KI TISSA 5778: CINQUE LEZIONI

Questo Shabbàt 3 Marzo 2018, 16 del mese di Adàr 5778 leggeremo la Parashà di

Kì Tissà  Es.30,11-34,35

Si legge l’Haftarà di
Italiani/Sefarditi: I Re 18, 20-39
Ashkenaziti: I Re 18, 1-39

La Parashà di Kì Tissà è composta da 139 versetti.

La Parashà di Kì Tissà contiene 4 comandi e 5 divieti.

il Chafetz Chaim una volta chiese a un visitatore se egli fosse Cohen, Levi o Israel. (Cohanim e Leviim sono discendenti della Tribù di Levi). Il visitatore rispose di essere un Israel – quindi non della Tribù di Levi.
Così il Chafetz Chaim spiegò: “Nel futuro, il Sacro Tempio sarà ricostruito a Gerusalemme. Ognuno vi si recherà per la prima volta, assembrandosi presso le porte per entrare dentro. Una guardia alla porta chiederà a ciascuno se sia Cohen, Levi, o Israel. Solo coloro che provengono dalla Tribù di Levi otterranno di entrare per compiere il servizio del Tempio. E gli Israelim saranno terribilmente sconfortati: Leviim dentro; Israelim fuori”.

Il Chafetz Chaim continuò, “Sai perché è così? A causa di ciò che accadde migliaia di anni fa con il Vitello d’Oro. Quando Moshe pronunciò quelle famose parole, “Interrompete l’idolatria e andate con Hashem”, solo la tribù di Levi rispose. Perciò nel futuro, solo i discendenti della tribù di Levi eseguiranno il servizio del Tempio. E tutti gli altri rimarranno all’esterno poiché i loro antenati non risposero con fermezza di essere contro gli idoli”.

Il Chafetz Chaim continuò, “questo contiene una lezione profonda. Molte volte nella vita, si sente una piccola voce nella testa che dice, “smetti di commettere idolatria”. Qualcosa ti sfiderà ad alzarti e farti contare dalla parte giusta. Hai la sicurezza e la convinzione di stare sulla retta via? Perché il modo in cui rispondi avrà implicazioni non solo per te, ma per le generazioni dopo di te. Ognuno ha il suo momento. Quando senti quella voce, alzati e fatti contare!”

L’idolatria esiste anche nel Ventunesimo secolo in forme più sottili: adorare un giocatore di calcio, venerare un cantante rock, essere schiavi del dio denaro…
L’episodio del Vitello d’Oro ci porta a riflettere su quello che stiamo facendo.
Abbiamo perso di vista le nostre vere priorità? Siamo stati trascinati dalla massa?

Questa storia ci svela anche un’altra fondamentale lezione: impegnarsi, non solo come singoli, a servire Hashèm. Con il peccato del vitello d’oro molti ebrei unirono le proprie forze per deviare e far deviare gli altri. E lo fecero con incredibile solerzia e impegno. Un conto è servire un idolo in solitudine, ma è molto peggio se viene adorato in pubblico, tanti persone unite per fare qualcosa di orrendo.

Come la prossima storia ci insegnerà, noi tutti dobbiamo imparare ad agire non solo come singoli, ma anche come collettività nell’eseguire la nostra missione in questo mondo.Nella stessa porzione della Torà di questa settimana del racconto del Vitello d’oro troviamo all’inizio l’antidoto di questo peccato che è il conteggio del popolo attraverso l’offerta di mezzo shekel: quando gli uomini di Israèl venivano censiti, veniva richiesto a ognuno di contribuire con una moneta del valore di mezzo shèkel. Le monete venivano poi contate e il totale indicava quanti uomini erano stati annoverati.
Tale procedura fa sorgere diverse domande. Perché gli uomini non venivano contati “per teste”? Perché invece si chiedeva a ognuno di donare una moneta?
I maestri rispondono che il metodo del censimento attraverso le monete simboleggia il fatto che ogni singola persona conteggiata è portatrice di un proprio valore individuale.

Tuttavia ciò conduce a diverse domande. Se è così, perché ogni uomo doveva donare solo mezzo shèkel invece che uno intero? Perché ogni individuo non ha dimostrato di essere intero e completo?
Infatti è proprio questo il punto: enfatizzare il concetto che nessun individuo è completo quando è solo. Nessun uomo, e certamente nessun ebreo, è un’isola solitaria in mezzo al mare. Egli può raggiungere le massime altezze della spiritualità ebraica e della fratellanza solo quando si associa e coopera con gli altri. Se diamo il meglio di noi per aiutare gli altri, imparare dagli altri e unirsi ad altri in positivi sforzi collettivi, allora è un vero membro della nazione ebraica. Al contrario, se si rimane lontano dagli altri ci si trova isolati.
Una delle condizioni fondamentali per migliorare è unirsi alla congregazione (Ràmbam Pèrek 4 Hilkhot Teshuvà Halakhà 1).

Storia
L’importanza di lavorare insieme agli altri si evince dalla storia di un uomo che aveva perso la strada mentre si trovava in un’immensa e folta foresta e continuava a camminare a vuoto. Alla fine giunse presso una seconda persona, che si aggirava anch’essa per la foresta. “Puoi mostrarmi la via per uscire dai guai?” chiese.
“No, non ancora” disse il secondo uomo. “Tuttavia, nel corso dei miei viaggi ho già scoperto quali strade non prendere. Forse insieme potremo trovare quella giusta”.
E così fu. Ognuno mise a disposizione la propria conoscenza delle strade della foresta e con le loro informazioni messe insieme trovarono presto la giusta via. Se ognuno fosse rimasto solo, avrebbero vagato entrambi molto più a lungo.
Questo ragionamento è la base del fatto che noi preghiamo in Sinagoga con il minyàn, un gruppo di almeno dieci ebrei adulti. L’unione della preghiera ha una forza e un potere ENORME.

Dono Migliore
Questo concetto può essere spiegato tramite una parabola.
Una volta fu chiesto a un re di decidere quale tra due città meritava un determinato privilegio regale.
Entrambe le città mandavano i loro doni singolarmente, in momenti diversi. Non appena ogni dono arrivava, il re lo esaminava e generalmente cercava di trovarne un difetto. La seconda città tuttavia mandò tutti i propri doni con una sola spedizione. Quando arrivò questo pacco di doni, il re fu subito impressionato dall’enorme numero e non si sentì propenso a guardare ogni dono singolarmente. Come si poteva prevedere la seconda città guadagnò il suo favore.
Allo stesso modo, se ognuno di noi pregasse separatamente HaShèm “Lui” ci prenderebbe in considerazione su base individuale e senza dubbio ci troverebbe con delle azioni inadeguate. Al contrario, se preghiamo in gruppo, come parti di un minyàn, la combinazione delle nostre preghiere viene convogliata a HaShèm e, auspicabilmente, i meriti dell’intero gruppo potranno compensare le mancanze dei singoli.

Inoltre grazie agli altri riusciremmo meglio a non farci condizionare dalle mode imperanti nella nostra società, dai “falsi dei”, gli “idoli d’oro” che vorrebbero farci dare valore a cose che non ne hanno nessuno.
Passioni esagerate per il cibo o per una donna, il denaro, la propria macchina, tutte cose che possono farci credere, che sono dei valori assoluti e che da loro dipende la nostra felicità, da loro dipende il nostro destino.
Quando arriviamo alla lettura del Vitello d’Oro ci rendiamo conto che la valorizzazione di ogni tipo di tramite è sempre idolatria. E quando si pensa che il preziosissimo metallo dell’oro possa essere un tramite per unirci a Dio questo diventa idolatria.
Nel Santuario i Cherubini erano d’oro ed erano gli intermediari per parlare con Hashem, ma questo solo perché il Padre Eterno ha scelto come tramite queste due statuette, l’uomo non ha la facoltà di rendere santo un tramite.
Dopo 3.335 anni dal Vitello d’Oro questa malattia di rincorrere i soldi senza tregua non è debellata.

Solo quando arriverà il Mashiakh il mondo vedrà quali sono i veri valori e ci sarà abbondanza materiale, spirituale e capiremo che l’oro è solo un tramite.
Allora potremo occuparci solo delle vere cose, di conoscere Hashem, perché la divinità riempirà il mondo come l’acqua copre il mare, presto nei nostri giorni Amen.

La Parashà di Kì Tissà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm ordina a Moshè di contare il popolo avvalendosi del mezzo shèkel; la somma ottenuta verrà impiegata per la costruzione del Mishkàn.
HaShèm ordina a Moshè di costruire il lavabo di bronzo in cui i cohanìm eseguiranno l’abluzione di mani e piedi prima di intraprendere il culto del Mishkàn.
Preparazione dell’olio d’unzione con cui saranno unti gli oggetti e gli arredi del Mishkàn, Aharòn e i suoi figli.
Comandamento di osservare lo Shabbat.
Le Tavole della Legge vengono consegnate a Moshè.
Il popolo, constatando che Moshè indugia a scendere dal Monte Sinày, realizza il vitello d’oro. HaShèm ne informa Moshè, comunicandogli l’intenzione di annientare il popolo. Moshè Lo supplica di avere misericordia. Moshè scende dal monte e lascia cadere le tavole. Prende il vitello lo brucia e ne getta le polveri nell’acqua che poi fà bere agli ebrei che hanno peccato. Moshè viene assistito dai membri della tribù di Levì, ai quali comanda di uccidere con la spada tutti i colpevoli.
Moshè chiede a HaShèm di mostrargli il Suo volto e HaShèm gli risponde che gli si rivelerà solo “posteriormente”.

MIDRASHIM

Un aroma divino.
(a pagina 695 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Mani, piedi e viso.
(a pagina 767 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Dall’esilio alla redenzione.
(a pagina 769 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Un peccato imperdonabile?.
(a pagina 771 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Quaranta giorni di digiuno.
(a pagina 773 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShem è Dio!
(a pagina 774 del volume Shemòt edizioni Mamash).

KI TISSA 5771 – IDOLATRIA: INGANNEVOLE RIEMPIMENTO
Perché ogni impulso e ogni vizio che ci domina è una forma sottile di idolatria? Una lezione basata sugli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch.

KI TISSA 5770 – INCHIOSTRO RIMASTO NELLA PENNA!
Il segreto dell’ebreo apparantemente distante!

KI TISSA 5768 – IL VALORE DELLE SECONDE TAVOLE SULLE PRIME
Perché Hashem ringrazia Moshè per aver rotto le tavole della legge? Qual è il grande merito in questo?

KI TISSA 5767 – LA GUARIGIONE CHE VIENE DAL MALE STESSO
Il peccato del vitello d’oro e la purificazione del peccato. I sacrifici e Shabbat Parà.

KI TISSA 5766 – IL NODO CHE FA RICORDARE!
Che cosa dobbiamo fare affinché Hashem ci perdoni i peccati?
L’insegnamento di Moshè, dopo il vitello d’oro! Il grande valore della Tzedakkà e il nodo dei tefillim!
Lo Shabbat, giorno benedetto, che permette l’elevazione di quanto compiuto nella settimana. 57, il valore numero associato allo Shabbat!

Questa voce è stata pubblicata in Ki Tissà, Parashot. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *