SHEMOT 5780: 7 LEZIONI

Questo Shabbàt 18 Gennaio 2020, 21 del mese di Tevèt 5780 leggeremo la Parashà di Shemòt Esodo 1, 1-6, 1.

Si legge l’Haftarà di:

Italiani/Sefarditi: Geremia 1, 1-2, 3
Ashkenaziti: Isaia 27, 6-28, 13; 29, 22-23

La Parashà di Shemòt è composta da 124 versetti.

La Parashà di Shemòt non contiene alcun precetto.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל

Questa è il video della nuova lezione corta di questa settimana della parashà di SHEMOT fresca appena sfornata.
REDENZIONE TOTALE O TEMPORALE?
www.virtualyeshiva.it/files/seminar/shemot_mianokhi.mp4
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IL VERO SIGNIFICATO DI LIBERTÀ

È più facile portare Israèl fuori dall’Egitto,
che portare l’Egitto fuori da Israèl!!!

Quando il presidente americano Dwight Eisenhower incontrò il primo ministro israeliano David Ben-Gurion, il primo disse: “È molto difficile essere il presidente di 170 milioni di persone”. Ben-Gurion rispose: “È più difficile essere il primo ministro di 2 milioni di primi ministri…”.

Oppure!
Due uomini ebrei nella Russia zarista venivano condotti all’aperto per essere fucilati. Uno era un umile sarto, l’altro un selvaggio anarchico. Mentre l’ufficiale zarista, incaricato del plotone di esecuzione, cercava di mettere una benda sugli occhi dell’anarchico oramai condannato, il giovane ebreo reagì, dicendo coraggiosamente ad alta voce: “Affronterò la morte guardandola in faccia!”. Il sarto, allarmato da tanto clamore, disse al giovane anarchico: “Per favore, cerca di non creare problemi!”.

Cosa Serve Per Crescere?
“Ci vuole un villaggio per crescere un bambino”, dice un vecchio detto, poiché nessun uomo è un’isola! Cresciamo tutti all’interno di una comunità da cui siamo modellati. Il nostro ambiente di fatto crea le nostre identità! Chi di noi non ricorda con affetto qualche personaggio particolare dell’infanzia da cui abbiamo imparato tanto? “L’eccentrico zio”, il “vicino un po’ pazzo”, “la santa nonna” o “l’insegnante severo”. Ognuno dei quali ha lasciato impressioni sulla nostra psiche e ha influenzato il nostro modo di affrontare il mondo che ci circonda.
Certamente “ci vuole un villaggio per crescere un bambino”, anche per chi conduce una vita ebraica. L’ebraismo è una religione fondata sulla famiglia e sulla comunità, con i suoi peculiari momenti e personaggi: la Pasqua ebraica con tutta la famiglia, il Bar Mitzvà di nostro figlio, l’umorismo tagliente del nostro rabbino o l’insegnante acuto e intelligente, il nostro amico sempre più “furbo di noi”. Tutto questo ci ha conferito l’interpretazione della nostra identità, assorbendo la cultura, l’eredità, la fede, la visione del mondo dall’ambiente dove siamo cresciuti. Non bisogna mai sottovalutare il potere e la capacità delle tradizioni. Quante nonne hanno trasmesso il loro amore e la loro saggezza alle generazioni successive?

Dove Può Crescere Un Redentore, Profeta e Guida?
Eppure, Mosè – la più grande guida politica e spirituale che sia mai esistita per il popolo ebraico, il più grande profeta e insegnante, l’interprete e il messaggero per eccellenza di Hashèm per rivelare la Torà nel mondo – è cresciuto senza avere accanto a sé genitori, una famiglia e un ambiente ebraico. Mosè è cresciuto in un ambiente completamente immerso nella corrotta cultura egiziana di allora. Un ambiente più lontano e antitetico dei valori della Torà e dell’ebraismo era forse impossibile da trovare!
Come se tutto questo non bastasse, ancora più incredibile è il fatto che Mosè è cresciuto nel palazzo del Faraone! Il monarca della superpotenza dell’epoca, il tiranno che ha cercato sistematicamente di sterminare il popolo ebraico. Come se in quest’era moderna un grande redentore e maestro di Israele fosse cresciuto e si manifestasse nella casa di uno Stalin o di un Hitler! Perché tutto questo? Quale è il significato, nascosto?

Come Diventare Un Presidente
Certo tuti noi conosciamo i dettagli più importanti di come Moshè sia finito in una casa simile: Batyà, la figlia del faraone, andò a fare il bagno nel fiume Nilo e lì trovò una cesta con dentro un bambino. Recuperò il cestino, salvò il bambino e lo allevò come un figlio. L’immaginazione di Hashèm è “infinitamente fertile”, ma certamente avrebbe potuto organizzare il tutto senza “scomodare” la figlia del faraone, per accogliere il bambino. O non sarebbe stato ancora meglio che, in qualche modo, Mosè fosse rimasto tra la sua famiglia e il suo popolo, assorbendo l’energia e l’ideologia del popolo ebraico?

La Costituzione americana impone alcune restrizioni per coloro che possono essere ammessi all’Ufficio del Presidente degli Stati Uniti. Essa, in sostanza, stabilisce che nessuno al di fuori di un cittadino nato nel territorio degli Stati Uniti sia eleggibile come Presidente degli USA!
C’è una logica ferrea in questa legge. Per essere un leader adeguato, occorre essere come una “pianticella cresciuta in casa”, ossia un leader deve essere cresciuto tra la gente, il popolo della nazione che vuole guidare, in modo da poter veramente comprendere “la gente”.
Quindi torniamo alla nostra domanda iniziale: perché, proprio a Mosè, che cresce lontano dalle sofferenze del popolo, è “toccato in sorte” di redimere il popolo?

Le Risposte Di Un Povero Ricco
La domanda è stata sollevata anche da uno dei più importanti studiosi ebrei del Medioevo, il rabbino Avrahàm Ibn Ezra, che visse nel XII secolo in Spagna. Era un saggio, un filosofo, un medico, un astronomo, un astrologo, un poeta, un linguista e un matematico. Ha scritto un commento sulla Torà che è studiato anche oggi.
Il rabbino Abraham Ibn Ezra è nato a Toledo, in Spagna, ma ha trascorso gran parte della sua vita girovagando da un paese all’altro, sempre irrequieto, alla ricerca di conoscenza, insegnando agli studenti e vivendo sempre in grande povertà. A tal punto che in uno dei suoi scritti afferma ironicamente che nella sua vita le stelle cambiano il loro corso naturale per portargli sfortuna, al punto che se avesse deciso di vendere candele il sole non sarebbe mai tramontato, e se avesse deciso di vendere sudari, le persone non sarebbero più morte. Ma su quale idea, su quale pensiero il grande studioso fondava la sua non facile esistenza? “I pensieri di Dio sono profondi e misteriosi, chi può cogliere il Suo segreto? Solo Dio comprende i Suoi schemi”. Questo scritto è un vero e proprio esempio di “ebraismo 2.0”! La prima risposta che noi tutti spesso ci diamo è: “Non capiamo, perché accade questo?”. Perché Mosè dovette crescere nel seno del faraone? La risposta corretta sarebbe: “Non lo so! Poiché è un desiderio di Hashèm!”.
Ma, ovviamente, non bisogna fermarsi qui! Ibn Ezrà continua a dare due potenti risposte speculative sul perché Dio abbia voluto questa trama:

Risposta N. 1: “Mantenere Le Distanze”
La prima risposta è un commento un po’ satirico sulla cultura ebraica che rimane valido fino a oggi. Se Mosè fosse cresciuto tra gli ebrei, non avrebbe mai ottenuto il rispetto e il timore reverenziale di cui aveva bisogno per condurli alla redenzione e modellarli in grandezza. Se Mosè fosse cresciuto in una scuola ebraica, Yeshivà, nella comunità, ci sarebbero sempre stato qualcuno che, dopo un suo discorso, sarebbe andato da lui a dirgli: “Ehi Mosè, ci mancano i giorni in cui giocavi a calcio con noi là fuori? Quando sei diventato così serio?”.
E quando sarebbe sceso dal Sinai con la Divina Torà, ci sarebbe sempre stata una nonna anziana, che gli avrebbe detto: “Ti ricordo come un bambino nella tua culla. Oh, non smettevi mai di piangere, ma eri così carino. Oggi sei un omone grande e grosso. Ma devo dirtelo, sei ancora così carino!”.
Quando si cresce con delle persone fin dall’infanzia, è difficile per loro accettare veramente l’autorità di un loro “ex compagno di giochi” anche se la meriterebbe pienamente. “Non è possibile essere un profeta nella tua città”, questa antica espressione è sempre valida e attuale.
Quindi, secondo questo punto di vista Hashèm ha fatto crescere Mosè lontano da suo popolo, poiché la distanza era necessaria affinché Mosè diventasse ciò di cui il popolo ebraico aveva veramente bisogno: un leader forte e autorevole.

Risposta N. 2: “Un Atteggiamento Maestoso”
Ora Ibn Ezra fornisce una seconda spiegazione: ossia, forse Dio ha fatto crescere Mosè nella casa della famiglia reale, in modo che la sua anima fosse abituata a un comportamento fiero, consapevole e regale. Senza lasciarsi intimidire, abbattere o demoralizzare dal fatto di vivere in una casa di schiavi. Mosè non esitò a uccidere un egiziano che commetteva un atto criminale contro un ebreo picchiandolo a morte, e non esitò ad affrontare dei pastori turbolenti per salvare delle ragazze a Midyàn, pur essendo allora un fuggiasco, una specie di profugo.
Questo, poiché la maledizione dell’esilio egiziano consisteva non solo nel lavoro fisico degli schiavi e nell’orribile oppressione, ma inculcò in Israèl una mentalità simile all’esilio. Molti, infatti hanno imparato a vedere la loro miseria come una realtà intrinseca e immutabile, una sorta di rassegnazione totale. Abusi e crudeltà ripetute, dopo tanti decenni, rischiano di abituare una persona all’oscurità e di farle smettere di percepire l’ingiusto e anomalo degrado della situazione in cui si trova.

Ecco perché il redentore di Israele doveva crescere nel palazzo egiziano, non tra il suo stesso popolo. Se Mosè fosse cresciuto tra gli schiavi ebrei, anche lui avrebbe potuto soffrire di una “mentalità da schiavo”, privandolo del coraggio di combattere l’ingiustizia e della capacità di plasmare una tribù schiava in un grande popolo capace di migliorare il mondo. Forse non avrebbe trovato in sé stesso la forza di sognare la libertà e di affrontare il più grande tiranno del tempo, il faraone, con un messaggio di libertà. Essendo cresciuto in un ambiente reale, privo di catene fisiche e psicologiche, Mosè aveva un chiaro senso dell’orrenda ingiustizia e sentiva di poterla sovvertire in giustizia divina. Cresciuto in un’atmosfera di ampiezza, Mosè si sentiva come un principe, non uno schiavo.

Mosè Vs Ingiustizie
Ibn Ezra, continua facendo due profonde osservazioni circa due storie che la Torà riporta su Mosè prima che fosse scelto per diventare ufficialmente il leader e il redentore di Israele.
Il primo episodio è quello di Mosè, oramai un adulto intraprendente, che ha voluto vedere la schiavitù dei suoi fratelli. E quando ha visto un egiziano picchiare un ebreo Mosè uccise l’egizio, salvando così una vita innocente. Perché era l’unico che ha impedito all’egiziano di picchiare l’ebreo? Perché nessun altro ha ucciso l’egiziano? La risposta è legata a quanto detto sopra, perché uno schiavo tende ad arrendersi al suo pietoso destino e ai suoi carnefici.
Qual è la storia successiva nella Torà su Mosè? A causa del suo atto di aggressione, è costretto a fuggire a Midyàn. Ancora una volta si ritrova coinvolto in un altro conflitto. È testimone dei pastori locali che maltrattano un gruppo di ragazze che per prime erano in fila per attingere acqua da un pozzo. Si alza immediatamente in loro difesa, scacciando i pastori.
Mosè era uno sconosciuto, un fuggiasco che era appena arrivato in quel territorio. Chi gli ha chiesto di intervenire? Chi gli ha chiesto di essere coinvolto? La risposta è che qualcuno che è cresciuto in una casa regale può avere il coraggio e l’assertività di farsi carico e amministrare la giustizia ovunque sia richiesto. Aveva la mentalità e la sicurezza di non permettere ai “bulli” di maltrattare una giovane donna innocente.

Molotov Il Fedelissimo!
C’è stato un periodo negli anni Quaranta del Novecento in cui Vyacheslav Molotov era ministro degli Esteri sovietico. Era un uomo scaltro e un duro negoziatore, ma lavorava per Joseph Stalin, che era il capo. Nel corso di un intricato negoziato con l’Occidente, Molotov prima disse come sempre: “Sì, compagno Stalin”, in tono tranquillo, poi di nuovo: “Sì, compagno Stalin” e poi, dopo una lunga attesa: “Certamente, compagno Stalin”. Ma all’improvviso, e incredibilmente, il fedelissimo Molotov iniziò a pronunciare una serie di “NO”: “No, compagno Stalin, no. Quello è no. Sicuramente no. Mille volte, no!”. Dopo un po’ si calmò e fu di nuovo: “Sì, compagno Stalin”. Un giornalista occidentale che casualmente sentì gli echi di quella surreale conversazione approfittò subito per chiedere spiegazioni. Chiaramente, Molotov osò opporsi al dittatore su almeno un punto, e sarebbe stato sicuramente importante per l’Occidente sapere quale fosse quel punto.
Il giornalista si avvicinò a Molotov e disse nel modo più calmo possibile: “Segretario Molotov, non ho potuto fare a meno di sentirti dire a un certo punto: No, compagno Stalin”.
“Posso chiedere” disse il giornalista, con cautela, “Qual era l’argomento in discussione in quel momento?”. Rispose prontamente Molotov: “Certo che puoi! Il compagno Stalin mi ha chiesto se c’era qualcosa che aveva detto con cui non ero d’accordo”.

Siamo Degli Schiavi o Dei Re?
Molti di noi, dopo essere stati sottoposti a condizioni disfunzionali per un certo periodo, imparano in qualche modo a tollerare e accettarle come condizione innata della nostra vita. Questo può essere peggio della condizione stessa, poiché non garantisce alcuna via d’uscita.
Dobbiamo coltivare in noi stessi e nei nostri cari la sensazione di regalità. “La più grande tragedia”, ha detto il maestro chassidico Rabbi Aaron di Karlin, “è quando il principe crede di essere un contadino”, quando ti accontenti di poco perché pensi di essere destinato alla schiavitù. Non ti vedi come un principe, come un figlio di Dio, e quindi non hai la sensazione di poter riscrivere il tuo futuro e raggiungere il tuo potenziale finale.

Presidenti Dormiglioni
Non è questa la storia di alcune delle nostre vite? Dormiamo durante la nostra “presidenza”, dormiamo nelle grandi possibilità, poiché dimentichiamo che ciascuna delle nostre anime è infinita, un “frammento dei Hashèm”. Invece di vivere una vita di grandezza, ci accontentiamo della mediocrità. Dimentichiamo che, sebbene non sempre siamo grandi, siamo collegati a una grandezza al di là di noi stessi. Siamo i figli e le figlie della famiglia reale e ci è stato dato il dono di portare la guarigione nel mondo di Dio.
Ci convinciamo che non possiamo essere più gentili, più compassionevoli, meno arrabbiati o più comprensivi. Ci convinciamo che i nostri matrimoni sono destinati a fallire e che i litigi in casa siano eterni. Pensiamo come schiavi: quello che era ieri sarà domani, e io sono sempre una vittima. Quando ti vedi vittima, diventi una vittima!

È vero per noi come individui, come è stato per il popolo ebraico come collettività in Egitto, il mondo è imbarazzato dalle persone che sono imbarazzate con se stessi; il mondo rispetta e ammira le persone e i gruppi che rispettano se stessi e la loro identità.
Se ci convinciamo che possiamo diventare dei piccoli principi, contribuiamo a fare di questo mondo il luogo dove Hashèm avrà “il desiderio e il piacere” di rivelarsi apertamente e eternamente di essere riconosciuto da tutto come IL RE IN ETERNO. Presto ai nostri giorni con l’arrivo di Mashiàkh.

Basato sugli insegnamenti del rabbino Abraham ben Meir Ibn Ezra (1089-1164) nacque a Toledo, in Spagna nel 1089, e morì il 4 di Shevat (24 gennaio) 1167. Fu uno dei più illustri studiosi di Torà del Medioevo.
Tratto da uno scritto di Y. Y. Jacobson

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SHEMOT:

PERCHE’ MOSHE NON VUOLE VEDERE LA GRANDE RIVELAZIONE DEL CESPUGLIO?

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

SHEMOT 5770 – PERCHE’ MOSHE NON VUOLE VEDERE LA GRANDE RIVELAZIONE DEL CESPUGLIO?

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

SHEMOT 5780: 7 LEZIONI

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La Parashà di Shemòt tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il popolo ebraico conosce una crescita demografica vertiginosa che suscita l’astio e l’insofferenza del nuovo sovrano egizio. Questi, percependo il fenomeno come una seria minaccia per il paese, impone al popolo ebraico lavori forzati di estrema durezza, ordinando dapprima alle levatrici di uccidere ciascun neonato ebreo e in seguito di gettare tutti i neonati maschi nel Nilo.
Un levita (‘Amràm) genera il suo terzo figlio. Il bambino, che irradia una particolare santità, viene tenuto nascosto dalla madre per tre mesi; in seguito, essa lo pone in una cassetta di giunco e lo lascia nel Nilo. Lì viene trovato dalla figlia del faraone, che gli attribuisce il nome di Moshè e decide di allevarlo a corte.
Moshè, adulto, esce dal palazzo per vedere il suo popolo e assistere di persona alle sue sofferenze. Testimone della violenza perpetrata nei confronti di un fratello ebreo da parte di un egizio, Moshè uccide quest’ultimo e si trova costretto a fuggire a Midyàn. Qui sposa Tzipporà, figlia dell’illustre Yitrò, e diviene pastore nel gregge del suocero.
HaShèm appare a Moshè in un roveto ardente, comandandogli di recarsi a salvare il popolo. Moshè tenta in diversi modi di sottrarsi alla missione, ma invano: è lui il redentore scelto da D-o. HaShèm rivela a Moshè tre segni per farsi accettare dal popolo come guida e liberatore, egli promette che nei suoi incontri con Par’ò verrà accompagnato dal fratello Aharòn, che gli farà da portavoce. Moshè intraprende il viaggio per l’Egitto insieme alla moglie e ai due figli.
Insieme al fratello Aharòn, Moshè annuncia al popolo ebraico la prossima redenzione ed esso crede alle sue parole. In seguito Moshè si rivolge a Par’ò con la richiesta di liberare il popolo, ma il crudele sovrano, invece di obbedire al comando divino, inasprisce ulteriormente la schiavitù rendendola insostenibile. Moshè se ne lamenta con HaShèm.

Nella porzione di questa settimana (Shemòt/Esodo) la Torà introduce la figura di Mosè, attraverso due episodi (Esodo cap 2):
“In quei giorni accadde che Mosè crebbe, uscì verso i suoi fratelli e ne constatò le sofferenze. Vide un egizio colpire uno dei suoi fratelli ebrei. Si voltò qua e là, vide che non c’era nessuno, così colpì a morte l’egizio e lo nascose nella sabbia”.
La Torà continua:
“Il giorno dopo uscì ed ecco, due ebrei che litigavano. Disse a quello malvagio: “Perché colpisci il tuo compagno?”. (L’uomo) gli rispose “Chi ti ha nominato autorità e giudice su di noi? Intendi forse uccidermi come hai ucciso l’egizio?”. Mosè ebbe timore…
Di conseguenza, fugge dall’Egitto. Solo più tardi riuscirà a ritornare per liberare il suo popolo dalla schiavitù.

Questi sono gli unici due aneddoti che la Torà condivide con noi sulla gioventù di Mosè in Egitto. La Torà sottolinea, rimarcandone in questo modo l’importanza, come la storia si è verificata durante due giorni consecutivi. Questo ci porta ad affermare che questi due episodi, in qualche modo, incapsulino la missione e il destino di Mosè e ne catturino la sua particolare storia. Come mai?

L’esilio per il popolo ebraico è sempre consistito in due dinamiche: l’oppressione dall’esterno e l’erosione dall’interno. La prima condizione potrebbe sembrare più dolorosa, ma la seconda è sicuramente più letale.
Quindi, il primo e simbolico leader ebreo, Mosè, mentre sta crescendo nella sua posizione, si trova immediatamente di fronte a questi due problemi che definiranno, fino ai nostri giorni, lo status di Israel nell’esilio.
Al primo e più elementare livello, l’esilio ebraico (dall’Egitto fino ad oggi) è stato definito, simbolicamente da “l’uomo egiziano che colpisce un ebreo”: persecuzioni, abusi, oppressioni, torture, omicidi e persino genocidi. Queste tragedie hanno caratterizzato il destino del popolo ebraico, dal faraone a Hitler.
In quasi ogni generazione, l’ebreo ha dovuto fare i conti con l’antisemitismo, un odio irrazionale che non ha mai smesso di rivendicare vite innocenti. L’ebreo “si gira da una parte e dall’altra parte e vede che non c’è uomo” a cui importa del suo destino. Il mondo, l’ONU e le nazioni rimarranno sempre in silenzio.
Eppure in tutta la sua incomprensibile brutalità, Mosè trova una soluzione a questa crisi. “Ha colpito l’egiziano e lo ha nascosto nella sabbia”.
Mosè ci insegna come ci sono dei momenti in cui non abbiamo altra scelta che prendere le armi e colpire il nemico, al fine di proteggere vite innocenti. L’uso della violenza deve sempre essere l’ultima risorsa, ma quando tutti gli altri tentativi falliscono, la forza del giusto è l’unica risposta alla violenza immorale.
Il Secondo Giorno
Il secondo giorno, dopo che Mosè ha salvato il suo compagno ebreo, dal nemico esterno, si trova di fronte a una nuova sfida: due ebrei che combattono tra di loro. Si potrebbe pensare che la soluzione a questo problema sia più facile del precedente. Dopotutto, questa è solo una lite tra ebrei!
Eppure, incredibilmente, in questa occasione Mosè fallisce. Il suo tentativo di creare una riconciliazione viene respinto, con una tipica risposta ebraica: “Chi ti ha nominato principe e leader su di noi?” Chi pensi di essere, perché tu mi dica come comportarmi?
L’antisemitismo è pericoloso, molto pericoloso, e abbiamo bisogno di molta determinazione e coraggio per combatterlo, ovunque e ogni volta che alza la sua brutta testa. Tuttavia, poiché il nemico è chiaramente definito, non abbiamo alcun problema a identificare l’obiettivo ed eliminarlo, attraverso metodi pacifici o attraverso un conflitto.
Invece la discordia, all’interno del popolo ebraico, il conflitto e la sfiducia tra le comunità, così come l’animosità all’interno delle famiglie è una malattia silenziosa che ci divora dall’interno e non ci permette di sperimentare la liberazione dall’esilio. All’inizio può non sembrare così distruttiva, poiché la sua potenza negativa si manifesta solo nel tempo. Tuttavia essa ci colpisce soprattutto nei momenti di crisi, quando abbiamo tanto bisogno l’uno dell’altro, ma la fiducia è stata erosa.
Il popolo ebraico è stato spesso minacciato da civiltà ostili dall’antico Egitto, dall’Assiria, dalla Babilonia, dalla Persia, dalla Grecia e da Roma, dal Terzo Reich, dall’Unione Sovietica nel XX secolo e dall’Islam fondamentalista, ai nostri tempi.
Ma le ferite più fatali sono state quelle che il popolo ebraico ha inflitto a se stesso: la divisione del regno ai tempi del Primo Tempio, con la perdita di dieci delle dodici tribù. La rivalità interna negli ultimi giorni del Secondo Tempio che portò alla distruzione di Gerusalemme e al più lungo esilio nella storia ebraica, o meglio, della storia umana.
Ci sono stati solo tre periodi di sovranità politica ebraica in quattromila anni. Due si sono conclusi a causa del dissenso interno. La terza era della sovranità è iniziata nel 1948 e già allora la società israeliana era pericolosamente frammentata. Il solo processo democratico non garantisce l’esistenza di un coeso corpo politico; un popolo e una nazione ha bisogno anche di una cultura e di un’identità condivisa, di un proprio destino e scopo, in questo mondo.
Quando Mosè, più di tre millenni fa, osservò l’ebreo che combatteva l’ebreo, si spaventò. Mosè sapeva che finché l’unità fosse prevalsa, tra la sua gente, nessuna forza dall’esterno avrebbe potuto annientarli. Ma nel momento in cui gli ebrei sono frammentati all’interno, il loro futuro sarebbe diventato incerto.
Oggi, siamo ancora in esilio e soffriamo di entrambi i problemi: ci sono le persone che vogliono colpirci e c’è un conflitto interno. Proprio come con Mosè, a volte sembra che la prima sfida sia più facile da affrontare, rispetto alla seconda. È più facile ottenere un consenso su Hamas che creare pace in una famiglia o in una comunità. Avremo mai il coraggio di offuscare il nostro ego, aprire i nostri cuori e abbracciare ciascuno dei nostri fratelli e sorelle con amore incondizionato?
Cosa motiva il nostro popolo ad elevarsi al di sopra dell’identità individuale di ciascuno?
Il richiamo di Mosè è un esempio su come andare al di là di se stesso. Egli non si preoccupava in nessun modo di se stesso; ogni aspetto del suo essere era dedicato agli altri. Mosè è descritto come “un pastore fedele”, concetto che viene interpretato come colui che nutre la fede nel popolo. Egli infuse il popolo Ebraico di conoscenza, permettendo loro di stabilire un’armonia all’interno delle diverse dimensioni del loro essere. Questa unione può avvenire solo tramite la TORA’. L’unico punto di riferimento insostituibile di TUTTO il popolo è la Torà.
Qualsiasi orientamento politico o identità ebraica o gruppo di appartenenza, tutti concordano che l’unico punto in comune che da la forza di sopravvivenza di Israel è la Torà.
Recentemente (Aprile 2017) il famoso giornalista e ideologo Dennis Prager ha detto alla conferenza dell’AIC a Los Angeles (American Israel Council): non sono un ebreo ortodosso, ma ho fede nella Torà che viene da Dio e sono CONVINTO che è l’unico punto di riferimento del popolo ebraico che ha dato sopravvivenza di Israel. (vedi link sotto tutto il discorso)
Solo quando il popolo è legato insieme da un’unità interiore, questo ci permette di diffondere l’unità di Dio nel mondo. L’unione del popolo Ebraico è un potenziale attivo e non uno stato passivo. Questa unità stimola la manifestazione dell’unità Divina in tutta l’esistenza. Un lavoro da svolgere da dentro di noi verso l’esterno, cosi da poter sconfiggere tutti i nemici, dentro e fuori di noi, e preparare noi stessi e il mondo all’arrivo di Mashiach, Amen.

MIDRASHIM

La Nascita di Moshè (Shemòt 2,2)
(a pagina 662 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Il decreto di estinzione
(a pagina 704 del volume Shemòt edizioni Mamash).
Vita nel fiume
(a pagina 706 del volume Shemòt edizioni Mamash).
Moshè e Mashìakh
(a pagina 708 del volume Shemòt edizioni Mamash).

SHEMOT 5772: AMORE INFINITO E AMORE LIMITATO
Poiché l’amore verso un bambino piccolo è generalmente superiore di quello provato verso un adulto; come mai quando gli ebrei si trovano in esilio in Egitto HaShèm paragona Israèl ad un “PRIMOGENITO”, ovvero ad un adulto?

SHEMOT 5771 – CORAGGIO NEL CUORE DEL MALE!
ll valore di Batya =figlia di D-o.Questo nome le venne dato da Hashem, quando salvò Moshè. Come può la figlia del malvagio faraone diventare figlia di D-o. Il comportamento di Batya ci insegna come, di fronte alle avversità, non dobbiamo mai arrenderci, ma confidando in D-o, trovare le forze per andare avanti. Una piccola azione può sempre cambiare il mondo!

SHEMOT 5770 – PERCHE’ MOSHE NON VUOLE VEDERE LA GRANDE RIVELAZIONE DEL CESPUGLIO?
Il perché della sofferenza del popolo ebraico nell’esilio. Il cespuglio che brucia, ma non si consuma rappresenta tutte le generazioni future del popolo ebraico in esilio, le loro sofferenze e il loro riuscire a non piegarsi mai, a resistere di fronte a tutte le difficoltà. Moshè è disposto a non vedere la grande rivelazione, il fuoco indelebile del cespuglio e della presenza divina insita in essa, per non perdere la sensibilità verso il popolo ebraico, assurgendo con tale scelta al ruolo di futuro leader.

SHEMOT 5769 – COSTRUIRE CON LE PAROLE!
Le caratteristiche, gli attributi, le personalità non sono espresse dai nomi. Da un altro punto di vista il nome ha una forte valenza spirituale, costituendo un canale diretto con l’anima. Questi due concetti opposti si ritrovano nell’esilio, che rappresenta uno stato in cui la divinità è nascosta.

SHEMOT 5768 – IL RICORDO DI ESSERE STRANIERO IN ESILIO
La nascita della nazione di Israele ha inizio con il gesto salvifico di una donna pagana. L’importante missione data da D-o agli ebrei di combattere l’idolatria e il paganesimo, ha origine nella terra più impura, e dalla figlia del più grande idolatra, il faraone. Tutto ciò a dimostrare come il vero annullamento dell’idolatria viene dall’idolatria stessa.

SHEMOT 5767 – COME COSTRUIRE LA DIMORA DI D-O NEL MONDO
L’approcciarsi gentile del Faraone ha coinvolto, con parole morbide, gli ebrei nei lavori di produzione dei mattoni. Poi mano mano il sistema di lavoro è diventato più duro, distruggendoli psicologicamente, rendendoli schiavi. La missione in esilio del popolo ebraico è di elevare la materia, di trasformare la materia in santità, mostrando come le anche le cose che apparentemente sembrano distaccate dal Creatore, sono in realtà unite al divino. Nelle situazioni difficili, davanti al buio che ci circonda, l’unica risposta è di non subire gli ostacoli, ma scavalcare gli ostacoli, andando avanti.

One Response

  1. La Parashah della Settimana: Shemot, שְׁמוֹת "Nomi". A cura di rav Shlomo Bekhor - Vivi Israele Says:

    […] http://www.virtualyeshiva.it/2020/01/12/shemot-5773-5-lezioni/ […]

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