipo: un legame nell’essenza; nessuna idolatria, infatti può separare un’anima dal suo Creatore. Tuttavia per arrivare a questo livello bisogna risvegliare l’essenza dell’anima che brucia sempre, poiché è infuocato dal suo amore per l’Infinito, per Hashèm.
Questo spiega come dare un mezzo shèkel possa espiare il peccato del vitello d’oro. Tutti i peccati, anche quelli idolatri, non interrompono veramente la connessione essenziale di un uomo con Dio. Questa connessione rimane intatta in ogni momento, e quando viene rivelata (attraverso il mezzo – shekel), rivitalizza la connessione delle 10 Sefiròt, proprie dell’uomo, con le 10 divine.
Stabilire un’Alleanza
Questo concetto è anche collegato a un altro elemento della Parashà Ki Tissà, dopo che Moshe supplicò Hashèm di perdonare il popolo, Dio accettò e promise: “Ecco che Io stringo un’alleanza: il tuo popolo si distinguerà in maniera mai avvenuta in nessuna parte del mondo” (Esodo 34,10).
Fare un’alleanza stabilisce l’unità tra i principali contraenti. Tuttavia nella Torà un patto è stipulato dividendo una singola entità e facendo passare le persone tra le due metà: nell’alleanza stabilita tra Dio e Abramo, (Genesi 15) il fuoco celeste passò tra le metà degli animali macellati.
Questa pratica solleva una difficoltà, poiché la divisione di un’entità sembra riflettere la separazione, piuttosto che l’unità. Tuttavia, l’intento di un’alleanza è di evidenziare il tipo di unità. La pratica indica che proprio come le due metà dell’animale sono parti di un singolo insieme, così i due contraenti dell’alleanza sono mezze entità, ciascuna complementare all’altra.
Questo era il concetto che Hashèm desiderava condividere con Moshe, in relazione all’espiazione per il peccato del vitello d’oro. Stabilendo un’alleanza, Egli cercò di rivelare l’unità suprema tra Dio e Israèl, mostrando il legame tra l’essenza dell’anima e l’essenza di Dio. Niente può influenzare quella connessione. Come afferma il Talmud (Kiddushìn 36a): vedi “Indipendentemente da ciò, sono miei figli”.
“Le azioni dei Patriarchi sono un segno per i loro discendenti”.
L’alleanza tra Dio e Israèl iniziò con Abramo, il nostro Patriarca; l’alleanza stabilita con Moshè rappresenta, tuttavia un livello superiore. Fu solo dopo aver dato la Torà che il concetto del mezzo Shèkel è stato rivelato completamente: ognuno di noi è una mezza entità e solo insieme ad Hashèm, possiamo rivelare le nostre anime nel loro rapporto indissolubile con Dio. Perché solo MATAN TORÀ ha reso possibile la realizzazione dell’unità fondamentale tra Hashèm e Israèl.
Speriamo, che tutti noi abbiamo un motivo in più, per impegnarci con ardore e amore nello studio della Torà, Talmud, nelle preghiere quotidiane e nelle mitzvòt in genere. Affinché donando una parte di noi con calore, possiamo legarci alla nostra metà Divina, così da ricevere tante benedizioni di salute, benessere e felicità e agevolare l’arrivo di Mashìakh, presto ai nostri giorni Amen.
Il Chafetz Chaim una volta chiese a un visitatore se egli fosse Cohen, Levi o Israel. (Cohanim e Leviim sono discendenti della Tribù di Levi). Il visitatore rispose di essere un Israel – quindi non della Tribù di Levi.
Così il Chafetz Chaim spiegò: “Nel futuro, il Sacro Tempio sarà ricostruito a Gerusalemme. Ognuno vi si recherà per la prima volta, assembrandosi presso le porte per entrare dentro. Una guardia alla porta chiederà a ciascuno se sia Cohen, Levi, o Israel. Solo coloro che provengono dalla Tribù di Levi otterranno di entrare per compiere il servizio del Tempio. E gli Israelim saranno terribilmente sconfortati: Leviim dentro; Israelim fuori”.Il Chafetz Chaim continuò, “Sai perché è così? A causa di ciò che accadde migliaia di anni fa con il Vitello d’Oro. Quando Moshe pronunciò quelle famose parole, “Interrompete l’idolatria e andate con Hashem”, solo la tribù di Levi rispose. Perciò nel futuro, solo i discendenti della tribù di Levi eseguiranno il servizio del Tempio. E tutti gli altri rimarranno all’esterno poiché i loro antenati non risposero con fermezza di essere contro gli idoli”.Il Chafetz Chaim continuò, “questo contiene una lezione profonda. Molte volte nella vita, si sente una piccola voce nella testa che dice, “smetti di commettere idolatria”. Qualcosa ti sfiderà ad alzarti e farti contare dalla parte giusta. Hai la sicurezza e la convinzione di stare sulla retta via? Perché il modo in cui rispondi avrà implicazioni non solo per te, ma per le generazioni dopo di te. Ognuno ha il suo momento. Quando senti quella voce, alzati e fatti contare!”

L’idolatria esiste anche nel Ventunesimo secolo in forme più sottili: adorare un giocatore di calcio, venerare un cantante rock, essere schiavi del dio denaro…
L’episodio del Vitello d’Oro ci porta a riflettere su quello che stiamo facendo.
Abbiamo perso di vista le nostre vere priorità? Siamo stati trascinati dalla massa?

Questa storia ci svela anche un’altra fondamentale lezione: impegnarsi, non solo come singoli, a servire Hashèm. Con il peccato del vitello d’oro molti ebrei unirono le proprie forze per deviare e far deviare gli altri. E lo fecero con incredibile solerzia e impegno. Un conto è servire un idolo in solitudine, ma è molto peggio se viene adorato in pubblico, tanti persone unite per fare qualcosa di orrendo.

Come la prossima storia ci insegnerà, noi tutti dobbiamo imparare ad agire non solo come singoli, ma anche come collettività nell’eseguire la nostra missione in questo mondo.Nella stessa porzione della Torà di questa settimana del racconto del Vitello d’oro troviamo all’inizio l’antidoto di questo peccato che è il conteggio del popolo attraverso l’offerta di mezzo shekel: quando gli uomini di Israèl venivano censiti, veniva richiesto a ognuno di contribuire con una moneta del valore di mezzo shèkel. Le monete venivano poi contate e il totale indicava quanti uomini erano stati annoverati.
Tale procedura fa sorgere diverse domande. Perché gli uomini non venivano contati “per teste”? Perché invece si chiedeva a ognuno di donare una moneta?
I maestri rispondono che il metodo del censimento attraverso le monete simboleggia il fatto che ogni singola persona conteggiata è portatrice di un proprio valore individuale.

Tuttavia ciò conduce a diverse domande. Se è così, perché ogni uomo doveva donare solo mezzo shèkel invece che uno intero? Perché ogni individuo non ha dimostrato di essere intero e completo?
Infatti è proprio questo il punto: enfatizzare il concetto che nessun individuo è completo quando è solo. Nessun uomo, e certamente nessun ebreo, è un’isola solitaria in mezzo al mare. Egli può raggiungere le massime altezze della spiritualità ebraica e della fratellanza solo quando si associa e coopera con gli altri. Se diamo il meglio di noi per aiutare gli altri, imparare dagli altri e unirsi ad altri in positivi sforzi collettivi, allora è un vero membro della nazione ebraica. Al contrario, se si rimane lontano dagli altri ci si trova isolati.
Una delle condizioni fondamentali per migliorare è unirsi alla congregazione (Ràmbam Pèrek 4 Hilkhot Teshuvà Halakhà 1).

Storia
L’importanza di lavorare insieme agli altri si evince dalla storia di un uomo che aveva perso la strada mentre si trovava in un’immensa e folta foresta e continuava a camminare a vuoto. Alla fine giunse presso una seconda persona, che si aggirava anch’essa per la foresta. “Puoi mostrarmi la via per uscire dai guai?” chiese.
“No, non ancora” disse il secondo uomo. “Tuttavia, nel corso dei miei viaggi ho già scoperto quali strade non prendere. Forse insieme potremo trovare quella giusta”.
E così fu. Ognuno mise a disposizione la propria conoscenza delle strade della foresta e con le loro informazioni messe insieme trovarono presto la giusta via. Se ognuno fosse rimasto solo, avrebbero vagato entrambi molto più a lungo.
Questo ragionamento è la base del fatto che noi preghiamo in Sinagoga con il minyàn, un gruppo di almeno dieci ebrei adulti. L’unione della preghiera ha una forza e un potere ENORME.

Dono Migliore
Questo concetto può essere spiegato tramite una parabola.
Una volta fu chiesto a un re di decidere quale tra due città meritava un determinato privilegio regale.
Entrambe le città mandavano i loro doni singolarmente, in momenti diversi. Non appena ogni dono arrivava, il re lo esaminava e generalmente cercava di trovarne un difetto. La seconda città tuttavia mandò tutti i propri doni con una sola spedizione. Quando arrivò questo pacco di doni, il re fu subito impressionato dall’enorme numero e non si sentì propenso a guardare ogni dono singolarmente. Come si poteva prevedere la seconda città guadagnò il suo favore.
Allo stesso modo, se ognuno di noi pregasse separatamente HaShèm “Lui” ci prenderebbe in considerazione su base individuale e senza dubbio ci troverebbe con delle azioni inadeguate. Al contrario, se preghiamo in gruppo, come parti di un minyàn, la combinazione delle nostre preghiere viene convogliata a HaShèm e, auspicabilmente, i meriti dell’intero gruppo potranno compensare le mancanze dei singoli.

Inoltre grazie agli altri riusciremmo meglio a non farci condizionare dalle mode imperanti nella nostra società, dai “falsi dei”, gli “idoli d’oro” che vorrebbero farci dare valore a cose che non ne hanno nessuno.
Passioni esagerate per il cibo o per una donna, il denaro, la propria macchina, tutte cose che possono farci credere, che sono dei valori assoluti e che da loro dipende la nostra felicità, da loro dipende il nostro destino.
Quando arriviamo alla lettura del Vitello d’Oro ci rendiamo conto che la valorizzazione di ogni tipo di tramite è sempre idolatria. E quando si pensa che il preziosissimo metallo dell’oro possa essere un tramite per unirci a Dio questo diventa idolatria.
Nel Santuario i Cherubini erano d’oro ed erano gli intermediari per parlare con Hashem, ma questo solo perché il Padre Eterno ha scelto come tramite queste due statuette, l’uomo non ha la facoltà di rendere santo un tramite.
Dopo 3.335 anni dal Vitello d’Oro questa malattia di rincorrere i soldi senza tregua non è debellata.

Solo quando arriverà il Mashiakh il mondo vedrà quali sono i veri valori e ci sarà abbondanza materiale, spirituale e capiremo che l’oro è solo un tramite.
Allora potremo occuparci solo delle vere cose, di conoscere Hashem, perché la divinità riempirà il mondo come l’acqua copre il mare, presto nei nostri giorni Amen.

La Parashà di Kì Tissà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm ordina a Moshè di contare il popolo avvalendosi del mezzo shèkel; la somma ottenuta verrà impiegata per la costruzione del Mishkàn.
HaShèm ordina a Moshè di costruire il lavabo di bronzo in cui i cohanìm eseguiranno l’abluzione di mani e piedi prima di intraprendere il culto del Mishkàn.
Preparazione dell’olio d’unzione con cui saranno unti gli oggetti e gli arredi del Mishkàn, Aharòn e i suoi figli.
Comandamento di osservare lo Shabbat.
Le Tavole della Legge vengono consegnate a Moshè.
Il popolo, constatando che Moshè indugia a scendere dal Monte Sinày, realizza il vitello d’oro. HaShèm ne informa Moshè, comunicandogli l’intenzione di annientare il popolo. Moshè Lo supplica di avere misericordia. Moshè scende dal monte e lascia cadere le tavole. Prende il vitello lo brucia e ne getta le polveri nell’acqua che poi fà bere agli ebrei che hanno peccato. Moshè viene assistito dai membri della tribù di Levì, ai quali comanda di uccidere con la spada tutti i colpevoli.
Moshè chiede a HaShèm di mostrargli il Suo volto e HaShèm gli risponde che gli si rivelerà solo “posteriormente”.

MIDRASHIM

Un aroma divino.
(a pagina 695 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Mani, piedi e viso.
(a pagina 767 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Dall’esilio alla redenzione.
(a pagina 769 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Un peccato imperdonabile?.
(a pagina 771 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Quaranta giorni di digiuno.
(a pagina 773 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShem è Dio!
(a pagina 774 del volume Shemòt edizioni Mamash).

KI TISSA 5771 – IDOLATRIA: INGANNEVOLE RIEMPIMENTO
Perché ogni impulso e ogni vizio che ci domina è una forma sottile di idolatria? Una lezione basata sugli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch.

KI TISSA 5770 – INCHIOSTRO RIMASTO NELLA PENNA!
Il segreto dell’ebreo apparantemente distante!

KI TISSA 5768 – IL VALORE DELLE SECONDE TAVOLE SULLE PRIME
Perché Hashem ringrazia Moshè per aver rotto le tavole della legge? Qual è il grande merito in questo?

KI TISSA 5767 – LA GUARIGIONE CHE VIENE DAL MALE STESSO
Il peccato del vitello d’oro e la purificazione del peccato. I sacrifici e Shabbat Parà.

KI TISSA 5766 – IL NODO CHE FA RICORDARE!
Che cosa dobbiamo fare affinché Hashem ci perdoni i peccati?
L’insegnamento di Moshè, dopo il vitello d’oro! Il grande valore della Tzedakkà e il nodo dei tefillim!
Lo Shabbat, giorno benedetto, che permette l’elevazione di quanto compiuto nella settimana. 57, il valore numero associato allo Shabbat!

TETZAVVE ZAKHOR PURIM 5780 : 4 LEZIONI

Questo Shabbàt 7 Marzo 2020, 11 del mese di Adàr 5780 leggeremo la Parashà di Tetzavvè 27,20-30,10 (Shemot Esodo).

I° Sefer: Es 27, 20 – 30, 10

2° Sefer: Deut.25:17-19

Si legge l’HAFTARÀ:
Italiani/Sefarditi: Samuele 1°, 15:1-34

Milano/Torino/Ashkenaziti: Samuele 1°, 15:2-34

La Parashà di Tetzavvè è composta da 146 versetti.

La Parashà di Tetzavvè contiene 4 comandi e 4 divieti.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן שלמה ורחל
TESTARDI E QUI PER RESTARE!
Siamo in prossimità della festività di Purim che ci ricorda la vittoria del popolo ebraico su coloro che tentarono di distruggerlo, il voltafaccia dalla sconfitta alla vittoria nell’arco di un breve lasso di tempo. Tuttavia, per quanto possiamo sentire di essere una minoranza, pochi numericamente, dobbiamo nondimeno realizzare che il nostro destino è di prevalere su coloro che preferirebbero piuttosto vederci scomparire.
Come vediamo una volta e ancora dalla storia, imperi così grandiosi sono sorti – i Greci, Romani, il Terzo Reich, l’Unione Sovietica ecc. – e hanno voluto spazzare via il popolo ebraico. Chi è ancora qui?!? Quegli imperi non ci sono più, invece il “popolo testardo”, gli Ebrei, continua a vivere.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
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Purim
LA PROVA DELL’ESILIO

Quando il Dolce è Molto Amaro
La Meghillà di Estèr inizia con le parole: “Avvenne all’epoca di Akhashveròsh…” e prosegue descrivendo il grandioso banchetto organizzato dal re Akhashveròsh per celebrare la sua ascesa al trono. Il Talmùd commenta il versetto spiegando che nella Torà il termine Vayehì-avvenne si riferisce sempre a un periodo di sofferenza per il popolo ebraico.
Il malvagio Hamàn, la causa di tutte le disgrazie, non è però ancora salito al potere, per quale ragione allora l’ascesa al trono di Akhashveròsh viene considerata un fatto penoso per Israèl? I membri del popolo di Israèl erano molto influenti nel paese e occupavano posizioni di prestigio. Mordekhày, capo della comunità ebraica, sedeva al cancello reale (Estèr 1, 21) ed era uno dei cortigiani di maggior spicco, consultato dal re stesso riguardo alle questioni più importanti dello Stato. Egli, e tutti gli ebrei con lui, godevano della libertà di studiare la Torà e di osservare le mitzvòt.
Perché quindi viene usato il termine vayehì-avvenne, che significa che questo periodo è molto problematico?
L’esilio è sempre un periodo di difficoltà in qualunque situazione. Ecco perché l’epoca di Akhashveròsh è di per sé sinonimo di problemi. Il paese di cui l’ebreo è ospite può assicurare libertà, agi, opportunità di successo e prosperità ma, fino all’arrivo di Mashìach, l’esilio resta sempre un limite ed è pieno di insidie, dato che è in fondo una estraniazione dalla propria terra natia e una acquisizione di un diverso stile di vita e di valori. Finché ci troviamo in esilio non ci è possibile infatti vivere pienamente la vita ebraica, ma come si può descrivere l’ascesa al trono del re di Persia un momento cosi triste?

Confusione fra Luce e Buio
La conseguenza più distruttiva dell’esilio è però la mancanza di consapevolezza dell’esilio stesso. Quando si è consapevoli di una malattia da essa si può guarire chiedendo aiuto alla medicina, ad esempio. Invece, quando non sappiamo neanche di avere una malattia essa rimane molto difficile da scoprire e quindi da curare. Così è anche per l’esilio dove l’aspetto più pericoloso è proprio la sua completa accettazione. Se l’ebreo in esilio si sente comunque a suo agio, a casa, non si rende conto che in realtà sta giocando “fuori casa” in una situazione che lo costringe a rinunciare al suo ideale “habitat spirituale”.

Ovviamente ognuno di noi deve essere grato a Dio per la libertà e deve apprezzare la prosperità di cui gode. Tuttavia, dobbiamo anche renderci conto che lo scopo della nostra esistenza non è mirato alla mera prosperità materiale. Dobbiamo mirare a un’esistenza basata su un legame totale con Dio. Solo così saremo in grado di sentirci veramente realizzati. Fino all’epoca della redenzione in cui ciò avverrà in maniera completa, noi saremo comunque limitati a un’esistenza innaturale e non potremo realizzarci pienamente.

Coinvolgimento Sociale e Distacco
Ciò non deve portare a isolarci e a staccarci dalle questioni del paese in cui risiediamo. Al contrario tale coinvolgimento è più che positivo. Hashèm infatti ha di certo uno scopo in questo, perché – come disse il Rebbe precedente: «Non siamo andati in esilio volontariamente e per nostro desiderio, ma vi siamo stati mandati per decreto Divino».
Mandandoci in esilio, Hashèm ci ha affidato infatti una missione ben precisa: quella di migliorare ed elevare spiritualmente i paesi in cui risiediamo. Per portare a termine questa missione, dobbiamo essere perciò parte della società che ci circonda. Come insegnano i saggi (Shemòt Rabbà su Estèr 47, 5): quando arrivi in una città, seguine gli usi. Ciò richiede fra l’altro di operare nel contesto della società allo scopo di trasformarla, perché essa possa realizzare i valori della Torà e i suoi principi di bontà e giustizia.
Alla luce di questo possiamo capire perché Mordekhày, membro del Sanhedrìn (Talmùd Meghillà 13b), è addirittura desideroso di privarsi del tempo che generalmente dedicava allo studio e all’insegnamento della Torà per prestare servizio alla corte di Akhashveròsh. Egli aveva capito che l’impero persiano era il mezzo scelto da Dio per fare “nascere” il ritorno degli ebrei in Israèl e portare alla costruzione del secondo Santuario. Era quindi una sua precisa volontà quella di investire tempo e sforzi al servizio del sovrano persiano.

Fieri Della Propria Identità Ebraica
La condotta di Mordekhày in quell’epoca è quanto mai istruttiva per noi, oggi. C’è un giudeo a Shushàn, la capitale, il cui nome è Mordekhày (Estèr 2,5). Prima ancora di dirci il nome di Mordekhày, la Meghillà ci fa notare che egli si identifica innanzi tutto come ebreo. Non sta a corte per motivazioni egoistiche o ambizioni politiche, ma al fine di salvaguardare gli interessi dei suoi fratelli. I suoi compiti di consigliere infatti lo distaccano dall’adempimento delle pratiche esteriori del suo servizio divino, mai però, nella sua anima, dallo spirito più profondo di esse.
Mordekhày rappresenta quindi una sintesi di opposti: egli è coinvolto nella vita persiana e allo stesso tempo è distaccato da essa; benché presti servizio a corte ne rigetta i valori pagani e la promiscuità sessuale. Accetta il fatto di vivere in esilio, ma solo per le questioni materiali; a livello spirituale egli sa che in esilio non vi sono cadute anche le nostre anime, perché esse stanno saldamente legate al Creatore anche in quella triste situazione.
La condotta e il pensiero di Mordekhày non sono perciò in contraddizione. Egli non ottiene certo la sua posizione influente a corte soltanto per le sue eccellenti qualità, ma grazie alla benedizione divina. È però per i suoi meriti e a causa delle necessità del popolo ebraico che Hashèm lo sceglie come mezzo per la salvezza degli ebrei. La posizione a cui Dio lo ha innalzato gli permette infatti di usare il potere dell’impero persiano in funzione della Torà.

Priorità
Fu proprio la reazione di Mordekhày al decreto di Hamàn che definisce il legame fra il suo successo materiale e il servizio divino. Non contando soltanto sul potere politico per annullare il decreto, egli reagisce indossando un sacco di canapa e mettendosi addosso della cenere (Estèr 4, 1). Incita quindi il popolo ebraico a rivolgersi a Dio e a fare teshuvà e raduna ventiduemila bambini ebrei insegnando loro la Torà (Estèr 4, 16). Il suo sforzo di annullare il decreto punta innanzitutto sul servizio divino necessario per invocare la misericordia di Hashèm. Solo in un secondo tempo chiede a Estèr di presentarsi al re.
Le stesse priorità sono presenti però anche in Estèr: ella chiede a Mordekhày di radunare tutti gli ebrei affinché non mangino e bevano per tre giorni, promettendo di digiunare essa stessa con le sue ancelle.
Il digiuno potrebbe mettere in pericolo la sua vita e compromettere seriamente il successo della missione. É infatti un mese che Akhashveròsh non la convoca e un prolungato e ferreo digiuno sminuirebbe di certo la sua bellezza. Presentandosi per di più senza essere interpellata, rischia la morte!
Estèr però ha capito che la grave situazione in cui si trovano gli ebrei non è casuale, ma è la conseguenza dei loro sbagli. Intuendo che il decreto reale avviene per volontà divina, decide che prima di fare appello ad Akhashveròsh deve annullarne le cause spirituali con la teshuvà. Soltanto con il pentimento di tutti gli ebrei, Estèr si sente sicura nel presentarsi ad Akhashveròsh per chiedergli di annullare il decreto reale.
Proprio perché non sono mai stati tentati dai piaceri della corte persiana, Mordekhày ed Estèr non tengono in nessun conto il potere politico come unico mezzo di salvezza.
La storia di Purìm rivela quindi tutta la loro devozione all’identità ebraica e il loro profondo riconoscimento di Dio come Signore del loro destino.
(vedi questo fantastico video per capire meglio
https://youtu.be/1cA9ri3Vc68)

Dall’esilio Alla Redenzione
Fu proprio questo atteggiamento interiore che consente il grandioso miracolo, rovesciando l’intera situazione: tutti i poteri mobilitati contro il popolo ebraico sono usati alla fine a loro beneficio.
Purìm è quindi un esempio eterno di come l’ebreo debba considerare l’esilio e come, con il suo impegno, possa trasformarlo in una forza positiva.
Questa lezione è quanto mai rilevante ora, negli ultimi momenti dell’ultimo esilio. In attesa della rivelazione messianica, dobbiamo seguire l’esempio datoci da Mordekhày ed Estèr e diffondere il bene, la giustizia e i valori della Torà nelle società in cui viviamo. I valori spirituali sono sempre più sommersi davanti all’avanzata del culto del corpo, della bellezza fisica e del “dio denaro”, che è simboleggiato da Amalèk e che dobbiamo annullare di Purìm e Shabbàt Zakhòr (che è lo Shabbat prima di Purìm, ovvero stasera).
Ciò affretterà l’avvento della redenzione finale, una redenzione che non permetterà mai più alcun esilio, Amen.

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Midrash racconto sulla parashà di Tetzave

Il verme e il demone saggio
Hashèm ordinò che le pietre preziose del khòshen e dell’efòd fossero perfette, senza la minima scalfittura. Siccome non è possibile incidere delle lettere per mezzo di uno strumento, perché questo potrebbe scheggiarle, come si riuscì, dunque, a incidere sulle pietre i nomi delle tribù? Tramite lo shamìr. Lo shamìr era una creatura piccola come un chicco d’orzo ed era stata creata l’èrev Shabbàt dei sei giorni della Creazione. Lo shamìr aveva la capacità straordinaria di fendere anche le rocce più dure. I nomi delle tribù furono scritte sulle pietre preziose con l’inchiostro, poi venne fatto scorrere lo shamìr lungo ciascuna delle iscrizioni e le intagliò con una tale precisione che non andò perduta nemmeno un po’ di polvere delle pietre.

Re Shelomò ricevette in dono da Hashèm una sapienza che nessun altro essere umano possedeva. In virtù di questa saggezza di ispirazione divina, il suo potere non era esteso solo agli uomini e agli animali, ma anche agli shedìm (demoni o spiriti malvagi).

Quando re Shelomò decise di costruire il Bet Hamikdàsh, interrogò i saggi: «Com’è possibile tagliare le pietre del Bet Hamikdàsh senza fare uso di uno strumento?»
Essi risposero: «Per mezzo dello shamìr. Moshè si servì di questa creatura per tagliare le pietre preziose destinate all’efòd».
«Come posso trovare lo shamìr?» chiese re Shelomò.
«Consulta gli shedìm» gli consigliarono i saggi. «È probabile che lo sappiano: costringili a rivelarti il segreto»
Re Shelomò cercò di piegare gli shedìm alla sua volontà, ma essi gli dissero: «Non sappiamo dove si trova lo shamìr. Chiedi ad Ashmadày, il re degli shedìm. Forse lui lo sa».
«E dove vive Ashmadày?» domandò Shelomò. I demoni gli rivelarono il nome della montagna in cui Ashmadày aveva stabilito la sua dimora, e aggiunsero: «Ashmadày ha scavato un pozzo sulla montagna e l’ha riempito d’acqua. Ogni giorno, lo chiude con una pietra (per timore che qualcuno possa prendere l’acqua del suo pozzo), poi vola negli spazi celesti. Egli non beve l’acqua del suo pozzo se non dopo aver controllato la chiusura per essere sicuro che sia rimasto sigillato».
Shelomò incarico il suo saggio consigliere Benayàhu ben Yehoyadà di catturare Ashmadày. A questo scopo, gli consegnò una catena e un anello sui quali vi era inciso il Nome divino; inoltre gli diede della lana e degli otri pieni di vino. Benayàhu si diresse verso la montagna indicata dagli shedìm. Egli trovò il pozzo di Ashmadày, scavò una seconda cavità al di sotto, praticò un foro sul fondo del pozzo e trasferì l’acqua nel secondo pozzo. Poi, riempì di vino il pozzo di Ashmadày e coprì il buco con la lana che gli aveva consegnato Shelomò.
La sera, quando Ashmadày tornò, fu sorpreso di trovare del vino nel suo pozzo, sebbene il sigillo fosse intatto. Egli non bevve per timore di inebriarsi, ma aveva molta sete e il suo desiderio di placarla si faceva sempre più pressante: si chinò, bevve e cadde in un sonno profondo.

Benayàhu scese dall’albero sul quale si era nascosto e attaccò la catena intorno al collo di Ashmidày. Quando si svegliò e si accorse di essere incatenato, egli tentò furiosamente di rompere le sue catene.
«Fermati!» gli gridò Benayàhu. «Il nome di Hashèm, tuo Padrone, è su di te!»
Ashmadày, allora, permise a Benayàhu di condurlo da re Shelomò. Durante il cammino, egli provocò distruzione ovunque: spezzò un albero e demolì una casa. Quando passarono davanti alla capanna di una vedova, ella lo supplicò di risparmiarla. Ashmadày ebbe pietà della donna, ma quando se ne andò si ruppe un osso. «Come sono vere le parole di Shelomò!» esclamò. «Una parola dolce spezza le ossa» (egli ammise che la sua forza era stata spezzata dall’umiltà di una povera vedova).

Alla fine, giunsero a Yerushalàyim. Dopo tre giorni di attesa, Ashmadày venne ricevuto da re Shelomò. Il re dei demoni con un metro misurò quattro amòt, gettò il metro ai piedi di Shelomò e urlò: «Ecco la grandezza della tua tomba! Perché ti ostini a conquistare nuovi territori e mi scomodi dai confini della terra per farmi comparire davanti a te?»
«Io sono venuto a disturbarti» gli rispose Shelomò «perché desidero scoprire il luogo in cui si trova lo shamìr. Voglio costruire il Bet Hamikdàsh secondo il comando di Hashèm».
«Lo shamìr non è stato affidato a me» rispose Ashmadày. «Hashèm ha designato come suo custode l’angelo del mare. Questi l’ha consegnato all’uccello Bor (un tipo particolare di volatile), esortandolo a custodirlo con grande scrupolo».

Shelomò ordinò a uno dei suoi servitori di andare a catturare l’uccello Bor, e gli diede a questo scopo una campana di vetro.
Il servitore trovò il nido dell’uccello Bor, ma l’uccello non c’era. Egli, allora, ricoprì con la campana di vetro il nido con i pulcini. Quando l’uccello tornò, vide che l’avevano separato dai suoi piccoli, allora volò via e ritornò portando nel becco lo shamìr, che mise sulla campana di vetro. Subito il servitore si mise a urlare e l’uccello fuggì, così poté prendere lo shamìr per portarlo al re Shelomò.
Quando l’uccello Bor si accorse di aver tradito il giuramento fatto all’angelo del mare, per non aver custodito lo shamìr, si impiccò (Hashèm non aveva affidato lo shamìr agli umani, perché temeva che lo avrebbero utilizzato per scopi malvagi, tentando di fare il mondo a pezzi. È il motivo per cui l’uccello Bor si tolse la vita quando capì che lo shamìr era caduto nelle mani degli uomini).

Benayàhu, allora, interrogò Ashmadày che insegnò al re e ai suoi consiglieri alcune cose molto sagge:
Che gli uomini gioiscono spesso in momenti in cui farebbero meglio ad affliggersi.
Che gli uomini fanno dei preparativi per vivere una lunga vita invece di predisporsi per la vera vita nell’Olàm Habà.
Che molti uomini trascorrono la loro esistenza a perseguire dei tesori nascosti, senza essere consapevoli di ciò che è alla loro portata.

Il Maharàl, secondo il suo metodo di interpretazione simbolica delle aggadòt khazàl, spiega che lo scambio fra acqua e vino effettuato da Benayàhu, così come il fatto di aver incatenato Ashmadày, sono azioni simboliche. Il loro significato è che Shelomò trasformò l’essenza del demone per metterlo sotto il suo dominio. Allo stesso modo, lo shamìr affidato all’uccello Bor, e l’uccello Bor che si suicida, non sono che simboli di concetti metafisici.

Estratto dal Midràsh Racconta ed. Mamash.
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Lezione di Purim bomba:
SEGRETO DELLA GUERRA DELL’OPPIO TRA CINA E GRAN BRETAGNA

(video legato alla lezione di non guardare alle apparenze)SEGRETO DELLA GUERRA DELL’OPPIO TRA CINA E GRAN…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Venerdì 23 febbraio 2018

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COME LEGGERE IL GIORNALE!
Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

PURIM 5769 – COME LEGGERE IL GIORNALE!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:

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PURIM: REALTÀ MASCHERATA!
Gli ebrei invitati alla “Casa Bianca” persiana, dimenticarono il vero RE!
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà con il link a scaricare il file audio:

PURIM 5771 – PURIM: REALTÀ MASCHERATA!

dal seguente link si può scaricare immediatamente senza aprire la pagina web:
www.virtualyeshiva.it/files/11_03_15_purim5771low_natura_maschera_nome_persiano.mp3
(chi volesse ricevere il link della lezione tramite whatsapp e scaricare sul cellulare può mandarmi la richiesta)
per vedere il video della lezione direttamente cliccare qui:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

TETZAVVE ZAKHOR 5780 : 4 LEZIONI


Per ascoltare le altre lezioni su Purim:

PURIM 5779: CINQUE LEZIONI

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Lo Shabbàt che cade prima di Purìm è chiamato anche Shabbàt Zakhòr – Shabbàt del Ricordo. Si tratta del secondo dei quattro speciali Shabbatòt, il cui nome deriva dalla lettura aggiuntiva di Torà tratta da Devarìm 25, 17-19 dove viene comandato “di ricordare” cosa ‘Amalèk ha fatto a Israèl. La credenza tradizionale è che Hamàn fosse un diretto discendente di Agàg, il re degli amalekiti.
Tutti, uomini e donne, siamo pertanto tenuti ad andare al tempio Shabbàt mattina per ascoltare la lettura della Torà, nonostante il corona virus.
A Purìm si usa offrire denaro ai poveri (matanòt laevyonìm), come menzionato nella storia della Meghillà, e consumare un pasto festivo (Seudà) durante il giorno (quest’anno martedì 10 Marzo).
L’ultima delle mitzvòt di Purìm è quella dei mishlòakh manòt che consiste nell’inviare doni agli amici. La fonte si trova nella Meghillà dove si dice che Mordekhày ed Estèr istituirono questa pratica. Essi desideravano ricordare agli ebrei che anche durante la celebrazione della loro miracolosa salvezza devono pensare agli altri. Bisogna mandare un dono almeno a un amico contenente due generi di cibi o bevande pronti da consumare.

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La Parashà di Tetzavvè tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm impartisce a Moshè le istruzioni concernenti il confezionamento degli indumenti del Sommo Sacerdote e dei sacerdoti semplici, che presteranno il culto ne Tabernacolo.
Il Sommo Sacerdote indosserà otto indumenti: l’efòd, il pettorale, la veste, il diadema, la tunica, il turbante e la fascia. Il vestiario del sacerdote semplice sarà, invece, limitato a quattro capi: La tunica, la fascia, il copricapo e i calzoni.
HaShèm istruisce Moshè sul rituale di investitura che renderà Aharòn e i suoi figli sacerdoti, per l’eternità.Il rituale consiste nell’esecuzione di determinate offerte farinacee e di particolari sacrifici, nell’immersione rituale e nella vestizione degli abiti sacerdotali.

MIDRASHIM

Donare per elevarsi.
(a pagina 685 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il significato simbolico del Mishkàn.
(a pagina 689 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Singolarità e peculiarità.
(a pagina 754 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShèm risiede fra noi.
(a pagina 758 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Uno per tutti.
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

TETZAVVE 5771 – ATTIVARE LA GIOIA + MOLTO RUMORE PER QUALCOSA!
Come far nascere le emozioni? Un insegnamento che deriva dagli abiti del Cohen gadol. Stare nascosti o fare rumore? La via giusta per la nostra generazione.

TETZAVVE 5769 – L’AMORE NON È BELLO SE NON È LITIGARELLO!
Che cosa significa essere orfani spiritualmente? I tipi di unione tra Hashem e l’uomo legati ai sacrifici: quella del korban e quella dell’incenso. Due matrimoni diversi. Le interpretazioni Talmudiche e i significati profondi legati ai sacrifici.

TETZAVVE 5768 – IL SILENZIO DELL’OLIO CHE BRUCIA!
Quando c’è un contrasto, consegue rumore. Quando c’è vicinanza, c’è silenzio. Hitpaalut e dvekut, due stati emozionali diversi della preghiera, due condizioni per unirsi a D-o.

TERUMA 5780 : 7 LEZIONI

Questo Shabbàt 29 Febbraio 2020, 4 Adàr  5780, leggeremo la Parashà di Terumà Es. 25,1-27,19.

Si legge l’Haftarà di Melakhìm 1:    5, 26-32; 6, 1-13
(a pagina 442 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La Parashà di Terumà è composta da 146 versetti.

La Parashà di Terumà contiene 2 comandi e 1 divieto.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן שלמה ורחל

UN MESE FORTUNATO

Un rabbino incontra una coppia e chiede loro quanti figli hanno.
“Non siamo ancora stati benedetti con la prole”, risponde la donna.
“Allora dimmi il tuo nome e quello di tuo marito, così metterò un biglietto nel Kotel (Muro Occidentale) per una benedizione”, risponde il rabbino.
Cinque anni dopo incontra di nuovo la donna e le chiede: “Allora, come sta la famiglia?”.
“Bene, rabbino, siamo stati benedetti con 10 bambini, due parti gemellari e due trigemini”.
“Fantastico! Vorrei congratularmi con tuo marito. Dov’è?”
“È in Israele”, risponde lei
“Cosa ci fa lì?”, chiede il rabbino.
“È alla ricerca del biglietto che ha messo nel muro!”.

Dice il Talmud: colui che vuole avere successo nel lavoro pianti un Adàr (tipo di pianta). Secondo l’interpretazione dei commentatori la frase va intesa in questo modo: si pianti nel mese di Adàr, o anche si firmi nel mese fortunato per Israèl, che è Adàr. In sostanza i saggi del Talmud ci vogliono dire che ogni decisione, contratto o acquisto firmato nel mese di Adàr, il mese positivo per eccellenza, sicuramente avrà successo. Pertanto se abbiamo delle grandi decisioni da prendere o dei contratti da chiudere, affrettiamoci soprattutto adesso che siamo all’inizio di questo splendido mese. Tuttavia, sarebbe legittimo chiedersi, ma che cosa c’entra questo mese fortunato, Adàr, con la parashà di Terumà?

Un Albero Di Follia
La parashà di Terumà ci istruisce nella costruzione del Mishkàn, il Santuario che Israèl trasportava nel deserto. I muri del Mishkàn erano costruiti con assi in legno, derivate da alberi di cedro.
Possiamo trarre un grande insegnamento di vita proprio dall’uso degli alberi di cedro per il Mishkàn. La Torà, infatti chiama gli alberi di cedro “atzè shittìm”. E proprio questo nome ci aiuta a comprendere la lezione che gli alberi di cedro ci insegnano. La parola ebraica “shittìm” deriva dalla parola “shtut”, follia!
I Saggi insegnano che una persona non pecca, finché non viene stimolata da un pensiero folle, stolto. Ogni persona infatti, in cuor suo, desidera ardentemente unirsi ad Hashèm e fare la Sua Volontà. Ma allora quale pensiero stolto potrebbe spingere una persona a peccare? La risposta è che questo “pensiero folle” non è altro che lo yètzer harà, “l’istinto al male”! Il cui compito è anche quello di cercare di convince ogni essere umano che può commettere un peccato e, allo stesso tempo, continuare ad essere unito ad Hashèm. Così seducente è la sua opera che spesso una persona non ne realizza la falsità e soprattutto non realizza coscientemente la “pura follia” che è implicita nella visione tra uomo e Dio del nostro “istinto al male”. Questo appena descritto è solo un tipo di “shtut”, follia, poiché esiste, incredibilmente, anche uno “shtut positivo”. Difficile crederlo… no? Come può esistere una follia positiva?

Fare Del Bene Senza Pensare
Tuttavia se ci riflettiamo un attimo, essere folli positivamente significa fare le cose senza ragionare troppo. A volte, infatti, agire senza pensare può essere positivo. Per esempio, prima che Israèl ricevesse la Torà disse: “Naassè venishmà”, “Faremo e ascolteremo”. Ossia, il popolo ebraico promise di adempiere alle mitzvòt senza aspettare di sentire ciò che Hashèm avrebbe detto esattamente di fare. Una “gigantesca cambiale in bianco”! Questo non sarebbe un ottimo esempio di follia? Eppure Israèl promise di seguire i comandamenti di Hashèm prima di sapere quali sarebbero stati. Ossia, il popolo ebraico si prese la responsabilità di agire secondo un incredibile numero di norme, precetti di vario tipo, al fine di contribuire a rettificare l’umanità per i secoli a venire, senza sapere e conoscere le incredibili implicazioni. Questa è stata una “follia positiva”, poiché si fondava sul “kabalàt ol”, ossia prendere su di sé la decisione di adempiere alle volontà di Hashèm, solo perché questa è la Sua Volontà. Punto! Niente altro serve o sarebbe servito.
Questo ci insegna che per essere “positivamente folli” è fondamentale essere collegati con Hashèm, proprio come lo era il popolo ebraico sul monte Sinày durante il dono della Torà. Solo così possiamo “fare e poi ascoltare”, solo in questo modo possiamo sperare di aver successo.
Ogni persona ha un Mishkàn, Santuario nel cuore. Come il Mishkàn era costruito con alberi di cedro, “follia”, allo stesso modo noi possiamo costruire il nostro Santuario, insegnando alla parte di noi collegata con la follia dello “yètzer harà” a comportarsi guidata da una “buona follia”, in modo da realizzare la dimora di Hashèm in questo mondo.
Questo desiderio divino sarà completato con l’arrivo di Mashiakh presto nei nostri giorni.
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Nuova lezione bomba di questa settimana
ALLA RICERCA DELL’ARCA PERDUTA
Perché le Tavole Non Sono in Semicerchio?

Nuova lezione di questa settimanayoutube: https://youtu.be/QhwGvMitd-sALLA RICERCA DELL'ARCA PERDUTAPerché le Tavole…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 27 febbraio 2020

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TERUMA:

I TRE STRATI DELL’ANIMA
Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

TERUMA 5771 – I TRE STRATI DELL’ANIMA

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Video: https://vimeo.com/19541722

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

TERUMA 5780 : 7 LEZIONI

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la Torà è un manuale di vita SEMPRE attuale e ogni precetto ha un’applicazione nella vita quotidiana, bisogna solo creare un ponte che unisca il significato di ciò che la Torà ci insegna e dargli un’applicazione nella nostra vita.
Non a caso la Torà viene chiamata così che nella lingua santa vuole dire HORAÀ – INSEGNAMENTO.
La Torà non è mai obsoleta perché è la parola di Dio che è al di sopra del tempo ed è immutabile perciò anche i suoi precetti sono ETERNI al di sopra del tempo. Bisogna solo entrare nella profondità del precetto e “spogliarlo” dal suo contesto per poterlo riportare in un altro contesto pratico e terreno.
A proposito del divieto di non prendere corruzione, è dovuto al fatto che perfino un onesto se riceve un favore da uno dei contendenti il suo cervello diventa storto senza volerlo, come è scritto nell’Esodo (23, 8): “poiché la corruzione acceca perfino i saggi e deforma i giusti”…
continua al seguente link con una nuova lezione video MOLTO interessante: SUBCONSCIO NELLA TORÀ
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

ps
articolo dell’anno scorso su Terumà molto interessante
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
TERUMA
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
www.virtualyeshiva.it/files/08_02_07_teruma5768_3volte_oroargentorame_tresili.mp3
TRE MATERIALI X TRE TIPI DI ESILIO
Qual è la relazione tra i tre tipi di esilio e la costruzione del Tabernacolo?
Il significato dei tre materiali: oro, argento e rame.

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Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre 6 lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

FOLLIA POSITIVA!
Dice il Talmud: colui che vuole avere successo nel lavoro pianti un Adar (tipo di pianta).
Secondo l’interpretazione dei commentatori la frase va intesa come: si pianti nel mese di Adar, oppure che firmi i contratti nel mese fortunato per Israèl che è il mese di Adar che è iniziato oggi.
Infatti ogni decisione, contratto o acquisto firmato nel mese di Adar, il mese positivo, sicuramente avrà successo. Se abbiamo in ballo delle grandi decisioni da prendere o dei contratti da chiudere, affrettiamoci poiché siamo all’inizio del mese.
La parashà di Terumà ci istruisce nella costruzione del Mishkàn, il Tabernacolo che è il Santuario che Israèl trasportava nel deserto. I muri del Mishkàn erano costruiti con assi in legno, derivati da alberi di cedro.
Possiamo trarre un insegnamento dall’uso degli alberi di cedro per il Mishkàn. La Torà chiama gli alberi di cedro Atzei shittìm e questo nome ci aiuta a comprendere la lezione che gli alberi di cedro ci insegnano. La parola ebraica shittà deriva da shtut – follia.
I Saggi insegnano che una persona non pecca, finché non viene stimolata da un pensiero folle, stolto. Ogni ebreo desidera unirsi ad Hashem e fare la Sua Volontà. Ma allora quale pensiero stolto potrebbe spingere una persona a peccare? Il yetzer harà che cerca di convincerla che può commettere il peccato e continuare a essere unita ad Hashem. La persona non sempre realizza che ciò non è vero, e che crederci è pura follia.
Questo è un tipo di shtut, ma esiste anche uno shtut positivo. Come può esistere una follia positiva? Le cose buone non possono essere folli.
Essere folli significa fare le cose senza pensare. Ma a volte agire senza pensare può essere positivo. Per esempio, prima che Israèl ricevesse la Torà disse: naasè venishmà, faremo e ascolteremo. Essi promisero di adempiere alle mitzvà senza aspettare di sentire ciò che Hashem avrebbe detto loro di fare.
Questa era una follia? Beh, gli ebrei non potevano immaginarsi ciò che Hashem avrebbe chiesto loro, prima di fare la promessa. Essi promisero di seguire i comandamenti di Hashem prima di sapere quali sarebbero stati. Questa è una shtut positiva.
Un shtut positivo è la kabalàt ol, ossia prendere su di sé la decisione di adempiere alle mitzvòt di Hashem, e studiare la Torà solo perché questa è la Volontà di Hashem.
si racconta la storia di un uomo che, nonostante vivesse in modeste condizioni, offriva spesso il proprio aiuto a poveri e forestieri invitandoli a recarsi nella sua casa, per mangiare un buon pasto. La sua generosità era davvero speciale in proporzione alla sua condizione economica.
Grazie a questi atti di bontà, egli fu benedetto con grandi ricchezze e presto si trovò ad abitare in una bellissima casa signorile. Però, iniziò ad avvenire un cambiamento e lentamente i poveri non furono più ospiti benvenuti. Inizialmente fu un accenno, poi un invito ad andarsene, infine non li lasciava nemmeno più entrare nella sua bella casa, per paura che rovinassero i tappeti pregiati fatti a mano. E quando i suoi “amici” poveri gli chiedevano aiuto, lui incurante gli rispondeva di lavorare di più e più duramente.
Appena la notizia del suo cattivo comportamento si diffuse venne a trovarlo il suo saggio Rabbino.
Mentre parlavano nella grande casa, il Rabbino gli indicò un enorme specchio appeso al muro che dava sulla strada e, simulando ignoranza, disse: “Che strana finestra! Tutto ciò che vedo è me stesso! Dove sono tutte le persone in strada?”
L’uomo, ridendo, rispose: “Rabbi non è una finestra, è uno specchio.”
“Ma non capisco” disse il Rabbino, “è fatto di vetro, come una finestra?”
“Se fosse solo vetro si potrebbero vedere le persone che passano sulla strada. Ma questo è uno specchio, un vetro ricoperto da una lastra d’argento. Per questo vedi solo te stesso.”
“Aha!” disse il saggio Rabbino. “Ora capisco il problema. Quando aggiungi l’argento, tutto ciò che vedi è SOLO TE STESSO!”
(consiglio altamente di vedere il seguente video che narra molto bene questo racconto https://youtu.be/PI8uRBN3dew)
Non c’è niente di male nel benessere materiale, fin tanto che viene gestito nella maniera appropriata. La nostra lettura settimanale della Torà ci insegna che oggetti lussuosi e puramente fisici possono anche essere usati per servire Hashèm. Ogni cosa, se utilizzata nel modo corretto, può essere elevata e impiegata per scopi spirituali e santi.
Il Rebbe di Lubavitch una volta visitò un campeggio estivo dove vide un avviso che diceva: “Il denaro è la radice di ogni male”. Il Rebbe commentò che il cartello non era corretto; il denaro, come qualunque altra cosa, può essere usato per buoni o cattivi propositi. Dipende TUTTO dalla persona che ne fa uso.
IL DENARO NON È LA RADICE DI OGNI MALE!
Questo concetto è evidenziato nella parashà: “…essi erigeranno per Me un santuario e IO dimorerò in mezzo a loro”. La Torà non dice “in mezzo ad esso” ma “in mezzo a loro”.
Midràsh spiega che Dio desidera dimorare in un luogo che si trovi in basso, nel mondo fisico, in ebraico DIRA BETAKHTONIM.
Questo si ottiene attraverso l’adempimento quotidiano delle mitzvòt che ci permettono di usare le cose materiali, in nostro possesso, per collegarci alla nostra sfera spirituale. In questo modo creiamo le condizioni affinché Dio possa dimorare “in loro”, ovvero in ognuno di noi. Solo così gli oggetti materiali ci “donano” la facoltà di condurre HaShem dentro di noi, ogni giorno della vita. Solo quando riusciamo a creare una “dimora” per Dio, dentro di noi, possiamo sperimentare una nuova dimensione e significato della nostra esistenza.
Ma come possiamo realizzare questo processo di rettificazione della materia?
La parashà di Terumà parla dell’oro, dell’argento e degli altri metalli preziosi che venivano usati, per vari scopi, nel Mishkan (Tabernacolo) e, in seguito, Santuario di Gerusalemme. Questa porzione, a prima vista, sembra porre un’enfasi eccessiva sulle sostanze fisiche e materiali. Ciò in apparente contrasto con le questioni spirituali che costituiscono l’essenza della Torà e dell’ebraismo.
Talenti Personali
La risposta la troviamo proprio nella parashà di questa settimana, Terumà che significa offerta o donazione. Questa parola la troviamo usata per tre volte in corrispondenza ai tre tipi di offerta:
la terumà degli adanìm, per le incavature-base in argento del Mishkàn (Santuario) nel deserto MEZZO SHEKEL;
la terumà dei shekalìm, per cui ogni ebreo, al di sopra dei vent’anni, dava una moneta di MEZZO SHEKEL, come fondo per i sacrifici pubblici e come espiazione per il peccato del vitello d’oro;
per ultima, la terumà “generale”, un’offerta, che ogni uomo, donna e bambino facevano per realizzare i loro desideri per il Santuario, secondo i loro cuori. Erano inclusi il legno di cedro per i muri, stoffa e pellame per i tendaggi, oro, argento rame e altri materiali.
La prima offerta aveva il valore fisso di MEZZO shèkel per gli adanìm (le incavature che formavano la base dell’intero Santuario). Anche se gli adanìm costituivano la parte più bassa del Santuario, tuttavia erano il fondamento su cui tutta la costruzione poggiava.
Questo può alludere al fatto che, allo stesso modo, ogni ebreo ha dentro di sé il desiderio di adempiere la Volontà Divina. Questo sentimento nasce da una “base” comune che è il livello dell’anima, la quale deriva dalla stessa Essenza e quindi è uguale per tutti.
Questa determinazione innata ad accettare il giogo divino, chiamato KABALAT OL è il motivo per cui questa offerta non tiene in considerazione il livello economico di ognuno, poiché tutti sono uguali e le nostre anime sono della stessa essenza. Questa percezione della vera realtà è la base, il fondamento di tutto ciò che “viene messo sopra” nelle nostre vite, proprio come gli adanìm/basi del Santuario.
La seconda offerta, quella di MEZZO shèkel, simboleggia l’idea che è possibile ottenere tanto anche da soli, ma quando arriva il momento (e prima o poi arriva sempre..) occorre sapersi unire a qualcun’altro, per andare avanti insieme e diventare una cosa sola. Solo mettendo assieme due mezzi shekèl è possibile ottenere una moneta intera. QUESTO è l’unico modo per espiare il peccato del vitello d’oro. Peccato che si fonda sulla vanitosa pretesa di poter sostituire Mosè con un altro tramite: il VITELLO. Perciò la rettificazione di questo atto avviene solo attraverso un MEZZO SHEKEL, che simboleggia l’umiltà.
La terza categoria era legata a ciò che “il cuore desiderava” dare, ossia qualsiasi genere di donazione al Santuario. Per fare ciò era necessario “trovare la chiave”, il campo più adatto nella quale ogni persona poteva contribuire meglio. Per questo la Torà ci dice che chi poteva dare oro, dava oro; chi poteva dare argento, dava argento e così via.
Il fatto che Hashem ha ordinato di separare la prima raccolta per le fondamenta da tutti gli altri oggetti del Tabernacolo è per insegnarci che tutti abbiamo nella nostra anima: LA STESSA ESSENZA E IL SENTIMENTO DI UNIONE INFINITA AD HASHEM E LA MEDESIMA SOTTOMISSIONE AL GIOGO DIVINO.
Dio ci dà ricchezze materiali con lo scopo di trasformarle in ricchezze spirituali. Per fare ciò il nostro “dare” deve essere proporzionato alle nostre abilità e ai nostri talenti personali. La nostra essenza è uguale a quella di tutti gli altri, ma, in relazione ai nostri talenti specifici, ognuno di noi ha un indirizzo particolare che il cuore “desidera”. Ovviamente diamo il contributo migliore nell’area in cui primeggiamo. La Torà riconosce queste nostre forze personali e ci istruisce affinché possiamo utilizzarle al massimo.
lo scopo di tutta la Creazione del mondo si trova nella parashà di questa settimana:
MI FARETE UN SANTUARIO E RISIEDERO’ DENTRO DI VOI. Dio desidera una dimora nel mondo materiale. Ognuno di noi ha il compito di crearla, collaborando con gli altri secondo le nostre abilità, talenti e inclinazioni. Non abbiamo bisogno di grandi ricchezze materiali, ma solo tanta buona volontà, per scoprire quale è il miglior “materiale” da donare alla casa di Dio.
Ogni Generazione Suo Compito
Seguendo una progressione storica e temporale ben definita, la nostra epoca è caratterizzata dal prevalere dell’agire umano, sulla speculazione intellettuale e sulla ricerca mistica. Questa particolare condizione, si basa sugli insegnamenti del santo maestro Ari Zal che paragona tutte le generazioni a un corpo. Le prime sono intelletuali poiché corrispondo alla testa. Infatti la prima generazione si chiama Dor Deà (generazione intelletuale), poiché aveva la manna e poteva dedicarsi solo allo studio. Mentre la nostra generazione è paragonata ai piedi, ovvero all’azione: oggi siamo più capaci di fare concretamente il bene che di raggiungere le profondità del pensiero o le vette elevate della preghiera.
Quando arriviamo alla settima porzione di Shemòt è il momento di riflettere sullo scopo della nostra esistenza e chiederci dove siamo e se stiamo ottimizzando le qualità della nostra generazione del tallone. Come scrive il Tanya il compito principale di queste generazionni è quello di fare opere di bene e benevolenza, al fine di trasformare questo mondo in una dimora per Dio e permettere cosi l’arrivo di Mashiakh, presto ai nostri giorni, Amen.

La Parashà di Terumà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm impartisce a Moshè il comando di raccogliere dal popolo le offerte delle materie prime necessarie per l’edificazione del Mishkàn, (il Tabernacolo), dei suoi arredi, dei suoi utensili e dei suoi tendaggi.
HaShèm comanda la costruzione dell’arca santa, in cui saranno custoditi le Tavole della Legge,del tavolo dei pani di presentazione e del candelabro a sette bracci.
HaShèm ordina,quindi,il confezionamento dei tendaggi e delle assi per le pareti che costituiranno la struttura dell’edificio.In seguito parla del divisorio di partizione, una sorta di sipario che dividerà il Santo dal Santo dei Santi.
La Parashà si conclude con l’ordine di fabbricare l’altare di rame, detto anche l’altare dell’olà, sul quale verranno eseguiti i sacrifici.

MIDRASHIM

Donare per elevarsi.
(a pagina 685 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il significato simbolico del Mishkàn.
(a pagina 689 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Singolarità e peculiarità.
(a pagina 754 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShèm risiede fra noi.
(a pagina 758 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Uno per tutti.
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

TERUMA 5771 – I TRE STRATI DELL’ANIMA
La visione del mondo secondo il Tanya: l’oro è più brillante se insieme al legno e non da solo.

TERUMA 5770 – EDUCAZIONE: DEMONI O ANGELI?
Perché alcuni figli crescono educati con valori, ed altri no? Il valore dell’educazione e di un ambiente famigliare sano, fondato sulla Torà, è la base per una crescita positiva di un figlio.

TERUMA 5769 – 1990: INCONTRO CON IL DALAI LAMA E GLI EBREI!
Il Segreto delle stanghe dell’Arca Santa. Perché l’Arca Santa doveva essere sempre pronta per viaggiare e avere i bastoni dentro?

TERUMA 5768 – TRE MATERIALI X TRE TIPI DI ESILIO
Qual è la relazione tra gli esilii e la costruzione del Tabernacolo? Il significato dei tre materiali: oro, argento e rame.

TERUMA 5767 – LA FORZA DEL LEGAME CON HASHEM!
Il Santuario: una casa per Hashem, una casa per ogni ebreo. Il legame unico ed inscindibile che ogni ebreo ha con D-o.

TERUMA 5766 – TZEDAKKA: QUALITÀ E NON QUANTITÀ
Come imparare a valorizzare la Tzedakkà! Il valore della decima: dettagli e significato.

MISHPATIM SHEKALIM 5780: 5 LEZIONI

Questo Shabbàt Mishpatìm  Shekalim 22 Febbraio 2020, 27 del mese di Shevàt 5780 leggeremo la Parashà di

Mishpatìm I° Sefer: Es 21, 1 – 24, 18

Shekalim  II° Sefer: Es 30: 11-16

Si legge l’Haftarà di:
Italiani/Ashkenaziti 2 RE  12, 1 – 17

Sefarditi: 2 RE 11, 17 – 12,17

Si annuncia Rosh Chòdesh

La Parashà di Mishpatìm è composta da 118 versetti.

La Parashà di Mishpatìm contiene 23 comandi e 30 divieti.

Roberto Benigni, che dire?
Il celebre comico Roberto Benigni, al recente festival di Sanremo, ha “portato in scena” nientemeno che il Cantico dei Cantici di Re Salomone. Intervento fin da subito, e non solo da me, giudicato malamente per tutte le imprecisioni, insinuazioni gratuiti e falsità profuse a milioni di italiani.
Se fosse stato toccato dal comico un qualsiasi altro argomento la cosa non mi sarebbe minimamente interessata, ma Benigni ha preso di mira uno dei testi più sacri, belli, criptici e interessanti di tutto il Tanàkh, il testo che come molti sanno racchiude i libri sacri dell’ebraismo.
Dopo un cerro stupore iniziale, ho deciso di intervenire pubblicamente per rispondere, nel mio piccolo e per quello che potevo, allo scopo di evitare, almeno tra i mie contatti Facebook e le persone che mi conoscono, il “diffondersi incontrollato” delle tante sciocchezze dette dal comico durante la sua performance.
Grazie a Dio , fin da subito, ho scoperto che moltissime persone condividevano le opinioni del mio post, ma soprattutto ho scoperto che altrettante persone erano a dir poco infastidite e stupite dal taglio dato da Benigni al “suo cantico”. In pochi giorni si è aperto un vero e proprio dibattito fatto di tanti interventi appassionati a difesa e a salvaguardia dei valori spirituali che il Cantico rappresenta da qualche millennio.
Nel ringraziare quelli che tra di voi hanno apprezzato, partecipato o che comunque sono venuti a conoscenza del mio, credo doveroso, intervento sul web approfitto dell’occasione alla vigilia di questo Santo Shabbat per invitare chi fosse incuriosito a leggere il posto e gli interventi spero interessanti: LINK…..
Un cordiale saluto e un caro Shabbat Shalom a tutti.

IL VERO CANTICO DEI CANTICI!Shim’òn figlio di Rabbàn Gamlièl diceva: “Ho trascorso la mia vita tra i saggi e non ho…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Domenica 16 febbraio 2020

IL VERO CANTICO DEI CANTICI!

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Nuova lezione bomba di ieri sera sui due tipi di rapporti uomo e Dio: razionale e irrazionale
youtube: https://youtu.be/y3UixB2qX1c

Nuova lezione bomba di ieri sera sui due tipi di rapporti uomo e Dio: razionale e irrazionaleyoutube:…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 20 febbraio 2020

COME OSSERVARE I KHUKKIM DOGMI?

Unione tra i Precetti Razionali e Irrazionali!
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LA VERA CRESCISTA È GRAZIE AI FALLIMENTI
Quando il tuo “ladro interiore” ti ruba la vita, puoi comunque recuperarne una doppia porzione

In memoria di Yaakov ben Shelomoלעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחלLA VERA CRESCISTA È GRAZIE AI FALLIMENTIQuando il tuo…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 20 febbraio 2020

Il pappagallo ebreo
Dopo che sua moglie morì, un vecchio ebreo ricevette un pappagallo dai suoi figli per tenergli compagnia. Dopo un po’, scoprì che il pappagallo l’aveva sentito pregare così spesso da imparare a dire le preghiere. Il vecchio uomo fu così elettrizzato che decise di portare il pappagallo nella sinagoga durante Rosh Hashanà.
Il rabbino protestò quando entrò con il volatile, ma quando il vecchio gli disse che il pappagallo sapeva pregare, il rabbino, sebbene fosse ancora scettico, mostrò un vivo interesse. La gente iniziò a scommettere se il pappagallo avrebbe pregato o meno. Il vecchio riuscì felicemente a racimolare scommesse per un ammontare di 5.000 euro. Le preghiere iniziarono, ma l’uccello tacque. Mentre le preghiere continuavano dal pappagallo neanche la parvenza di un suono. Quando le preghiere finirono, il vecchio non fu solo mortificato, ma totalizzò 5.000 euro di debiti.
Mentre tornava a casa, rimproverò il pappagallo: “Perché mi hai fatto questo? So che puoi pregare. Perché hai tenuto il becco chiuso? Sai quanti soldi devo a quella gente ora?” Il pappagallo gli rispose: “Usa un po’ di fantasia negli affari amico mio. Guarda avanti: immagina quanti soldi ci scommetteranno contro a Yom Kippur?”.

Doppia Compensazione
La parashà di questa settimana, Mishpatìm, si occupa principalmente di leggi civili, dei danni derivanti da fatti illeciti, della disciplina dei rapporti patrimoniali e delle norme sulla custodia. In questa porzione della Torà è dettata la seguente regola (Shemòt/Esodo 22, 6): “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”.
In parole semplici, qui la Torà sta affermando che un ladro non deve solo risarcire la vittima per la perdita, ma deve anche subire una sanzione, che lo obbliga a pagare il doppio della somma o del valore del bene sottratto.
Messa così la questione sembra semplice. No…?
Tuttavia, un ben noto principio del pensiero ebraico è che ogni singolo passaggio della Torà contiene, oltre al suo significato letterale, anche interpretazioni psicologiche e spirituali nascoste. Questo è dovuto al fatto che mentre la dimensione pratica di una mitzvà potrebbe non rivelare il suo messaggio mistico, l’aspetto metafisico di essa permane eternamente nei nostri cuori e nella nostra psiche. Alla luce di questo principio qual è l’interpretazione psicologica della legge sul furto di un bene in custodia?

Il Ladro Interiore
“Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili”: questa frase può essere intesa come una metafora di come il Creatore del mondo affida all’uomo “denaro e beni” da salvaguardare.
Dio concede a ciascuno di noi un corpo, una mente, un’anima, una famiglia e una piccola parte delle risorse del suo mondo. Ci chiede di allevarli e proteggerli da una miriade di forze interne ed esterne che li minacciano. Eppure, ognuno di noi possiede anche un “ladro interiore” che si propone di rubare questi doni e usarli secondo la propria volontà. Questo “ladro” rappresenta la “inclinazione al male” o yetzer harà, come è chiamato nel gergo talmudico.
Questa sorta di “istinto animalesco” esiste all’interno della psiche umana e cerca costantemente di controllare i nostri corpi, anime e vite abusando della loro identità, violando la loro integrità e derubandoli dalla loro appropriata linea di condotta.
Ad esempio, quando una forte brama istintiva ci costringe a bere o consumare qualcosa di dannoso, per il nostro corpo o spirito, il “ladro” interiore o “inclinazione distruttiva”, ha appena “rapito” e danneggiato parte della nostra esistenza. Allo stesso modo, quando mentiamo, per convenienza, il “ladro” interiore, ancora una volta, è entrato e ha rubato le nostre “labbra” e “parole”, impiegandole per una funzione immorale, degradando così le nostre coscienze e anime. Situazioni così ricorrenti nelle nostre vite quotidiane che ognuno, mentre sta leggendo questo breve scritto, potrebbe aggiungere decine di altri esempi.

Apatia e Colpa
Certo nel mondo esistono quei pochi santi che non mancano mai di salvaguardare il loro spazio sacro, poiché non cedono mai all’istinto negativo.
Però la maggioranza della società è sottoposta a frequenti visite di questo “piccolo ladro” che, a poco a poco, conquista pezzi delle nostre vite. Di fronte a questo vero e proprio assalto, come dovremmo comportarci? Iniziamo dalle prime due cosa da evitare ASSOLUTAMENTE:
a) RASSEGNAZIONE. La prima cosa è quello di pensare che le battaglie contro il nostro “ladro interiore” siano , alla fine, destinate al fallimento. Abbandonando la lotta, poco a poco, permettiamo al ladro di prendere ciò che vuole e quando vuole. In questo modo l’unica cosa che si ottiene è quella di condurre le nostre vite verso una frivola e cinica esistenza piuttosto che una vita profonda e dignitosa.
b) DEPRESSIONE. La seconda cosa da evitare assolutamente è quella di farsi scoraggiare e rattristare dai fallimenti, errori e cadute, a volte inevitabili purtroppo. Sentirsi dei “falliti” non fa altro che accrescere e rafforzare sentimenti di auto-disprezzo, mentre ci si crogiola nella colpa e nella disperazione.
L’ebraismo respinge entrambe queste “opzioni” , poiché conducono l’essere umano nell’abisso: il primo porta la persona all’incuria di sé e il secondo alla depressione (Vedi Tanya parte I inizio del cap 1 e la fine del cap 36).

Maestà del Ritorno
Quando l’uomo sa di avere dalla nascita dei caratteri negativi non ha ragione di cadere nella depressione se non riesce a vincere fin da subito tutti i suoi vizi. Perché ognuno nasce con tendenze che lo possono portare a delle dipendenze, come alcool e fumo ad esempio, quindi non dobbiamo sorprenderci di possedere dei limiti. E non solo! A dire il vero essi sono lo SCOPO DELLA NOSTRA ESISTENZA.
Pertanto cosa ci consiglia di fare la Torà nella nostra perenne lotta contro il cattivo istinto? Proprio quanto scritto in Mishpatìm nella nostra 18° parashà: “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”.
Ma cosa ci vuole dire qui la Torà? Essa, in realtà, ci sta suggerendo una cosa semplicissima: quella di TROVARE il LADRO! Perché solo così riceverai il doppio di ciò che possedevi in origine!
Qui veniamo introdotti, in modo sottile, nella squisita dinamica conosciuta nel giudaismo come teshuvà o guarigione psicologica e morale: invece di crogiolarci nelle nostre colpe e di rimanere nella disperazione; invece di arrenderci all’apatia e al cinismo; dobbiamo IDENTIFICARE e AFFRONTARE il NOSTRO “LADRO”.
In altre parole, dobbiamo scovare quelle forze, dentro le nostre vite, che continuano a “derubarci”. Dobbiamo reclamare la sovranità sui nostri comportamenti e modelli di vita. Solo così il ladro ci restituirà il doppio dell’importo che ci ha preso.
Dal punto di vista psicologico questo significa che l’esperienza di cadere e rialzarsi ci permetterà di approfondire la nostra spiritualità e dignità in maniera maggiore , “doppia” , rispetto a quello che avrebbe potuto essere senza il furto.
Il Talmud (Yomà 86b) dice: “GRANDE è il PENTIMENTO, perché i PECCATI VOLONTARI si TRASFORMANO in VIRTÙ”.
Da quanto sopra possiamo capire come il fallimento stesso può darci la forza e la spinta interiore per affrontare il ladro e riprenderci il controllo della “macchina sbandata” in modo da riportarla in careggiata.
La lotta e la vittoria contro il nostro “istinto al male” ci permette di acquisire una nuova visione di noi, una nuova consapevolezza delle nostre potenzialità più profonde e una determinazione che altrimenti non avremmo mai potuto scoprire.

Il Peccato Che Diventa Un Merito
Il Talmud ci insegna anche che solo Impegnandoci nello straordinario sforzo della teshuvà – ritorno, il peccato stesso viene ridefinito come mitzvà, un merito. Come può essere questo paradosso?
Perché proprio il fallimento e la conseguente frustrazione generano una profonda e autentica passione e apprezzamento per il bene e per la santità interiore che ogni uomo nasconde (Tanya capitolo 7). In altre parole è proprio la LONTANANZA che STIMOLA il DESIDERIO di TORNARE alla “PROPRIA VERA CASA”. Questo distacco ci fa apprezzare la nostra anima che, essendo una parte di Dio, è il più grande regalo che abbiamo, ma che dobbiamo imparare a rispettare.
Questo avviene solo a causa della lontananza che risveglia un’appassionata nostalgia. Perciò è proprio “l’istinto animalesco” che ci dà l’impulso per il ritorno e proprio come ogni animale questo istinto è molto più vigoroso di quanto ogni anima potrebbe essere. Dopo il “furto” abbiamo l’opportunità di portare a casa il doppio, grazie al fatto di aver guadagnato la potenza dell’anima animale che è dentro ognuno di noi.
Questa è la dinamica, spiegata nella porzione della Torà di questa settimana, che permette di trasformare il negativo in positivo, in modo da contribuire all’arrivo di Mashìakh, presto ai giorni nostri Amen.
La prossima volta che il ladro interiore dirotta la nostra vita morale, prendiamo la palla al balzo e capovolgiamo la caduta in un’opportunità, per riappropriarsi di noi stessi con una DOPPIA DOSE di LUCE e PUREZZA.

Albert Einstein dice:
CHI NON HA SBAGLIATO, NON HA MAI PROVATO QUALCOSA DI NUOVO!

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Questo saggio è basato su Or Hatorah Parshat Mishpatim vol. 4 p. 1050. Sefat Emet Parshas Mishpatim, nei discorsi dell’anno 5635 (1875). Or Hatorà fu scritto dal rabbino Menachem Mendel di Lubàvitch, lo Tzemach Tzedek, terzo Rebbe di Lubavitch (1789-1866).
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MISHPATIM:

CURARE LA RADICE CHE CAUSA IL MALE!

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

MISHPATIM 5771 – CURARE LA RADICE CHE CAUSA IL MALE!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

MISHPATIM SHEKALIM 5780: 5 LEZIONI

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La parashà di questa settimana, Mishpatìm, si occupa principalmente di leggi civili, dei danni derivanti da fatti illeciti, della disciplina dei rapporti patrimoniali e delle norme sulla custodia. In questa porzione della Torà è disciplinata la seguente fattispecie (Shemòt 22, 6): “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”.
In parole semplici, qui la Torà sta affermando che un ladro non deve solo risarcire la vittima per la perdita, ma deve anche subire una sanzione, che lo obbliga a pagare il doppio della somma o del valore del bene sottratto.
Messa così la questione sembra semplice.
Tuttavia, un ben noto principio del pensiero ebraico è che ogni singolo passaggio della Torà contiene, oltre al suo significato letterale, anche interpretazioni psicologiche e spirituali nascoste.
La dimensione pratica di una mitzvà potrebbe non rilevare il suo messaggio mistico, mentre l’aspetto metafisico permane eternamente nei nostri cuori e nelle nostra psiche. Qual è l’interpretazione psicologica della suddetta legge?

“Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili”: questa frase può essere intesa come una metafora di come il Creatore del mondo affida all’uomo “denaro e beni” da salvaguardare.
Dio concede a ciascuno di noi un corpo, una mente, un’anima, una famiglia e una piccola parte delle risorse del suo mondo. Ci chiede di allevarli e proteggerli da una miriade di forze interne ed esterne che li minacciano. Eppure, ognuno di noi possiede anche un ladro interiore che si propone di rubare questi doni e usarli secondo la propria volontà. Questo “ladro” rappresenta la “inclinazione al male” o yetzer harà, come è chiamato nel gergo talmudico.
Questa sorta di “istinto animalesco” esiste all’interno della psiche umana e cerca costantemente di controllare i nostri corpi, anime e vite abusando della loro identità, violando la loro integrità e derubandoli dalla loro appropriata linea di condotta.
Ad esempio, quando una forte brama istintiva ci costringe a bere o consumare qualcosa di dannoso, per il nostro corpo o spirito, il “ladro” interiore o “inclinazione distruttiva”, ha appena “rapito” e danneggiato parte delle nostre esistenze. Allo stesso modo, quando mentiamo, per convenienza, il “ladro” interiore, ancora una volta, è entrato e ha rubato le nostre “labbra” e “parole”, impiegandole per una funzione immorale, degradando così le nostre coscienze e anime. Ognuno di noi, in questo momento, potrebbe aggiungere decine di altri esempi.
Apatia e colpa
Potrebbero esserci, nel mondo, quei pochi santi che non mancano mai di salvaguardare il loro spazio sacro, poiché non cedono mai all’istinto.
Però la maggioranza della società è sottoposta a frequenti visite di questo “piccolo ladro” che, a poco a poco, conquista pezzi delle nostre vite. Di fronte a questo vero e proprio assalto, come ci comportiamo?
Alcune persone sentono che le loro battaglie contro il loro ladro interiore sono, alla fine, destinate al fallimento. Abbandonano la lotta e, poco a poco, permettono al ladro di prendere ciò che vuole, quando vuole. Di conseguenza sviluppano una vita frivola e cinica piuttosto che un’esistenza profonda e dignitosa.
Altri, all’estremo opposto, diventano profondamente scoraggiati e tristi. I loro continui fallimenti gli instillano sentimenti di auto-disprezzo, mentre si crogiolano nella colpa e nella disperazione.
L’ebraismo respinge entrambe queste nozioni, poiché conducono l’essere umano all’abisso: il primo porta la persona all’incuria di sé e il secondo attraverso la depressione (Vedi Tanya parte I inizio del cap 1 e la fine del cap 36).
La Maestà Del Ritorno
Quando l’uomo sa di avere dalla nascita dei caratteri negativi non ha ragione di cadere nelle depressione se non riesce a vincere il vizio dell’alcol, per esempio. Perché ognuno nasce con tendenze che lo possono portare a delle dipendenze, per cui non dobbiamo sorprenderci di queste soggezioni, perché sono lo SCOPO DELLA NOSTRA ESISTENZA.
Questo è ciò che la Torà ci consiglia di fare nella perenne lotta con il cattivo istinto? “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”. Esci, suggerisce la Torà e trova il ladro! Quindi riceverai il doppio di ciò che possedevi in origine!
Qui veniamo introdotti, in modo sottile, nella squisita dinamica conosciuta nel giudaismo come teshuvà o guarnigione psicologica e morale: invece di crogiolarci nelle nostre colpe e di rimanere nella disperazione; invece di arrenderci all’apatia e al cinismo; dobbiamo IDENTIFICARE e AFFRONTARE il NOSTRO “LADRO”.
In altre parole, dobbiamo scovare quelle forze, dentro le nostre vite, che continuano a derubarci. Dobbiamo reclamare la sovranità sui nostri comportamenti e modelli. Solo così il ladro ci restituirà il doppio dell’importo che ci ha preso.
Dal punto di vista psicologico questo significa che l’esperienza di cadere e rialzarsi ci permetterà di approfondire la nostra spiritualità e dignità in maniera doppia rispetto a quello che avrebbe potuto essere senza il furto. Il Talmud (Yomà 86b) dice: “GRANDE è il PENTIMENTO, perché come risultato di ciò i PECCATI VOLONTARI si TRASFORMANO in VIRTÙ”.
Anche se falliamo e permettiamo alla nostra vita di andare in rovina, possiamo sempre riuscire ad affrontare il ladro e riprenderci il controllo della “macchina sbandata” e ripotarla in careggiata.
La lotta e la vittoria contro il nostro “istinto al male” ci permette di acquisire una nuova visione di noi, una nuova consapevolezza delle nostre potenzialità più profonde e una determinazione che altrimenti non avremmo mai potuto riscoprire. Solo Impegnandoci nello straordinario sforzo della teshuvà – ritorno, il peccato stesso viene ridefinito come mitzvà. Come può essere questo paradosso?
Perché proprio il fallimento e la conseguente frustrazione generano una profonda e autentica passione e apprezzamento per il bene e per la santità interiore che ogni uomo nasconde (Tanya capitolo 7). In altre parole è proprio la LONTANANZA che STIMOLA il DESIDERIO di TORNARE alla “PROPRIA VERA CASA”. Questo distacco ci fa apprezzare la nostra anima che è una parte di Dio ed è il più grande regalo che abbiamo, ma che dobbiamo saper rispettare.
Questo avviene solo a causa della lontananza che risveglia un’appassionata nostalgia. Perciò è proprio “l’istinto animalesco” che ci dà l’impulso per il ritorno e proprio come ogni animale questo istinto è molto più vigoroso di quanto ogni anima potrebbe essere. Dopo il “furto” abbiamo l’opportunità di portare a casa il doppio, grazie al fatto di aver guadagnato la potenza dell’anima animale che è dentro ognuno di noi. Questa è la dinamica, spiegata nella porzione della Torà di questa settimana, che permette di trasformare il negativo in positivo.
La prossima volta che il ladro interiore dirotta la nostra vita morale, prendiamo la palla al balzo e capovolgiamo la caduta in un’opportunità, per riappropriarsi di noi stessi con una DOPPIA DOSE di LUCE e PUREZZA.
Albert Einstein dice:
CHI NON HA SBAGLIATO, NON HA MAI PROVATO QUALCOSA DI NUOVO!
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Questo saggio è basato su Or Hatorà Parshat Mishpatim vol. 4 p. 1050. Sefat Emet Parshas Mishpatim, nei discorsi dell’anno 5635 (1875). Or Hatorà fu scritto dal rabbino Menachem Mendel di Lubavitch, lo Tzemach Tzedek, terzo Lubavitcher Rebbe (1789-1866).

La Parashà di Mishpatìm tratta in sintesi i seguenti argomenti:

La Parashà espone un gran numero di leggi civili concernenti, ad esempio, i doveri nei confronti degli schiavi, delle persone a cui si arreca danno fisico o materiale, delle vergini, delle vedove e degli orfani.
Le leggi relative ai custodi: retribuiti e non retribuiti e quali doveri ha ciascuno di loro. Segue l’esame della casistica concernente il prestito o l’affitto di oggetti o animali. Restituzione di oggetti smarriti.
Il dovere di concedere prestiti e non mettere a disagio il debitore.Divieto dell’usura e obbligo di non trattenere il pegno.
Leggi riguardanti l’anno sabbatico, lo Shabbàt, i pellegrinaggi e la separazione fra carne e latte.
Hashèm promette al popolo la Terra di Israèl, vietandogli, tuttavia, di lasciarsi trascinare dall’idolatria e ingiungendogli di distruggerne qualunque segno,
Hashèm stringe il patto con il popolo ebraico, che accetta di osservarnne la Legge ancor prima di venirne a conoscenza. Moshè sale sul monte per ricevere le Tavole della Legge e vi rimane per quaranta giorni e quaranta notti.

MIDRASHIM

Il servo al servizio del padrone.
(a pagina 679 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il divieto di mescolare latte e carne
(a pagina 681 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Una giornata particolare
(a pagina 681 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Fra obbedienza e comprensione
(a pagina 743 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Non eliminare, bensì santificare
(a pagina 748 del volume Shemòt edizioni Mamash).

I custodi non custoditi
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Ispirazione per la vita quotidiana
(a pagina 752 del volume Shemòt edizioni Mamash).

MISHPATIM 5771 – CURARE LA RADICE CHE CAUSA IL MALE!
Come Migliorare i Nostri Attributi! Il fuoco si spegne dalla radice. Ma qual è la radice? Come identificare l’animale che sta dentro di noi!Come assumerci le responsabilità e dominare il fuoco, il 4° tipo di causa!

MISHPATIM 5770 – I QUATTRO CUSTODI E LE CONSEGUENZE PSICOLOGICHE
Come ti consideri: un approfittatore? un goditore? un lavoratore? o un soldato? 4 modi di relazionarci con Hashem, con il proprio coniuge, con il prossimo. Le regole di questi quattro livelli e come si relazionano a Pèsach!

MISHPATIM 5768 – VEDOVE E ORFANI + ALLONTANARSI DALLE BUGIE
Non offendere e fare soffrire non è un procetto uguale per tutti? Dalla parasha di Mishpatim si impara che la punizione è proporzionale al tipo di persona che si riferisce. Allontanarsi dalla bugia, non fare azioni che portano a mentire. Un precetto che ci tutela da trovarci intrappolati nel peccato.

MISHPATIM 5767 – IL RISPETTO DEL CORPO
Gli insegnamenti innovativi del Baal Shem Tov sull’importanza di elevare il corpo per avvicinarsi ad Hashem, rispettandolo in ogni momento!

YITRO 5780:SEI LEZIONI

Questo Shabbàt 15 Febbraio 2020, 20 del mese di Shevàt 5780 leggeremo la Parashà di Yitrò Es. 18, 1-20, 23.

Si legge l’Haftarà di Yesha’yà:
Italiani/Ashkenaziti: Is. 6, 1-7, 6; 9, 5-6
Torino/Sefarditi: Is. 6, 1-13

La Parashà di Yitrò è composta da 72 versetti.

La Parashà di Yitrò contiene 3 comandi e 14 divieti.

un principio Talmudico ci insegna che: “sentire non è come vedere” (Rosh Hashanà). Questo vuole dire che anche se una persona ha tutte le informazioni ESATTE di una certa cosa, questo non è comunque paragonabile a vedere la cosa con i propri OCCHI. Ovviamente ciò non vuole dire che non si può avere una totale certezza sulla base di informazioni riportate da altre persone. Ad esempio è ammissibile che un tribunale rabbinico emetta una sentenza, anche di morte, basata sulla testimonianza di terze persone. Tuttavia esiste un livello di convinzione tale che solo la VISTA ci può concedere.

Un esempio lo possiamo trovare nel comportamento di Yitrò all’inizio della porzione settimanale (Esodo 18, 11) di questa settimana, quando Yitrò riconosce il DIO UNICO affermando: “Ora so che Hashèm è più grande di qualunque divinità…”.
La Torà ci descrive questo processo di riconoscimento legato agli eventi dei grandi MIRACOLI che sono successi al popolo di Israèl: l’esodo, l’apertura del mare, la vittoria contro Amalèk.
Tuttavia, tutto ciò non è stato sufficiente per far ricevere il dono della Torà. Solo quando Yitrò è arrivato all’accampamento di Israèl ai piedi della montagna del Sinày, dopo aver testimoniato con i PROPRI occhi il profondo rapporto di Israèl con Dio SOLO allora disse la famigerata frase che ha cambiato il mondo per sempre: “ADESSO SONO SICURO CHE DIO È PIU’ GRANDE DI TUTTI I DEI”.
(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Come ho scritto il mio portale delle email è saltato e sto cercando di ripartire con un altro portale e ho raccolto alcune email ma ne mancano ancora tante.

Se non desideri ricevere la riflessione sulla Torà della settimana provvederò a disinserirti  dalla mia email (che mando anche via whatsapp e FaceBook: https://www.facebook.com/shlomo.bekhor).

Se la email in uso non è aggiornata prego di comunicarmi.
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****YITRO****
nuova lezione di VITA
DONO TORA: VOLONTARIO O FORZATO?
Perché Hashèm Ha Messo la Montagna Sulla Testa di Israèl?

https://youtu.be/T-6DKjowpbo
https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10157860211100540

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FARE LA DIFFERENZA!

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/01/28/beshallakh-5770-i-quattro-gruppi-del-mare/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_01_28_beshalakh_4gruppi_buttarsimare.mp3

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2020/02/01/beshallakh-e-yud-shvat-5772-5-lezioni-precedenti/

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VEDERE PER CREDERE
(continua da sopra)

Ci sono altri passi nella Torà da cui questo principio può essere dedotto prima della storia dei Yitrò. Per esempio, nel capitolo 45 della Genesi leggiamo come i figli di Giacobbe dissero al padre che Giuseppe era ancora vivo in Egitto, dopo che erano trascorsi ventidue anni da quando egli lo aveva visto per l’ultima volta, convinto oramai della sua morte.
In un primo momento, non credeva loro; ma dopo che gli hanno fornito la prova conclusiva delle carrozze mandate da Giuseppe e cosa aveva detto loro che nessun altro avrebbe potuto sapere, “lo spirito di Giacobbe è stato rianimato”. Tuttavia, solo quando Giacobbe vide Giuseppe con i propri occhi disse: “Ora posso morire in pace, dopo aver visto la tua faccia, perché sei vivo”. La consapevolezza di Giacobbe circa il fatto che Giuseppe era vivo, prima di aver visto il suo volto, era su un livello completamente più basso.

Ora possiamo capire come mai solo quando Yitrò vide la Shekhinà, la presenza di Dio, poté affermare che solo Hashèm era l’unico vero Dio. Eppure, c’è qualcosa in più nel caso di Yitrò. La sua esperienza consente di apprezzare meglio la regola che afferma come: “Udire non è paragonabile a vedere”. I nostri saggi ci dicono che Yitrò era stato un ricercatore, un erudito che per tutta la vita aveva studiato a fondo ogni filosofia, idolatria e teologia sulla faccia della terra, fino a diventare il capo supremo, un capo religioso. Yitrò, in poco tempo, capì dove stava la verità e abbandonò ogni idolatria solo dopo che arrivò alla Torà e alla verità di Dio.

Yitrò era un vero scienziato, colui il quale la mente è il più alto arbitro della verità senza alcun condizionamento. Il vero scienziato non si fida per niente dei suoi sensi, basandosi invece su “dati concreti” dai quali era ammissibile dedurre logicamente ogni legge, ogni verità. Le “logiche conclusioni” possono tranquillamente contraddire ogni sentimento, ogni certezza dell’animo. Solo le deduzioni logiche della sua mente sono la “legge assoluta” che può dominare tutto, anche ciò che viene percepito o sentito come vero.
Si potrebbe quindi pensare che quando un uomo RAZIONALE come Yitrò deduce che qualcosa è vero, non ci può essere una maggiore convalida di più di quello che la sua mente gli ha dimostrato. Se ha capito che il vero Dio è il Dio di Israèl, nella sua mente è SICURO che Egli è il vero Creatore, e allora cosa può aggiungere il fatto di aver visto la presenza divina tra il popolo d’Israele ai piedi del Monte Sinày?

Eppure, quando Yitrò arriva ai piedi del Monte Sinày, ha proclamato: “Ora so che Hashèm è il più grande…”. Se fosse solo una questione “indiscutibile” basata sulla logica razionale, per un uomo come Yitrò, il vedere o meno non avrebbe fornito alcuna certezza in più rispetto a quello che aveva sentito sulle prodezze che Hashèm aveva compiuto per far uscire il popolo d’Israèl dall’Egitto. Tuttavia, la differenza è che vedendo un’esperienza diretta della cosa stessa si riesce a cogliere la sua essenza, mentre capire attraverso la logica consente solo di raggiungere l’aspetto superficiale di una cosa.

Quando sentiamo parlare di qualcosa o attraverso la deduzione da prove logiche, la mente raccoglie le prove pezzo per pezzo, dettaglio per dettaglio, e poi assembla i pezzi in una percezione del soggetto. Ma quando vediamo qualcosa, noi ci colleghiamo con la totalità della cosa stessa, prima ancora che siamo a conoscenza dei dettagli. I nostri occhi ci forniscono un contatto con l’essenza della cosa che ci assicura l’esistenza di quella cosa in ogni circostanza. Anche se avessimo tanti dubbi e quesiti sul come e perché tutto questo non ci fermerà dalla convinzione dell’esistenza di una cosa che abbiamo visto, perché è come se l’avessimo toccata con la mano.
Yitrò, che aveva provato in precedenza TUTTE le religioni diventandone il CAPO supremo quando esprime TRA TUTTI I CREDI c’è SOLO HASHÈM e dopo aver visto coi propri occhi l’ESSENZA della divinità, solo lui poteva fare l’affermazione per eccellenza, quella che ha cambiato il mondo per sempre.
Questo è il motivo per cui Hashèm vuole essere “visto” da tutto il popolo di Israèl sul monte Sinày e anche il perché i giorni del messia sono descritti come un momento in cui “ogni carne vedrà”.
Vedendo direttamente l’apparizione Divina del nostro Creatore questo ci ha fornito uno strumento di unione profonda superiore a qualsiasi altra cosa. Egli ci ha concesso la capacità di penetrare la profusione di dettagli che intasa la nostra realtà neurologica e che ci mette in relazione con la quintessenza delle cose, che è l’essenza dell’essere umano, l’essenza del mondo in cui viviamo e, in ultima analisi, l’essenza stessa di Dio.

Tuttavia, perché la Torà racconta il grande Dono della Torà proprio nella parashà che porta il nome di un idolatra, poi convertito? La risposta la troviamo nell’essenza stessa del Dono della Torà: ossia che da questo evento è stato possibile fondere lo spirito con la materia, elevandola e rettificandola.
Yitrò quindi è stato l’archetipo di questa nuova fase dell’umanità, l’iniziatore in qualche modo delle nuove potenzialità che Hashèm ci ha donato. Una volta che Yitrò ha ammesso l’esistenza del Dio unico e aver rigettato e abbandonato ogni forma di idolatria, lui il più grande sacerdote idolatra ha rettificato e elevato l’impurità e la materia infondendola di santità a livelli altissimi. Per questo è scritto nel Talmud che solo grazie alla teshuvà – pentimento, conversione di Yitrò l’umanità ha meritato di ricevere il Dono della Torà.
Un’altra domanda, tuttavia sorgerebbe spontanea, ma cosa centra la vista? Cosa centra il fatto che, come scritto sopra, Hashèm ha voluto mostrarsi, farsi vedere a Yitrò e ovviamente anche a tutto il popolo ebraico? La risposta è che, come scritto sopra, solo vedendo l’essenza di Hashèm, Yitrò ha elevato l’essenza della materia e ha permesso il Dono della Torà che iniziato la trasformazione del mondo. Così oggi noi possiamo continuare questa strada che presto sarà conclusa quando arriverà Mashiàkh presto nei nostri giorni.

Basato su un discorso del Rebbe, 29 Shevat 5740 (16 Febbraio 1980)

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Troviamo alla fine della parashà il seguente verso:
“Non salire sul Mio altare mediante gradini, affinché non vi sia scoperta la tua nudità” (Shemòt 20, 23)
Non salire… gradini… nudità: salendo all’altare su dei gradini, i cohanìm, con il naturale movimento delle gambe che ciò comporta, avrebbero rischiato di esporre ai gradini stessi le loro parti intime, che erano comunque coperte dai pantaloni che ogni cohèn era tenuto a indossare (28, 42). La Torà respinge però anche il più piccolo accenno all’impudicizia. Per questo motivo, i sacerdoti salivano sull’altare per mezzo di una rampa , SENZA GRADINI (Mekhiltà; Rashì). E oltretutto salivano con un particolare movimento: camminavano mettendo un piede dopo l’altro, senza lasciare spazi tra loro. In questo modo nessuna nudità poteva rimanere scoperta.
Gli ultimi due versetti di questa parashà, che concludono i DIECI COMANDAMENTI , la sintesi di tutta la Torà, contengono un’importante lezione di sensibilità: anche se un altare con dei gradini è un oggetto inanimato che non può scorgere la nudità dei sacerdoti, la Torà ci vieta comunque di mancare di rispetto e disonorarli.
A maggior ragione, comprendiamo quanto sia importante prestare attenzione a non causare vergogna o disagio a un essere umano, creato a immagine di Dio (Rashì). Questa è la conclusione , il culmine della promulgazione del patto con Hashem sul monte Sinay:
SOLO QUANDO SIAMO MOLTO SENSIBILI VERSO IL PROSSIMO POSSIAMO ESSERE UNITI A DIO!!!
(Commento tratto dal Khumàsh Shemòt, edito da Mamash, p. 327)

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Nuova lezione video corta di questa settimana:
COME ANDARE D’ACCORDO CON LA SUOCERA!
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GRANDE MERITO DI UN CONVERTITO!
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
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Per vedere il video:
https://vimeo.com/18967985
HITLER E AHMADINEJAD
L’errore di separare il primo comandamento di destra dal primo di sinistra delle due tavole della Torà:
le sue conseguenze ha prodotto due grandi malvagi della storia.

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

 UNO SGUARDO PER IL PARADISO!
(continua da sopra)
La prima mitzvà data agli ebrei dopo il Dono della Torà fu stranamente un divieto, qualcosa di NEGATIVO: non creare idoli d’oro o d’argento. La stessa è poi seguita immediatamente dalla mitzvà di costruire un altare di terra che, pur essendo un precetto positivo, racchiude una connotazione negativa: “essendo la terra calpestata da tutti”.
Questo ci insegna che il primo passo della crescita spirituale deve essere “negativo”: se l’uomo desidera avvicinarsi a Hashèm, deve scrollarsi di dosso i propri istinti animaleschi e il proprio ego, creando un “vuoto” spirituale che lasci penetrare la santità della Torà (Rebbe di Lubavitch).
LEZIONE DI UMILTÀ
La proibizione contenuta nel versetto (passuk) preso in esame è stata oggetto di molte interpretazioni. Una di queste, pone l’accento sul fatto che la Torà utilizza la parola “ma’alòt”, che generalmente si traduce con “gradini”, ma che può essere intesa anche come “buone qualità”. Quindi questo passuk potrebbe essere letto nel seguente modo: “Non salire sul Mio altare mediante le tue buone qualità, affinché non vi sia scoperta la tua nudità”.
In questo passo della Torà, Hashèm ci mette in guardia dal salire sull’Altare di Dio pavoneggiandoci delle nostre buone qualità, orgogliosi dei nostri traguardi raggiunti e sodisfatti di tutto ciò che sappiamo; in questo modo corriamo il rischio che la “nostra nudità” – ovvero debolezze, vulnerabilità e difetti importanti – vengano presto allo scoperto.
L’Altare non può essere una sorta di “vetrina” dell’autocompiacimento, la sede del culto religioso dalla quale permettiamo agli altri di venire a conoscenza della nostra grandezza. Se cadiamo in questa trappola, Hashèm ci dice che solo la “nostra nudità”, i nostri difetti – e non la nostra grandezza – verrà rivelata. Bisogna invece accostarsi all’Altare divino con un atteggiamento fondamentalmente umile che si deve tradurre nella sincera percezione della nostra inadeguatezza. È necessario curarsi che l’Altare non diventi per nessun motivo teatro di religiosa prevaricazione e arroganza.
La seguente storiella chassidica illustra bene tale concetto.
In una città dell’Europa vivevano due ebrei: uno era Reb Haim, un grande studioso; mentre l’altro, che si chiamava anche Haim, era un povero facchino a mala pena in grado di leggere le lettere dell’alfabeto ebraico. Lo studioso riuscì a contrarre un buon matrimonio, dato che il più ricco uomo della città scelse proprio lui, il più brillante studente della yeshivà, come suo genero. Grazie al supporto economico datogli dal ricco suocero, come consuetudine in quel tempo, lo studioso  si guadagnò ben presto il rispetto e l’ammirazione dell’intera città: grazie al fatto che oramai poteva trascorrere numerose ore giornaliere nel suo studio a incontrare e ricevere chiunque necessitasse di aiuto o consiglio.
Questi due uomini, così diversi si trovavano quotidianamente a confronto l’uno con l’altro. Accadeva che il facchino pregasse presto al mattino, per poter cominciare a lavorare il prima possibile, al fine di guadagnare il suo magro sostentamento. Precipitandosi fuori dopo la funzione in sinagoga, incrociava il grande Reb Haim che arrivava per il minyàn successivo, a quello del facchino, poiché passava gran parte della notte a studiare Torà. In tal modo essi si incontravano praticamente ogni giorno.
Reb Haim, lo studioso rivolgeva a Haim, il facchino un sorriso sdegnato e un ghigno di compiacimento compariva nelle sue labbra, mentre ringraziava Dio di poter trascorrere la giornata con la Torà e di non dover lavorare come lui.
Haim il facchino, a sua volta, rivolgeva allo studioso uno sguardo struggente, sentendosi triste e indegno di non poter trascorrere anch’egli la propria vita tra le sacre scritture.
Entrambi morirono lo stesso giorno e vennero giudicati dalla corte celeste. Per primo fu il turno dello studioso Haim. Tutte le sue buone azioni, lunghi anni di studio e atti caritatevoli vennero messi da un lato della bilancia, e dall’altro il suo quotidiano ghigno di autocompiacimento. Il ghigno sorpassò nel peso tutte le buone azioni.
Poi fu la volta di Haim il facchino. Su un piatto della bilancia vennero collocati tutti i suoi peccati, e dall’altro il suo quotidiano sguardo di rammarico e umiltà per non poter servire adeguatamente Dio.
Quando alla fine le bilance furono messe a confronto, lo sguardo sorpassò in peso i peccati del facchino e il ghigno e il vanito superò i meriti dello studioso.
SOLO L’EBREO UMILE ANDÒ DRITTO IN PARADISO!
Sappiamo che molti ebrei, soprattutto israeliani, vanno in India o in Estremo Oriente alla ricerca di “cibo spirituale” per l’anima. Questo piccolo esodo è in parte causato da coloro che, nel divulgare la parola di Ha-Shém, ignorano o nascondono il lato spirituale della Torà e mettono in risalto solo l’aspetto tecnico e formale dell’ebraismo costituito, secondo loro, solo da tante azioni materiali: le mitzvòt –precetti della Torà.
Queste vanno naturalmente onorate e osservate con rigore, come qualunque comandamento dato da Ha-Shém, ma non vanno applicate in modo freddo e meccanico. Lo scopo intrinseco delle mitzvòt non è certo quello di farci diventare dei “robot senz’anima”. Un ebraismo inteso in questo modo rischia di allontanare tutti coloro che cercano un profondo rapporto spirituale con Hashèm.
Mio padre disse: “Freddezza ed eresia sono separate solamente da una sottile paratia!” È detto: “Poichè l’Eterno, tuo D-o, è un fuoco che consuma”. La Divinità è una fiamma di fuoco. Lo studio della Torà e la preghiera devono essere fatti con un cuore appassionato, così che “tutte le mie ossa pronunzieranno” le parole di Dio, nella Torà e nella preghiera (Rebbe di Lubavitch, HaYom-Yom, Venerdì 16 Shvàt 5703).
Ecco perché il Rebbe di Lubavitch ci insegna che bisogna scaldare il compimento dei precetti con il “fuoco di Dio” che è la nostra anima. Dobbiamo riuscire ad “accendere l’anima”, con la parte più spirituale della Torà, senza che ciò venga ostacolato delle norme pratiche, delle azioni fisiche o dal nostro lato razionale. Come detto dal Rebbe occorre che le preghiere e lo studio “devono essere fatti con un cuore appassionato, così che “tutte le mie ossa pronunzieranno” le parole di Dio”.

La figura di Moshè ci permette di comprendere come la grandezza di un leader sta nel capire di quale acqua e cibo abbisognano le pecore del gregge.

Prima di diventare il leader di tutto Israèl Moshè era un pastore.
Il Midràsh racconta come un giorno, mentre Moshè stava facendo pascolare i greggi di Yitrò nel deserto del Sinày, un agnellino cercò di fuggire. Moshè lo inseguì, finché giunse a una sorgente e cominciò a bere. Quando Moshè raggiunse il piccolo pianse: “Oh, non sapevo che tu fossi assetato!” Cullò il piccolo fuggitivo tra le sue braccia e lo riportò nel gregge. Disse l’Onnipotente: “Tu sei misericordioso nell’occuparti di un gregge, perciò ti dedicherai al Mio popolo di Israèl”.
L’importante lezione dell’episodio è capire come il piccolo non era scappato dal gregge per malizia o malvagità, ma perché era semplicemente assetato.
Quando un uomo si allontana da Hashem, Dio non voglia, è solo perché egli è assetato. La sua anima ha sete dei veri significati della vita, della parte più profonda e spirituale della Torà (simboleggiata dall’acqua) che permette all’anima di accendersi. Di conseguenza c’è il rischio che egli vaghi in terre straniere, cercando di placare la propria sete.
Quando Moshè comprese ciò, fu in grado di divenire il leader di Israele. Solo un pastore che non si affretta a giudicare un fuggitivo e che si dimostra sensibile ai profondi motivi della sua diserzione, può sollevarlo misericordiosamente tra le sue braccia e ricondurlo a casa.
Psicologia Di Vita
Yitrò era sorpreso dal modo in cui suo genero, Moshè, giudicava le persone. Come poteva Moshè pensare di giudicare da solo l’intera nazione? Sembrava un modo molto inefficiente! Così Yitrò suggerì di creare un formale sistema giudiziario che avrebbe lasciato Moshè libero di trattare solo i casi davvero rilevanti. Da questo suggerimento nasce il famoso concetto di gestione aziendale “PIRAMIDALE”: alla base ci sono più pietre (persone) e man mano che si sale sempre di meno fino alla cima dove c’è solo una pietra. E in cima c’è Moshè che gestisce i problemi più complicati che ci sono.
Il piano di Yitrò era di creare una gerarchia di giudici. Alcuni giudici avrebbero avuto giurisdizione su dieci persone, altri su cinquanta, cento e mille.
Moshè non discusse con il suocero, accettò il suo suggerimento e cambiò il sistema giudiziario. Almeno in apparenza…!
Ma tutto questo sembra piuttosto semplicistico. Certamente Yitrò non stava suggerendo nulla di nuovo! Ogni nazione ha un sistema giudiziario. Com’è possibile che Moshè, il più grande leader che la storia abbia mai conosciuto, il profeta di tutti i profeti, non ci fosse arrivato da solo?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo comprendere quali erano i veri motivi che hanno spinto Moshè a dare attuazione al suggerimento di Yitrò.
Yitrò vedeva la procedura giudiziaria esclusivamente finalizzata alla risoluzione delle controversie di natura patrimoniale ed economica. Egli pensava che solo le dispute su terra e ricchezza fossero ciò che conducevano le persone nei tribunali. Yitrò pensava di “nutrire il gregge” con procedure formali e materialità. Quindi Yitrò suggerì a Moshè di allestire diversi livelli di giudici: “Tutti i casi minori essi giudicheranno e i maggiori li porteranno dinanzi a te”.
In altre parole, i casi monetari minori, le piccole rivendicazioni, dovevano essere gestite da altri giudici. Dal suo punto di vista, Moshè non doveva essere disturbato da rivendicazioni gestibili anche da giudici minori, poiché doveva gestire solo le GRANDI questioni monetarie, ovvero di grande QUANTITÀ (Es. 18, 22).
In questo ragionamento ci sono due errate concezioni:
Il sistema giudiziario visto solamente come strumento per risolvere problemi materiali e NON come uno strumento di EDUCAZIONE e crescita.
Il parametro di misura è la QUANTITÀ (grande o piccolo) e non la qualità.
Così quando Yitrò chiese a Moshè cosa stesse facendo, Moshè rispose che egli giudicava tra un uomo e il suo vicino e che in questo modo insegnava la legge di Ha-Shém. E conclude il verso che Moshè fece ESATTAMENTE quello che gli aveva insegnato suo suocero (Es. 18, 24).
Quindi formalmente Moshè accettò il suggerimento di Yitrò, poiché si rendeva conto che un solo uomo non poteva adempiere ad un simile incarico. Ma come mise in pratica i suggerimenti di Yitrò, pur mantenendo i suoi ideali?
Moshè apportò un cambiamento, apparentemente lieve, ma che faceva tutta la differenza del mondo! Moshè sapeva cosa un vero pastore doveva dare da “bere al gregge”. Soddisfare la sete che l’anima ha dei veri significati della vita, della parte più profonda e spirituale della Torà (simboleggiata dall’acqua) che permette all’anima di accendersi. Quindi Moshè utilizzò la procedura giudiziaria come uno strumento educativo, nel quale le persone potevano imparare la Torà e in tal modo comprendere l’origine dei loro problemi.
I “casi complessi”, per Moshè avevano un significato del tutto diverso da quello che avevano per Yitrò. Per il primo i casi più difficili erano quelli che richiedevano migliore conoscenza e familiarità con la Torà. Questi dovevano essere portati a Moshè, per la sentenza finale, poiché erano poche le persone che conoscevano tutte le leggi della Torà come lui.
E poi il parametro di misura per Moshè era la QUALITÀ, basata sulla complessità della causa e quindi sulle ripercussioni sociali, halakhike o psicologiche di una decisione (Es. 18, 26): ad esempio una banale disputa tra famiglie rischia di dividere tutta la comunità in due gruppi; oppure una decisione sbagliata sull’osservanza di un precetto può avere ripercussioni negative per generazioni.
Non a caso egli fu chiamato Moshè il profeta e “legislatore”!
Così Moshè usava il processo giudiziario come uno strumento d’insegnamento delle leggi della Torà scritta e orale, rivelata e nascosta. Tutti argomenti di grande difficoltà che presumevano anche immensa sapienza e conoscenza che non tutti i giudici potevano avere.
Tutto questo con grande saggezza e diplomazia, senza ferire i sentimenti del suocero, ma anzi facendogli credere che stava attuando alla lettera i suoi insegnamenti.
Impariamo la psicologia della vita da Moshè: parlare poco e fare tanto mettendo da parte il proprio ego senza troppi commenti!!!
Scelta Migliore!
Un famoso detto ebraico che dovremmo ripetere tutto il giorno:
TIYHE KHAKHAM, VEAL TIHYE ZODEK!
AGIRE CON SAGGEZZA È MEGLIO, CHE AGIRE NEL GIUSTO!
Essere nel giusto non sempre ci fa essere nel giusto assoluto. Può darsi che la nostra concezione del giusto sia appunto nostra e in quanto tale relativa, ma noi la trasformiamo “magicamente” nel  “GIUSTO PER ECCELLENZA”.
Ma anche se si è SICURAMENTE nel giusto non è detto che agire nel giusto ci dia il migliore risultato nella vita. È giusto pensare di non fermarsi a un incrocio dove si ha la precedenza e poi essere tamponati, perché chi doveva fermarsi, non l’ha fatto! Non aiuta sempre avere la ragione, essere nel giusto, specialmente se ci si trova in motocicletta o in una piccola vettura…!
Al massimo a questo “giusto” gli faranno in paradiso una bella corona con su scritto: MORTO CON LA RAGIONE DALLA SUA PARTE.
Perciò ricordiamoci da Moshè di cercare sempre il comportamento più saggio e non quello più giusto. Può sembrare giusto risolvere i problemi materiali considerati spesso i più urgenti, mentre si tralasciano le questioni spirituali che in fondo non danno da mangiare…
Non cerchiamo di difendere sempre la nostra tesi. A volte abbassare l’orgoglio e dire “si hai ragione te…” può farci solo bene.
Nuovo Mondo
Presto arriveremo a un mondo dove ci sarà più invidia e orgoglio, gli uomini si ameranno e rispetteranno senza limiti. Non dovremo più faticare per cercare la pace famigliare e nel mondo.
Facciamo gli ultimi sforzi e dimostriamo che il mondo è già rettificato e pronto alla redenzione, impegniamoci a seguire l’esempio di Moshè con amore e rispetto per lo suocero, anche se straniero, così potremo avere la rivelazione della pace eterna con Mashiakh. Presto nei nostri giorni, amen.

La Parashà di Yitrò tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il suocero di Moshè, Yitrò, viene a conoscenza dei grandiosi eventi che hanno accompagnato l’Esodo del popolo ebraico. Con la figlia Tzipporà e i due figli di questa, Yitrò decide di raggiungere il genero e di rallegrarsi con lui per i miracoli e i prodigi divini di cui gli ebrei sono stati protagonisti.
Riconosciuta la potenza e la grandezza di HaShèm, Yitrò Lo accetta come unico D-o. Di conseguenza si converte facendo la circoncisione e l’immersione in un bagno rituale. Insieme a Moshè, Aharòn e altri illustri esponenti del popolo, Yitrò offre sacrifici a HaShèm, per completare la conversione e per festeggiare la redenzione sua e di Israèl.
Vedendo il genero, giudice supremo, sopraffatto dall’onere del compito di trattare le cause di un intero popolo, Yitrò gli suggerisce di nominare dei magistrati minori, preposti su migliaia, centinaia e decine. I magistrati dovranno presentare caratteristiche morali esemplari. Moshè acconsente e mette in pratica il consiglio con grande umiltà. Yitrò si congeda dal genero e dal popolo e ritorna nella sua terra per convertire i suoi familiari.
Il popolo ebraico, giunto presso il Monte Sinày, si appresta a ricevere la Torà. HaShèm comunica a Moshè le modalità dell’evento e indica al popolo come deve prepararsi al momento del Dono della Torà.
L’evento tanto atteso ha luogo presso il monte accompagnato da tuoni e lampi che suscitano il timore reverenziale del popolo. Il Sinày è arroventato ed emana il fumo in virtù della Presenza Divina.
HaShèm proclama i Dieci Comandamenti che sintetizzano tutti i 613 precetti della Torà.
La parashà si conclude con l’emanazione di ulteriori leggi, fra le quali il precetto di costruire un altare di bronzo senza gradini per rispetto al pudore, e realizzandolo senza utilizzare attrezzi in metallo.

MIDRASHIM

I Dieci Comandamenti
(a pagina 676 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Fra giusti e pentiti.
(a pagina 735 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La preparazione al Dono della Torà.
(a pagina 741 del volume Shemòt edizioni Mamash).

YITRO 5771 – HITLER E AHMADINEJAD
L’errore di separare il primo comandamento di destra dal primo di sinistra delle due tavole della Torà: le sue conseguenze ha prodotto due grandi malvagi della storia.Riconoscere la non centralità dell’uomo, significa riconoscere che D-o esiste, che ha creato la vita e non abbiamo diritto di toglierla!

YITRO 5770 – RECINTO DI ROSE
Perché un recinto morbido è più efficace di un recinto di ferro? La Torà non è un codice di regole imposte sul corpo, bensì rappresenta il manuale del creatore del corpo ed è l’unico mezzo per estrapolare al meglio le potenzialità dell’uomo.

YITRO 5769 – IL NIPOTE DI MOSHE IDOLATRA?
Ebraismo contro Idolatria! Il giusto punto di vista in questo delicato argomento.
Quale deve essere il giusto e corretto approccio per un ebreo nell’ accostarsi alla spiritualità ed i pericoli insiti nell’utilizzare un approccio simile a quello di Yitrò.

YITRO 5768 – DIECI COMANDAMENTI, 2 CATEGORIE
Perché i primi due comandamenti sono stati detti da Hashem direttamente al popolo non tramite Moshè?
La Torà per tutta l’umanità: 10 comandamenti per am Israel, 7 precetti per l’umanità. L’unicità del legame con Hashem che non passa attraverso un uomo, ma avviene con una pubblica manifestazione!

YITRO 5766 – GRANDE MERITO DI UN CONVERTITO!
Chi era Yitrò? Dalla frase di Yitrò, in cui riconosce la grandezza di Hashem, consegue un’elevazione del mondo a livello tale, da meritarsi la diffusione del monoteismo. Il valore di una conversione sincera!