TETZAVVE ZAKHOR PURIM 5780 : 4 LEZIONI

Questo Shabbàt 7 Marzo 2020, 11 del mese di Adàr 5780 leggeremo la Parashà di Tetzavvè 27,20-30,10 (Shemot Esodo).

I° Sefer: Es 27, 20 – 30, 10

2° Sefer: Deut.25:17-19

Si legge l’HAFTARÀ:
Italiani/Sefarditi: Samuele 1°, 15:1-34

Milano/Torino/Ashkenaziti: Samuele 1°, 15:2-34

La Parashà di Tetzavvè è composta da 146 versetti.

La Parashà di Tetzavvè contiene 4 comandi e 4 divieti.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן שלמה ורחל
TESTARDI E QUI PER RESTARE!
Siamo in prossimità della festività di Purim che ci ricorda la vittoria del popolo ebraico su coloro che tentarono di distruggerlo, il voltafaccia dalla sconfitta alla vittoria nell’arco di un breve lasso di tempo. Tuttavia, per quanto possiamo sentire di essere una minoranza, pochi numericamente, dobbiamo nondimeno realizzare che il nostro destino è di prevalere su coloro che preferirebbero piuttosto vederci scomparire.
Come vediamo una volta e ancora dalla storia, imperi così grandiosi sono sorti – i Greci, Romani, il Terzo Reich, l’Unione Sovietica ecc. – e hanno voluto spazzare via il popolo ebraico. Chi è ancora qui?!? Quegli imperi non ci sono più, invece il “popolo testardo”, gli Ebrei, continua a vivere.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
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Purim
LA PROVA DELL’ESILIO

Quando il Dolce è Molto Amaro
La Meghillà di Estèr inizia con le parole: “Avvenne all’epoca di Akhashveròsh…” e prosegue descrivendo il grandioso banchetto organizzato dal re Akhashveròsh per celebrare la sua ascesa al trono. Il Talmùd commenta il versetto spiegando che nella Torà il termine Vayehì-avvenne si riferisce sempre a un periodo di sofferenza per il popolo ebraico.
Il malvagio Hamàn, la causa di tutte le disgrazie, non è però ancora salito al potere, per quale ragione allora l’ascesa al trono di Akhashveròsh viene considerata un fatto penoso per Israèl? I membri del popolo di Israèl erano molto influenti nel paese e occupavano posizioni di prestigio. Mordekhày, capo della comunità ebraica, sedeva al cancello reale (Estèr 1, 21) ed era uno dei cortigiani di maggior spicco, consultato dal re stesso riguardo alle questioni più importanti dello Stato. Egli, e tutti gli ebrei con lui, godevano della libertà di studiare la Torà e di osservare le mitzvòt.
Perché quindi viene usato il termine vayehì-avvenne, che significa che questo periodo è molto problematico?
L’esilio è sempre un periodo di difficoltà in qualunque situazione. Ecco perché l’epoca di Akhashveròsh è di per sé sinonimo di problemi. Il paese di cui l’ebreo è ospite può assicurare libertà, agi, opportunità di successo e prosperità ma, fino all’arrivo di Mashìach, l’esilio resta sempre un limite ed è pieno di insidie, dato che è in fondo una estraniazione dalla propria terra natia e una acquisizione di un diverso stile di vita e di valori. Finché ci troviamo in esilio non ci è possibile infatti vivere pienamente la vita ebraica, ma come si può descrivere l’ascesa al trono del re di Persia un momento cosi triste?

Confusione fra Luce e Buio
La conseguenza più distruttiva dell’esilio è però la mancanza di consapevolezza dell’esilio stesso. Quando si è consapevoli di una malattia da essa si può guarire chiedendo aiuto alla medicina, ad esempio. Invece, quando non sappiamo neanche di avere una malattia essa rimane molto difficile da scoprire e quindi da curare. Così è anche per l’esilio dove l’aspetto più pericoloso è proprio la sua completa accettazione. Se l’ebreo in esilio si sente comunque a suo agio, a casa, non si rende conto che in realtà sta giocando “fuori casa” in una situazione che lo costringe a rinunciare al suo ideale “habitat spirituale”.

Ovviamente ognuno di noi deve essere grato a Dio per la libertà e deve apprezzare la prosperità di cui gode. Tuttavia, dobbiamo anche renderci conto che lo scopo della nostra esistenza non è mirato alla mera prosperità materiale. Dobbiamo mirare a un’esistenza basata su un legame totale con Dio. Solo così saremo in grado di sentirci veramente realizzati. Fino all’epoca della redenzione in cui ciò avverrà in maniera completa, noi saremo comunque limitati a un’esistenza innaturale e non potremo realizzarci pienamente.

Coinvolgimento Sociale e Distacco
Ciò non deve portare a isolarci e a staccarci dalle questioni del paese in cui risiediamo. Al contrario tale coinvolgimento è più che positivo. Hashèm infatti ha di certo uno scopo in questo, perché – come disse il Rebbe precedente: «Non siamo andati in esilio volontariamente e per nostro desiderio, ma vi siamo stati mandati per decreto Divino».
Mandandoci in esilio, Hashèm ci ha affidato infatti una missione ben precisa: quella di migliorare ed elevare spiritualmente i paesi in cui risiediamo. Per portare a termine questa missione, dobbiamo essere perciò parte della società che ci circonda. Come insegnano i saggi (Shemòt Rabbà su Estèr 47, 5): quando arrivi in una città, seguine gli usi. Ciò richiede fra l’altro di operare nel contesto della società allo scopo di trasformarla, perché essa possa realizzare i valori della Torà e i suoi principi di bontà e giustizia.
Alla luce di questo possiamo capire perché Mordekhày, membro del Sanhedrìn (Talmùd Meghillà 13b), è addirittura desideroso di privarsi del tempo che generalmente dedicava allo studio e all’insegnamento della Torà per prestare servizio alla corte di Akhashveròsh. Egli aveva capito che l’impero persiano era il mezzo scelto da Dio per fare “nascere” il ritorno degli ebrei in Israèl e portare alla costruzione del secondo Santuario. Era quindi una sua precisa volontà quella di investire tempo e sforzi al servizio del sovrano persiano.

Fieri Della Propria Identità Ebraica
La condotta di Mordekhày in quell’epoca è quanto mai istruttiva per noi, oggi. C’è un giudeo a Shushàn, la capitale, il cui nome è Mordekhày (Estèr 2,5). Prima ancora di dirci il nome di Mordekhày, la Meghillà ci fa notare che egli si identifica innanzi tutto come ebreo. Non sta a corte per motivazioni egoistiche o ambizioni politiche, ma al fine di salvaguardare gli interessi dei suoi fratelli. I suoi compiti di consigliere infatti lo distaccano dall’adempimento delle pratiche esteriori del suo servizio divino, mai però, nella sua anima, dallo spirito più profondo di esse.
Mordekhày rappresenta quindi una sintesi di opposti: egli è coinvolto nella vita persiana e allo stesso tempo è distaccato da essa; benché presti servizio a corte ne rigetta i valori pagani e la promiscuità sessuale. Accetta il fatto di vivere in esilio, ma solo per le questioni materiali; a livello spirituale egli sa che in esilio non vi sono cadute anche le nostre anime, perché esse stanno saldamente legate al Creatore anche in quella triste situazione.
La condotta e il pensiero di Mordekhày non sono perciò in contraddizione. Egli non ottiene certo la sua posizione influente a corte soltanto per le sue eccellenti qualità, ma grazie alla benedizione divina. È però per i suoi meriti e a causa delle necessità del popolo ebraico che Hashèm lo sceglie come mezzo per la salvezza degli ebrei. La posizione a cui Dio lo ha innalzato gli permette infatti di usare il potere dell’impero persiano in funzione della Torà.

Priorità
Fu proprio la reazione di Mordekhày al decreto di Hamàn che definisce il legame fra il suo successo materiale e il servizio divino. Non contando soltanto sul potere politico per annullare il decreto, egli reagisce indossando un sacco di canapa e mettendosi addosso della cenere (Estèr 4, 1). Incita quindi il popolo ebraico a rivolgersi a Dio e a fare teshuvà e raduna ventiduemila bambini ebrei insegnando loro la Torà (Estèr 4, 16). Il suo sforzo di annullare il decreto punta innanzitutto sul servizio divino necessario per invocare la misericordia di Hashèm. Solo in un secondo tempo chiede a Estèr di presentarsi al re.
Le stesse priorità sono presenti però anche in Estèr: ella chiede a Mordekhày di radunare tutti gli ebrei affinché non mangino e bevano per tre giorni, promettendo di digiunare essa stessa con le sue ancelle.
Il digiuno potrebbe mettere in pericolo la sua vita e compromettere seriamente il successo della missione. É infatti un mese che Akhashveròsh non la convoca e un prolungato e ferreo digiuno sminuirebbe di certo la sua bellezza. Presentandosi per di più senza essere interpellata, rischia la morte!
Estèr però ha capito che la grave situazione in cui si trovano gli ebrei non è casuale, ma è la conseguenza dei loro sbagli. Intuendo che il decreto reale avviene per volontà divina, decide che prima di fare appello ad Akhashveròsh deve annullarne le cause spirituali con la teshuvà. Soltanto con il pentimento di tutti gli ebrei, Estèr si sente sicura nel presentarsi ad Akhashveròsh per chiedergli di annullare il decreto reale.
Proprio perché non sono mai stati tentati dai piaceri della corte persiana, Mordekhày ed Estèr non tengono in nessun conto il potere politico come unico mezzo di salvezza.
La storia di Purìm rivela quindi tutta la loro devozione all’identità ebraica e il loro profondo riconoscimento di Dio come Signore del loro destino.
(vedi questo fantastico video per capire meglio
https://youtu.be/1cA9ri3Vc68)

Dall’esilio Alla Redenzione
Fu proprio questo atteggiamento interiore che consente il grandioso miracolo, rovesciando l’intera situazione: tutti i poteri mobilitati contro il popolo ebraico sono usati alla fine a loro beneficio.
Purìm è quindi un esempio eterno di come l’ebreo debba considerare l’esilio e come, con il suo impegno, possa trasformarlo in una forza positiva.
Questa lezione è quanto mai rilevante ora, negli ultimi momenti dell’ultimo esilio. In attesa della rivelazione messianica, dobbiamo seguire l’esempio datoci da Mordekhày ed Estèr e diffondere il bene, la giustizia e i valori della Torà nelle società in cui viviamo. I valori spirituali sono sempre più sommersi davanti all’avanzata del culto del corpo, della bellezza fisica e del “dio denaro”, che è simboleggiato da Amalèk e che dobbiamo annullare di Purìm e Shabbàt Zakhòr (che è lo Shabbat prima di Purìm, ovvero stasera).
Ciò affretterà l’avvento della redenzione finale, una redenzione che non permetterà mai più alcun esilio, Amen.

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Midrash racconto sulla parashà di Tetzave

Il verme e il demone saggio
Hashèm ordinò che le pietre preziose del khòshen e dell’efòd fossero perfette, senza la minima scalfittura. Siccome non è possibile incidere delle lettere per mezzo di uno strumento, perché questo potrebbe scheggiarle, come si riuscì, dunque, a incidere sulle pietre i nomi delle tribù? Tramite lo shamìr. Lo shamìr era una creatura piccola come un chicco d’orzo ed era stata creata l’èrev Shabbàt dei sei giorni della Creazione. Lo shamìr aveva la capacità straordinaria di fendere anche le rocce più dure. I nomi delle tribù furono scritte sulle pietre preziose con l’inchiostro, poi venne fatto scorrere lo shamìr lungo ciascuna delle iscrizioni e le intagliò con una tale precisione che non andò perduta nemmeno un po’ di polvere delle pietre.

Re Shelomò ricevette in dono da Hashèm una sapienza che nessun altro essere umano possedeva. In virtù di questa saggezza di ispirazione divina, il suo potere non era esteso solo agli uomini e agli animali, ma anche agli shedìm (demoni o spiriti malvagi).

Quando re Shelomò decise di costruire il Bet Hamikdàsh, interrogò i saggi: «Com’è possibile tagliare le pietre del Bet Hamikdàsh senza fare uso di uno strumento?»
Essi risposero: «Per mezzo dello shamìr. Moshè si servì di questa creatura per tagliare le pietre preziose destinate all’efòd».
«Come posso trovare lo shamìr?» chiese re Shelomò.
«Consulta gli shedìm» gli consigliarono i saggi. «È probabile che lo sappiano: costringili a rivelarti il segreto»
Re Shelomò cercò di piegare gli shedìm alla sua volontà, ma essi gli dissero: «Non sappiamo dove si trova lo shamìr. Chiedi ad Ashmadày, il re degli shedìm. Forse lui lo sa».
«E dove vive Ashmadày?» domandò Shelomò. I demoni gli rivelarono il nome della montagna in cui Ashmadày aveva stabilito la sua dimora, e aggiunsero: «Ashmadày ha scavato un pozzo sulla montagna e l’ha riempito d’acqua. Ogni giorno, lo chiude con una pietra (per timore che qualcuno possa prendere l’acqua del suo pozzo), poi vola negli spazi celesti. Egli non beve l’acqua del suo pozzo se non dopo aver controllato la chiusura per essere sicuro che sia rimasto sigillato».
Shelomò incarico il suo saggio consigliere Benayàhu ben Yehoyadà di catturare Ashmadày. A questo scopo, gli consegnò una catena e un anello sui quali vi era inciso il Nome divino; inoltre gli diede della lana e degli otri pieni di vino. Benayàhu si diresse verso la montagna indicata dagli shedìm. Egli trovò il pozzo di Ashmadày, scavò una seconda cavità al di sotto, praticò un foro sul fondo del pozzo e trasferì l’acqua nel secondo pozzo. Poi, riempì di vino il pozzo di Ashmadày e coprì il buco con la lana che gli aveva consegnato Shelomò.
La sera, quando Ashmadày tornò, fu sorpreso di trovare del vino nel suo pozzo, sebbene il sigillo fosse intatto. Egli non bevve per timore di inebriarsi, ma aveva molta sete e il suo desiderio di placarla si faceva sempre più pressante: si chinò, bevve e cadde in un sonno profondo.

Benayàhu scese dall’albero sul quale si era nascosto e attaccò la catena intorno al collo di Ashmidày. Quando si svegliò e si accorse di essere incatenato, egli tentò furiosamente di rompere le sue catene.
«Fermati!» gli gridò Benayàhu. «Il nome di Hashèm, tuo Padrone, è su di te!»
Ashmadày, allora, permise a Benayàhu di condurlo da re Shelomò. Durante il cammino, egli provocò distruzione ovunque: spezzò un albero e demolì una casa. Quando passarono davanti alla capanna di una vedova, ella lo supplicò di risparmiarla. Ashmadày ebbe pietà della donna, ma quando se ne andò si ruppe un osso. «Come sono vere le parole di Shelomò!» esclamò. «Una parola dolce spezza le ossa» (egli ammise che la sua forza era stata spezzata dall’umiltà di una povera vedova).

Alla fine, giunsero a Yerushalàyim. Dopo tre giorni di attesa, Ashmadày venne ricevuto da re Shelomò. Il re dei demoni con un metro misurò quattro amòt, gettò il metro ai piedi di Shelomò e urlò: «Ecco la grandezza della tua tomba! Perché ti ostini a conquistare nuovi territori e mi scomodi dai confini della terra per farmi comparire davanti a te?»
«Io sono venuto a disturbarti» gli rispose Shelomò «perché desidero scoprire il luogo in cui si trova lo shamìr. Voglio costruire il Bet Hamikdàsh secondo il comando di Hashèm».
«Lo shamìr non è stato affidato a me» rispose Ashmadày. «Hashèm ha designato come suo custode l’angelo del mare. Questi l’ha consegnato all’uccello Bor (un tipo particolare di volatile), esortandolo a custodirlo con grande scrupolo».

Shelomò ordinò a uno dei suoi servitori di andare a catturare l’uccello Bor, e gli diede a questo scopo una campana di vetro.
Il servitore trovò il nido dell’uccello Bor, ma l’uccello non c’era. Egli, allora, ricoprì con la campana di vetro il nido con i pulcini. Quando l’uccello tornò, vide che l’avevano separato dai suoi piccoli, allora volò via e ritornò portando nel becco lo shamìr, che mise sulla campana di vetro. Subito il servitore si mise a urlare e l’uccello fuggì, così poté prendere lo shamìr per portarlo al re Shelomò.
Quando l’uccello Bor si accorse di aver tradito il giuramento fatto all’angelo del mare, per non aver custodito lo shamìr, si impiccò (Hashèm non aveva affidato lo shamìr agli umani, perché temeva che lo avrebbero utilizzato per scopi malvagi, tentando di fare il mondo a pezzi. È il motivo per cui l’uccello Bor si tolse la vita quando capì che lo shamìr era caduto nelle mani degli uomini).

Benayàhu, allora, interrogò Ashmadày che insegnò al re e ai suoi consiglieri alcune cose molto sagge:
Che gli uomini gioiscono spesso in momenti in cui farebbero meglio ad affliggersi.
Che gli uomini fanno dei preparativi per vivere una lunga vita invece di predisporsi per la vera vita nell’Olàm Habà.
Che molti uomini trascorrono la loro esistenza a perseguire dei tesori nascosti, senza essere consapevoli di ciò che è alla loro portata.

Il Maharàl, secondo il suo metodo di interpretazione simbolica delle aggadòt khazàl, spiega che lo scambio fra acqua e vino effettuato da Benayàhu, così come il fatto di aver incatenato Ashmadày, sono azioni simboliche. Il loro significato è che Shelomò trasformò l’essenza del demone per metterlo sotto il suo dominio. Allo stesso modo, lo shamìr affidato all’uccello Bor, e l’uccello Bor che si suicida, non sono che simboli di concetti metafisici.

Estratto dal Midràsh Racconta ed. Mamash.
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Lezione di Purim bomba:
SEGRETO DELLA GUERRA DELL’OPPIO TRA CINA E GRAN BRETAGNA

(video legato alla lezione di non guardare alle apparenze)SEGRETO DELLA GUERRA DELL’OPPIO TRA CINA E GRAN…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Venerdì 23 febbraio 2018

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COME LEGGERE IL GIORNALE!
Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

PURIM 5769 – COME LEGGERE IL GIORNALE!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:

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PURIM: REALTÀ MASCHERATA!
Gli ebrei invitati alla “Casa Bianca” persiana, dimenticarono il vero RE!
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà con il link a scaricare il file audio:

PURIM 5771 – PURIM: REALTÀ MASCHERATA!

dal seguente link si può scaricare immediatamente senza aprire la pagina web:
www.virtualyeshiva.it/files/11_03_15_purim5771low_natura_maschera_nome_persiano.mp3
(chi volesse ricevere il link della lezione tramite whatsapp e scaricare sul cellulare può mandarmi la richiesta)
per vedere il video della lezione direttamente cliccare qui:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

TETZAVVE ZAKHOR 5780 : 4 LEZIONI


Per ascoltare le altre lezioni su Purim:

PURIM 5779: CINQUE LEZIONI

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Lo Shabbàt che cade prima di Purìm è chiamato anche Shabbàt Zakhòr – Shabbàt del Ricordo. Si tratta del secondo dei quattro speciali Shabbatòt, il cui nome deriva dalla lettura aggiuntiva di Torà tratta da Devarìm 25, 17-19 dove viene comandato “di ricordare” cosa ‘Amalèk ha fatto a Israèl. La credenza tradizionale è che Hamàn fosse un diretto discendente di Agàg, il re degli amalekiti.
Tutti, uomini e donne, siamo pertanto tenuti ad andare al tempio Shabbàt mattina per ascoltare la lettura della Torà, nonostante il corona virus.
A Purìm si usa offrire denaro ai poveri (matanòt laevyonìm), come menzionato nella storia della Meghillà, e consumare un pasto festivo (Seudà) durante il giorno (quest’anno martedì 10 Marzo).
L’ultima delle mitzvòt di Purìm è quella dei mishlòakh manòt che consiste nell’inviare doni agli amici. La fonte si trova nella Meghillà dove si dice che Mordekhày ed Estèr istituirono questa pratica. Essi desideravano ricordare agli ebrei che anche durante la celebrazione della loro miracolosa salvezza devono pensare agli altri. Bisogna mandare un dono almeno a un amico contenente due generi di cibi o bevande pronti da consumare.

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La Parashà di Tetzavvè tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm impartisce a Moshè le istruzioni concernenti il confezionamento degli indumenti del Sommo Sacerdote e dei sacerdoti semplici, che presteranno il culto ne Tabernacolo.
Il Sommo Sacerdote indosserà otto indumenti: l’efòd, il pettorale, la veste, il diadema, la tunica, il turbante e la fascia. Il vestiario del sacerdote semplice sarà, invece, limitato a quattro capi: La tunica, la fascia, il copricapo e i calzoni.
HaShèm istruisce Moshè sul rituale di investitura che renderà Aharòn e i suoi figli sacerdoti, per l’eternità.Il rituale consiste nell’esecuzione di determinate offerte farinacee e di particolari sacrifici, nell’immersione rituale e nella vestizione degli abiti sacerdotali.

MIDRASHIM

Donare per elevarsi.
(a pagina 685 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il significato simbolico del Mishkàn.
(a pagina 689 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Singolarità e peculiarità.
(a pagina 754 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShèm risiede fra noi.
(a pagina 758 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Uno per tutti.
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

TETZAVVE 5771 – ATTIVARE LA GIOIA + MOLTO RUMORE PER QUALCOSA!
Come far nascere le emozioni? Un insegnamento che deriva dagli abiti del Cohen gadol. Stare nascosti o fare rumore? La via giusta per la nostra generazione.

TETZAVVE 5769 – L’AMORE NON È BELLO SE NON È LITIGARELLO!
Che cosa significa essere orfani spiritualmente? I tipi di unione tra Hashem e l’uomo legati ai sacrifici: quella del korban e quella dell’incenso. Due matrimoni diversi. Le interpretazioni Talmudiche e i significati profondi legati ai sacrifici.

TETZAVVE 5768 – IL SILENZIO DELL’OLIO CHE BRUCIA!
Quando c’è un contrasto, consegue rumore. Quando c’è vicinanza, c’è silenzio. Hitpaalut e dvekut, due stati emozionali diversi della preghiera, due condizioni per unirsi a D-o.

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