NASSO 5780 : 4 LEZIONI

Questo Shabbàt 6 Giugno 2020, 14 del mese di SIVAN 5780 leggeremo la Parashà di Nassò Numeri 4: 21 – 7: 89
HAFTARÀ
Giudici 13: 2-25.

B”H
PANORAMICA NASSO

La parashà Nassò inizia continuando la narrazione cominciata in Bemidbàr, la precedente parashà. Quest’ultima si concludeva con l’arruolamento del clan di Kehàt, della tribù dei leviti, al servizio del Tabernacolo, mentre la parashà Nassò inizia con la coscrizione degli altri due clan dei leviti, ovvero Ghereshòn e Merarì. Già questo appare strano: come mai abbiamo un’interruzione nel bel mezzo del racconto della coscrizione dei leviti, con una parte in una parashà e una parte nell’altra?
Ma questa è solo la prima di una serie di stranezze. Ghereshòn è il maggiore dei figli di Levi, seguito da Kehàt e Merarì. Come mai il clan di Kehàt (il secondo genito) è stato tolto dalla sua logica collocazione, ovvero dopo Ghereshòn, e posto prima del suo fratello maggiore e fuori contesto in un’altra parashà alla fine di Bemidbàr dove non si parla del conteggio dei leviti?
Inoltre, se guardiamo lo schema della parashà Nassò, essa appare come una successione di argomenti senza nulla in comune:
la coscrizione dei clan dei leviti di Ghereshòn e Merarì al servizio del Tabernacolo;
l’esclusione delle persone impure dal campo;
i dettagli riguardanti la legge relativa al furto;
il procedimento per provare un sospetto adulterio (sotà);
le leggi del nazireato;
le benedizioni dei sacerdoti;
le offerte per l’insediamento dei capi delle tribù;
il modo in cui Hashèm parla con Moshè nel Tabernacolo.
Se diamo uno sguardo all’ordine cronologico di questi punti (a-h), il quadro diventa ancora più confuso:
Punto a: continua la narrazione sul censimento dalla precedente parashà, relativa al primo giorno del mese di Iyàr 2449;
Punto b: si ritorna alla narrazione degli eventi di un mese prima, il primo di Nissàn 2449;
Punti c, d, e: trattano questioni legali che non sono attinenti ai conteggi (e che sono state date ancora prima degli eventi precedenti, ovvero tra Sivàn 2448 e Iyàr 2449);
Punti f, g, h: ritornano alla narrazione degli eventi del primo di Nissàn 2449 (come nel punto b).
Come mai la parashà introduce una storia e poi a un certo punto della narrazione (la vigilia della partenza alla volta del deserto) torna indietro agli eventi del mese precedente, interrompendosi allo stesso modo verso la metà di questo secondo racconto con delle questioni legali?
Il nostro primo indizio è il fatto che il clan di Kehàt, come abbiamo detto, è arruolato per primo. Il Midràsh ne spiega la ragione: la Torà descrive per primo il clan di Kehàt perché trasportando esso l’Arca dell’Alleanza, che ospita le Tavole, porta la Torà stessa, che è il mezzo attraverso il quale il popolo ebraico si lega ad Hashèm e la rivelazione dall’Alto scendeva al mondo tramite l’Arca Santa.
(continua sotto)
Tratto dal nuovo libro Bemidbar pagine 32-33.

per il pdf di questa panoramica cliccare qui:
www.virtualyeshiva.it/files/panoramica_nasso.pdf

per il pdf della sintesi cliccare qui:
www.virtualyeshiva.it/files/sintesinasso.pdf

per il pdf della haftara cliccare qui:
www.virtualyeshiva.it/files/haftara_nasso.pdf

Abbiamo appena ricevuto di nuovo la Torà a Shavuòt.
Abbiamo appena rinnovato il nostro patto con Hashem di studiare la Torà che è il nostro unico manuale di vita che contiente tutto.
Il primo compito è di studiare la Parashà della settimana (NASSO) che è la parashà più lunga di tutta la Torà con la bellezza di ben 176 versi valore numerico di LEOLAM – PER SEMPRE. Questo allude che sia la Torà scritta che quella orale sono eterne.
Con grande gioia e lode a Dio,
mando il link di NASSO la seconda parashà del IV libro della Torà.
Siamo prossimi a pubblicare il prossimo volume della Torà commentata e illustrata (terzo libro di questa collana pubblicato da Mamash) che è il IV volume della Torà di BEMIDBAR – NUMERI.
Si consiglia di stampare le 64 pagine in pdf per poterlo studiare di Shabbat. (Ideale stampare 2 pagine in una foglio A4 fronte e retro per cui saranno solo 16 pagine).
L’opera è quasi pronta, ha solo bisogno di un aiuto per lo sprint finale nel frattempo manderemo i pdf settimanalmente BH.
Si possono comprare delle copie in anteprima o fare una dedica in memoria di un proprio caro.
Ognuno può sostenere questo importante e oneroso progetto, attraverso un piccolo contributo, o acquisendo qualche copia in anteprima.
Questo è un grande merito per compiere una grandissima mizvà, partecipando al più grande progetto di cultura ebraica in italiano.
(per scaricare cliccare con il mouse destro dal seguente link:
www.virtualyeshiva.it/files/kodesh/Nasso_Y08.pdf)
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Dalla benedizione dei cohanim impariamo una cosa molto importante. Quando i cohanim benedicevano il popolo allora loro venivano benedetti da Hashem. In altre parole quando si benedici gli altri allora si è degni di benedizione. Quando si aiuta il prossimo si è degni di essere aiutati. Più si aiuta il prossima e più si è degni di essere aiutati.
gli argomenti principali della parashà sono:
1. Censimento di due delle tre famiglie della tribù di Levì e i loro compiti.
2. Hashem comanda di far uscire dall’accampamento i lebbrosi, coloro che avevano avuto una perdita e coloro che erano impuri a causa del contatto con un morto.
3. Leggi concernenti l’espiazione del peccato di chi ruba o giura il falso.
4. Leggi concernenti il caso della donna sospettata di tradimento (ishà sotà): dovrà portare un sacrificio e poi bere dell’acqua in cui verrà messa una pergamena su cui verrà scritto il Nome di Hashem; se colpevole morirà, altrimenti verrà “risarcita” con grande benedizione.
5. Leggi concernenti il nazireo.
6. Benedizione dei cohanìm.
7. Inaugurazione del Tabernacolo, a cui fa seguito l’elenco dettagliato delle offerte dei capi tribù di Israèl.
Riguardo la benedizione dei cohanìm che leggiamo questa settimana troviamo tre frasi. Riporto sotto un commento su ognuna di queste frasi.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

NUOVA LEZIONE VIDEO PARASHA DI NASSO
PRIMO CHE È SECONDO, SECONDO CHE DOVREBBE ESSERE PRIMO!

Cosa è l’Essenza di Israel e la sua Missione? Perché ci chiamano il popolo del Libro?

Una storia IMPERDIBILE con Harry Truman
33º presidente degli Stati Uniti, ci rivela degli INCREDIBILI retroscena sulla votazione all’ONU nel 1948 a favore della formazione dello stato di Israele.

youtube link: https://youtu.be/QusiHCAv-S4
https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10157169629750540

NASSO
Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/06/04/nasso-5769-armonia-espulsione-frustrazione/

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_06_04_nasso5769_kehat_ghershon_merari_piubasso_mapiualto.mp3

ARMONIA, ESPULSIONE, FRUSTRAZIONE!

3 Famiglie Levitiche, 3 Periodi Storici, 3 Tipi di Anime

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È TUTTO CALCOLATO!

Recarono i loro sacrifici al cospetto di Hashèm, sei carri coperti… (Bemidbàr 7, 3)
Il primo giorno di Nissàn, dell’anno 2449, la presenza divina tornò a risiedere in questo mondo, grazie alla costruzione del Tabernacolo (prima del futuro Santuario).
I capi tribù portarono tutte le offerte necessarie, per questa inaugurazione, donando dei sacrifici molto particolari, con un profondo significato cabalistico.
Tuttavia, nel terzo versetto del settimo capitolo impariamo che i 12 capi tribù, portarono solo SEIcarrozze, una carrozza ogni due capi tribù:
“Recarono i loro sacrifici al cospetto di Hashèm, sei carri coperti”.
I capi tribù offrono le carrozze per trasportare gli oggetti del Tabernacolo, ma solo mezza per ognuno. Questo è molto strano, perché il Tabernacolo è un luogo ricco e santo, come mai loro offrono solo mezza carrozza ciascuno?
Questo per insegnare che nel Tabernacolo (e quindi nel mondo che è irradiato dalla luce del Santuario), tutto ha un uso e una funzione precisa e non esiste nessuno spreco. Quindi, le carrozze non dovevano essere enormi, perché sarebbero state inutili, ma dovevano essere ESATTAMENTE secondo il bisogno. Questo ci ricorda che tutto ciò che è creato ha una sua utilità specifica. Ogni attimo dell’esistenza deve far risplendere, sia le nostre vite, sia il mondo intero, pertanto ogni oggetto che ci è stato dato deve essere utilizzato per migliorare questo mondo e riempirlo di luce…
“Fra tutto ciò che Hashèm ha creato in questo mondo, non ha creato nulla di inutile” (Talmùd Shabbàt 77b), o come dice l’ultima Mishnà delle Massime dei Padri (cap VI): “tutto ciò che ha creato Hashèm nel mondo è solo per glorificare il suo Santo Nome…”.
Questo principio si esprime anche nel contesto del Tabernacolo, dove i sei carri donati dai capitribù erano il minimo necessario per il trasporto delle componenti del Tabernacolo, garantendo che nessuna parte dei veicoli rimanesse vuota e inutilizzata.
Ciò, insegna l’importanza di utilizzare al massimo ogni cosa esistente al mondo, a partendo dai propri talenti e facoltà, per realizzare lo scopo per cui Hashèm ci ha creati così, ossia per osservare le mitzvòt nel modo migliore, colmare della presenza di Hashèm, anche le azioni più ordinarie e diffondere la luce dell’ebraismo al mondo intero. Analogamente, impiegando debitamente il proprio tempo, l’uomo ricorda sempre di essere stato creato per servire il suo Creatore (fine di Talmùd Kiddushìn) e presta attenzione a non sprecare neppure un attimo della vita e usare ogni energia al meglio senza sprechi.
(da Likuté Sikhòt vol XXVIII ESTRATTO DAL NUOVO VOLUME della Torà in italiano)

NASSO

Numeri 4,21-7,89
Il censimento dei Figli d’Israele termina con il conteggio degli appartenenti alla tribù di Levi in età compresa tra i 30 e i 50 anni, che trasportano il Tabernacolo.
D-o comunica le leggi riguardanti la sotà, la donna sospettata di adulterio dal marito. Vengono anche date le leggi che riguardano il nazireo, una persona che in seguito ad un voto si astiene dal bere vino, non si taglia mai i capelli e non può venire in contatto con un morto. Aharòn e i suoi discendenti, i kohanìm, vengono istruiti sul come benedire il Popolo d’Israele.

NASSO 5769 – ARMONIA, ESPULSIONE, FRUSTRAZIONE!
3 Famiglie Levitiche, 3 Periodi Storici, 3 Tipi di Anime

NASSO 5766 – TESHUVA: SENTIMENTO AGGIUNTO O INTRINSECO?
Come fare una giusta Teshuvà!

NASSO 5765 – SUCCESSO NEL LAVORO, GRAZIA E PACE + SHAVUOT
Una riflessione sulla Benedizione dei Kohanim e il perché Shavuot dura due giorni?

Pubblicato in Nasso, Parashot | 2 commenti

BEMIDBAR e SHAVUOT 5780: 11 LEZIONI

B’H’ Yom Hashishì Venerdì 29 Maggio 2020, 6 del mese di Sivàn 5780 Shavu’òt 1° giorno leggeremo la Parashà: 1° Séfer: Esodo 19: 1 – 20: 23 2° Séfer: Numeri 28: 26-31

HAFTARÀ Ezechiele 1,1-28;3,12

e Yom SHABBAT 30 Maggio 2020, 7 del mese di Sivàn 5780 Shavu’òt 2° giorno leggeremo la Parashà: 1° Séfer: Deuteronomio 15: 19 – 16: 17 2° Séfer: Numeri 28: 26-31

HAFTARÀ (Italiani, Sefarditi) Abacucco 2,20-3,19 

(Ashkenaziti) Abacucco 3,1-19

Questa sera inizia la festa di Shavuot il patto sul monte di Sinày e la ricezione della Torà.
Come mai, tra tutte le mitzvòt che Dio ci ha dato, solo Dieci di queste vennero scolpite sulle Tavole? Nella Torà ci sono ben 613 comandamenti e i famosi Dieci sono inclusi in questo numero. Ognuno di essi ci offre l’opportunità di avvicinarci a Dio e una mitzvà non è meno importante di un’altra. Anche se credere nell’Onnipotenza Divina può sembrare superiore all’evitare di accendere una luce di Shabbàt, entrambi sono elementi necessari per compiere il volere Divino: il Signore desidera che noi osserviamo tutti i Suoi comandamenti e ciascuno di essi rappresenta il Suo volere eterno.
I Dieci Comandamenti, quindi, non sono più importanti degli altri. Come mai allora sul Monte Sinày ci furono dati solamente questi? I Dieci sono comandamenti generali e globali che contengono in sé gli altri 603; infatti, all’interno di essi è possibile trovare la radice di tutti gli altri.
Il comandamento dello Shabbàt, ad esempio, include i 39 lavori proibiti (melakhòt) e i loro derivati; “Non rubare” comprende le leggi relative al rapimento, all’inganno, agli imbrogli e altri ancora.
L’insieme dei Dieci Comandamenti può essere condensato nei primi due; infatti, gli altri otto derivano tutti da Io sono il Signore tuo Dio e da Non avrai altri dei davanti a Me. Questi due possono, a loro volta, essere concentrati nel primo comandamento, poiché il secondo deriva dal primo. Secondo la mistica, il primo comandamento può essere ridotto alla sua parola iniziale, Anokhì, Io; e questa può essere concentrata nella lettera àlef. Per questo quando un bambino impara la prima lettera dell’àlef-bet, sta di fatto imparando la Torà intera, racchiusa in una sola lettera.
Questo processo di riduzione è simile al DNA contenuto in una cellula che include le istruzioni per la composizione di un intero corpo. Ognuno di quei geni minuscoli e delicati fungono da mattoni per il nostro sistema corporeo; allo stesso modo, tutti i comandamenti che Dio ci ha dato sono codificati all’interno dei Dieci Comandamenti.
Quando verrà il Mashìakh ci saranno rivelati i segreti più profondi della Torà, riusciremo a capire il vero significato di ogni parola e di ogni mitzvà, lo studio sarà di una qualità talmente superiore a quello di oggi che i nostri saggi poterono affermare: La Torà studiata oggi è come un soffio rispetto a quella di Mashìakh.
Shavuot Sammeah e
Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

NUOVO ARTICOLO ATOMICO DAL NUOVO VOLUME DELLA TORA’: PANORAMICA BEMIDBAR

Deserto: Lo Scopo della Nostra Esistenza

Il nome ebraico del Libro della Genesi, Bereshìt, significa “in principio”; il libro presenta lo sfondo storico e religioso necessario alla creazione del popolo ebraico, alla consegna della Torà e al dono della Terra di Israele. Il nome ebraico del Libro dell’Esodo, Shemòt, significa “nomi”, e descrive il modo in cui Hashèm estrasse “una nazione dall’altra” e plasmò l’identità e la psiche del popolo ebraico, il cui compito è quello di trasformare questo mondo in un santuario di consapevolezza del divino. Il nome ebraico del Libro del Levitico, Vayikrà, significa “ed Egli chiamò”, il quale mostra nel dettaglio come gli ebrei siano tenuti a rispondere alla “chiamata” divina rimanendo separati dal materialismo di questo mondo, ma allo stesso tempo, elevandolo e rendendolo spirituale.

Il nome ebraico del Libro dei Numeri, Bemidbàr, significa “nel deserto”. L’immagine del deserto è quella di una terra desolata, non coltivata e non civilizzata, ed è infatti presa come simbolo del nostro mondo fisico, che è imperfetto, largamente indifferente, anti-etico, e spesso anche antagonista alla percezione del divino. 

All’inizio della Genesi la Torà ci dice come il mondo – concepito inizialmente come giardino di Hashèm – si sia degradato tanto da diventare un “deserto” (Bereshìt), e come il piano superiore del progetto divino porti alla nascita di Israèl (Shemòt) al quale viene assegnata la missione di riportare il mondo alla sua natura intrinseca e inoltre ci insegna come farlo (Vayikrà). La Torà ora ci racconta di come Israèl viene mandato in questo “deserto” per compiere la sua missione: per testare la dedizione che mostra verso il suo destino e la resistenza agli elementi ostili dell’ambiente terreno che lo circonda. Questa tensione drammatica sottolinea l’importanza della storia di Israèl e il suo impatto sul creato, così come trasmessa nel Libro di Bemidbàr.

Non c’è quindi da stupirsi che la parashà che apre questo Libro – e che condivide con esso il nome Bemidbàr, “nel deserto” – descriva come Dio arruoli la giovane nazione nel Suo esercito. In verità, ci si era riferiti al popolo ebraico quale esercito da quando esso lasciò l’Egitto: “E fu proprio in quello stesso giorno che le legioni di Hashèm uscirono dalla terra d’Egitto”. Ma è solo in questa parashà, quando esso è in procinto di uscire dalla serena dimensione spirituale della “yeshivà” del Monte Sinày, una sorta di torre d’avorio spirituale, e inizia la sua peregrinazione nel deserto, che viene ufficializzato questo compito come esercito di Hashèm. Un viaggio pieno di presagi durante il quale Israèl è censito, organizzato secondo genealogia e coscritto in un esercito regolare.

Quindi la prima lezione di questa parashà è che non dovremmo mai illuderci che il mondo nel suo stato attuale sia un’entità benigna, neutra e di non avere alcun ruolo nel suo perfezionamento. Il mondo e ogni cosa in esso è una sfida, una continua “chiamata alle armi” che ci esorta a radunare le nostre più potenti forze spirituali allo scopo di redimerlo, di riportarlo al suo stato originale, come è stato creato: una dimora per Hashèm. 

Pensare di aver sconfitto il “nemico” e tutte le tentazioni che ci circondano, illudersi che esse non ci influenzino negativamente o di poter convivere tranquillamente con le nostre innate tendenze, questo è già un sintomo di caduta.

Ma perché tutti questi dettagli? La Parashà di Bemidbàr sembra essere un infinito database di nomi di famiglie, statistiche e ridondanze. Non sarebbe stato molto più semplice se la Torà avesse riassunto l’intero censimento e il processo di reclutamento in poche parole o frasi?

Per cominciare a capire il perché, dobbiamo notare in primo luogo che – a parte pochissime eccezioni – la Torà descrive il conteggio di ciascuna tribù esattamente nella stessa maniera. Perciò, da una parte, il censimento rappresenta un importante strumento di eguaglianza: ognuno conta come un singolo, e le nostre rispettive individualità vengono perdute diventando componenti anonime dell’intero conglomerato. D’altra parte, ognuno viene contato, e l’insieme collettivo è inadeguato se mancasse anche di una sola unità costituente. Questo indica che ogni individuo ha il suo contributo esclusivo e che solo lui o lei può rendere la collettività completa. 

In altre parole, il censimento esprime l’interazione paradossale tra l’individuo e l’identità collettiva. Ognuno di noi è un individuo unico, totalmente differente dall’altro, e benedetto con i suoi propri punti di forza e con le sue sfide. Ognuno di noi, quindi, ha un valore infinito e insostituibile. In generale, questa individualità è espressa dal fatto che il popolo ebraico è suddiviso in dodici distinte tribù, ognuna delle quali ricevette, dal comune capostipite Ya’akòv, la sua propria e particolare benedizione, basata sul tipo di servizio divino di ogni singolo. Quindi, ogni tribù viene contata separatamente, e questo ci viene presentato dalla Torà per informarci della nostra unicità e del nostro essere indispensabili, per via del contributo insostituibile che ogni individuo realizza nella battaglia volta a rivelare il divino in questo mondo.

D’altra parte, poiché condividiamo tutti anche un’identità collettiva comune, allora ci rispecchiamo e siamo complementari l’un l’altro. Nessuno di noi è in grado di combattere da solo, e dobbiamo tutti raccogliere le forze e l’ispirazione uno dall’altro. Per questa ragione, non è sufficiente ascoltare e leggere il censimento solamente della propria tribù di appartenenza; dobbiamo ascoltare e leggere il censimento di tutte le tribù e ognuna individualmente, anche se apparentemente ci sembrano tutte uguali. In questo modo, assorbiamo tutte le forze spirituali di ogni singola tribù e siamo in grado di identificarci con tutte le loro particolarità. L’identità comune collettiva che tutti condividiamo è il nucleo ed essenza dell’anima divina, “la parte superiore di Hashèm” che risiede dentro ognuno di noi. Ma paradossalmente, è questa stessa anima divina la fonte della nostra individualità. Questo perché il Divino stesso è al medesimo tempo semplice e complesso: Hashèm è un’unità assolutamente semplice e non complessa, e tutto ciò che è divino riflette questa unità. Ma Hashèm è anche la fonte di tutta l’esistenza, il che significa che l’unità inseparabile divina, contiene il potenziale per le infinite varietà di espressione. Pertanto ogni anima, che è parte di Hashèm, è sia un’espressione dell’assoluta semplicità divina, sia un’espressione di una delle infinite sfaccettature dell’Altissimo.

Quindi il paradosso che il censimento ci insegna a sviluppare è quello di focalizzarci su quell’aspetto della nostra personalità che abbiamo tutti in comune e che allo stesso tempo è la fonte della nostra individualità unica e infinita, ovvero il nucleo interiore dell’anima divina.

È questa essenza della Divinità che è dentro di noi che ci motiva e sprona nella “battaglia” quotidiana per redimere il mondo e riportarlo alla sua vera essenza originale. Una volta che siamo in sintonia con la connessione interiore che abbiamo con Hashèm e con la nostra missione per la quale siamo stati inviati nel mondo, niente potrà opporsi alla nostra dedizione e alla sfida del Libro di Bemidbàr, nell’affrontare il viaggio pericoloso attraverso un “deserto” apparentemente privo della presenza divina per trasformarlo in ultima analisi in una Terra Promessa.

Il quarto libro della Torà rappresenta la conclusione dello scopo del creato ed è per questo che il nome di questo libro è Bemidbàr – Deserto, ossia la trasformazione del totale profano in un luogo divino tramite il Tabernacolo nel deserto. Pertanto, per realizzare questo ci vuole un “esercito” spirituale pronto a combattere la nostra vera missione nel mondo,  e ogni persona al mondo fa parte di questo esercito ed è fondamentale per questo completamento, per il semplice fatto che è stato mandato in questo mondo. Questo si collega con il nome Numeri che sono i conteggi dei numeri delle tribù, che sono i conteggi delle schiere degli eserciti che combattono per riportare il deserto in un luogo abitabile da Hashèm.

Ispirati in tal modo, siamo pronti per arruolarci nei ranghi delle legioni di Hashèm, per venir censiti e coscritti nelle forze del bene e del sacro, la cui missione è portare il creato al suo autentico compimento.

Tratto dal nuovo libro Bemidbar pagine 32-33.

per il pdf cliccare qui:

www.virtualyeshiva.it/files/panoramica_bemidbar.pdf

Qualche anno fa, ho letto con grande stupore una notizia apparsa sul sito Yediòt Ahronòt: in Corea del Sud il Talmùd è diventato un libro obbligatorio in tutte le case. I coreani hanno spiegato che questa decisione è legata al fatto che, secondo loro, gli ebrei possiedono un’intelligenza particolare e sperano, attraverso lo studio del Talmùd, di poter diventare anche loro dei geni.
I coreani hanno davvero scoperto uno dei nostri segreti? È questa la vera ragione per la quale numerosi Premi Nobel sono ebrei? Certamente si! Lo dice chiaramente la Torà: Poiché la Torà è la vostra intelligenza davanti ai popoli (Devarìm 4, 6).
Il momento ideale per riflettere su questo argomento è Shavu’òt, che celebriamo questa sera, ricevendo di nuovo la Torà, come se fossimo ai piedi del Monte Sinày.
Come ci sono arrivati i sud coreani, questa festa è l’occasione giusta per prenderne coscienza anche noi.
Talvolta i gioielli più preziosi sono in casa, sotto i nostri occhi, e noi li cerchiamo altrove: l’erba del vicino è sempre più verde!
Diventiamo anche noi Coreani e studiamo un po’ di Torà e Talmud ogni giorno!!!
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Domenica mattina il primo giorno di Shavuòt dobbiamo tutti sentire i 10 comandamenti anche i bambini.
Perché i Dieci Comandamenti sono scritti al singolare?
Da una parte sono indirizzati al popolo ebraico come collettività, poiché se solo un ebreo non fosse stato presente sul Monte Sinai, la Torà non sarebbe stata data.
Dall’altra, essi sono indirizzati a ogni ebreo, come individuo, indipendentemente dagli altri. Ogni singolo ebreo ricevette la Torà in modo unico, personale secondo i suoi bisogni spirituali e psicologici.
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Il Rebbe di Lubavitch, prima di Shavuòt, augura sempre “kabalàt ha-Torà be-simchà u be-pnimiùt” – affinché ognuno ricevesse la Torà con gioia e ispirazione dal più profondo si sé.
Quando qualcosa ci influisce nella pnimiùt, la dimensione più profonda di noi stessi, essa tocca il nostro cuore. Non possiamo fare una cosa pensando ad un’altra. Ogni cosa deve essere fatta con tutto il cuore e con sincerità.
Con l’augurio di ricevere la Torà “be-simchà u-be-pnimiùt”! Amèn.

Riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

BEMIDBAR

HaShem istruisce di fare un censimento delle dodici tribù d’Israele mentre sono nel deserto. Moshè conta 603,550 uomini in età di leva tra i 20 e i 60 anni; la tribù di Levì invece viene contata separatamente e include 22,300 maschi da un mese in poi. I Leviti dovranno fare servizio nel Tabernacolo al posto dei primogeniti che sono esclusi dal servizio a causa del peccato del Vitello d’Oro. I 273 primogeniti che non hanno un Levita per rimpiazzarli sono tenuti a pagare un riscatto di cinque shekel per riscattare se stessi.
Quando il popolo leva le tende i tre clan dei Leviti smontano e trasportano il Santuario per poi rimontarlo nel centro del prossimo accampamento. In seguito essi erigono le loro tende intorno ad esso, quelli del gruppo di Kehàt, che trasportano sulle loro spalle l’arca, la menorà ecc coperti con i loro rivestimenti speciali si accampavano a sud; quelli del gruppo di Ghershòn che si occupavano delle tappezzerie e delle coperture del tetto, ad ovest e le famiglie di Merarì, che trasportavano i pannelli delle mure ed i pilastri a nord. Moshè, Aharòn e i suoi figli si accampavano davanti all’entrata del Tabernacolo, ad est.
Oltre al cerchio dei Leviti, le dodici tribù si accampavano in gruppi di quattro che includevano tre tribù. Tale formazione veniva mantenuta durante i viaggi. Ciascuna tribù aveva il proprio nassì (leader) e la propria bandiera con il colore e l’insegna della tribù.

BAMIDBAR 5769 – DUE INGREDIENTI PER PRESERVARE L’EBRAISMO!

Il Significato delle 2 Coperture degli Oggetti del Santuario

BAMIDBAR 5766 – COME ESSERE PRONTI PER RICEVERE LA TORA!

Nel Pirkè Avot viene indicata la strada per studiare e ricevere con pienezza la Torà: il distacco dall’eccesso di materialità! La via dei Chassid!

BAMIDBAR 5765 – DALLA PRIMA ALL’ULTIMA RETTIFICAZIONE!

Si può anticipare l’ultima Redenzione? Può l’Era Messianica giungere in qualsiasi momento?

SHAVUOT

Le lezioni su Shavuot si possono trovare sul link sotto:
http://www.virtualyeshiva.it/2006/05/28/yom-tora-5766-fare-la-differenza/

Alcune delle lezioni su Shavuot imperdibili sono:
SHAVUOT 5770 – IL GIORNO IN CUI NON È SUCCESSO NIENTE, MA È SUCCESSO TUTTO!!!
Delle volte le più grandi preparazioni si fanno in silenzio.

http://www.virtualyeshiva.it/2011/05/03/emor-5771-3-matrimoni-pecora-toro-e-gemelli/

http://www.virtualyeshiva.it/2009/05/27/shavuot-5769-shavuot-vince-sotto/

http://www.virtualyeshiva.it/2006/05/28/yom-tora-5766-fare-la-differenza/

Durante la festa di Shavuot c’è la tradizione di leggere la Meghillà di Rut (Libro degli Agiografi). Come Shavuot rappresenta un momento di grande amore, tra HaShem e gli ebrei, nello stesso modo la meghillà di Rut narra un gesto d’amore altrettanto importante. Una vicenda dai profondi significati, studiata dalla mistica ebraica.

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap I – Seconda lezione – LOT YEHUDA BOAZ: TRE UOMINI UN ANIMA

L’anima che ritorna in questo mondo per rettificarsi ha un evoluzione progressiva e si completa sempre di più da un ciclo all’altro.

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap II – Terza lezione – SOLI NELLA NOTTE!!!

Un atto altamente immorale, si rettifica solo per mezzo di una profonda moralità.

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap. IV – Quarta lezione – GUARDARE OLTRE IL CORPO!

Un grandissimo insegnamento di vita ci fa capire quali sono gli elementi significativi per avere un matrimonio di successo!

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap.IV – Quinta lezione – LA SPADA NELLA ROCCIA!

Il divieto di convertirsi all’ebraismo vale solo per i moabiti o anche per le donne?

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap.IV – Sesta lezione – PERCHE DAVID ERA CONSIDERATO UN FIGLIO ILLEGALE?

Il dubbio sulla identità di Rut si trascina per diverse generazioni fino a suo nipote Ishay che lascia ma non lascia sua moglie!

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap.IV – Settima lezione – MEGLIO RAZIONALE O SPONTANEO?

Le caratteristiche fondamentali per essere un monarca, per essere un redentore!

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap.IV – Ottava lezione – PERCHE’ LE ANIME PIU’ ALTE CADONO NEI POSTI PIU’ BASSI?

Il segreto della rimozione della scarpa di Boaz.

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LAG BA’OMER BEHAR/BEKHUKOTAY 5780 : 8 LEZIONI

Questo Shabbàt 16 Maggio 2020, 22 del mese di IYAR 5780 37° giorno dell Omer leggeremo le Parashot di Behar/Bechukkotài. Levitico Lev 25, 1 – 27 ,34

HAFTARÀ  Ez. 34, 1-15

Pirqè Avot 5° capitolo

BEHAR

Levitico 25,1-26,2
Il Sign-re comunica le leggi dell’anno sabbatico a Moshè, sul monte Sinai. Ogni sei anni si dovrà cessare di lavorare la terra e i prodotti saranno a disposizione di chiunque durante il settimo anno.
Dopo sette cicli di sette anni ciascuno, ricorre il giubileo, yovèl, durante il quale non si lavora la terra, gli schiavi vengono liberati e le proprietà ancestrali vendute tornano in possesso dei proprietari originari. La parashà elenca anche le leggi riguardanti la vendita di terreni e le proibizioni contro la frode e l’usura.

BEKHUKOTAY

Levitico 26,3-27,34
Ha-Shem promette che se il popolo di Israele manterrà i suoi comandamenti, potranno godere della prosperità materiale e abitare nella loro patria. Ma Egli fornisce anche un severo monito di esilio, persecuzione e altri mali che si abbatteranno su di loro se abbandoneranno l’alleanza con Lui.
Tuttavia, “Anche quando saranno nel paese dei loro nemici, io non li getterò via, né li avrò mai in odio per distruggere loro e per rompere il mio patto con loro, perché io sono il Sign-re, loro D-o “.
La Parshà si conclude con le norme sul modo di calcolare il valore di diversi tipi di impegni assunti verso D-o, e la mitzvà della decima dei propri prodotti e del bestiame.

La nostra parashà ci parla della Shemittà: “Per sei anni pianterai i tuoi campi, poterai i tuoi vigneti e mieterai il raccolto, ma il settimo anno è uno Shabbàt…per la terra”.

Qualche anno fa un Rabbino, appena sceso dall’aereo, prende un taxi per recarsi a Gerusalemme.
Il tassista, un giovane ebreo molto loquace e simpatico, parla amabilmente con il Rav, confessandogli di essere un ateo. Tuttavia dopo un po’ di tempo il Rav si accorge che, nonostante quello che l’uomo gli ha appena detto, nel taxi ci sono diverse foto di una persona vestita come un ebreo ortodosso. Quindi incuriosito gli chiede se quella persona fosse un suo famigliare. Il tassista gli risponde che era un suo caro amico, un ex commilitone e gli inizia a raccontare la storia che lo ha portato ad essere un fervente religioso: “Alcuni anni fa, finito il servizio militare, io e il mio amico siamo andati a fare una vacanza avventurosa nella foresta amazzonica. Ad un certo punto ci siamo accampati e il mio amico si allontana per prendere dell’acqua. Passano i minuti e lui non torna! ‘Aspetto, arriverà’, dico tra me, ma il tempo passa e lui non torna. Grido, lo chiamo, ma niente, nessuna risposta. Allora inizio a cercarlo preoccupatissimo. Dopo pochi minuti sento uno strano rumore, una sorta di rantolo dietro ad un albero. Spaventatissimo mi avvicino e a un tratto vedo una scena orribile: il mio amico era avvolto completamente da un enorme serpente che lo stava stritolando. Panico! Non sapevo cosa fare, non avevo niente, nessuna arma o bastone con me! Ad un certo punto preso dalla disperazione chiudo gli occhi e mi butto sul serpente al grido ‘Sheeeeemàààà Israèl…’. Miracolo! Il Serpente lascia la presa e se ne via. Il mio amico è in stato di shock, ma vivo e senza un graffio”. E da quel giorno, dopo questo grande miracolo, ha iniziato a credere in Hashèm ed è andato in una Yeshivà. Insomma ha cambiato completamente la sua vita”.
Allora il Rav commosso e stupito da questa incredibile storia esclama: “Ma dopo aver visto un miracolo coi tuoi occhi, come mai lui sì e tu…ancora ateo… come è possibile?”. Il tassista imperturbabile risponde: “Ma come, il miracolo ha salvato la sua vita, mica la mia…” .

Questa settimana leggiamo la parashà di Bekhukotày (unita a quella di Behàr), nella quale capiremo che, nonostante beneficiamo del libero arbitrio, dobbiamo sempre ricordare che la nostra vita, le nostre azioni e ogni attimo della nostra giornata sono strettamente legati alla volontà di Hashèm.
È vero che in Bekhukotày sono molti gli avvertimenti che ci vengono dati con grande nettezza dal Cielo che potrebbero anche spaventarci. Tuttavia dovremmo ricordarci che questa parashà chiude il libro di Vayikrà e dobbiamo essere consapevoli che abbiamo già avuto molti strumenti dai precedenti tre libri della Torà per non cadere in errore.
(continua sotto)
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Perchè Hashem ci comanda di fare uno sforzo extra in modo che la terra si possa riposare per un anno? Un giorno di riposo alla settimana, lo Shabbàt, non è sufficiente?
Lo Shabbàt e la Shemittà sembrano simili. Entrambi hanno in comune il “fermarsi” e il “riposarsi”. Durante la Shemittà e lo Shabbàt fermiamo il nostro piano ordinario di lavoro.
Quando un ebreo ferma il suo lavoro di Shabbàt, passa il suo tempo a pregare, studiare, cantare, mangiare e pensare al perché Hashem ha mandato la sua anima in basso in questo mondo. Poiché in settimana siamo molto occupati con il lavoro, lo Shabbàt ci dà tempo extra per riflettere su cose diverse: Think Different. Ma quando Shabbàt finisce, siamo di nuovo occupati con le nostre attività quotidiane. Perciò Hashem ci dà un anno intero nel quale non lavoriamo, spendiamo più tempo per la nostra famiglia, per la nostra anima e per lo studio della Torà, e per pensare alla missione che dobbiamo compiere in questo mondo.

Riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

BEHAR 5771 – SUPERNATURALE NEL NATURALE
Anno Sabbatico: precetto e simbolo centrale!

BEHAR 5770 – COME PUO’ UNA SINGOLA LETTERA DELLA TORA NARRARE 5000 ANNI DI STORIA?
Basandoci su una lettera nella parashà di Behar scopriremo una chiava di lettura che risponderà a tante domande storiche!

BEHAR 5768 – IL VALORE DEL BAAL TESHUVA
Tutti i precetti con i dettagli sono stati dati sul Sinai!

BEHAR 5765 – COME USCIRE DA UN PERIODO DI RECESSIONE!
La santità dell’anno sabbatico e il valore del giubileo ebraico.

BEKHUKOTAY 5771 – MANGIARE DURANTE IL LAVORO!
Il dovere della ricompensa allo schiavo, lavoratore e socio in questo mondo e non solo nel mondo futuro.

BEKHUKKOTAI 5765 – DALLE BENEDIZIONI ALLE MALEDIZIONI!
Quando le maledizioni NON sono altro che benedizioni a livello più alto!

LAG BA’OMER – SEGRETO DELL’ARCO E DELLE FRECCE !
Arcobaleno: POSITIVO o NEGATIVO?

SEFIRAT HAOMER 5768 – L’IMPORTANZA DELLA MITZVOT DELL’OMER!
Una lezione dedicata alla mitzvà del conteggio dell’Omer.

VAYETZE 5772: PERCHE’ IL GAL (MURETTO) DI YAAKOV ALLUDE A LAG BAOMER?
Riflettendo sul significato spirituale dei vent’anni di pascolo di Ya’akov, capiremo come trovare il giusto equilibrio interiore nella nostra vita.

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EMOR 5780 : 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 9 maggio 2020, 15 del mese di Iyàr 5780 leggeremo la Parashà di Emor Levitico 21: 1 – 24: 23.

HAFTARÀ
Ezechiele 44: 15-31

4° Pirke Avot

Alcuni chiedono: perché dovremmo” tremare nei mondi “e parlare continuamente della venuta del Messia? L’Onnipotente dovrebbe ben sapere quando portare il Redentore, quando lo ritiene opportuno.

Una risposta a questo dovrebbe essere appresa dalla Pessakh Sheni la seconda Pasqua.
Questo comandamento fu dato per quelli del popolo ebraico che per vari motivi (“erano in un luogo distante” o “impuro per l’anima”) non potevano rispettare il sacrificio della Pasqua. Tuttavia, queste persone non “si arresero”, ma insistettero e fecero richiesta all’Onnipotente per osservare il comandamento. Come risultato per questa determinazione fu stabilito un nuovo precetto, quello della Seconda Pasqua.

Lo stesso vale per noi:
Al tempo dell’esilio, quando il popolo d’Israèl è “in un luogo distante” e al livello spirituale “dell’anima impura”, deve reclamare con tenacia e chiedere a Dio: “Perché non possiamo offrire il sacrificio del Signore?”
“Vogliamo già avere la vera e completa redenzione e il Tempio, subito !”

(Da una Sikhà del Rebbe)

PICCOLO VIDEO DEL REBBE SPIEGA PESSAKH SHENI sottotitoli in italiano
https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10158198710295540

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Il mio portale delle email è saltato e sto cercando di ripartire con un altro portale e ho raccolto alcune email ma ne mancano ancora tante.
Se la email in uso non è aggiornata prego di comunicarmi.
Se si conoscono delle persone che la vogliono ricevere per favore di farmelo sapere o registrarsi al link in basso.
Se non desideri ricevere la riflessione sulla Torà della settimana provvederò a disinserirti  dalla mia email (che mando anche via whatsapp e FaceBook: https://www.facebook.com/shlomo.bekhor).

Il periodo dell’Omer rappresenta l’impazienza di ricevere la Torà, come un prigioniero che aspetta con desiderio di conoscere la sua sposa per 49 giorni. Perciò durante questi 49 giorni ognuno di noi ha il potere e la forza di lavorare su se stesso, elevando la sua anima per mezzo dei 49 attributi che sono innati in noi ed essere pronto così a ricevere la sua sposa il giorno di Shavuot.
Domani leggiamo nella Torà proprio la mitzvà dell’offerta del’Omer e l’ordine di contare i giorni tra Pessakh e Shavuot.
Contare in ebraico vuole dire anche illuminare i giorni ovvero illuminare i nostri 49 attributi.
Questa settimana ho fatto una lezione sulla sefira dell’Omer molto interessante che si può sentire al seguente link:
Qui sotto trovi quella di stasera e domani sera.
Ogni giorno pubblico il significato della sefirà di quel giorno da raffinare su Facebook. Qui un post di questa settimana molto interessante:
C’è VITA su MARTE?
O c’è VITA intellignte sulla TERRA?

Una VITA ben spesa, LUNGA è!
Leonardo Da Vinci

Se vuoi ricevere anche gli altri direttamente posso mandare anche via email o Whatsapp.
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it sulla parashà.
Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
EMOR
Al seguente link trovi la lezione sulla nostra parashà di EMOR molto interessante in formato mp3:
dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web: 

MORTE, HANDICAP, PROBLEMI PSICHICI, STRESS ECONOMICO, INSICUREZZA!

Come le 5 festività ci illuminano nelle 5 grandi sfide della vita!

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Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/05/13/emor-5772-6-lezioni/

SEFIRAT HAOMER: 28° giorno
Ventottesimo giorno dell’Omer
4 settimane
MALKHÙT in NÈTZAKH – REGALITÀ nella DETERMINAZIONE
13 di Iyar – venerdì sera 17 Maggio
28°giorno: questa sera Hashèm ci dota la capacità di innalzare l’ultimo aspetto di Nètzakh, la Regalità nella Determinazione.
Nètzakh è l’attributo che ci consente di perseverare e vincere le sfide della vita.
Malkhùt è la capacità di comunicare, organizzare e comandare. Tutte doti che si devono coniugare alla fiducia e dignità verso noi stessi e verso gli altri.
L’unione di queste due Sefiròt rende capaci di perseverare in modo organizzato e comunicativo: il più grande progetto, se non organizzato bene e promosso con il giusto marketing, non riceve il successo che merita. In negativo la spinta di Nètzakh può renderci eccessivamente impetuosi, nel perseguire un progetto, e quindi poco organizzati.
Inoltre Malkhùt in Nètzakh consente di perseverare con autostima, e quindi di capire il proprio ruolo nel mondo senza farsi intimidire dalle difficoltà.
Un’esemplare Regalità nella Perseveranza, la possiamo trovare nella figura stessa del mio Maestro il Rebbe di Lubàvitch:
il Rebbe, Menachem Mendel Schneerson, il settimo leader della dinastia Chabad, è uno dei più grandi leader che il popolo ebraico abbia avuto negli ultimi secoli.
Lui è riuscito a coniugare eccezionali doti di leadership, capacità di comunicazione e di organizzazione, fondando istituzioni chassidiche a fini educativi, sociali e culturali. Inoltre, sotto la sua guida, sono sorte centinaia di scuole e centri di Torà, in ogni parte del mondo e migliaia discepoli sono stati inviati come emissari.
QUESTI RISULTATI NON FURONO CERTO REGALATI! Fin dall’inizio le idee “profetiche” e controcorrente del Rebbe furono osteggiate e derise da molti. Grazie alla sua tenace convinzione (nètzakh) di agire per una missione divina, che trascendeva la sua volontà e i suoi bisogni, il Rebbe, piano piano, ma costantemente, convinse e acquistò sempre più la stima degli scettici in tutto il mondo (malkhùt in nètzakh). Centinaia di migliaia di fedeli e milioni di simpatizzanti, lo consideravano e tutt’ora lo considerano, come “il Rebbe”: l’uomo responsabile di aver risvegliato la coscienza e la consapevolezza dell’Ebraismo, dopo l’inferno della Shoà.
Una forte autostima, la capacità di comunicare e il rispetto per la dignità degli altri (malkhùt), sono qualità fondamentali per superare ogni ostacolo con successo (nètzakh).
Riflessione:
nonostante la vita mi porti a correre molto riesco a rimanere consapevole del mio ruolo nel mondo e non perdere la mia dignità? Riesco a coniugare nel lavoro tenacia con una buona organizzazione?
Esercizio:
perseguire con determinazione (nètzakh) i bisogni familiari, ma senza comunicare con la dolce metà, vuole dire mancare di Regalità (malkhùt). Nel 28° attributo scopriamo la forza di vincere le nostre sfide con comunicatività (malkhùt in nètzakh).

SEFIRAT HAOMER: 29° giorno

Ventinovesimo giorno dell’Omer
4 settimane e 1 giorno
KHESSÈD in HOD – BENEVOLENZA nell’UMILTÀ
14 di Iyar – sabato sera 18 Maggio
29° giorno: stasera iniziamo la costruzione del QUINTO piano del “palazzo” della nostra formazione. Da stasera abbiamo la facoltà di illuminare la prima faccia dell’Umiltà che è la Bontà.
Questa è la settimana di HOD – SPLENDORE che cade sempre in occasione di due ricorrenze: la festa di Pèssakh Shenì (la luce di Pessakh in forma elevata) e nell’anniversario di Rabbi Mèir baal hanes (il nome Meir significa luce).
Hod, letteralmente “Splendore” rappresenta l’attributo dell’umiltà: solo chi è umile davanti ad Hashèm, può riflettere il Suo vero splendore e quello dell’anima.
Hod significa anche ringraziamento inteso come lehodòt – ringraziare (essere grati): essere riconoscenti ad Hashèm per tutto quello che abbiamo; in quanto tutto ciò che possediamo non ci appartiene realmente.
Tramite questa Sefirà ci svuotiamo del nostro ego e creiamo lo spazio per far scendere in noi la grazia divina che permette di uscire dalle limitazioni umane.
Khèssed è l’attributo dell’Amore, Passione che ci spinge a dare, sempre e comunque, poiché si considera i desideri del prossimo, come se fossero i nostri.
Con Khèssed in Hod, impariamo a mettere al servizio dell’umiltà l’entusiasmo dell’Amore. Questo permette alla nostra umiltà di proiettarsi all’esterno con vitalità.
Un’umiltà sana non deve demoralizzare, bensì portare amore e gioia. L’umiltà che manca dell’amore è spenta.
Una storia talmudica può aiutarci a capire meglio:
Prima della distruzione del secondo tempio, viveva un grande Tzaddik chiamato El’azàr ish birta che era molto, ma molto povero! Era conosciuto da tutti per due grandi qualità: l’umiltà e la benevolenza verso il prossimo. Un giorno la moglie dello Tzaddik gli dice, perentoriamente, che la loro unica figlia doveva sposarsi e che serviva urgentemente la dote per il matrimonio.
L’uomo non si scompose, prese una piccola borsa, con i pochi risparmi, e andò al mercato della città. Lì scorse gli addetti alla tzedakà che cercavano, in tutti i modi, di non farsi vedere da lui, poiché sapevano che lo Tzaddik era tanto povero quanto generoso, ma oramai era troppo tardi!
Elazar in un attimo fu davanti a loro e gli chiese per quale giusta causa raccogliessero i soldi. Essi risposero che era per il matrimonio di due orfani. Lui allora disse: “Giuro su Dio che questa cosa è più importante del matrimonio di mia figlia!”. Detto fatto, prese tutta la borsa dei soldi e la diede ai responsabili.
Per non tornare a mani vuote il povero Tzaddik continuò comunque il suo giro al mercato e comprò qualche chicco di grano. Arrivato a casa, mise questi pochi chicchi nel suo piccolo deposito per il grano, completamente vuoto. L’indomani la figlia, con il viso pieno di gioia, corse a ringraziare il padre per tutto quel grano. Miracolosamente, durante la notte, il deposito del grano strabordò tanto da non riuscire ad aprire la porta.
Lo Tzaddik guardò sua figlia con affetto e gli diede un grande insegnamento di Umiltà: “prendi solo la parte minimale che ti serve il resto spetta ai poveri, poiché è detto che una persona retta non deve trarre vantaggi da un miracolo!”.
Il grande Tzaddik, nonostante la sua umile povertà (hod), agiva senza paura verso i bisognosi e con amore dava in tzedakà quel poco che possedeva (khèssed). Conscio del fatto che tutto ciò che abbiamo in realtà appartiene a Dio, era umile nel farsi tramite dell’amore di Hashèm per il bene della società (khèssed in hod).
Riflessione:
la mia umiltà permette di amare di più, oppure mi inibisce e blocca?
Esercizio:
siamo sempre disposti a metterci da parte e ci facciamo piccoli, quando dobbiamo aiutare un amico, poiché siamo consapevoli che tutto in fondo viene da Dio. Tuttavia, annullando eccessivamente noi stessi, appariamo agli occhi degli altri, come freddi e indecisi. Riempiamo la nostra umiltà con un amore caldo e vitale, facciamo si che la generosità (khèssed) trasformi la nostra umiltà (hod) in una protagonista, per noi e il prossimo.

La porzione di Torà di Emor (Levitico 21:1–24:23) si apre con le leggi speciali relative ai Kohanim (“sacerdoti”), il Kohen Gadol (“Sommo Sacerdote”), e il servizio nel Tempio: un Kohen non può diventare ritualmente impuro attraverso il contatto con un corpo morto, salvo nel caso della morte di un parente stretto; un Kohen non può sposare una donna divorziata; un Kohen Gadol può sposare solo una vergine. Un Kohen con una deformità fisica non può servire nel tempio santo, né un animale deforme può essere portato in offerta.
Un neonato di vitello, agnello o capretto deve essere lasciato con sua madre per sette giorni prima di poterlo portare in offerta; non si può macellare un animale e la sua discendenza lo stesso giorno.
La seconda parte di Emor elenca le principali ricorrenze festive del calendario ebraico: lo Shabbat settimanale, la settimana di Pessakh, l’offerta del primo raccolto d’orzo da portare nel secondo giorno di Pessakh e l’inizio del conteggio dei 49 giorni dell’Omer che culmina con la festa di Shavuot nel 50° giorno, il digiuno del 10 di Tevet e Sukkot.
La parashà prosegue con la descrizione dell’illuminazione della menorah nel Tempio, e l’offerta settimanale del pane (hapanim lechem).
Emor si conclude presentando il caso di un uomo giustiziato per blasfemia, e descrivendo le sanzioni per l’omicidio o la distruzione della proprietà altrui (rimborso monetario).

EMOR 5771 – 3 MATRIMONI: PECORA, TORO E GEMELLI
Il segreto per creare la pace tra le varie culture

EMOR 5770 – LA MELA NON CADE LONTANO DALL’ALBERO!
Qual è il sistema sul quale si basa il mondo?

EMOR 5769 – MORTE, HANDICAP, PROBLEMI PSICHICI, STRESS ECONOMICO, INSICUREZZA!
Come le 5 festività ci illuminano nelle 5 grandi sfide della vita!

EMOR 5765 – LE FESTE EBRAICHE E I 49 GIORNI DELL’OMER
Le festività ebraiche, lo Shabbat, il conteggio dell’Omer e il Pirkè Avot.

Emor 5766 – 2006 – COSA PERDONA IL KIPPUR?
La parasha di questa settimana ci parla di tutte le feste che scandiscono il calendario ebraico. Nel parlarci delle feste ci ricorda alcune delle loro caratteristiche.
Ecco quindi che a Kippur si può chiedere ad Hashem di perdonarci le colpe che abbiamo commesso nell’osservanza dei suoi precetti, ma non possiamo aspettarci da lui il perdono per le i torti verso i nostri simili. Solo il colpito dal torto pu? perdonare.

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AKHARE MOT KEDOSHIM 5780 : 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 2 Maggio 2020 8 del mese di Iyàr 5780 leggeremo le Parashot di Acharè Moth Kedoshìm

Levitico 16, 1 – 20 , 27

HAFTARÀ
Italiani: Ez 20, 1-20

Sefarditi: Ez. 20, 2-20

Ashkenaziti: Amos 9, 7-15

Pirqè Avot 3° capitolo

Acharè Moth
e Kedoshìm

A seguito della morte di Nadav e Avihù, Hashem ammonisce di non accedere nel luogo Santissimo dove è conservata l’Arca. Solo una persona, il Cohen Gadol (sommo sacerdote) può entrarvi una volta all’anno, per Yom Kippur, ed offrire il sacro Ketoret a D-o.
Una caratteristica del servizio nel Giorno dell’Espiazione è la selezione tra due capri per scegliere quale offrire a D-o e quale portare nel deserto, per allontanare i peccati di Israel.
La Parashà mette in guardia anche dal portare korbanot (offerte di animali o farina) in luoghi che non siano il Santuario, proibisce di nutrirsi del sangue e dettaglia le leggi relative all’incesto e ad altre relazioni sessuali deviate.

Kedoshìm

La Parashà (Levitico 19:1–20:27) comincia con l’affermazione “Santi dovete essere, perché Santo sono Io, il Signore vostro D-o”, da cui seguono decine di mitzvot attraverso le quali l’ebreo santifica sè stesso, relazionandosi con la santità di D-o.
Tra queste: la proibizione all’idolatria, la mitzvà della carità, il principio di uguaglianza davanti alla legge, lo Shabbat, la moralità sessuale, l’onestà nel proprio lavoro, l’onore e il rispetto verso i genitori e la sacralità della vita.
In Kedoshim viene riportato anche il principio, definito dal grande saggio Rabbi Akiva come un principio cardine della Torà e del quale Hillel disse, “questa è l’intera Torà, il resto è solo un commento”, AMA IL TUO PROSSIMO COME TE STESSO.

Questo Shabbat ci riporta alla solennità di Yom Kippur poiché quasi tutta la parashà che leggiamo è incentrata su tale giorno, il più santo dell’anno.
Nel giorno di Kippur non beviamo, non mangiamo, non ci laviamo e non indossiamo scarpe di cuoio. Non è difficile sentirsi santi in questo giorno speciale, in cui molte cose sono così diverse dagli altri giorni.
Da notare che il titolo della parashà è Akharè significa “in seguito”. Un ebreo deve rendere tutta la sua vita “santa” e tutte le sue azioni coerenti con questa santità, non solo il giorno di Kippur ma anche dopo, durante qualsiasi altro giorno dell’anno, quando mangia, dorme ecc.
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor
CHI TROVA UN AMICO TROVA UN TESORO
Akharè Mot – Kedoshim (Vayikrà 16-18, Vayikrà 19-20)
“Siate santi perché Santo sono Io, il Signore vostro Dio”.  (Vayikrà 19,1)

La parashà di questa settimana comincia con il comandamento a tutto Israèl di essere “santi”.
Rashi spiega che questa santità è, di fatto, un prerequisito per adempiere alla maggior parte dei comandamenti della Torà. Questo è il motivo per cui andava detto di fronte all’intera nazione.
Subito dopo questo comandamento, la Torà procede dando una lista di diversi precetti – mitzvot da osservare. Se esaminiamo con attenzione tali mitzvot, vediamo che esse sono riconducibili a due distinte categorie: comandamenti tra uomo e Hashèm (verticali), come osservare le leggi concernenti lo Shabbat, e comandamenti tra uomo e uomo (orizzontali), come per esempio quello di non desiderare intensamente i beni del proprio vicino.
Molte persone, erroneamente, ritengono che la santità riguardi solo la relazione tra uomo e Hashem, dimenticandosi così delle altre relazioni che si costruiscono nella vita. Nell’ebraismo si ritiene che, poiché Hashem è Santo, tutte le nostre interazioni con Lui devono a loro volta avvenire con santità.
Tuttavia, proprio quando si giunge ai comandamenti tra uomo e uomo, si tende a pensare che la santità non sia più necessaria: gli uomini sembrano diventare così solo persone non perfette, non meritevoli della Santità. Di conseguenza spesso non ricevono quello che meritano.
La Torà ci insegna il motivo per il quale a noi tutti è comandato di essere santi: se ciascuno mantiene un livello di santità nella propria vita, allora ognuno deve trattare il proprio vicino come qualcuno di santo. Se le cose stanno così, allora come può una persona santa anche solo pensare di rubare, offendere, o maltrattare un altro?
Per questa ragione il verso della porzione settimanale ci insegna che “siamo santi” perché dobbiamo santificare la nostra vita materiale, il nostro corpo fisico, che altro non è se non l’involucro che ospita la Forza vitale Divina. Perciò bisogna rispettare gli uomini come si rispetta Dio e la sua Divina forza vitale che scorre in tutti.

La storia di due amici
Amare il nostro prossimo porta santità nel mondo, come spiegato nel seguente midrash.

Due uomini erano legati da una profonda amicizia ma la vita li mise a dura prova. Vivevano infatti in due stati diversi, tra loro in conflitto. Il cui confine tra gli stati passava proprio nei due villaggi in cui abitavano e, a cause della guerre e delle vicissitudini quotidiane, i due amici si separarono per molti anni.

Uno dei due decise un giorno di partire per andare a trovare l’amico, superando il confine pericoloso.
Ma le cose presero anche questa volta una brutta piega e presto, vista lo stato di guerra, cominciarono a spargersi nel paese di destinazione delle voci riguardo alla missione dello straniero venuto in visita. Presto egli venne arrestato con l’accusa di spionaggio e ritenuto colpevole venne condannato a morte dal re in persona.
L’uomo supplicò allora il re di esaudire un suo ultimo desiderio: essendo uno stimato uomo d’affari nel suo paese, e, come tale, ben conosciuto, faceva spesso degli affari a credito, tramite una semplice stretta di mano. In tal modo aveva accumulato una piccola fortuna, ma, poiché la maggior parte del suo denaro veniva dato in prestito alle persone senza contratti, egli chiese al Re di consentirgli un ultimo viaggio a casa per mettere in ordine i propri affari e dire addio alla sua famiglia. Diversamente, il re non lo stava semplicemente condannando a morte, ma condannava anche i suoi figli a una vita di povertà.
Il re incredulo e perplesso gli chiese di fornirgli delle garanzie sul fatto che sarebbe tornato. L’uomo rispose di avere un buon amico in città che avrebbe preso volentieri il suo posto fino al ritorno. Fu condotto l’amico che accettò prontamente dicendo: “Dopo tutto, a cosa servono gli amici?”
Il re incredulo del fatto che l’amico locale fosse pronto a morire per permettere al suo amico di tornare a casa, in terra nemica, allora decise di mettere alla prova i due e acconsenti alla partenza dell’uomo, per scoprire se sarebbe davvero tornato.
Giunto il giorno dell’esecuzione, tuttavia, l’uomo non aveva fatto ritorno, così il re diede ordine alle sue guardie di portare fuori l’amico e decapitarlo. Quando la lama stava per scendere sulla testa del pover uomo, si fece largo tra la folla l’amico: aveva fatto ritorno, fermamente pronto ad accettare il suo destino!
A questo punto ebbe inizio tra i due amici una insolita ed “accesa” discussione su chi dovesse essere giustiziato, poiché entrambi erano intenzionati a sacrificarsi l’uno per l’altro.
Il re osservò la discussione con grande STUPORE. Non riusciva a credere a quello che vedeva: non avrebbe mai immaginato che esistesse al mondo un’amicizia fraterna così vera e carica di rispetto e reciproca devozione.
Poi si rivolse ai due amici per la pelle, dicendo “Nessuno di voi due verrà ucciso, alla condizione che io diventi vostro amico! Se esiste un’amicizia così sincera e profonda anche io ne voglio fare parte.”

Da questo racconto apprendiamo il significato del verso “Amerai il tuo prossimo come te stesso, io sono l’Eterno” (Vayikrà 19,18). Il profondo messaggio ivi contenuto è che, se un uomo ama il suo prossimo sinceramente e di cuore, Hashem promette di amare entrambi ed essere costantemente loro socio, il terzo amico.
I comandamenti che valgono tra l’uomo e il suo prossimo includono anche Hashèm.

Inoltre il valore numerico di amare – ahava è 13. Quando due si amano a vicenda allora ci sono due ahava ovvero 13+13=26. Sappiamo che il valore numerico del Tetragramma è 26 (yud 10 – hei 5 – vav 6 – hei 5). Quando due si amano sinceramente portano la luce divina nel mondo poiché creano l’energia che corrisponde al Tetragramma il valore 26.
Quando agiamo con amore nei confronti del nostro prossimo, portiamo la Shekhinà (presenza divina) nel mondo.

AKHARE MOT 5770 – IL GIORNO DOPO IL DOMANI!
Quando si raggiunge la cima della montagna è ora di tornare casa!

KEDOSHIM 5769 – MANTENERE L’IDENTITA’ INTERIORE DURANTE MOMENTI STRESSANTI!
La logica del concetto “mechubar lo batil”: se il frutto è attaccato all’albero non si annulla?

KEDOSHIM 5768 – AMA IL TUO PROSSIMO COME TE STESSO!
Quattro spiegazioni su come si può amare il prossimo come sè stesso. Rabbi Akiva e Hilel hazaken affermano che questo precetto rappresenta tutta la Torà.

KEDOSHIM 5765 – RICONOSCERE SEMPRE L’IMPORTANZA DI HASHEM!
Ama il prossimo come te stesso, non attribuire due pesi e due misure, il quinto anno del raccolto.

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Tazria Metzorà ROSH HODESH IYAR 5780: 8 LEZIONI

Questo Shabbàt 25 Aprile 2020, ROSH HODESH 1° del mese di IYAR 5780 leggeremo le Parashot di Tazria e Metzorà

I° Sefer: Lev 12, 1 – 15, 33

II° Sefer: Num 28:9-15

HAFTARÀ  Is. 66

2° Pirke Avot

Tazrìa

Nella Parashà di Tazria continua la discussione sulle leggi relative alla tumà vetaharà, impurità e purezza.
Una donna che ha partorito deve compiere un processo di purificazione, immergendosi nel Mikvè, e portare offerte al Santuario. Tutti i bambini maschi devono essere circoncisi nell’ottavo giorno dalla loro nascita.
Diverse norme relative alla Tzaraat, una piaga di origine sovrannaturale che può colpire abiti, abitazioni e le persone.

Metzorà

Viene descritta la purificazione di una persona affetta da Tzaraat.
Anche una casa può essere colpita dalla “lebbra”, con il manifestarsi di macchie rosse o verdi nelle pareti.
L’impurità può colpire anche le pareti di una casa, gli abiti e infine la persona stessa.
Ci sono diverse forme di impurità, che, si possono contrarre anche attraverso la perdita seminale nell’uomo o mestruali nella donna.
La purificazione richiede l’immersione in un mikvè (bagno rituale).

In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן שלמה ורחל
CONTEGGIO OMER SOTTO

I DANNI DELLA LASHÒN HARÀ – MALDICENZA

Doeg diffamò Davìd e la sua maldicenza provocò la morte di tre persone e di tutti gli abitanti di una città, come apprendiamo da questo racconto:
Doeg, che visse durante il regno di re Shaùl, era un uomo brillante e un grande erudito di Torà. Riuniva in sé le funzioni di capo del tribunale ebraico e di consigliere personale del re Shaùl. Nessuno, però, poteva immaginare il suo carattere malefico, perché lo mascherava mostrando un atteggiamento compassionevole. Sapendo che Davìd era geloso di Shaùl, ed essendo egli stesso invidioso della sua conoscenza della Torà e della sua fama, non perdeva occasione per diffamarlo.
Fuggendo da Shaùl, Davìd passò da Nov, una città di cohanìm. Non aveva provviste e rischiava di morire di fame, così chiese al Sommo Sacerdote Akhimèlekh di dargli del pane. Gli fece credere che il re l’aveva inviato in tutta fretta per una missione molto urgente e che, di conseguenza, non si era munito di provviste. Quando Akhimèlekh gli rispose che l’unico pane disponibile in quella città di cohanìm era il sacro ‘lèkhem hapanìm’, Davìd gli spiegò che gli era permesso mangiarne, perché la fame stava mettendo la sua vita in pericolo.
Il Cohèn Gadòl ebbe fiducia in Davìd e gli diede il lèkhem hapanìm. Poi, consultò gli Urìm e Tummìm (lettere delle tribù sul pettorale del gran sacerdote) per sapere se doveva fornirgli altro aiuto e la risposta fu affermativa: affidò, quindi, a Davìd la spada del gigante Goliàt, che era custodita nel Mishkàn.
Doeg, che studiava la Torà poco lontano, scoprì che Davìd si era recato nella città di Nov. In quel tempo, il re Shaùl si sentiva costantemente minacciato da complotti immaginari, orditi contro di lui da Davìd, e accusava tutti i suoi ministri di parteggiare per lo stesso Davìd. Doeg colse, quindi, l’opportunità di nuocergli. Tornò a corte e, quando il re chiese ai suoi ministri di rivelargli i complotti di Davìd, lo denunciò: «A Nov, ho visto Davìd intrattenersi con il Cohèn Gadòl Akhimèlekh. Questi ha consultato per lui gli Urìm e Tummìm, poi lo ha rifornito di provviste e gli ha consegnato la spada di Goliàt».
Quelle di Doeg erano parole calunniose, che insinuavano un’alleanza tra Davìd e Akhimèlekh per cospirare contro il re. Riferire che il Cohèn Gadòl avesse consultato gli Urìm e Tummìm a favore di Davìd, era un fatto di enorme portata, poiché era vietato interrogarli per motivi di carattere privato. Solo il re in persona o un emissario della comunità poteva accedervi. Shaùl giunse alla conclusione – Doeg lo sapeva bene – che Davìd si fosse proclamato re davanti al popolo.
Shaùl convocò Akhimèlek e tutti i cohanìm della città di Nov, e accusò Akhimèlekh dicendo: «Perché hai aiutato Davìd, dandogli del pane e una spada? Evidentemente, lo riconosci come re; diversamente, perché avresti interrogato per lui gli Urìm e Tummìm? Tu cospiri con lui per togliermi il trono!».
Akhimèlekh si stupì per queste accuse e gli rispose con sincerità: “È la prima volta che mi rivolgo agli Urìm e Tummìm per Davìd. Ho pensato che, essendo il tuo devoto genero e l’emissario della comunità, egli meritasse che consultassi per lui gli Urìm e Tummìm! Khas veshalòm – Dio non voglia che io mi sia ribellato al re! Non capisco a cosa ti riferisci!».
Ma Shaùl rimase inflessibile. «Per aver attentato al mio trono, tu, Akhimèlekh, dovrai pagare con la vita» decretò, «tu e tutta la casa di tuo padre!». Poi ordinò ai suoi generali Avner e Amasà di passare a fil di spada tutti i cohanìm di Nov, per avere tradito il re cospirando con Davìd, crimine punito con la morte.

I due generali si rifiutarono di colpire i cohanìm, sapendo che, secondo la legge della Torà, occorre disobbedire anche al re se questi chiede di compiere un’azione che porti a trasgredire la Torà. L’uccisione dei cohanìm era, senza dubbio, un peccato perché il verdetto di Shaùl si basava sulla diffamazione, senza avere provveduto a un’inchiesta obiettiva.
Shaùl, allora, si voltò verso Doeg e gli disse: «Tu affermi che i cohanìm sono passibili di morte. È dovere del testimone partecipare all’esecuzione dell’accusato!».
Doeg acconsentì e uccise con le proprie mani ottantacinque cohanìm della città di Nov. Uomini, donne e bambini furono passati a fil di spada, mostrando a tutti quale fosse il destino riservato a coloro che sostenevano Davìd.
In Cielo, fu proclamato contro Doeg: «Rashà! Come osi parlare della Mia Torà, se essa non è nel tuo cuore? Cosa insegnerai ai tuoi allievi quando arriverai alle parashòt che trattano degli omicidi, dei bugiardi e dei racconta favole?».
La lashòn harà di Doeg ebbe come conseguenza la morte di tutti coloro che vi presero parte: Shaùl, che l’accettò, venne ucciso definitivamente dai filistei. Anche il generale Avner fu ucciso, poiché aveva assistito alla condanna a morte dei cohanìm senza protestare (secondo una diversa opinione della Ghemarà, egli protestò ma invano, e fu ucciso a causa di un altro peccato). La vita di Dòeg fu recisa dal Cielo prima che egli giungesse ai trentacinque anni di età, in base al principio secondo il quale “gli uomini sanguinari e ingannevoli non giungeranno alla metà dei loro giorni” (considerando che la piena misura dei giorni dell’uomo sia di settant’anni. Ne deriva che gli assassini e i bugiardi non vivono oltre i trentacinque anni, ossia circa la metà di una vita).
Mentre Doeg stava insegnando ai suoi allievi, Hashèm inviò tre angeli della Vendetta.
Il primo lo privò della memoria. Doeg disse ai suoi studenti che un certo oggetto era tahòr-puro, poi invertì le parole e lo dichiarò tamé-impuro. La confusione dei suoi giudizi aumentò e gli venne chiesto di lasciare il bet hamidràsh, ma egli rifiutò. I suoi allievi dovettero legarlo mani e piedi con delle corde, e portarlo fuori con la forza.
Il secondo angelo bruciò con il fuoco l’anima di Doeg, condannandola alla morte eterna. Doeg fa parte di coloro che non avranno parte nel Mondo a Venire.
Il terzo angelo disperse le ceneri delle sue spoglie mortali nelle sinagoghe e nei luoghi di studio, mettendole sotto i piedi dei studiosi di Torà.
Grazie alle sua straordinarie capacità, Doeg avrebbe potuto aspirare alla grandezza, ma la sua abitudine alla lashòn harà gli fece perdere la vita in questo mondo e nel mondo a venire.

Tratto dal Midràsh Racconta Vayikrà edizioni MAMASH

TAZRIA 5771 – VALORE E DIFETTO DELL’AMBIZIONE
Qual è il giusto equilibrio di questa caratteristica umana che talvolta provoca gravi danni?

METZORA 5771 – IL CONTRASTO CHE ANNULLA LA RECESSIONE
Da un’apparente contraddizione del Maimonide possiamo trarre un insegnamento per affrontare la “carestia” del giorno d’oggi!

TAZRIA 5770 – QUANDO L’UOMO DIVENTA D-O!
Il significato profondo dell’impurità, del ciclo mestruale e del parto. Qual è il valore della donna?

TAZRIA/METZORA 5769 – PERCHE’ ALCUNI GENITORI NON RIESCONO A EDUCARE I PROPRI FIGLI?
L’educazione ebraica: come comunicare con positività con i propri figli, i propri alunni, in famiglia, al lavoro.

TAZRIA 5768 – MALDICENZA: TRASFORMAZIONE IN MALE!
Perché la maldicenza è così negativa?

TAZRIA/METZORA 5766 – QUANDO UN UOMO È KASHER?
Dalla milà, alla punizione per la lebbra. Diversi aspetti che ci mostrano le condizioni di purezza per l’uomo.

TAZRIA 5765 – TAZRIA: RINASCERE DOPO IL PECCATO
Perché la maldicenza è una colpa così grave da essere severamente punita?

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SHEMINI 5780 : 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 18 Aprile 2020, 24 del mese di Nissan 5780 leggeremo la Parashà di

Sheminì Lev 9,1-11,47

HAFTARÀ
II Sam. 6

Si annuncia Rosh Chodesh

In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן שלמה ורחל

L’ALTRO LATO DEL SIDDUR
Il famoso cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, a 91 anni, partecipò a un Congresso di rabbini europei. Ringraziandoli per il premio conferitogli raccontò un episodio accadutogli a Mauthausen, poco dopo la liberazione del campo. Rabbi Eliezer Silver, un eminente rabbino del Nord America, era giunto a portare aiuto e conforto ai sopravvissuti. Dopo la visita al campo Rabbi Silver invitò i sopravvissuti a partecipare a un servizio religioso. Wiesenthal rifiutò di andare, spiegando che durante la prigionia un ebreo religioso, mettendo a repentaglio la propria vita, era riuscito a far entrare un Siddur nel campo di concentramento. Wiesenthal dapprima aveva ammirato il suo coraggio, ma era rimasto inorridito quando aveva scoperto che costui “noleggiava” il Siddur in cambio di cibo. Molti ebrei avevano rinunciato al loro ultimo pezzo di pane pur di avere tra le mani quel libro per un paio di minuti. «Se questo è il comportamento di un ebreo religioso, non voglio aver nulla a che fare con un libro di preghiere!», concluse Wiesenthal. Rabbi Silver gli toccò dolcemente la spalla e disse: «Uomo sciocco! Perché guardi l’ebreo che ha usato il suo Siddur per togliere cibo dalle bocche degli affamati, e non pensi ai molti che hanno dato il loro ultimo pezzo di pane per usare un Siddur? Questa è la fede. Questo è il vero potere del Siddur!». Wiesenthal abbracciò Rabbi Silver e da quel giorno partecipò al Servizio.
Anche questo periodo di quarantena può essere visto o come un nemico che ci ha tolto la libertà di muoverci, oppure come un mezzo per farci ritrovare noi stessi, il nostro equilibrio interiore e la nostra armonia famigliare e insegnarci il valore di tutto quello che abbiamo e che davamo per scontato…
Anche il peggio può essere un grande dono:
È SOLO UN QUESTIONE DI PROSPETTIVA!

SINTESI PARASHÀ

Questa riflessione possiamo trovarla nella parashà di questa settimana all’ottavo (Sheminì) giorno di iniziazione di Aharon e dei suoi figli viene inaugurato il Mishkàn, il santo Tabernacolo dove risiederà la presenza divina.
In un momento così importante, nel quale spirito e materia si uniscono, vorremmo fare una digressione al momento in cui Hashèm chiede ordinò a Moshe è di costruire il Tabernacolo, richiesta che avviene in Shemot 25, 8:

“E mi faranno un santuario e Io risiederò in mezzo a loro”

L’espressione ebraica “in mezzo a loro”, betokhàm, ha un doppio livello di lettura, infatti può essere interpretata anche come “DENTRO di loro”.
Da qui la tradizione evince la presenza di due santuari, uno materiale (esteriore) che l’essere umano è tenuto a erigere attraverso le opere delle proprie mani, poi vi è anche un santuario interiore, lo spazio sacro costruito attraverso la preghiera e lo studio della Torà.

Non è certo un caso che i mistici danno alle lettere ebraiche l’appellativo di avanim – pietre. Il tempio di Gerusalemme era fatto con l’opera delle mani dell’uomo ed era in pietra, allo stesso modo attraverso le parole della Torà, anch’esse fatte di “pietre incise su pergamena”, possiamo costruire un santuario interiore dove la presenza divina può dimorare.
L’anima ebraica è intimamente legata alle lettere della Torà e da queste può essere consacrata e risvegliata, questo è il profondo motivo per cui il Mishkàn viene inaugurato l’ottavo giorno (sheminì).

In ebraico la parola shemone – otto, ha le stesse lettere di shemen – olio, il sacro unguento con cui si ungevano i cohanìm e gli arredi del tabernacolo per consacrarli ad Hashèm, ma shemone possiede anche le stesse lettere di neshemà – anima. Inoltre, sempre le stesse lettere formano il nome ebraico di uno dei figli di Yossèf, Menashè, il cui significato è “dimenticare” le afflizioni che l’esilio portò a Yossèf.

Il Santuario interiore viene consacrato nel momento in cui poniamo le lettere che compongono la Torà “come sigilli sulla nostra mano e come frontali ai nostri occhi”, in quell’esatto momento la forza spirituale delle lettere ebraiche “unge” e consacra la nostra anima, le nostre afflizioni dovute all’esilio vengono così “dimenticate”, il nostro corpo materiale viene illuminato e permeato dallo spirito che rinnova ogni giorno, attraverso la preghiera, la sua unione con il creatore.

LUTTO o GIOIA?
Il primo giorno di Nissàn fu per Aharon un giorno di grande gioia, ma anche di grande tristezza. Gioia per l’inaugurazione del Mishkàn, tristezza perché quel giorno hanno perso la vita due dei suoi quattro figli.
Nel corso dei secoli, i nostri maestri hanno cercato una spiegazione per la morte di Nadav e Avihu. Secondo alcuni, entrambi i giovani sono morti per essersi avvicinati ubriachi all’altare. Per altri sono stati puniti per non aver purificato le mani e i piedi prima di compiere il servizio divino. Un’altra opinione sostiene, invece, che si trattò del castigo per aver voluto introdurre una nuova norma, mettendo così in discussione l’autorità di Moshè e Aharòn.
Al di là dei motivo della loro morte, tramandando questo episodio la Torà ci trasmette un profondo insegnamento. I figli di Aharòn andarono a offrire un fuoco “estraneo” che nessuno aveva loro ordinato. Il fine che essi perseguivano – avvicinarsi a Dio – era legittimo, ma il mezzo attraverso il quale agirono non lo fu. Essi tentarono di avvicinarsi più di quanto era stato loro ordinato e lo zelo eccessivo, costò loro la vita.
Attualmente nel mondo, ci sono persone sinceramente convinte di avvicinarsi a Dio, di cercare la propria strada, assumono atteggiamenti portati all’estremo. Oggigiorno basta aprire un giornale per rendersi conto del proliferare del fanatismo e delle sue disastrose conseguenze: si arriva a uccidere in nome di Dio. La Parashà di Sheminì ci insegna che il fanatismo è un atteggiamento sbagliato.
Dobbiamo cercare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le nostre forze; ma questa ricerca deve essere serena ed equilibrata, e soprattutto deve permetterci di sviluppare le nostre risorse migliori, in armonia con tutto ciò che ci circonda.
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SHEMINI

PUNIZIONE PARI ALLA COLPA!

Perché Iyov-Giobbe viene punito così fortemente?

SHEMINI 5768 – PUNIZIONE PARI ALLA COLPA!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:
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Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

SHEMINI 5772 : 5 LEZIONI


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La macellazione degli animali è da sempre un argomento di grande attualità che spesso ritorna. Si è parlato di metodologie crudeli in Italia per macellare gli animali.
Di recente nel Belgio hanno vietato la macellazione della carne e polli mettendo in crisi le comunità ebraiche europee, che compravano principalmente dal Belgio.
Alcuni anni fa, ad esempio, un gruppo di animalisti di Torino hanno protestato contro la macellazione kashèr degli animali da loro considerata una pratica crudele. Gruppi, partiti politici o singoli che prendono di mira la macellazione degli animali, e spesso proprio la pratica halakhica della sekhità, è un fenomeno purtroppo frequente.
Tuttavia, la shekhità, contrariamente a quanti molti pensano, è il modo migliore per non far soffrire l’animale. Per rendere la carne kashèr, la shekhità prevede un taglio alla gola che provoca un improvviso calo di liquidi circolanti, nel sistema venoso e arterioso, con conseguente crollo della pressione e del funzionamento del sistema cerebrale che determina una mancata percezione del dolore da parte dell’animale che così non produce adrenalina.
(continua sotto)
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

SHEMINI
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QUANDO LO STUDIO DELLA TORÀ

È SOLO A METÀ DEL GUADO!

“Ci sono solo due cose che sono infinite: l’universo e la stupidità umana” – Albert Einstein.

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PRIMO DIETOLOGO AL MONDO: LA TORÀ
La Torà di Hashèm è perfetta e ristora l’anima…
(Tehillìm 19,8)
NON FARE DIVENTARE LE MEDICINE LA TUA ALIMENTAZIONE. BENSÌ FAI DIVENTARE LA TUA ALIMENTAZIONE LE TUE MEDICINE…
Rabbi Moshè ben Maimonide.
L’alimentazione kashèr è un pilastro dell’ebraismo, perché condiziona la sanità del: nostro corpo, nostro carattere, la nostra anima e la nostra esistenza.
Un famoso detto afferma: “Noi siamo ciò che mangiamo”.
Nella parashà di questa settimana di SHEMINÌ troviamo le regole alimentari e questo è il momento di riflettere come possiamo migliorare la nostra alimentazione, per la nostra salute e anima.
La macellazione degli animali è da sempre un argomento di grande attualità che spesso ritorna. Si è parlato di metodologie crudeli in Italia per macellare gli animali.
Di recente nel Belgio hanno vietato la macellazione della carne e polli mettendo in crisi le comunità ebraiche europee, che compravano principalmente dal Belgio.
Alcuni anni fa, ad esempio, un gruppo di animalisti di Torino hanno protestato contro la macellazione kashèr degli animali da loro considerata una pratica crudele. Gruppi, partiti politici o singoli che prendono di mira la macellazione degli animali, e spesso proprio la pratica halakhica della sekhità, è un fenomeno purtroppo frequente.
Tuttavia, la shekhità, contrariamente a quanti molti pensano, è il modo migliore per non far soffrire l’animale. Per rendere la carne kashèr, la shekhità prevede un taglio alla gola che provoca un improvviso calo di liquidi circolanti, nel sistema venoso e arterioso, con conseguente crollo della pressione e del funzionamento del sistema cerebrale che determina una mancata percezione del dolore da parte dell’animale che così non produce adrenalina.
Quindi la carne kashèr risulta più buona, sana e rispettosa dell’animale rispetto ai metodi moderni considerati da molti più “politically correct”: come l’uso di un proiettile sparato nel cervello; o l’elettroshock, prima della macellazione. Metodi che invece fanno soffrire l’animale molto più a lungo e rendono la carne non kashèr e più cattiva poiché “inquinata” dall’adrenalina.
La Torà e le tradizioni ebraiche millenarie, da esse derivate, superano il tempo e le “mode”. Hashèm, nella sua infinita saggezza, ci chiede di rispettare la mitzvà della kasherùt , non solo per il bene della nostra salute, ma citando Re Davide, anche per “ristorare le nostre anime”.
Va sempre più di moda la ricerca della qualità del cibo e di conseguenza il cibo kashèr viene più acquistato. Tutta la procedura prevista dalla Torà è sinonimo di qualità, in particolare per la carne: prima di macellare un animale bisogna accertarsi che sia sano e non abbia subito interventi. Un animale malato, anche se sgozzato secondo la legge ebraica, comunque non è kashèr. Gli americani, anche i non ebrei, comprano sempre di più i prodotti alimentari con il marchio “kashèr”, spinti da motivazioni legate alla salute e dalla convinzione che carni e pollami – preparati secondo le strette regole della dieta alimentare ebraica – siano una scelta più sicura per difendersi dalla contaminazione batterica.
Manes Wiezel, il fondatore della City Glatt Inc. di Los Angeles, noto distributore di carni “glatt kashèr”, ha infatti riscontrato un costante e significante aumento delle vendite attribuibile alla domanda extra di compratori che non sono motivati dalla religione, ma da questioni di salute e di sicurezza del cibo.
La parashà di questa settimana elenca le specie di cibi che gli ebrei possono o meno mangiare. Tale argomento rientra nelle leggi riguardanti la kasherùt.
Nel corso degli anni molte interpretazioni di carattere razionale sono state attribuite alle norme sulla kasherùt. Alcuni hanno asserito che esse erano solo una temporanea misura igienica. Ad esempio il maiale sarebbe stato proibito affinché gli ebrei non fossero colpiti da malattie come la trichinosi; mentre le regole sulla salatura della carne sono state intese come un modo di preservarla , prima dell’invenzione della refrigerazione. Pertanto, essi sostengono, che le norme sulla kasherùt non sarebbero più applicabili al giorno d’oggi, essendo tutto più igienico.
Tuttavia questo approccio è errato. Mentre è certamente vero che la Torà si preoccupa della salute e della pulizia delle persone, questa non è la spiegazione razionale delle leggi sulla kasherùt. La Torà infatti si preoccupa anche del nostro benessere fisico e spirituale e della nostra purità interiore. Di conseguenza, quando la Torà ci vieta determinati cibi, ha come scopo quello di provvede al nostro equilibrio tra anima e corpo e alla “pulizia spirituale”. Cibi che sono intrinsecamente sporchi e disgustosi, come la carne di animali morti di malattia, o quelli prodotti dagli insetti e l’antigienico maiale, non sono kashèr, e coloro che li mangiano hanno poco riguardo della propria anima, oltre che del proprio fisico.
Allo stesso modo, cibi di animali dalla natura cruenta, come uccelli rapaci e bestie selvagge, sono proibiti, mentre prodotti di animali domestici, come il pollo e la mucca, sono permessi. Siccome “NOI SIAMO CIÒ CHE MANGIAMO” , di conseguenza sarà importante basare la nostra alimentazione sugli animali “pacifici” che, non a caso, sono quelli permessi.
Le norme sulla kasherùt hanno delle fondamenta spirituali, in aggiunta a quelle legate alla salute, esse non sono limitate a una specifica era, ma sono “senza tempo”. Per questo motivo dobbiamo prestare molta attenzione al cibo che ingeriamo ed essere sicuri che gli ingredienti dei prodotti che acquistiamo non contengano elementi non kashèr. Dobbiamo accertarci che la carne che compriamo sia stata preparata sotto la supervisione di una riconosciuta autorità rabbinica e non dobbiamo prendere nulla per scontato basandoci solo sul nostro giudizio.
Un grande maestro si trovava un giorno in una terra lontana dove nessuno lo conosceva. Un semplice ebreo vedendo il rabbino dall’aspetto distinto pensò che egli potesse essere uno shokhèt e gli chiese di macellare per lui un pollo. Questi declinò poiché non era uno shokhèt. “Mi presteresti 1.000 dollari?” chiese il rabbino all’ebreo. “Non ti conosco, non sono sicuro che me li restituirai” fu la risposta. “Dal momento che non mi conosci, come potevi fidarti di me per macellare il pollo secondo la halakhà?” gli chiese il rabbino. E concluse:
I SOLDI NON SONO PIÙ IMPORTANTI DELLA SANITÀ DEL CORPO!!!

SHEMINI 5771 – QUANDO LO STUDIO DELLA TORÀ È SOLO A METÀ DEL GUADO!
“Ci sono solo due cose che sono infinite: l’universo e la stupidità umana” – Albert Einstein.

SHEMINI 5770 – LIBERO ARBITRIO O TELECOMANDATI?
Da una semplice regola di impurità dei liquidi che vengono in contatto impariamo un incredibile insegnamento del rapporto con Hashem.

SHEMINI 5768 – PUNIZIONE PARI ALLA COLPA!
Perché Iyov-Giobbe viene punito così fortemente?

SHEMINI 5765 – L’OTTAVO GIORNO E L’ERA MESSIANICA.
La prospettiva messianica del legame tra l’ottavo giorno, dopo l’edificazione del Santuario, e gli attributi di kasherut degli animali.

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PESSAKH 5780: 18 LEZIONI

PESSAKH: Festival della libertà!

dal 8 Aprile (vigilia) al 16 Aprile 2020.

15 Nissàn 5780   9 Aprile 2020 Pésach – 1° giorno
Nel Musàf: “Morìd hattàl”

PARASHÀ
1° Sefer Es. 12,21-51
2° Sefer Num. 28,16-25

HAFTARÀ
Italiani: 5, 2-6, 1. 27
Sefarditi: Giosuè 5, 2-6, 1
Ashkenaziti: Giosuè 3, 5-7; 5, 2-6, 1. 27

La festività di Pèssakh ha tre diversi nomi che ne indicano il significato profondo. Nella Torà Scritta, essenzialmente nel Pentateuco, essa viene designata con l’espressione “Festa delle Azzime – Khag Hamatzòt”; nelle preghiere, invece, si chiama “Tempo della Nostra Libertà – Zman Kherutenu”, mentre nel linguaggio dei nostri saggi e in quello ormai diventato comune viene chiamata semplicemente Festa di Pèssakh, che tradotto significa anche saltare, passaggio.
Apparentemente si tratterebbe soltanto di sinonimi, ma la chassidùt spiega che in realtà le tre terminologie indicano le diverse fasi che i figli di Israèl attraversarono a partire dall’uscita dall’Egitto fino al dono della Torà.

I discendenti di Ya’akòv formavano già un popolo mentre si trovavano in Egitto, come ci insegna la Torà stessa (Devarìm 26, 5): un popolo grande, potente e numeroso. Ma fu solo dopo la liberazione da questa lunga schiavitù che iniziarono a rappresentare una realtà completamente diversa, ossia un popolo strettamente legato alla Torà, la cui essenza era la Torà stessa.
Tale legame era in realtà lo scopo della liberazione dalla schiavitù, come è scritto, quando Moshè farà uscire il popolo dall’Egitto, “servirete il Signore su questo monte” (Shemòt 3, 12). Grazie a questo il popolo ebraico si elevò notevolmente, cambiando al punto di non avere più nulla in comune con quello che era in passato.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat hagadòl Shalom
Rav Shlomo Bekhor

Ogni festa ha le sue regole e caratteristiche.
Cio che rende Pesakh molto particolare è che non si può arrivare al seder senza essersi preparato. Se Shavuot non ci siamo preparati non è la fine del mondo. Così anche per Rosh Hashanà, Kippur, Sukkòt.
Infatti Pesach vuole anche dire PE SACH – la BOCCA che PARLA…
Per poter raccontare i grandi miracoli che Dio ci ha fatto quando siamo usciti dall’Egitto dobbiamo prepararci MOLTISSIMO e avere il serbatoio pieno con tante spiegazioni e commenti. Qui sotto trovi il link di ben 23 lezioni online per poter arrivare con un “pieno” che ci potrà permettere di fare molta strada a Pesach.
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Una volta si usava finire tutta la birra, il wisky e la pasta che si aveva in casa prima di Pessach.
Visto che oggi tutti abbiamo delle riserve in giro dobbiamo venderle a un non ebreo per poterle utilizzare dopo Pessach.
Per vendere il tuo Khametz pui accedere a questa pagina che ti ho creato, compilare il form e inviarlo entro Venerdì mattina alle 9.00 del 19 APRILE 2019.
Con questa delega io ricevo un mandato a vendere il tuo chametz per te Bezrat Hashem.
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it sulla festa di Pessach.
Pessach Kasher Vessameakh
Rav Shlomo BekhorPS
prima di Pessakh è usanza dare un contributo per comprare le Mazot hai bisognosi che si chiama Kimkha Depiskha.
sul seguente link troverai una finestra a destra per donare tramite paypal o CC e fare questa importante mizvà e dare un contributo alla diffusione della Torà in italiano.
https://www.paypal.me/ShlomoBekhor​

Chi volesse mandare un bonifico può mandare a:
intestazione: Mamash
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Virtual Yeshiva
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Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
PESAKH
nuova lezione sulla hagadà di questa sera:
Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:

http://www.virtualyeshiva.it/2011/04/12/pessakh-5771-matza-spezzata-popolo-diviso/

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

http://www.virtualyeshiva.it/files/11_04_12_pessakh5771low_afikoman_una_nazione_rebbe.mp3

per vedere il video della lezione direttamente, cliccare qui:
https://vimeo.com/22444383
MATZÀ SPEZZATA, POPOLO DIVISO?

Il segreto dell’Afikoman!
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Per ascoltare altre 17 lezioni su PESSAKH cliccare al seguente link:

PESAKH

Salta dentro!
Un funambolo che si prepara a salire sulla fune vuole prima scaldare la folla: “Chi pensa che ce la farò?”
Tutti cominciano ad incitarlo e lo sostengono mentre cammina lungo la fune. “Ora chi pensa che possa farlo all’indietro?”
La folla continua ad acclamarlo ed egli cammina all’indietro, poi bendato, e, quando molti lo incitano, corre sul monociclo.
Infine chiede al pubblico: “Chi pensa che possa stare sulla fune spingendo una carriola?”
Un ragazzo grida: “Ti sostengo al 100%!” e il funambolo gli risponde: “Se credi che io possa farcela, cosa ne diresti di entrare tu nella carriola mentre lo faccio?”
“Oh bene, ehm.. forse non ne sono così sicuro…”, risponde il ragazzo.
Come spiega la Torà, riguardo ai Dieci Comandamenti che sono stati scolpiti sulla pietra, la parola “kharut” in Ebraico, che significa scolpito, è composta dalle stesse lettere di “kherut” che vuol dire libertà. La vera libertà si ottiene attraverso il rispetto di un potere più alto, rimovendo dall’equazione il nostro proprio ego e l’importanza di sé. Attraverso la tradizione noi siamo immuni dai fluttuanti venti di cambiamento. È importante non rimanere uno spettatore in questo processo, anche noi dobbiamo “saltare nella carriola”.
L’Haggadà, la storia della nascita di Israèl e dell’indipendenza del popolo che leggiamo la sera del Seder, parla dei Quattro figli, uno saggio, uno malvagio, uno semplice e uno incapace di fare domande. Il figlio malvagio chiede a suo padre “che cosa significa per TE tutto questo rituale?”, escludendo se stesso dal nucleo familiare. Noi dobbiamo fare attenzione a non cadere nella stessa trappola. È certamente lecito chiedere, ma dobbiamo assicurarci di farlo in modo da includere noi stessi: “cosa significa per NOI”.
Salta nella carriola!
Il quinto figlio
L’ Haggadà menziona quattro figli alla tavola del Seder. Nella nostra generazione, però, troviamo un quinto figlio, quello che, ahimè, il Seder non lo fa nemmeno, non presenzia nemmeno fisicamente a tavola.
È a questo figlio (nostro o di qualcun altro, poiché siamo tutti responsabili l’uno per l’altro) che dobbiamo rivolgerci, in qualunque modo possibile, per incoraggiarlo, anche stando alle sue condizioni se necessario, ad “abbracciare” ancora le tradizioni e le pratiche familiari.
Il prossimo anno a Gerusalemme!

In passato il refusnik sovietico Natan Sharansky gridò, come è noto, in un tribunale Sovietico, “al popolo ebraico io dico… Il prossimo anno a Gerusalemme!” Questo è stato il grido di chiamata a raccolta attraverso le generazioni. Noi finiamo il Seder con quest’affermazione. Non significa che vogliamo dover aspettare fino al prossimo anno per essere a Gerusalemme! Invece, saremo lì prima di allora e quindi, a maggior ragione,ci troveremo già lì il Prossimo Anno!

BESHALLAKH 5771 – LE DUE FACCE DELLA TUA SPOSA!
Il matrimonio secondo la Torà.
Il significato e il valore del matrimonio: come apprezzare il proprio/la propria coniuge.
Vengono esplorate le parti esteriori ed interiori di una persona, analizzando qual è la più importante, insegnandoci a rivelare il potenziale nascosto, come fece Yossèf!

EMOR 5771 – 3 MATRIMONI: PECORA, TORO E GEMELLI
Il segreto di come creare la pace tra le varie culture.

VAERA – PESSAKH 5771 – LA FRECCIA DI DIO
Fin dall’uscita dell’Egitto l’energia delle futura redenzione è già stata emanata in potenziale. Bisogna solo concretizzarla! Il quinto livello di salvezza espresso da D-o al popolo ebraico, legato alla redenzione finale, non ancora completato, ma del quale ci viene dato il potenziale.

PESSAKH 5771 – MATZÀ SPEZZATA, POPOLO DIVISO?
Il segreto dell’Hafikoman!

BO – PESSAKH 5771 – FEDE EBRAICA: LIBERTÀ O RESTRIZIONE?
Che cosa vuol dire essere liberi? Qual è la differenza tra חופש e חירות?
Uno strano paragone tra Pèsakh e Shabbat, fatto dal Maimonide, ci rivela il vero significato della libertà, in base all’approfondimento di Pèsakh 5640 del Rebbe di Lubavitch. Il parallelismo tra Shabbat e Pèsach descritto dal Maimonide: come Shabbat non ha solo aspetti passivi, ma presenta anche aspetti attivi, così Pesakh non significa solo non essere schiavi, bensì ha una sua entità.

BO – PESSAKH 5770 – DUE TIPI DI DOMANDE!
Perché l’ebraismo promuove il DOMANDARE? Il significato profondo del verso “quando tuo figlio ti chiederà: che cosa è questo?”. La Torà non ci da solo una risposta, ma ci spiega come mai il figlio chiede e come evitare che si allontani dal padre.

PESSAKH 5770 – ARROSTO O BOLLITO?
Perché l’uomo non è mai soddisfatto?

BO 5769 – TEFILLIN: SEGNO D’IDENTITA’
La Torà dice: “Sarà un segno sulla tua mano e un ricordo sulla tua testa!” Intelletto e saggezza senza sentimento sono inutili! Quando studiamo la Torà e mettiamo i tefillin in noi avviene una trasformazione, il nostro pensiero si unisce ad Hashem, ma dobbiamo sempre ricordarci del cuore e riflettere su quanto stiamo facendo e quanto ha fatto D-o per il popolo ebraico

BO 5768 – LA TORA DOVEVA COMINCIARE DALLA PRIMA MITZVA: SANTIFICARE LA LUNA NUOVA.
Trasformare il mondo tramite la Torà! La santificazione della luna e il perché due fratelli possono testimoniare la prima luna. Solo con la Torà si può trasformare il mondo e portare innovazione. Il ciclo mensile si chiama kodesh che ha le stesse lettere in ebraico di khadash-nuovo e khidush-innovazione.

PESSAKH 5767 – CHE COSA SI FESTEGGIA NEL SEDER DI PESSAKH?
Una breve lezione relativa al significato del Seder di Pessakh.

BO 5766 – LE ULTIME TRE PIAGHE: UN COLPO NEL BUIO!
Le mitzvot che vennero prima del Matan Torà! Nelle ultime tre piaghe il colpo all’Egitto è forte e definitivo, avvenendo nel buio. La prima mitzvà della Torà di santificare la nuova luna: l’importanza per un ebreo della dimensione temporale. La piaga del buio: il prestito delle ricchezze degli egiziani. La mitzvà del riscatto del primogenito, il suo significato e la sua importanza. I teflilin, testimonianza dell’essere ebrei.

VAERA 5766 – IL SIGNIFICATO DELLE DIECI PIAGHE
Il significato profondo del bastone trasformato in serpente. Il colpo iniziale all’ego del faraone per avviare il processo di annullamento della sua opposizione alla santità. L’importanza delle dieci piaghe e i tre messaggi per gli egiziani.

PESSAKH 5766 – IL PERIODO DELLA LIBERTÀ
Diversi approfondimenti sul significato della festa di Pessakh!

La Kasherut di Pesach (prima parte)
La Kasherut di pesach è una delle parti più complicate delle regole sulla kasherut.

HALAKHOT DI PESSAKH
Vengono analizzate alcune halakhot di Pessakh.

HALAKHOT DI PESSAKH – LE QUINDICI AZIONI DEL SEDER DI PESSAKH
Le regole del seder di Pessakh.

Pubblicato in Festività, Pessakh | 1 commento

TZAV haGadol 5780: 1 LEZIONE VECCHIA + 1 NUOVA

Questo SHABBAT haGadol 4 Aprile 2020; 10 Nissan 5780 leggeremo la Parashà di TZAV Levitico 6: 1 – 8: 36;

HAFTARÀ Malachia 3: 4-23; 3: 23

Hashem indica a Moshè di comandare ad Aaron e a suo figlio quanto attiene ai doveri e ai diritti dei Kohanim che offrono i korbanot nel Santuario.

Il fuoco sull’altare deve essere tenuto acceso in ogni momento.

TRASFORMARE QUARANTENA IN LUCE!
MAMASH edizioni ebraiche ha il piacere di offrire, durante questo periodo, un midràsh relativo alla parashà della settimana estratto dal libro “Il Midràsh Racconta”.
Come insegnano i saggi della Torà è bene trasformare ogni occasione, anche quella più negativa, in qualcosa di buono. Tutti noi ci troviamo in un momento sicuramente difficile in questa “segregazione forzata”. Tuttavia perché non sfruttare al meglio il maggior tempo che abbiamo a disposizione?
Pertanto, ho deciso di pubblicare i Midrashìm di ogni settimana, iniziando da Tzav, anche per venire incontro alle esigenze di tutti coloro che vorrebbero approfittare di questa situazione per approfondire gli studi sulla Torà.

Una parte del Midràsh si può trovare qui sotto, tra l’altro molto attuale al nostro periodo e il resto al seguente link dove è possibile scaricare tutti i Midrashìm della parashà di Tzav in formato PDF.

www.virtualyeshiva.it/files/midrash_tzav.pdf


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Pubblicato in Purim, Tzav | Lascia un commento

Shabbàth VAYIKRÀ 5780: 8 LEZIONI

Questo Shabbàt 28 Marzo 2020, 3 del mese di Nissan 5780 leggeremo la Parashà di Vayikrà Vayikrà

Lev 1-5, 26

Si leggerà l’HAFTARÀ:

Isaia 43, 21-44, 23

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

SACRIFICIO CON AUTOSTIMA

Andare Oltre Il SÉ

Un uomo d’affari di grande successo incontra il suo nuovo genero. “Amo mia figlia e ora ti do il benvenuto in famiglia”, disse l’uomo. “Per mostrarti quanto ci prendiamo cura di te, ti faccio socio con il 50%, della mia attività. Tutto ciò che devi fare è andare in fabbrica ogni giorno e controllare l’attività”.
Il genero lo interruppe dicendo: “Ma io odio le fabbriche, non sopporto il rumore”.
“Capisco!”, rispose il suocero. “Bene, allora lavorerai in ufficio e ne diventerai il responsabile.”
“Odio i lavori d’ufficio”, disse il genero. “Non posso sopportare di rimanere bloccato dietro una scrivania tutto il giorno”.
“Aspetta un minuto”, disse il suocero. “Ti ho appena fatto diventare comproprietario di un’attività per farti fare tanti soldi, ma tu cosa mi rispondi… che non ti piacciono le fabbriche e non vuoi lavorare in un ufficio. Che cosa dovrei fare di te?”.
“Facile”, disse il giovane, “dammi direttamente i soldi…”.
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Da Parte Di Te
La porzione della Torà di questa settimana, Vayikrà, regola le leggi dei sacrifici che costituivano una parte essenziale del servizio nel Tabernacolo e successivamente nel Tempio Santo di Gerusalemme. Sono passati quasi 2000 anni da quando il Tempio fu distrutto e i sacrifici animali terminarono, tuttavia il loro messaggio rimane senza tempo e pertinente, anche oggi.
E come spesso accade nello studio biblico, un apparente difetto grammaticale nasconde dimensioni psicologiche ed esistenziali inaspettate e stupefacenti.
“Parla ai figli d’Israele (Dio dice a Mosè all’inizio di Vayikrà) e dì loro: Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio; da una mucca, da un toro, e dalle pecore offrirai la tua offerta” (Vayikrà 1, 2).
La costruzione della frase sembra scorretta. Nella Torà avrebbe dovuto scrivere: “Un uomo tra voi che porterà un sacrificio a Dio”. Non: “Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio”!!!
Il rabbino Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), il primo Rebbe di Chabad e uno dei grandi giganti del Talmud e della Khassidùt e mistica ebraica, offrì la seguente toccante interpretazione: la Torà sta tentando di insegnarci, attraverso questa frase grammaticalmente “imperfetta”, che il sacrificio più importante che Dio ama non è quello che viene dagli animali o le offerte farinacee; ma piuttosto quello derivante dalla persona stessa: SACRIFICHERÀ TRA DI VOI. La volontà divina ci chiede principalmente di offrire qualcosa di PERSONALMENTE NOSTRO.
Il versetto, quindi, deve essere inteso in questo modo: “Un uomo che si sacrifica”, quando un individuo desidera di fare un sacrificio e avvicinarsi al Creatore, continua il verso, “in mezzo a te, un sacrificio a Dio”, lui o lei deve ricordare che il sacrificio primario deve essere portato da LUI STESSO: offrire un pezzo del proprio cuore e dell’anima ad Hashèm.

Un’Arte Dimenticata
Il sacrificio, inteso come il coraggio di abbandonare qualcosa di veramente prezioso per un ideale o una persona al di fuori di se stessi, è diventato, soprattutto ai nostri giorni, veramente inconcepibile. Nella mente di molti è una sorta di ‘parolaccia’ che evoca un dogma o un abuso. Il concetto di sacrificare qualcosa di sé è spesso visto come un ‘acerrimo nemico’ delle presunte virtù che sono diventate rilevanti per i nostri tempi: autoespressione, autoaffermazione e indipendenza emotiva.
Il sacrificio, ci viene spesso esposto come una stampella per le vittime insicure e dipendenti che eclissano la loro disfunzione emotiva attraverso il “mito eroico” del sacrificio. La base della psicologia moderna insegna che la felicità viene dal dare libertà e sfogo ai sentimenti interiori. Infatti, è importante combattere le forme di sacrificio che intaccano, e affermare le qualità della propria vita e la stima di sé. Il sacrificio che alimenta l’abuso e la tirannia non è una virtù. Una moglie maltrattata non dovrebbe tollerare il comportamento immorale del coniuge, come un dipendente maltrattato non dovrebbe tollerare il comportamento del proprio datore di lavoro in nome del sacrificio.
Dall’altra parte, nonostante la nostra ipersensibilità verso il perseguimento della libertà individuale e dell’autoaffermazione, il piano Superiore è di educare noi stessi e i nostri figli. Educazione che deve possedere la consapevolezza essenziale che VIVERE significa anche SACRIFICARE qualcosa di noi stessi per la verità, per Dio, per un altro essere umano, per il matrimonio, per i nostri valori, per rendere il mondo un posto migliore.
Nella dialettica secolare contemporanea, nessuno ci chiama a sacrificare qualcosa di veramente valido per qualcuno o per qualsiasi altra cosa. Ci è stato insegnato a essere gentili e cordiali, tolleranti e rispettosi, a dare qualche euro a un senzatetto per strada ed essere sensibili ai sentimenti degli altri. Tutte cose belle, ma che non ci insegnano a fare i VERI SACRIFICI, quelli che sfidano i nostri piaceri e che ci costringono a uscire dalle nostre zone di comfort e che, inevitabilmente, richiedono impegni profondi e incrollabili.
Eppure quando non combattiamo per qualcosa, per qualsiasi cosa, come facciamo a sapere chi siamo veramente? Quando non sentiamo il bisogno di rinunciare a nulla, di noi stessi, in che modo possiamo acquisire la profondità, la dignità e la maturità che sono fondamentali per raggiungere un obiettivo con sacrificio?
Quando guardiamo dentro alle scuole, alle università, alle istituzioni educative e persino in molte yeshivòt o famiglie di oggi, ci chiediamo se riescono a tirare fuori e coltivare la nobiltà d’animo, l’idealismo dei nostri giovani? Chi sta dando loro qualcosa per cui possono combattere? Stanno riscoprendo le loro profondità interiori o piuttosto le loro qualità più superficiali?
Quando viviamo una vita che non ha alcun sacrificio, la nostra umanità diminuisce. Diventiamo, ogni giorno, più superficiali e timidi. L’intero libro di Vayikrà, che tratta dei sacrifici, è la via ebraica per affermare che VIVERE, significa VIVERE per QUALCOSA.

Un ALTARE In Lacrime
Nessuna area della società è stata così profondamente influenzata da questo vuoto come l’unità familiare. In un passato, non molto lontano, il legame familiare era considerato come un qualcosa per cui valeva la pena sacrificarsi. Oggi, invece, questa idea è facilmente scartata quando è in conflitto con le nostre comodità personali. Le coppie, spesso, non sentono che il matrimonio è un’istituzione così ideale e sacra da dover fare dei veri sacrifici, perché funzioni e fiorisca. Spesso i giovani cercano “l’amore facile” e non quello solido e duraturo che nasce e cresce anche dalla nostra disponibilità al sacrificio.
1700 anni fa, il trattato del Talmud che disciplinava le leggi ebraiche per il divorzio fu trascritto. I saggi dell’antichità hanno scelto di inserire nel libro queste parole:
“Ogni volta che qualcuno divorzia dalla sua prima moglie, anche l’Altare del Santuario versa lacrime. Come afferma la Torà: “Tu hai causato che l’Altare di Dio sia coperto di lacrime, di pianto e di sospiri; così che Dio non si rivolge più alle offerte con buona volontà. E potresti chiedere: perché? Perché Dio ha reso testimonianza tra te e la moglie della tua giovinezza, che hai tradito, sebbene sia la tua compagna e la moglie della tua alleanza”.
Non si parla di tradimenti o simili, bensì solo di divorzio… ma perché un divorzio provoca lacrime nell’Altare del tempio? Il Tempio Santo di Gerusalemme aveva molti arredi e recipienti, come il candelabro, il tavolo dei pani, e naturalmente l’Arca Santa in cima alla quale erano scolpiti i volti di un bambino e una bambina che si guardavano l’un l’altro, a simboleggiare il rapporto tra Dio e l’uomo. Perché era SOLO l’Altare che piangeva e non gli altri oggetti del Santuario?
La spiegazione potrebbe essere questa:
L’Altare era il luogo nel Tempio dove venivano offerti tutti i sacrifici quotidiani di grano, vino e animali. L’Altare rappresentava l’assioma profondo, ma spesso dimenticato, che la relazione con Dio esigeva sacrificio di sé e della propria ricchezza. Per secoli, l’Altare è stato testimone silenzioso della profondità e dignità che caratterizzavano le vite fatte d’impegno e sacrificio. Giorno dopo giorno, l’Altare interiorizzava la VERITÀ ASSOLUTA: solo il sacrificio di sé conduce verso la realizzazione personale.
Quando l’Altare “osserva” un matrimonio in cui l’uomo e la donna non hanno il coraggio di fare sacrifici l’uno per l’altro, PIANGE, per la più grande delle opportunità perdute, per sempre.
Ci sono, naturalmente, delle eccezioni. A volte il divorzio è una tragica necessità. Quando gli abusi e le disfunzioni pervadono un matrimonio e non è possibile trovare alcun rimedio, la risposta giusta potrebbe essere il divorzio. Purtroppo, nella nostra epoca, molti divorzi avvengono, non a causa di una situazione impossibile, ma a causa della nostra riluttanza a trascendere il nostro ego, a sfidare le nostre paure e trascendere la nostra natura egoista. Per questo è proprio l’ALTARE a piangere.
Questa semplice verità così ben nota all’Altare è stata dimenticata da molti. Abbiamo paura di fare sacrifici, poiché temiamo che ci privino della nostra ILLUSORIA FELICITÀ. La nostra autostima è così fragile che sentiamo disperatamente il bisogno di proteggerla da qualsiasi intrusione esterna per paura che svanisca?
Ma la felicità è un “Altare”. PIÙ DAI, PIÙ RICEVI, non come la società moderna che vuole farci credere PIÙ RICEVI E PIÙ DAI.
L’anima è più in pace con se stessa quando si unisce profondamente con un’altra anima.
Perciò quando rinunciamo a tutte le forme di sacrificio, ci priviamo del raggiungimento delle nostre POTENZIALITÀ PIÙ PROFONDE.

Strada Lunga Ma Corta
La vita è fatta di tanti bivi. Come la famosa storia Talmudica di Rabbi Yehoshua che chiede a un bambino quale fosse la strada più corta per raggiungere la città.
Il bimbo gli dice: la strada a sinistra è corta ma più lunga, mentre quella a destra è lunga ma più corta.
Il grande maestro prende la via corta, ma viene bloccato da un muro di spine. Perciò torna indietro e chiede al ragazzino come mai gli aveva indicato che quella era la strada più corta? Questo gli risponde in effetti è più corta, ma anche più lunga, perché è molto difficile raggiungere la meta per via degli ostacoli.
Mentre l’altra strada è più lunga e bisogna scalare la montagna, ma si arriva sani e salvi alla meta. Perciò è una strada PIÙ LUNGA MA CHE È PIÙ CORTA.
La nostra strada è fatta di continui bivi, la società ci spinge, sempre di più, verso le “scorciatoie” che in realtà sono strade bloccate che non portano a destinazione.
Questa parabola dovremmo inciderla nella nostra mente e ricordarci sempre che spesso la strada più lunga è quella più corta. Ad esempio quando ci sacrifichiamo per la pace coniugale, non dobbiamo vedere questa cosa come una perdita di autostima e debolezza personale. Mettere da parte se stessi per un “bene superiore”, come il matrimonio significa avere una forza dello spirito che ci fa ottenere l’armonia in casa. Mettere da parte il proprio ego che, la causa di tutti i problemi, è solo APPARENTEMENTE la STRADA PIÙ LUNGA e faticosa, ma invece è la strada più corta per avere una vita equilibrata e serena.

La parashà di questa settimana ci invita a fare questa domanda: quando è stata l’ultima volta che ho fatto un VERO sacrificio?

Un aneddoto del Rebbe può aiutarci a capire meglio.
Una volta un ebreo osservante andò a chiedere aiuto e consiglio al Rebbe e gli disse: “Quando studio la Torà, prego o faccio le mitzvòt, soffro, perché non ho voglia e spesso sono distratto e penso ad altro”. Il Rebbe sorprendentemente gli rispose: “Beato te! A me invece piace studiare la Torà e fare le mitzvòt…!”.
L’uomo ovviamente rimase molto sorpreso di questa risposta. Tuttavia il Rebbe, come sempre, gli ha e ci ha dato un insegnamento di vita importantissimo. Sacrificarsi per qualcosa, vincere il nostro “istinto al male” è un modo per servire Hashem, per offrire in sacrificio il nostro “animale interiore”, per elevare il male in bene. Attraverso lo studio della Torà le mitzvòt e più in generale adempiendo i precetti, acquisiamo quei buoni tratti del carattere che ci permettono di sottometterci a una volontà superiore, quella divina. Questo può accadere solo attraverso l’offerta del nostro SÉ, fatto di tante grandi e piccole abitudini, vizi e piccoli egoismi.
Quando l’uomo dimentica le regole del mondo e non si educa con le buone allora va educato con le “cattive maniere” purtroppo. Ci troviamo in un periodo strano ma molto istruttivo dove impariamo a valorizzare la famiglia, a fare dei sforzi per stare insieme chiusi in casa e imparare che l’amore non bisogna cercarlo fuori casa e che bisogna sacrificarci per lasciare spazio alla famiglia.
Speriamo che questo periodo difficile sia “l’ultimo esame per la maturità” che ci manca per completare la rettificazione di questo mondo e permettere l’arrivo di Mashìakh presto ai nostri giorni, Amen.
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Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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VAYIKRA
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

www.virtualyeshiva.it/files/11_03_08_vayikra5771_anima_corpo_zoppo_cieco.mp3

per vedere il video della lezione cliccare qui:
https://vimeo.com/20879022

LA KABBALÀ DEGLI SCACCHI

Perché solo il “pedone”, il pezzo maggiormente limitato,

può raggiungere il massimo e diventare regina?

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2016/03/13/vayikra-5773-sette-lezioni/

AMORE NON PLATONICO!

Qual è l’errore di Platone che è agli antipodi della fede ebraica?

L’occidente e la visione ebraica: due pianeti opposti!

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Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2016/02/28/vayakhel-5774-sei-lezioni/

TELEFONO DI 3000 ANNI FA
“Quando un uomo tra di voi offre un sacrificio – korbàn ad Hashèm…” (Lev. 2)
Rabbi Shimshon Rephael Hirsch commentava così questo versetto: È estremamente spiacevole che noi non disponiamo di una parola che sia davvero in grado di riprodurre il concetto sotteso al termine ebraico “korbàn”. L’infelice utilizzo della parola italiana “sacrificio” implica, infatti l’idea di rinunciare a qualcosa, che per qualcuno rappresenta un valore, a beneficio di un altro. Inoltre, la sottintesa idea di “offerta” non rende affatto tale parola un’espressione adeguata per tradurre il termine “korbàn”. L’idea di un’offerta, infatti presuppone piuttosto un desiderio da parte di colui al quale è condotta che viene soddisfatto da essa, la quale è come un dono.
Più in generale la parola ebraica viene usata esclusivamente in riguardo alla relazione dell’uomo con l’Onnipotente e il suo significato può essere compreso solo prendendo in considerazione la sua radice “karòv”, che significa approssimarsi, avvicinarsi e anche instaurare un rapporto stretto con qualcuno.
Lo scopo della hakravà, “avvicinarsi” è il raggiungimento di una sfera di vita più alta. Colui che porta il korbàn desidera che qualcosa di sé divenga in relazione più stretta con l’Onnipotente e la procedura attraverso la quale questa maggiore vicinanza all’Onnipotente si può realizzare è chiamata “hakravà”.
La vicinanza ad HASHÈM è l’unica e la più alta concezione di cosa è “buono” (cf. Tehillìm, Salmi 73, 28). La vera felicità nella vita dipende dalla vicinanza all’Onnipotente, nei cui vestiboli i problemi esistenziali si risolvono da soli. La gioia di vivere cresce e diminuisce in proporzione alla nostra vicinanza o lontananza rispetto a Lui. Ogni ricchezza perde la sua attrattiva se implica estraniamento dall’Onnipotente, mentre persino la sofferenza stessa può divenire felicità elevata in Sua prossimità per coloro che hanno raffinato le loro menti nelle camere del Santuario, al fine di acquisire la consapevolezza della vera felicità.
“Hot Line” A Porte Chiuse
Da quanto sopra riportato (Rabbi Shimshon Rephael Hirsch), la parola korbanòt, contiene la parola karòv, che significa “vicino”. Un korbàn, quindi è un mezzo per avvicinarsi a Hashèm, supplicando il perdono divino o dimostrando apprezzamento per l’aiuto ricevuto e, di conseguenza, portando la persona più vicina alla santa Shekhinà (Presenza Divina).
Tuttavia, adesso che abbiamo capito quale è il significato reale dei korbanòt, “sacrifici”, dovremmo chiederci qual è il loro scopo? A cosa servono? E soprattutto come ci aiutano, in concreto, nella nostra vita di tutti i giorni, in questo turbolento mondo?
Un carrettiere trasportava sul suo carro un maestro di Torà in direzione della città. Il cielo si faceva buio quando il carrettiere si arrestò improvvisamente. Il saggio lanciò un’occhiata fuori dal finestrino e notò che il guidatore era sceso dal carro e si stava avvicinando a un campo vicino. Incontrando lo sguardo del saggio, il guidatore disse: “Per favore, avvertimi se vedi che qualcun altro guarda”.
Poi camminò in punta di piedi verso il campo e, davanti agli occhi esterrefatti del saggio, cominciò a raccogliere frutti che appartenevano al proprietario del campo.
Il carrettiere aveva appena cominciato ad ammucchiarli quando udì il saggio che lo chiamava insistentemente: “Torna indietro! Svelto, veloce! Qualcuno ti sta guardando!”
Il carrettiere, allarmato, lasciò cadere la frutta e si affrettò a tornare al carro. Uscì dalla scena il più velocemente possibile. Dopo alcuni minuti trascorsi senza fiato, si rivolse verso il saggio e sorrise: “Grazie per avermi messo in guardia.
Se il proprietario mi avesse colto sul fatto, per me sarebbe stata la fine”.
“Oh, il fittizio proprietario del campo non stava guardando, ma il VERO proprietario lo stava facendo” spiegò il saggio rivolgendo il dito verso il cielo, “e se tu avessi preso la frutta, ti saresti certamente cacciato in un bel guaio!”.
Oggi, dal momento che ci troviamo tragicamente a essere privi del Santuario, non siamo in grado di offrire korbanòt sfortunatamente. Tuttavia ci è stato concesso un metodo alternativo per esprimere il nostro contributo e la nostra gratitudine si realizza attraverso la preghiera. Le nostre preghiere oggi sostituiscono, in tutto e per tutto, gli scopi principali per i quali, un tempo, erano stati istituiti i korbanòt.
Esse servono come testimonianza per il fatto che noi riconosciamo il dominio di Hashèm sul mondo e ci permettono di chiedere il Suo aiuto. Grazie alle preghiere, quando ci rivolgiamo ad Hashèm, lo facciamo con la consapevolezza che Egli è dovunque e che le sentirà a prescindere da dove noi possiamo trovarci. Le nostre preghiere – tefillòt ci forniscono un collegamento spirituale diretto con il Creatore e ci conferiscono la nostra personale “hot-line” con l’Onnipotente.
Questa era la teoria già esposta da quel saggio al quale, un secolo fa, fu riferito di una nuova invenzione chiamata telefono, tramite cui uno può parlare con un altro anche se si trova molto distante e senza nemmeno vederlo.
“Cosa c’è di così innovativo in questo?” commentò il saggio. “Io sono in contatto con Hashèm allo stesso modo da anni e anni attraverso le mie preghiere”.
Ricordandoci sempre, attraverso le nostre preghiere, che Hashèm si trova dovunque, possiamo risparmiare a noi stessi le insidie di molti peccati, poiché non esistono porte chiuse o luoghi che possano sottrarci alla vista di Hashèm! Come ci ricordano gli splendidi versetti del Salmo 139:
 “Dove posso andare lontano dal tuo spirito? E dove posso fuggire dalla Tua presenza? (7)
Se salgo in cielo, Tu sei là; se giaccio nella tomba, ecco, ti trovo là! (8)
Se prendessi le ali dell’aurora, se dimorassi al di là dell’oceano, (9)
anche laggiù mi guiderebbe la Tua mano e la Tua destra mi afferrerebbe. (10)
Se io dicessi ‘Le tenebre sicuramente possono nascondermi’, allora attorno a me la notte diverrebbe luce. (11)
Neppure l’oscurità può nascondermi da Te: la notte sarebbe luminosa come il giorno, il buio e la luce sarebbero la stessa cosa. (12)
Speciale Purìm
Siamo in prossimità di Purìm. Questa festa ci ricorda la vittoria del popolo ebraico su coloro che tentarono di sterminarlo, la svolta repentina dalla sconfitta alla vittoria, nell’arco di un breve lasso di tempo. Per quanto possiamo sentirci una minoranza, poco numerosa, dobbiamo nondimeno realizzare che il nostro destino è di prevalere su coloro che preferirebbero piuttosto vederci scomparire.
Come ci dimostra la storia, imperi grandiosi sono sorti – i Babilonesi, Greci, Romani, il Terzo Reich, l’Unione Sovietica ecc. – che hanno voluto spazzare via Israèl. Ma chi è ancora qui?! Quegli imperi non ci sono più al massimo è rimasta la Russia ma non la dittatura comunista, invece il “popolo testardo”, gli Ebrei, continuano a vivere in ogni tempo e in ogni luogo.
Secondo la halakhà, se una persona legge la Meghillà (la storia di Purìm) “al contrario” dalla fine all’inizio, non adempie alla mitzvà .
Il Baal Shem Tov, fondatore del chassidismo, spiega che chi la legge al rovescio – ovvero come se fosse solo un libro di storia, qualcosa del passato – non esce d’obbligo. Questo perché, come tutte le parti della Torà, la Meghillà è rilevante per ogni tempo e ogni luogo.
Qual è la lezione che impariamo dalla Meghillà?
La lamentela di Hamàn contro gli Ebrei era che “c’è un popolo che, benché disperso tra i popoli del mondo… le sue leggi sono differenti da quelle degli altri popoli”,
ossia “nonostante sia disperso in tutto il mondo, il popolo ebraico ha sempre preservato, e continuerà a preservare, la sua identità distintiva tramite il mantenimento delle tradizioni e delle proprie leggi”.
Hamàn usò quest’argomentazione contro di noi, invece è questa grande qualità che ha lavorato a nostro favore, permettendoci di sopravvivere. Inoltre, come può testimoniare la nostra generazione, più viviamo alla “luce del sole” la nostra identità ebraica, più rispettiamo la nostra particolare e unica eredità – possibilmente condividendola anche con gli altri – più siamo rispettati dalla società.
C’è un interesse senza precedenti oggi per tutte le cose ebraiche, sia negli ambienti ebraici, che al di fuori di essi.
Tuttavia non dobbiamo dimenticare mai, quali sono le nostre più importanti fondamenta per il presente e per il futuro: nostri figli.
Nel Midràsh è scritto che quando Mordekhai sentì del perfido piano di Hamàn, egli riunì i bambini e cominciò ad istruirli. Solo attraverso l’educazione dei nostri figli, noi garantiamo la nostra continuità.
Il Midràsh ci racconta che quando la Torà fu data sul Monte Sinai, il popolo fece un voto che “i bambini sarebbero stati i nostri garanti”. Quando Mordekhai insegnò ai bambini al tempo di Purìm, egli stava realizzando questa promessa. Ora, anche oggi, attraverso l’educazione dei bambini, quella “garanzia” ridiventa una realtà, la nostra realtà.
È tutta questione di “Conoscenze”; nella storia di Purìm Ester diventa la Regina e Mordekhai raggiunge una posizione di influenza. Tuttavia essi non si sono affidati solo a queste conoscenze nella loro ricerca della salvezza. Ester invitò, infatti gli Ebrei a digiunare e pregare. Noi vediamo che non c’è niente di male nel ricercare influenza e “conoscenze”, ma dobbiamo sempre ricordarci che davvero ogni cosa dipende da Hashèm, Egli è la “conoscenza ultima”, la più importante, come ci dimostra la storia.
Questa consapevolezza, alla fine annullò il decreto di sterminio: Mordekhai prima ed Ester poi, compresero come dietro alla figura del Malvagio Hamàn, l’Amalèk di quella generazione, c’era – come in tute le cose in questo universo – la mano di Hashèm. Come dice il Talmùd: nessuno può alzare la mano qui in basso, se non gli è stato consentito dal cielo di fare questo.
Quindi dove si rivolse il loro agire? Ovviamente cercarono di contattare e parlare con il “capo”. Come un uomo d’affari che va in un’azienda a concludere un affare cerca il titolare, quello che decide – poiché sa benissimo che sarebbe inutile parlare con l’usciere – cosi è nella storia di Purìm. Essi si rivolsero direttamente al “Capo dell’azienda” HASHÈM attraverso lo strumento da Lui creato per “contattarlo”, LA PREGHIERA, il nostro korbàn odierno.
Così come allora, anche oggi dovremmo cercare tutti i giorni di avvicinarci a Dio. Possiamo e dobbiamo chiedergli tante cose: sostentamento, salute, felicità per i nostri figli, nostra moglie, marito amici, ecc. ma riserviamo anche un momento nella giornata per chiedere un qualcosa a beneficio nostro e per tutta l’umanità:
l’arrivo di Mashìakh che è imminente, ora ai nostri giorni, Amen.
Usanze di Purìm:
Meghillà di Estèr: la storia che si legge a Purìm, sia la sera (quest’anno mercoledì sera 20 marzo) sia durante il giorno (giovedì mattina 21 marzo).
Donare denaro ai poveri: come menzionato nella storia della Meghillà
Seudà: consumare un pasto festivo durante il giorno (quest’anno venerdì 21 marzo). Mishlòakh Manòt (mandare doni agli amici): la fonte si trova nella Meghillà dove si dice che Mordekhai e Ester istituirono questa pratica. Essi desideravano ricordare agli Ebrei che anche durante la celebrazione della loro miracolosa salvezza devono pensare agli altri. Bisogna dare un dono almeno ad un amico di almeno due generi di cibi o bevande pronti da consumare.

La porzione della Torà di questa settimana, Vayikrà, regola le leggi dei sacrifici che costituivano una parte essenziale del servizio nel Tabernacolo e successivamente nel Tempio Santo di Gerusalemme. Sono passati quasi 2000 anni da quando il Tempio fu distrutto e il sistema sacrificale finì, tuttavia il loro messaggio rimane senza tempo e pertinente, anche oggi.
E come spesso accade nello studio biblico, un apparente difetto grammaticale nasconde dimensioni psicologiche ed esistenziali inaspettate e stupefacenti.
“Parla ai figli d’Israele (Dio dice a Mosè all’inizio di Vayikrà) e dì loro: Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio; da una mucca, da un toro, e dalle pecore offrirai la tua offerta” (Vayikrà 1, 2).
La costruzione della frase sembra scorretta. Nella Torà avrebbe dovuto scrivere: “Un uomo tra voi che porterà un sacrificio a Dio”. Non: “Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio”!!!
Il rabbino Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), il primo Rebbe di Chabad e uno dei grandi giganti del Talmud e della Khassidut e mistica ebraica, offrì la seguente toccante interpretazione: la Torà sta tentando di insegnarci, attraverso questa frase grammaticalmente “imperfetta”, che il sacrificio più importante che Dio ama non è quello che viene dagli animali o dal grano; ma piuttosto quello derivante dalla persona stessa: TRA DI VOI. La volontà divina ci chiede principalmente di offrire qualcosa di PERSONALMENTE NOSTRO, qualcosa di VERO.
Il versetto, quindi, deve essere inteso in questo modo: “Un uomo che sacrifica”, quando un individuo cerca di fare un sacrificio, continua il verso, “di mezzo a te un sacrificio a Dio”, lui o lei deve ricordare che il sacrificio primario deve essere portato da LORO STESSI: offrire un pezzo del loro cuore e della loro anima a Dio.

Il sacrificio, inteso come il coraggio di abbandonare qualcosa di veramente prezioso per un ideale o una persona al di fuori di se stessi, è diventato, soprattutto ai nostri giorni, una “razza in via di estinzione”. Nella mente di molti è una parolaccia che evoca un dogma e abuso. Il concetto di sacrificare qualcosa di sé è spesso visto come un acerrimo nemico delle presunte virtù che sono diventate rilevanti per i nostri tempi: autoespressione, autoaffermazione e indipendenza emotiva.
Il sacrificio, ci viene spesso esposto come una stampella per le vittime insicure e dipendenti che eclissano la loro disfunzione emotiva attraverso il “mito eroico” del sacrificio. La base della psicologia moderna insegna che la felicità viene dal dare libertà e sfogo ai sentimenti interiori.
È ovviamente importante combattere le forme di sacrificio che intaccano, piuttosto che affermano, le qualità della propria vita e la stima di sé. Il sacrificio che alimenta l’abuso e la tirannia non è una virtù. Una moglie picchiata o un dipendente maltrattato non dovrebbe tollerare il comportamento immorale del coniuge o del datore di lavoro in nome del sacrificio.
Dall’altra parte, nonostante la nostra ipersensibilità, verso il perseguimento della libertà individuale e dell’autoaffermazione, educhiamo noi stessi e i nostri figli nella consapevolezza vitale che VIVERE significa anche SACRIFICARE qualcosa di noi stessi per la verità, per Dio, per un altro essere umano, per il matrimonio, per i nostri valori, per rendere il mondo un posto migliore.
Nella contemporanea dialettica secolare, nessuno ci chiama a sacrificare qualcosa di veramente valido per qualcuno o per qualsiasi altra cosa. Ci è stato insegnato a essere gentili e cordiali, tolleranti e rispettosi, a dare qualche euro a un senzatetto per strada ed essere sensibili ai sentimenti degli altri. Tutte cose belle, ma non ci insegnano a fare i VERI SACRIFICI, quelli che sfidano i nostri piaceri che ci costringono a uscire dalle nostre zone di comfort e che, inevitabilmente, richiedono impegni profondi e incrollabili.
Eppure quando non combattiamo per qualcosa, per qualsiasi cosa, come facciamo a sapere chi siamo veramente? Quando non sentiamo il bisogno di rinunciare a nulla, di noi stessi, in che modo possiamo acquisire la profondità, la dignità e la maturità che sono fondamentali per raggiungere un obiettivo con sacrificio?
Quando guardiamo dentro alle scuole, alle università, alle istituzioni educative e persino in molte yeshivot o famiglie di oggi, ci chiediamo se riescono a tirare fuori e coltivare la nobiltà d’animo, l’idealismo dei nostri giovani? Chi sta dando loro qualcosa per cui possono combattere? Stanno riscoprendo le loro profondità interiori o piuttosto le loro qualità più superficiali?
Quando viviamo una vita che non ha alcun sacrificio, la nostra umanità diminuisce. Diventiamo, ogni giorno, più superficiali e timidi. L’intero libro di Vayikrà, che tratta dei sacrifici, è la via ebraica per affermare che VIVERE, significa VIVERE per QUALCOSA.
Un ALTARE In Lacrime
Nessuna area della società è stata così profondamente influenzata da questo vuoto come l’unità familiare. In un passato, non molto lontano, il legame familiare era considerato come un qualcosa per cui valeva la pena sacrificarsi. Oggi, invece, questa idea è facilmente scartata quando è in conflitto con le nostre comodità personali. Le coppie, spesso, non sentono che il matrimonio è un’istituzione così ideale e sacra da dover fare dei veri sacrifici, perché funzioni e fiorisca. Spesso i giovani cercano “l’amore facile” e non quello solido e duraturo che nasce e cresce anche dalla nostra disponibilità al sacrificio.
1700 anni fa, il trattato del Talmud che disciplinava le leggi ebraiche per il divorzio fu trascritto. I saggi dell’antichità hanno scelto di culminare il libro con queste parole:
“Ogni volta che qualcuno divorzia dalla sua prima moglie, anche l’Altare del Santuario versa lacrime. Come afferma la Bibbia, “Tu hai causato che l’Altare di Dio sia coperto di lacrime, di pianto e di sospiri; così che Dio non si rivolge più alle offerte con buona volontà. E potresti chiedere: perché? Perché Dio ha reso testimonianza tra te e la moglie della tua giovinezza, che l’hai tradita, sebbene sia la tua compagna e la moglie della tua alleanza.”
Perché un divorzio provoca lacrime nell’Altare del tempio? Il Tempio Santo di Gerusalemme aveva molti arredi e recipienti, come il candelabro, la tavola di pane, e naturalmente l’Arca Santa in cima alla quale erano scolpiti i volti di un ragazzo e una ragazza che si guardavano l’un l’altro, a simboleggiare il rapporto tra Dio e l’uomo. Perché era SOLO l’Altare che piangeva e non gli altri oggetti del Santuario?
La spiegazione potrebbe essere questa:
L’Altare era il luogo nel Tempio dove venivano offerti tutti i sacrifici quotidiani di grano, vino e animali. L’Altare rappresentava l’assioma profondo, ma spesso dimenticato, che la relazione con Dio esigeva sacrificio di sé e della propria ricchezza. Per secoli, l’Altare è stato testimone silenzioso della profondità e dignità che caratterizzavano le vite fatte d’impegno e sacrificio. Giorno dopo giorno, l’Altare interiorizzava la VERITÀ ASSOLUTA: solo il sacrificio di sé conduce verso la realizzazione personale.
Quando l’Altare “osserva” un matrimonio in cui l’uomo e la donna non hanno il coraggio di fare sacrifici l’uno per l’altro, PIANGE, per la più grande delle opportunità perdute, per sempre.
Ci sono, naturalmente, delle eccezioni. A volte il divorzio è una tragica necessità. Quando gli abusi e le disfunzioni pervadono a un matrimonio e non è possibile trovare alcun rimedio, la risposta giusta potrebbe essere il divorzio. Purtroppo, nella nostra epoca, molti divorzi avvengono, non a causa di una situazione impossibile, ma a causa della nostra riluttanza a trascendere il nostro ego, sfidare le nostre paure e trascendere la nostra natura egoista. Per questo è proprio l’ALTARE a piangere.
Questa semplice verità così ben nota all’Altare è stata dimenticata da molti. Abbiamo paura di fare sacrifici, poiché temiamo che ci privino della nostra ILLUSORIA FELICITÀ. La nostra autostima è così fragile che sentiamo disperatamente il bisogno di proteggerla da qualsiasi intrusione esterna per paura che svanisca?
Ma la felicità è un “Altare”. PIÙ DAI, PIÙ RICEVI. E non come la società moderna vuole farci credere: PIÙ RICEVI E PIÙ DAI.
L’anima è più in pace con se stessa quando condivide se stessa con un’altra anima.
Perciò quando rinunciamo a tutte le forme di sacrificio, ci priviamo di raggiungere le nostre POTENZIALITÀ PIÙ PROFONDE.
Strada Lunga Ma Corta
La vita è fatta di tanti bivi. Come la famosa storia Talmudica di Rabbi Yehoshua che chiede a un bambino quale fosse la strada più corta per raggiungere la città.
Il bimbo gli dice: la strada a sinistra è corta ma lunga, mentre quella a destra è lunga ma corta.
Il grande maestro prende la via corta, ma viene bloccato da un muro di spine. Perciò torna indietro e chiede al ragazzino come mai gli aveva indicato che quella era la strada più corta? Questo gli risponde in effetti è più corta, ma anche più lunga, perché è molto difficile raggiungere la meta per via degli ostacoli.
Mentre l’altra strada è più lunga e bisogna scalare la montagna, ma si arriva sani e salvi alla città di destinazione. Perciò è una strada PIÙ LUNGA MA CHE È PIÙ CORTA.
La nostra strada è fatta di continui bivi, la società ci spinge, sempre di più, verso le “scorciatoie” che in realtà sono strade bloccate che non portano a destinazione.
Questa parabola dovremmo inciderla nella nostra mente e ricordarci sempre che spesso la strada più lunga è quella più corta. Ad esempio quando ci sacrifichiamo per la pace coniugale, non dobbiamo vedere questa cosa come una perdita di autostima e debolezza personale. Mettere da parte se stessi per un “bene superiore”, come il matrimonio significa avere una forza dello spirito che ci fa ottenere l’armonia in casa. Mettere da parte il proprio ego che, la causa di tutti i problemi, è solo APPARENTEMENTE la STRADA PIÙ LUNGA e faticosa, ma invece è la strada più corta per avere una vita equilibrata e serena.
La parashà di questa settimana ci invita a fare questa domanda: quando è stata l’ultima volta che ho fatto un VERO sacrificio?
Un aneddoto sul Rebbe può aiutarci a capire meglio.
Una volta un ebreo osservante andò a chiedere aiuto e consiglio al Rebbe e gli disse: “Quando studio la Torà, prego o faccio le mitzvòt, soffro, perché non ho voglia e spesso sono distratto e penso ad altro”. Il Rebbe sorprendentemente gli rispose: “Beato te! A me invece piace studiare la Torà e fare le mitzvòt…!”.
L’uomo ovviamente rimase perlomeno sorpreso di questa risposta. Tuttavia il Rebbe, come sempre, gli ha e ci ha dato un insegnamento di vita importantissimo. Sacrificarsi per qualcosa, vincere il nostro “Istinto al male” è un modo per servire Hashem, per offrire in sacrificio il nostro “animale interiore”, per elevare il male in bene. Attraverso lo studio della Torà le mitzvòt e più in generale adempiendo i precetti, acquisiamo quei buoni tratti del carattere che ci permettono di sottometterci ad una volontà superiore, quella divina, attraverso l’offerta del nostro SÉ, fatto di tante grandi e piccole abitudini, vizi e piccoli egoismi. Grazie a ciò possiamo contribuire a rettificare questo mondo e permettere l’arrivo di Mashiakh presto ai nostri giorni, Amen.
Ricordo che quando Vajjikrà è anche Shabbàt Zakhòr (non quet’anno) è molto speciale: Shabbàt Zakhòr lo ”Shabbàt del Ricordo” di quello che voleva fare Amalèk. In questo giorno è obbligatorio andare al tempio per sentire la lettura dello Zakhòr, Ricordo: secondo la halakhà addirittura chi abita fuori città deve trasferirsi per sentire questa lettura, poiché non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo dei nemici che ci vogliono annientare. Questo è il secondo dei quattro Shabbatòt “speciali” del mese di Adar.
Il nome deriva dalla lettura aggiuntiva di Torà presa da Devarìm 25, 17-19 il cui tema è il dovere “di ricordare” cosa Amalèk ha fatto ad Israèl. La credenza tradizionale è che Hamàn fosse un diretto discendente di Agag, il re degli Amaleciti per questo si usa adempire all’obbligo di ricordare Amalèk, in questo Shabbàt.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

VAYIKRA 5771 – LA KABBALÀ DEGLI SCACCHI
Perché solo il pedone limitato può raggiungere il massimo e diventare regina?

VAYIKRA 5770 – FILO SOTTILE TRA EGOCENTRISMO E ANNULLAMENTO!
Un viaggio nell’approfondimento del divieto di offrire lievito e miele sull’altare.

VAYIKRA 5769 – LA VITA È BELLA COME UNA STELLA!!!
Come mai su ogni sacrificio bisognava mettere il sale?

VAYIKRA 5768 – L’ESTERNO DI UN UOMO È UNO SPECCHIO
Quando lo specchio è sporco vuol dire che la persona è sporca!

VAYIKRA 5767 – IL FUOCO SULL’ALTARE ANCHE OGGI!
Il valore e il significato spirituale dei sacrifici, attraverso le diverse regole che ne normano la corretta attuazione.

VAYIKRA 5766 – PIGRIZIA ED ENTUSIASMO + RESTITUIRE GLI OGGETTI RUBATI
Diverse prospettive con cui analizzare il tema dei sacrifici.

VAYIKRA 5765 – IL RISPETTO DELLA VOLONTÀ DIVINA!
Talvolta sembra che deviare leggermente da ciò che ci è stato prescritto possa migliorare il valore di quello che facciamo.

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VAYAK’HEL-PEKUDE-Hachodesh 5780: OTTO LEZIONI

Questo Shabbat 21 Marzo 2020 25 Adar 5780 Hachodesh leggeremo 2 parashot unite e una speciale Hachodesh che si legge il Shabbat precedente o coincidente se Rosh Chodesh col mese di Nissan.

PARASHÀ
I° Sefer VAYAK’HEL-PEKUDE Es 35:1 – 40:38
II° Sefer Hachodesh Es 12:1-20
HAFTARÀ
Italiani: Ez. 45: 16-46: 11
Sefarditi: Ez. 45: 18-46: 15
Ashkenaziti: Ez. 45: 16-46: 18

NUOVA LEZIONE ATTUALE

CORONA VIRUS: PERCHÉ?
https://youtu.be/UzBWoletIOI

l Rapporto Tra Dio E Medicina
In conseguenza alle domande sul significato di questo periodo ho raccolto alcune riflessioni in base agli insegnamenti dei grandi maestri.

Dalla porzione di questa settimana di Vayak’hèl…

NUOVA LEZIONE BOMBA MOLTO ATTUALE CORONA VIRUS: PERCHÉ?https://youtu.be/UzBWoletIOIll Rapporto Tra Dio e…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 19 marzo 2020

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KI TISSÄ – Parà 5780: 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 14 Marzo 2020, 18 del mese di Adàr 5780 leggeremo la Parashà di

1° Sefer Kì Tissà  Es.30,11-34,35

2° Sefer Parà      Num. 19: 1-22

Si legge l’Haftarà di
Milano/Torino/Sefarditi: Ez. 36: 16-36
Italiani/Ashkenaziti: Ez. 36: 16-38

La Parashà di Kì Tissà è composta da 139 versetti.

La Parashà di Kì Tissà contiene 4 comandi e 5 divieti.

La sapienza della Torà ci indica come da ogni cosa negativa si possano trarre utili insegnamenti. La nostra capacità di introspezione dovrebbe essere attivata in ognuno di noi, allo scopo di migliorare sé stessi, gli ambienti che frequentiamo e le persone che ci sono vicine. Pertanto, tra le varie lezioni che ognuno può trarre dall’attuale situazione quali possiamo sottolineare? Personalmente mi sono soffermato su alcuni aspetti, ovviamente non esaustivi, ma che ritengo utili per tutti.

L’uomo tende naturalmente ad illudersi di essere il vero dio sulla terra. Questo viene fatto normalmente e spontaneamente in molte occasioni, sia come singoli, sia come società. Ad esempio spesso si potrebbe pensare: “ho un buon lavoro, tanti soldi in banca… mi sento quasi invulnerabile e posso fare quasi ogni cosa”. Oppure ogni società può pensare che se si fa questo, piuttosto che quello, nulla può andare storto, nulla può mettere in discussione la bontà o la perfezione di “questo o di quello”. Tuttavia, sia a livello individuale, sia in quello collettivo può accadere, e prima o poi accade sempre, che Dio ci ricordi che i programmi veri sono fatti solo “dai piani superiori”.
(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Il mio portale delle email è saltato e sto cercando di ripartire con un altro portale e ho raccolto alcune email ma ne mancano ancora tante.
Se la email in uso non è aggiornata prego di comunicarmi.
Se si conoscono delle persone che la vogliono ricevere per favore di farmelo sapere o registrarsi al link in basso.
Se non desideri ricevere la riflessione sulla Torà della settimana provvederò a disinserirti  dalla mia email (che mando anche via whatsapp e FaceBook: https://www.facebook.com/shlomo.bekhor).

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

600 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

****KI TISSA****
Nuovo Video della lezione di questa settimana sulla Haftarà di Ki Tissà:
FINO A QUANDO SALTERETE SU DUE RAMI?
Eliyahu: Meglio Sbagliare che Tentennare!

www.virtualyeshiva.it/files/seminar/kitissa_haftara_eliyahu.mp4
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INCHIOSTRO RIMASTO NELLA PENNA!
Perché Michelangelo ha scolpito Moshè con due corna?

Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/03/04/ki-tissa-040310-19-adar-5770/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:

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Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
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Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni è doveroso dedicare parte della decima a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
Aiutando Virtual Yeshiva si diventa soci nella diffusione della parola di Hashèm ed è un segno di riconoscenza per chi insegna e così potremo diffondere insieme molti più valori di vita e insegnamenti.
LA DECIMA NON CI APPARTIENE, PERCIÒ È GIUSTO DONARLA A CHI CI INSEGNA!

Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/

CENSIMENTO DEGLI EBREI = AUTOSTIMA
Un accusato di furto con scasso davanti al giudice.
“Ammetti di essere entrato nel negozio di abbigliamento quattro volte?” chiese il giudice.
“Sì”, rispose David, il sospettato.
“E cosa hai rubato?”.
“Un vestito, vostro onore”, rispose David.
“Un vestito?” ha fatto eco il giudice. “Ma ammetti di aver fatto irruzione ben quattro volte!”.
“Sì, vostro onore” sospirò il sospettato. “Ma tre di quelle volte sono state per restituire i vestiti che avevo rubato prima.”
“Hai restituito i vestiti…?” ha fatto eco il giudice. “Perché?!”
“A mia moglie non piaceva il colore.”

Mezza Moneta Per Cambiare Il Mondo

I versi con i quali inizia la porzione della Torà di questa settimana, Ki Tissà, espongono le istruzioni che Hashèm dà a Moshè sul censimento del popolo ebraico. Quando è necessario fare un censimento, Israèl non può essere contato una persona per volta, come avviene normalmente, ma ogni membro della comunità deve contribuire con una moneta per la tzedakà: ogni moneta corrisponde a una persona, quindi dal numero delle monete si risale al numero delle persone.
Qual è il motivo di questa strana istruzione? Perché effettuare un censimento in modo così inusuale invece di contare direttamente il popolo? Per rispondere a questo quesito, possiamo trovare due spiegazioni.

Quanto Vali?
Per prima cosa, la Torà ci dice che noi possiamo essere contati non in base a chi siamo ma per quello che diamo. Ovvero, il nostro vero valore si esprime grazie al nostro contributo per un’altra anima, all’amore e alla bontà che dispensiamo a un “altro cuore”.
Un esempio di vita può farci comprendere meglio questo concetto.
A Sir Moses Montefiore, grande filantropo e politico vissuto nel XIX secolo, un giorno venne chiesto quanto valesse. Il ricco uomo pensò un attimo poi disse una cifra. Il suo interlocutore replicò: “Non è possibile. Secondo i miei calcoli voi possedete molto più di questa cifra”.
Moses Montefiore rispose: “Lei non mi ha chiesto quanto possiedo, ma quanto valgo. Allora ho calcolato quanto ho dato in tzedakà quest’anno e questa è la cifra che le ho fornito. Come può vedere io valgo SOLO quanto sono disposto a condividere con gli altri”. Perciò il conteggio del popolo era valorizzato in base alla beneficenza che avevano dato del mezzo Shèkel.

Come Valutare Un Popolo
Sembra esserci anche un altro messaggio nell’istruzione data da Moshè, che traspare dal racconto. La Torà ci suggerisce che per comprendere il valore e la grandezza di un popolo occorre studiare non il numero dei suoi appartenenti, ma la grandezza dei suoi contributi. La cosa più importante non è la quantità dei suoi componenti, poiché la differenza la fa l’impegno e la sollecitudine a offrire sacrifici per i propri valori e ideali. I numeri possono ingannare. Molti gruppi di persone a malapena lasciano una traccia. Di contro, a volte ci sono piccoli gruppi che impegnano il loro cuore e la loro anima per la loro missione, lasciando una grande impronta sproporzionata rispetto al loro numero.

La Torà ci dice che per capire il significato della vita ebraica non dobbiamo studiare i numeri: gli ebrei non rappresentano nemmeno l’1% della società. Piuttosto, è importante esaminare il grande impatto che questo piccolo gruppo monoteista ha sul mondo. Le altre nazioni, culture e civiltà godono di grandi numeri, ampi territori e armi potenti. Ma nessun’altra persona o nazione ha lasciato l’impressione di essere una grande fucina di civiltà, come i pochi e spesso perseguitati discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe.
Lo studioso cattolico Thomas Cahill ha scritto nel suo best-seller “I DONI DEGLI EBREI: COME UNA TRIBÙ DI NOMADI DEL DESERTO HA CAMBIATO IL MODO DI PENSARE E DI SENTIRE”:
“In effetti, la maggior parte delle nostre parole migliori – nuovo, avventura, sorpresa, unico, persona, vocazione, tempo, storia, futuro, libertà, progresso, spirito, fede, speranza e giustizia – sono doni degli ebrei. Noi possiamo alzarci la mattina o attraversare la strada senza essere ebrei. Noi sogniamo sogni ebraici e speriamo speranze ebraiche”.

Scrive lo storico contemporaneo Paul Johnson nel suo libro “STORIA DEGLI EBREI”:
“Ogni grande scoperta dell’intelletto sembra ovvia una volta che è stata rivelata, ma richiede un’intelligenza speciale per essere formulata per la prima volta. L’ebreo ha questo dono. In essi troviamo l’idea di uguaglianza di fronte alla legge, sia divina che umana; della santità della vita e della dignità della persona umana; della coscienza e della redenzione personale; della coscienza collettiva e della responsabilità sociale; della pace come un ideale astratto e dell’amore come fondamento della giustizia, e molte altre cose che costituiscono le basi morali della mente umana. SENZA GLI EBREI CI SAREBBE STATO UN GRANDE VUOTO”.

Questo è il secondo insegnamento del conteggio tramite un valore e non solo tramite la quantità numerica. Ciò che caratterizza l’essenza di Israèl è il suo valore che porta nel mondo, ovvero la sua qualità e non la sua quantità.

Il Potere Dell’amore
Così come ciò è vero riguardo alla nostra identità nazionale, allo stesso modo è vero per quello che riguarda ogni singolo individuo. A volte noi pensiamo a noi stessi: “Io sono inutile, io non valgo niente”.

La Torà ci insegna invece che solo un “IO ISOLATO”, rinchiuso nella sua vanità e nel suo egoismo, distaccato dal vero nucleo di dignità e maestà assoluta, può sicuramente diventare una piccola e insignificante creatura indegna di essere contata. “Se sono solo per me, allora chi sono (cosa valgo)?”, dice Hillel nei Pirké Avòt, Le massime dei Padri.
Tuttavia, ciascuno di noi, nella sua essenza è una “scintilla divina”, un “frammento” della luce di Hashèm, uno spirito libero, puro, fiducioso e gioioso. In quanto tale abbiamo il potere di dare il nostro contributo al mondo, di dare una mano per le esigenze degli altri. Ciascuno di noi può toccare il cuore, sollevare lo spirito, risvegliare un’anima, guardare una persona negli occhi e dire: “Ti voglio bene”. Possiamo sembrare di essere piccoli, ma l’amore e la luce che possiamo mandare agli altri attraverso un semplice gesto, un sincero “Buongiorno” o un atto di bontà e gentilezza, sono incommensurabili e hanno una forza infinita.
E quando si raggiunge gli altri, si scopre la PROFONDITÀ DELL’AMORE che Hashèm ha per ogni singolo. Tu sei parte della Sua luce, quindi tu puoi diffondere la Sua luce agli altri.

Quando leggiamo questa settimana il conteggio tramite una moneta di CARITÀ, ricordiamoci che il nostro valore è misurato in base a quello che diamo agli altri e che la grandezza di ognuno di noi è nella qualità non nella quantità. Inoltre dobbiamo essere dei luminari per l’umanità, poiché abbiamo una luce infinita da Dio per illuminare la società che ci circonda e cambiare questo mondo in positivo e renderlo una dimora per Dio.
Ma non dimentichiamo che questo è grazie al lavoro di ogni singolo perché ognuno fa parte del conteggio e ogni singolo ha la forza di fare pendere la bilancia del mondo verso il lato positivo (Maimonide).

Questo concetto mi ricorda una riflessione che mi piace molto ed è molto ebraica anche se viene attribuito alla tradizione confuciana, appartenente alla cultura cinese, ma che probabilmente è stata ereditata da Abramo che è il padre (Talmud Berakhòt) di tutta la cultura cinese e orientale:
“Quando ero giovane, ho voluto cambiare il mondo. Ma ho scoperto che era difficile cambiare il mondo, così quando sono cresciuto ho cercato di cambiare il mio paese. Quando avevo cinquanta anni ho notato che non ho potuto cambiare il mio paese, quindi ho cominciato a concentrarmi sulla mia città.
Tuttavia, ho scoperto che non potevo cambiare la città, e così quando sono diventato settantenne ho provato a cambiare la mia famiglia.
Ora, dopo gli ottanta anni, mi rendo conto che l’unica cosa che posso cambiare è me stesso, ma ho capito che se tempo fa avessi iniziato lavorando su me stesso, poi avrei potuto dare un impatto sulla mia famiglia. E la mia famiglia avrebbe influenzato la nostra città, che, a sua volta, avrebbe potuto cambiare il paese che forse avrebbe cambiato il mondo”.

Proprio come ha fatto IL PRIMO EBREO È ABRAMO, CHE HA CAMBIATO PRIMA SE STESSO E POI HA CAMBIATO IL MONDO INTERO PORTANDOLO DAL PAGANESIMO AL MONOTEISMO.
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(continua da sopra: CORONA)
Quindi il primo insegnamento è quello di riportare l’uomo alla sua vera dimensione limitata. La storia ci insegna che ogni volta che l’uomo si è illuso di essere Dio o di competere con Lui arriva subito il “promemoria dall’alto”, che a partire dall’episodio della Torre di Babele in poi, fino ai recenti eventi, ci ricorda che l’uomo non può modellare tutto come pensa debba essere o come crede sia giusto o conveniente. A volte, purtroppo, occorre prendere atto di non poter controllare un fenomeno, poiché non siamo Dio.

Il Rebbe, il mio maestro, ricorda sempre come lo scopo della vita e della stessa Torà è quello di trasformare “Il buio in luce”. Questo suo insegnamento, ci dovrebbe spingere anche ora, in questi momenti difficili non solo a non lasciarci sopraffare dall’”oscurità”, ma a dare, secondo le nostre possibilità, il meglio di noi. Non serve pretendere di diventare una sorta si supermen che salvano l’umanità, ma dovremmo applicarci maggiormente nelle “piccole cose”: passare più tempo con i nostri figli, cercare di aiutare un amico o un vicino in difficoltà, offrire qualche parola di conforto, anche un sorriso a volte basta. Certo questa situazione può essere molto dura: problemi economici, come e dove passare del tempo con i nostri figli ecc.
Proprio in un momento come questo dove sembra che il male sia enormemente superiore al bene, proprio in un simile frangente si può trasformare di colpo il mondo in bene con un pensiero, una azione o una parola pronunciata sulla base di importanti valori spirituali e etici.

Ovviamente occorre essere prudenti, cercare di salvaguardare la salute nostra o dei nostri amici o parenti, tuttavia non bisogna farsi travolgere e emotivamente e psicologicamente, poiché non solo non serva a nulla, ma è addirittura controproducente.
Ovviamente, quando accadono simili momenti di inquietudine e difficoltà questo è sempre un messaggio che ci arriva dall’alto e che dovrebbe portarci a riflettere e migliorare come singoli e come collettività. Occorre non abbattersi e cercare di avere fede e fiducia, di fare e dare il nostro meglio al fine di rettificare noi stessi e il mondo per agevolare l’arrivo di Mashiakh, presto ai mostri giorni, Amen.

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Nella porzione di questa settimana Ki Tissà del libro di Shemòt/Esodo (30, 13 -15) è scritto: “Questo è ciò che daranno tutti coloro che verranno sottoposti a censimento: un mezzo shèkel in base allo shèkel sacro. Lo shèkel è di venti gherà: la metà dello shèkel sarà come contributo ad Hashèm… per ottenere l’espiazione delle vostre anime…”.
Il Talmud di Gerusalemme e il Midràsh commentano che Hashèm tirò fuori una moneta di fuoco da sotto il Suo trono di gloria e mostrata a Moshè, gli disse: “Questo è ciò che [tutti] dovrete dare”.
Per quale ragione Dio avrebbe dovuto mostrare a Moshè una moneta, lo shèkel? Era forse così rara che Moshè non sapeva come era fatta? Certo che no! La ragione vera era che Moshè non si capacitava del fatto che dando una semplice moneta una persona potesse raggiungere “l’espiazione per le anime!”
Tuttavia, in apparenza, il concetto non avrebbe dovuto essere così difficile da comprendere, poiché era già stato stabilito che i sacrifici potevano servire come espiazione per i peccati. Subito dopo il conferimento della Torà, prima di questo comando, è scritto in Esodo (20, 21): “Fate per Me un altare di terra, sul quale sacrificherete le vostre offerte bruciate e le vostre offerte di pace”. Infatti, a quel tempo, Moshè non sollevò alcuna domanda.
Mentre, qui nella parashà di Ki Tissà vi è una differenza fondamentale: il mezzo shèkel serviva per espiare uno dei peccati più gravi mai commessi, quello del VITELLO D’ORO. Il peccato di idolatria – avodà zarà. Per questo Moshè era perplesso e dubbioso. Tuttavia l’idolatria è una gravissima mancanza, ma Hashèm il Creatore assoluto, può comunque stabilire un modo, come i sacrifici o una moneta, per espiare i peccati…

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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IDOLATRIA: INGANNEVOLE RIEMPIMENTO

Perché ogni impulso e ogni vizio che ci domina è una forma sottile di idolatria?

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
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FUOCO CHE SCOPRE L’ESSENZA
(continua da sopra)
Quale è allora la vera questione in gioco? È la Natura dell’anima Stessa!
Per spiegare meglio: le mitzvòt possono essere paragonate agli arti e agli organi del corpo umano: ogni arto e organo sono di una natura particolare, ma ognuno riceve la propria energia vitale dall’anima. Alcuni non sono arti o organi vitali per la vita di ognuno, come un piede o un orecchio; altri sono di natura generale, come il cervello e il cuore, dove al loro interno riposa la nostra vitalità essenziale: l’energia vitale necessaria per far funzionare tutto il corpo (Tikkuné Zohar; Tanya cap. 23 e 9)
Visto che le mitzvòt sono paragonate agli organi troviamo queste due categorie generali anche nelle mitzvòt: ci sono mitzvòt che sono di natura particolare e altre che sono di importanza generale “vitale essenza”. Ad esempio, le mitzvòt “I o sono il Signore tuo Dio, e non avrai altre divinità” (divieto idolatria) includono l’intera Torà. Esse sono di fondamentale importanza per l’anima, perché la connessione con Dio dipende dalla loro osservanza, nel fare o nel non fare.
Pertanto, quando Dio disse a Moshè che mezza moneta sarebbe servita come espiazione per il peccato del vitello d’oro, egli si chiese come un semplice mezzo shèkel potesse essere di espiazione per un’anima contaminata dall’adorazione degli idoli. La violazione di una delle mitzvòt “generale” è così lesiva della connessione/legame tra un uomo – o addirittura di un intero gruppo – con Dio che anche i capi della generazione ne risentono, a prescindere dalle loro mancanze individuali. Questo è proprio quello che è accaduto con il peccato del Vitello d’oro che ha causato una discesa spirituale dello stesso Moshè: la guida dei figli di Israele e “l’anima collettiva” di quella generazione. Al quale – pur non essendo coinvolto nel peccato in quel momento – Dio dice (Esodo 32, 7): “Va, scendi, poiché il tuo popolo è corrotto”. Frase che i saggi del Talmud interpretano come: “Scendi dalla tua grandezza” (Berakhòt 32a).
Dare con il fuoco interiore
Per tornare alla moneta di fuoco, la difficoltà di Moshè consisteva nel comprendere come il dono del mezzo shèkel potesse portare all’espiazione. Come è stata risolta questa difficoltà?
Per trovare la risposta, può aiutare questa storia da alcuni attribuita al Ba’àl Shem Tov: Un maestro insegnò al suo apprendista quasi tutto, ma trascurò di menzionare che prima di modellare l’oro o l’argento, il metallo doveva essere riscaldato per renderlo flessibile. Il maestro pensava che questo punto fosse così ovvio da non dover essere insegnato. L’apprendista, tuttavia, non ha mai afferrato questo concetto, quindi non è mai riuscito a diventare un artigiano di successo. Analogamente anche nel nostro servizio divino, le nostre azioni, mitzvòt, studio ecc.. dovrebbero essere pervase dal “calore” dell’anima divina. Su questa base, possiamo capire ‘importanza di mostrare a Moshè una moneta di fuoco.
Tuttavia, se il mezzo shèkel allude al fuoco dell’essenza dell’anima, rimane in piedi la questione del perché è sufficiente solo metà moneta? Dato che Hashèm mostra a Moshè una “moneta di fuoco” intera. E soprattutto, perché il versetto dell’Esodo ci informa che un intero shèkel è di venti gherà, mentre in realtà ogni individuo, donando mezza moneta, avrebbe dato solo dieci gherà? Il fatto che la Torà “sprechi” tante parole per elaborare questo concetto, indica che sono entrambi importanti: una persona deve dare la metà di uno shèkel, come uno intero; e che quando una persona dà dieci gherà, deve rendersi conto che sta dando metà di un’entità del valore di venti gherà.
Questo concetto, tuttavia, richiede una spiegazione. In generale, la Torà chiede che i nostri doni a Dio siano fatti dagli “articoli” migliori e perfetti che possediamo, come suggerito dalla frase: “Tutte le parti predilette [dovrebbero essere date] a Dio” (Vayikrà 3, 16). Ciò è particolarmente vero alla luce delle dichiarazioni fatte in precedenza, secondo cui il mezzo shèkel serviva come espiazione per il peccato del vitello d’oro. Un peccato che implica la negazione dell’unione con Dio. Di conseguenza, sembrerebbe appropriato che la sua espiazione implichi necessariamente il donare “tutto a Dio”: il meglio di noi. Questo, tuttavia, non è il caso trattato qui, poiché la mitzvà di dare mezzo shèkel implica che si debba conservare una parte per se stessi: LA METÀ.
Quindi qui la Torà ci sta dicendo che per esprimere l’unità con Dio, negata dall’idolatria, occorre dare tutto di se stessi ma sapere che è solo la metà. Questo concetto apparentemente anomalo si spiega con il fatto che una persona non é una entità di per sé, autoreferenziale. Mentre in realtà un uomo, da solo, è una NON ENTITÀ; una metà che per diventare completa deve unirsi con l’altra metà che è Hashèm.
Questo approccio al servizio divino evoca un’iniziativa speculare dall’alto. La perfezione di Dio “dipende” dal Suo popolo, per così dire. Per questo motivo Dio, nel Cantico dei cantici (5, 2), si riferisce al popolo ebraico come Tamatì, “colui che completa Me”(come interpretato in Likkutei Torà, 34d). In quanto la connessione dell’uomo con Dio non è un legame tra due entità separate: sono un tutt’uno. Solo quando si incontrano raggiungono – almeno per gli uomini (Dio non ha bisogno di completarsi) la perfezione.
Questa è la lezione del mezzo shèkel: un’entità incompleta che non contiene venti gherà, bensì solo dieci. Numero che allude ai dieci poteri o attributi dell’anima (Sefiròt) che ognuno dovrebbe dedicare a Dio durante il suo percorso in questo mondo. Quando si riesce in questo si ottiene una “risposta dall’alto” dalle dieci sublimi Sefiròt che sono emanazioni divine, i rimanenti dieci gherà.
Dio non è affatto limitato e non può essere definito in alcun modo. Tuttavia, a causa del suo grande amore per l’essere umano, si è “auto confinato”, per così dire, nella struttura delle dieci Sefiròt, da dove derivano i dieci poteri dell’anima che esistono in ognuno di noi: Sapienza, Intelligenza, Conoscenza, Amore, Forza… fino alla Regalità dell’ultima Sefirà di Malkhùt.
In tale ottica, l’uomo è chiamato Adam-simile, in riferimento alla frase Adamà L’Elyon , “Io assomiglio all’altissimo” (Isaia 14,14). Così i dieci poteri spirituali degli uomini e le dieci sublimi Sefiròt costituiscono insieme un’entità completa: dieci gherà + dieci gherà= shekèl completo. Da soli, senza l’altra metà che è Hashèm, ognuno di noi è incompleto.
Questo è il modo in cui la mitzvà della mezza moneta che un ebreo dà può essere una “moneta di FUOCO”: deve risplendere del fuoco dell’essenza dell’anima, come riflesso dell’effettiva donazione del mezzo – shèkel. Solo quando si rivela l’essenza dell’anima (fuoco) ci si sente solo come una metà. In questo modo si dimostra come un uomo e Dio sono una singola entità: l’essenza dell’anima umana collegata all’essenza di Dio. A volte, possono esserci imperfezioni e incongruenze tra il nostro intelletto o emozioni e il nostro rapporto, legame con Dio; al contrario l’essenza delle nostre anime è sempre, potenzialmente, unificata con Dio in un legame essenziale.
Ci sono due tipi di legami:
  1. due entità che si uniscono per una ragione (come due soci per lavoro), quando non esiste più la ragione che li unisce automaticamente l’unione sparisce, perché non è un unione che viene da dentro dall’essenza, bensì dall’esterno per una ragione razionale.
  2. due entità che in realtà sono solo una che si è divisa in due (come padre figli, due anime gemelle che si sposano etc.) e si ricongiungono naturalmente, perché la loro essenza è una sola.
Il nostro rapporto con Hashèm è rappresentato dal secondo tipo: un legame nell’essenza; nessuna idolatria, infatti può separare un’anima dal suo Creatore. Tuttavia per arrivare a questo livello bisogna risvegliare l’essenza dell’anima che brucia sempre, poiché è infuocato dal suo amore per l’Infinito, per Hashèm.
Questo spiega come dare un mezzo shèkel possa espiare il peccato del vitello d’oro. Tutti i peccati, anche quelli idolatri, non interrompono veramente la connessione essenziale di un uomo con Dio. Questa connessione rimane intatta in ogni momento, e quando viene rivelata (attraverso il mezzo – shekel), rivitalizza la connessione delle 10 Sefiròt, proprie dell’uomo, con le 10 divine.
Stabilire un’Alleanza
Questo concetto è anche collegato a un altro elemento della Parashà Ki Tissà, dopo che Moshe supplicò Hashèm di perdonare il popolo, Dio accettò e promise: “Ecco che Io stringo un’alleanza: il tuo popolo si distinguerà in maniera mai avvenuta in nessuna parte del mondo” (Esodo 34,10).
Fare un’alleanza stabilisce l’unità tra i principali contraenti. Tuttavia nella Torà un patto è stipulato dividendo una singola entità e facendo passare le persone tra le due metà: nell’alleanza stabilita tra Dio e Abramo, (Genesi 15) il fuoco celeste passò tra le metà degli animali macellati.
Questa pratica solleva una difficoltà, poiché la divisione di un’entità sembra riflettere la separazione, piuttosto che l’unità. Tuttavia, l’intento di un’alleanza è di evidenziare il tipo di unità. La pratica indica che proprio come le due metà dell’animale sono parti di un singolo insieme, così i due contraenti dell’alleanza sono mezze entità, ciascuna complementare all’altra.
Questo era il concetto che Hashèm desiderava condividere con Moshe, in relazione all’espiazione per il peccato del vitello d’oro. Stabilendo un’alleanza, Egli cercò di rivelare l’unità suprema tra Dio e Israèl, mostrando il legame tra l’essenza dell’anima e l’essenza di Dio. Niente può influenzare quella connessione. Come afferma il Talmud (Kiddushìn 36a): vedi “Indipendentemente da ciò, sono miei figli”.
“Le azioni dei Patriarchi sono un segno per i loro discendenti”.
L’alleanza tra Dio e Israèl iniziò con Abramo, il nostro Patriarca; l’alleanza stabilita con Moshè rappresenta, tuttavia un livello superiore. Fu solo dopo aver dato la Torà che il concetto del mezzo Shèkel è stato rivelato completamente: ognuno di noi è una mezza entità e solo insieme ad Hashèm, possiamo rivelare le nostre anime nel loro rapporto indissolubile con Dio. Perché solo MATAN TORÀ ha reso possibile la realizzazione dell’unità fondamentale tra Hashèm e Israèl.
Speriamo, che tutti noi abbiamo un motivo in più, per impegnarci con ardore e amore nello studio della Torà, Talmud, nelle preghiere quotidiane e nelle mitzvòt in genere. Affinché donando una parte di noi con calore, possiamo legarci alla nostra metà Divina, così da ricevere tante benedizioni di salute, benessere e felicità e agevolare l’arrivo di Mashìakh, presto ai nostri giorni Amen.
Il Chafetz Chaim una volta chiese a un visitatore se egli fosse Cohen, Levi o Israel. (Cohanim e Leviim sono discendenti della Tribù di Levi). Il visitatore rispose di essere un Israel – quindi non della Tribù di Levi.
Così il Chafetz Chaim spiegò: “Nel futuro, il Sacro Tempio sarà ricostruito a Gerusalemme. Ognuno vi si recherà per la prima volta, assembrandosi presso le porte per entrare dentro. Una guardia alla porta chiederà a ciascuno se sia Cohen, Levi, o Israel. Solo coloro che provengono dalla Tribù di Levi otterranno di entrare per compiere il servizio del Tempio. E gli Israelim saranno terribilmente sconfortati: Leviim dentro; Israelim fuori”.Il Chafetz Chaim continuò, “Sai perché è così? A causa di ciò che accadde migliaia di anni fa con il Vitello d’Oro. Quando Moshe pronunciò quelle famose parole, “Interrompete l’idolatria e andate con Hashem”, solo la tribù di Levi rispose. Perciò nel futuro, solo i discendenti della tribù di Levi eseguiranno il servizio del Tempio. E tutti gli altri rimarranno all’esterno poiché i loro antenati non risposero con fermezza di essere contro gli idoli”.Il Chafetz Chaim continuò, “questo contiene una lezione profonda. Molte volte nella vita, si sente una piccola voce nella testa che dice, “smetti di commettere idolatria”. Qualcosa ti sfiderà ad alzarti e farti contare dalla parte giusta. Hai la sicurezza e la convinzione di stare sulla retta via? Perché il modo in cui rispondi avrà implicazioni non solo per te, ma per le generazioni dopo di te. Ognuno ha il suo momento. Quando senti quella voce, alzati e fatti contare!”

L’idolatria esiste anche nel Ventunesimo secolo in forme più sottili: adorare un giocatore di calcio, venerare un cantante rock, essere schiavi del dio denaro…
L’episodio del Vitello d’Oro ci porta a riflettere su quello che stiamo facendo.
Abbiamo perso di vista le nostre vere priorità? Siamo stati trascinati dalla massa?

Questa storia ci svela anche un’altra fondamentale lezione: impegnarsi, non solo come singoli, a servire Hashèm. Con il peccato del vitello d’oro molti ebrei unirono le proprie forze per deviare e far deviare gli altri. E lo fecero con incredibile solerzia e impegno. Un conto è servire un idolo in solitudine, ma è molto peggio se viene adorato in pubblico, tanti persone unite per fare qualcosa di orrendo.

Come la prossima storia ci insegnerà, noi tutti dobbiamo imparare ad agire non solo come singoli, ma anche come collettività nell’eseguire la nostra missione in questo mondo.Nella stessa porzione della Torà di questa settimana del racconto del Vitello d’oro troviamo all’inizio l’antidoto di questo peccato che è il conteggio del popolo attraverso l’offerta di mezzo shekel: quando gli uomini di Israèl venivano censiti, veniva richiesto a ognuno di contribuire con una moneta del valore di mezzo shèkel. Le monete venivano poi contate e il totale indicava quanti uomini erano stati annoverati.
Tale procedura fa sorgere diverse domande. Perché gli uomini non venivano contati “per teste”? Perché invece si chiedeva a ognuno di donare una moneta?
I maestri rispondono che il metodo del censimento attraverso le monete simboleggia il fatto che ogni singola persona conteggiata è portatrice di un proprio valore individuale.

Tuttavia ciò conduce a diverse domande. Se è così, perché ogni uomo doveva donare solo mezzo shèkel invece che uno intero? Perché ogni individuo non ha dimostrato di essere intero e completo?
Infatti è proprio questo il punto: enfatizzare il concetto che nessun individuo è completo quando è solo. Nessun uomo, e certamente nessun ebreo, è un’isola solitaria in mezzo al mare. Egli può raggiungere le massime altezze della spiritualità ebraica e della fratellanza solo quando si associa e coopera con gli altri. Se diamo il meglio di noi per aiutare gli altri, imparare dagli altri e unirsi ad altri in positivi sforzi collettivi, allora è un vero membro della nazione ebraica. Al contrario, se si rimane lontano dagli altri ci si trova isolati.
Una delle condizioni fondamentali per migliorare è unirsi alla congregazione (Ràmbam Pèrek 4 Hilkhot Teshuvà Halakhà 1).

Storia
L’importanza di lavorare insieme agli altri si evince dalla storia di un uomo che aveva perso la strada mentre si trovava in un’immensa e folta foresta e continuava a camminare a vuoto. Alla fine giunse presso una seconda persona, che si aggirava anch’essa per la foresta. “Puoi mostrarmi la via per uscire dai guai?” chiese.
“No, non ancora” disse il secondo uomo. “Tuttavia, nel corso dei miei viaggi ho già scoperto quali strade non prendere. Forse insieme potremo trovare quella giusta”.
E così fu. Ognuno mise a disposizione la propria conoscenza delle strade della foresta e con le loro informazioni messe insieme trovarono presto la giusta via. Se ognuno fosse rimasto solo, avrebbero vagato entrambi molto più a lungo.
Questo ragionamento è la base del fatto che noi preghiamo in Sinagoga con il minyàn, un gruppo di almeno dieci ebrei adulti. L’unione della preghiera ha una forza e un potere ENORME.

Dono Migliore
Questo concetto può essere spiegato tramite una parabola.
Una volta fu chiesto a un re di decidere quale tra due città meritava un determinato privilegio regale.
Entrambe le città mandavano i loro doni singolarmente, in momenti diversi. Non appena ogni dono arrivava, il re lo esaminava e generalmente cercava di trovarne un difetto. La seconda città tuttavia mandò tutti i propri doni con una sola spedizione. Quando arrivò questo pacco di doni, il re fu subito impressionato dall’enorme numero e non si sentì propenso a guardare ogni dono singolarmente. Come si poteva prevedere la seconda città guadagnò il suo favore.
Allo stesso modo, se ognuno di noi pregasse separatamente HaShèm “Lui” ci prenderebbe in considerazione su base individuale e senza dubbio ci troverebbe con delle azioni inadeguate. Al contrario, se preghiamo in gruppo, come parti di un minyàn, la combinazione delle nostre preghiere viene convogliata a HaShèm e, auspicabilmente, i meriti dell’intero gruppo potranno compensare le mancanze dei singoli.

Inoltre grazie agli altri riusciremmo meglio a non farci condizionare dalle mode imperanti nella nostra società, dai “falsi dei”, gli “idoli d’oro” che vorrebbero farci dare valore a cose che non ne hanno nessuno.
Passioni esagerate per il cibo o per una donna, il denaro, la propria macchina, tutte cose che possono farci credere, che sono dei valori assoluti e che da loro dipende la nostra felicità, da loro dipende il nostro destino.
Quando arriviamo alla lettura del Vitello d’Oro ci rendiamo conto che la valorizzazione di ogni tipo di tramite è sempre idolatria. E quando si pensa che il preziosissimo metallo dell’oro possa essere un tramite per unirci a Dio questo diventa idolatria.
Nel Santuario i Cherubini erano d’oro ed erano gli intermediari per parlare con Hashem, ma questo solo perché il Padre Eterno ha scelto come tramite queste due statuette, l’uomo non ha la facoltà di rendere santo un tramite.
Dopo 3.335 anni dal Vitello d’Oro questa malattia di rincorrere i soldi senza tregua non è debellata.

Solo quando arriverà il Mashiakh il mondo vedrà quali sono i veri valori e ci sarà abbondanza materiale, spirituale e capiremo che l’oro è solo un tramite.
Allora potremo occuparci solo delle vere cose, di conoscere Hashem, perché la divinità riempirà il mondo come l’acqua copre il mare, presto nei nostri giorni Amen.

La Parashà di Kì Tissà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm ordina a Moshè di contare il popolo avvalendosi del mezzo shèkel; la somma ottenuta verrà impiegata per la costruzione del Mishkàn.
HaShèm ordina a Moshè di costruire il lavabo di bronzo in cui i cohanìm eseguiranno l’abluzione di mani e piedi prima di intraprendere il culto del Mishkàn.
Preparazione dell’olio d’unzione con cui saranno unti gli oggetti e gli arredi del Mishkàn, Aharòn e i suoi figli.
Comandamento di osservare lo Shabbat.
Le Tavole della Legge vengono consegnate a Moshè.
Il popolo, constatando che Moshè indugia a scendere dal Monte Sinày, realizza il vitello d’oro. HaShèm ne informa Moshè, comunicandogli l’intenzione di annientare il popolo. Moshè Lo supplica di avere misericordia. Moshè scende dal monte e lascia cadere le tavole. Prende il vitello lo brucia e ne getta le polveri nell’acqua che poi fà bere agli ebrei che hanno peccato. Moshè viene assistito dai membri della tribù di Levì, ai quali comanda di uccidere con la spada tutti i colpevoli.
Moshè chiede a HaShèm di mostrargli il Suo volto e HaShèm gli risponde che gli si rivelerà solo “posteriormente”.

MIDRASHIM

Un aroma divino.
(a pagina 695 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Mani, piedi e viso.
(a pagina 767 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Dall’esilio alla redenzione.
(a pagina 769 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Un peccato imperdonabile?.
(a pagina 771 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Quaranta giorni di digiuno.
(a pagina 773 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShem è Dio!
(a pagina 774 del volume Shemòt edizioni Mamash).

KI TISSA 5771 – IDOLATRIA: INGANNEVOLE RIEMPIMENTO
Perché ogni impulso e ogni vizio che ci domina è una forma sottile di idolatria? Una lezione basata sugli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch.

KI TISSA 5770 – INCHIOSTRO RIMASTO NELLA PENNA!
Il segreto dell’ebreo apparantemente distante!

KI TISSA 5768 – IL VALORE DELLE SECONDE TAVOLE SULLE PRIME
Perché Hashem ringrazia Moshè per aver rotto le tavole della legge? Qual è il grande merito in questo?

KI TISSA 5767 – LA GUARIGIONE CHE VIENE DAL MALE STESSO
Il peccato del vitello d’oro e la purificazione del peccato. I sacrifici e Shabbat Parà.

KI TISSA 5766 – IL NODO CHE FA RICORDARE!
Che cosa dobbiamo fare affinché Hashem ci perdoni i peccati?
L’insegnamento di Moshè, dopo il vitello d’oro! Il grande valore della Tzedakkà e il nodo dei tefillim!
Lo Shabbat, giorno benedetto, che permette l’elevazione di quanto compiuto nella settimana. 57, il valore numero associato allo Shabbat!

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TETZAVVE ZAKHOR PURIM 5780 : 4 LEZIONI

Questo Shabbàt 7 Marzo 2020, 11 del mese di Adàr 5780 leggeremo la Parashà di Tetzavvè 27,20-30,10 (Shemot Esodo).

I° Sefer: Es 27, 20 – 30, 10

2° Sefer: Deut.25:17-19

Si legge l’HAFTARÀ:
Italiani/Sefarditi: Samuele 1°, 15:1-34

Milano/Torino/Ashkenaziti: Samuele 1°, 15:2-34

La Parashà di Tetzavvè è composta da 146 versetti.

La Parashà di Tetzavvè contiene 4 comandi e 4 divieti.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן שלמה ורחל
TESTARDI E QUI PER RESTARE!
Siamo in prossimità della festività di Purim che ci ricorda la vittoria del popolo ebraico su coloro che tentarono di distruggerlo, il voltafaccia dalla sconfitta alla vittoria nell’arco di un breve lasso di tempo. Tuttavia, per quanto possiamo sentire di essere una minoranza, pochi numericamente, dobbiamo nondimeno realizzare che il nostro destino è di prevalere su coloro che preferirebbero piuttosto vederci scomparire.
Come vediamo una volta e ancora dalla storia, imperi così grandiosi sono sorti – i Greci, Romani, il Terzo Reich, l’Unione Sovietica ecc. – e hanno voluto spazzare via il popolo ebraico. Chi è ancora qui?!? Quegli imperi non ci sono più, invece il “popolo testardo”, gli Ebrei, continua a vivere.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
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Purim
LA PROVA DELL’ESILIO

Quando il Dolce è Molto Amaro
La Meghillà di Estèr inizia con le parole: “Avvenne all’epoca di Akhashveròsh…” e prosegue descrivendo il grandioso banchetto organizzato dal re Akhashveròsh per celebrare la sua ascesa al trono. Il Talmùd commenta il versetto spiegando che nella Torà il termine Vayehì-avvenne si riferisce sempre a un periodo di sofferenza per il popolo ebraico.
Il malvagio Hamàn, la causa di tutte le disgrazie, non è però ancora salito al potere, per quale ragione allora l’ascesa al trono di Akhashveròsh viene considerata un fatto penoso per Israèl? I membri del popolo di Israèl erano molto influenti nel paese e occupavano posizioni di prestigio. Mordekhày, capo della comunità ebraica, sedeva al cancello reale (Estèr 1, 21) ed era uno dei cortigiani di maggior spicco, consultato dal re stesso riguardo alle questioni più importanti dello Stato. Egli, e tutti gli ebrei con lui, godevano della libertà di studiare la Torà e di osservare le mitzvòt.
Perché quindi viene usato il termine vayehì-avvenne, che significa che questo periodo è molto problematico?
L’esilio è sempre un periodo di difficoltà in qualunque situazione. Ecco perché l’epoca di Akhashveròsh è di per sé sinonimo di problemi. Il paese di cui l’ebreo è ospite può assicurare libertà, agi, opportunità di successo e prosperità ma, fino all’arrivo di Mashìach, l’esilio resta sempre un limite ed è pieno di insidie, dato che è in fondo una estraniazione dalla propria terra natia e una acquisizione di un diverso stile di vita e di valori. Finché ci troviamo in esilio non ci è possibile infatti vivere pienamente la vita ebraica, ma come si può descrivere l’ascesa al trono del re di Persia un momento cosi triste?

Confusione fra Luce e Buio
La conseguenza più distruttiva dell’esilio è però la mancanza di consapevolezza dell’esilio stesso. Quando si è consapevoli di una malattia da essa si può guarire chiedendo aiuto alla medicina, ad esempio. Invece, quando non sappiamo neanche di avere una malattia essa rimane molto difficile da scoprire e quindi da curare. Così è anche per l’esilio dove l’aspetto più pericoloso è proprio la sua completa accettazione. Se l’ebreo in esilio si sente comunque a suo agio, a casa, non si rende conto che in realtà sta giocando “fuori casa” in una situazione che lo costringe a rinunciare al suo ideale “habitat spirituale”.

Ovviamente ognuno di noi deve essere grato a Dio per la libertà e deve apprezzare la prosperità di cui gode. Tuttavia, dobbiamo anche renderci conto che lo scopo della nostra esistenza non è mirato alla mera prosperità materiale. Dobbiamo mirare a un’esistenza basata su un legame totale con Dio. Solo così saremo in grado di sentirci veramente realizzati. Fino all’epoca della redenzione in cui ciò avverrà in maniera completa, noi saremo comunque limitati a un’esistenza innaturale e non potremo realizzarci pienamente.

Coinvolgimento Sociale e Distacco
Ciò non deve portare a isolarci e a staccarci dalle questioni del paese in cui risiediamo. Al contrario tale coinvolgimento è più che positivo. Hashèm infatti ha di certo uno scopo in questo, perché – come disse il Rebbe precedente: «Non siamo andati in esilio volontariamente e per nostro desiderio, ma vi siamo stati mandati per decreto Divino».
Mandandoci in esilio, Hashèm ci ha affidato infatti una missione ben precisa: quella di migliorare ed elevare spiritualmente i paesi in cui risiediamo. Per portare a termine questa missione, dobbiamo essere perciò parte della società che ci circonda. Come insegnano i saggi (Shemòt Rabbà su Estèr 47, 5): quando arrivi in una città, seguine gli usi. Ciò richiede fra l’altro di operare nel contesto della società allo scopo di trasformarla, perché essa possa realizzare i valori della Torà e i suoi principi di bontà e giustizia.
Alla luce di questo possiamo capire perché Mordekhày, membro del Sanhedrìn (Talmùd Meghillà 13b), è addirittura desideroso di privarsi del tempo che generalmente dedicava allo studio e all’insegnamento della Torà per prestare servizio alla corte di Akhashveròsh. Egli aveva capito che l’impero persiano era il mezzo scelto da Dio per fare “nascere” il ritorno degli ebrei in Israèl e portare alla costruzione del secondo Santuario. Era quindi una sua precisa volontà quella di investire tempo e sforzi al servizio del sovrano persiano.

Fieri Della Propria Identità Ebraica
La condotta di Mordekhày in quell’epoca è quanto mai istruttiva per noi, oggi. C’è un giudeo a Shushàn, la capitale, il cui nome è Mordekhày (Estèr 2,5). Prima ancora di dirci il nome di Mordekhày, la Meghillà ci fa notare che egli si identifica innanzi tutto come ebreo. Non sta a corte per motivazioni egoistiche o ambizioni politiche, ma al fine di salvaguardare gli interessi dei suoi fratelli. I suoi compiti di consigliere infatti lo distaccano dall’adempimento delle pratiche esteriori del suo servizio divino, mai però, nella sua anima, dallo spirito più profondo di esse.
Mordekhày rappresenta quindi una sintesi di opposti: egli è coinvolto nella vita persiana e allo stesso tempo è distaccato da essa; benché presti servizio a corte ne rigetta i valori pagani e la promiscuità sessuale. Accetta il fatto di vivere in esilio, ma solo per le questioni materiali; a livello spirituale egli sa che in esilio non vi sono cadute anche le nostre anime, perché esse stanno saldamente legate al Creatore anche in quella triste situazione.
La condotta e il pensiero di Mordekhày non sono perciò in contraddizione. Egli non ottiene certo la sua posizione influente a corte soltanto per le sue eccellenti qualità, ma grazie alla benedizione divina. È però per i suoi meriti e a causa delle necessità del popolo ebraico che Hashèm lo sceglie come mezzo per la salvezza degli ebrei. La posizione a cui Dio lo ha innalzato gli permette infatti di usare il potere dell’impero persiano in funzione della Torà.

Priorità
Fu proprio la reazione di Mordekhày al decreto di Hamàn che definisce il legame fra il suo successo materiale e il servizio divino. Non contando soltanto sul potere politico per annullare il decreto, egli reagisce indossando un sacco di canapa e mettendosi addosso della cenere (Estèr 4, 1). Incita quindi il popolo ebraico a rivolgersi a Dio e a fare teshuvà e raduna ventiduemila bambini ebrei insegnando loro la Torà (Estèr 4, 16). Il suo sforzo di annullare il decreto punta innanzitutto sul servizio divino necessario per invocare la misericordia di Hashèm. Solo in un secondo tempo chiede a Estèr di presentarsi al re.
Le stesse priorità sono presenti però anche in Estèr: ella chiede a Mordekhày di radunare tutti gli ebrei affinché non mangino e bevano per tre giorni, promettendo di digiunare essa stessa con le sue ancelle.
Il digiuno potrebbe mettere in pericolo la sua vita e compromettere seriamente il successo della missione. É infatti un mese che Akhashveròsh non la convoca e un prolungato e ferreo digiuno sminuirebbe di certo la sua bellezza. Presentandosi per di più senza essere interpellata, rischia la morte!
Estèr però ha capito che la grave situazione in cui si trovano gli ebrei non è casuale, ma è la conseguenza dei loro sbagli. Intuendo che il decreto reale avviene per volontà divina, decide che prima di fare appello ad Akhashveròsh deve annullarne le cause spirituali con la teshuvà. Soltanto con il pentimento di tutti gli ebrei, Estèr si sente sicura nel presentarsi ad Akhashveròsh per chiedergli di annullare il decreto reale.
Proprio perché non sono mai stati tentati dai piaceri della corte persiana, Mordekhày ed Estèr non tengono in nessun conto il potere politico come unico mezzo di salvezza.
La storia di Purìm rivela quindi tutta la loro devozione all’identità ebraica e il loro profondo riconoscimento di Dio come Signore del loro destino.
(vedi questo fantastico video per capire meglio
https://youtu.be/1cA9ri3Vc68)

Dall’esilio Alla Redenzione
Fu proprio questo atteggiamento interiore che consente il grandioso miracolo, rovesciando l’intera situazione: tutti i poteri mobilitati contro il popolo ebraico sono usati alla fine a loro beneficio.
Purìm è quindi un esempio eterno di come l’ebreo debba considerare l’esilio e come, con il suo impegno, possa trasformarlo in una forza positiva.
Questa lezione è quanto mai rilevante ora, negli ultimi momenti dell’ultimo esilio. In attesa della rivelazione messianica, dobbiamo seguire l’esempio datoci da Mordekhày ed Estèr e diffondere il bene, la giustizia e i valori della Torà nelle società in cui viviamo. I valori spirituali sono sempre più sommersi davanti all’avanzata del culto del corpo, della bellezza fisica e del “dio denaro”, che è simboleggiato da Amalèk e che dobbiamo annullare di Purìm e Shabbàt Zakhòr (che è lo Shabbat prima di Purìm, ovvero stasera).
Ciò affretterà l’avvento della redenzione finale, una redenzione che non permetterà mai più alcun esilio, Amen.

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Midrash racconto sulla parashà di Tetzave

Il verme e il demone saggio
Hashèm ordinò che le pietre preziose del khòshen e dell’efòd fossero perfette, senza la minima scalfittura. Siccome non è possibile incidere delle lettere per mezzo di uno strumento, perché questo potrebbe scheggiarle, come si riuscì, dunque, a incidere sulle pietre i nomi delle tribù? Tramite lo shamìr. Lo shamìr era una creatura piccola come un chicco d’orzo ed era stata creata l’èrev Shabbàt dei sei giorni della Creazione. Lo shamìr aveva la capacità straordinaria di fendere anche le rocce più dure. I nomi delle tribù furono scritte sulle pietre preziose con l’inchiostro, poi venne fatto scorrere lo shamìr lungo ciascuna delle iscrizioni e le intagliò con una tale precisione che non andò perduta nemmeno un po’ di polvere delle pietre.

Re Shelomò ricevette in dono da Hashèm una sapienza che nessun altro essere umano possedeva. In virtù di questa saggezza di ispirazione divina, il suo potere non era esteso solo agli uomini e agli animali, ma anche agli shedìm (demoni o spiriti malvagi).

Quando re Shelomò decise di costruire il Bet Hamikdàsh, interrogò i saggi: «Com’è possibile tagliare le pietre del Bet Hamikdàsh senza fare uso di uno strumento?»
Essi risposero: «Per mezzo dello shamìr. Moshè si servì di questa creatura per tagliare le pietre preziose destinate all’efòd».
«Come posso trovare lo shamìr?» chiese re Shelomò.
«Consulta gli shedìm» gli consigliarono i saggi. «È probabile che lo sappiano: costringili a rivelarti il segreto»
Re Shelomò cercò di piegare gli shedìm alla sua volontà, ma essi gli dissero: «Non sappiamo dove si trova lo shamìr. Chiedi ad Ashmadày, il re degli shedìm. Forse lui lo sa».
«E dove vive Ashmadày?» domandò Shelomò. I demoni gli rivelarono il nome della montagna in cui Ashmadày aveva stabilito la sua dimora, e aggiunsero: «Ashmadày ha scavato un pozzo sulla montagna e l’ha riempito d’acqua. Ogni giorno, lo chiude con una pietra (per timore che qualcuno possa prendere l’acqua del suo pozzo), poi vola negli spazi celesti. Egli non beve l’acqua del suo pozzo se non dopo aver controllato la chiusura per essere sicuro che sia rimasto sigillato».
Shelomò incarico il suo saggio consigliere Benayàhu ben Yehoyadà di catturare Ashmadày. A questo scopo, gli consegnò una catena e un anello sui quali vi era inciso il Nome divino; inoltre gli diede della lana e degli otri pieni di vino. Benayàhu si diresse verso la montagna indicata dagli shedìm. Egli trovò il pozzo di Ashmadày, scavò una seconda cavità al di sotto, praticò un foro sul fondo del pozzo e trasferì l’acqua nel secondo pozzo. Poi, riempì di vino il pozzo di Ashmadày e coprì il buco con la lana che gli aveva consegnato Shelomò.
La sera, quando Ashmadày tornò, fu sorpreso di trovare del vino nel suo pozzo, sebbene il sigillo fosse intatto. Egli non bevve per timore di inebriarsi, ma aveva molta sete e il suo desiderio di placarla si faceva sempre più pressante: si chinò, bevve e cadde in un sonno profondo.

Benayàhu scese dall’albero sul quale si era nascosto e attaccò la catena intorno al collo di Ashmidày. Quando si svegliò e si accorse di essere incatenato, egli tentò furiosamente di rompere le sue catene.
«Fermati!» gli gridò Benayàhu. «Il nome di Hashèm, tuo Padrone, è su di te!»
Ashmadày, allora, permise a Benayàhu di condurlo da re Shelomò. Durante il cammino, egli provocò distruzione ovunque: spezzò un albero e demolì una casa. Quando passarono davanti alla capanna di una vedova, ella lo supplicò di risparmiarla. Ashmadày ebbe pietà della donna, ma quando se ne andò si ruppe un osso. «Come sono vere le parole di Shelomò!» esclamò. «Una parola dolce spezza le ossa» (egli ammise che la sua forza era stata spezzata dall’umiltà di una povera vedova).

Alla fine, giunsero a Yerushalàyim. Dopo tre giorni di attesa, Ashmadày venne ricevuto da re Shelomò. Il re dei demoni con un metro misurò quattro amòt, gettò il metro ai piedi di Shelomò e urlò: «Ecco la grandezza della tua tomba! Perché ti ostini a conquistare nuovi territori e mi scomodi dai confini della terra per farmi comparire davanti a te?»
«Io sono venuto a disturbarti» gli rispose Shelomò «perché desidero scoprire il luogo in cui si trova lo shamìr. Voglio costruire il Bet Hamikdàsh secondo il comando di Hashèm».
«Lo shamìr non è stato affidato a me» rispose Ashmadày. «Hashèm ha designato come suo custode l’angelo del mare. Questi l’ha consegnato all’uccello Bor (un tipo particolare di volatile), esortandolo a custodirlo con grande scrupolo».

Shelomò ordinò a uno dei suoi servitori di andare a catturare l’uccello Bor, e gli diede a questo scopo una campana di vetro.
Il servitore trovò il nido dell’uccello Bor, ma l’uccello non c’era. Egli, allora, ricoprì con la campana di vetro il nido con i pulcini. Quando l’uccello tornò, vide che l’avevano separato dai suoi piccoli, allora volò via e ritornò portando nel becco lo shamìr, che mise sulla campana di vetro. Subito il servitore si mise a urlare e l’uccello fuggì, così poté prendere lo shamìr per portarlo al re Shelomò.
Quando l’uccello Bor si accorse di aver tradito il giuramento fatto all’angelo del mare, per non aver custodito lo shamìr, si impiccò (Hashèm non aveva affidato lo shamìr agli umani, perché temeva che lo avrebbero utilizzato per scopi malvagi, tentando di fare il mondo a pezzi. È il motivo per cui l’uccello Bor si tolse la vita quando capì che lo shamìr era caduto nelle mani degli uomini).

Benayàhu, allora, interrogò Ashmadày che insegnò al re e ai suoi consiglieri alcune cose molto sagge:
Che gli uomini gioiscono spesso in momenti in cui farebbero meglio ad affliggersi.
Che gli uomini fanno dei preparativi per vivere una lunga vita invece di predisporsi per la vera vita nell’Olàm Habà.
Che molti uomini trascorrono la loro esistenza a perseguire dei tesori nascosti, senza essere consapevoli di ciò che è alla loro portata.

Il Maharàl, secondo il suo metodo di interpretazione simbolica delle aggadòt khazàl, spiega che lo scambio fra acqua e vino effettuato da Benayàhu, così come il fatto di aver incatenato Ashmadày, sono azioni simboliche. Il loro significato è che Shelomò trasformò l’essenza del demone per metterlo sotto il suo dominio. Allo stesso modo, lo shamìr affidato all’uccello Bor, e l’uccello Bor che si suicida, non sono che simboli di concetti metafisici.

Estratto dal Midràsh Racconta ed. Mamash.
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Lezione di Purim bomba:
SEGRETO DELLA GUERRA DELL’OPPIO TRA CINA E GRAN BRETAGNA

(video legato alla lezione di non guardare alle apparenze)SEGRETO DELLA GUERRA DELL’OPPIO TRA CINA E GRAN…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Venerdì 23 febbraio 2018

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COME LEGGERE IL GIORNALE!
Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

PURIM 5769 – COME LEGGERE IL GIORNALE!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:

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PURIM: REALTÀ MASCHERATA!
Gli ebrei invitati alla “Casa Bianca” persiana, dimenticarono il vero RE!
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà con il link a scaricare il file audio:

PURIM 5771 – PURIM: REALTÀ MASCHERATA!

dal seguente link si può scaricare immediatamente senza aprire la pagina web:
www.virtualyeshiva.it/files/11_03_15_purim5771low_natura_maschera_nome_persiano.mp3
(chi volesse ricevere il link della lezione tramite whatsapp e scaricare sul cellulare può mandarmi la richiesta)
per vedere il video della lezione direttamente cliccare qui:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

TETZAVVE ZAKHOR 5780 : 4 LEZIONI


Per ascoltare le altre lezioni su Purim:

PURIM 5779: CINQUE LEZIONI

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Lo Shabbàt che cade prima di Purìm è chiamato anche Shabbàt Zakhòr – Shabbàt del Ricordo. Si tratta del secondo dei quattro speciali Shabbatòt, il cui nome deriva dalla lettura aggiuntiva di Torà tratta da Devarìm 25, 17-19 dove viene comandato “di ricordare” cosa ‘Amalèk ha fatto a Israèl. La credenza tradizionale è che Hamàn fosse un diretto discendente di Agàg, il re degli amalekiti.
Tutti, uomini e donne, siamo pertanto tenuti ad andare al tempio Shabbàt mattina per ascoltare la lettura della Torà, nonostante il corona virus.
A Purìm si usa offrire denaro ai poveri (matanòt laevyonìm), come menzionato nella storia della Meghillà, e consumare un pasto festivo (Seudà) durante il giorno (quest’anno martedì 10 Marzo).
L’ultima delle mitzvòt di Purìm è quella dei mishlòakh manòt che consiste nell’inviare doni agli amici. La fonte si trova nella Meghillà dove si dice che Mordekhày ed Estèr istituirono questa pratica. Essi desideravano ricordare agli ebrei che anche durante la celebrazione della loro miracolosa salvezza devono pensare agli altri. Bisogna mandare un dono almeno a un amico contenente due generi di cibi o bevande pronti da consumare.

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La Parashà di Tetzavvè tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm impartisce a Moshè le istruzioni concernenti il confezionamento degli indumenti del Sommo Sacerdote e dei sacerdoti semplici, che presteranno il culto ne Tabernacolo.
Il Sommo Sacerdote indosserà otto indumenti: l’efòd, il pettorale, la veste, il diadema, la tunica, il turbante e la fascia. Il vestiario del sacerdote semplice sarà, invece, limitato a quattro capi: La tunica, la fascia, il copricapo e i calzoni.
HaShèm istruisce Moshè sul rituale di investitura che renderà Aharòn e i suoi figli sacerdoti, per l’eternità.Il rituale consiste nell’esecuzione di determinate offerte farinacee e di particolari sacrifici, nell’immersione rituale e nella vestizione degli abiti sacerdotali.

MIDRASHIM

Donare per elevarsi.
(a pagina 685 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il significato simbolico del Mishkàn.
(a pagina 689 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Singolarità e peculiarità.
(a pagina 754 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShèm risiede fra noi.
(a pagina 758 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Uno per tutti.
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

TETZAVVE 5771 – ATTIVARE LA GIOIA + MOLTO RUMORE PER QUALCOSA!
Come far nascere le emozioni? Un insegnamento che deriva dagli abiti del Cohen gadol. Stare nascosti o fare rumore? La via giusta per la nostra generazione.

TETZAVVE 5769 – L’AMORE NON È BELLO SE NON È LITIGARELLO!
Che cosa significa essere orfani spiritualmente? I tipi di unione tra Hashem e l’uomo legati ai sacrifici: quella del korban e quella dell’incenso. Due matrimoni diversi. Le interpretazioni Talmudiche e i significati profondi legati ai sacrifici.

TETZAVVE 5768 – IL SILENZIO DELL’OLIO CHE BRUCIA!
Quando c’è un contrasto, consegue rumore. Quando c’è vicinanza, c’è silenzio. Hitpaalut e dvekut, due stati emozionali diversi della preghiera, due condizioni per unirsi a D-o.

Pubblicato in Parashot, Tetzavve | Lascia un commento

TERUMA 5780 : 7 LEZIONI

Questo Shabbàt 29 Febbraio 2020, 4 Adàr  5780, leggeremo la Parashà di Terumà Es. 25,1-27,19.

Si legge l’Haftarà di Melakhìm 1:    5, 26-32; 6, 1-13
(a pagina 442 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La Parashà di Terumà è composta da 146 versetti.

La Parashà di Terumà contiene 2 comandi e 1 divieto.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן שלמה ורחל

UN MESE FORTUNATO

Un rabbino incontra una coppia e chiede loro quanti figli hanno.
“Non siamo ancora stati benedetti con la prole”, risponde la donna.
“Allora dimmi il tuo nome e quello di tuo marito, così metterò un biglietto nel Kotel (Muro Occidentale) per una benedizione”, risponde il rabbino.
Cinque anni dopo incontra di nuovo la donna e le chiede: “Allora, come sta la famiglia?”.
“Bene, rabbino, siamo stati benedetti con 10 bambini, due parti gemellari e due trigemini”.
“Fantastico! Vorrei congratularmi con tuo marito. Dov’è?”
“È in Israele”, risponde lei
“Cosa ci fa lì?”, chiede il rabbino.
“È alla ricerca del biglietto che ha messo nel muro!”.

Dice il Talmud: colui che vuole avere successo nel lavoro pianti un Adàr (tipo di pianta). Secondo l’interpretazione dei commentatori la frase va intesa in questo modo: si pianti nel mese di Adàr, o anche si firmi nel mese fortunato per Israèl, che è Adàr. In sostanza i saggi del Talmud ci vogliono dire che ogni decisione, contratto o acquisto firmato nel mese di Adàr, il mese positivo per eccellenza, sicuramente avrà successo. Pertanto se abbiamo delle grandi decisioni da prendere o dei contratti da chiudere, affrettiamoci soprattutto adesso che siamo all’inizio di questo splendido mese. Tuttavia, sarebbe legittimo chiedersi, ma che cosa c’entra questo mese fortunato, Adàr, con la parashà di Terumà?

Un Albero Di Follia
La parashà di Terumà ci istruisce nella costruzione del Mishkàn, il Santuario che Israèl trasportava nel deserto. I muri del Mishkàn erano costruiti con assi in legno, derivate da alberi di cedro.
Possiamo trarre un grande insegnamento di vita proprio dall’uso degli alberi di cedro per il Mishkàn. La Torà, infatti chiama gli alberi di cedro “atzè shittìm”. E proprio questo nome ci aiuta a comprendere la lezione che gli alberi di cedro ci insegnano. La parola ebraica “shittìm” deriva dalla parola “shtut”, follia!
I Saggi insegnano che una persona non pecca, finché non viene stimolata da un pensiero folle, stolto. Ogni persona infatti, in cuor suo, desidera ardentemente unirsi ad Hashèm e fare la Sua Volontà. Ma allora quale pensiero stolto potrebbe spingere una persona a peccare? La risposta è che questo “pensiero folle” non è altro che lo yètzer harà, “l’istinto al male”! Il cui compito è anche quello di cercare di convince ogni essere umano che può commettere un peccato e, allo stesso tempo, continuare ad essere unito ad Hashèm. Così seducente è la sua opera che spesso una persona non ne realizza la falsità e soprattutto non realizza coscientemente la “pura follia” che è implicita nella visione tra uomo e Dio del nostro “istinto al male”. Questo appena descritto è solo un tipo di “shtut”, follia, poiché esiste, incredibilmente, anche uno “shtut positivo”. Difficile crederlo… no? Come può esistere una follia positiva?

Fare Del Bene Senza Pensare
Tuttavia se ci riflettiamo un attimo, essere folli positivamente significa fare le cose senza ragionare troppo. A volte, infatti, agire senza pensare può essere positivo. Per esempio, prima che Israèl ricevesse la Torà disse: “Naassè venishmà”, “Faremo e ascolteremo”. Ossia, il popolo ebraico promise di adempiere alle mitzvòt senza aspettare di sentire ciò che Hashèm avrebbe detto esattamente di fare. Una “gigantesca cambiale in bianco”! Questo non sarebbe un ottimo esempio di follia? Eppure Israèl promise di seguire i comandamenti di Hashèm prima di sapere quali sarebbero stati. Ossia, il popolo ebraico si prese la responsabilità di agire secondo un incredibile numero di norme, precetti di vario tipo, al fine di contribuire a rettificare l’umanità per i secoli a venire, senza sapere e conoscere le incredibili implicazioni. Questa è stata una “follia positiva”, poiché si fondava sul “kabalàt ol”, ossia prendere su di sé la decisione di adempiere alle volontà di Hashèm, solo perché questa è la Sua Volontà. Punto! Niente altro serve o sarebbe servito.
Questo ci insegna che per essere “positivamente folli” è fondamentale essere collegati con Hashèm, proprio come lo era il popolo ebraico sul monte Sinày durante il dono della Torà. Solo così possiamo “fare e poi ascoltare”, solo in questo modo possiamo sperare di aver successo.
Ogni persona ha un Mishkàn, Santuario nel cuore. Come il Mishkàn era costruito con alberi di cedro, “follia”, allo stesso modo noi possiamo costruire il nostro Santuario, insegnando alla parte di noi collegata con la follia dello “yètzer harà” a comportarsi guidata da una “buona follia”, in modo da realizzare la dimora di Hashèm in questo mondo.
Questo desiderio divino sarà completato con l’arrivo di Mashiakh presto nei nostri giorni.
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Nuova lezione bomba di questa settimana
ALLA RICERCA DELL’ARCA PERDUTA
Perché le Tavole Non Sono in Semicerchio?

Nuova lezione di questa settimanayoutube: https://youtu.be/QhwGvMitd-sALLA RICERCA DELL'ARCA PERDUTAPerché le Tavole…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 27 febbraio 2020

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TERUMA:

I TRE STRATI DELL’ANIMA
Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

TERUMA 5771 – I TRE STRATI DELL’ANIMA

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Video: https://vimeo.com/19541722

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

TERUMA 5780 : 7 LEZIONI

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la Torà è un manuale di vita SEMPRE attuale e ogni precetto ha un’applicazione nella vita quotidiana, bisogna solo creare un ponte che unisca il significato di ciò che la Torà ci insegna e dargli un’applicazione nella nostra vita.
Non a caso la Torà viene chiamata così che nella lingua santa vuole dire HORAÀ – INSEGNAMENTO.
La Torà non è mai obsoleta perché è la parola di Dio che è al di sopra del tempo ed è immutabile perciò anche i suoi precetti sono ETERNI al di sopra del tempo. Bisogna solo entrare nella profondità del precetto e “spogliarlo” dal suo contesto per poterlo riportare in un altro contesto pratico e terreno.
A proposito del divieto di non prendere corruzione, è dovuto al fatto che perfino un onesto se riceve un favore da uno dei contendenti il suo cervello diventa storto senza volerlo, come è scritto nell’Esodo (23, 8): “poiché la corruzione acceca perfino i saggi e deforma i giusti”…
continua al seguente link con una nuova lezione video MOLTO interessante: SUBCONSCIO NELLA TORÀ
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

ps
articolo dell’anno scorso su Terumà molto interessante
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
TERUMA
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
www.virtualyeshiva.it/files/08_02_07_teruma5768_3volte_oroargentorame_tresili.mp3
TRE MATERIALI X TRE TIPI DI ESILIO
Qual è la relazione tra i tre tipi di esilio e la costruzione del Tabernacolo?
Il significato dei tre materiali: oro, argento e rame.

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Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perche’ vogliamo che la Tora sia accessibile a tutti. Aiutando Virtual Yeshiva potrete diventare soci nella diffusione della Tora. Sul seguente link puoi trovare come mandare una donazione
http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/

La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre 6 lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

FOLLIA POSITIVA!
Dice il Talmud: colui che vuole avere successo nel lavoro pianti un Adar (tipo di pianta).
Secondo l’interpretazione dei commentatori la frase va intesa come: si pianti nel mese di Adar, oppure che firmi i contratti nel mese fortunato per Israèl che è il mese di Adar che è iniziato oggi.
Infatti ogni decisione, contratto o acquisto firmato nel mese di Adar, il mese positivo, sicuramente avrà successo. Se abbiamo in ballo delle grandi decisioni da prendere o dei contratti da chiudere, affrettiamoci poiché siamo all’inizio del mese.
La parashà di Terumà ci istruisce nella costruzione del Mishkàn, il Tabernacolo che è il Santuario che Israèl trasportava nel deserto. I muri del Mishkàn erano costruiti con assi in legno, derivati da alberi di cedro.
Possiamo trarre un insegnamento dall’uso degli alberi di cedro per il Mishkàn. La Torà chiama gli alberi di cedro Atzei shittìm e questo nome ci aiuta a comprendere la lezione che gli alberi di cedro ci insegnano. La parola ebraica shittà deriva da shtut – follia.
I Saggi insegnano che una persona non pecca, finché non viene stimolata da un pensiero folle, stolto. Ogni ebreo desidera unirsi ad Hashem e fare la Sua Volontà. Ma allora quale pensiero stolto potrebbe spingere una persona a peccare? Il yetzer harà che cerca di convincerla che può commettere il peccato e continuare a essere unita ad Hashem. La persona non sempre realizza che ciò non è vero, e che crederci è pura follia.
Questo è un tipo di shtut, ma esiste anche uno shtut positivo. Come può esistere una follia positiva? Le cose buone non possono essere folli.
Essere folli significa fare le cose senza pensare. Ma a volte agire senza pensare può essere positivo. Per esempio, prima che Israèl ricevesse la Torà disse: naasè venishmà, faremo e ascolteremo. Essi promisero di adempiere alle mitzvà senza aspettare di sentire ciò che Hashem avrebbe detto loro di fare.
Questa era una follia? Beh, gli ebrei non potevano immaginarsi ciò che Hashem avrebbe chiesto loro, prima di fare la promessa. Essi promisero di seguire i comandamenti di Hashem prima di sapere quali sarebbero stati. Questa è una shtut positiva.
Un shtut positivo è la kabalàt ol, ossia prendere su di sé la decisione di adempiere alle mitzvòt di Hashem, e studiare la Torà solo perché questa è la Volontà di Hashem.
si racconta la storia di un uomo che, nonostante vivesse in modeste condizioni, offriva spesso il proprio aiuto a poveri e forestieri invitandoli a recarsi nella sua casa, per mangiare un buon pasto. La sua generosità era davvero speciale in proporzione alla sua condizione economica.
Grazie a questi atti di bontà, egli fu benedetto con grandi ricchezze e presto si trovò ad abitare in una bellissima casa signorile. Però, iniziò ad avvenire un cambiamento e lentamente i poveri non furono più ospiti benvenuti. Inizialmente fu un accenno, poi un invito ad andarsene, infine non li lasciava nemmeno più entrare nella sua bella casa, per paura che rovinassero i tappeti pregiati fatti a mano. E quando i suoi “amici” poveri gli chiedevano aiuto, lui incurante gli rispondeva di lavorare di più e più duramente.
Appena la notizia del suo cattivo comportamento si diffuse venne a trovarlo il suo saggio Rabbino.
Mentre parlavano nella grande casa, il Rabbino gli indicò un enorme specchio appeso al muro che dava sulla strada e, simulando ignoranza, disse: “Che strana finestra! Tutto ciò che vedo è me stesso! Dove sono tutte le persone in strada?”
L’uomo, ridendo, rispose: “Rabbi non è una finestra, è uno specchio.”
“Ma non capisco” disse il Rabbino, “è fatto di vetro, come una finestra?”
“Se fosse solo vetro si potrebbero vedere le persone che passano sulla strada. Ma questo è uno specchio, un vetro ricoperto da una lastra d’argento. Per questo vedi solo te stesso.”
“Aha!” disse il saggio Rabbino. “Ora capisco il problema. Quando aggiungi l’argento, tutto ciò che vedi è SOLO TE STESSO!”
(consiglio altamente di vedere il seguente video che narra molto bene questo racconto https://youtu.be/PI8uRBN3dew)
Non c’è niente di male nel benessere materiale, fin tanto che viene gestito nella maniera appropriata. La nostra lettura settimanale della Torà ci insegna che oggetti lussuosi e puramente fisici possono anche essere usati per servire Hashèm. Ogni cosa, se utilizzata nel modo corretto, può essere elevata e impiegata per scopi spirituali e santi.
Il Rebbe di Lubavitch una volta visitò un campeggio estivo dove vide un avviso che diceva: “Il denaro è la radice di ogni male”. Il Rebbe commentò che il cartello non era corretto; il denaro, come qualunque altra cosa, può essere usato per buoni o cattivi propositi. Dipende TUTTO dalla persona che ne fa uso.
IL DENARO NON È LA RADICE DI OGNI MALE!
Questo concetto è evidenziato nella parashà: “…essi erigeranno per Me un santuario e IO dimorerò in mezzo a loro”. La Torà non dice “in mezzo ad esso” ma “in mezzo a loro”.
Midràsh spiega che Dio desidera dimorare in un luogo che si trovi in basso, nel mondo fisico, in ebraico DIRA BETAKHTONIM.
Questo si ottiene attraverso l’adempimento quotidiano delle mitzvòt che ci permettono di usare le cose materiali, in nostro possesso, per collegarci alla nostra sfera spirituale. In questo modo creiamo le condizioni affinché Dio possa dimorare “in loro”, ovvero in ognuno di noi. Solo così gli oggetti materiali ci “donano” la facoltà di condurre HaShem dentro di noi, ogni giorno della vita. Solo quando riusciamo a creare una “dimora” per Dio, dentro di noi, possiamo sperimentare una nuova dimensione e significato della nostra esistenza.
Ma come possiamo realizzare questo processo di rettificazione della materia?
La parashà di Terumà parla dell’oro, dell’argento e degli altri metalli preziosi che venivano usati, per vari scopi, nel Mishkan (Tabernacolo) e, in seguito, Santuario di Gerusalemme. Questa porzione, a prima vista, sembra porre un’enfasi eccessiva sulle sostanze fisiche e materiali. Ciò in apparente contrasto con le questioni spirituali che costituiscono l’essenza della Torà e dell’ebraismo.
Talenti Personali
La risposta la troviamo proprio nella parashà di questa settimana, Terumà che significa offerta o donazione. Questa parola la troviamo usata per tre volte in corrispondenza ai tre tipi di offerta:
la terumà degli adanìm, per le incavature-base in argento del Mishkàn (Santuario) nel deserto MEZZO SHEKEL;
la terumà dei shekalìm, per cui ogni ebreo, al di sopra dei vent’anni, dava una moneta di MEZZO SHEKEL, come fondo per i sacrifici pubblici e come espiazione per il peccato del vitello d’oro;
per ultima, la terumà “generale”, un’offerta, che ogni uomo, donna e bambino facevano per realizzare i loro desideri per il Santuario, secondo i loro cuori. Erano inclusi il legno di cedro per i muri, stoffa e pellame per i tendaggi, oro, argento rame e altri materiali.
La prima offerta aveva il valore fisso di MEZZO shèkel per gli adanìm (le incavature che formavano la base dell’intero Santuario). Anche se gli adanìm costituivano la parte più bassa del Santuario, tuttavia erano il fondamento su cui tutta la costruzione poggiava.
Questo può alludere al fatto che, allo stesso modo, ogni ebreo ha dentro di sé il desiderio di adempiere la Volontà Divina. Questo sentimento nasce da una “base” comune che è il livello dell’anima, la quale deriva dalla stessa Essenza e quindi è uguale per tutti.
Questa determinazione innata ad accettare il giogo divino, chiamato KABALAT OL è il motivo per cui questa offerta non tiene in considerazione il livello economico di ognuno, poiché tutti sono uguali e le nostre anime sono della stessa essenza. Questa percezione della vera realtà è la base, il fondamento di tutto ciò che “viene messo sopra” nelle nostre vite, proprio come gli adanìm/basi del Santuario.
La seconda offerta, quella di MEZZO shèkel, simboleggia l’idea che è possibile ottenere tanto anche da soli, ma quando arriva il momento (e prima o poi arriva sempre..) occorre sapersi unire a qualcun’altro, per andare avanti insieme e diventare una cosa sola. Solo mettendo assieme due mezzi shekèl è possibile ottenere una moneta intera. QUESTO è l’unico modo per espiare il peccato del vitello d’oro. Peccato che si fonda sulla vanitosa pretesa di poter sostituire Mosè con un altro tramite: il VITELLO. Perciò la rettificazione di questo atto avviene solo attraverso un MEZZO SHEKEL, che simboleggia l’umiltà.
La terza categoria era legata a ciò che “il cuore desiderava” dare, ossia qualsiasi genere di donazione al Santuario. Per fare ciò era necessario “trovare la chiave”, il campo più adatto nella quale ogni persona poteva contribuire meglio. Per questo la Torà ci dice che chi poteva dare oro, dava oro; chi poteva dare argento, dava argento e così via.
Il fatto che Hashem ha ordinato di separare la prima raccolta per le fondamenta da tutti gli altri oggetti del Tabernacolo è per insegnarci che tutti abbiamo nella nostra anima: LA STESSA ESSENZA E IL SENTIMENTO DI UNIONE INFINITA AD HASHEM E LA MEDESIMA SOTTOMISSIONE AL GIOGO DIVINO.
Dio ci dà ricchezze materiali con lo scopo di trasformarle in ricchezze spirituali. Per fare ciò il nostro “dare” deve essere proporzionato alle nostre abilità e ai nostri talenti personali. La nostra essenza è uguale a quella di tutti gli altri, ma, in relazione ai nostri talenti specifici, ognuno di noi ha un indirizzo particolare che il cuore “desidera”. Ovviamente diamo il contributo migliore nell’area in cui primeggiamo. La Torà riconosce queste nostre forze personali e ci istruisce affinché possiamo utilizzarle al massimo.
lo scopo di tutta la Creazione del mondo si trova nella parashà di questa settimana:
MI FARETE UN SANTUARIO E RISIEDERO’ DENTRO DI VOI. Dio desidera una dimora nel mondo materiale. Ognuno di noi ha il compito di crearla, collaborando con gli altri secondo le nostre abilità, talenti e inclinazioni. Non abbiamo bisogno di grandi ricchezze materiali, ma solo tanta buona volontà, per scoprire quale è il miglior “materiale” da donare alla casa di Dio.
Ogni Generazione Suo Compito
Seguendo una progressione storica e temporale ben definita, la nostra epoca è caratterizzata dal prevalere dell’agire umano, sulla speculazione intellettuale e sulla ricerca mistica. Questa particolare condizione, si basa sugli insegnamenti del santo maestro Ari Zal che paragona tutte le generazioni a un corpo. Le prime sono intelletuali poiché corrispondo alla testa. Infatti la prima generazione si chiama Dor Deà (generazione intelletuale), poiché aveva la manna e poteva dedicarsi solo allo studio. Mentre la nostra generazione è paragonata ai piedi, ovvero all’azione: oggi siamo più capaci di fare concretamente il bene che di raggiungere le profondità del pensiero o le vette elevate della preghiera.
Quando arriviamo alla settima porzione di Shemòt è il momento di riflettere sullo scopo della nostra esistenza e chiederci dove siamo e se stiamo ottimizzando le qualità della nostra generazione del tallone. Come scrive il Tanya il compito principale di queste generazionni è quello di fare opere di bene e benevolenza, al fine di trasformare questo mondo in una dimora per Dio e permettere cosi l’arrivo di Mashiakh, presto ai nostri giorni, Amen.

La Parashà di Terumà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm impartisce a Moshè il comando di raccogliere dal popolo le offerte delle materie prime necessarie per l’edificazione del Mishkàn, (il Tabernacolo), dei suoi arredi, dei suoi utensili e dei suoi tendaggi.
HaShèm comanda la costruzione dell’arca santa, in cui saranno custoditi le Tavole della Legge,del tavolo dei pani di presentazione e del candelabro a sette bracci.
HaShèm ordina,quindi,il confezionamento dei tendaggi e delle assi per le pareti che costituiranno la struttura dell’edificio.In seguito parla del divisorio di partizione, una sorta di sipario che dividerà il Santo dal Santo dei Santi.
La Parashà si conclude con l’ordine di fabbricare l’altare di rame, detto anche l’altare dell’olà, sul quale verranno eseguiti i sacrifici.

MIDRASHIM

Donare per elevarsi.
(a pagina 685 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il significato simbolico del Mishkàn.
(a pagina 689 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Singolarità e peculiarità.
(a pagina 754 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShèm risiede fra noi.
(a pagina 758 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Uno per tutti.
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

TERUMA 5771 – I TRE STRATI DELL’ANIMA
La visione del mondo secondo il Tanya: l’oro è più brillante se insieme al legno e non da solo.

TERUMA 5770 – EDUCAZIONE: DEMONI O ANGELI?
Perché alcuni figli crescono educati con valori, ed altri no? Il valore dell’educazione e di un ambiente famigliare sano, fondato sulla Torà, è la base per una crescita positiva di un figlio.

TERUMA 5769 – 1990: INCONTRO CON IL DALAI LAMA E GLI EBREI!
Il Segreto delle stanghe dell’Arca Santa. Perché l’Arca Santa doveva essere sempre pronta per viaggiare e avere i bastoni dentro?

TERUMA 5768 – TRE MATERIALI X TRE TIPI DI ESILIO
Qual è la relazione tra gli esilii e la costruzione del Tabernacolo? Il significato dei tre materiali: oro, argento e rame.

TERUMA 5767 – LA FORZA DEL LEGAME CON HASHEM!
Il Santuario: una casa per Hashem, una casa per ogni ebreo. Il legame unico ed inscindibile che ogni ebreo ha con D-o.

TERUMA 5766 – TZEDAKKA: QUALITÀ E NON QUANTITÀ
Come imparare a valorizzare la Tzedakkà! Il valore della decima: dettagli e significato.

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MISHPATIM SHEKALIM 5780: 5 LEZIONI

Questo Shabbàt Mishpatìm  Shekalim 22 Febbraio 2020, 27 del mese di Shevàt 5780 leggeremo la Parashà di

Mishpatìm I° Sefer: Es 21, 1 – 24, 18

Shekalim  II° Sefer: Es 30: 11-16

Si legge l’Haftarà di:
Italiani/Ashkenaziti 2 RE  12, 1 – 17

Sefarditi: 2 RE 11, 17 – 12,17

Si annuncia Rosh Chòdesh

La Parashà di Mishpatìm è composta da 118 versetti.

La Parashà di Mishpatìm contiene 23 comandi e 30 divieti.

Roberto Benigni, che dire?
Il celebre comico Roberto Benigni, al recente festival di Sanremo, ha “portato in scena” nientemeno che il Cantico dei Cantici di Re Salomone. Intervento fin da subito, e non solo da me, giudicato malamente per tutte le imprecisioni, insinuazioni gratuiti e falsità profuse a milioni di italiani.
Se fosse stato toccato dal comico un qualsiasi altro argomento la cosa non mi sarebbe minimamente interessata, ma Benigni ha preso di mira uno dei testi più sacri, belli, criptici e interessanti di tutto il Tanàkh, il testo che come molti sanno racchiude i libri sacri dell’ebraismo.
Dopo un cerro stupore iniziale, ho deciso di intervenire pubblicamente per rispondere, nel mio piccolo e per quello che potevo, allo scopo di evitare, almeno tra i mie contatti Facebook e le persone che mi conoscono, il “diffondersi incontrollato” delle tante sciocchezze dette dal comico durante la sua performance.
Grazie a Dio , fin da subito, ho scoperto che moltissime persone condividevano le opinioni del mio post, ma soprattutto ho scoperto che altrettante persone erano a dir poco infastidite e stupite dal taglio dato da Benigni al “suo cantico”. In pochi giorni si è aperto un vero e proprio dibattito fatto di tanti interventi appassionati a difesa e a salvaguardia dei valori spirituali che il Cantico rappresenta da qualche millennio.
Nel ringraziare quelli che tra di voi hanno apprezzato, partecipato o che comunque sono venuti a conoscenza del mio, credo doveroso, intervento sul web approfitto dell’occasione alla vigilia di questo Santo Shabbat per invitare chi fosse incuriosito a leggere il posto e gli interventi spero interessanti: LINK…..
Un cordiale saluto e un caro Shabbat Shalom a tutti.

IL VERO CANTICO DEI CANTICI!Shim’òn figlio di Rabbàn Gamlièl diceva: “Ho trascorso la mia vita tra i saggi e non ho…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Domenica 16 febbraio 2020

IL VERO CANTICO DEI CANTICI!

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Nuova lezione bomba di ieri sera sui due tipi di rapporti uomo e Dio: razionale e irrazionale
youtube: https://youtu.be/y3UixB2qX1c

Nuova lezione bomba di ieri sera sui due tipi di rapporti uomo e Dio: razionale e irrazionaleyoutube:…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 20 febbraio 2020

COME OSSERVARE I KHUKKIM DOGMI?

Unione tra i Precetti Razionali e Irrazionali!
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LA VERA CRESCISTA È GRAZIE AI FALLIMENTI
Quando il tuo “ladro interiore” ti ruba la vita, puoi comunque recuperarne una doppia porzione

In memoria di Yaakov ben Shelomoלעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחלLA VERA CRESCISTA È GRAZIE AI FALLIMENTIQuando il tuo…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 20 febbraio 2020

Il pappagallo ebreo
Dopo che sua moglie morì, un vecchio ebreo ricevette un pappagallo dai suoi figli per tenergli compagnia. Dopo un po’, scoprì che il pappagallo l’aveva sentito pregare così spesso da imparare a dire le preghiere. Il vecchio uomo fu così elettrizzato che decise di portare il pappagallo nella sinagoga durante Rosh Hashanà.
Il rabbino protestò quando entrò con il volatile, ma quando il vecchio gli disse che il pappagallo sapeva pregare, il rabbino, sebbene fosse ancora scettico, mostrò un vivo interesse. La gente iniziò a scommettere se il pappagallo avrebbe pregato o meno. Il vecchio riuscì felicemente a racimolare scommesse per un ammontare di 5.000 euro. Le preghiere iniziarono, ma l’uccello tacque. Mentre le preghiere continuavano dal pappagallo neanche la parvenza di un suono. Quando le preghiere finirono, il vecchio non fu solo mortificato, ma totalizzò 5.000 euro di debiti.
Mentre tornava a casa, rimproverò il pappagallo: “Perché mi hai fatto questo? So che puoi pregare. Perché hai tenuto il becco chiuso? Sai quanti soldi devo a quella gente ora?” Il pappagallo gli rispose: “Usa un po’ di fantasia negli affari amico mio. Guarda avanti: immagina quanti soldi ci scommetteranno contro a Yom Kippur?”.

Doppia Compensazione
La parashà di questa settimana, Mishpatìm, si occupa principalmente di leggi civili, dei danni derivanti da fatti illeciti, della disciplina dei rapporti patrimoniali e delle norme sulla custodia. In questa porzione della Torà è dettata la seguente regola (Shemòt/Esodo 22, 6): “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”.
In parole semplici, qui la Torà sta affermando che un ladro non deve solo risarcire la vittima per la perdita, ma deve anche subire una sanzione, che lo obbliga a pagare il doppio della somma o del valore del bene sottratto.
Messa così la questione sembra semplice. No…?
Tuttavia, un ben noto principio del pensiero ebraico è che ogni singolo passaggio della Torà contiene, oltre al suo significato letterale, anche interpretazioni psicologiche e spirituali nascoste. Questo è dovuto al fatto che mentre la dimensione pratica di una mitzvà potrebbe non rivelare il suo messaggio mistico, l’aspetto metafisico di essa permane eternamente nei nostri cuori e nella nostra psiche. Alla luce di questo principio qual è l’interpretazione psicologica della legge sul furto di un bene in custodia?

Il Ladro Interiore
“Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili”: questa frase può essere intesa come una metafora di come il Creatore del mondo affida all’uomo “denaro e beni” da salvaguardare.
Dio concede a ciascuno di noi un corpo, una mente, un’anima, una famiglia e una piccola parte delle risorse del suo mondo. Ci chiede di allevarli e proteggerli da una miriade di forze interne ed esterne che li minacciano. Eppure, ognuno di noi possiede anche un “ladro interiore” che si propone di rubare questi doni e usarli secondo la propria volontà. Questo “ladro” rappresenta la “inclinazione al male” o yetzer harà, come è chiamato nel gergo talmudico.
Questa sorta di “istinto animalesco” esiste all’interno della psiche umana e cerca costantemente di controllare i nostri corpi, anime e vite abusando della loro identità, violando la loro integrità e derubandoli dalla loro appropriata linea di condotta.
Ad esempio, quando una forte brama istintiva ci costringe a bere o consumare qualcosa di dannoso, per il nostro corpo o spirito, il “ladro” interiore o “inclinazione distruttiva”, ha appena “rapito” e danneggiato parte della nostra esistenza. Allo stesso modo, quando mentiamo, per convenienza, il “ladro” interiore, ancora una volta, è entrato e ha rubato le nostre “labbra” e “parole”, impiegandole per una funzione immorale, degradando così le nostre coscienze e anime. Situazioni così ricorrenti nelle nostre vite quotidiane che ognuno, mentre sta leggendo questo breve scritto, potrebbe aggiungere decine di altri esempi.

Apatia e Colpa
Certo nel mondo esistono quei pochi santi che non mancano mai di salvaguardare il loro spazio sacro, poiché non cedono mai all’istinto negativo.
Però la maggioranza della società è sottoposta a frequenti visite di questo “piccolo ladro” che, a poco a poco, conquista pezzi delle nostre vite. Di fronte a questo vero e proprio assalto, come dovremmo comportarci? Iniziamo dalle prime due cosa da evitare ASSOLUTAMENTE:
a) RASSEGNAZIONE. La prima cosa è quello di pensare che le battaglie contro il nostro “ladro interiore” siano , alla fine, destinate al fallimento. Abbandonando la lotta, poco a poco, permettiamo al ladro di prendere ciò che vuole e quando vuole. In questo modo l’unica cosa che si ottiene è quella di condurre le nostre vite verso una frivola e cinica esistenza piuttosto che una vita profonda e dignitosa.
b) DEPRESSIONE. La seconda cosa da evitare assolutamente è quella di farsi scoraggiare e rattristare dai fallimenti, errori e cadute, a volte inevitabili purtroppo. Sentirsi dei “falliti” non fa altro che accrescere e rafforzare sentimenti di auto-disprezzo, mentre ci si crogiola nella colpa e nella disperazione.
L’ebraismo respinge entrambe queste “opzioni” , poiché conducono l’essere umano nell’abisso: il primo porta la persona all’incuria di sé e il secondo alla depressione (Vedi Tanya parte I inizio del cap 1 e la fine del cap 36).

Maestà del Ritorno
Quando l’uomo sa di avere dalla nascita dei caratteri negativi non ha ragione di cadere nella depressione se non riesce a vincere fin da subito tutti i suoi vizi. Perché ognuno nasce con tendenze che lo possono portare a delle dipendenze, come alcool e fumo ad esempio, quindi non dobbiamo sorprenderci di possedere dei limiti. E non solo! A dire il vero essi sono lo SCOPO DELLA NOSTRA ESISTENZA.
Pertanto cosa ci consiglia di fare la Torà nella nostra perenne lotta contro il cattivo istinto? Proprio quanto scritto in Mishpatìm nella nostra 18° parashà: “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”.
Ma cosa ci vuole dire qui la Torà? Essa, in realtà, ci sta suggerendo una cosa semplicissima: quella di TROVARE il LADRO! Perché solo così riceverai il doppio di ciò che possedevi in origine!
Qui veniamo introdotti, in modo sottile, nella squisita dinamica conosciuta nel giudaismo come teshuvà o guarigione psicologica e morale: invece di crogiolarci nelle nostre colpe e di rimanere nella disperazione; invece di arrenderci all’apatia e al cinismo; dobbiamo IDENTIFICARE e AFFRONTARE il NOSTRO “LADRO”.
In altre parole, dobbiamo scovare quelle forze, dentro le nostre vite, che continuano a “derubarci”. Dobbiamo reclamare la sovranità sui nostri comportamenti e modelli di vita. Solo così il ladro ci restituirà il doppio dell’importo che ci ha preso.
Dal punto di vista psicologico questo significa che l’esperienza di cadere e rialzarsi ci permetterà di approfondire la nostra spiritualità e dignità in maniera maggiore , “doppia” , rispetto a quello che avrebbe potuto essere senza il furto.
Il Talmud (Yomà 86b) dice: “GRANDE è il PENTIMENTO, perché i PECCATI VOLONTARI si TRASFORMANO in VIRTÙ”.
Da quanto sopra possiamo capire come il fallimento stesso può darci la forza e la spinta interiore per affrontare il ladro e riprenderci il controllo della “macchina sbandata” in modo da riportarla in careggiata.
La lotta e la vittoria contro il nostro “istinto al male” ci permette di acquisire una nuova visione di noi, una nuova consapevolezza delle nostre potenzialità più profonde e una determinazione che altrimenti non avremmo mai potuto scoprire.

Il Peccato Che Diventa Un Merito
Il Talmud ci insegna anche che solo Impegnandoci nello straordinario sforzo della teshuvà – ritorno, il peccato stesso viene ridefinito come mitzvà, un merito. Come può essere questo paradosso?
Perché proprio il fallimento e la conseguente frustrazione generano una profonda e autentica passione e apprezzamento per il bene e per la santità interiore che ogni uomo nasconde (Tanya capitolo 7). In altre parole è proprio la LONTANANZA che STIMOLA il DESIDERIO di TORNARE alla “PROPRIA VERA CASA”. Questo distacco ci fa apprezzare la nostra anima che, essendo una parte di Dio, è il più grande regalo che abbiamo, ma che dobbiamo imparare a rispettare.
Questo avviene solo a causa della lontananza che risveglia un’appassionata nostalgia. Perciò è proprio “l’istinto animalesco” che ci dà l’impulso per il ritorno e proprio come ogni animale questo istinto è molto più vigoroso di quanto ogni anima potrebbe essere. Dopo il “furto” abbiamo l’opportunità di portare a casa il doppio, grazie al fatto di aver guadagnato la potenza dell’anima animale che è dentro ognuno di noi.
Questa è la dinamica, spiegata nella porzione della Torà di questa settimana, che permette di trasformare il negativo in positivo, in modo da contribuire all’arrivo di Mashìakh, presto ai giorni nostri Amen.
La prossima volta che il ladro interiore dirotta la nostra vita morale, prendiamo la palla al balzo e capovolgiamo la caduta in un’opportunità, per riappropriarsi di noi stessi con una DOPPIA DOSE di LUCE e PUREZZA.

Albert Einstein dice:
CHI NON HA SBAGLIATO, NON HA MAI PROVATO QUALCOSA DI NUOVO!

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Questo saggio è basato su Or Hatorah Parshat Mishpatim vol. 4 p. 1050. Sefat Emet Parshas Mishpatim, nei discorsi dell’anno 5635 (1875). Or Hatorà fu scritto dal rabbino Menachem Mendel di Lubàvitch, lo Tzemach Tzedek, terzo Rebbe di Lubavitch (1789-1866).
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MISHPATIM:

CURARE LA RADICE CHE CAUSA IL MALE!

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

MISHPATIM 5771 – CURARE LA RADICE CHE CAUSA IL MALE!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

MISHPATIM SHEKALIM 5780: 5 LEZIONI

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La parashà di questa settimana, Mishpatìm, si occupa principalmente di leggi civili, dei danni derivanti da fatti illeciti, della disciplina dei rapporti patrimoniali e delle norme sulla custodia. In questa porzione della Torà è disciplinata la seguente fattispecie (Shemòt 22, 6): “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”.
In parole semplici, qui la Torà sta affermando che un ladro non deve solo risarcire la vittima per la perdita, ma deve anche subire una sanzione, che lo obbliga a pagare il doppio della somma o del valore del bene sottratto.
Messa così la questione sembra semplice.
Tuttavia, un ben noto principio del pensiero ebraico è che ogni singolo passaggio della Torà contiene, oltre al suo significato letterale, anche interpretazioni psicologiche e spirituali nascoste.
La dimensione pratica di una mitzvà potrebbe non rilevare il suo messaggio mistico, mentre l’aspetto metafisico permane eternamente nei nostri cuori e nelle nostra psiche. Qual è l’interpretazione psicologica della suddetta legge?

“Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili”: questa frase può essere intesa come una metafora di come il Creatore del mondo affida all’uomo “denaro e beni” da salvaguardare.
Dio concede a ciascuno di noi un corpo, una mente, un’anima, una famiglia e una piccola parte delle risorse del suo mondo. Ci chiede di allevarli e proteggerli da una miriade di forze interne ed esterne che li minacciano. Eppure, ognuno di noi possiede anche un ladro interiore che si propone di rubare questi doni e usarli secondo la propria volontà. Questo “ladro” rappresenta la “inclinazione al male” o yetzer harà, come è chiamato nel gergo talmudico.
Questa sorta di “istinto animalesco” esiste all’interno della psiche umana e cerca costantemente di controllare i nostri corpi, anime e vite abusando della loro identità, violando la loro integrità e derubandoli dalla loro appropriata linea di condotta.
Ad esempio, quando una forte brama istintiva ci costringe a bere o consumare qualcosa di dannoso, per il nostro corpo o spirito, il “ladro” interiore o “inclinazione distruttiva”, ha appena “rapito” e danneggiato parte delle nostre esistenze. Allo stesso modo, quando mentiamo, per convenienza, il “ladro” interiore, ancora una volta, è entrato e ha rubato le nostre “labbra” e “parole”, impiegandole per una funzione immorale, degradando così le nostre coscienze e anime. Ognuno di noi, in questo momento, potrebbe aggiungere decine di altri esempi.
Apatia e colpa
Potrebbero esserci, nel mondo, quei pochi santi che non mancano mai di salvaguardare il loro spazio sacro, poiché non cedono mai all’istinto.
Però la maggioranza della società è sottoposta a frequenti visite di questo “piccolo ladro” che, a poco a poco, conquista pezzi delle nostre vite. Di fronte a questo vero e proprio assalto, come ci comportiamo?
Alcune persone sentono che le loro battaglie contro il loro ladro interiore sono, alla fine, destinate al fallimento. Abbandonano la lotta e, poco a poco, permettono al ladro di prendere ciò che vuole, quando vuole. Di conseguenza sviluppano una vita frivola e cinica piuttosto che un’esistenza profonda e dignitosa.
Altri, all’estremo opposto, diventano profondamente scoraggiati e tristi. I loro continui fallimenti gli instillano sentimenti di auto-disprezzo, mentre si crogiolano nella colpa e nella disperazione.
L’ebraismo respinge entrambe queste nozioni, poiché conducono l’essere umano all’abisso: il primo porta la persona all’incuria di sé e il secondo attraverso la depressione (Vedi Tanya parte I inizio del cap 1 e la fine del cap 36).
La Maestà Del Ritorno
Quando l’uomo sa di avere dalla nascita dei caratteri negativi non ha ragione di cadere nelle depressione se non riesce a vincere il vizio dell’alcol, per esempio. Perché ognuno nasce con tendenze che lo possono portare a delle dipendenze, per cui non dobbiamo sorprenderci di queste soggezioni, perché sono lo SCOPO DELLA NOSTRA ESISTENZA.
Questo è ciò che la Torà ci consiglia di fare nella perenne lotta con il cattivo istinto? “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”. Esci, suggerisce la Torà e trova il ladro! Quindi riceverai il doppio di ciò che possedevi in origine!
Qui veniamo introdotti, in modo sottile, nella squisita dinamica conosciuta nel giudaismo come teshuvà o guarnigione psicologica e morale: invece di crogiolarci nelle nostre colpe e di rimanere nella disperazione; invece di arrenderci all’apatia e al cinismo; dobbiamo IDENTIFICARE e AFFRONTARE il NOSTRO “LADRO”.
In altre parole, dobbiamo scovare quelle forze, dentro le nostre vite, che continuano a derubarci. Dobbiamo reclamare la sovranità sui nostri comportamenti e modelli. Solo così il ladro ci restituirà il doppio dell’importo che ci ha preso.
Dal punto di vista psicologico questo significa che l’esperienza di cadere e rialzarsi ci permetterà di approfondire la nostra spiritualità e dignità in maniera doppia rispetto a quello che avrebbe potuto essere senza il furto. Il Talmud (Yomà 86b) dice: “GRANDE è il PENTIMENTO, perché come risultato di ciò i PECCATI VOLONTARI si TRASFORMANO in VIRTÙ”.
Anche se falliamo e permettiamo alla nostra vita di andare in rovina, possiamo sempre riuscire ad affrontare il ladro e riprenderci il controllo della “macchina sbandata” e ripotarla in careggiata.
La lotta e la vittoria contro il nostro “istinto al male” ci permette di acquisire una nuova visione di noi, una nuova consapevolezza delle nostre potenzialità più profonde e una determinazione che altrimenti non avremmo mai potuto riscoprire. Solo Impegnandoci nello straordinario sforzo della teshuvà – ritorno, il peccato stesso viene ridefinito come mitzvà. Come può essere questo paradosso?
Perché proprio il fallimento e la conseguente frustrazione generano una profonda e autentica passione e apprezzamento per il bene e per la santità interiore che ogni uomo nasconde (Tanya capitolo 7). In altre parole è proprio la LONTANANZA che STIMOLA il DESIDERIO di TORNARE alla “PROPRIA VERA CASA”. Questo distacco ci fa apprezzare la nostra anima che è una parte di Dio ed è il più grande regalo che abbiamo, ma che dobbiamo saper rispettare.
Questo avviene solo a causa della lontananza che risveglia un’appassionata nostalgia. Perciò è proprio “l’istinto animalesco” che ci dà l’impulso per il ritorno e proprio come ogni animale questo istinto è molto più vigoroso di quanto ogni anima potrebbe essere. Dopo il “furto” abbiamo l’opportunità di portare a casa il doppio, grazie al fatto di aver guadagnato la potenza dell’anima animale che è dentro ognuno di noi. Questa è la dinamica, spiegata nella porzione della Torà di questa settimana, che permette di trasformare il negativo in positivo.
La prossima volta che il ladro interiore dirotta la nostra vita morale, prendiamo la palla al balzo e capovolgiamo la caduta in un’opportunità, per riappropriarsi di noi stessi con una DOPPIA DOSE di LUCE e PUREZZA.
Albert Einstein dice:
CHI NON HA SBAGLIATO, NON HA MAI PROVATO QUALCOSA DI NUOVO!
—– —– —–
Questo saggio è basato su Or Hatorà Parshat Mishpatim vol. 4 p. 1050. Sefat Emet Parshas Mishpatim, nei discorsi dell’anno 5635 (1875). Or Hatorà fu scritto dal rabbino Menachem Mendel di Lubavitch, lo Tzemach Tzedek, terzo Lubavitcher Rebbe (1789-1866).

La Parashà di Mishpatìm tratta in sintesi i seguenti argomenti:

La Parashà espone un gran numero di leggi civili concernenti, ad esempio, i doveri nei confronti degli schiavi, delle persone a cui si arreca danno fisico o materiale, delle vergini, delle vedove e degli orfani.
Le leggi relative ai custodi: retribuiti e non retribuiti e quali doveri ha ciascuno di loro. Segue l’esame della casistica concernente il prestito o l’affitto di oggetti o animali. Restituzione di oggetti smarriti.
Il dovere di concedere prestiti e non mettere a disagio il debitore.Divieto dell’usura e obbligo di non trattenere il pegno.
Leggi riguardanti l’anno sabbatico, lo Shabbàt, i pellegrinaggi e la separazione fra carne e latte.
Hashèm promette al popolo la Terra di Israèl, vietandogli, tuttavia, di lasciarsi trascinare dall’idolatria e ingiungendogli di distruggerne qualunque segno,
Hashèm stringe il patto con il popolo ebraico, che accetta di osservarnne la Legge ancor prima di venirne a conoscenza. Moshè sale sul monte per ricevere le Tavole della Legge e vi rimane per quaranta giorni e quaranta notti.

MIDRASHIM

Il servo al servizio del padrone.
(a pagina 679 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il divieto di mescolare latte e carne
(a pagina 681 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Una giornata particolare
(a pagina 681 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Fra obbedienza e comprensione
(a pagina 743 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Non eliminare, bensì santificare
(a pagina 748 del volume Shemòt edizioni Mamash).

I custodi non custoditi
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Ispirazione per la vita quotidiana
(a pagina 752 del volume Shemòt edizioni Mamash).

MISHPATIM 5771 – CURARE LA RADICE CHE CAUSA IL MALE!
Come Migliorare i Nostri Attributi! Il fuoco si spegne dalla radice. Ma qual è la radice? Come identificare l’animale che sta dentro di noi!Come assumerci le responsabilità e dominare il fuoco, il 4° tipo di causa!

MISHPATIM 5770 – I QUATTRO CUSTODI E LE CONSEGUENZE PSICOLOGICHE
Come ti consideri: un approfittatore? un goditore? un lavoratore? o un soldato? 4 modi di relazionarci con Hashem, con il proprio coniuge, con il prossimo. Le regole di questi quattro livelli e come si relazionano a Pèsach!

MISHPATIM 5768 – VEDOVE E ORFANI + ALLONTANARSI DALLE BUGIE
Non offendere e fare soffrire non è un procetto uguale per tutti? Dalla parasha di Mishpatim si impara che la punizione è proporzionale al tipo di persona che si riferisce. Allontanarsi dalla bugia, non fare azioni che portano a mentire. Un precetto che ci tutela da trovarci intrappolati nel peccato.

MISHPATIM 5767 – IL RISPETTO DEL CORPO
Gli insegnamenti innovativi del Baal Shem Tov sull’importanza di elevare il corpo per avvicinarsi ad Hashem, rispettandolo in ogni momento!

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YITRO 5780:SEI LEZIONI

Questo Shabbàt 15 Febbraio 2020, 20 del mese di Shevàt 5780 leggeremo la Parashà di Yitrò Es. 18, 1-20, 23.

Si legge l’Haftarà di Yesha’yà:
Italiani/Ashkenaziti: Is. 6, 1-7, 6; 9, 5-6
Torino/Sefarditi: Is. 6, 1-13

La Parashà di Yitrò è composta da 72 versetti.

La Parashà di Yitrò contiene 3 comandi e 14 divieti.

un principio Talmudico ci insegna che: “sentire non è come vedere” (Rosh Hashanà). Questo vuole dire che anche se una persona ha tutte le informazioni ESATTE di una certa cosa, questo non è comunque paragonabile a vedere la cosa con i propri OCCHI. Ovviamente ciò non vuole dire che non si può avere una totale certezza sulla base di informazioni riportate da altre persone. Ad esempio è ammissibile che un tribunale rabbinico emetta una sentenza, anche di morte, basata sulla testimonianza di terze persone. Tuttavia esiste un livello di convinzione tale che solo la VISTA ci può concedere.

Un esempio lo possiamo trovare nel comportamento di Yitrò all’inizio della porzione settimanale (Esodo 18, 11) di questa settimana, quando Yitrò riconosce il DIO UNICO affermando: “Ora so che Hashèm è più grande di qualunque divinità…”.
La Torà ci descrive questo processo di riconoscimento legato agli eventi dei grandi MIRACOLI che sono successi al popolo di Israèl: l’esodo, l’apertura del mare, la vittoria contro Amalèk.
Tuttavia, tutto ciò non è stato sufficiente per far ricevere il dono della Torà. Solo quando Yitrò è arrivato all’accampamento di Israèl ai piedi della montagna del Sinày, dopo aver testimoniato con i PROPRI occhi il profondo rapporto di Israèl con Dio SOLO allora disse la famigerata frase che ha cambiato il mondo per sempre: “ADESSO SONO SICURO CHE DIO È PIU’ GRANDE DI TUTTI I DEI”.
(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Come ho scritto il mio portale delle email è saltato e sto cercando di ripartire con un altro portale e ho raccolto alcune email ma ne mancano ancora tante.

Se non desideri ricevere la riflessione sulla Torà della settimana provvederò a disinserirti  dalla mia email (che mando anche via whatsapp e FaceBook: https://www.facebook.com/shlomo.bekhor).

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nuova lezione di VITA
DONO TORA: VOLONTARIO O FORZATO?
Perché Hashèm Ha Messo la Montagna Sulla Testa di Israèl?

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VEDERE PER CREDERE
(continua da sopra)

Ci sono altri passi nella Torà da cui questo principio può essere dedotto prima della storia dei Yitrò. Per esempio, nel capitolo 45 della Genesi leggiamo come i figli di Giacobbe dissero al padre che Giuseppe era ancora vivo in Egitto, dopo che erano trascorsi ventidue anni da quando egli lo aveva visto per l’ultima volta, convinto oramai della sua morte.
In un primo momento, non credeva loro; ma dopo che gli hanno fornito la prova conclusiva delle carrozze mandate da Giuseppe e cosa aveva detto loro che nessun altro avrebbe potuto sapere, “lo spirito di Giacobbe è stato rianimato”. Tuttavia, solo quando Giacobbe vide Giuseppe con i propri occhi disse: “Ora posso morire in pace, dopo aver visto la tua faccia, perché sei vivo”. La consapevolezza di Giacobbe circa il fatto che Giuseppe era vivo, prima di aver visto il suo volto, era su un livello completamente più basso.

Ora possiamo capire come mai solo quando Yitrò vide la Shekhinà, la presenza di Dio, poté affermare che solo Hashèm era l’unico vero Dio. Eppure, c’è qualcosa in più nel caso di Yitrò. La sua esperienza consente di apprezzare meglio la regola che afferma come: “Udire non è paragonabile a vedere”. I nostri saggi ci dicono che Yitrò era stato un ricercatore, un erudito che per tutta la vita aveva studiato a fondo ogni filosofia, idolatria e teologia sulla faccia della terra, fino a diventare il capo supremo, un capo religioso. Yitrò, in poco tempo, capì dove stava la verità e abbandonò ogni idolatria solo dopo che arrivò alla Torà e alla verità di Dio.

Yitrò era un vero scienziato, colui il quale la mente è il più alto arbitro della verità senza alcun condizionamento. Il vero scienziato non si fida per niente dei suoi sensi, basandosi invece su “dati concreti” dai quali era ammissibile dedurre logicamente ogni legge, ogni verità. Le “logiche conclusioni” possono tranquillamente contraddire ogni sentimento, ogni certezza dell’animo. Solo le deduzioni logiche della sua mente sono la “legge assoluta” che può dominare tutto, anche ciò che viene percepito o sentito come vero.
Si potrebbe quindi pensare che quando un uomo RAZIONALE come Yitrò deduce che qualcosa è vero, non ci può essere una maggiore convalida di più di quello che la sua mente gli ha dimostrato. Se ha capito che il vero Dio è il Dio di Israèl, nella sua mente è SICURO che Egli è il vero Creatore, e allora cosa può aggiungere il fatto di aver visto la presenza divina tra il popolo d’Israele ai piedi del Monte Sinày?

Eppure, quando Yitrò arriva ai piedi del Monte Sinày, ha proclamato: “Ora so che Hashèm è il più grande…”. Se fosse solo una questione “indiscutibile” basata sulla logica razionale, per un uomo come Yitrò, il vedere o meno non avrebbe fornito alcuna certezza in più rispetto a quello che aveva sentito sulle prodezze che Hashèm aveva compiuto per far uscire il popolo d’Israèl dall’Egitto. Tuttavia, la differenza è che vedendo un’esperienza diretta della cosa stessa si riesce a cogliere la sua essenza, mentre capire attraverso la logica consente solo di raggiungere l’aspetto superficiale di una cosa.

Quando sentiamo parlare di qualcosa o attraverso la deduzione da prove logiche, la mente raccoglie le prove pezzo per pezzo, dettaglio per dettaglio, e poi assembla i pezzi in una percezione del soggetto. Ma quando vediamo qualcosa, noi ci colleghiamo con la totalità della cosa stessa, prima ancora che siamo a conoscenza dei dettagli. I nostri occhi ci forniscono un contatto con l’essenza della cosa che ci assicura l’esistenza di quella cosa in ogni circostanza. Anche se avessimo tanti dubbi e quesiti sul come e perché tutto questo non ci fermerà dalla convinzione dell’esistenza di una cosa che abbiamo visto, perché è come se l’avessimo toccata con la mano.
Yitrò, che aveva provato in precedenza TUTTE le religioni diventandone il CAPO supremo quando esprime TRA TUTTI I CREDI c’è SOLO HASHÈM e dopo aver visto coi propri occhi l’ESSENZA della divinità, solo lui poteva fare l’affermazione per eccellenza, quella che ha cambiato il mondo per sempre.
Questo è il motivo per cui Hashèm vuole essere “visto” da tutto il popolo di Israèl sul monte Sinày e anche il perché i giorni del messia sono descritti come un momento in cui “ogni carne vedrà”.
Vedendo direttamente l’apparizione Divina del nostro Creatore questo ci ha fornito uno strumento di unione profonda superiore a qualsiasi altra cosa. Egli ci ha concesso la capacità di penetrare la profusione di dettagli che intasa la nostra realtà neurologica e che ci mette in relazione con la quintessenza delle cose, che è l’essenza dell’essere umano, l’essenza del mondo in cui viviamo e, in ultima analisi, l’essenza stessa di Dio.

Tuttavia, perché la Torà racconta il grande Dono della Torà proprio nella parashà che porta il nome di un idolatra, poi convertito? La risposta la troviamo nell’essenza stessa del Dono della Torà: ossia che da questo evento è stato possibile fondere lo spirito con la materia, elevandola e rettificandola.
Yitrò quindi è stato l’archetipo di questa nuova fase dell’umanità, l’iniziatore in qualche modo delle nuove potenzialità che Hashèm ci ha donato. Una volta che Yitrò ha ammesso l’esistenza del Dio unico e aver rigettato e abbandonato ogni forma di idolatria, lui il più grande sacerdote idolatra ha rettificato e elevato l’impurità e la materia infondendola di santità a livelli altissimi. Per questo è scritto nel Talmud che solo grazie alla teshuvà – pentimento, conversione di Yitrò l’umanità ha meritato di ricevere il Dono della Torà.
Un’altra domanda, tuttavia sorgerebbe spontanea, ma cosa centra la vista? Cosa centra il fatto che, come scritto sopra, Hashèm ha voluto mostrarsi, farsi vedere a Yitrò e ovviamente anche a tutto il popolo ebraico? La risposta è che, come scritto sopra, solo vedendo l’essenza di Hashèm, Yitrò ha elevato l’essenza della materia e ha permesso il Dono della Torà che iniziato la trasformazione del mondo. Così oggi noi possiamo continuare questa strada che presto sarà conclusa quando arriverà Mashiàkh presto nei nostri giorni.

Basato su un discorso del Rebbe, 29 Shevat 5740 (16 Febbraio 1980)

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Troviamo alla fine della parashà il seguente verso:
“Non salire sul Mio altare mediante gradini, affinché non vi sia scoperta la tua nudità” (Shemòt 20, 23)
Non salire… gradini… nudità: salendo all’altare su dei gradini, i cohanìm, con il naturale movimento delle gambe che ciò comporta, avrebbero rischiato di esporre ai gradini stessi le loro parti intime, che erano comunque coperte dai pantaloni che ogni cohèn era tenuto a indossare (28, 42). La Torà respinge però anche il più piccolo accenno all’impudicizia. Per questo motivo, i sacerdoti salivano sull’altare per mezzo di una rampa , SENZA GRADINI (Mekhiltà; Rashì). E oltretutto salivano con un particolare movimento: camminavano mettendo un piede dopo l’altro, senza lasciare spazi tra loro. In questo modo nessuna nudità poteva rimanere scoperta.
Gli ultimi due versetti di questa parashà, che concludono i DIECI COMANDAMENTI , la sintesi di tutta la Torà, contengono un’importante lezione di sensibilità: anche se un altare con dei gradini è un oggetto inanimato che non può scorgere la nudità dei sacerdoti, la Torà ci vieta comunque di mancare di rispetto e disonorarli.
A maggior ragione, comprendiamo quanto sia importante prestare attenzione a non causare vergogna o disagio a un essere umano, creato a immagine di Dio (Rashì). Questa è la conclusione , il culmine della promulgazione del patto con Hashem sul monte Sinay:
SOLO QUANDO SIAMO MOLTO SENSIBILI VERSO IL PROSSIMO POSSIAMO ESSERE UNITI A DIO!!!
(Commento tratto dal Khumàsh Shemòt, edito da Mamash, p. 327)

(continua sotto)

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Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Nuova lezione video corta di questa settimana:
COME ANDARE D’ACCORDO CON LA SUOCERA!
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YITRO
GRANDE MERITO DI UN CONVERTITO!
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
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Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3 e mp4 (video):
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Per vedere il video:
https://vimeo.com/18967985
HITLER E AHMADINEJAD
L’errore di separare il primo comandamento di destra dal primo di sinistra delle due tavole della Torà:
le sue conseguenze ha prodotto due grandi malvagi della storia.

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

 UNO SGUARDO PER IL PARADISO!
(continua da sopra)
La prima mitzvà data agli ebrei dopo il Dono della Torà fu stranamente un divieto, qualcosa di NEGATIVO: non creare idoli d’oro o d’argento. La stessa è poi seguita immediatamente dalla mitzvà di costruire un altare di terra che, pur essendo un precetto positivo, racchiude una connotazione negativa: “essendo la terra calpestata da tutti”.
Questo ci insegna che il primo passo della crescita spirituale deve essere “negativo”: se l’uomo desidera avvicinarsi a Hashèm, deve scrollarsi di dosso i propri istinti animaleschi e il proprio ego, creando un “vuoto” spirituale che lasci penetrare la santità della Torà (Rebbe di Lubavitch).
LEZIONE DI UMILTÀ
La proibizione contenuta nel versetto (passuk) preso in esame è stata oggetto di molte interpretazioni. Una di queste, pone l’accento sul fatto che la Torà utilizza la parola “ma’alòt”, che generalmente si traduce con “gradini”, ma che può essere intesa anche come “buone qualità”. Quindi questo passuk potrebbe essere letto nel seguente modo: “Non salire sul Mio altare mediante le tue buone qualità, affinché non vi sia scoperta la tua nudità”.
In questo passo della Torà, Hashèm ci mette in guardia dal salire sull’Altare di Dio pavoneggiandoci delle nostre buone qualità, orgogliosi dei nostri traguardi raggiunti e sodisfatti di tutto ciò che sappiamo; in questo modo corriamo il rischio che la “nostra nudità” – ovvero debolezze, vulnerabilità e difetti importanti – vengano presto allo scoperto.
L’Altare non può essere una sorta di “vetrina” dell’autocompiacimento, la sede del culto religioso dalla quale permettiamo agli altri di venire a conoscenza della nostra grandezza. Se cadiamo in questa trappola, Hashèm ci dice che solo la “nostra nudità”, i nostri difetti – e non la nostra grandezza – verrà rivelata. Bisogna invece accostarsi all’Altare divino con un atteggiamento fondamentalmente umile che si deve tradurre nella sincera percezione della nostra inadeguatezza. È necessario curarsi che l’Altare non diventi per nessun motivo teatro di religiosa prevaricazione e arroganza.
La seguente storiella chassidica illustra bene tale concetto.
In una città dell’Europa vivevano due ebrei: uno era Reb Haim, un grande studioso; mentre l’altro, che si chiamava anche Haim, era un povero facchino a mala pena in grado di leggere le lettere dell’alfabeto ebraico. Lo studioso riuscì a contrarre un buon matrimonio, dato che il più ricco uomo della città scelse proprio lui, il più brillante studente della yeshivà, come suo genero. Grazie al supporto economico datogli dal ricco suocero, come consuetudine in quel tempo, lo studioso  si guadagnò ben presto il rispetto e l’ammirazione dell’intera città: grazie al fatto che oramai poteva trascorrere numerose ore giornaliere nel suo studio a incontrare e ricevere chiunque necessitasse di aiuto o consiglio.
Questi due uomini, così diversi si trovavano quotidianamente a confronto l’uno con l’altro. Accadeva che il facchino pregasse presto al mattino, per poter cominciare a lavorare il prima possibile, al fine di guadagnare il suo magro sostentamento. Precipitandosi fuori dopo la funzione in sinagoga, incrociava il grande Reb Haim che arrivava per il minyàn successivo, a quello del facchino, poiché passava gran parte della notte a studiare Torà. In tal modo essi si incontravano praticamente ogni giorno.
Reb Haim, lo studioso rivolgeva a Haim, il facchino un sorriso sdegnato e un ghigno di compiacimento compariva nelle sue labbra, mentre ringraziava Dio di poter trascorrere la giornata con la Torà e di non dover lavorare come lui.
Haim il facchino, a sua volta, rivolgeva allo studioso uno sguardo struggente, sentendosi triste e indegno di non poter trascorrere anch’egli la propria vita tra le sacre scritture.
Entrambi morirono lo stesso giorno e vennero giudicati dalla corte celeste. Per primo fu il turno dello studioso Haim. Tutte le sue buone azioni, lunghi anni di studio e atti caritatevoli vennero messi da un lato della bilancia, e dall’altro il suo quotidiano ghigno di autocompiacimento. Il ghigno sorpassò nel peso tutte le buone azioni.
Poi fu la volta di Haim il facchino. Su un piatto della bilancia vennero collocati tutti i suoi peccati, e dall’altro il suo quotidiano sguardo di rammarico e umiltà per non poter servire adeguatamente Dio.
Quando alla fine le bilance furono messe a confronto, lo sguardo sorpassò in peso i peccati del facchino e il ghigno e il vanito superò i meriti dello studioso.
SOLO L’EBREO UMILE ANDÒ DRITTO IN PARADISO!
Sappiamo che molti ebrei, soprattutto israeliani, vanno in India o in Estremo Oriente alla ricerca di “cibo spirituale” per l’anima. Questo piccolo esodo è in parte causato da coloro che, nel divulgare la parola di Ha-Shém, ignorano o nascondono il lato spirituale della Torà e mettono in risalto solo l’aspetto tecnico e formale dell’ebraismo costituito, secondo loro, solo da tante azioni materiali: le mitzvòt –precetti della Torà.
Queste vanno naturalmente onorate e osservate con rigore, come qualunque comandamento dato da Ha-Shém, ma non vanno applicate in modo freddo e meccanico. Lo scopo intrinseco delle mitzvòt non è certo quello di farci diventare dei “robot senz’anima”. Un ebraismo inteso in questo modo rischia di allontanare tutti coloro che cercano un profondo rapporto spirituale con Hashèm.
Mio padre disse: “Freddezza ed eresia sono separate solamente da una sottile paratia!” È detto: “Poichè l’Eterno, tuo D-o, è un fuoco che consuma”. La Divinità è una fiamma di fuoco. Lo studio della Torà e la preghiera devono essere fatti con un cuore appassionato, così che “tutte le mie ossa pronunzieranno” le parole di Dio, nella Torà e nella preghiera (Rebbe di Lubavitch, HaYom-Yom, Venerdì 16 Shvàt 5703).
Ecco perché il Rebbe di Lubavitch ci insegna che bisogna scaldare il compimento dei precetti con il “fuoco di Dio” che è la nostra anima. Dobbiamo riuscire ad “accendere l’anima”, con la parte più spirituale della Torà, senza che ciò venga ostacolato delle norme pratiche, delle azioni fisiche o dal nostro lato razionale. Come detto dal Rebbe occorre che le preghiere e lo studio “devono essere fatti con un cuore appassionato, così che “tutte le mie ossa pronunzieranno” le parole di Dio”.

La figura di Moshè ci permette di comprendere come la grandezza di un leader sta nel capire di quale acqua e cibo abbisognano le pecore del gregge.

Prima di diventare il leader di tutto Israèl Moshè era un pastore.
Il Midràsh racconta come un giorno, mentre Moshè stava facendo pascolare i greggi di Yitrò nel deserto del Sinày, un agnellino cercò di fuggire. Moshè lo inseguì, finché giunse a una sorgente e cominciò a bere. Quando Moshè raggiunse il piccolo pianse: “Oh, non sapevo che tu fossi assetato!” Cullò il piccolo fuggitivo tra le sue braccia e lo riportò nel gregge. Disse l’Onnipotente: “Tu sei misericordioso nell’occuparti di un gregge, perciò ti dedicherai al Mio popolo di Israèl”.
L’importante lezione dell’episodio è capire come il piccolo non era scappato dal gregge per malizia o malvagità, ma perché era semplicemente assetato.
Quando un uomo si allontana da Hashem, Dio non voglia, è solo perché egli è assetato. La sua anima ha sete dei veri significati della vita, della parte più profonda e spirituale della Torà (simboleggiata dall’acqua) che permette all’anima di accendersi. Di conseguenza c’è il rischio che egli vaghi in terre straniere, cercando di placare la propria sete.
Quando Moshè comprese ciò, fu in grado di divenire il leader di Israele. Solo un pastore che non si affretta a giudicare un fuggitivo e che si dimostra sensibile ai profondi motivi della sua diserzione, può sollevarlo misericordiosamente tra le sue braccia e ricondurlo a casa.
Psicologia Di Vita
Yitrò era sorpreso dal modo in cui suo genero, Moshè, giudicava le persone. Come poteva Moshè pensare di giudicare da solo l’intera nazione? Sembrava un modo molto inefficiente! Così Yitrò suggerì di creare un formale sistema giudiziario che avrebbe lasciato Moshè libero di trattare solo i casi davvero rilevanti. Da questo suggerimento nasce il famoso concetto di gestione aziendale “PIRAMIDALE”: alla base ci sono più pietre (persone) e man mano che si sale sempre di meno fino alla cima dove c’è solo una pietra. E in cima c’è Moshè che gestisce i problemi più complicati che ci sono.
Il piano di Yitrò era di creare una gerarchia di giudici. Alcuni giudici avrebbero avuto giurisdizione su dieci persone, altri su cinquanta, cento e mille.
Moshè non discusse con il suocero, accettò il suo suggerimento e cambiò il sistema giudiziario. Almeno in apparenza…!
Ma tutto questo sembra piuttosto semplicistico. Certamente Yitrò non stava suggerendo nulla di nuovo! Ogni nazione ha un sistema giudiziario. Com’è possibile che Moshè, il più grande leader che la storia abbia mai conosciuto, il profeta di tutti i profeti, non ci fosse arrivato da solo?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo comprendere quali erano i veri motivi che hanno spinto Moshè a dare attuazione al suggerimento di Yitrò.
Yitrò vedeva la procedura giudiziaria esclusivamente finalizzata alla risoluzione delle controversie di natura patrimoniale ed economica. Egli pensava che solo le dispute su terra e ricchezza fossero ciò che conducevano le persone nei tribunali. Yitrò pensava di “nutrire il gregge” con procedure formali e materialità. Quindi Yitrò suggerì a Moshè di allestire diversi livelli di giudici: “Tutti i casi minori essi giudicheranno e i maggiori li porteranno dinanzi a te”.
In altre parole, i casi monetari minori, le piccole rivendicazioni, dovevano essere gestite da altri giudici. Dal suo punto di vista, Moshè non doveva essere disturbato da rivendicazioni gestibili anche da giudici minori, poiché doveva gestire solo le GRANDI questioni monetarie, ovvero di grande QUANTITÀ (Es. 18, 22).
In questo ragionamento ci sono due errate concezioni:
Il sistema giudiziario visto solamente come strumento per risolvere problemi materiali e NON come uno strumento di EDUCAZIONE e crescita.
Il parametro di misura è la QUANTITÀ (grande o piccolo) e non la qualità.
Così quando Yitrò chiese a Moshè cosa stesse facendo, Moshè rispose che egli giudicava tra un uomo e il suo vicino e che in questo modo insegnava la legge di Ha-Shém. E conclude il verso che Moshè fece ESATTAMENTE quello che gli aveva insegnato suo suocero (Es. 18, 24).
Quindi formalmente Moshè accettò il suggerimento di Yitrò, poiché si rendeva conto che un solo uomo non poteva adempiere ad un simile incarico. Ma come mise in pratica i suggerimenti di Yitrò, pur mantenendo i suoi ideali?
Moshè apportò un cambiamento, apparentemente lieve, ma che faceva tutta la differenza del mondo! Moshè sapeva cosa un vero pastore doveva dare da “bere al gregge”. Soddisfare la sete che l’anima ha dei veri significati della vita, della parte più profonda e spirituale della Torà (simboleggiata dall’acqua) che permette all’anima di accendersi. Quindi Moshè utilizzò la procedura giudiziaria come uno strumento educativo, nel quale le persone potevano imparare la Torà e in tal modo comprendere l’origine dei loro problemi.
I “casi complessi”, per Moshè avevano un significato del tutto diverso da quello che avevano per Yitrò. Per il primo i casi più difficili erano quelli che richiedevano migliore conoscenza e familiarità con la Torà. Questi dovevano essere portati a Moshè, per la sentenza finale, poiché erano poche le persone che conoscevano tutte le leggi della Torà come lui.
E poi il parametro di misura per Moshè era la QUALITÀ, basata sulla complessità della causa e quindi sulle ripercussioni sociali, halakhike o psicologiche di una decisione (Es. 18, 26): ad esempio una banale disputa tra famiglie rischia di dividere tutta la comunità in due gruppi; oppure una decisione sbagliata sull’osservanza di un precetto può avere ripercussioni negative per generazioni.
Non a caso egli fu chiamato Moshè il profeta e “legislatore”!
Così Moshè usava il processo giudiziario come uno strumento d’insegnamento delle leggi della Torà scritta e orale, rivelata e nascosta. Tutti argomenti di grande difficoltà che presumevano anche immensa sapienza e conoscenza che non tutti i giudici potevano avere.
Tutto questo con grande saggezza e diplomazia, senza ferire i sentimenti del suocero, ma anzi facendogli credere che stava attuando alla lettera i suoi insegnamenti.
Impariamo la psicologia della vita da Moshè: parlare poco e fare tanto mettendo da parte il proprio ego senza troppi commenti!!!
Scelta Migliore!
Un famoso detto ebraico che dovremmo ripetere tutto il giorno:
TIYHE KHAKHAM, VEAL TIHYE ZODEK!
AGIRE CON SAGGEZZA È MEGLIO, CHE AGIRE NEL GIUSTO!
Essere nel giusto non sempre ci fa essere nel giusto assoluto. Può darsi che la nostra concezione del giusto sia appunto nostra e in quanto tale relativa, ma noi la trasformiamo “magicamente” nel  “GIUSTO PER ECCELLENZA”.
Ma anche se si è SICURAMENTE nel giusto non è detto che agire nel giusto ci dia il migliore risultato nella vita. È giusto pensare di non fermarsi a un incrocio dove si ha la precedenza e poi essere tamponati, perché chi doveva fermarsi, non l’ha fatto! Non aiuta sempre avere la ragione, essere nel giusto, specialmente se ci si trova in motocicletta o in una piccola vettura…!
Al massimo a questo “giusto” gli faranno in paradiso una bella corona con su scritto: MORTO CON LA RAGIONE DALLA SUA PARTE.
Perciò ricordiamoci da Moshè di cercare sempre il comportamento più saggio e non quello più giusto. Può sembrare giusto risolvere i problemi materiali considerati spesso i più urgenti, mentre si tralasciano le questioni spirituali che in fondo non danno da mangiare…
Non cerchiamo di difendere sempre la nostra tesi. A volte abbassare l’orgoglio e dire “si hai ragione te…” può farci solo bene.
Nuovo Mondo
Presto arriveremo a un mondo dove ci sarà più invidia e orgoglio, gli uomini si ameranno e rispetteranno senza limiti. Non dovremo più faticare per cercare la pace famigliare e nel mondo.
Facciamo gli ultimi sforzi e dimostriamo che il mondo è già rettificato e pronto alla redenzione, impegniamoci a seguire l’esempio di Moshè con amore e rispetto per lo suocero, anche se straniero, così potremo avere la rivelazione della pace eterna con Mashiakh. Presto nei nostri giorni, amen.

La Parashà di Yitrò tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il suocero di Moshè, Yitrò, viene a conoscenza dei grandiosi eventi che hanno accompagnato l’Esodo del popolo ebraico. Con la figlia Tzipporà e i due figli di questa, Yitrò decide di raggiungere il genero e di rallegrarsi con lui per i miracoli e i prodigi divini di cui gli ebrei sono stati protagonisti.
Riconosciuta la potenza e la grandezza di HaShèm, Yitrò Lo accetta come unico D-o. Di conseguenza si converte facendo la circoncisione e l’immersione in un bagno rituale. Insieme a Moshè, Aharòn e altri illustri esponenti del popolo, Yitrò offre sacrifici a HaShèm, per completare la conversione e per festeggiare la redenzione sua e di Israèl.
Vedendo il genero, giudice supremo, sopraffatto dall’onere del compito di trattare le cause di un intero popolo, Yitrò gli suggerisce di nominare dei magistrati minori, preposti su migliaia, centinaia e decine. I magistrati dovranno presentare caratteristiche morali esemplari. Moshè acconsente e mette in pratica il consiglio con grande umiltà. Yitrò si congeda dal genero e dal popolo e ritorna nella sua terra per convertire i suoi familiari.
Il popolo ebraico, giunto presso il Monte Sinày, si appresta a ricevere la Torà. HaShèm comunica a Moshè le modalità dell’evento e indica al popolo come deve prepararsi al momento del Dono della Torà.
L’evento tanto atteso ha luogo presso il monte accompagnato da tuoni e lampi che suscitano il timore reverenziale del popolo. Il Sinày è arroventato ed emana il fumo in virtù della Presenza Divina.
HaShèm proclama i Dieci Comandamenti che sintetizzano tutti i 613 precetti della Torà.
La parashà si conclude con l’emanazione di ulteriori leggi, fra le quali il precetto di costruire un altare di bronzo senza gradini per rispetto al pudore, e realizzandolo senza utilizzare attrezzi in metallo.

MIDRASHIM

I Dieci Comandamenti
(a pagina 676 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Fra giusti e pentiti.
(a pagina 735 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La preparazione al Dono della Torà.
(a pagina 741 del volume Shemòt edizioni Mamash).

YITRO 5771 – HITLER E AHMADINEJAD
L’errore di separare il primo comandamento di destra dal primo di sinistra delle due tavole della Torà: le sue conseguenze ha prodotto due grandi malvagi della storia.Riconoscere la non centralità dell’uomo, significa riconoscere che D-o esiste, che ha creato la vita e non abbiamo diritto di toglierla!

YITRO 5770 – RECINTO DI ROSE
Perché un recinto morbido è più efficace di un recinto di ferro? La Torà non è un codice di regole imposte sul corpo, bensì rappresenta il manuale del creatore del corpo ed è l’unico mezzo per estrapolare al meglio le potenzialità dell’uomo.

YITRO 5769 – IL NIPOTE DI MOSHE IDOLATRA?
Ebraismo contro Idolatria! Il giusto punto di vista in questo delicato argomento.
Quale deve essere il giusto e corretto approccio per un ebreo nell’ accostarsi alla spiritualità ed i pericoli insiti nell’utilizzare un approccio simile a quello di Yitrò.

YITRO 5768 – DIECI COMANDAMENTI, 2 CATEGORIE
Perché i primi due comandamenti sono stati detti da Hashem direttamente al popolo non tramite Moshè?
La Torà per tutta l’umanità: 10 comandamenti per am Israel, 7 precetti per l’umanità. L’unicità del legame con Hashem che non passa attraverso un uomo, ma avviene con una pubblica manifestazione!

YITRO 5766 – GRANDE MERITO DI UN CONVERTITO!
Chi era Yitrò? Dalla frase di Yitrò, in cui riconosce la grandezza di Hashem, consegue un’elevazione del mondo a livello tale, da meritarsi la diffusione del monoteismo. Il valore di una conversione sincera!

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BESHALLAKH, YUD e TV BSHVAT 5780: 7 LEZIONI PRECEDENTI

Questo Shabbàt 8 Febbraio 2020, 13 del mese di Shevàt 5780 leggeremo la Parashà di Beshallakh Es 13, 17 – 17, 16.

Si legge l’Haftarà di:

Italiani: Giud. Shofetìm 4,4-5, 3
Milano/Ashkenaziti: Giud.Shofetìm 4, 4 – 5, 31
Sefarditi: Giud. Shofetìm 5, 1-31

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל

SIAMO SUPERIORI AGLI ANGELI

Mentre dorme, David sogna l’Angelo Gabriele che gli dice: “David, David, domani nel tuo paese scoppierà un’alluvione, ma Hashèm mi ha ordinato di salvarti. Ricorda quindi che ti salverò, non dimenticarlo. Sarai salvato!”.
Il giorno dopo, scoppia l’alluvione predetta dall’angelo e case, ponti, scuole, ospedali ecc. vengono distrutti. David si trova sperduto nell’acqua, attendendo l’aiuto dell’angelo.
Ad un certo punto passa una barca, è Emanuele, un amico di David che vedendolo in pericolo gli urla: “Dai salta su David”, ma lui imperterrito gli risponde: “No, me la caverò!”.
Dopo dieci minuti passa un’altra barca, è Levi, un altro amico di David, che vedendolo in difficoltà gli grida: “Salta su dai forza!”, ma ancora una volta David risponde: “No, me la caverò, tranquillo”. Dopo un po’ passa un’altra barca e la scena si ripete.
Alla fine, David muore e arrivato in paradiso vede l’angelo Gabriele e gli dice: “Mi hai mentito! Avevi detto che mi avresti salvato!”.
L’angelo prontamente gli risponde: “Ma scusa oltre a mandarti tre barche cosa dovevo fare di più…?”

La spaccatura del mare, dopo l’uscita dall’Egitto, rappresenta un evento di ASSOLUTA importanza, poiché ha concluso il primo ESODO della storia dell’umanità. Oltre a essere il primo evento nel suo genere, esso racchiude anche diversi insegnamenti di VITA che sono come dei GRANDI TESORI da portare con noi in ogni momento.
Finalmente dopo 210 anni di schiavitù pesantissima, dove il sangue degli ebrei scorreva come il fiume del Nilo in quantità mastodontiche, arriva il grande momento dell’uscita.
Il 15 di NISSAN, dell’anno 2448 dalla creazione del mondo: la SUPER POTENZA universale del momento non riesce più a soggiogare i suoi indispensabili schiavi per la realizzazione dei grandi progetti dell’Egitto. Un popolo intero viene liberato senza che nessun cane emettesse alcun suono, nonostante che TUTTI i cani fossero addestrati con stregonerie ad abbaiare nella direzione verso la quale uno schiavo cercava di scappare.
Il popolo di Israèl si ritrova davanti al mare con gli egiziani alle loro spalle che li vogliono riportare in Egitto. Gli egizi sono feriti nella loro dignità dopo che un popolo intero è scappato con i loro tesori presi in prestito…
Tutto questo succede poiché è tutto calcolato dal Creatore del mondo e gli egiziani dovevano morire affogati, proprio come loro UCCIDAVANO I NEONATI facendoli AFFOGARE NEL NILO.
Il mare però non si apre e il popolo non sa cosa deve fare. Hashèm dice al popolo di entrare nel mare e SOLO quando loro entreranno ALLORA il mare si aprirà!!!
Questo argomento racchiude ben 5 GRANDI insegnamenti di vita FONDAMENTALI in ogni momento.

1°. Buttiamoci Prima Noi
Spesso si sente dire: se trovo un bel lavoro mi ci butto! Se trovo la giusta donna mi sposo! Se mia moglie fosse più calma e comprensiva avrei pace in casa…
Questi sono alcuni di tanti esempi di situazioni che ci possono accadere in ogni momento.
Illudersi che il mare si apre e solo dopo entrarci vuole dire che non abbiamo capito niente della vita. Questo sarebbe come il gatto che si vuole mordere la coda che entra in un circolo vizioso: mentre si gira per prendere la coda, nello stesso istante, si sposta la coda di continuo.
Se ci troviamo davanti a un mare e gli egiziani alle calcagna, vuole dire che abbiamo una delle tante sfide che dobbiamo superare, le prove ci vengono date per essere superate al fine di elevarci.
Gli angeli, a differenza degli uomini, non hanno prove e perciò non sono stimolati ad elevarsi, quindi non hanno mai delle difficoltà. Questo perché gli angeli non hanno il merito di avere il libero arbitrio, di poter scegliere tra bene e male, per loro superare una prova non ha nessun valore.
Come dice lo Zòhar questo è un mondo con valori al contrario (àlma deshìkra), anche la cosa più negativa può essere il più grande regalo, basta non fermarsi all’aspetto esterno.

2° Come Uno Tsunami
Ci si potrebbe chiedere: cosa ci vuole per entrare nel mare? Immaginiamo di fare un tuffo in una delle tante belle coste italiane nel mese di aprile. Cosa vi è di più piacevole? Se ci spostiamo nel sud di Israele molti fanno il bagno a Elat in aprile, nel mese in cui sono usciti dall’Egitto, Nissan…
E allora, perché era così complicato entrare nel mare? Perché in quel giorno il mare era MOLTO AGITATO come uno tsunami!!! Faceva paura solo a vederlo. Questo perché la prova, per essere vera e darci un merito, deve essere al di sopra della nostra ragione.
Per questo nessuno osava mettere neanche un dito nel mare in quel giorno. Come diciamo nelle Massime dei Padri cap V, Mishnà 5: dieci volte Israèl mise Hashèm alla prova, di cui due volte sul mare quando dissero: se il mare si apre noi ci entriamo…
Da questo impariamo che solo un mare agitato, come uno Tsunami, può darci dei meriti, ma solo quando superiamo la prova. Pertanto, se vediamo uno Tsunami nella vita non spaventiamoci, perché esiste solo per darci un merito.

3° Santa Pazienza
La struttura di quasi ogni prova nella Torà, come spesso accade anche nella vita, è che fino all’ultimo non si sblocca. Lo vediamo in una delle prove di Abramo quando arrivato ad un fiume che doveva superare solo quando l’acqua è arrivata alla bocca, solo allora il fiume è scomparso.
Anche per quei pochi che sono entrati nel mar Rosso, come Nakhshòn e i suoi fedeli, il mare non si è aperto subito ma solo dopo, quando stavano per affogare, allora si è aperto.
Se pensiamo che le prove si annullino appena le affrontiamo facciamo un grande errore. Bisogna avere PAZIENZA e DETERMINAZIONE, occorre andare fino in FONDO.
Ad esempio: Se ci fossero delle discussioni con la futura anima gemella o dopo 25 anni di matrimonio, non vuole dire che non è la moglie giusta. I problemi ci arrivano solo affinché li superiamo in modo da poterci elevare e migliorare.

4° Decisione Giusta Nel Momento Sbagliato?
Dopo l’uscita dell’Egitto il popolo di Israèl si ritrova davanti al mare che dovevano attraversare. Par’ò radunò tutti i suoi cavalieri e il suo esercito e li raggiunse mentre erano accampati presso il mare nella località di Pi Hakhiròt.
I figli di Israèl videro gli egizi ed ebbero una grande paura e la loro reazione fu quella di dividersi in quattro gruppi (Shemòt 14, 14-15):
Il primo voleva buttarsi in mare, poiché preferiva annegare piuttosto che tornare in Egitto; il secondo gruppo pensava che sarebbe stato meglio tornare ad essere schiavi; il terzo voleva combattere; il quarto gruppo voleva invocare Dio.
Hashèm disse a Mosè: “Perché mi volgi il tuo grido? Dì ai figli di Israèl di mettersi in cammino” (Shemòt 14, 15).
Dio dice al popolo, tramite Mosè, che il mare si aprirà solo se si metteranno in cammino. Le opinioni di 3 dei 4 gruppi (tranne ovviamente quella di chi voleva tornare in schiavitù), non erano di per sé sbagliate, ma erano inopportune ed inutili in quel momento.
In particolare ci si può chiedere cosa vi era di sbagliato nelle intenzioni del primo gruppo? In fondo apparentemente, ubbidivano all’ordine di Hashèm: “Dì ai figli di Israèl di mettersi in cammino”, quindi di andare verso il mare.
Al primo gruppo, quello che voleva buttarsi in mare in maniera disperata, quasi suicida, Mosè gli risponde: “State a guardare la salvezza che Hashèm opererà per voi oggi”.
Proprio nella risposta di Mosè noi possiamo trovare la giusta chiave di lettura di questo episodio della Torà. Il grave difetto delle intenzioni del primo gruppo, era che loro non volevano buttarsi in mare con forza e speranza in Dio, ma erano spinti a questo gesto dalla disperazione. Invece il mare si sarebbe aperto solo se il popolo di Israèl si fosse “messo in cammino” con fiducia e fede nel fatto che Hashèm avrebbe realizzato la sua promessa, li avrebbe salvati. Per questo Mosè gli dice di non buttarsi ma di “guardare la salvezza che Hashèm opererà per voi oggi”.
Da questo episodio noi possiamo trarre un grande insegnamento nella vita di tutti i giorni: di fronte alle prove a cui siamo sottoposti agiamo, ma non con la forza della disperazione, bensì con la determinazione della forza della fiducia in Dio, nella Sua salvezza. Solo così IL MARE SI APRIRÀ

5° Meglio Riuscire Per I Nostri Meriti
Dalla parashà di Beshalàkh possiamo trarre un altro grande insegnamento.
In Shemòt 14, 22 troviamo scritto: “I figli di Israèl entrarono nel mare, all’asciutto e l’acqua faceva loro da muro alla loro destra e alla loro sinistra”. La stessa frase la troviamo ripetuta poco più avanti nel verso 14, 29.
È cosa nota che ogni singola parola della Torà ha un’enorme rilevanza, anche una sola parola in più o meno, ha un significato essenziale. In questo caso troviamo ripetuto un intero verso! Cosa ci vuole dire la Torà con questo fatto? Una delle possibili interpretazioni ci viene data dal libro del Santo Zòhar che afferma come, in tutto il lungo periodo della schiavitù in Egitto, il popolo ebraico si era contaminato con innumerevoli peccati. Era caduto nei più bassi livelli dell’impurità, proprio come gli Egizi.
Da questo punto di vista ebrei ed egiziani erano identici, entrambi erano immeritevoli della misericordia di Hashèm. Continua lo Zòhar dicendo, quindi perché il mare si sarebbe dovuto aprire di fronte al popolo d’Israèl e chiudersi di fronte agli egizi? Quale erano le differenze tra i due popoli?
Per questo motivo Dio, per bocca di Mosè, ordina al popolo ebraico di “mettersi in cammino”, di entrare nel mare affinché questo si apra, proprio per dare al popolo ebraico, il merito di aver avuto fede in Hashèm. Questo sarebbe stato l’atto su cui fondare l’intervento della misericordia divina. Proprio per questo motivo Mosè voleva che il primo gruppo si buttasse in mare, non perché mosso dalla disperazione, ma per fede in Dio, dalla certezza della sua salvezza.
Allora perché alla fine il mare si aprì, come riportato nei versi 22 e 29 del capitolo 14? Grazie al gesto di pochi: Nakhshòn e ai suoi seguaci che si buttarono in mare con fede e certezza nella promessa fatta da Hashèm. Solo allora il mare si aprì permettendo a tutto il popolo ebraico di raggiungere la salvezza.
Tuttavia lo Zòhar fa un’altra interessante osservazione, perché poi il mare non si richiuse al passaggio della maggioranza del popolo Israèl che non aveva creduto in Dio? La risposta, sempre secondo lo Zòhar, è che Dio si ricordò di Abramo dei suoi meriti e della promessa che Dio gli fece sulla sua discendenza che “Sarebbe stata numerose come le stelle del cielo”.
Da questa spiegazione troviamo il motivo della ripetizione dei due versi: in Esodo 14, 29, diversamente che nel paragrafo 22, è scritto: “I figli di Israèl entrarono nel mare, all’asciutto e l’acqua faceva loro da MURO alla loro destra e alla loro sinistra” la parola muro/Khomà della frase è scritto senza la ‘vav’.
In questo modo si può leggere sia “muro”, sia come “rabbia”, quindi possiamo rileggere questa parte come: “I figli di Israèl entrarono nel mare, all’asciutto e l’acqua ERA ARRABBIATA alla loro destra e alla loro sinistra”. Questo poiché il mare era “arrabbiato” del fatto che si dovette aprire, non per i meriti del popolo ebraico, per i meriti di Abramo.
Da questa storia impariamo come, a volte, se Dio vuole, basta un piccolo gruppo di persone fedeli della volontà di Hashèm per salvare anche chi è carente nella fede.
Il secondo insegnamento è che tutte le prove che subiamo nella vita, anche quelle più dure e difficili, sono in fondo solo un’opportunità che ci viene offerta da Dio per migliorarci, per elevare noi stessi e gli altri che ci circondano. Grazie allo sforzo che mettiamo nel capire su come e cosa dobbiamo fare per vincere la sfida che abbiamo d’innanzi.

In ricordo della recentissima ricorrenza del 10 di Shevàt dove abbiamo avuto il merito che il Rebbe di Lubàvitch ha accettato di guidare il movimento Chabad e illuminare il mondo con la sua saggezza, con la sua luce di amore e positività.
Questi sono alcuni degli insegnamenti che ho avuto l’onore di sentire da lui direttamente. Insegnamenti che sono come dei fari per tutta l’umanità.
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In questi giorni è giusto mettere in atto le sue richieste e i suoi insegnamenti. Ad esempio assicurarsi che tutti gli ebrei mettano i Tefillìn ogni giorno. I gentili imparino e osservino tutti i 7 precetti Noakhidi, compresi quelli derivati che sono quasi 70.
Se ognuno di noi, in questi giorni speciali, riuscisse a migliorare anche nel compimento di una sola azione, aggiungeremmo una luce in questo mondo e accelereremmo così la imminente rivelazione di Mashìakh, presto nei nostri giorni. Amen.
Rav Shlomo Bekhor YH

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BESHALLAKH:

nuova lezione di VITA
TSUNAMI: PROVA DI FEDE
Solo Le Prove della Vita ci Portano Tanto in Alto!

TSUNAMI: PROVA DI FEDEhttps://youtu.be/T-6DKjowpboSolo Le Prove della Vita ci Portano Tanto in Alto!Impariamo da…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 6 febbraio 2020

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I QUATTRO GRUPPI DEL MARE!

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

BESHALLAKH 5770 – I QUATTRO GRUPPI DEL MARE!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

BESHALLAKH, YUD e TV BSHVAT 5780: 7 LEZIONI PRECEDENTI


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Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:

Voglio aiutare!

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Verso la fine della parasha di Beshalak vediamo il valore di celebrare il compleanno. Il Talmùd Yerushalmi (Rosh Hashanà 3, 8,) citando Rabbi Yehoshù’a, ci insegna come Amalèk aveva arruolato per quella battaglia i soldati che celebravano il compleanno in quel giorno, contando sul potere degli astri, perché il giorno del compleanno è un giorno molto fortunato e benedetto e Amalèk ha giocato su questo fatto mettendo in prima fila questi soldati SUPER PROTETTI. Perciò Amalèk fa una guerra “non convenzionale” solo perché non può sopportare che esista al mondo un popolo che il suo unico ruolo è INSEGNARE IL MONOTEISMO AL MONDO. Un popolo che nega il valore della materia e del corpo e li considera solo dei tramiti per rivelare lo spirito. Questo è opposto ai valori di Amalèk.
L’esistenza di Israèl “il popolo del libro” e “dell’intelletto”, è un esempio importante nel mondo e per questo cerca di attaccarli e annientarli, anche se non aveva nessuna ragione per farlo, perché non c’erano conflitti territoriali visto che Amalèk risiede molto lontano dalla terra promessa.
Per fare fronte a questo “colpo basso”, Moshè deve sconvolgere gli influssi astrali e cambiare il mazal per eliminare la protezione dei soldati che compivano gli anni.
Da questo insegnamento talmudico il Rebbe di Lubavitch fonda la sua spiegazione sull’importanza del compleanno ebraico, ovvero la data ebraica di nascita, diversa da quella del calendario solare. Il Rebbe ci insegna che questo giorno di grande fortuna e benedizione, deve essere dedicato a nuove decisioni in campo spirituale e alla meditazione, nonché all’azione pratica.
Un famoso detto a proposito:
“Nel giorno del compleanno ci si deve isolare, far riaffiorare i ricordi, riflettere sul passato e correggere le azioni che richiedono teshuvà e rettificazione” (Rebbe di Lubavitch, Hayòm Yom dell’11 nissàn).

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
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Psicologia nella Torà

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

GUERRA STELLARE
(continua da sopra)
Esodo cap. 17: Yehoshù’a fece come gli aveva detto Moshè, combattendo contro ‘Amalèk, [mentre] Moshè, Aharòn e Khur salirono in cima alla collina. 11. Quando Moshè aveva il braccio alzato Israèl prevaleva, mentre quando lo abbassava prevaleva ‘Amalèk. 12. Ma le braccia di Moshè erano pesanti; [Aharòn e Khur] presero una pietra e glie[la] misero sotto; vi si sedette, mentre Aharòn e Khur gli sostenevano le braccia, uno da una parte e l’altro dall’altra, e le sue braccia resistettero fino al tramonto del sole. 13. Yehoshù’a indebolì ‘Amalèk e il suo popolo a fil di spada.
Khur era figlio di Miryàm (Rashì), era un importante capo (24, 14) della tribù di Yehudà (31, 2). La sua genealogia era: Yehudà, Pèretz, Khetzròn, Calèv, Khur (Bereshìt 46, 12). Era nonno di Betzalèl, colui che avrebbe diretto i lavori di costruzione del Mishkàn (31, 2) e fratello più giovane di Ram, padre di ‘Aminadàv, padre di Nakhshòn, capo della tribù di Yehudà all’epoca dell’inaugurazione del Mishkàn e del censimento nel deserto (Bemidbàr 1, 7 e 7, 12).
I quattro capi che condussero la guerra di ‘Amalèk rappresentano i quattro diversi elementi che devono comporre la perfetta guida per sconfiggere l’acerrimo nemico e così ogni avversario simile a Amalèk:
Moshè – la profezia; Aharòn – il culto divino; Khur: la saggezza e l’arte (e, secondo il Midràsh Pessiktà Rabbà parshàt Zakhòr – il regno e la legge); Yehoshù’a – la prodezza.
«Furono forse le braccia di Moshè a vincere o a perdere la battaglia? La Torà ci insegna: fintanto che gli ebrei guardavano in direzione del cielo (verso le mani di Moshè alzate) e così sottomettevano il loro cuore al Padre che è in cielo, essi avevano la meglio. Ma quando non lo facevano, crollavano» (Mishnà Rosh Hashanà 3, 8).
Rashbàm spiega che assieme al braccio Moshè teneva alzato anche il bastone. Infatti, nell’antichità quando i soldati vedevano la bandiera issata capivano che stavano avendo la meglio, mentre se veniva abbassata era segno di sconfitta e quindi fuggivano.
Alzando le braccia di Moshè appesantite dalla stanchezza, Aharòn e Khur stavano in piedi, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, e gliele sostenevano. Moshè preferì sedersi su una pietra piuttosto che su un cuscino perché non voleva riposare mentre il suo popolo era in pena (Rashì).
Gli amaleciti avevano calcolato l’ora della vittoria in base all’astrologia. Moshè però sconvolse il corso degli astri e quindi anche delle ore (Rashì da Midràsh Tankhumà 28). Inoltre ‘Amalèk aveva arruolato per quella battaglia dei “soldati” speciali che erano degli spiriti o degli angeli, ovvero qualsiasi arma non convenzionale pur di sterminare Israèl. Ma sconvolgendo il ciclo, da Moshè, anche questi spiriti non diedero il risultato atteso.
Una guerra molto ben preparata da Amalèk per due secoli. Armi che non possono fallire e strategia sicura, ma alla fine vince il piano di Hashèm di fare il patto con i discendenti di Avrahàm e dare la Torà a Israèl per insegnare al mondo che esiste un solo Dio e anche la natura non è altro che un guanto che nasconde la mano di Hashèm che sta dietro a essa.
Yehoshù’a indebolì ‘Amalèk uccidendo i suoi soldati più forti. Sicuramente fu per ordine divino che risparmiò gli altri, poiché di certo non gli mancava la forza di ucciderli, avendo già sconfitto i più potenti (Rashì; Gur Aryé). Inoltre, solo Hashèm poteva indicargli chi era forte e chi era debole (Sèfer Zikaròn).
Poiché ‘Amalèk rappresentava l’essenza del male e non era ancora giunto il momento di eliminarlo dal mondo, Hashèm non permise a Yehoshù’a di farlo.
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Il Rebbe di Lubavitch promosse l’adozione di alcuni usi importanti allo scopo di sfruttare opportunamente questo importante giorno:
• Aliyà al Sèfer Torà: gli uomini salgano al sèfer lo Shabbàt che precede il compleanno e nel giorno del compleanno stesso, se vi si legge la Torà;
• Si dia più tzedakà del solito prima delle preghiere di Shakhrìt e di Minkhà. Se il compleanno capita di Shabbàt o in un giorno festivo, si dia la tzedakà prima del loro inizio e, se è possibile, anche alla loro conclusione;
• Tefillà: si preghi con maggior concentrazione e prima della tefillà si dedichi del tempo alla meditazione, riflettendo sul Creatore; si cerchi di recitare più capitoli di Tehillìm del solito e, se è possibile, almeno uno dei cinque libri che compongo il libro dei Salmi;
• Tehillìm: si studi il capitolo di Tehillìm corrispondente alla nuova età (ad esempio, se si compiono vent’anni si legga il capitolo 21…);
• Torà: si studi più Torà, sia nell’ambito di quella Torà rivelata che in quello della khassidùt;
• Amore per il Prossimo: ci si dedichi maggiormente alla manifestazione dell’amore per il prossimo, in particolare diffondendo degli insegnamenti della Torà;
• Esame di Coscienza: si rifletta sulle azioni dell’anno passato, nell’intento di analizzarle, correggerle e migliorarle qualora sia necessario.
• Un Nuovo Impegno: nel Rosh Hashanà personale, ci si impegni nell’osservanza di una mitzvà trascurata in passato o ad osservarla in modo migliore, oppure un’aggiunta nello studio della Torà;
• Un “Incontro Khassidico”: organizzare una “festa” khassidica fra amici e parenti, in gioia e allegria, ringraziando Hashèm. (Se è possibile, si reciti la benedizione di Shehekheyànu su un frutto o un vestito nuovo).
Ricordiamoci che il Rebbe ci insegna l’importanza del compleanno ebraico, giornata che deve essere dedicata a nuove decisioni in campo spirituale e alla meditazione. Come Moshè anche noi dobbiamo cercare di sconvolgere il mazal negativo del nostro acerrimo nemico, Amalèk. Questo si annida dentro e fuori di noi, conta sulla presunta supremazia degli astri, di un destino preordinato, della pratiche superstiziose, dei falsi dei e idoli. Soprattutto il nostro “Amalèk” interiore ed esteriore trae forza e vigore dalle nostre debolezze un ostacolo nel nostro rapporto quotidiano con la Torà, mitzvòt.
Questo stato di cose ci rende difficile collegarci e riconoscere Hashèm in ogni cosa e aspetto delle nostre vita. E ci impedisce di comprendere che è Lui il vero boss, Lui che comanda e determina tutto ciò che esiste. Migliorando noi stessi e il nostro rapporto con Hashèm possiamo migliorare il mondo che ci circonda e per far arrivare Mashiakh presto nei nostri giorni.

La Parashà di Beshallakh è composta da 116 versetti.

La Parashà di Beshallakh contiene 1 divieto.

La Parashà di Beshallakh tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il popolo ebraico si trasferisce da Sukkòt, la sua prima tappa, a Etàm, presso il Mare dei Giunghi (Mar Rosso). Nei suoi spostamenti il popolo viene accompagnato e guidato da una nube e da una colonna di fuoco. Par’ò, nel frattempo, si pente di aver liberato il popolo e si lancia al suo inseguimento. Colti dal panico, gli ebrei invocano Dio, che ingiunge loro di procedere. La colonna di nube e l’angelo di Dio si pongono fra egizi e ebrei, proteggendo questi ultimi.
Gli ebrei procedono verso il mare, che si apre e permette loro di attraversare il fondale all’asciutto. Il popolo ebraico si mette in salvo, mentre gli egizi vengono sommersi dalle acque tornate al loro stato originale.
Gli ebrei intonano la Cantica del Mare esprimendo la propria gratitudine ad Hashèm; le donne, guidate dalla sorella di Moshè, intonano a Cantica di Miryàm.
Gli ebrei, che procedono nel deserto di Shur si trovano senz’acqua. L’unica sorgente produce acqua amara e il popolo se ne lamenta. Hashèm comanda a Moshè di gettare un tronco di legno nell’acqua che diviene subito dolce. Vengono impartiti al popolo ebraico alcuni precetti. Il popolo si sposta, raggiungendo la località di Elìm, dove trova dodici sorgenti e settanta palme.
Il popolo ebraico si lamenta, esprimendo la propria nostalgia per il cibo di cui disponeva in Egitto. Hashèm promette al popolo le quaglie e la manna, accompagnando le Sue parole con alcune precise indicazioni concernenti il consumo e la conservazione del cibo, in particolare per lo Shabbat. Tali precetti vengono in parte, profanati da alcune persone empie. Seguono alcuni precetti dello Shabbat.
Il popolo ebraico si ritrova nuovamente senz’acqua e se ne lamenta. Hashèm ordina a Moshè di colpire la roccia con il suo bastone per far scaturire l’acqua. Moshè obbedisce e l’acqua sgorga abbondante.
Il popolo di Amalèk, acerrimo nemico di Israèl, attacca gli ebrei subendo, grazie all’intervento divino, una pesante sconfitta. Hashèm promette la cancellazione totale di questo popolo.

MIDRASHIM

Gli angeli in lotta per Israèl
(a pagina 672 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La Cantica del Mare
(a pagina 674 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Apertura a condizione.
(a pagina 726 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il mio Dio.
(a pagina 730 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Prospettiva positiva.
(a pagina 732 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Catene diverse.
(a pagina 734 del volume Shemòt edizioni Mamash).

BESHALLAKH 5771 – LE DUE FACCE DELLA TUA SPOSA!
Il significato e il valore del matrimonio: come apprezzare il proprio/la propria coniuge.
Vengono esplorate le parti esteriori ed interiori di una persona, analizzando qual è la più importante, insegnandoci a rivelare il potenziale nascosto, come fece Yossèf!

BESHALLAKH 5770 – I QUATTRO GRUPPI DEL MARE!
Errare pensando di fare il giusto? Anche le migliori idee fatte però in contrasto con il piano divino per quel momento, sono sbagliate! Quando si hanno dei problemi nella vita, non bisogna spaventarsi e farsi condizionare dalle apparenze, ma andare avanti con sicurezza!

YUD SHVAT 5770 – IL MONDO È FALSO O VERO?
Perché Hashem non ha creato il mondo come voleva che fosse ovvero con il male?
La diffusione della Shekinà nel mondo e l’essenza eterna del corpo.

BESHALLAKH 5769 – BUTTATI CHE IL MARE SI APRE
L’eutanasia, secondo il punto di vista ebraico.Quando ci sono delle direttive ben precise l’uomo deve seguire la strada indicata da HaShem, senza discutere o tergiversare, soprattutto senza cercare di formulare opinioni personali; gli ordini di HaShem non sono un argomento di discussione o speculativi. Diversi responsi sul difficile tema dell’eutenasia, secondo la Torà.

YUD SHVAT 5768 – ATTRIBUTO PER VINCERE!
Yud Shva, il 10 di Shevat, corrisponde ad un giorno molto importante per l’ebraismo e per il mondo!! Il sesto Rebbe in tal data venne a mancare e il nuovo Rebbe, esattamente un anno dopo, prese la guida del movimento Chabad!

BESHALLAKH 5766 – PROVA DI FEDE!
Come uscire dai nostri confini! Nella vita non basta fare cose giuste. Occorre fare ciò che è necessario in quel determinato momento, senza sprecare risorse e tempo, seguendo il piano divino per noi

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BO 5780: 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 1° Febbraio 2020, 6 del mese di Shevàt 5780 leggeremo la Parashà di Bo Es. 10, 1-13, 16

Si legge l’Haftarà di
Italiani: Isaia 18, 7-19, 25

Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti:

Yirmiyà Geremia 46, 13-28
(a pagina 214 del volume Shemòt edizioni Mamash).

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
nuova lezione 2020 ESPLOSIVA sulla redenzione

2 RAGIONI CHE RENDONO ETERNA LA REDENZIONE DI MOSHÈ

nuova lezione 2020 ESPLOSIVA sulla redenzionehttps://youtu.be/xRxERSEJSYI2 RAGIONI CHE RENDONO ETERNA LA REDENZIONE…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 30 gennaio 2020

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UN MATRIMONIO AMMANTATO DI VERO AMORE

Una nobildonna maltrattata dal ricco e potente marito, divorzia da lui e scappa rifugiandosi tra le braccia dell’uomo che ha sempre amato. Un nuovo marito e una futura nuova famiglia! Il nuovo marito è sempre stato per lei un caro amico benevolo e anche adesso ha intenzione di darle il massimo confort e concederle tutto il bene possibile.
Tuttavia, fin dall’inizio non sembra proprio così!
Prima egli la trasporta su un vecchio asino malandato, poi la accoglie in una capanna logora, quella che avrebbe dovuto essere il loro “nuovo nido”. E non finisce qui! Il cibo è poco e cattivo, l’acqua c’è ma solo fredda. Nonostante le condizioni a dir poco disagiate, la ex nobildonna decide di rimanere e di rinunciare al lusso dei grandi palazzi per accontentarsi di “molto poco”, tranne del fatto di avere finalmente trovato un vero marito con un gran cuore. La donna preferisce le povere condizioni dell’uomo apparentemente MODESTO e privo di mezzi, ma di GRANDI valori piuttosto che un aristocratico senza virtù.
Quindi, apparentemente ci si trova di fronte ad un finale dalla morale scontata, ma è proprio così?

La Realtà Dietro il Sipario
In realtà, il nuovo marito non è affatto più povero del precedente, ma vuole solo mettere alla prova la sposa. Se l’avesse accolta con una Ferrari rombante o con un jet privato forse il matrimonio non sarebbe stato sincero. Perciò il nuovo sposo le chiede la mano in un ambiente semplice, per vedere se la sua futura sposa è interessata solo a quello che lui ha, oppure è la sua vera anima gemella!!!
In questo modo, dopo un periodo di prova, l’apparentemente povero marito chiede alla donna di sposarlo e solo poi svela la sua vera identità.
Sembra un film di Hollywood, no? Mentre è la stessa trama identica che ritroviamo nella parashà di questa settimana (Bo), dove si racconta l’inizio dell’l’Esodo del popolo ebraico dall’Egitto.

Dice il profeta Geremia (cap. 2, 2) a proposito di questo comportamento del popolo di Israèl: “Così disse Hashèm, ricorderò sempre la bontà della tua gioventù… quando sei venuto dietro di me nel DESERTO in una terra ARIDA senza CIBO”.
Israèl vive nel paese più evoluto e potente al mondo, ma nonostante ciò non esita ad abbandonare questo luogo e tutte le sue certezze in cambio di un deserto sterile senza un futuro certo.
Se ci pensiamo un attimo sembra una follia! Oggi Moshè avrebbe rischiato una denuncia per circonvenzione di incapace… Un popolo, di qualche milione di migliaia di individui, con donne e bambini e anziani va nel deserto con acqua e viveri sufficienti solo per pochi giorni. Senza nessuna garanzia, tranne la FEDE NELL’AMATO FUTURO MARITO!
Questo atto di fiducia non ha paragoni nella storia dell’umanità! Bambini e neonati che si buttano in un deserto infinito senza alcuna certezza di poter sopravvivere, ma solo sulla base di una promessa astratta. Proprio per questo atto Dio si ricorderà in eterno la grande fede di Israèl che senza incertezze si fida ciecamente della promessa divina.

Geometrie istruttive
Tuttavia per noi oggi, quale è il grande insegnamento da cui possiamo imparare per migliorare le nostre vite? È quello di capire che ci sono due relazioni fondamentali che coinvolgono noi tutti.
La prima è quello tra noi e il prossimo e quindi con la società che ci circonda che possiamo definire come “Relazione orizzontale”, la seconda è quella tra l’uomo e Hashèm che non essendo, ovviamente, su un piano di eguaglianza o parità possiamo definire “Relazione verticale”.

La Relazione Orizzontale: Ricordi Coraggiosi
Il paragone tra l’Esodo del popolo ebraico e la moglie che scappa dal marito per risposarsi non è casuale, poiché è scritto (Cantico 3, 11) che la ricezione della Torà è come un matrimonio con Hashèm. E da questo possiamo trarre delle lezioni per la vita coniugale.
Così come Israèl, per sposarsi con Dio, si deve buttare nel buio, così anche in ogni matrimonio non può essere tutto razionalizzato e pianificato nei minimi dettagli. È vero, dice Maimonide (Ràmbam), che prima di sposarsi bisogna avere una casa e un lavoro, ma ci vuole la componente del “lanciarsi”, come impariamo dal comportamento di Israèl che va a sposarsi con Dio, oltre ogni logica.
Il MATRIMONIO, infatti esprime la volontà di camminare mano nella mano in ogni situazione, anche nel buio. A volte le preoccupazioni economiche non solo annullano la solidità del matrimonio, ma anche ostacolano la benedizione divina che viene solo a chi possiede una SERENA FEDE circa il fatto che i problemi SARANNO RISOLTI poiché c’è un REGISTA dietro a “questo cinema” (la nostra vita terrena).
Non a caso il versetto sopra citato di Geremia ci insegna anche che il “grande amore” dopo il “fuoco” dei momenti iniziali va comunque costantemente alimentato: “RICORDO SEMPRE” dice Hashèm a Israèl, ossia il tuo gesto di grande amore è sempre davanti a me.
Diciamo nella hagadà di Pèssakh: “In ogni generazione occorre vedere noi stessi come se fossimo usciti adesso dall’Egitto”, e questa fede deve essere manifestata in continuazione. Inoltre l’Alter Rebbe aggiunge che anche ogni giorno dobbiamo ricordare questo (perché ogni giorno leggiamo la Cantica del Mare).
Così come l’uscita, ovvero il grande amore iniziale, va ricordata ogni anno a Pèssakh e ogni giorno, così dovremmo alimentare il nostro matrimonio in terra giorno dopo giorno.
Per poter superare gli ostacoli continui della vita è vitale rinvigorire quello spirito profondo di unione che ci dà la forza di non fermarci davanti ai problemi.
La routine della vita coniugale, infatti, tende a oscurare la memoria della grande luce che ha illuminato i nostri cuori. Questo ricordo viene spesso offuscato col passare degli anni, dai tanti e vari impegni famigliari e dai bambini. Quindi per non rischiare di cadere nella “trappola del tempo” ci viene chiesto di ricordare e portare sempre con noi tutti quei momenti meravigliosi di grande unione sentimentale che hanno permesso di “legare due anime assieme”, senza sapere dove si rotolerà.
“E io ti fidanzerò in eterno” dice il verso. Un vero fidanzamento è eterno, un’attività in itinere che cresce e si rinnova ogni giorno e in ogni momento.
Per le persone sposate e non solo, la lettura della storia di questa parashà settimanale può illuminare il ricordo che l’unità coniugale va alimentata e rinnovata continuamente come l’uscita dall’Egitto e che non si può pretendere che sia tutto programmato, ma bisogna anche BUTTARSI per realizzare pienamente il matrimonio, che è la meta più ambiziosa da raggiungere.

La Relazione Verticale: Un Salto Nel Buio
Quando il mondo non ebraico, o coloro che si sono allontanati dalla vita ebraica, sfidano l’ebreo osservante, dicendogli:
«Tu che, al pari di noi, vivi in un mondo materialista, in mezzo a una società competitiva, conducendo come tutti la strenua battaglia per la sopravvivenza economica, come puoi sottrarti all’idolatria che regna nel paese, che si tratti del dollaro, o del timore di essere “diverso” e così via?
Come puoi aderire a un codice di 613 precetti che, ovunque tu vada, “vincola” la tua esistenza e limita la tua possibilità di competere?».

La risposta a questa sfida è l’Esodo dall’Egitto. Uno dei suoi messaggi essenziali è infatti l’assoluta fede nella Provvidenza Divina che si manifesta palesemente negli eventi storici dell’Esodo: un intero popolo – uomini, donne e bambini – in tutto qualche milione di persone, si lascia alle spalle un paese prospero e ricco, per intraprendere un lungo e pericoloso viaggio, per di più senza provviste, ma ricco “SOLAMENTE” della fede assoluta nella parola di Hashèm.
Nel caso dell’Esodo, quando gli ebrei rispondono all’appello divino e ai precetti, trascurando ogni considerazione “razionale” e staccandosi da un passato negativo, è proprio l’applicazione di questi principi a spianare la via alla loro vera felicità, non solo spirituale (con il Dono della Torà e divenendo il popolo scelto da Dio e una nazione santa), ma anche materiale (con l’insediamento nella Terra Promessa dove scorrono latte e miele).

Così è anche oggi e sarà sempre: grazie alla Torà, chiamata anche Toràt Khayìm – Dottrina di Vita, e alle mitzvòt applicate alla vita quotidiana, l’ebreo si unisce al Creatore e Signore del mondo e si libera da tutti i vincoli e limiti “naturali”, conoscendo la vera felicità, materiale e spirituale. E grazie a ciò potremo meritare che Mashiàkh giunga subito, presto nei nostri giorni, Amen.

Tratto e adattato da una lettera del Rebbe di Lubàvitch, 11 nissàn 5721

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BO:

DUE TIPI DI DOMANDE!
Perché l’ebraismo promuove il DOMANDARE?

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

BO – PESSAKH 5770 – DUE TIPI DI DOMANDE!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

BO 5780: 6 LEZIONI


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Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perché la Torà sia accessibile a TUTTI e SEMPRE.
Se ascolti le lezioni è doveroso dedicare parte della decima a mantenere viva questa grande opera di divulgazione di Torà.
Aiutando Virtual Yeshiva si diventa soci nella diffusione della parola di Hashèm ed è un segno di riconoscenza per chi insegna e così potremo diffondere insieme molti più valori di vita e insegnamenti.

Per saperne di più si può scrivermi una mail o collegarsi al seguente link:

Voglio aiutare!

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Il decimo capitolo dell’Esodo, nella parashà di questa settimana (Bo) è scritto: “Dio disse a Mosè: Vieni dal Faraone, poiché IO ho indurito il suo cuore e il cuore dei suoi servi, per operare questi Miei segni fra loro…”
Su questa frase vengono in mente, almeno.., due domande ovvie:
1) Perché Dio dice a Mosè “Vieni dal Faraone”? Non sarebbe stato più appropriato dire “Vai dal faraone”?
2) La frase “Vieni dal Faraone, poiché IO ho indurito il suo cuore” è anch’essa difficile da comprendere. Qual sarebbe la sequenza logica? In che modo il fatto che “IO ho indurito il suo cuore” costituisce la ragione per “venire dal faraone”? La Torà avrebbe dovuto dichiarare: “Vieni dal faraone e avvisalo”, del pericolo delle piaghe, ad esempio… Il fatto che Dio abbia indurito il cuore del faraone non è la ragione per “venire dal faraone”.
La Torà, a quanto pare, avrebbe dovuto strutturare questa frase come aveva fatto in Esodo (7, 2-4), dove Dio dice a Mosè: “Dirai tutto ciò che ti comanderò e Aharòn parlerà con il Faraone. Quanto a Me, indurirò il cuore del faraone e [così] moltiplicherò i Miei segni…”.
Nota: per primo Dio (7, 2) dice a Mosè e Aharòn di parlare con il Faraone e di istruirlo a liberare gli ebrei; per secondo (7, 3), Dio aggiunge che indurirà il cuore del faraone.
Mentre all’inizio della parashà di Bo il messaggio è molto diverso e controverso: “Vieni dal faraone poiché Io ho indurito il suo cuore”. Qual è il significato di questo?

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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nuova lezione video parashà BO imperdibile
AZZIME: CIBO DELLA LIBERTA’
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
BO
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/01/29/bo-5769-tefillin-segno-didentita/
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
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TEFILLIN: SEGNO D’IDENTITA’

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Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

CHABAD VS. NIETZSCHE
(continua da sopra)
Lo Zohar, il testo fondamentale della Cabalà (parte II, 34°), da una risposta scioccante alla domanda: poiché, Mosè, era terrorizzato all’idea di andare dal faraone. Addirittura, Dio dovette promettergli che sarebbe stato Lui stesso ad accompagnarlo in questo viaggio. Mosè era troppo spaventato per andare da solo: “vieni con me dal faraone” significa: verrò [solo] con Te [Hashèm] dal faraone.
Questo richiede un chiarimento. Mosè è stato dal Faraone molte volte prima, perché adesso è improvvisamente preso dalla paura?
La risposta (allusa nello Zohar) è che nelle precedenti occasioni, Mosè incontrò il faraone in altri luoghi, come nelle sue escursioni mattutine nel Nilo. Questa volta, però, Mosè fu convocato per entrare nella camera più recondita del faraone, nel CUORE del SUO POTERE.
Per citare le parole mistiche dello Zohar: “Dio ha convocato Mosè in una camera all’interno di una camera, del serpente unico e potente. Ma Mosè aveva paura. Fino a questo punto, Mosè si era solo avvicinato ai fiumi che circondavano il serpente (faraone), e aveva paura di avvicinarsi al serpente stesso, perché Mosè vide le sue radici quanto fossero alte!
La metafora del “serpente” zoharico si basa su una descrizione del profeta Ezechiele (29, 3), Il quale definì il faraone come “il grande serpente che si siede in mezzo ai suoi ruscelli, che dice: ‘Il mio fiume è mio, e io ho creato me stesso’”. Il fatto di dover entrare nel centro del potere di questo “grande serpente” – una metafora dell’uomo con un mega-ego che crede fermamente che “Io ho creato me stesso” – terrorizzava perfino Mosè. COME SI PUÒ AFFRONTARE una PERSONA che si CONSIDERA un DIO, l’autorità esclusiva della propria vita, l’arbitro del bene e del male?
Per questo, con la frase, “Vieni dal Faraone, poiché Io ho indurito il suo cuore”; Dio, in realtà, vuole spiegare a Moshè due concetti fondamentali: il primo è che “non stai andando da solo, ma VIENI CON ME”; il secondo è che “la ragione vera per cui vieni veramente con Me è perché IO ho INDURITO il suo cuore”; o meglio dire: “la durezza del suo cuore è solo un riflesso di Me”.
La Comprensione Di Nietzsche Dell’ebraismo
Tuttavia, per capire il messaggio di questa parashà, dobbiamo analizzare la posizione dell’ego all’interno della tradizione ebraica.
La “saggezza convenzionale” dice che la religione ebraica e i suoi derivati, hanno dichiarato guerra all’auto-esaltazione e all’adorazione del sé. La religione è venuta per domare l’ego e per coltivare una vita di sacrificio e arrendevolezza. L’occupazione del proprio sé, dei suoi bisogni e desideri è egoista, brutale e priva l’uomo del “bene supremo”, la relazione con Dio!
Fra tutti i filosofi, Friedrich Nietzsche (1844-1900), che scriveva in Germania nella seconda metà del diciannovesimo secolo, catturò questo sentimento con brutale acutezza. Nietzsche si oppose tenacemente al pensiero ebraico, perché Israèl aveva dato alla luce il cristianesimo, che per lui rappresentava l’inversione di tutti gli istinti naturali.
Secondo lui l’ebraismo descrive Dio come un giusto, una sorta di “NON POTERE”. Un Dio compassionale, non spietato; Dio umile, senza disprezzo aristocratico. In sintesi, il Dio degli ebrei, a Nietzsche rappresentava tutte le cose che disprezzava: “la pietà, la gentilezza e l’aiuto, il cuore caldo, la pazienza, l’umiltà, la cordialità: PORGI L’ALTRA GUANCIA”. Al contrario, per il filosofo tedesco, la “vera etica” era l’esatto opposto: la “VOLONTÀ DI POTENZA”!
In un suo scritto “La Genealogia della morale”, il filosofo tedesco afferma: “Qualsiasi cosa sia stata fatta per danneggiare i potenti e i grandi della terra, sembra banale in confronto a quello che hanno fatto gli ebrei: quel popolo sacerdotale che riuscì a vendicarsi dei loro nemici e oppressori, invertendo radicalmente tutti i loro valori, cioè con un atto di vendetta più spirituale.
“È stato l’ebreo che, con spaventosa coerenza, ha osato invertire il valore aristocratico buono / nobile / potente / bello / felice / favorito-degli-dei, e stabilire, con un odio furioso degli impotenti che: solo i poveri e i deboli, sono buoni; solo i sofferenti e i malati e i brutti sono veramente benedetti. Mentre voi nobili e potenti della terra sarete, per l’eternità, il male, il crudele, l’avaro, l’ateo, e quindi il maledetto e il dannato”.
“Furono gli ebrei a dare il via alla rivolta degli schiavi nei costumi; una rivolta di schiavi con due millenni di storia alle spalle, che abbiamo perso di vista oggi, semplicemente perché (questa filosofia ebraica) ha trionfato così completamente”.
Nell’altro suo libro “L’Anticristo”, Nietzsche scatenò la sua furia “tsunami”, contro il Dio che gli ebrei diedero al mondo e le “virtù schiave” che inventarono:
“Il dio come protettore degli ammalati, il dio come un tessitore di ragnatele, il dio come uno spirito – è uno dei concetti più corrotti che siano mai stati creati nel mondo… dio è degenerato nella contraddizione della vita. Lui rappresenta la guerra sulla vita, sulla natura, sulla volontà di vivere! In lui il nulla è divinizzato e la volontà del nulla è resa santa.
“Gli ebrei sono le persone più straordinarie nella storia del mondo, perché quando si sono confrontati con la domanda, essere o non essere, hanno scelto, con una riflessione perfettamente ultraterrena, di essere ad ogni costo: questo prezzo ha comportato una radicale falsificazione di tutta la natura, di tutta la realtà, di tutto il mondo interiore, così come di quello esterno. Si sono messi contro tutte quelle condizioni in base alle quali, fino a quel momento, un popolo era stato in grado di vivere…
“Psicologicamente, gli ebrei sono un popolo dotato della più forte vitalità … Gli ebrei sono l’esatto opposto dei decadenti: sono semplicemente stati costretti ad apparire in quella veste, e con un grado di abilità che si avvicina al non plus ultra dell’istrionico genio, sono riusciti a mettersi alla testa di tutti i movimenti decadenti e così renderli qualcosa di più forte di qualsiasi partito che dicesse sinceramente Sì alla vita … La storia di Israele è inestimabile, una storia tipica di un tentativo di de-naturalizzare tutti i valori naturali”.
La Contraddizione
Nietzsche era consapevole della contraddizione insita nella sua analisi degli ebrei. Da una parte “gli ebrei sono le persone più straordinarie nella storia del mondo”, professano un vigore straordinario, abilità e genialità, “la più forte vitalità”. Eppure hanno scelto di usare la loro forza e abilità per abbracciare le virtù schiave della debolezza e sconfitta, piuttosto che le virtù principali del potere e del dominio. Per il loro potere e brillantezza, credeva Nietzsche, gli ebrei hanno usato che questi attributi distruttivi definiscano cos’è la civiltà.
Ma come è successo? Perché un tale popolo, potenzialmente di successo, capace di influenzare il mondo con la sua “volontà di potenza”, abbraccia il sentiero della mediocrità e dell’estinzione? Perché una nazione con un IO sano, ricorre a un sistema morale che nega, piuttosto che afferma, la vita? Perché un popolo capace di vivere al potere abbraccia un Dio invisibile che crede negli impotenti e che nega le leggi naturali della vita? Perché Israele non è diventata l’impero Romano, e ha scelto una morale di sottomissione piuttosto che di supremazia?
Certo, Nietzsche era miope. Definisce il bene come ciò che potenzia il sentimento della vita. Se “vedere soffrire gli altri crea del bene, allora la violenza e la crudeltà possono ottenere il brevetto di moralità”. Eppure, come hanno sottolineato alcuni studiosi, gli attacchi alla virtù sono molto attraenti, quando la virtù rimane ben stabilita, proprio come l’omaggio al potere, alla violenza e alla crudeltà; tutte “qualità” che possono sembrare divertenti o attraenti, solo fin quando non né soffriamo noi stessi.
Nel 1887, questa “glorificazione della violenza”, la passione della vittoria e della crudeltà, potevano apparire intriganti e stimolanti; negli anni ‘30 del secolo successivo, quando i nazisti si appropriarono della retorica di Nietzsche, per giustificare le loro azioni omicide, era diventato impossibile leggere alcuni dei suoi brani, senza provare disgusto e indignazione.
Non a caso, settant’anni dopo che Nietzsche scrisse della “Morte di Dio”, riferendosi alla fine della visione morale giudaica sul mondo, la sua stessa nazione, la Germania, iniziò a sterminare il popolo di Dio.
Come Rispondere a Nietzsche
Nietzsche non si stancò mai di sottolineare che le esigenze della moralità tradizionale sono contrapposte alla vita. La risposta ebraica a questa affermazione fu: SI! Proprio questo è il motivo per cui la moralità è così preziosa: perché riconosce che la fedeltà dell’uomo non è solo alla vita, ma soprattutto a ciò che NOBILITA LA VITA. Pertanto occorre riconoscere come l’istinto e il desiderio soggettivo non sono valori assoluti.
La mancanza di cuore di Nietzsche ricorda il “cuore testardo” del Faraone, nell’apertura della porzione di questa settimana: BO. Entrambi credevano che abbracciare la compassione e la sensibilità fosse sinonimo di debolezza. Entrambi credevano che lo scopo della vita fosse quello di diventare come un “barbaro”.
Per Israèl, al contrario, la creazione è stata fatta da un DIO MORALE, che ha CONCEPITO il MONDO Con AMORE. Poiché Dio esiste, allora prevale la legge morale che inevitabilmente pone dei limiti al potere.
Come è stato sottolineato in precedenza, anche la convinzione di Nietzsche che la moralità dovrebbe essere definita dalla natura, era profondamente discutibile. Poteva contemplare una situazione in cui le forze della natura potevano essere frenate, ma solo quando l’arbitrio umano lo desiderava o lo voleva?
Tuttavia rimane una domanda importante: che cosa fece il popolo ebraico con la “volontà di potenza” che secondo Nietzsche dirige la psiche dell’uomo? L’hanno ignorata, repressa o trascesa? Qual è stato il meccanismo emotivo e mentale che hanno impiegato per trasformarsi da “padroni” in “schiavi”?
Preparazione Del Palco Per Il Cambiamento
Il Talmud e la Cabalà, insegnano che ogni male storico è preceduto da una forza in grado di sconfiggerlo (Talmud Meghilà 13b). Prima che una malattia colpisca il pianeta Hashèm previene la sua cura, ovvero il “palcoscenico” è già stato impostato per la sua futura trasformazione.
La stessa logica si può applicare per quanto riguarda la potente accusa di Nietzsche contro gli ebrei: infatti, circa trentadue anni prima della nascita di Nietzsche, nel 1812, uno dei più grandi studiosi ebrei e giganti spirituali del suo tempo, scrisse un discorso mistico che avrebbe trasformato il panorama del pensiero ebraico e la sua prospettiva sulla relazione tra la volontà umana ed il potere. Questo discorso sosteneva che nella sua interpretazione più profonda, il giudaismo accettava e non respingeva il concetto dell’Ubermensch, il “super uomo Nietzschiano”. Eppure mentre l’Ubermensch di Nietzsche rappresentava l’ideale di un essere abbastanza forte da creare i propri valori, abbastanza forte da vivere senza la consolazione della moralità tradizionale; l’Ubermensch ebraico, nella sua sfrenata voglia di potere e autoaffermazione, paradossalmente arrivò ad abbracciare il Dio della moralità, giustizia e compassione.
Per arrivare a questo il pensiero ebraico non deve schiacciare o negare il senso di individualità e vitalità per trovare Dio; al contrario, il vibrante ego “bruto ed egoista” li porta a Dio altrettanto – e forse anche di più – del richiamo alla trascendenza che viene dell’anima.
Le circostanze che hanno portato alla stesura di questo discorso sono state straordinarie. Era il dicembre del 1812, e l’autore stava scappando dall’esercito francese che stava avanzando rapidamente attraverso la Russia. Tragicamente, il freddo inverno russo reclamò la vita di questo santo uomo, che morì in una piccola città in Ucraina chiamata Piena. Due o tre giorni prima della sua scomparsa (il 24 di Tevet 5573, 27 dicembre 1812) scrisse questo discorso che può, senza esagerazione, essere descritto come uno dei più profondi nella storia della mistica ebraica.
Quest’uomo era il rabbino Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), una delle grandi personalità ebraiche dei suoi tempi e fondatore della scuola mistica di Chabad. Questo particolare discorso fu pubblicato postumo nella quarta sezione del suo famoso Tanya (Igrot Kodesh 20) e successivamente spiegato dai sei maestri Chabad che gli succedettero.
È interessante notare che il settimo leader di Chabad, il Rebbe di Lubavich che è il mio maestro e mentore, scelse di affrontare e spiegare questo tema durante il primo discorso chassidico da lui pronunciato, quando assunse la guida del movimento Chabad nel 1951 (Maamar Bati Leganì 5710).
Ci si aspetterebbe che in un discorso scritto poco prima della sua morte, un leader religioso discuta sul significato del nostro mondo fisico, falso e temporaneo, dove Dio è eclissato e dove regna l’ego egoistico. Sorprendentemente, però, e contrariamente alla nozione accettata circa la filosofia religiosa, l’autore attribuisce la più profonda DIVINITÀ all’EGOCENTRISMO della natura umana e alla sua VOLONTÀ di POTENZA!!
Non sono a conoscenza di un documento simile nel pensiero ebraico, che dia un tributo così profondo al mondo fisico dell’edonismo e dell’EGO. Forse questa è stata la futuristica risposta del grande maestro Rabbi Shneur Zalman al “nuovo mondo” che i filosofi esistenzialisti come Nietzsche e le forze dell’emancipazione stavano cercando di creare. Il saggio del Rebbe tentò di presentare un aspetto profondo del pensiero ebraico che era fondamentale per poter prosperare nel nuovo ambiente della libertà individuale e dell’auto-espressione sfrenata. La nuova direzione dove il mondo si stava avviando.
La Genesi Dell’ateismo
La domanda che turba il religioso è da dove noi, la razza umana, abbiamo ereditato la volontà così vigorosa di essere potenti? Da dove abbiamo sviluppato questo senso di ego che riesce addirittura a bandire Dio dalla nostra esistenza, fino a concepire noi stessi come l’asse di tutta la realtà? Quello che lo scrittore ceco Milan Kundera chiamava: “l’insostenibile leggerezza dell’essere”.
Per Rabbi Shneur Zalman di Liadi, per il quale la presenza vivente di Dio era reale, tanto quanto l’esistenza fisica stessa, se non più reale, questa era una domanda infuocata. Da dove origina un senso così potente di individualità solitaria e distinzione egoistica? Da dove proviene l’esistenza fisica la sua brutale immanenza, la sua sostanziale indifferenza? In che modo l’essere umano completamente dipendente da Dio, acquisisce un senso di auto-contenimento che cerca di negare Dio?
Se tutta l’esistenza viene da Dio, come è nato l’ateismo? In che modo Dio crea un’immaginazione umana che nega la sua stessa sostanza e realtà?
La risposta religiosa comune per questo è che l’ateismo è nato dall’occultamento di Dio nell’universo. Nella terminologia cabalistica questo occultamento è descritto come il “tzimtzum”, che significa “contrazione e restringimento” della luce infinita di Hashèm. Atto che ha preceduto la creazione di un universo autonomo e in apparenza indipendente.
Il Rebbe Shneur Zalman ha scritto tutt’altro, come suo ultimo contributo al mondo, su questa verità profonda. L’ATEISMO, egli afferma, NON ha avuto ORIGINE nell’occultamento del divino, ma piuttosto nella RIVELAZIONE DIVINA.
La spiritualità umana e il nostro senso di dipendenza al Creatore, sono tutti e due radicati non nell’essenza divina, ma nella luce divina. Quindi, proprio come la luce divina si sente dipendente e collegata alla sua fonte, anche il nostro lato spirituale si sente dipendente e legato alla coscienza cosmica. Al contrario, il senso fisico del sé umano, il crudo ego e volontà di potere, privo di qualsiasi riconoscimento di qualcosa al di fuori di se stesso, è un riflesso dell’ESSENZA divina, del sé intimo di Dio. Pertanto, da una sensazione di autonomia, proprio come il suo progenitore.
L’ego umano, in altre parole, non è altro che la manifestazione “dell’ego divino”. L’Io umano rispecchia il divino IO. Proprio come il supremo divino IO non ha antecedente, nessuna forza precedente che giustifica la sua esistenza, nessuna legge preesistente per definirla o ridurla, così anche l’Io umano, sente che il proprio io rappresenta il massimo dell’esistenza, che i suoi desideri non richiedono alcuna giustificazione, le sue ambizioni non richiedono alcuna mitigazione e il suo potere deve regnare supremo.
Il Grande Ego Ebraico
Quindi l’ego è malvagio? Questa componente fondamentale della nostra esistenza è un impianto alieno che deve essere sradicato e scartato nella nostra ricerca di bontà e verità?
In ultima analisi, NON lo è. L’ego, il senso di sé, con cui siamo nati, deriva anch’esso da Dio; è un riflesso dell’IO “divino”. Noi, che siamo stati creati nell’immagine di Dio, possediamo un riflesso del Suo “senso di sé”, nella forma del nostro concetto di sé, come il nucleo di tutta l’esistenza.
L’ego non è il male, ma il divorzio dell’ego dalla sua fonte è il male. Quando riconosciamo il nostro ego come riflesso dell’ego di “Dio”, diventa la vitalità trainante dei nostri sforzi, per rendere il mondo un posto migliore, più divino. D’altra parte, lo stesso ego, separato dai suoi ormeggi divini, genera il più mostruoso dei mali.
Questo è ciò che Nietzsche non è riuscito a cogliere e anche noi, spesso, non riusciamo a capire. Il popolo ebraico non ha abbracciato le “virtù degli schiavi”, nonostante le loro caratteristiche e capacità simili a quelle dei maestri o “padroni”. Al contrario, Israèl ha capito che il grande ego umano, per riuscire a essere fedele a se stesso, alla sua origine, deve RIFLETTERE la sua fonte più autentica: l’ESSENZA DIVINA.
Lo stesso Nietzsche ha sempre insistito sul fatto che la cosa più importante è che le persone siano sincere con se stesse. Gli ebrei capirono che per dare risalto alla “volontà di potenza” e per realizzarsi nel modo più profondo e migliore dovevano collegarsi al divino. Il nostro vigore deve essere diretto verso la costruzione di un mondo divino; la nostra ambizione deve essere imbrigliata verso l’espulsione della crudeltà, della sofferenza, per costruire una civiltà morale e amorevole.
Confrontando l’Ego del Faraone
Quando Dio comandò a Mosè di “Vieni dal faraone”, Mosè era già andato dal faraone per molti mesi. Ma aveva avuto a che fare con il faraone nelle sue varie manifestazioni: il faraone pagano, il faraone oppressore di Israele, il faraone sedicente dio ecc. Ora gli veniva detto di entrare nell’ESSENZA del FARAONE; doveva trovarsi faccia a faccia con un MEGA-EGO che non ha confini o vincoli; doveva toccare il potere crudo e infinito di un uomo che dichiara: “Io ho creato Me stesso”. TALE POTERE È SPIETATO E SENZA LIMITI; niente può contenerlo. È la massima espressione del male umano e fa paura perfino a Mosè il profeta di tutti i profeti.
Perciò disse Hashèm a Mosè: “Vieni al Faraone, perché ho indurito il suo cuore”. Vale a dire: “Sono io che ho indurito il suo cuore”; la durezza del suo cuore – il mega ego sfrenato del faraone è davvero Me; anch’esso viene da Me e Mi rappresenta. Se hai il coraggio di guardare oltre la densa opacità dell’ego umano, TROVERAI ME, DIO.
“Vieni con Me”, dice Dio a Mosè, e insieme entreremo nel palazzo del grande serpente. Insieme penetreremo l’adorazione di sé, il CUORE DEL MALE. Insieme scopriremo che non esiste né sostanza duratura, né realtà eterna, per l’ego del faraone e di Nietzsche; non è altro che l’appropriazione indebita del divino nell’uomo.
Se questa verità è troppo terrificante per un essere umano, da affrontare da solo, vieni con Me, e io ti guiderò. Ti condurrò nella camera più interna dell’anima del faraone, finché ti troverai faccia a faccia con il suo nucleo, il SEGRETO più gelosamente custodito DEL MALE: che in realtà NON ESISTE.
Imparando questo grande segreto, i grandi poteri della storia non possono farci nulla. Con la consapevolezza di questa verità, saremo degni di raggiungere la libertà. La libertà diventerà una forza che invece di allontanarci dalla legge morale e dalla volontà divina, ci porterà più vicino a Dio. Poiché avremmo scoperto la verità che la nostra brama di espressione e potere individuale è soltanto la manifestazione della qualità più vicina a Dio di tutto il creato.
Questo spiega la strana profezia che il Mashiach arriverà come “un povero che cavalca un asino” (Zaccaria 9, 9). Il termine ebraico per asino, khamòr, è anche tradotto come “khòmer – materialismo brutale” (Likkuté Sikhòt vol. 31 pp. 19-22). Il Mashiach che “cavalca l’asino” simboleggia l’idea che Mashiach rivelerà al mondo che le forze brutali dietro al materialismo, nel loro posto più profondo, in realtà rivelano la verità di Dio più dello spirito stesso.
Questo è lo scopo della creazione del mondo, della materia e dell’ego, per rivelare Hashèm in esse, e ancora di più per rivelare che sono l’espressione dell’IO divino. Questo avverrà grazie al nostro lavoro durante l’esilio e trasformazione del buio in luce.
Speriamo presto di vedere la verità della materia con l’imminente rivelazione di Mashiach presto nei nostri giorni.
(Questo scritto è basato sul discorso chassidico “Bo El Parò” dell’anno 5672, 1912, del rabbino Sholom DovBer di Lubavitch, noto come il Rebbe Rashab. Nonché su vari discorsi del Rebbe di Lubàvitch; incluso il suo primo discorso, quando assunse la direzione del movimento Chabad nel 1951, tratto da un articolo di Y.Y. Jacobson)

La Parashà di Bo è composta da 105 versetti.

La Parashà di Bo contiene 9 comandi e 11 divieti.

La Parashà di Bo tratta in sintesi i seguenti argomenti:

La piaga delle cavallette e quella delle tenebre non servono a persuadere Par’ò, che viene minacciato di dover assistere alla morte
di tutti i primogeniti. Moshè acquisisce grande prestigio agli occhi degli egizi che, come predetto HaShèm, cominciano a nutrire rispetto anche per gli ebrei.
Hashèm insegna a Moshè il valore del primo giorno del mese.
Hashèm ordina al popolo ebraico di legare al proprio letto, il dieci del mese di Nissàn, un capo di bestiame minuto, che verrà sacrificato quattro giorni dopo e consumato in tutta fretta, con erbe amare e azzimi. Parte del suo sangue dovrà contrassegnare gli stipiti e l’architrave della porta di ciascuna casa ebraica, in segno di distinzione, affinché siano risparmiati dalla piaga dei primogeniti che verrà eseguita da D-o stesso.
Hashèm comanda a Moshè di trasmettere al popolo ebraico il precetto di eseguire il sacrificio pasquale anche in futuro.
L’Egitto viene colpito dalla morte dei primogeniti, piaga che finalmente vince la dura resistenza di Par’ò, il quale accetta di liberare il popolo ebraico. Hashèm impartisce ulteriori leggi concernenti il sacrificio pasquale.
Hashèm chiede a Moshè di istruire il popolo sul precetto di commemorare l’Esodo, valido per tutte le generazioni future, accompagnato anche dal divieto di consumare e di possedere cibi lievitati.
In ricordo del fatto che i primogeniti ebrei sono stati risparmiati dalla terribile piaga che invece ha colpito gli egizi, Hashèm impone agli ebrei il precetto di consacrargli ogni primogenito maschio di uomo e di animale puro, nonché di asino.
La parashà si conclude con il precetto di indossare i tefillìn.

MIDRASHIM

Kiddùsh Hakhòdesh, la prima mitzvà
(a pagina 668 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Prendetene il doppio, purchè ve ne andiate
(a pagina 670 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

La decima piaga.
(a pagina 720 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Due Precetti.
(a pagina 724 del volume Shemòt edizioni Mamash).

BO – PESSAKH 5771 – FEDE EBRAICA: LIBERTÀ O RESTRIZIONE?
Che cosa vuol dire essere liberi? Qual è la differenza tra חופש e חירות?
Uno strano paragone tra Pèsakh e Shabbat, fatto dal Maimonide, ci rivela il vero significato della libertà, in base all’approfondimento di Pèsakh 5640 del Rebbe di Lubavitch. Il parallelismo tra Shabbat e Pèsach descritto dal Maimonide: come Shabbat non ha solo aspetti passivi, ma presenta anche aspetti attivi, così Pesakh non significa solo non essere schiavi, bensì ha una sua entità.

BO – PESSAKH 5770 – DUE TIPI DI DOMANDE!
Perché l’ebraismo promuove il DOMANDARE? Il significato profondo del verso “quando tuo figlio ti chiederà: che cosa è questo?”. La Torà non ci da solo una risposta, ma ci spiega come mai il figlio chiede e come evitare che si allontani dal padre.

BO 5769 – TEFILLIN: SEGNO D’IDENTITA’
La Torà dice: “Sarà un segno sulla tua mano e un ricordo sulla tua testa!” Intelletto e saggezza senza sentimento sono inutili! Quando studiamo la Torà e mettiamo i tefillin in noi avviene una trasformazione, il nostro pensiero si unisce ad Hashem, ma dobbiamo sempre ricordarci del cuore e riflettere su quanto stiamo facendo e quanto ha fatto D-o per il popolo ebraico

BO 5768 – LA TORA DOVEVA COMINCIARE DALLA PRIMA MITZVA: SANTIFICARE LA LUNA NUOVA.
Trasformare il mondo tramite la Torà! La santificazione della luna e il perché due fratelli possono testimoniare la prima luna. Solo con la Torà si può trasformare il mondo e portare innovazione. Il ciclo mensile si chiama kodesh che ha le stesse lettere in ebraico di khadash-nuovo e khidush-innovazione.

BO 5766 – LE ULTIME TRE PIAGHE: UN COLPO NEL BUIO!
Le mitzvot che vennero prima del Matan Torà! Nelle ultime tre piaghe il colpo all’Egitto è forte e definitivo, avvenendo nel buio. La prima mitzvà della Torà di santificare la nuova luna: l’importanza per un ebreo della dimensione temporale. La piaga del buio: il prestito delle ricchezze degli egiziani. La mitzvà del riscatto del primogenito, il suo significato e la sua importanza. I teflilin, testimonianza dell’essere ebrei.

Pubblicato in Bo, Parashot | 1 commento

VAERÄ 5780: 7 LEZIONI

Questo Shabbàt 25 Gennaio 2020, 28 Tevet 5780 – leggeremo la Parashà di Vaerà  Es. 6, 2-9, 35

Si legge l’Haftarà:

Italiani Ez. 28, 24-29, 21
Sefarditi: Ez. 28, 25-29, 21

La Parashà di Vaerà è composta da 121 versetti.

La Parashà di Vaerà non contiene alcun precetto.

La Parashà di Vaerà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm rassicura Moshè, chiedendogli di comunicare al popolo ebraico la promessa di una redenzione prodigiosa. Il popolo ebraico, tuttavia, non presta ascolto alle parole di Moshè perchè troppo provato da fatica e sofferernza.
La Torà fà una breve digressione genealogica, precisando le origini di Moshè e di Aharòn i redentori.
Moshè e Aharon si recano da Par’ò; Aharon getta a terra il proprio bastone che si trasforma in serpente. I maghi di corte lo imitano, tuttavia il bastone di Aharon inghiotte i bastoni degli egizi.
Moshè avverte Par’ò dell’imminenza della prima delle dodici piaghe.
In questa Parashà sono riportate le prime sette piaghe che colpiscono gravemente l’Egitto, senza tuttavia piegare l’ostinazione di Par’ò, che si rifiuta di liberare il popolo ebraico. Le sette piaghe sono: sangue, rane, pidocchi, mescolanza di belve feroci, peste, ulcere e grandine.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל

Nuova lezione atomica di questa settimana 2020

parasha14° VAERA’:

10 PIAGHE: LEZIONE O PUNIZIONE?

Nuova lezione atomica di questa settimana 2020parasha14° VAERA':10 PIAGHE: LEZIONE O…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 23 gennaio 2020

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PENSIERO E AZIONE

Alcuni anni fa gli scienziati della NASA avevano costruito una specie di piccolo cannone per lanciare dei polli morti ad alta velocità contro i parabrezza degli aerei di linea. Lo scopo era quello di simulare i frequenti scontri con i volatili, per testare la resistenza dei parabrezza degli aerei. Alcuni ingegneri britannici, avendo sentito parlare di questa “arma”, erano desiderosi di provarla sul parabrezza dei nuovi treni ad alta velocità. Quindi il cannone venne spedito ai tecnici britannici.
Quando l’arma fu attivata la prima volta, gli ingegneri rimasero impietriti: il pollo sparato dal cannoncino si schiantò contro il loro parabrezza infrangibile e lo fracassò, rimbalzò contro la console dei comandi, spezzò in due lo schienale della poltroncina di un ingegnere e si andò a incastrare nella parete posteriore della baracca, come un proiettile. I tecnici Britannici, sconvolti, trasmisero alla NASA i risultati disastrosi dell’esperimento e i progetti del loro parabrezza, supplicando gli scienziati Americani affinché dessero loro dei suggerimenti. La NASA rispose con un appunto della lunghezza di una riga: “Scongelate i polli” (ma io gli avrei risposto: “SIETE PROPRIO DEI POLLI…”).

Una Redenzione Dubbiosa
La precedente parashà dell’Esodo, Shemòt, descrive come il faraone – dopo che Mosè andò a parlare con lui chiedendogli di lasciare andare il popolo ebraico – inasprì per ritorsione la schiavitù. Quindi Mosè si rivolge a Hashèm in termini oltremodo inusuali dicendo: “Mio Signore: perché hai fatto del male a questo popolo? Perché mi hai dunque mandato?”. Un Mosè perplesso che in sostanza metteva in dubbio la provvidenza divina. Lui non comprendeva come fosse possibile che i preparativi per la redenzione dalla schiavitù egizia potessero causare un ulteriore aggravamento dei maltrattamenti del popolo ebraico. Dopotutto, la redenzione è un processo del tutto buono e giusto, come del resto si evince dalla stessa Torà: quando alla nascita di Mosè, il redentore, è scritto: “E vide che era buono…” (Shemòt 2, 2); per non parlare del fatto che colui che ordinò la missione della redenzione fu Dio stesso (Shemòt 3, 10). Quindi come poteva essere “non buono” il processo della redenzione? Può forse Hashèm sbagliarsi?

Una Risposta Per Molte Domande
A questa domanda “vitale”, Dio risponde a Mosè come è scritto, all’inizio della parashà di questa settimana, Vaerà: “Dio disse a Mosè. Io sono Hashèm. Mi rivelai a Abramo, Isacco e Giacobbe come Dio Onnipotente, ma con il mio nome, Hashèm, non mi resi noto a loro. Ho inoltre stretto il mio patto con loro…” (Shemòt 6, 2-4).

Questa narrazione solleva diverse domande:
a) Perché in realtà il profeta di tutti i profeti mise in dubbio gli ordini divini? Mosè era a un livello spirituale superiore rispetto ai Patriarchi. Pertanto se i Patriarchi non facevano domande a Dio, perché Mosè – che era appunto a un superiore livello nel poter comprendere gli ordini di Hashèm – invece sì?
b) Oltretutto, perché nella risposta di Hashèm – che ha messo in evidenza la virtù posseduta dai Patriarchi, di avere una fede senza dubbi – usa il nome Giacobbe e non il nome Israèl, per riferirsi a questo patriarca? Come è noto, infatti il nome Israèl riflette un livello spirituale superiore rispetto al nome Giacobbe.
c) Inoltre se la Torà generalmente si astiene dal fare dichiarazioni sfavorevoli, addirittura anche per quanto riguarda gli animali, perché questa regola non è stata rispettata per Mosè, che è la guida e il redentore scelto da Hashèm per tutto il popolo ebraico? Quindi perché in questa porzione si adombra la possibilità che Mosè è in qualche modo poco attento o addirittura che non comprende gli ordini di Dio, mettendo in dubbio la bontà della redenzione e della sua missione?
Poiché la narrazione getta su Mosè una luce poco favorevole, si potrebbe ritenere che la Torà ci stia dando una importante lezione, ossia che ognuno dovrebbe emulare la fede indiscussa mostrata dai Patriarchi. Ma è poi così vero? Possibile che la Torà declassi in questo modo le qualità e l’esempio di vita di Mosè?

La Personificazione Delle Qualità Spirituali
È comunque, molto difficile capire come sia possibile – in particolare in questo periodo buio dell’esilio, immediatamente antecedente alla definitiva e vera redenzione messianica – avere le doti per scegliere il percorso dei Patriarchi e non il percorso di Mosè.
Anche se, come dicono i nostri Saggi [Bereshìt Rabbà 56, 7]: “In ogni generazione ci sono individui che assomigliano ad Abramo, Isacco, Giacobbe e Mosè”, questo insegnamento vale solo per pochi eletti! La Torà, al contrario, è stata data a tutti per servire come guida e ispirazione non solo per una élite spirituale, ma per ogni uomo e donna. Quindi, come possiamo aspettarci che una persona normale non segua il percorso “umile” di Mosè, per perseguire esclusivamente l’esempio mostrato dai nostri Patriarchi?
Per comprendere occorre vedere più da vicino le qualità spirituali di Mosè e dei Patriarchi:
a) Mosè è associato all’’INTELLETTO, ossia al livello spirituale elevatissimo noto come Khokhmà, “la saggezza divina”. Per questo motivo, Mosè fu il mezzo attraverso il quale la Torà, che è la saggezza di Dio, fu data al mondo.
b) Invece il servizio divino dei Patriarchi, rispetto a quello di Mosè, è associato alla sfera degli attributi emotivi. E ognuno di loro è “caratterizzato” da uno specifico livello delle sfere emozionali: il servizio divino di Abramo è incentrato sulla gentilezza, sull’AMORE – Khèssed, verso Dio e verso il prossimo; il servizio di Isacco, al contrario, è caratterizzato dalla FORZA – Ghevurà e dal “TIMORE” a tal punto che non poter tollerare neanche la minima traccia di male nel suo ambiente. Mentre il servizio di Giacobbe è caratterizzato dalla “BELLEZZA” – Tifèret, la quale si identifica con la qualità della misericordia: l’attributo che combina amore e forza. Riflettendo questa fusione, Giacobbe univa in sé gli attributi di Abramo e Isacco.

Intelletti ed Emozioni Diverse
L’identificazione dei Patriarchi con le qualità emotive, sopra menzionate, ovviamente non significa insinuare che non fossero coinvolti nello studio della Torà. Al contrario, tutti i Patriarchi eccellevano anche nel campo dell’intelletto.
Allo stesso modo Mosè, sebbene associato all’intelletto, mostrò un intenso e significativo impegno emotivo per il servizio divino e per il prossimo. Ad esempio, quando in Esodo (2, 11) è descritta l’afflizione che Mosè provò verso la terribile schiavitù a cui erano sottoposti i suoi fratelli, mostrò un grande coinvolgimento emotivo e empatia verso il prossimo (Amore – Khèssed e Misericordia – Tifèret). Allo stesso modo, quando uccise l’egiziano che torturava un suo fratello, manifestò un grande senso della giustizia (Rigore, Ghevurà).
Tuttavia, sebbene sia i nostri Patriarchi, sia Mosè manifestassero l’intera gamma di attributi intellettuali ed emotivi umani, ognuno aveva un aspetto da cui riceveva una spinta fondamentale. La forza principale di Mosè era Khokhmà, la Saggezza, il livello intellettuale.
Diversamente, la spinta fondamentale dei nostri Patriarchi era di natura emotiva. In definitiva, ciascuno dei Patriarchi ha portato in dote a ognuno di noi l’attributo emotivo a cui erano più legati nel proprio servizio Divino.

Ognuno ha una missione
L’associazione dei nostri Patriarchi con le emozioni e Mosè con la qualità intellettiva ci permette di capire perché Mosè – che era su un piano più alto di quello dei Patriarchi – chiese: “Mio Signore: perché hai fatto del male a questo popolo?”. A differenza dei Patriarchi che seguirono le direttive divine con fede indiscussa, senza dubbi.
Per spiegare meglio, Mosè era a un livello spirituale superiore rispetto ai Patriarchi, poiché la sua missione implicava un uso elevatissimo e sublime della ragione e dell’intelletto: questa facoltà presuppone una naturale ricerca della comprensione di tutto ciò con cui viene in contatto. Quando un “intellettuale” incontra qualcosa che sembra sfidare la spiegazione della sua mente, del suo pensiero, ha difficoltà a continuare la sua missione. Pertanto, i dubbi e le domande di Mosè non riflettevano una mancanza di fede, ma era il modo con cui Mosè poteva affrontare le problematiche in base al suo livello spirituale e diffondere la saggezza di Dio nel mondo.
In risposta alla domanda di Mosè, la Torà riferisce: “Dio (Elokìm) disse a Mosè. E Dio parlò a Mosè, e gli disse: Io sono Hashèm. Come Dio onnipotente (El Shaddày) Mi rivelai ad Abramo, Isacco e Giacobbe, ma con il mio vero nome Hashèm (Havayà) non mi resi noto a loro…”.
Prima della consegna della Torà, il nome di Dio Elokìm era stato rivelato nel mondo, ma non il suo nome Havayà – Hashèm. Solo con il dono della Torà fu rivelato il nome di Hashèm, come è scritto: “Io sono Hashèm” e, in senso lato, con l’annuncio della redenzione dall’Egitto da parte di Mosè, che portò alla consegna della Torà.

L’importanza Del Nome
A questo punto ci si potrebbe chiedere. E allora! Elokìm o Hashèm sempre di Dio si tratta? No! Cosa cambia? Invece qui si introduce una differenza fondamentale per il rapporto tra noi, l’intera creazione e Dio.
Il nome Elokìm si riferisce alla luce divina che crea la natura, come si deduce dall’equivalenza numerica, ghematria (le lettere ebraiche sono anche numeri: c’è una relazione intima tra parole o frasi con lo stesso valore numerico) tra le lettere ebraiche che formano la parola Elokìm, Dio, e quelle che compongono la parola hatèva – natura. La somma del valore numerico delle lettere in entrambe le parole equivale a 86.
Quindi, il Nome Elokìm, come la natura, pone dei limiti a ogni entità, e pertanto distingue tra i vari aspetti della creazione: buono, cattivo; bello, brutto; notte, giorno, poco, tanto etc… Questo Nome di Dio, in qualche modo permette l’esistenza della molteplicità e delle differenze in questo mondo materiale. In definitiva questo Nome è in effetti la fonte della natura multiforme della nostra esistenza materiale.
Il nome Havayà – Hashèm, al contrario, riflette un livello di esistenza che trascende ogni limitazione, ogni divisione spazio-tempo e materiale. I fondamenti della nostra esistenza possono essere completamente annullati e trascesi quando si viene illuminati con questo Nome, come è accaduto a Mosè e al popolo ebraico, quando il Nome Hashèm si è rivelato. La “luce” di questo Nome fu rivelata per la prima volta durante il dono della Torà a tutto il mondo. A quel tempo, Hashèm annullò il decreto che separava i regni spirituali superiori da questo mondo umile e materiale. Applicando questo concetto riguardo al mondo interiore dell’anima umana, l’annullamento di questo decreto rende possibile unire intelletto ed emozione.

Unire Testa e Cuore
Questo è il significato interiore della risposta di Dio a Mosè. Gli disse che in quel momento, nel periodo prima della Redenzione e del dono della Torà, anche una persona la cui missione si concentra sulla saggezza e sulla ragione può e dovrebbe temperare la sua “mente” con le qualità emozionali e naturali e continuare con fede indiscussa. In sostanza, Hashèm dice a Mosè che deve “fondere”, unire l’intelletto con le emozioni, la parte più alta e quella più bassa del corpo umano!
Questo spiega anche perché Dio si riferisca al patriarca Giacobbe non con l’altro suo nome: Israèl. Ossia, qui Dio stava chiedendo a Mosè, la personificazione della saggezza, di temperare il suo approccio intellettuale con le qualità del lato emozionale. Ma, per dare questo importante messaggio cosa c’entra utilizzare il nome Giacobbe al posto di Israèl? Proviamo a capire meglio: per poter raggiungere un approccio emotivo pur essendo una persona intellettuale bisogna avere il Kabalàt Ol, letteralmente la “sottomissione” ad Hashèm, dei nostri istinti e emozioni “animali” attraverso l’accettazione del Suo giogo. Questo è una via del servizio divino associato al nome di “Giacobbe – יעקב”. Nome che in ebraico può formare (senza la lettera yud) la parola “ekev – עקב – tallone”, ossia la parte più bassa e a contatto con la terra dell’essere umano. Al contrario il nome “Israèl – ישראל” è associato con un livello spirituale superiore, “la testa”. Come la testa è la parte più alta e superiore del corpo umano, così lo è il livello spirituale rappresentato dal nome Israèl. Infatti, questo nome può essere scomposto fino a formare la parola ebraica “לי ראש” “Ho una testa”.
A livello individuale, questa fusione di livelli più alti e più bassi si esprime quando la “testa saggia” accetta incondizionatamente le modalità del servizio divino associato ai piedi o talloni, ossia la sottomissione alla volontà di Hashèm.

Azione Vs Astrazione
L’emozione ha un altro vantaggio fondamentale rispetto all’intelletto. Questo aspetto può essere rappresentato dai due principali organi dell’uomo: il cervello e il cuore. Entrambi, ovviamente, influenzano tutti gli organi del corpo. Vi è, tuttavia, un’enorme differenza nel modo in cui funzionano. Il cuore distribuisce l’energia vitale, attraverso la circolazione, in tutti gli organi e normalmente non c’è nulla che impedisca a questa energia vitale di diffondersi.
Tuttavia, questo principio non vale per il cervello! Anche se il cervello è il più importante degli organi che controllano il corpo, la sua influenza sugli altri organi è più trattenuta. L’influenza che la testa trasmette al corpo è limitata dal cuore, perché senza di esso nessun organo potrebbe funzionare e avere la vitalità necessaria per svolgere le sue funzioni.
Questo parallelismo lo possiamo riscontrare riguardo ai poteri dell’intelletto e delle emozioni. L’emozione porta all’azione, ad esempio, l’amore motiva a “fare del bene”, mentre la paura spinge ad “allontanarsi dal male”, e così via. L’intelletto, al contrario, ispira una persona a diventare una cosa sola con la materia che studia. Pertanto, sebbene una persona comprenda il modo in cui dovrebbe comportarsi, l’intelletto da solo non lo spinge verso un’azione reale. Al contrario, la tendenza dell’intelletto è verso l’astrazione. In effetti, il piacere che deriva dalla connessione della mente con un concetto può effettivamente impedire a una persona di applicare il concetto stesso. Per citare un esempio, quando fu chiesto al grande Studioso e Saggio del Talmud Ben Azzai, perché non si fosse sposato, egli rispose: “Cosa devo fare? La mia anima brama la Torà”. Sebbene fosse consapevole dell’importanza che la Torà attribuisce al matrimonio e alla vita familiare, il piacere che provava nello studio della Torà gli impedì di fondare una famiglia.
Non a caso i Saggi del Talmud, avvertendo il rischio di questa tendenza dell’intelletto umano, insegnarono: “Chiunque dice: Per me, non c’è nulla al di fuori della Torà, vuol dire che non possiede neppure quella!”. Poiché l’intelletto ha una tendenza naturale verso l’astrazione, è possibile che una persona che studia la Torà possa accontentarsi solo di questo sforzo. Pertanto è necessario che i nostri Saggi sottolineino l’importanza delle concrete azioni di gentilezza e altruismo. Gli studiosi della Torà devono lavorare contro la loro natura e impegnarsi in azioni concrete.
Ciò era implicito quando Dio disse a Mosè, la personificazione della saggezza, è quella di indossare anche il “mantello” dell’emozione.

Perché Il Titolo “Patriarchi”?
La tendenza dell’emozione a condurre all’azione ci consente di capire perché ad Abramo, Isacco e Giacobbe è stato assegnato il titolo di “Patriarchi”, come hanno commentato i nostri Saggi del Talmud: “Ci sono solo tre che si chiamano Patriarchi. Perché i Patriarchi sono per definizione quegli individui che generano una posterità”.
Sì e allora? Verrebbe da rispondere. È ovvio! Un patriarca è per definizione una persona da cui discendono figli e nipoti, pronipoti ecc. E quindi perché solo loro tre, e a cosa realmente si riferisce questo passo del Talmud?
In nostro soccorso ci viene in aiuto il più grande commentatore della Torà mai esistito Rabbi Shlomo Yitzhaki, universalmente noto con l’acronimo di Rashì. Lui ci spiega che le qualità preminente di Abramo, Isacco e Giacobbe è che sono Patriarchi, ma nel senso che la loro virtù fondamentale – quella che veramente gli fa meritare il titolo di “Patriarchi” – è che erano e sono i progenitori di una tradizione fatta di principi e valori fondamentali, ancora oggi, per l’ebraismo e per tutta l’umanità.
L’enfasi quindi andrebbe posta non sulle qualità emozionali uniche del singolo patriarca (Abramo – amore, Isacco – rigore e timore di Dio e Giacobbe – bellezza, clemenza) ma sulla loro capacità di generare una posterità spirituale, riconosciuta universalmente fino a oggi.

E Mosè Allora? No!
La richiesta di Dio a Mosè di mitigare la sua missione di saggezza e ragione con emozioni naturali ha due dimensioni: a) che non dovrebbe porre domande, ma invece procedere con Kabalàt Ol, come spiegato sopra; e b) che la sua saggezza dovrebbe estendersi verso il basso, attraverso la sfera emozionale, al prossimo. E fu proprio quello che accadde! Dopo il dono della Torà, Mosè si occupò di questioni terrene molto più di quanto i Patriarchi avessero mai fatto.
I Patriarchi, infatti – nonostante le loro eccelse qualità emozionali uniche e alla loro capacità di influenzare e di essere da esempio per le generazioni future – non solo non poterono legare l’intelletto con le emozioni come fece Mosè, ma rimasero comunque dei pastori, vivendo parte della loro esistenza lontani dalle questioni materiali. Mosè, al contrario, una volta appreso l’insegnamento di Hashèm di collegare il suo incredibile livello intellettuale della Saggezza con il basso delle emozioni raggiunge, anche nel campo dell’azione e della sua posterità spirituale, livelli elevatissimi: non solo diffuse la Sapienza della Torà in tutto il mondo, traducendola in 70 lingue e ovviamente educando ai suoi valori e principi tutto il popolo ebraico, ma Mosè fece di più, molto di più! Amò il popolo ebraico, prendendosi cura di loro come “una balia con il lattante” (Bemidbàr 11, 12): lo difese, consigliò e istruì ai precetti della Torà dalla schiavitù egizia, fino all’entrata nella Terra d’Israèl. Dimostrando più volte come la sua grande sapienza fosse oramai collegata alle più elevate emozioni dei patriarchi come l’Amore, Timore e Misericordia. Senza nessun tipo o tentazione intellettuale fine a se stessa, Mosè “buttò nella mischia” tutta la saggezza che Hashèm gli aveva donato per questo, ancora oggi, nella preghiera chiamata “I Tredici Principi di Fede” è scritto e si ricorda come “La profezia di Mosè nostro MAESTRO… è verità”.

Oggi, ai nostri giorni, cerchiamo di seguire l’esempio di Mosè usiamo il nostro intelletto nel mondo per agire con amore, timore e misericordia, verso Dio e il prossimo, in modo da rivelare la presenza divina e agevolare così la redenzione, con l’arrivo di Mashiàkh, presto ai nostri giorni, Amen.
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VAERA:

GRATITUDINE, LA BASE DELL’EBRAISMO!

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

VAERA 5769 – GRATITUDINE, LA BASE DELL’EBRAISMO

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Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

VAERÄ 5780: 7 LEZIONI


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MIDRASHIM

Moshè e Aharon operano segni prodigiosi
(a pagina 664 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La piaga delle rane
(a pagina 666 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Una Fede incondizionata
(a pagina 713 del volume Shemòt edizioni Mamash).

I Miracoli della natura
(a pagina 718 del volume Shemòt edizioni Mamash).

VAERA – PESSAKH 5771 – LA FRECCIA DI DIO
Fin dall’uscita dell’Egitto l’energia delle futura redenzione è già stata emanata in potenziale. Bisogna solo concretizzarla! Il quinto livello di salvezza espresso da D-o al popolo ebraico, legato alla redenzione finale, non ancora completato, ma del quale ci viene dato il potenziale.

VAERA 5770 – IL BASTONE E IL SERPENTE
La prima prova data da D-o a Moshè: la trasformazione del bastone, ci insegna come affrontare e risolvere le paure della vita! Due meravigliosi commenti sul valore del bastone che diventa serpente e ritorna bastone nella redenzione!La felicità non viene dagli eventi o dagli oggetti, ma da noi direttamente.

VAERA 5769 – GRATITUDINE LA BASE DELL’EBRAISMO
L’etica e il valore della Chèssed, della bontà, per l’ebraismo. Il valore della bontà è talmente grande, illimitato ed eterno, da parte di chi dona, che deve essere sempre ricambiata dal ricevente con grande gratitudine.

VAERA 5768 – LE DIECI PIAGHE: IMPORTANZA DELLA PIAGA DELLE RANE
Le dieci piaghe, una parte della crescita spirituale degli egiziani ed un insegnamento per gli ebrei.Dice il Midrash: se non per le rane Hashem non avrebbe potuto punire interamente gli egizi. Che cosa significa?
La funzione della piaga delle rane nella punizione e rettificazione degli egiziani e i tre livelli di eresia.

VAERA 5766 – IL SIGNIFICATO DELLE DIECI PIAGHE
Il significato profondo del bastone trasformato in serpente. Il colpo iniziale all’ego del faraone per avviare il processo di annullamento della sua opposizione alla santità. L’importanza delle dieci piaghe e i tre messaggi per gli egiziani.Le dieci piaghe sono la prova che D-o ha creato il mondo e lo controlla.

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SHEMOT 5780: 7 LEZIONI

Questo Shabbàt 18 Gennaio 2020, 21 del mese di Tevèt 5780 leggeremo la Parashà di Shemòt Esodo 1, 1-6, 1.

Si legge l’Haftarà di:

Italiani/Sefarditi: Geremia 1, 1-2, 3
Ashkenaziti: Isaia 27, 6-28, 13; 29, 22-23

La Parashà di Shemòt è composta da 124 versetti.

La Parashà di Shemòt non contiene alcun precetto.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל

Questa è il video della nuova lezione corta di questa settimana della parashà di SHEMOT fresca appena sfornata.
REDENZIONE TOTALE O TEMPORALE?
www.virtualyeshiva.it/files/seminar/shemot_mianokhi.mp4
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IL VERO SIGNIFICATO DI LIBERTÀ

È più facile portare Israèl fuori dall’Egitto,
che portare l’Egitto fuori da Israèl!!!

Quando il presidente americano Dwight Eisenhower incontrò il primo ministro israeliano David Ben-Gurion, il primo disse: “È molto difficile essere il presidente di 170 milioni di persone”. Ben-Gurion rispose: “È più difficile essere il primo ministro di 2 milioni di primi ministri…”.

Oppure!
Due uomini ebrei nella Russia zarista venivano condotti all’aperto per essere fucilati. Uno era un umile sarto, l’altro un selvaggio anarchico. Mentre l’ufficiale zarista, incaricato del plotone di esecuzione, cercava di mettere una benda sugli occhi dell’anarchico oramai condannato, il giovane ebreo reagì, dicendo coraggiosamente ad alta voce: “Affronterò la morte guardandola in faccia!”. Il sarto, allarmato da tanto clamore, disse al giovane anarchico: “Per favore, cerca di non creare problemi!”.

Cosa Serve Per Crescere?
“Ci vuole un villaggio per crescere un bambino”, dice un vecchio detto, poiché nessun uomo è un’isola! Cresciamo tutti all’interno di una comunità da cui siamo modellati. Il nostro ambiente di fatto crea le nostre identità! Chi di noi non ricorda con affetto qualche personaggio particolare dell’infanzia da cui abbiamo imparato tanto? “L’eccentrico zio”, il “vicino un po’ pazzo”, “la santa nonna” o “l’insegnante severo”. Ognuno dei quali ha lasciato impressioni sulla nostra psiche e ha influenzato il nostro modo di affrontare il mondo che ci circonda.
Certamente “ci vuole un villaggio per crescere un bambino”, anche per chi conduce una vita ebraica. L’ebraismo è una religione fondata sulla famiglia e sulla comunità, con i suoi peculiari momenti e personaggi: la Pasqua ebraica con tutta la famiglia, il Bar Mitzvà di nostro figlio, l’umorismo tagliente del nostro rabbino o l’insegnante acuto e intelligente, il nostro amico sempre più “furbo di noi”. Tutto questo ci ha conferito l’interpretazione della nostra identità, assorbendo la cultura, l’eredità, la fede, la visione del mondo dall’ambiente dove siamo cresciuti. Non bisogna mai sottovalutare il potere e la capacità delle tradizioni. Quante nonne hanno trasmesso il loro amore e la loro saggezza alle generazioni successive?

Dove Può Crescere Un Redentore, Profeta e Guida?
Eppure, Mosè – la più grande guida politica e spirituale che sia mai esistita per il popolo ebraico, il più grande profeta e insegnante, l’interprete e il messaggero per eccellenza di Hashèm per rivelare la Torà nel mondo – è cresciuto senza avere accanto a sé genitori, una famiglia e un ambiente ebraico. Mosè è cresciuto in un ambiente completamente immerso nella corrotta cultura egiziana di allora. Un ambiente più lontano e antitetico dei valori della Torà e dell’ebraismo era forse impossibile da trovare!
Come se tutto questo non bastasse, ancora più incredibile è il fatto che Mosè è cresciuto nel palazzo del Faraone! Il monarca della superpotenza dell’epoca, il tiranno che ha cercato sistematicamente di sterminare il popolo ebraico. Come se in quest’era moderna un grande redentore e maestro di Israele fosse cresciuto e si manifestasse nella casa di uno Stalin o di un Hitler! Perché tutto questo? Quale è il significato, nascosto?

Come Diventare Un Presidente
Certo tuti noi conosciamo i dettagli più importanti di come Moshè sia finito in una casa simile: Batyà, la figlia del faraone, andò a fare il bagno nel fiume Nilo e lì trovò una cesta con dentro un bambino. Recuperò il cestino, salvò il bambino e lo allevò come un figlio. L’immaginazione di Hashèm è “infinitamente fertile”, ma certamente avrebbe potuto organizzare il tutto senza “scomodare” la figlia del faraone, per accogliere il bambino. O non sarebbe stato ancora meglio che, in qualche modo, Mosè fosse rimasto tra la sua famiglia e il suo popolo, assorbendo l’energia e l’ideologia del popolo ebraico?

La Costituzione americana impone alcune restrizioni per coloro che possono essere ammessi all’Ufficio del Presidente degli Stati Uniti. Essa, in sostanza, stabilisce che nessuno al di fuori di un cittadino nato nel territorio degli Stati Uniti sia eleggibile come Presidente degli USA!
C’è una logica ferrea in questa legge. Per essere un leader adeguato, occorre essere come una “pianticella cresciuta in casa”, ossia un leader deve essere cresciuto tra la gente, il popolo della nazione che vuole guidare, in modo da poter veramente comprendere “la gente”.
Quindi torniamo alla nostra domanda iniziale: perché, proprio a Mosè, che cresce lontano dalle sofferenze del popolo, è “toccato in sorte” di redimere il popolo?

Le Risposte Di Un Povero Ricco
La domanda è stata sollevata anche da uno dei più importanti studiosi ebrei del Medioevo, il rabbino Avrahàm Ibn Ezra, che visse nel XII secolo in Spagna. Era un saggio, un filosofo, un medico, un astronomo, un astrologo, un poeta, un linguista e un matematico. Ha scritto un commento sulla Torà che è studiato anche oggi.
Il rabbino Abraham Ibn Ezra è nato a Toledo, in Spagna, ma ha trascorso gran parte della sua vita girovagando da un paese all’altro, sempre irrequieto, alla ricerca di conoscenza, insegnando agli studenti e vivendo sempre in grande povertà. A tal punto che in uno dei suoi scritti afferma ironicamente che nella sua vita le stelle cambiano il loro corso naturale per portargli sfortuna, al punto che se avesse deciso di vendere candele il sole non sarebbe mai tramontato, e se avesse deciso di vendere sudari, le persone non sarebbero più morte. Ma su quale idea, su quale pensiero il grande studioso fondava la sua non facile esistenza? “I pensieri di Dio sono profondi e misteriosi, chi può cogliere il Suo segreto? Solo Dio comprende i Suoi schemi”. Questo scritto è un vero e proprio esempio di “ebraismo 2.0”! La prima risposta che noi tutti spesso ci diamo è: “Non capiamo, perché accade questo?”. Perché Mosè dovette crescere nel seno del faraone? La risposta corretta sarebbe: “Non lo so! Poiché è un desiderio di Hashèm!”.
Ma, ovviamente, non bisogna fermarsi qui! Ibn Ezrà continua a dare due potenti risposte speculative sul perché Dio abbia voluto questa trama:

Risposta N. 1: “Mantenere Le Distanze”
La prima risposta è un commento un po’ satirico sulla cultura ebraica che rimane valido fino a oggi. Se Mosè fosse cresciuto tra gli ebrei, non avrebbe mai ottenuto il rispetto e il timore reverenziale di cui aveva bisogno per condurli alla redenzione e modellarli in grandezza. Se Mosè fosse cresciuto in una scuola ebraica, Yeshivà, nella comunità, ci sarebbero sempre stato qualcuno che, dopo un suo discorso, sarebbe andato da lui a dirgli: “Ehi Mosè, ci mancano i giorni in cui giocavi a calcio con noi là fuori? Quando sei diventato così serio?”.
E quando sarebbe sceso dal Sinai con la Divina Torà, ci sarebbe sempre stata una nonna anziana, che gli avrebbe detto: “Ti ricordo come un bambino nella tua culla. Oh, non smettevi mai di piangere, ma eri così carino. Oggi sei un omone grande e grosso. Ma devo dirtelo, sei ancora così carino!”.
Quando si cresce con delle persone fin dall’infanzia, è difficile per loro accettare veramente l’autorità di un loro “ex compagno di giochi” anche se la meriterebbe pienamente. “Non è possibile essere un profeta nella tua città”, questa antica espressione è sempre valida e attuale.
Quindi, secondo questo punto di vista Hashèm ha fatto crescere Mosè lontano da suo popolo, poiché la distanza era necessaria affinché Mosè diventasse ciò di cui il popolo ebraico aveva veramente bisogno: un leader forte e autorevole.

Risposta N. 2: “Un Atteggiamento Maestoso”
Ora Ibn Ezra fornisce una seconda spiegazione: ossia, forse Dio ha fatto crescere Mosè nella casa della famiglia reale, in modo che la sua anima fosse abituata a un comportamento fiero, consapevole e regale. Senza lasciarsi intimidire, abbattere o demoralizzare dal fatto di vivere in una casa di schiavi. Mosè non esitò a uccidere un egiziano che commetteva un atto criminale contro un ebreo picchiandolo a morte, e non esitò ad affrontare dei pastori turbolenti per salvare delle ragazze a Midyàn, pur essendo allora un fuggiasco, una specie di profugo.
Questo, poiché la maledizione dell’esilio egiziano consisteva non solo nel lavoro fisico degli schiavi e nell’orribile oppressione, ma inculcò in Israèl una mentalità simile all’esilio. Molti, infatti hanno imparato a vedere la loro miseria come una realtà intrinseca e immutabile, una sorta di rassegnazione totale. Abusi e crudeltà ripetute, dopo tanti decenni, rischiano di abituare una persona all’oscurità e di farle smettere di percepire l’ingiusto e anomalo degrado della situazione in cui si trova.

Ecco perché il redentore di Israele doveva crescere nel palazzo egiziano, non tra il suo stesso popolo. Se Mosè fosse cresciuto tra gli schiavi ebrei, anche lui avrebbe potuto soffrire di una “mentalità da schiavo”, privandolo del coraggio di combattere l’ingiustizia e della capacità di plasmare una tribù schiava in un grande popolo capace di migliorare il mondo. Forse non avrebbe trovato in sé stesso la forza di sognare la libertà e di affrontare il più grande tiranno del tempo, il faraone, con un messaggio di libertà. Essendo cresciuto in un ambiente reale, privo di catene fisiche e psicologiche, Mosè aveva un chiaro senso dell’orrenda ingiustizia e sentiva di poterla sovvertire in giustizia divina. Cresciuto in un’atmosfera di ampiezza, Mosè si sentiva come un principe, non uno schiavo.

Mosè Vs Ingiustizie
Ibn Ezra, continua facendo due profonde osservazioni circa due storie che la Torà riporta su Mosè prima che fosse scelto per diventare ufficialmente il leader e il redentore di Israele.
Il primo episodio è quello di Mosè, oramai un adulto intraprendente, che ha voluto vedere la schiavitù dei suoi fratelli. E quando ha visto un egiziano picchiare un ebreo Mosè uccise l’egizio, salvando così una vita innocente. Perché era l’unico che ha impedito all’egiziano di picchiare l’ebreo? Perché nessun altro ha ucciso l’egiziano? La risposta è legata a quanto detto sopra, perché uno schiavo tende ad arrendersi al suo pietoso destino e ai suoi carnefici.
Qual è la storia successiva nella Torà su Mosè? A causa del suo atto di aggressione, è costretto a fuggire a Midyàn. Ancora una volta si ritrova coinvolto in un altro conflitto. È testimone dei pastori locali che maltrattano un gruppo di ragazze che per prime erano in fila per attingere acqua da un pozzo. Si alza immediatamente in loro difesa, scacciando i pastori.
Mosè era uno sconosciuto, un fuggiasco che era appena arrivato in quel territorio. Chi gli ha chiesto di intervenire? Chi gli ha chiesto di essere coinvolto? La risposta è che qualcuno che è cresciuto in una casa regale può avere il coraggio e l’assertività di farsi carico e amministrare la giustizia ovunque sia richiesto. Aveva la mentalità e la sicurezza di non permettere ai “bulli” di maltrattare una giovane donna innocente.

Molotov Il Fedelissimo!
C’è stato un periodo negli anni Quaranta del Novecento in cui Vyacheslav Molotov era ministro degli Esteri sovietico. Era un uomo scaltro e un duro negoziatore, ma lavorava per Joseph Stalin, che era il capo. Nel corso di un intricato negoziato con l’Occidente, Molotov prima disse come sempre: “Sì, compagno Stalin”, in tono tranquillo, poi di nuovo: “Sì, compagno Stalin” e poi, dopo una lunga attesa: “Certamente, compagno Stalin”. Ma all’improvviso, e incredibilmente, il fedelissimo Molotov iniziò a pronunciare una serie di “NO”: “No, compagno Stalin, no. Quello è no. Sicuramente no. Mille volte, no!”. Dopo un po’ si calmò e fu di nuovo: “Sì, compagno Stalin”. Un giornalista occidentale che casualmente sentì gli echi di quella surreale conversazione approfittò subito per chiedere spiegazioni. Chiaramente, Molotov osò opporsi al dittatore su almeno un punto, e sarebbe stato sicuramente importante per l’Occidente sapere quale fosse quel punto.
Il giornalista si avvicinò a Molotov e disse nel modo più calmo possibile: “Segretario Molotov, non ho potuto fare a meno di sentirti dire a un certo punto: No, compagno Stalin”.
“Posso chiedere” disse il giornalista, con cautela, “Qual era l’argomento in discussione in quel momento?”. Rispose prontamente Molotov: “Certo che puoi! Il compagno Stalin mi ha chiesto se c’era qualcosa che aveva detto con cui non ero d’accordo”.

Siamo Degli Schiavi o Dei Re?
Molti di noi, dopo essere stati sottoposti a condizioni disfunzionali per un certo periodo, imparano in qualche modo a tollerare e accettarle come condizione innata della nostra vita. Questo può essere peggio della condizione stessa, poiché non garantisce alcuna via d’uscita.
Dobbiamo coltivare in noi stessi e nei nostri cari la sensazione di regalità. “La più grande tragedia”, ha detto il maestro chassidico Rabbi Aaron di Karlin, “è quando il principe crede di essere un contadino”, quando ti accontenti di poco perché pensi di essere destinato alla schiavitù. Non ti vedi come un principe, come un figlio di Dio, e quindi non hai la sensazione di poter riscrivere il tuo futuro e raggiungere il tuo potenziale finale.

Presidenti Dormiglioni
Non è questa la storia di alcune delle nostre vite? Dormiamo durante la nostra “presidenza”, dormiamo nelle grandi possibilità, poiché dimentichiamo che ciascuna delle nostre anime è infinita, un “frammento dei Hashèm”. Invece di vivere una vita di grandezza, ci accontentiamo della mediocrità. Dimentichiamo che, sebbene non sempre siamo grandi, siamo collegati a una grandezza al di là di noi stessi. Siamo i figli e le figlie della famiglia reale e ci è stato dato il dono di portare la guarigione nel mondo di Dio.
Ci convinciamo che non possiamo essere più gentili, più compassionevoli, meno arrabbiati o più comprensivi. Ci convinciamo che i nostri matrimoni sono destinati a fallire e che i litigi in casa siano eterni. Pensiamo come schiavi: quello che era ieri sarà domani, e io sono sempre una vittima. Quando ti vedi vittima, diventi una vittima!

È vero per noi come individui, come è stato per il popolo ebraico come collettività in Egitto, il mondo è imbarazzato dalle persone che sono imbarazzate con se stessi; il mondo rispetta e ammira le persone e i gruppi che rispettano se stessi e la loro identità.
Se ci convinciamo che possiamo diventare dei piccoli principi, contribuiamo a fare di questo mondo il luogo dove Hashèm avrà “il desiderio e il piacere” di rivelarsi apertamente e eternamente di essere riconosciuto da tutto come IL RE IN ETERNO. Presto ai nostri giorni con l’arrivo di Mashiàkh.

Basato sugli insegnamenti del rabbino Abraham ben Meir Ibn Ezra (1089-1164) nacque a Toledo, in Spagna nel 1089, e morì il 4 di Shevat (24 gennaio) 1167. Fu uno dei più illustri studiosi di Torà del Medioevo.
Tratto da uno scritto di Y. Y. Jacobson

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SHEMOT:

PERCHE’ MOSHE NON VUOLE VEDERE LA GRANDE RIVELAZIONE DEL CESPUGLIO?

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SHEMOT 5770 – PERCHE’ MOSHE NON VUOLE VEDERE LA GRANDE RIVELAZIONE DEL CESPUGLIO?

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SHEMOT 5780: 7 LEZIONI

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La Parashà di Shemòt tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il popolo ebraico conosce una crescita demografica vertiginosa che suscita l’astio e l’insofferenza del nuovo sovrano egizio. Questi, percependo il fenomeno come una seria minaccia per il paese, impone al popolo ebraico lavori forzati di estrema durezza, ordinando dapprima alle levatrici di uccidere ciascun neonato ebreo e in seguito di gettare tutti i neonati maschi nel Nilo.
Un levita (‘Amràm) genera il suo terzo figlio. Il bambino, che irradia una particolare santità, viene tenuto nascosto dalla madre per tre mesi; in seguito, essa lo pone in una cassetta di giunco e lo lascia nel Nilo. Lì viene trovato dalla figlia del faraone, che gli attribuisce il nome di Moshè e decide di allevarlo a corte.
Moshè, adulto, esce dal palazzo per vedere il suo popolo e assistere di persona alle sue sofferenze. Testimone della violenza perpetrata nei confronti di un fratello ebreo da parte di un egizio, Moshè uccide quest’ultimo e si trova costretto a fuggire a Midyàn. Qui sposa Tzipporà, figlia dell’illustre Yitrò, e diviene pastore nel gregge del suocero.
HaShèm appare a Moshè in un roveto ardente, comandandogli di recarsi a salvare il popolo. Moshè tenta in diversi modi di sottrarsi alla missione, ma invano: è lui il redentore scelto da D-o. HaShèm rivela a Moshè tre segni per farsi accettare dal popolo come guida e liberatore, egli promette che nei suoi incontri con Par’ò verrà accompagnato dal fratello Aharòn, che gli farà da portavoce. Moshè intraprende il viaggio per l’Egitto insieme alla moglie e ai due figli.
Insieme al fratello Aharòn, Moshè annuncia al popolo ebraico la prossima redenzione ed esso crede alle sue parole. In seguito Moshè si rivolge a Par’ò con la richiesta di liberare il popolo, ma il crudele sovrano, invece di obbedire al comando divino, inasprisce ulteriormente la schiavitù rendendola insostenibile. Moshè se ne lamenta con HaShèm.

Nella porzione di questa settimana (Shemòt/Esodo) la Torà introduce la figura di Mosè, attraverso due episodi (Esodo cap 2):
“In quei giorni accadde che Mosè crebbe, uscì verso i suoi fratelli e ne constatò le sofferenze. Vide un egizio colpire uno dei suoi fratelli ebrei. Si voltò qua e là, vide che non c’era nessuno, così colpì a morte l’egizio e lo nascose nella sabbia”.
La Torà continua:
“Il giorno dopo uscì ed ecco, due ebrei che litigavano. Disse a quello malvagio: “Perché colpisci il tuo compagno?”. (L’uomo) gli rispose “Chi ti ha nominato autorità e giudice su di noi? Intendi forse uccidermi come hai ucciso l’egizio?”. Mosè ebbe timore…
Di conseguenza, fugge dall’Egitto. Solo più tardi riuscirà a ritornare per liberare il suo popolo dalla schiavitù.

Questi sono gli unici due aneddoti che la Torà condivide con noi sulla gioventù di Mosè in Egitto. La Torà sottolinea, rimarcandone in questo modo l’importanza, come la storia si è verificata durante due giorni consecutivi. Questo ci porta ad affermare che questi due episodi, in qualche modo, incapsulino la missione e il destino di Mosè e ne catturino la sua particolare storia. Come mai?

L’esilio per il popolo ebraico è sempre consistito in due dinamiche: l’oppressione dall’esterno e l’erosione dall’interno. La prima condizione potrebbe sembrare più dolorosa, ma la seconda è sicuramente più letale.
Quindi, il primo e simbolico leader ebreo, Mosè, mentre sta crescendo nella sua posizione, si trova immediatamente di fronte a questi due problemi che definiranno, fino ai nostri giorni, lo status di Israel nell’esilio.
Al primo e più elementare livello, l’esilio ebraico (dall’Egitto fino ad oggi) è stato definito, simbolicamente da “l’uomo egiziano che colpisce un ebreo”: persecuzioni, abusi, oppressioni, torture, omicidi e persino genocidi. Queste tragedie hanno caratterizzato il destino del popolo ebraico, dal faraone a Hitler.
In quasi ogni generazione, l’ebreo ha dovuto fare i conti con l’antisemitismo, un odio irrazionale che non ha mai smesso di rivendicare vite innocenti. L’ebreo “si gira da una parte e dall’altra parte e vede che non c’è uomo” a cui importa del suo destino. Il mondo, l’ONU e le nazioni rimarranno sempre in silenzio.
Eppure in tutta la sua incomprensibile brutalità, Mosè trova una soluzione a questa crisi. “Ha colpito l’egiziano e lo ha nascosto nella sabbia”.
Mosè ci insegna come ci sono dei momenti in cui non abbiamo altra scelta che prendere le armi e colpire il nemico, al fine di proteggere vite innocenti. L’uso della violenza deve sempre essere l’ultima risorsa, ma quando tutti gli altri tentativi falliscono, la forza del giusto è l’unica risposta alla violenza immorale.
Il Secondo Giorno
Il secondo giorno, dopo che Mosè ha salvato il suo compagno ebreo, dal nemico esterno, si trova di fronte a una nuova sfida: due ebrei che combattono tra di loro. Si potrebbe pensare che la soluzione a questo problema sia più facile del precedente. Dopotutto, questa è solo una lite tra ebrei!
Eppure, incredibilmente, in questa occasione Mosè fallisce. Il suo tentativo di creare una riconciliazione viene respinto, con una tipica risposta ebraica: “Chi ti ha nominato principe e leader su di noi?” Chi pensi di essere, perché tu mi dica come comportarmi?
L’antisemitismo è pericoloso, molto pericoloso, e abbiamo bisogno di molta determinazione e coraggio per combatterlo, ovunque e ogni volta che alza la sua brutta testa. Tuttavia, poiché il nemico è chiaramente definito, non abbiamo alcun problema a identificare l’obiettivo ed eliminarlo, attraverso metodi pacifici o attraverso un conflitto.
Invece la discordia, all’interno del popolo ebraico, il conflitto e la sfiducia tra le comunità, così come l’animosità all’interno delle famiglie è una malattia silenziosa che ci divora dall’interno e non ci permette di sperimentare la liberazione dall’esilio. All’inizio può non sembrare così distruttiva, poiché la sua potenza negativa si manifesta solo nel tempo. Tuttavia essa ci colpisce soprattutto nei momenti di crisi, quando abbiamo tanto bisogno l’uno dell’altro, ma la fiducia è stata erosa.
Il popolo ebraico è stato spesso minacciato da civiltà ostili dall’antico Egitto, dall’Assiria, dalla Babilonia, dalla Persia, dalla Grecia e da Roma, dal Terzo Reich, dall’Unione Sovietica nel XX secolo e dall’Islam fondamentalista, ai nostri tempi.
Ma le ferite più fatali sono state quelle che il popolo ebraico ha inflitto a se stesso: la divisione del regno ai tempi del Primo Tempio, con la perdita di dieci delle dodici tribù. La rivalità interna negli ultimi giorni del Secondo Tempio che portò alla distruzione di Gerusalemme e al più lungo esilio nella storia ebraica, o meglio, della storia umana.
Ci sono stati solo tre periodi di sovranità politica ebraica in quattromila anni. Due si sono conclusi a causa del dissenso interno. La terza era della sovranità è iniziata nel 1948 e già allora la società israeliana era pericolosamente frammentata. Il solo processo democratico non garantisce l’esistenza di un coeso corpo politico; un popolo e una nazione ha bisogno anche di una cultura e di un’identità condivisa, di un proprio destino e scopo, in questo mondo.
Quando Mosè, più di tre millenni fa, osservò l’ebreo che combatteva l’ebreo, si spaventò. Mosè sapeva che finché l’unità fosse prevalsa, tra la sua gente, nessuna forza dall’esterno avrebbe potuto annientarli. Ma nel momento in cui gli ebrei sono frammentati all’interno, il loro futuro sarebbe diventato incerto.
Oggi, siamo ancora in esilio e soffriamo di entrambi i problemi: ci sono le persone che vogliono colpirci e c’è un conflitto interno. Proprio come con Mosè, a volte sembra che la prima sfida sia più facile da affrontare, rispetto alla seconda. È più facile ottenere un consenso su Hamas che creare pace in una famiglia o in una comunità. Avremo mai il coraggio di offuscare il nostro ego, aprire i nostri cuori e abbracciare ciascuno dei nostri fratelli e sorelle con amore incondizionato?
Cosa motiva il nostro popolo ad elevarsi al di sopra dell’identità individuale di ciascuno?
Il richiamo di Mosè è un esempio su come andare al di là di se stesso. Egli non si preoccupava in nessun modo di se stesso; ogni aspetto del suo essere era dedicato agli altri. Mosè è descritto come “un pastore fedele”, concetto che viene interpretato come colui che nutre la fede nel popolo. Egli infuse il popolo Ebraico di conoscenza, permettendo loro di stabilire un’armonia all’interno delle diverse dimensioni del loro essere. Questa unione può avvenire solo tramite la TORA’. L’unico punto di riferimento insostituibile di TUTTO il popolo è la Torà.
Qualsiasi orientamento politico o identità ebraica o gruppo di appartenenza, tutti concordano che l’unico punto in comune che da la forza di sopravvivenza di Israel è la Torà.
Recentemente (Aprile 2017) il famoso giornalista e ideologo Dennis Prager ha detto alla conferenza dell’AIC a Los Angeles (American Israel Council): non sono un ebreo ortodosso, ma ho fede nella Torà che viene da Dio e sono CONVINTO che è l’unico punto di riferimento del popolo ebraico che ha dato sopravvivenza di Israel. (vedi link sotto tutto il discorso)
Solo quando il popolo è legato insieme da un’unità interiore, questo ci permette di diffondere l’unità di Dio nel mondo. L’unione del popolo Ebraico è un potenziale attivo e non uno stato passivo. Questa unità stimola la manifestazione dell’unità Divina in tutta l’esistenza. Un lavoro da svolgere da dentro di noi verso l’esterno, cosi da poter sconfiggere tutti i nemici, dentro e fuori di noi, e preparare noi stessi e il mondo all’arrivo di Mashiach, Amen.

MIDRASHIM

La Nascita di Moshè (Shemòt 2,2)
(a pagina 662 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Il decreto di estinzione
(a pagina 704 del volume Shemòt edizioni Mamash).
Vita nel fiume
(a pagina 706 del volume Shemòt edizioni Mamash).
Moshè e Mashìakh
(a pagina 708 del volume Shemòt edizioni Mamash).

SHEMOT 5772: AMORE INFINITO E AMORE LIMITATO
Poiché l’amore verso un bambino piccolo è generalmente superiore di quello provato verso un adulto; come mai quando gli ebrei si trovano in esilio in Egitto HaShèm paragona Israèl ad un “PRIMOGENITO”, ovvero ad un adulto?

SHEMOT 5771 – CORAGGIO NEL CUORE DEL MALE!
ll valore di Batya =figlia di D-o.Questo nome le venne dato da Hashem, quando salvò Moshè. Come può la figlia del malvagio faraone diventare figlia di D-o. Il comportamento di Batya ci insegna come, di fronte alle avversità, non dobbiamo mai arrenderci, ma confidando in D-o, trovare le forze per andare avanti. Una piccola azione può sempre cambiare il mondo!

SHEMOT 5770 – PERCHE’ MOSHE NON VUOLE VEDERE LA GRANDE RIVELAZIONE DEL CESPUGLIO?
Il perché della sofferenza del popolo ebraico nell’esilio. Il cespuglio che brucia, ma non si consuma rappresenta tutte le generazioni future del popolo ebraico in esilio, le loro sofferenze e il loro riuscire a non piegarsi mai, a resistere di fronte a tutte le difficoltà. Moshè è disposto a non vedere la grande rivelazione, il fuoco indelebile del cespuglio e della presenza divina insita in essa, per non perdere la sensibilità verso il popolo ebraico, assurgendo con tale scelta al ruolo di futuro leader.

SHEMOT 5769 – COSTRUIRE CON LE PAROLE!
Le caratteristiche, gli attributi, le personalità non sono espresse dai nomi. Da un altro punto di vista il nome ha una forte valenza spirituale, costituendo un canale diretto con l’anima. Questi due concetti opposti si ritrovano nell’esilio, che rappresenta uno stato in cui la divinità è nascosta.

SHEMOT 5768 – IL RICORDO DI ESSERE STRANIERO IN ESILIO
La nascita della nazione di Israele ha inizio con il gesto salvifico di una donna pagana. L’importante missione data da D-o agli ebrei di combattere l’idolatria e il paganesimo, ha origine nella terra più impura, e dalla figlia del più grande idolatra, il faraone. Tutto ciò a dimostrare come il vero annullamento dell’idolatria viene dall’idolatria stessa.

SHEMOT 5767 – COME COSTRUIRE LA DIMORA DI D-O NEL MONDO
L’approcciarsi gentile del Faraone ha coinvolto, con parole morbide, gli ebrei nei lavori di produzione dei mattoni. Poi mano mano il sistema di lavoro è diventato più duro, distruggendoli psicologicamente, rendendoli schiavi. La missione in esilio del popolo ebraico è di elevare la materia, di trasformare la materia in santità, mostrando come le anche le cose che apparentemente sembrano distaccate dal Creatore, sono in realtà unite al divino. Nelle situazioni difficili, davanti al buio che ci circonda, l’unica risposta è di non subire gli ostacoli, ma scavalcare gli ostacoli, andando avanti.

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VAYEKHI 5780: 8 LEZIONI

Questo Shabbàt 11 Gennaio 2020, 14 del mese di Tevèt 5780 leggeremo la Parashà di Vayekhì Gen. 47, 28-50, 26.

Si legge l’Haftarà di Melakhìm I 2,1-12

La Parashà Vayekhì di tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Ya’akòv, sentendo prossima la morte, fa giurare a Yossèf di non seppellirlo in Egitto, bensì nel luogo in cui giacciono i suoi padri. Yossèf giura di fare secondo la volontà del padre.
Yossèf conduce i figli, Menashé ed Efràyim dal padre malato. Ya’akòv benedice prima Efràyim e poi Menashé, ponendo in maniera inconsueta la mano destra sul capo del secondogenito. Yossèf tenta di correggere il padre, il quale gli spiega il motivo del suo gesto.
Ya’akòv raduna tutti i suoi figli e benedice ciascuna tribù. In seguito dà disposizioni per la sua sepoltura, che dovrà avvenire nella grotta grande di Makhpelà, dove giacciono i suoi padri. Ya’akòv esala l’ultimo respiro.
Yossèf ordina che suo padre sia imbalsamato, rituale che richiede quaranta giorni. L’Egitto piange Ya’akòv per settanta giorni. Ottenuta l’autorizzazione del faraone, Yossèf parte con tutta la famiglia e i numerosi dignitari d’Egitto a seppellire il padre. Grandi esequie e lutto di una settimana.
Sepolto Ya’akòv, Yossèf e i fratelli ritornano in Egitto. I fratelli vedono ora la scomparsa del padre come l’opportunità per Yossèf di vendicarsi per il torto da loro subito in passato. Yossèf li rassicura e dice loro che il male da loro compiuto in passato è stato volto in bene da HaShèm.
Yossèf vive in tutto centodieci anni. Prima di morire ricorda ai fratelli che torneranno nella terra promessa da HaShèm ad Avrahàm e Yitzkhàk; li fa giurare che porteranno via le sue spoglie dall’Egitto. Viene imbalsamato e sepolto in Egitto.

EBRAISMO E FEMMINISMO SONO INCOMPATIBILI?

Nella benedizione di Yaakòv ai figli è celato un grande insegnamento per saper vivere l’esilio. Menashè e Efràyim: due modi per affrontare il nuovo mondo, con la nostalgia del passato o con la trasformazione del negativo in positivo.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל

LA LUCE DI UN MURO DI FUOCO

Cosa c’è per cena?
A una cena organizzata all’aperto per una festività non ebraica, il piatto principale era il prosciutto cotto con patate dolci. Il rabbino Cohen, mentre passava di lì, uscendo dalla sinagoga, scosse con rammarico la testa quando qualcuno provò a offrirgli quel piatto.
Lo rimproverò scherzosamente padre Kelly, l’organizzatore di quell’evento: “Quando dimenticherai quella tua sciocca regola e mangerai prosciutto come tutti noi?”.
Senza scomporsi neanche un capello, il rabbino Cohen rispose: “Al tuo ricevimento di nozze, padre Kelly”.

Infiniti Strati Di Profondità
Uno degli elementi più affascinanti dello studio della Torà è come alcune parole criptiche e apparentemente irrilevanti contengono in sé una profondità straordinaria. Un vero e proprio specchio che riflette idee profonde del regno della filosofia e della psicologia.
Un esempio di queste verità lo troviamo nella porzione della Torà di questa settimana. Quando la parashà Vayekhì, descrive l’addio di Giacobbe ai suoi figli, prima della sua dipartita da questo mondo: “E Giacobbe chiamò i suoi figli dicendo: radunatevi e vi dirò quel che vi accadrà alla fine dei giorni” (Genesi 49, 1). Giacobbe poi continua a rivolgersi a ciascuno dei suoi figli, descrivendo il loro carattere, i loro difetti e punti di forza e il loro destino.
Quando viene il turno di Giuseppe, queste sono le parole di Giacobbe: “Giuseppe è un figlio grazioso, un figlio grazioso allo sguardo; le ragazze scavalcano (i muri) per guardarlo. Lo amareggiarono e si fecero suoi nemici (i suoi fratelli); lo detestarono gli arcieri…”.
Cosa sta cercando di comunicare Giacobbe con queste parole? È credibile pensare che voglia semplicemente parlare della bellezza abbagliante di Giuseppe, sottolineando come è affascinante, soprattutto per le donne egiziane che addirittura scavalcano i muri per osservarlo? La domanda sorge spontanea! Questi sono concetti così rilevanti sul letto di morte di Giacobbe?

I Limiti Della Santità
C’è una legge interessante nell’ebraismo, riguardante le offerte sacre nel Sacro Tempio di Gerusalemme. La maggior parte delle offerte di grano o di animali, sarebbe stata mangiata dai sacerdoti del servizio (Cohanìm) o dalle persone che hanno portato l’offerta, o da entrambi. Alcune offerte dovevano rimanere all’interno dei confini del Santo Tempio stesso, mentre altre potevano essere consumate all’interno delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme. Ma a nessuna offerta fu mai permesso di uscire dalle mura di Gerusalemme, poiché ciò avrebbe profanato la sua santità e sarebbe diventata inutilizzabile.
Ora, il Primo Tempio fu eretto dal re Salomone nell’anno 2928 dalla Creazione (832 e.v.), esattamente 440 anni dopo che gli ebrei entrarono in terra di Israèl. Esso si trovava, parzialmente, nel territorio della tribù di Giuda (poiché l’intera Terra era divisa tra le dodici tribù di Israèl). Tuttavia, nei primi quattro secoli i sacrifici venivano offerti nel Mishkàn, il Tabernacolo: il Santuario portatile che serviva al popolo di Israèl nei suoi viaggi nel deserto. Dopo l’entrata del popolo di Israèl nella Terra Promessa, ai tempi di Giosuè, il Mishkàn fu eretto a Shilò, nel territorio di Giuseppe. Il Santuario di Shilò fu l’epicentro spirituale del popolo ebraico per 369 anni, fino alla sua distruzione da parte dei Filistei nel 2872 circa (888 e.v.).

Ora, c’era un affascinante contrasto tra il Mishkàn (Tabernacolo) di Shilò e il Tempio di Gerusalemme, per quanto riguarda le leggi sul consumo delle offerte. Mentre le offerte del Tempio potevano essere consumate solo all’interno delle mura di Gerusalemme, quelle del Tabernacolo di Shilò potevano essere consumate in qualsiasi luogo da cui si poteva vedere il Mishkàn. Un luogo era adatto per il consumo dei santi sacrifici, anche se si trattava di una montagna a decine di miglia di distanza, purché si poteva vedere anche solo una parte del Tabernacolo di Shilò. È come se la santità di Shilò si estendesse a perdita d’occhio. Al contrario la santità del Tempio – una struttura in pietra concepita sin dall’inizio per essere una dimora per Hashèm più grande, imponente e stabile – si estendeva solo alle mura dell’antica città di Gerusalemme. Strano no?

L’Occhio Santo
Ma allora, quale è il vero significato di questa differenza, tra i due edifici? I Saggi del Talmud, spiegano il significato della parola “grazioso” nel versetto sopra citato, dove Giacobbe dice di Giuseppe: “… un figlio grazioso, un figlio grazioso allo sguardo…”.
La parola ebraica per “GRAZIOSO”, Poràt, può anche essere tradotta come “fecondo o abbondante”. Le parole ebraiche per SGUARDO (ossia occhio), Alè Ayin, possono anche essere tradotte “a causa dello sguardo o occhio”. In questo modo possiamo meglio decifrare le parole di Giacobbe a suo figlio: “Giuseppe è un figlio FECONDO; un figlio fecondo, per via DELLO SGUARDO”.

Sempre nel Talmud è scritto che il rabbino Abbàhu afferma: la Torà dice che Giuseppe è un figlio fecondo a causa dell’occhio, ossia che ha un occhio che si rifiuta di nutrirsi o di godere di ciò che non gli appartiene e per questo merita di mangiare dai sacrifici tanto lontano quanto la vista lo permette.
Inoltre sia il versetto, sia il Talmùd si riferiscono all’episodio in cui Giuseppe si rifiutò di permettere ai suoi occhi di trarre spunto dalla bellezza e dalla seduzione della principessa egiziana, la moglie di Potifàr, che cercava disperatamente di tentarlo in comportamenti promiscui. Lei non apparteneva a lui, quindi Giuseppe distolse lo SGUARDO da lei. Qual è la ricompensa per questo tipo di autocontrollo? La ricompensa è che otteniamo più di quello che dovevamo avere! Quando proteggiamo i nostri occhi da ciò che non ci appartiene, permettiamo ad essi di espandersi e conquistare tutto ciò che ci appartiene, ossia fino a dove arriva il nostro sguardo. Quindi, nel Tabernacolo di Shilò, stanziato appunto nel territorio di Giuseppe, si può godere dei sacrifici in tutto il territorio da cui l’occhio può vedere il Tabernacolo. Questo è stato un privilegio concesso solo per il tabernacolo di Shilò, un privilegio che non poteva vantare neanche il Tempio di Gerusalemme.

Basta Uno Sguardo Per Evitare Un Conflitto?
Il rabbino Yossef Ròsen, il grande genio del 20° secolo, conosciuto come il Rogatchòver Gaon, spiega brillantemente la continuazione delle parole di Giacobbe: “le ragazze scavalcano (i muri) per guardarlo”. Dal momento che in Shilò, territorio di Giuseppe, ciò che conta per il consumo dei sacrifici non è la posizione del Tempio o della città di Shilò, ma il fatto di poter vedere o meno il Tabernacolo, perciò le donne cercavano in tutti i modo di guardare Giuseppe. Questo simboleggia il fatto che un giorno le persone semplicemente guardando il Tabernacolo di Shilò, in rappresentanza di Giuseppe, avrebbero potuto mangiare i sacrifici anche se molto lontano.
Eppure c’è ancora qualcosa che non va! Qual è il legame tra Giuseppe che non guarda la moglie di Potifàr e il Tabernacolo di Shilò che ha il privilegio di conferire santità a grandi distanze in modo da poter mangiare le sue offerte sacre ovunque gli occhi vedano il Tabernacolo?
È una strana correlazione! Come ricompensa per aver custodito i suoi occhi in Egitto, centinaia di anni dopo, le persone potranno mangiare sacrifici dal Tabernacolo di Shilò in un territorio più vasto? Cosa c’entra questo con l’astenersi dalla moglie di Potifàr?
Per comprendere meglio, dobbiamo continuare a esplorare le parole di Giacobbe a Giuseppe: “…Lo amareggiarono e si fecero suoi nemici (i suoi fratelli); lo detestarono gli arcieri”.
Ciò indica che la ricompensa di Giuseppe a Shilò, grazie al suo sguardo, è in qualche modo collegata al conflitto tra lui e i suoi fratelli. Cosa c’era alla base del conflitto nella prima famiglia di Israele? Potrebbe essere che un cappotto multicolore o l’aperto e manifesto affetto di suo padre possono generare conflitti e animosità così profondi? Perché i fratelli di Giuseppe hanno complottato per ucciderlo e lo detestavano così profondamente? Perché gettarlo in una fossa e poi venderlo come schiavo solo perché aveva fatto un sogno in cui si sarebbero inchinati a lui? È stato o no un piccolo conflitto tra fratelli?

Hashèm Sovrano Di Pochi O Di Tutti?
Giuseppe e Giuda (il quale rappresenta anche gli altri fratelli) incarnavano due divergenti visioni del mondo. Possedevano approcci diversi al significato dell’ebraismo, appena iniziato a germogliare, e sul posto del popolo ebraico nella società e nella storia. Questo conflitto, in una certa misura, persiste anche oggi nel mondo ebraico.
Giuda credeva che la santità potesse prosperare in solitudine. La famiglia ebrea deve rimanere isolata dietro un muro fisico o concettuale che lo separi dalle influenze esterne. I fratelli di Giuseppe erano pastori e non a caso, quando arrivarono in Egitto dissero al Faraone che questa era stata la loro occupazione per tutta la vita (Genesi 46, 32). Hanno scelto questa vocazione perché hanno trovato la vita del pastore – una vita di solitudine, in comunione con la natura distante dal tumulto e dalle vanità della società – più favorevole alle loro ricerca di spiritualità. Potevano voltare le spalle agli affari mondani dell’uomo, contemplare la maestosità del Creatore e servirlo con una mente chiara e un cuore tranquillo.

Giuseppe, invece, credeva che l’ebraismo dovesse essere “universalista”, ossia che si dovesse fare carico della responsabilità di trasformare tutta la società umana. La santità non doveva essere relegata all’interno del mondo ebraico, ma doveva essere portata allo scoperto. Secondo Giuseppe non è sufficiente mantenere la propria fede e coscienza spirituale, ben salda e potente, in una sorta di “un bozzolo celeste”. Secondo Giuseppe occorre entrare nella società tradizionale e diventare “il grande distributore” di grano spirituale per la società.
Ora, il fatto che Giuseppe, nella sua qualità di viceré dell’Egitto, fosse stato il sovrano del paese e fu lui che vendette il grano a tutta la popolazione della terra, non era solo una descrizione del suo ruolo di Primo Ministro. Esso è l’essenza stessa della missione spirituale, come concepita e intesa da Giuseppe: una persona può nutrire, sostenere e ispirare il mondo intero. Giuseppe sottolineava la missione del popolo ebraico come “luce per le nazioni”.

Quanto sopra è intimamente legato a questo passaggio, apparentemente sorprendente, sempre in Genesi (44, 9), quando Giuseppe finalmente, una volta rivelata la sua identità ai fratelli, manda questo messaggio a suo padre Giacobbe: “Dio mi ha fatto diventare il signore in tutto l’Egitto”. Pensava davvero che questo potesse impressionare il suo vecchio santo padre? Come a dire: “Adesso dico a mio padre che sono diventato il primario dell’ospedale! Ma come! Giacobbe, l’uomo pio che abitava nelle tende, dedito a studiare la Torà, giorno e notte per elevarsi spiritualmente, non avrebbe forse apprezzato di più un messaggio sul progresso spirituale di suo figlio?!
Infatti c’è molto di più! I maestri chassidici presentano un’interpretazione profondamente commovente delle sue parole. Le quali dovrebbero essere tradotte in modo leggermente diverso: “Ho fatto di Dio il Signore in tutto l’Egitto!”. Grande differenza…no? Questa era la vera dichiarazione di Giuseppe. Una sintesi della sua missione nel mondo: non è sufficiente che Dio governi il cielo e la “piccola” enclave ebraica; la missione è quella di trasformare Hashèm in un sovrano di tutto l’Egitto!

La Prova Di Giuseppe
I fratelli avevano una visione diversa e per questo vedevano Giuseppe come una minaccia. Loro temevano che sotto il suo comando il popolo ebraico sarebbe stato corrotto e assimilato, anche prima che avesse avuto la possibilità di svilupparsi come nazione. Potevano tollerare Giuseppe come individuo, ma quando scoprirono che si vedeva come il re di Israèl e tutti si sarebbero prostrati dinnanzi a lui, per loro questo scenario significava la fine del popolo ebraico e dell’ebraismo. Quindi, Giuda temeva che la filosofia di Giuseppe avrebbe messo in pericolo il futuro del popolo ebraico. Ma come neutralizzare in modo sicuro questa minaccia?
Simone e Levi, che avevano già combattuto contro l’assimilazione e la cultura dell’immoralità – quando decimarono la città di Shekhèm dopo il rapimento e lo stupro della sorella Dina – progettarono semplicemente di uccidere Giuseppe. Tuttavia, Giuda obiettò dicendo: “Che guadagno avremmo se uccidessimo nostro fratello?” (Genesi 37, 26). O per meglio dire, per Giuda, il vero pericolo non era Giuseppe, ma la sua mentalità. Quindi è come se avesse detto ai fratelli: “Anche se lo uccidiamo, la sua ideologia rimarrà”. Quindi Giuda pensò bene di mettere alla prova le idee di Giuseppe, vendendolo ai mercanti non ebrei. In questo modo Giuda pensava che sentendosi assimilato Giuseppe avrebbe cambiato idea e abbandonato la sua ideologia “rivoluzionaria”. E alla fine sarebbe ritornato pentito dai suoi fratelli e al loro stile di vita.

Una Grande Lezione Sulle Tentazioni
Non solo i fratelli hanno errato nel loro giudizio su Giuseppe e sulla santità della sua missione, ma due brani della Torà mettono in risalto, con una tremenda ironia, una sostanziale differenza nell’approccio tra la mondanità dei fratelli e quella di Giuseppe. Nella Torà infatti ci sono due storie contrappone nei capitoli 38 e 39 di Genesi:
a) Nella prima, Giuda, il “campione della solitudine ebraica”, incontra e intrattiene una fugace relazione con una donna che hai suoi occhi appare come una prostituta.
b) Mentre, nella seconda storia, Giuseppe, l’ebreo “universalista”, che serve come schiavo nella società egiziana, rifiuta la seduzione della moglie del suo padrone. Pagando questo rifiuto con la sua stessa libertà, finisce per trascorrere 12 anni in prigione perché non era pronto a vendere la sua anima e a compromettere la sua lealtà a Dio e al suo padrone.

Wow! Giuseppe la “pecora nera” della famiglia – quella accusata di tendenze “assimilazioniste” – emerge, invece come il più puro degli spiriti! Lui, più dei suoi fratelli, porta la fiamma della santità e della purezza anche nel luogo più moralmente depravato. Lui, più di chiunque altro, è permeato della coscienza di Hashèm, con la quale ha influenzato profondamente tutto il suo ambiente, il posto più impuro del mondo di allora l’Egitto!
Questo perché quando ci si allena per essere santi solo in un ambiente di santità, nel momento in cui si è esposti alle tentazioni “della strada”, si può perdere tutto in un istante. Invece, solo quando impariamo a rivelare e vedere Hashèm all’interno di ogni aspetto del mondo materiale, possiamo essere sicuri che, anche quando incontreremo delle tentazioni, queste non ci faranno vacillare.

Il Tabernacolo Di Shilò E Il Tempio
In che modo questa distinzione è rappresentata nella storia ebraica? Le differenze ideologiche tra Giuseppe e Giuda si riflettono, infatti nel Tempio di Gerusalemme, situato nel territorio di Giuda, e il Tabernacolo di Shilò, situato nel territorio di Giuseppe.
Come scritto sopra, solo a Shilò le offerte potevano essere consumate fuori dalle mura della città, fintanto che il Tabernacolo era visibile. Invece, le offerte del Tempio a Gerusalemme potevano essere mangiate solo all’interno delle mura della città santa.
I due luoghi, i due santuari e i due fratelli simboleggiano due fondamentali orientamenti diversi:
a) Per Giuda, la nostra funzione principale è quella di creare un’oasi di santità e trascendenza. La santità deve essere protetta e isolata in modo da non essere corrotta e distorta. Come nel Tempio di Gerusalemme, e come pretendeva l’ideologia di Giuda, occorre avere un muro per separare il santo dal mondano. Analogamente, infatti non si potevano mai portare i santi sacrifici fuori dalle mura di Gerusalemme, perché solo all’interno dei confini delle mura può prosperare la santità. Se porti i santi sacrifici fuori dalle sue mura, li contamini distruggendo la loro santità. Stessa cosa se porti l’ebraismo “fuori dal muro”, dal recinto di santità, lo contamini e lo distruggi.

b) Per Giuseppe, invece la missione primaria dell’ebraismo è diffondere la santità del Divino diffondendo il monoteismo nel mondo. Pertanto, la santità del Tabernacolo di Shilò – nella porzione di Giuseppe in Terra Santa – si diffondeva ben oltre ogni muro. Dovunque ci si trovi, finché si può aprire gli occhi e “vedere” Giuseppe, ossia finché si può osservare la santità del Tabernacolo di Shilò, si è in un luogo santo, dove si possono consumare i santi sacrifici.

Questo è il significato delle parole del Talmùd. Giuseppe potrebbe trovarsi in un abisso spirituale, nella casa di Potifàr, tentato dalla promiscuità. Tuttavia, questo non importa! La sua abilità unica era quella di “aprire gli occhi” e di percepire il Divino proprio lì con lui, rifiutando così la seduzione della moglie di Potifàr. Per questo dicono i saggi che Giuseppe, in quel frangente: “Ha visto l’immagine di suo padre Giacobbe nella finestra”. Nel dubbio della depravazione, è risuscito a percepire il volto del suo santo padre. Quindi, nel territorio di Giuseppe non è necessario trovarsi nell’ambiente del Tabernacolo per sperimentare la santità. Anche se si è lontani, finché si possono alzare gli occhi e “vedere la santità” (il Tabernacolo), finché si può trovare la presenza del Divino ovunque ci si trovi si è nella santità.

Aprire Gli Occhi
Ora possiamo davvero apprezzare le parole pronunciate da Giacobbe: “Giuseppe è un figlio grazioso, un figlio grazioso allo sguardo; le ragazze scavalcano (i muri) per guardarlo. Lo amareggiarono e si fecero suoi nemici (i suoi fratelli); lo detestarono gli arcieri”.
Il potere di Giuseppe era di rivelare la santità in ogni realtà, ogni esperienza e ogni cultura. Ovunque si fosse, anche al di fuori delle mura, quando si “vedeva” quello che Giuseppe rappresenta, automaticamente ci si infondeva di santità. Per questo fu frainteso, disprezzato e ferito. La parola in ebraico per “arcieri” è “baalèi khitzìm”, che può anche essere tradotto come “padroni delle pareti” (mekhitzòt). Giuseppe fu disprezzato da coloro che credevano che la santità dovesse rimanere all’interno della “mekhitzà”, all’interno delle mura di Gerusalemme e non essere esternata.

Tutte Strade “Del Dio Vivente”
Quindi, chi aveva ragione in questa diatriba epocale? “Queste e quelle sono le parole del Dio vivente”, come il Talmud afferma descrivendo le varie opinioni dei saggi sull’interpretazione della Torà. Giuda aveva ragione quando si trattava di se stesso e dei suoi fratelli; ma anche Giuseppe aveva ragione quando si trattava della sua stessa vita.
A Giuseppe venne donato da suo padre un cappotto multicolore, che simboleggia la sua capacità unica di esporsi ai molti colori e sfumature della società umana e rivelare in essa l’unicità di Dio, che ha creato tutta l’umanità. Questo significa come Giuseppe può rivelare l’unità nella diversità. Tuttavia, il pericolo è che se non si possiede quel “dono multicolore” si rischia l’assimilazione o comunque il subire le influenze negative della società mondana.
Nel corso della nostra storia, seguiamo sia Giuda, sia Giuseppe: dobbiamo proteggere noi stessi e i nostri bambini dall’influenze dannose, senza rinunciare ai nostri sforzi per migliorare la società; non vogliamo essere assorbiti dalla cultura delle nazioni, ma anzi influenzarle invece che esserne influenzati. Non si deve andare nel mondo impreparati, quindi occorre dare la giusta educazione religiosa ai nostri figli donandogli una forte identità in modo che possano non solo resistere alle tentazioni, ma trasformale in occasioni di bene. E anche le persone mature o anziane hanno comunque il bisogno di luoghi santi e protetti per rigenerarsi spiritualmente ogni giorno. Ecco perché quando ci svegliamo la mattina trascorriamo del tempo in preghiera, meditazione, studio della Torà e solo dopo ci impegniamo nelle attività mondane.

Essere Un Giuseppe Grazie A Giuda
Pertanto cosa serve per essere un “buon Giuseppe?” Avere le basi di Giuda!
Le prime parole che recitiamo al mattino sono “Modé Anì”, “TI RINGRAZIO, Re vivente ed esistente…”. Questo perché la parola Modé ha la stessa radice di Yehudà (Giuda). E non solo! Le parole di apertura della preghiera del mattino sono “Hodù LaHashèm”, RINGRAZIARE HASHÈM e appunto Yehudà, Giuda, significa grazie. Ogni mattina occorre quindi trascorrere del tempo dentro le “mura di Gerusalemme”, simbolicamente parlando: un’isola sacra e protetta di trascendenza, in modo da poter fortificare l’anima, rafforzare la coscienza e connettersi con Dio.
Tuttavia siamo anche allievi di Giuseppe! Quindi siamo responsabili non solo delle persone nella nostra comunità protetta, “dentro le mura”, ma anche di tutte quelle fuori. Anche di quelle che sono fisicamente e ideologicamente lontani dalle nostre mura protettive. Inoltre, siamo responsabili di portare la saggezza, la profondità e la maestosità morale della Torà nel mondo, così da permettere a tutte le nazioni di conoscere e osservare le sette leggi di Noè, in modo da creare una società più giusta e morale. Ma per riuscire in questo occorre indossare il “mantello colorato” di Giuseppe e uscire nel variegato mondo per ispirarlo a migliorare diffondendo il monoteismo.

Questo è vero anche nelle nostre vite personali. Non è sufficiente servire Dio entro le mura isolate di luoghi santi, poiché la santità deve diffondersi oltre le mura. Anche quando stiamo in ufficio, in viaggio d’affari o in vacanza, occorre essere in grado di aprire gli occhi e osservare la presenza di Dio — simboleggiato dalla casa di Dio a Shilò — proprio lì dove siamo per riuscire a trasformare la dura realtà in una cosa santa.
Dobbiamo vivere le parole di Giacobbe: “Giuseppe è un figlio grazioso, un figlio grazioso allo sguardo; le ragazze scavalcano (i muri) per guardarlo”. Giuseppe rappresenta quella qualità dentro di noi che permette a chiunque ci guardi di essere in grado di percepire la bellezza e la centralità di Dio nel mondo. Il modo in cui facciamo affari, il modo in cui camminiamo per strada, il modo in cui interagiamo con le persone, il modo in cui trattiamo i nostri venditori, il modo in cui viviamo le nostre vite quotidiane, può essere fonte di ispirazione per le persone a comportarsi in maniera più amorevole e avere condotte di vita più morali.

La Fusione Di Giuda E Giuseppe
La verità ultima è che Giuseppe e Giuda, nel loro nucleo più profondo, sono uno – e i due un giorno convergeranno, poiché nello schema ultimo delle cose, l’esterno e l’interno possono unirsi per rivelare l’armonia dell’intero cosmo, che riflette l’unicità del suo singolare Creatore.
Ecco perché il profeta Zaccaria profetizza (2, 8-9) che un giorno: “Gerusalemme diventerà una città aperta (PRAZOT teshev Yerushalayim)”. Quando non sarà più necessario proteggere la santità di Gerusalemme perché il male sarà eliminato per sempre e allora la sua luce si diffonderà e pervaderà il mondo intero, con l’avvento di Mashìakh presto ai nostri giorni Amen.

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VAYEKHI:

questo è il shiur video della lezione di giovedì sera di questa settimana della parashà di VAYEKHI fresca appena sfornata:
INSEGNAMENTI ATOMICI SUL VALORE DELLA PAROLA
www.virtualyeshiva.it/files/seminar/vayekhi5780_33anni_inchino.mp4

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
EBRAISMO E FEMMINISMO SONO INCOMPATIBILI?

VAYEKHI 5771 – EBRAISMO E FEMMINISMO SONO INCOMPATIBILI?

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per il video:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

VAYEKHI 5780: 8 LEZIONI


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Per vedere il video:

https://vimeo.com/17843509

MIDRASHIM

Ya’akòv Benedice Efràyim e Menashé (Bereshìt 48,8-14)
Midràsh Bereshìt Rabbà 96-97; Midràsh Tankhumà Vayekhì 8-9; Talmùd Berakhòt 20
(a pagina 677 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Gli Ultimi Giorni di Yossèf (Bereshìt 50,22-26)
Midràsh Bereshìt Rabbà 85-100,6; Midràsh Aggadà 50; Pirké Derabbì Eli’èzer 11-29; Talmùd Sotà 13; Talmùd Shabbàt 55
(a pagina 681 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

La Fine dei Tempi
(a pagina 752 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

VAYEKHI 5772: BERESHIT: PERCHE’ CONCLUDERE IN NEGATIVO?
Approfondendo il collegamento tra l’inizio della Genesi e la fine emerge il significato profondo e interiore del primo libro della Torà e il collegamento con Shemot.

VAYEKHI 5771 – EBRAISMO E FEMMINISMO SONO INCOMPATIBILI?
Nella benedizione di Yaakòv ai figli è celato un grande insegnamento per saper vivere l’esilio. Menashè e Efràyim: due modi per affrontare il nuovo mondo, con la nostalgia del passato o con la trasformazione del negativo in positivo.

VAYEKHI 5770 – SEME DELL’ETERNITA’
Il seme è l’elemento più speciale che l’uomo abbia, in quanto lo avvicina a D-o, essendo associato alla forza della creazione. Il seme è la parte più potente e più profonda: ne è l’essenza stessa dell’uomo. Pertanto non deve essere sprecato, e occorre saper riconoscerne il suo grande valore.

VAYEKHI 5769 – YAAKOV, IL PRIMO MALATO: UN BENE PER L’UMANITA’
L’importanza del tempo, il saperlo valorizzare. L’esempio degli Tzadikkim ci insegna come cercare di dare pieno compimento alle nostre vite. Il merito di essere seppelliti, quando si fa del bene ad un morto si fa un vero e profondo atto di bontà. Davanti ad una persona morta, è possibile vedere la realtà con maggiore veridicità, dare maggior valore alla vita, superando gli schermi di falsità e materialità che ci costruiamo nella vita quotidiana.

VAYEKHI 5768 – IL VALORE DI ESSERE SEPPELLITO IN TERRA SANTA
La missione di ogni persona nel mondo è legata al posto in cui è possibile fare qualcosa, poter apportare un miglioramento. Ognuno di noi che vive in un posto impuro ha il dovere di trasformarlo in un luogo di santità, tramite l’esempio di Yaakòv. La morte non deve spaventare. La Torà ci insegna come la nostra vita in questo mondo sia solo un passaggio, che deve insegnarci come poter valorizzare il posto impuro in cui viviamo, sapendolo trasformare in un luogo di santità.

VAYEKHI 5767 – LA FORZA SPIRITUALE DI YAAKOV
Yaakòv fa giurare a suo figlio Yossèf di essere seppellito in Israele. Il giuramento, non costituisce un atto di sfiducia, quanto un modo per rafforzare, con assoluta certezza, l’azione richiesta al figlio. La sua volontà di non restare legato all’Egitto, ma di riconoscere la propria funzione spirituale di essere al di sopra dell’esilio, per poter salvare i figli, riscattandoli dall’esilio. Viene analizzata la differenza spirituale di Yaakòv e Yossèf, in relazione all’esilio. Ogni anima, in funzione della propria specifica natura, ha un diverso livello spirituale di servizio verso D-o.

VAYEKHI 5766 – IL PRIMO PASSO PER LA SCHIAVITU’ IN EGITTO
Il disegno divino costruito per Yaakòv inizia con il dolore del distacco da Yossèf, in apparenza opposto alle richieste di Yaakòv di vivere serenamente, ma si rivela in seguito necessario per portare a compimento la sua missione di elevare l’Egitto e poter vivere felicemente gli ultimi sui 17 anni di vita. A sua volta la morte di Yaakòv rappresenta la prima tappa per la successiva schiavitù, in uno schema divino che prevede sin dall’inizio il riscatto del popolo ebraico. Quando si è in esilio dobbiamo stare uniti alle nostre origini e trovare la forza per elevare la materia impura che ci circonda.

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VAYIGGASH 5780: 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 4 Gennaio 2020, 7 del mese di Tevèt 5780 leggeremo la Parashà di Vayiggàsh Gen. 44, 18-47, 27.

Si legge l’Haftarà di Yekhezeqèl 37,15-28

nuova lezione corta
SALUTE MENTALE = SALUTE FISICA

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לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di Yaakov ben Shelomo

UNA LUCE DAL BUIO

Travestimento
C’erano due mendicanti seduti fianco a fianco in una strada di Città del Messico. Uno era vestito come un cristiano, con una grande croce bene in vista alle sue spalle; l’altro era un ebreo chassidico con un cappotto nero e una lunga barba. Le persone, passando accanto ai due mendicanti, prima guardavano entrambi, ma poi, quasi tutti, mettevano i soldi nel cappello di quello seduto vicino alla croce. Dopo ore di questo schema ripetitivo, un prete si avvicinò al mendicante ebreo chassidico e gli consigliò bonariamente: “Ma non capisci? Questo è un paese cattolico. Le persone non ti daranno mai dei soldi se ti siedi lì come un vero ebreo. Specialmente quando sei seduto vicino a un mendicante che è accanto ad una croce. Anzi, probabilmente, gli danno i soldi solo per farti dispetto”.
Il mendicante chassidico, dopo aver ascoltato il prete, si rivolse al mendicante vestito da cristiano e gli disse: “Moshè… vedi è incredibile… questo prete cerca di insegnarci come condurre gli affari…!”.

Giuseppe si rivela ai fratelli
La storia di Giuseppe che si rivela ai suoi fratelli, dopo decenni di amara separazione, è senza dubbio una delle più drammatiche dell’intera Torà. Ventidue anni prima, quando Giuseppe aveva diciassette anni, i suoi fratelli lo disprezzavano a tal punto che, a causa della sua giovane età, lo rapirono, lo gettarono in una fossa e poi lo vendettero come schiavo a dei mercanti egiziani. In Egitto trascorse dodici anni in prigione, diventando alla fine il viceré del paese che all’epoca era la superpotenza mondiale. Ora, più di due decenni dopo, il momento era finalmente maturo per la riconciliazione.
“Giuseppe non poteva trattenere le sue emozioni”, riferisce la Torà nella porzione di questa settimana [Genesi 45, 1-7], tanto che fece uscire tutti i presenti dal suo cospetto. Una volta rimasto solo con i suoi fratelli si rivelò loro dicendogli, mentre piangeva a dirotto: “Per favore AVVICINATEVI… Io sono Giuseppe! Mio padre è ancora vivo?” I suoi fratelli erano così inorriditi da non poter rispondere… “SONO GIUSEPPE VOSTRO FRATELLO colui che AVETE VENDUTO all’EGITTO. E ora non rammaricatevi e non adiratevi per avermi venduto qui, poiché era per provvedere al vostro sostentamento che Dio mi ha mandato dinnanzi a voi… per farvi sopravvivere…”.

Uno Strano Incontro
Le emozioni non sono equazioni matematiche, esse sono la trama attraverso la quale viviamo la vita in tutta la sua maestosità e tragicità. Le emozioni scaturiscono da “regole” indipendenti e da un linguaggio particolare, distinti da quelli prestabiliti e strutturati della scienza. Per questo la particolare fraseologia utilizzata dalla Torà nel descrivere questo incontro, fortemente carico di emozioni, merita di essere analizzato meglio, poiché carico di insegnamenti e significati profondissimi, anche per la nostra vita quotidiana.

Come evidenziato da molti nostri Maestri, analizzando questo incontro quattro osservazioni sono “obbligatorie”:
1) Quando Giuseppe rivela la sua identità ai fratelli, dice: “Per favore AVVICINATEVI… Io sono Giuseppe!”. Nonostante siano soli con lui in una stanza, Giuseppe vuole che si avvicinino ancora di più. In questo momento ci aspettiamo che Giuseppe condivida con i suoi fratelli un segreto intimo. Ma questo, apparentemente, non accade.
2) Dopo che gli si avvicinano, Giuseppe disse: “SONO GIUSEPPE vostro fratello…”. Ma, perché? Appena un momento prima aveva già detto loro chi era…!
3) Oltretutto, la prima volta che Giuseppe si rivela non si definisce fratello; eppure quando si ripete di nuovo dice: “Sono Giuseppe VOSTRO FRATELLO…”. Perché questa omissione?
4) Infine, perché Giuseppe si sente in dovere di informarli che lo avevano venduto agli egiziani dicendo: “Colui che AVETE VENDUTO all’EGITTO”. Come se non fossero a conoscenza di ciò che avevano fatto al loro fratellino due decenni prima! Perché non poteva immediatamente iniziare la sua spiegazione sul perché non avevano bisogno di rimproverarsi per averlo venduto?

Il “Mistero” Di Giuseppe
Nella più lunga narrazione ininterrotta dell’intera Torà che va dalla Genesi cap. 37 a 50 non c’è dubbio che l’eroe, il protagonista indiscusso, sia Giuseppe. La storia inizia e finisce con lui. Lo vediamo da bambino, orfano di sua madre e amato da suo padre; da adolescente sognatore, in odio ai suoi fratelli; come schiavo, poi carcerato in Egitto; quindi come la seconda persona più potente, dopo il faraone, nel più grande impero del mondo antico. In ogni fase della Torà la narrazione ruota attorno a lui e al suo impatto sugli altri. Domina gli ultimi capitoli del libro della Genesi, gettando la sua ombra su tutti gli altri personaggi. In tutta la Torà non c’è nessuno che conosciamo intimamente come Giuseppe. La Torà sembra essere “infatuata” di Giuseppe, dei suoi viaggi e lotte più che con qualsiasi altra figura, forse anche più che con i due pilastri della fede ebraica, Abramo e Mosè. Quindi cosa nasconde la figura di Giuseppe? Cosa rappresenta in realtà?

L’anima non riconosciuta
La vita di Giuseppe incarna l’intero dramma e il paradosso dell’esistenza umana. Il Giuseppe esteriore non era uguale al Giuseppe interiore. Il suo comportamento esteriore non rese mai giustizia alla sua autentica grazia interiore: già da giovane, i suoi fratelli non potevano apprezzare la profondità e la nobiltà del suo personaggio. Il Midràsh e la Torà descrivono Giuseppe, all’età di diciassette anni, come un “ragazzino” immaturo, insinuando che dedicava gran parte del suo tempo a cose vane, come curare il proprio aspetto fisico. Giuseppe appariva alla maggior parte delle persone intorno a lui come un “ragazzino” viziato e vanitoso.

Successivamente, quando Giuseppe si elevò fino a diventare il viceré dell’Egitto, divenne la quintessenza di uno statista carismatico, un giovane leader affascinante e potentissimo che ha in mano tutto l’Egitto, un diplomatico e politico esperto con grandi ambizioni. Non era e non è facile rendersi conto che, in realtà, sotto queste “mutazioni” esteriori c’era un’anima intrisa di passione morale, uno spirito affine ai più alti principi della Torà. Per il “Giuseppe interiore” l’eredità monoteistica di Abramo, Isacco e Giacobbe rimase l’epicentro della sua vita; una sorta di cuore sopraffatto dall’amore verso Dio.
La singolare condizione di Giuseppe – che come detto sopra incarna il paradosso della condizione umana – è espressamente evidenziato in Genesi 42, 8: “Giuseppe riconobbe i suoi fratelli, ma loro non lo riconobbero”.
Il significato mistico di GIUSEPPE RICONOBBE I SUOI FRATELLI è: Giuseppe identificò facilmente la santità all’interno dei suoi fratelli. Dopo tutto, hanno vissuto la maggior parte della loro vita come pastori spirituali, dediti quasi esclusivamente alla preghiera, meditazione e allo studio.
MA LORO NON LO RICONOBBERO: eppure a questi stessi fratelli mancava la capacità di discernere la ricchezza morale impressa nella profondità del cuore di Giuseppe. Attenzione! Non solo mancavano di questa capacità di fronte al potentissimo Giuseppe, il Viceré dell’Egitto, ma più “colpevolmente”, anche di fronte al giovane Giuseppe, quando viveva con loro in Israele. Anche in quell’ambiente i fratelli lo vedevano come un estraneo e addirittura come un pericolo per l’integrità della famiglia di Giacobbe. Pertanto, non stupisce che quando incontrarono Giuseppe negli abiti di un leader egiziano non riuscirono a scorgere, oltre la maschera di un politico esperto e potentissimo, il cuore di un Tzaddik!

Fuoco Sotto La Cenere
Questa doppia identità caratterizzò tutta l’esistenza di Giuseppe, ed era molto difficile da scorgere e solamente quando la moglie del suo padrone tentò di sedurlo, questa doppia identità diventò palese in un modo molto potente.
Questa bellissima, ricchissima e potentissima donna pensò che sarebbe stato facilissimo sedurre un giovane schiavo abbandonato, inducendolo a sacrificare la sua integrità morale per amore del piacere fisico. Ma quando arrivò il momento, quando Giuseppe fu messo di fronte alla prova, egli mostrò un coraggio eroico che lo portò a sottrarsi alla “grinfie” della “nobildonna”. Come risultato di quel santo gesto eroico, Giuseppe finì in prigione per 12 anni!
Il Midràsh paragona Giuseppe ad una fresca sorgente d’acqua nascosta nella profondità della terra, eclissata da strati di detriti di sabbia e ghiaia. In una metafora opposta che indica lo stesso concetto, la Cabalà paragona Giuseppe a un fuoco nascosto nella cenere. All’esterno, la cenere sembra nera, scura e fredda, ma quando ti esponi alla sua vera essenza, senti il calore, il fuoco e la passione che brucia!

Dietro Il Sipario
E poi venne il momento in cui Giuseppe si toglie la maschera! Lo Zohar svela una scena penetrante di ciò che è emerso nel momento in cui Giuseppe si è svelato ai suoi fratelli.
Quando Giuseppe dichiarò, “Io sono Giuseppe”, dice lo Zohar, i fratelli osservarono la luce divina che si irradiava dal suo volto; hanno assistito al maestoso bagliore che emanava dal suo cuore. Le parole “Io sono Giuseppe” non era semplicemente una rivelazione di CHI fosse, bensì di COSA fosse! Per la prima volta, Giuseppe permise ai suoi fratelli di vedere cosa fosse veramente. “Io sono Giuseppe!” deve anche essere inteso nel senso di “Guardatemi, solo così scoprirete realmente chi è Giuseppe”.
Quando Giuseppe gridò “Io sono Giuseppe”, dice il Midràsh, “il suo volto si infiammò come una fornace ardente”. La fiamma che bruciava nascosta per trentanove anni nella cenere, emerse in tutto il suo splendore abbagliante. Per la prima volta in tutta la loro vita, i fratelli di Giuseppe videro Giuseppe così come era realmente; entrarono in contatto con la più grande santità del mondo che emergeva dal volto di un viceré egiziano.

Perdita
“I suoi fratelli erano così inorriditi da non poter rispondere”, riferisce la Torà. Ciò che turbava i fratelli non era tanto un senso di paura o di colpa personale. Ciò che li terrorizzava, più di ogni altra cosa, era il senso di perdita che provavano per se stessi e per il mondo intero a seguito della vendita del fratello in Egitto.
“Se dopo aver trascorso 22 anni in una società moralmente depravata”, pensavano tra loro, “un anno come schiavo, dodici anni come prigioniero, nove anni come politico – Giuseppe conservava ancora tanta santità e passione così profonde, quanto più santo avrebbe potuto essere se avesse trascorso questi 22 anni nel seno del suo santo padre Giacobbe?!”.
“Che perdita per la storia dell’umanità hanno portato le nostre azioni!”, si tormentarono i fratelli. Il mettere a confronto l’attuale condizione di Giuseppe con quello che avrebbe potuto essere il suo potenziale, lasciò nei fratelli delle sentimenti di colpa enormi e di una perdita inconsolabile per ciò che percepivano come un’occasione mancata di proporzioni storiche.

Un Grossolano Errore
In quel preciso momento, quando i fratelli erano presi dai sensi di colpa per il “loro presunto errore”, Giuseppe gli disse: “Per favore, venite vicino a me”. Giuseppe voleva che si avvicinassero ancora di più e guardassero più profondamente nella luce divina che fuoriusciva dal suo volto.
Quando i fratelli si avvicinarono a lui, riferisce la Torà, Giuseppe gli disse: “Sono Giuseppe vostro fratello – sono io che avete venduto in Egitto”. Giuseppe non stava semplicemente ripetendo ciò che aveva detto loro in precedenza (“Io sono Giuseppe”), né li stava informando di un fatto di cui erano ben consapevoli (“Sono io che avete venduto in Egitto”), piuttosto Giuseppe stava rispondendo al loro senso di perdita irrevocabile.
Le parole “Sono Giuseppe vostro fratello – sono io che avete venduto in Egitto” nell’originale ebraico possono anche essere tradotte come: “Io sono Giuseppe vostro fratello – PROPRIO PERCHÉ mi avete venduto in Egitto!”. Ciò che Giuseppe stava affermando era il potente e movimentato messaggio secondo cui: “l’unica ragione per cui ho raggiunto altezze spirituali così enormi è perché ho trascorso gli ultimi 22 anni in Egitto (il paese più impuro al mondo) e non nel sacro ed idilliaco ambiente di Giacobbe!”.

Il Grande Catalizzatore
Il fantastico bagliore che emanava dalla sua presenza suggerì che Giuseppe non era lì NONOSTANTE i suoi due decenni trascorsi nella società egiziana, molto lontana dal paradiso celeste di suo padre. Al contrario, proprio le incredibili prove, tribolazioni e avversità che ha affrontato nella “giungla spirituale” egiziana sono esattamente ciò che ha scatenato il bagliore che i fratelli stavano attualmente vivendo.
Se Giuseppe avesse trascorso i due decenni in viaggio con suo padre, lungo la facile strada spirituale della Torà, avrebbe sicuramente raggiunto grandi altezze spirituali, intellettuali ed emotive. Ma QUESTA luce poteva emergere SOLO dalla profondità dell’oscurità, dalla fossa della promiscuità egiziana. Ecco perché Giuseppe chiede ai suoi fratelli di avvicinarsi a lui, in modo che potessero vedere e apprezzare da vicino la sua luce unica che poteva emergere solo grazie a un’esperienza, dolorosa, quanto unica.
Questo è anche il motivo per cui Giuseppe menziona, per la seconda volta, l’elemento della fratellanza non solo a livello biologico. Perché Giuseppe stava provando non solo a dire loro chi era, ma a condividere la realtà della loro parentela, il fatto che lui, come loro, era profondamente connesso alle sue radici spirituali ebraiche.

Se Solo…
Proprio come i fratelli, anche molti di noi vivono la nostra vita pensando “Se solo…”: se solo le mie circostanze sarebbero state diverse; se solo fossi nato in un diverso tipo di famiglia; se solo avessi una personalità migliore… L’eterna lezione di Giuseppe è che il viaggio individuale della nostra vita, in tutti i suoi alti e bassi, è ciò che alla fine ci permetterà di scoprire il nostro posto unico in questo mondo secondo la volontà di Hashèm.
Prove, successi, gioie, tribolazioni. Tutto serve a farci scoprire la santità che c’è in ognuno di noi, far brillare le nostre anime, per illuminare il mondo e agevolare la venuta di Mashìakh presto ai nostri giorni, Amen.

(Questo saggio si basa su scritti chassidici: vedi Sefat Emet Vayiggàsh. Likuté Sikhòt vol. 25 pagg. 255-257, edito da Y. Y. Jacobson)

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VAYIGGASH:
COME VINCERE LA TRISTEZZA

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

VAYIGGASH 5771 – COME VINCERE LA TRISTEZZA

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Per ascoltare le altre 5 lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2018/12/14/vayiggash-5773-5-lezioni/

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Chi porta vita alle persone come ha fatto Sèrakh a suo nonno, merita lunga vita.
Quando si da qualcosa non è una perdita ma un guadagno enorme, perché si riceve indietro sempre di più di ciò che si ha dato.
NESSUNO HA VISSUTO TANTO A LUNGO COME Sèrakh perché dare gioia di vita alle persone è la cosa più bella e più importante come dice il trattato di (Taanìt 22a):
quali sono le persone meritevoli hanno chiesto al profeta Eliahu? Sono quei due pagliacci che girano nel mercato e se vedono qualcuno giù di morale, fanno di tutto per alzarglielo, con qualche barzelletta o altro.

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

una nuova e breve lezione di VITA di ieri!
SALUTE MENTALE = SALUTE FISICA
Lezione superlativa da non perdere!
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
VAYIGASH
Al seguente link troverai la lezione della Parashà di questa settimana in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/01/01/vayiggash-5769-piangere-o-non-piangere/
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
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PIANGERE O NON PIANGERE?

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2016/12/31/vayiggash-5773-5-lezioni/

YOSEF È ANCORA VIVO…
(continua da sopra)
Chi fu il primo messaggero a portare la bella notizia a Yaacov?
Il Midrash ci racconta di Sèrakh, figlia di Asher.
I fratelli scelsero lei perché avevano bisogno di un abile messaggero per dare la notizia a Yaacov. Anche se sarebbe stato meraviglioso per il padre sapere che il figlio amato era ancora vivo, lo shock improvviso, per questa notizia inaspettata, poteva danneggiare la salute di Yaacov. Ricordiamoci che il grande patriarca era anziano, aveva 130 anni e Yosef era scomparso da ben 22 anni!
I fratelli scelsero Sèrakh proprio perché era una ragazza intelligente e sapeva suonare molto bene l’arpa. Sèrakh cominciò a suonare della musica per suo nonno e mormorò dolcemente le parole: «Mio zio Yosef è ancora vivo. Egli è governatore su tutto l’Egitto». Continuò a ripetere la stessa frase diverse volte, finché suo nonno iniziò a sorridere.
«Ciò che stai cantando è molto bello, Sèrakh» disse Yaacov. «C’è aria di belle notizie. Possa tu essere benedetta con una lunga vita per avermi tirato su il morale con notizie piene di speranza».
Tuttavia Yaacov non credette realmente a sua nipote, finché i fratelli non gli confermarono la notizia e finché non vide i carri che suo figlio Yosef aveva mandato.
C’è anche un’altra opinione diversa secondo la quale fu Naftali il primo a raccontare a Yaacov che Yosef era ancora vivo. Naftali era un rapido corridore: egli compiva sempre le commissioni per i suoi fratelli e per suo padre. Perciò i fratelli lo mandarono avanti per fare in modo che Yaacov sapesse della notizia il più presto possibile.
Comunque tutti i fratelli si riunirono prima, per annullare il giuramento secondo il quale non avrebbero mai detto a nessuno che Yosef era ancora vivo…
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Una dimora per Hashem
Nella parashà di Vayigàsh è scritto: “E cadde (Yosef) sul collo di suo fratello Binyamin e pianse, e Binyamin pianse sul suo collo”.
Perché piansero i due fratelli?
Ognuno pianse per la distruzione del Bet Hamikdàsh che si trova nel territorio del fratello. Yosef pianse per i due Bet Hamikdàsh, che saranno costruiti a Yerushalaim, nel territorio di Binyamin, e che saranno poi distrutti. Binyamin pianse per la distruzione del Mishkan Shilò, città nel territorio di Yosef.
Sia il Mishkan  di Yerushalaim, sia quello di Shilò erano Santuari pubblici. Simili a essi ci sono dei Santuari privati: che simboleggia quello che si trova nel cuore di ogni ebreo e che può, Dio non voglia, distruggersi  anch’esso.
Il Bet Hamikdàsh è il luogo dove dimora la Shechinà di Hashem. L’ebreo che adempie alle mitzvòt e che segue la strada della Torà attira su di sé la Shechinà di Hashem e in questo modo COSTRUISCE un “SANTUARIO PRIVATO” DENTRO il suo CUORE. Invece, un ebreo che non segue la strada della Torà e non adempie alle mitzvòt non permette alla Shechinà di dimorare in lui, quindi in questo modo manda in rovina il suo Bet Hamikdàsh privato.
La distruzione di un  Bet Hamikdàsh, “pubblico o privato” che sia, è una vicenda tristissima. Per questo Yosef, quando vide profeticamente che nel territorio di Binyamin saranno distrutti i due Santuari scoppiò in lacrime; proprio come Binyamin, quando vide che verrà distrutto il Mishkan, nel territorio di Yosef.
Quando vediamo il Santuario privato di un amico distruggersi, a causa dei suoi peccati, ciò è così triste che ci fa piangere. Piangiamo, perché condividiamo col nostro amico la sua tristezza, per la distruzione del suo Santuario privato.
È interessante notare che Yosef pianse per i Santuari che saranno distrutti nel territorio di Binyamin e non pianse per il Mishkan, che sarà distrutto nel suo territorio! Binyamin pianse per la distruzione del Mishkan nel territorio di Yosef, ma non pianse per i Santuari che saranno distrutti nel suo territorio! Perché nessuno dei due pianse per la distruzione del Santuario nel proprio territorio? Perché piansero l’uno per l’altro?
Una persona piange, vedendo il compagno peccare e distruggere la sua dimora per Hashem, mentre non piange quando lui stesso pecca e distrugge in lui il suo Santuario privato. Il pianto infatti non ha il potere di ricostruire di nuovo il Santuario! Invece di piangere si dovrebbe cominciare a ricostruire il Bet Hamikdàsh, per mezzo delle mitzvòt e delle buone azioni.
Ma quando vediamo la distruzione del Bet Hamikdàsh nel prossimo, piangiamo perché condividiamo con lui la tristezza per la distruzione del suo Santuario. Noi purtroppo non possiamo ricostruirlo sul momento, questo dipende solo da lui, cioè da ognuno di noi. Possiamo dare algli altri dei buoni consigli, ma la parte più importante del lavoro dipende da noi, dal nostro lavoro interiore. È solo grazie alla nostra forza di volontà che possiamo aggiustare le nostre azioni e ricostruire il nostro “piccolo/grande” Santuario interiore. Allora ci è permesso piangere per questo…
Iniziamo a costruire il nostro Santuario personale, facendo mitzvòt e opere buone, e certamente meriteremo di vedere il terzo Bet Hamikdàsh costruito in eterno. Amen.

La Parashà di Vayiggàsh tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Yehudà illustra a Yossèf la situazione del padre, per convincerlo di non farlo tornare a casa senza Binyamìm. Garante della vita di Binyamìm presso il padre, si offre a Yossèf come schiavo al posto del fratello.
Commosso dalle parole del fratello, Yossèf fà uscire tutti i presenti dalla stanza e si fà riconoscere dai fratelli. Egli chiede loro di non addolorarsi per ciò che gli avevano fatto, essendo stati semplicemente il mezzo per il compimento del proggetto divino. Yossèf chiede che il padre sia condotto in Egitto.
Il faraone invita la famiglia di Yossèf a trasferirsi in Egitto. Giunti a casa, raccontano l’accaduto al padre che, commosso, decide di partire per rivedere il figlio.
Durante il viaggio, Ya’akòv si ferma a Beèr Shèva, dove offre sacrifici a HaShèm. Visione notturna di Ya’akòv. HaShèm lo rassicura, promettendogli, la Sua protezione in Egitto. Inoltre Yossèf si prenderà cura di lui. Nomi dei figli di Ya’akòv e dei loro figli. Con i figli di Yossèf, i componenti della famiglia di Israèl in Egitto sono settanta.
Yossèf si reca personalmente a incontrare il padre in una scena commovente. Yossèf suggerisce alla famiglia di dire al faraone di essere pastori, per ottenere il permesso di stabilirsi nella regione di Gòshen.
Yossèf conduce cinque dei suoi fratelli al cospetto del faraone, i quali agffermano di essere pastori ed egli permette che si stabiliscano nel paese di Gòshen. Breve colloquio fra Ya’akòv e il faraone: Ya’akòv benedice Parò.
La carestia si aggrava e Yossèf raccoglie tutti gli averi del popolo, in denaro e bestiame, dando in cambio cibo a chi lo richiede. L’anno seguente Yossèf acquista per il faraone tutti i terreni d’Egitto, tranne quelli dei sacerdoti. Quindi ordina al popolo di seminare e sancisce una legge secondo la quale tutti dovranno dare al faraone un quinto del raccolto. Gli ebrei invece vivono a Gòshen dove acquisiscono grandi proprietà e si moltiplicano.

MIDRASHIM

Il Canto di Sérakh (Bereshìt 45,25-26)
Midràsh Bereshìt Rabbà 94; Sèfer Hayashàr
(a pagina 675 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Ya’akòv Parte per l’Egitto (Bereshìt 46,1-7)
Midràsh Bereshìt Rabbà 94; Sèfer Hayashàr
(a pagina 677 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

L’Eredità di Yossèf
(a pagina 749 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

VAYIGGASH 5771: COME VINCERE LA TRISTEZZA
Il comportamento di Yossèf verso i fratelli, la sua capacità di perdonare e far vincere l’amore sopra al rancore, diventa insegnamento per affrontare i momenti difficili, i problemi che incontriamo. La grande sensibilità che Yossèf dimostra verso il padre, la sua capacità di cogliere gli stati psicologici degli altri, ci guidano nel giusto comportamento, nel saper trovare l’equilibrio vincente nella vita! Non sono gli eventi a darci tristezza nella vita, ma il modo in cui noi li interpretiamo!

VAYIGGASH 5770: COME YOSSEF HA SISTEMATO LA SUA FAMIGLIA DISTRUTTA!
L’ìncontro e la pace riottenuta tra Yossèf e i suoi fratelli. La storia di Yossèf, nella rivelazione con i fratelli, presenta significati profondi sul percorso del pentimento, e grandi valori, molto attuali oggi, per “recuperare” l’unione della propria famiglia.

VAYIGGASH 5769: PIANGERE O NON PIANGERE?
L’esilio di Yossèf ci insegna l’importanza di utilizzare la condizione di esilio stessa come un utile stimolo per migliorare per cambiare per agire in modo propositivo. Come riconoscere in una condizione negativa gli aspetti positivi, individuando che tutto viene dall’Altissimo ad uno scopo.

VAYIGGASH 5768: DIASPORA NON E’ IL POSTO IDEALE PER VIVERE
L’esempio di Ya’akòv, felice di incontrare il figlio, ma addolorato per dover lasciare la propria terra. Anche se si hanno tutte le buone ragioni per andare in diaspora, comunque non deve essere una giustificazione e bisogna comunque essere addolorati di lasciare la propria terra. Si scopre qual è lo strumento per annullare l’esilio.

VAYIGGASH 5767: IL DOLORE DI LASCIARE ISRAELE
Ciascuno di noi si trova in un esilio spirituale e materiale. In ebraico, la parola “Egitto” significa anche “confine”, ma di fronte agli ostacoli, dobbiamo reagire sapendo che sono stati messi per renderci più forti. La storia di Yossèf e di suo padre Yaakòv ci porta grandi e profondi insegnamenti per riuscire a resistere nell’esilio.

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MIKKETZ e HANUCCÀ 5780: 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 28 Dicembre 2019, 30 del mese di Kislev 5780 leggeremo la Parashà di Mikkètz,  Rosh Chòdesh e Chanukkà

PARASHÀ
1° Sefer Gen 41: 1-44: 17
2° Sefer Num 28: 9-15
3° Sefer Num 7: 42-47

HAFTARÀ
Zacc. 2, 14-4, 7

LA TROTTOLA DI MASHIAKH

Sevivòn è un oggetto ludico tipico della festa di Khanukkà. Si tratta di una sorta di trottola a quattro facce: su ciascuna delle facce è impressa una lettera dell’alfabeto ebraico: Nun ;נ Ghimmel ג; Hey ה; Shin ש che, nella diaspora, ossia fuori da Israele, formano l’acronimo della frase “Nes Gadol Hayà Sham”: “Un grande miracolo accadde là” (נס גדול היה שם).

Da questo già si comprende come il Sevivòn sia un oggetto di grande importanza simbolica, intimamente legato al miracolo di Khanukkà e alla lotta del popolo d’Israele contro l’impero ellenistico e soprattutto contro l’ideologia greca, allora dominante nel mondo occidentale. Tuttavia, questa trottola, oltre al significato immediato, nasconde un profondo insegnamento valido anche oggi, per ogni singola persona e per tutta l’umanità.
Quindi, per comprendere meglio il significato SOD/SEGRETO di questa “trottola” dobbiamo far ricorso alla ghematria: tecnica che attraverso l’equivalenza numerica tra due o più parole o frasi, permette di comprendere anche i significati nascosti che le legano assieme.
La somma delle quattro lettere, incise nello Sevivòn, è di 358: NUN 50 + GHIMMEL 3 + HEY 5 + SHIN 300. Il numero 358 ha profondi significati, infatti è lo stesso della parola nakhàsh/serpente formata dalle lettere ebraiche Nun 50, Khet 8 e Shin 300.

Quale animale può rappresentare meglio la lotta tra il bene e il male se non l’”onnipresente” serpente che in qualche modo, fin dai tempi di Adamo ed Eva, tormenta l’umanità? Inoltre esso simboleggia proprio la situazione in cui il popolo ebraico si trovava ai tempi della dominazione greca.

“Quando i re greci regnavano in Siria, al crudele re Antiochus venne in mente di far abbandonare agli Ebrei la loro religione, la Torà e le Miztvòt. Alcuni Ebrei ebbero paura di disobbedire, non volevano morire, altri cercarono addirittura di ingraziarsi il re per ottenere regali e favori. Ma c’erano tanti Ebrei per i quali le ricchezze e il potere non avevano importanza, se il loro prezzo era abbandonare la Torà ed il loro modo di vivere che tramandavano dal tempo di Moshè.
Durante l’occupazione di Israele da parte dei greci, questi entrarono nel Tempio e contaminarono tutti gli olii che servivano per accendere la Menorà. Questa contaminazione fu voluta e sistematica, poiché i greci non erano contrari all’accensione della Menorà, ma la sua luce doveva provenire da un olio che avesse il tocco greco, il tocco di un pagano. I greci non avversavano i valori morali ed etici che la Torà racchiude, ma si opponevano all’osservanza dei precetti divini che distinguono il modo di vivere degli ebrei. La Menorà, accesa con olio puro e consacrato, è il simbolo palese del perpetuarsi del modo di vita ebraico e i greci erano decisi a cambiare tutto questo”.

Come è evidente la storia Il SERPENTE/MALE/NAKHASH e la dominazione greca hanno molti punti in comune. Tuttavia è solo questo l’insegnamento del Sevivòn? L’ebraismo non ci insegna forse che tutto viene da Hashèm e che le cose non possono essere così “semplici e lineari”? Quindi andiamo a “svelare” il secondo e fondamentale messaggio della “trottola di Khanukkà”.
La ghematria delle 4 lettere del Sevivòn e della parola Nakhàsh/Serpente, equivale ad un’altra parola dal significato opposto: MASHÌAKH che vale sempre 358.
Qui le cose si complicano… no? Come è possibile che il REDENTORE dell’umanità, Mashiàkh possa in qualche modo essere paragonato al simbolo del male, il serpente? Il proseguimento della storia di Khanukkà ci può essere di aiuto:

“La situazione peggiorava sempre più e ormai erano pochi gli Ebrei rimasti, la maggior parte erano fuggiti o erano stati uccisi. Un giorno, nel villaggio di Modiìn dove vivevano Matityahu, il sommo Sacerdote, con i suoi cinque figli, arrivarono i soldati del re che eressero un altare nella piazza del paese ed ordinarono alla gente di sacrificare degli idoli.
Furioso, Matityahu attaccò i soldati, li mise in fuga e proclamò l’inizio della rivolta. Sotto la guida dei Khashmonaim (Asmonei, nome della famiglia di Matityahu) si formò un piccolo ma coraggioso esercito di valorosi Ebrei decisi a difendere l’onore di Hashèm.
E Hashèm fece loro dei grandi miracoli: i pochi conquistarono i molti, i deboli sconfissero i forti, poiché essi erano forti nello spirito e combattevano per Hashèm e la Torà. Quando finalmente l’usurpatore fu cacciato, Gerusalemme fu riconquistata e il Santuario – Bet Hamikdàsh fu ripulito e risantificato. Khanukkà infatti significa inaugurazione.
Una volta liberato il Tempio, gli Asmonei insistettero nella ricerca di olio puro, che recasse intatto il sigillo del Sommo Sacerdote e furono premiati quando trovarono un’ampolla ancora incontaminata. Purtroppo l’olio che conteneva bastava a tenere accesi i lumi un giorno soltanto.
Ed ecco che avvenne il miracolo: l’olio durò gli altri sette giorni necessari per andare alla terra di Ashèr, preparare l’olio nuovo e portarlo fino a Gerusalemme”.

Quindi adesso tutto è più chiaro. No? Il Sevivòn simboleggia la rettificazione del “male”! Solo grazie a questa opera potrà avvenire la redenzione dell’umanità attraverso l’arrivo di Mashìakh. Tuttavia è importante capire di quale tipo di rettificazione si parla nella storia di Khanukkà. I greci in fondo non erano ostili all’ebraismo. O meglio ancora, non erano ostili alla cultura ebraica, alle sue conoscenze e ai suoi riti. I greci non avrebbero avuto problemi a vedere accesa la Menorà del Tempio con dell’olio, poiché non chiedevano al popolo ebraico di rinunciare allo studio della Torà e dei suoi riti e regole. Quello che i greci volevano distruggere era l’idea che Hashèm domina la materia. Ossia che i precetti di Hashèm prescindono dalla logica razionale della cultura greca. Per i greci l’olio era olio! Non capivano il fatto che servisse il sigillo del Cohen Gadol, Gran Sacerdote per rendere una boccetta d’olio, idonea e pura per l’accensione dei lumi della Menorà.

La verità dell’irrazionale

Quindi è questo il vero significato della storia dei lumi di Khanukkà. Il vittorioso popolo ebraico volle stabilire in maniera esemplare come i precetti di Hashèm, TUTTI, anche quelli più irrazionali secondo i parametri della logica umana, sono veri. Per questo accesero i lumi solo con l’unica boccetta d’olio pura rimasta dotata del sigillo. Incuranti del fatto che “razionalmente” poteva durare solo un giorno, mentre per fare del nuovo olio puro ne sarebbero serviti almeno otto!
Questo fu il grande miracolo di Khanukkà: la dimostrazione che Hashèm è onnipotente nei cieli e nella terra e che Lui domina e, allo stesso tempo, trascende qualsiasi logica materiale umana e terrena di questo mondo. Grazie alla loro fede il popolo ebraico venne premiato con questo evidente miracolo. Un miracolo che era allora, come adesso, una lezione esemplare di chi governa il mondo e di chi regna veramente su di esso.

Khanukkà un assaggio dell’era messianica
E il miracolo di Khanukkà dove la luce illumina il buio dell’esilio, del serpente, della razionalità e materialità greca, rappresenta un assaggio dell’era messianica, la quale presto arriverà nei nostri giorni. Questo concetto lo ritroviamo proprio nelle 4 lettere dello Sevivòn, “la trottola” di Khanukkà. Un altro acronimo formato con queste quattro lettere è la parola Gòshna (גשנה) che troviamo in Genesi 46, 28 proprio nella parashà subito dopo Khanukkà: “Mandò Giuda davanti a lui (Giacobbe) da Giuseppe, verso GOSHNA…”. Questo episodio si riferisce alla terra che è stata abitata dal popolo ebraico durante l’esilio egiziano. Nella Torà essa è definita come “la migliore terra d’Egitto”, la più fertile e ricca. Per Israèl ricchezza vuole dire anche abbondanza di spiritualità, ovvero nella terra impura dell’Egitto, troviamo una oasi di spiritualità che è la terra di Goshen. Non a caso fu proprio QUELLA TERRA donata a Sarà quando fu rapita dal faraone come compenso del disagio a lei causato, sicuro perché è una terra più compatibile con i valori spirituali e monoteistici di cui Sarà è pioniera.
Non a caso in questo contesto viene chiamata questa terra GOSHNA e non Goshen come di solito, come dice il Bal Itùrim per enfatizzare che il luogo dove si accende la luce nel buio dell’esilio è rappresentato dalle lettere GOSHNA che sono la dimensione dell’era messianica 358, quando culminerà la trasformazione del buio in luce.

Ma non solo! Questo versetto parla di come Giuda fu incaricato di stabilire in questa terra una Yeshivà, una scuola per lo studio della Torà. Questo per permettere ai figli di Israèl, anche durante l’esilio di non perdere il proprio legame con Hashèm che viene alimentato solo con lo studio della Torà. Ovvero di non perdersi e assimilarsi anche durante la tremenda schiavitù egiziana, mantenendo acceso “il lume” la luce della Torà.

Questo messaggio è oltremodo attuale. Anche noi ora nel nostro esilio dobbiamo sapere che la Torà e le mitzvòt sono la luce che ci consentirà di illuminare il buio dell’esilio, senza assimilarci, e permettere la rivelazione della redenzione messianica. Proprio come durante la dominazione Greca, nonostante il duro esilio e l’oppressione la luce della Menorà contribuisce, fino ai nostri giorni a indicarci la via su come possiamo e dobbiamo rettificare il Serpente anche durante il buio dell’esilio.

358 Arrivare All’assoluta Rettificazione
Questo è il profondo legame tra NAKHASH e MASHÌAKH, la rettificazione assoluta. Hashèm, ovviamente è il Re del mondo, che lo sappiamo o meno, Egli ricrea tutta l’esistenza in ogni secondo, Egli ha creato questo mondo dal nulla e lo ricrea in ogni istante. Senza la sua volontà di ricreare l’esistenza tutto “sparirebbe” per sempre, come se nulla fosse mai esistito. Tuttavia per noi essere umani questa presenza, il Suo regnare, non è evidente. O perlomeno dobbiamo sforzarci di percepire il suo Regno in molti frangenti delle nostre vite. Non lavorare di Shabbàt, ad esempio, nella convinzione che Dio, comunque, non farà mancare nulla a noi alla nostra famiglia. E oltretutto nella consapevolezza che così facendo rettifichiamo l’intero universo e agevoliamo l’arrivo dell’era Messianica per il bene nostro e di tutta l’umanità. Vi è qualcosa di più irrazionale? Proprio come sperare che una boccetta d’olio possa durare otto giorni invece che uno solo perché realizzando la volontà di Hashèm, siamo sicuri di un suo pronto e miracoloso aiuto.
Quanto sopra e il “segreto di Khanukkà” lo ritroviamo nella preghiera mattutina del rito ebraico. Quando durante la preghiera di Shakhrìt si recita: “Hashèm Mèlekh, Hashèm Malàkh, Hashèm yimlòkh”, ossia “Hashèm Regna, Hashèm ha regnato, Hashèm Regnerà”.
E non a caso il valore numerico di questa frase è proprio di 358 (יהוה מלך יהוה מלך. יהוה ימלך) come Serpente e Mashìakh. Questo brano della preghiera ci dice che quando arriverà Mashìakh, il Serpente verrà rettificato in maniera permanente attraverso la rivelazione che Hashèm non solo “Regna e ha regnato”, ma che Regnerà per sempre d’ora in poi.

Questo concetto lo vediamo alluso nella struttura stessa preghiera “Hashèm Regna, Hashèm ha regnato, Hashèm Regnerà”. I primi due brani “Hashèm Regna … ha regnato” sono tratti dai Salmi di David (10 e 50), mentre l’ultimo brano “Hashèm Regnerà per sempre” è tratto da Esodo dalla “Cantica del mare”, dopo che il Mar Rosso si è diviso momento in cui anche i bambini si sono elevati a profeti e hanno visto il Divino con i loro occhi materiali, proprio come nell’era messianica che l’occhio materiale vedrà l’infinito. Allora la materia rifletterà la sua divina che è in essa, perché sarà completamente rettificato il mondo, e il buio illuminerà più della luce stessa: la luce che viene dalla trasformazione del buio è molto più forte della luce stessa.
L’apertura del Mar Rosso simboleggia l’inizio di questo processo che terminerà con l’arrivo di Mashìakh e il rivelarsi della sovranità di Hashèm come Re Eterno.

Khanukkà è un assaggio dell’era messianica, dove il buio ellenistico ha rivelato una luce infinita di miracolo come nell’era messianica.
Ogni volta che accendiamo i lumi di Khanukkà noi riportiamo nel mondo e nelle nostre case questa luce di trasformazione del buio in luce, e in particolare quando facciamo girare il Sevivòn vicino alle candele con le 4 lettere che manifestano la dimensione imminente messianica 358, che si rivelerà presto nei nostri giorni, amen.

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MIKETZ:
SOGNI: DUE FACCE OPPOSTE DELLA STESSA MONETA

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

MIKKETZ 5771 – SOGNI: DUE FACCE OPPOSTE DELLA STESSA MONETA

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per il video:


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Per ascoltare le altre 6 lezioni sulla parashà:

MIKKETZ e HANUCCÀ 5780: 5 LEZIONI


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La Parashà di Mikkètz tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Due anni dopo che il capo del coppiere viene liberato dalla prigione, il faraone fa due sogni, di cui nessuno riesce a interpretare il messaggio.
Il coppiere si ricorda di Yossèf che, chiamato dalla prigione, riesce ad interpretare i sogni del faraone. Secondo Yossèf, sette anni di abbondanza saranno seguiti da sette anni di carestia che consumeranno la ricchezza dei primi. Yossèf, dunque, consiglia di nominare nel paese dei responsabili che conservino il raccolto degli anni abbondanti. Yossèf all’età di trent’anni viene nominato viceré dal faraone. Matrimonio tra Yossèf e Ossenàt; nascono due figli: Menashè ed Efràim. Gli anni d’abbondanza portano benessere e Yossèf immagazzina quantità innumerevoli di grano, ma gli anni di carestia sono molto duri; giungono persone da tutto il mondo in Egitto per acquistare il cibo delle riserve.
Ya’akòv manda i figli in Egitto a comprare il grano, tenendo a casa solo Binjamìn. Yossèf li riconosce, ma essi no; parla loro con durezza accusandoli di essere delle spie. Per ottenere il permesso di tornare in patria devono garantire di portare con sé il fratello minore nel successivo viaggio. I fratelli ricordano la vendita di Yossèf e se ne pentono. Yossèf lascia andare tutti tranne Shim’òn, dando loro cibo e rimettendo nei loro sacchi il denaro portato per acquistare il grano.
La carestia costringe i fratelli di Yossèf a tornare in Egitto. Solo dopo una lunga discussione con i figli e con la garanzia di Yehudà, Ya’akòv acconsente a lasciar partire Binjamìn. I fratelli si presentano a Yossèf per restituirgli il denaro ritrovato nei loro sacchi. Yossèf lo rifiuta, dicendo che si tratta di un dono di HaShèm. Yossèf si commuove alla vista di Binjamìn. I fratelli si fermano per un banchetto, dove Binjamìn gode di un trattamento di favore. Il sacco di ogni fratello viene riempito di cibo e sul fondo viene rimesso il denaro portato per comprare provviste. Per ordine dello stesso Yossèf, nel sacco di Binjamìn viene messa la particolare coppa. I fratelli vengono accusati di furto e Yossèf stabilisce che il proprietario del sacco in cui sarà ritrovata la coppa sarà fatto schiavo. La coppa è nella sacca di Binjamìn. Ritornati tutti da Yossèf, si prostrano a lui e si offrono come schiavi al posto del fratello minore. Yossèf, però, ripete che solo chi è stato trovato in possesso della coppa sarà punito.

MIDRASHIM

Tra Potere Terreno e Progetto Divino (Bereshìt 41,39-44)
Midràsh Haggadòl 50 e Bereshìt Rabbà 90
(a pagina 671 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Sette Anni di Abbondanza, Sette Anni di Carestia (Bereshìt 41,47-49)
Bereshìt Rabbà 90; Midràsh Haggadòl 41; Midràsh Haggadà 41
(a pagina 673 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

Tra un Sogno e l’Altro
(a pagina 742 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

L’Illusione dell’Esilio
(a pagina 746 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Di Madre in Figlio
(a pagina 747 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

MIKKETZ 5772: REUVEN E I FRATELLI: PROCESSO DI COLPE?
Solo Reuvèn inizia il vero significato del pentimento che è valido solo se non è causato da un fattore esterno, bensì dal libero arbitrio, e se viene fatto in maniera convinta senza giustificazioni.

MIKKETZ 5771 – SOGNI: DUE FACCE OPPOSTE DELLA STESSA MONETA
Il sogno è condizionato spesso dalla vita quotidiana e non necessariamente ha un valore reale. Il Talmud nel trattato Berachot dice: “Cosa significa un sogno?”. Il Talmud riporta che i sogni non hanno un riflesso reale nella vita, ne sono spesso una distorsione, ma al contempo certi sogni possono essere un messaggio dal Cielo e avere importanti conseguenze. Dalla vicenda di Yossèf, attraverso gli insegnamenti chassidici, viene approfondita l’ambivalenza dei sogni, arrivando a riconoscerne il lato negativo e quello positivo, l’analogia con l’esilio, con il mondo, e il significato del Tikkun.

MIKKETZ 5770 – SOSTANZA CONTRO BELLEZZA
I dettagli dei sogni di Yossèf. Un percorso ricco di insegnamenti talmudici e halachici, che ci portano ad analizzare il criterio delle priorità nella Torà e nella nostra vita: l’importanza dell’essenza profonda, della sostanza. La prevalenza della consistenza sulla superficialità e la bellezza. Anche i greci come gli egizi davano precedenza alla superficialita esteriore piuttosto che all’essenza, esattamente l’opposto rispetto all’ordine di priorita della Torah. Il valore di khanukkà, come vittoria della spiritualità sul materialismo.

MIKKETZ 5766 – IL MIRACOLO DI KHANUKKA
La grandezza di Yossèf sta nella comprensione che dietro i sogni si nasconde un messaggio da D-o, per poter salvare tutto il mondo! Infatti solo l’Egitto aveva il nutrimento sufficiente per salvare il mondo. Il faraone era così importante, a tal punto che i suoi sogni impattavano su tutto il mondo. I consigli di Yossèf sono il completamento stesso dei sogni. Il rapporto tra il miracolo di Khanukkà e il fare le mitzvot. L’unicità del popolo ebraico. Il legame tra Mikketz e khanukkà, il significato dei lumi e il miracolo di D-o. Il rapporto con D-o è come uno specchio, all’impegno divino per noi, dobbiamo rispondere con saper dare sempre il massimo per Lui!

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VAYESHEV e CHANUKÀ 5780 : 7 LEZIONI

Questo Shabbàt 21 Dicembre 2019, 23 del mese di Kislèv 5780 leggeremo la Parashà di Vayèshev Gen. 37,1-40,23.

Si legge l’Haftarà di Amòs 2,6 3,8

VIDEO ESPLOSIVO SU CHANUKÀ

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post dell’anno scorso su Vayèshev IMPERDIBILE:
IL BUONGIORNO CHE HA SALVATO L’UMANITA’

articolo dell'anno scorso su VAYESHEV IMPERDIBILE:IL BUONGIORNO CHE HA SALVATO…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Venerdì 30 novembre 2018

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה
In memoria di Yaakov ben Shelomo

IL VOLTO DI ADAMO

Previsione Meteorologica Indiana
Era autunno e gli indiani di una remota riserva chiesero al loro nuovo capo se l’inverno sarebbe stato freddo o mite. Dato che era un capo indiano in una società moderna non gli erano mai stati tramandati gli antichi segreti su come interpretare le nuvole e i venti. Pertanto, quando guardava il cielo non poteva dire quale sarebbe stato il tempo. Tuttavia, per essere al sicuro, rispose alla sua tribù che l’inverno sarebbe stato davvero freddo e che i membri del villaggio dovevano raccogliere legna per essere pronti ad affrontare il terribile inverno.
Ma essendo anche un leader pratico, dopo diversi giorni ebbe un’idea. Andò alla cabina telefonica, chiamò il Servizio Nazionale Metereologico e chiese: “Il prossimo inverno sarà freddo?”.
“Sembra che questo inverno sarà piuttosto freddo”, risponde un esperto del servizio meteorologico. Quindi il Capo tornò dal suo popolo e disse loro di raccogliere ancora più legna per essere preparati.
Una settimana dopo, chiamò di nuovo il Servizio Nazionale Meteorologico “sarà un inverno molto freddo?”.
“Sì”, risposero “Sarà sicuramente un inverno molto freddo”. Il capo tornò di nuovo dal suo popolo e ordinò loro di raccogliere ogni pezzo di legno che riuscivano a trovare.
Due settimane dopo, chiamò di nuovo il Servizio Nazionale Metereologico. “Assolutamente sicuri che l’inverno sarà molto, ma molto freddo?”
“Assolutamente” risposero “sarà uno degli inverni più freddi di sempre”.
“Ma come potete esserne così sicuro?” chiese il capo. Un esperto del Servizio Nazionale Meteorologico gli rispose: “Gli indiani stanno raccogliendo legna come dei forsennati…”

Il Dramma Di Yossèf (Giuseppe)
La parte di questa settimana (Vayèshev) racconta la drammatica storia di Yossèf, un giovane estremamente bello, che attira la lussuriosa immaginazione della moglie del suo padrone. Lei cerca disperatamente di coinvolgerlo in una relazione, ma lui la rifiuta fermamente. Poi venne il fatidico giorno, “Quando entrò in casa per fare il suo lavoro e nessuno dei servi era in casa. Lei lo afferrò per il mantello e supplicò: “Giaci con me!” Yossèf corse via da lei, lasciandole il suo mantello in mano e fuggì fuori” (Genesi 39, 11-129).
Umiliata e furiosa, usò il mantello come prova che era stato lui a tentare di violarla. Pertanto suo marito, Potifàr, mise in prigione Yossèf. In quel luogo lui trascorse i successivi 12 anni della sua vita fino a quando, per una sorprendente serie di “miracolosi” eventi, fu nominato nientemeno che il VICERÉ oppure con un termine moderno: Primo Ministro dell’Egitto.

Qual È Il Punto?
Perché questo episodio è riportato in dettaglio nella Torà? La Torà, infatti non è un libro di storia o una biografia, almeno in senso letterale. La Torà omette la maggior parte degli eventi dei suoi protagonisti, tranne quelli che sono essenziali per trasmettere insegnamenti specifici al lettore. E anche quando racconta una storia, omette molti dettagli quando non sono rilevanti per un grande insegnamento. Ad esempio, quando Abramo è stato coinvolto in una guerra tra nove re, la Torà non spiega cosa ha causato esattamente la ribellione dei cinque re, contro gli altri quattro. Oppure, cosa disse Isacco a Rebecca quando scoprì che Giacobbe aveva preso le benedizioni al suo posto? Ecc.
In sostanza, in moltissimi episodi importanti, la Torà omette dettagli che potrebbero essere estremamente rilevanti e preziosi sotto molteplici punti di vista: storici, sociali, filosofici. Quindi perché, in questi versetti della vicenda di Yossèf, la Torà si sofferma su questo episodio scabroso apparentemente insignificante rispetto agli esempi citati sopra?
Questo è ancora più strano se riflettiamo sull’obiettivo di queste porzioni della Torà, ossia quello di mettere in relazione il modo in cui Israèl è finito in Egitto. Pertanto, leggiamo della vendita di Yossèf come schiavo in Egitto, della sua pena detentiva e del suo incontro con i ministri del faraone, della sua liberazione dalla prigione e della sua designazione come viceré del paese in un momento critico di carestia. Carestia che è il motivo fondamentale per cui il padre di Yossèf e la sua intera famiglia si trasferiscono in Egitto. Fatti che originano il conseguente esilio egiziano e che porteranno, quindi, fino all’esodo e al Dono della Torà sul monte Sinày.
Pertanto, e ancora di più, sorge la domanda sul perché la Torà ha ritenuto necessario mettere in relazione la storia della “lotta” di Yossèf con la moglie del suo padrone? Perché è importante per noi conoscere dettagliatamente l’episodio che ha causato la sua prigionia?

Il Volto Di Giacobbe
Il Midràsh spiega il significato della frase che Yossèf “entrò in casa per fare il suo lavoro e nessuno dei servi era in casa”. Che tipo di lavoro doveva fare Yossèf?
Il Midràsh risponde che il “lavoro” di Yossèf era quello di cedere ai desideri della moglie del suo padrone. Infatti, dopo tutte le incessanti insistenze e le minacce di lei alla fine Yossèf cedette. Tuttavia, mentre l’unione sessuale tra loro stava per compiersi, all’improvviso, gli apparve il volto di suo padre Giacobbe. Questa visione fece sì che Yossèf trovasse la forza di respingere il suo potente impulso. Quindi, lasciò la sua veste in mano di lei e fuggì via.
Ma cosa poteva esserci nel volto di Giacobbe da far trovare a Yossèf la forza di negare il soddisfacimento di una tale tentazione?

Lo Schiavo Solitario
Per trovare una risposta riflettiamo più da vicino sulle condizioni psicologiche e fisiche di Yossèf durante quel fatidico giorno in cui la moglie del suo padrone lo ha quasi intrappolato in una relazione illecita.
Yossèf divenne uno schiavo all’età di 17 anni in un paese straniero. Non possedeva nemmeno il suo corpo: il suo padrone esercitava il pieno controllo della sua vita, come il destino di tutti gli schiavi antichi e moderni. Yossèf non aveva un solo amico o parente al mondo. Sua madre morì quando aveva nove anni e suo padre credeva che fosse morto. I suoi fratelli sono quelli che lo hanno venduto come schiavo e che lo hanno derubato della sua giovinezza e della sua libertà. Si può solo immaginare il profondo senso di solitudine che pervadeva il cuore di questo ragazzo.
Questo è il contesto che ci serve a comprendere la lotta di Yossèf. Una persona in tale isolamento è naturalmente travolta da tentazioni di tutti i tipi, estremamente potenti, ed è anche probabile che creda che una sua singola azione faccia poca differenza nello schema finale delle cose. Dopotutto, cosa aveva da perdere Yossèf se avesse ceduto alle richieste di quella donna? Nessuno avrebbe mai potuto scoprire cosa fosse successo tra i due. Inoltre, Yossèf non doveva tornare a casa la sera per affrontare un coniuge o un padre spirituale, né doveva tornare in una famiglia o in una comunità di elevato rango morale. Questo atto non avrebbe danneggiato le sue prospettive di un buon matrimonio, né lo avrebbe fatto espellere da una yeshivà… Sarebbe rimasto dopo quell’evento, proprio come era prima di esso! Quindi, qual è il grosso problema di impegnarsi in una relazione di quel tipo…?
Oltretutto, dobbiamo prendere in considerazione il potere posseduto da quella nobildonna egiziana: era nella posizione di poter trasformare la vita di Yossèf in un paradiso o in un inferno vivente.
Inoltre, questa storia ha avuto luogo prima del Dono della Torà, quando l’adulterio divenne proibito anche sotto minaccia di morte. Nel tempo di Giuseppe, invece, si potrebbe addirittura sostenere che, alla luce delle minaccia rappresentata dalla moglie del suo padrone, sarebbe stato ammissibile, forse persino obbligatorio, per la legge ebraica allora vigente (halakhà) impegnarsi in quella unione!

Quale era, allora, il segreto dietro la rettitudine morale di Yossèf? Cosa ha permesso a uno schiavo solitario e fragile di respingere una tentazione così straordinaria?
“Il volto di suo padre Giacobbe”! Questo è ciò che ha dato a Yossèf la straordinaria forza d’animo di vincere il suo impulso e di respingere con enfasi il richiamo della nobildonna. Ma perché? Giacobbe viveva a molti km di distanza, ignaro del fatto che suo figlio fosse vivo. Qual era la magia che stava nella sua fisionomia?

L’attimo Di Adamo
Il Talmud presenta una tradizione secondo cui la bellezza di Giacobbe rifletteva la bellezza di Adamo, il primo essere umano formato Hashèm. Pertanto, quando Yossèf vide il volto di Giacobbe, stava vedendo anche il volto di Adamo.
Adamo, lo sappiamo, è stato incaricato da Dio di non mangiare dal frutto dell’ “albero della conoscenza”. La sua disobbedienza a questa direttiva ha cambiato per sempre il corso della storia umana e mondiale. Sebbene abbia fatto qualcosa di apparentemente insignificante, semplicemente mangiando un solo frutto da un singolo albero, questo “minuscolo” atto vibra ancora attraverso la coscienza dell’umanità fino ad oggi.
Come mai? Perché ogni singolo essere umano fa parte del modo in cui cielo e terra sono intrecciati. Il sogno di Dio non è di essere solo, ma di avere l’umanità come partner nel continuo compito di rettificare il mondo. Qualunque cosa facciamo, avanziamo o ostacoliamo la redenzione; riduciamo o potenziamo il potere del male. Qualcosa di eterno e divino è in gioco in ogni decisione, ogni parola, ogni azione compiuta da ogni singolo uomo, donna o bambino (Talmud, Sanhedrìn 37a e Tanya capitolo 41).
Quando Yossèf vide il volto di (Giacobbe che rifletteva il volto di) Adamo, reclamò una dignità interiore irremovibile; si ricordò che Yossèf è una candela di Dio illuminata nella via cosmica. Vedere il volto di Adamo ha ricordato a Yossèf come un singolo atto, eseguito in un solo momento da un solo uomo, ha un effetto eterno, cambiando la storia per sempre.
Questa è la ragione per cui la Torà descrive così in dettaglio questo dramma di Yossèf. Durante i nostri solitari momenti di miseria, quando anche noi possiamo sentire che nessuno si prende cura di noi e siamo soli in un grande universo indifferente, non dovremmo mai cadere in preda al facile sfogo della gratificazione immorale.
Dobbiamo ricordarci che è in gioco qualcosa di molto reale e assoluto in ogni momento della nostra esistenza e in ogni atto che facciamo.
Potremmo, addirittura arrivare a vedere le nostre azioni individuali compiute nella vita privata come insignificanti. Tuttavia, ci insegna la Torà, che queste decisioni “creano” la storia.
Se solo aprendo gli occhi potessimo vedere il volto di nostro Padre che ci sussurra, attraverso i quieti venti della storia, che non siamo delle creature isolate in un mondo opprimente e gigantesco, in cui il nostro comportamento è insignificante.

Anche adesso, in questo preciso momento, Dio ha bisogno di noi, di me e te per portare la redenzione nel Suo mondo grazie all’avvento del Mashiàkh, presto ai nostri giorni, Amen.

(Basato su un discorso del mio maestro e mentore il Rebbe di Lubàvitch, dato il 19 di Kislev 5721, 8 dicembre 1960, e su uno scritto di Y.Y. Jacobson)

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COME SI PUO ESSERE FELICI IN PRIGIONE!

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VAYESHEV 5769 – COME SI PUO ESSERE FELICI IN PRIGIONE!

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La Parashà di Vayèshev tratta in sintesi i seguenti argomenti:
Gelosia dei fratelli nei confronti di Yossèf, accentuata dalla tunica variopinta regalatagli da Ya’akòv e dai suoi sogni. Yossèf sogna di legare covoni coi fratelli e che il suo covone si erge al di sopra di quelli dei fratelli che si inchinano al suo; sogna anche che il sole, la luna e le undici stelle si prostrano a lui.
Su richiesta del padre, Yossèf raggiunge i fratelli al pascolo. Essi gli tendono una trappola per ucciderlo. Reuvèn, li invita a gettarlo in un pozzo, senza aggredirlo direttamente, con l’intenzione di tornare dopo per salvarlo. Al passaggio di alcuni mercanti ismaeliti, i fratelli decidono di venderlo, quindi portano a Ya’akòv la tunica di Yossèf, intinta nel sangue di un capretto perchè creda che il figlio sia stato divorato da un animale feroce. Grande dolore di Ya’akòv.
Yehudà e Tamàr. Dopo aver lasciato la casa paterna Yehudà si sposa e ha tre figli. Il primo, Er, sposa Tamàr e muore. Il secondo, Onàn, sposa la vedova del fratello e muore. Yehudà indugia a far compiere il levirato al terzo figlio, Shelà; Tamàr vedendo con la profezia che i re di Israele discenderanno dall’unione tra lei e Yehudà, interviene mascherandosi per unirsi a lui. Dall’unione nascono due gemelli, Pèrez e Zèrakh: il primo sarà progenitore di Davìd e Mashìakh.
Yossèf viene condotto in Egitto dove lo acquista Potifàr, ministro del faraone. Tutto ciò di cui Yossèf si occupava era benedetto e coronato dal successo. La moglie di Potifàr si invaghisce di lui e cerca di sedurlo. Rifiutata, la donna accusa Yossèf di aver tentato di possederla ed egli viene imprigionato.
Yossèf, ritrovatosi in prigione con il coppiere e il panettiere del faraone, interpreta i loro sogni: il panettiere sarà messo a morte, mentre il coppiere tornerà alla sua posizione.
Così infatti avviene. Yossèf chiede al coppiere di ricordarsi di lui quando tornerà al suo lavoro, ma questi se ne dimenticherà.

MIDRASHIM

Il Peso della Predilezione (Bereshìt 37,3)
Midràsh Bereshìt Rabbà 84
(a pagina 665 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Yehudà e Tamàr (Bereshìt 38,11-19)
Midràsh Bereshìt Rabbà 85,2
(a pagina 667 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

Fra Stelle e Covoni
(a pagina 736 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Legando Covoni
(a pagina 740 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Lottare o Convivere
(a pagina 741 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

VAYESHEV 5772: COME VINCERE IL BUIO
La visione terrestre della vendita di Yossèf è ben diversa dalla visione Divina. Due tipi di riscatto e due letture opposte dello stesso evento.

VAYESHEV 5771: YEHUDA E TAMAR UN MATRIMONIO ETERNO TRA HASHEM E ISRAEL
La Chassidut ha portato nel mondo luce e vitalità, per fare rivivere quanto è già presente, senza aggiungere nulla di nuovo! L’arrivo del Baal Shem Tov ha rivoluzionato il mondo ebraico e il rapporto con il divino. Il numero otto rappresenta una dimensione infinita e superiore alla natura, coincide con l’era messianica, come gli otto giorni di khanukkà. Un percorso unico e ricco di approfondimenti chassidici che ci porta a scoprire il legame profondo e mistico tra questa Parashà e la festa di Khanukkà.

VAYESHEV 5770: ESISTE CON HASHEM UN RAPPORTO NEUTRALE?
Il pozzo di Yossèf, vuoto ma pieno di serpenti e scorpioni, è paragonabile al cervello di una persona che, senza parole di Torà, si riempe di cose negative, chi si stacca da D-o entra nell’idolatria. Da questo insegnamento si può comprendere il parallelismo con l’educazione del figlio, se essa manca quest’ultimo non crescerà neutrale. Lo studio della Torà, che è di natura trascendentale, richiede l’annullamento. L’umiltà è la base dello studio.

VAYESHEV 5769: COME SI PUO ESSERE FELICI IN PRIGIONE!
Khanukkà e Purim feste simili ma al contempo molto diverse. Una spirituale, l’altra materiale, miztvòt diverse, collegate alle origini stesse trascendentali delle due festività. La prigionia di Yossèf assume un grande valore, non tornando a casa, dimostrando come nella vita tutto viene dall’Altissimo. Ogni fatto della vita ha un significato. Yossèf non cede alla tristezza, resta positiva, la felicità è in ogni momento una nostra scelta. Essere positivi porta bene a noi e al mondo intero! Solo con la positività si può innalzare questo mondo!

VAYESHEV 5767: DUE TIPI DI SUCCESSO SOVRANNATURALE
Un padre deve comportarsi sempre in maniera equilibrata verso i figli. Pur di dimostrare il valore e il rispetto dei genitori, un figlio può mettere in pericolo la propria vita, proprio come Yossèf. L’assenza della Torà nella nostra vita porta il male. Da questi esempi emergono approfondimenti etici e morali.

VAYESHEV 5766 – LE LUCI DI KHANUKKA
La spiritualità insita nella festa di Khanukkà, segna la vittoria ebraica dell’anima sulla materia. Il legame con la storia di Tamar, attraverso gli insegnamenti della chassidut, ci portano ad approfondire il messaggio di Khanukà, la forza di illuminare e trasformare il buio in luce. Niente può ostacolare la luce di Khanukkà.

Pubblicato in Parashot, Vayehsev | Lascia un commento

VAYISHLAKH 5780: 6 LEZIONI PRECEDENTI

Questo Shabbàt 14 Dicembre 2019, 16 del mese di Kislèv 5780 leggeremo la Parashà di Vayishlàkh Gen. 32,4-36,43.
Si legge l’Haftarà di Obadià 1, 1-21

(lezione di 21 nov. 2018 su Vayishlàkh 36mn)

Nuova lezione bomba 12/12/19 di questa settimana

VAYISHLAKH 8°: GRANDI INSEGNAMENTI DI VITA
Valutiamo Sempre le Importanti Decisioni Senza Ego

youtube: https://youtu.be/ibfyVnefF1A

nuova lezione bomba 12/12/19 di questa settimanaVAYISHLAKH 8°: GRANDI INSEGNAMENTI DI VITAValutiamo Sempre le…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Venerdì 13 dicembre 2019

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SCACCO MATTO IN TRE MOSSE

Due prospettive
Sherlock Holmes e il dr. Watson vanno in campeggio insieme, montano una tenda pronti per godersi un tranquillo riposo vicino al fuoco. Nel cuore della notte, Sherlock si gira verso il dr. Watson e dice: “Allora, cosa stai pensando adesso?”
Watson risponde: “Sherlock! È fantastico. Sto guardando le stelle celesti che si librano sopra di noi, sono sopraffatto dallo splendore romantico della notte, avvolto da questa vista pittoresca. E tu, invece a cosa stai pensando”? chiede Watson.
“Che qualcuno ha rubato la nostra tenda”, risponde Sherlock.

Doni, Preghiera E Guerra
Dopo trentaquattro anni di separazione dai suoi genitori, Giacobbe lascia Lavan, assieme a tutta la sua famiglia, per tornare a casa sua, in Terra di Israele. Ancora in viaggio apprende che suo fratello Esaù sta avanzando verso di lui con un imponente esercito, determinato a ucciderlo.
I nostri saggi osservano da questo episodio della Torà (Vayishlàkh), come Giacobbe prepara il confronto con Esaù attraverso una triplice strategia: “doni, preghiera e guerra”. Quindi, Giacobbe come prima cosa invia doni sontuosi a Esaù nella speranza di placare la sua ira: capre, pecore, cammelli, mucche, tori e asini. Successivamente, inizia una sincera e fervente preghiera, sottomettendo la sua sorte e quella della sua famiglia alla compassione di Dio. Solo alla fine, Giacobbe prepara se stesso e la sua famiglia a una vera e propria guerra con Esaù.

La Battaglia Quotidiana
Le storie nella Torà non sono solo eventi accaduti a un certo punto della storia, che coinvolgono personaggi particolari. Sono anche riflessi di episodi spirituali ed emotivi che possono verificarsi continuamente in ogni cuore umano.
L’uomo è una dualità intrinseca, poiché è allo stesso tempo un “mucchio di polvere” e una “visione di Dio”. I fratelli gemelli, Giacobbe ed Esaù, incarnano queste forze antitetiche all’interno della stessa personalità di ogni essere umano: Esaù incarna la nostra identità egoista, egocentrica e animalesca; mentre Giacobbe personifica la nostra anima trascendente, spirituale e idealista.
L’inimicizia e la rivalità tra i fratelli riflettono la tensione e la lotta tra queste due forze nelle nostre vite: la lotta tra il nostro ego e la nostra umiltà, tra le nostre voglie egoistiche e le nostre nobili aspirazioni, tra le nostre impulsive lussurie e le nostre brame altruistiche.
Nessuno di noi è esente da questo confronto quotidiano con “Esaù”. Siamo costantemente sopraffatti da stati d’animo egoistici e appetiti immorali. Queste incessanti richieste della nostra coscienza egoista e bestiale rappresentano una continua minaccia mortale per il nostro “Giacobbe” interiore. In che modo possiamo affrontare queste potenti forze, che apparentemente sono molto più potenti delle forze sante dentro di noi? Utilizzando la vincente strategia in tre fasi di Giacobbe: doni, preghiera e guerra!

Onorare Il Tuo Animale
Prima di tutto, dobbiamo concedere al “nostro” Esaù alcune risorse fondamentali. Dobbiamo riconoscere la coscienza animale che vive in noi e onorare la presenza dei suoi essenziali e legittimi bisogni: mangiare, dormire, fare esercizio fisico, guadagnarci da vivere e impegnarci in una relazione continua con il mondo fisico che ci circonda. L’anima animale merita di ricevere da noi un sontuoso omaggio quotidiano che include il nostro tempo, energia e risorse.
Tuttavia, come possiamo assicurarci di non esagerare? Come possiamo garantire che i nostri tributi quotidiani all’identità animale dentro di noi non la mettano al centro della nostra vita, soppiantando l’anima spirituale come il vero nucleo della nostra identità? Per evitare questo rischio, Giacobbe deve impegnarsi nella preghiera: “Salvami”, grida Giacobbe a Dio, mentre Esaù si sta avvicinando, “dalla mano di mio fratello, dalla mano di Esaù. Ho paura di lui, perché potrebbe venire e colpirmi”.
Non sarebbe necessario temere l’influenza di Esaù se fossimo distaccati dalla realtà di Esaù, se dovessimo vivere come asceti spirituali. Eppure l’ebraismo esige che Esaù diventi il nostro “fratello”; ossia che impieghiamo i nostri bisogni corporei e animali nel lavoro che dobbiamo svolgere nel mondo fisico che ci circonda. In queste condizioni, l’unico modo in cui possiamo assicurarci che Esaù non domini e controlli la nostra vita è attraverso la preghiera.

Il Dono Della Preghiera
Che cos’è la preghiera? Proprio come c’è un tempo per coinvolgere l’anima animale e rendere omaggio ai suoi bisogni e desideri, ogni giorno c’è un momento in cui lasciamo andare la nostra identità fisica ed entriamo nell’oasi trascendente della nostra anima. Questi è il momento in cui mettiamo a dormire l’ego e scopriamo il nostro amore interiore e la nostra spiritualità. Tutto il giorno, pensiamo alle nostre “tende”, dimore; mentre solo durante la preghiera ci concentriamo sulle stelle, sullo splendore e sul significato dell’esistenza. Abbiamo mai provato veramente il potere della preghiera su di noi? Purtroppo, è sempre più difficile trovare delle vere “oasi spirituali” dove trovare la giusta concentrazione e intenzione, nel nostro mondo freneticamente materialista. È un peccato, perché mancando dell’esperienza quotidiana della preghiera autentica diventiamo inevitabilmente vulnerabili all’attacco di Esaù.
Ad esempio, quando già al mattino presto non preghiamo, meditiamo e non colleghiamo con Hashèm le nostre anime, spesso ci manca il coraggio e la visione per controllare i nostri desideri fin dall’inizio della giornata: ad esempio, un’eccessiva dipendenza dal cibo; oppure al lavoro potremmo non avere la forza di condurre i nostri affari onestamente ecc. La preghiera assicura che il tributo che presentiamo alla nostra anima animale non ci esaurisca completamente, non ci porti via tutto di noi, il nostro vero “sé”.

Ultima Spiaggia
Tuttavia, tutto quanto sopra non è sufficiente. Giacobbe deve anche prepararsi alla guerra. Alcuni degli impulsi e delle passioni della nostra anima animale non possono essere affrontati solo attraverso la preghiera. Dobbiamo dichiarare guerra contro di esso come dice il Talmùd Berakhòt 5a: l’istinto animalesco deve essere educato con severità, perché se lasciato libero rischia di prendere il comando della vita e fare cadere la persona molto in basso.
A volte durante il giorno o la notte, siamo sopraffatti da un forte, animalesco bisogno di Esaù che brucia nei nostri cuori come una fornace. In quel momento c’è solo una cosa da fare: dobbiamo dare un “pugno in faccia” al nostro impulso animalesco e andare avanti con la nostra vita. La guerra è una cosa cattiva, ma a volte è la nostra unica speranza di sopravvivere all’assalto di un demone che è determinato ad ucciderci.

Una storia
Uno dei grandi maestri chassidici, Reb Simkha Bunam di Psheskha, una volta osservò che la vera definizione di un uomo spirituale è colui che immagina sempre di avere la testa sdraiata in una ghigliottina, il suo Yètzer Harà (cattiva inclinazione) che si libra sopra di esso, pronto a tagliare la sua testa in un momento.
“Ma Rebbe”, chiese uno dei Chassidim, “e se uno non avesse quella sensazione?”
“In quel caso”, rispose il Rebbe, “vuol dire che la sua testa è già stata tagliata via.”

Basato sugli scritti del Rebbe Shneur Zalman di Liadi che questo mercoledì si festeggia il capodanno della rivelazione della Chassidut il 19 di Kislev.

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QUANDO L’AMORE DIVENTA ODIO!

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

VAYISHLAKH 5770 – QUANDO L’AMORE DIVENTA ODIO!

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VAYISHLAKH 5780: 6 LEZIONI PRECEDENTI


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La mistica della preghiera – Due tipi di SATANA

La lezione è divisa in 3 argomenti.

1. un concetto cabalistico legato al valore numerico di Yosef 156 e perché proprio lui è l’antitesi del malvagio Esav.

2. il significato interiore della preghiera che è l’unione con l’infinito.

3. i due tipi di Satana: il nemico dichiarato e quello ipocrita che si finge un amico; questo è il più pericoloso.

sul seguente link:

oppure:

(lezione di ieri sera 21 nov. 2018 su Vayishlàkh 36mn)La mistica della preghiera – Due tipi di SATANALa lezione è…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 22 novembre 2018

La Parashà di Vayishlàkh tratta in sintesi i seguenti argomenti:
Ya’akòv invia messaggeri a Essàv con parole di pace. I messaggeri tornano e raccontano a Ya’akòv che il fratello è in arrivo con quattrocento uomini armati. Ya’akòv, impaurito divide il suo accampamento in due e prega HaShèm di aiutarlo. Ya’akòv manda, in diverse fasi doni a Essàv sperando che cambi idea e non lo attacchi.

Ya’akòv attraversa il fiume e combatte con l’angelo di Essàv. Ya’akòv vince, ma l’angelo lo colpisce al nervo sciatico e lo chiama Israèl. Per questo ancora oggi gli ebrei non mangiano il nervo sciatico degli animali.

Ya’akòv ed Essàv si incontrano “pacificamente”. Essàv propone a Ya’akòv di accompagnarlo, ma questi rifiuta a causa del bestiame e dei bambini. Ya’akòv giunge a Shekhèm, dove acquista un terreno vi si stabilisce.

Dinà viene rapita da Shekhèm, il figlio del re. Il re viene a chiederla in moglie per il figlio a qualunque costo. I figli di Ya’akòv accettano, a condizione che tutti i loro uomini si circoncidano. Al terzo giorno della convalescenza quello più doloroso, Shim’òn e Levì uccidono tutti. HaShèm ordina a Ya’akòv di trasferirsi a Bet El e di erigervi un altare. Dopo essersi liberato di qualunque oggetto idolatra di Shekhèm. Ya’akòv parte.

Morte di Devorà, la nutrice di Rivkà. HaShèm si rivela di nuovo a Ya’akòv promettendogli la terra di Kenà’an.

Durante il viaggio verso Efràt, Rakhèl partorisce Binyamìn e muore: Rakhèl viene sepolta a Efràt, dove Ya’akòv erige un monumento sulla sua tomba.

Ya’akòv giunge dal padre Yitzkhàk che scompare all’età di 180 anni; Essàv e Ya’akòv lo sepelliscono.

La discendenza di Essàv, otto re che regnano in successione su Edòm.

La Parashà di Vayishlàkh contiene un divieto, di mangiare il nervo ischiatico (32,33)

MIDRASHIM

Ya’akòv Lotta con l’Angelo (Bereshìt 32,25-31)
Midràsh Bereshìt Rabbà 77;Tifèret Tziyòn 75,3;Talmùd Khullìn 91;Midràsh Tankhumà B.
(a pagina 660 del volume Bereshìt edizioni Mamash ).

Morte e Sepoltura di Rakhèl (Bereshìt 35,19-20)
Midràsh Bereshìt Rabbà 81-82.
(a pagina 663 del volume Bereshìt edizioni Mamash ).

SIKOT

Il Messaggio Insito nel Nome.
(a pagina 730 del volume Bereshìt edizioni Mamash ).

Ya’akòv nei Panni di Essàv.
(a pagina 734 del volume Bereshìt edizioni Mamash ).

VAYISHLAKH 5771: L’EBREO CON IL MONDO O CONTRO IL MONDO?
Per la nostra generazione in esilio, circondata da nemici, è necessario trovare un equilbirio tra l’affrontare il nemico e l’annullamento di sè. Dal comportamento di Yaakòv, attraverso il Midrash Rabbà e la Chassidut, inizia un viaggio unico che ci porta ad approfondire il significato del mondo in equilibrio tra il bene e il male, della ragione della loro esistenza.

VAYISHLAKH 5770: QUANDO L’AMORE DIVENTA ODIO!
Il malvagio regno di Menashè è caratterizzato da forti analogie con il comportamento di Timnà. Un viaggio ricco di approfondimenti psicologici che si addentrano nelle ragioni che possono trasformare l’amore in odio, nei meccanismi insiti nell’antisemitismo. Quando si ama profondamente qualcosa, se non si riesca ad avere, è facile che il sentimento si trasformi in odio!

VAYISHLAKH 5769: ANTISEMITISMO, LE RADICI LONTANE DELL’ODIO
I tre comportamenti di Yaakòv di preparazione all’incontro con Essàv rappresentano la guida per tutte le generazioni in esilio di fronte ai nemici e alle radici dell’odio. Essàv si presenta come un fratello, in tale concetto si nascondono diversi aspetti: dalla natura irrazionale dell’odio al pericolo dell’assimilazione.

VAYISHLAKH 5768: SIMBOLO DELLA REDENZIONE
I ricchi simbolisimi presenti nella sfida tra Yaakòv ed Essàv. D-o non interviene nel fermare Essàv, il suo angelo custode e lascia Yaakòv solo davanti alla sofferenza. L’ultimo patriarca corrisponde all’ultimo esilio, il suo rientro in terra santa introduce il valore della redenzione.

VAYISHLAKH 5766: IL DONO DI YAAKOV
La preparazione di Yaakòv all’incontro con Essàv. Il dono, il modo in cui viene presentato, le parole che lo accompagnano rappresentano un insegnamento per ogni generazione quando si deve affrontare l’odio e le avversità. La lotta tra Yaakòv e l’angelo custode di Essàv simboleggia la temporaneità delle difficoltà dell’esilio. Un viaggio ricco di approfondimenti nei simbolismi insiti nel ritorno dell’ultimo patriarca in Terra Santa, che ci insegna come affrontare le difficoltà della nostra generazione.

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VAYETZE 5780: 8 LEZIONI PRECEDENTI

Questo SHABBAT 7 Dicembre 2019   9 KISLEV 5780  leggeremo la Parashà di Vayetzè  Gen 28, 10 – 32, 3

HAFTARÀ
Italiani:/Sefardti: Os. 11, 7-12, 14
Milano/Torino/Ashkenaziti: Os. 12, 13-14, 10

NUOVA LEZIONE 28 MN QUESTA SETTIMANA 04/12/2019
CREATURE STATICHE E CREATURE DINAMICHE
Perché Nel Sogno Gli Angeli Salgono Prima Di Scendere

NUOVA LEZIONE 28 MN QUESTA SETTIMANA 04/12/2019https://youtu.be/stAk_bU17ZACREATURE STATICHE E CREATURE…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Venerdì 6 dicembre 2019

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LA BATTAGLIA DELLE PIETRE
Se Perdi, Anch’io Perdo

Una Yeshivà (scuola ebraica) decide di formare una squadra di canottaggio. Sfortunatamente, la squadra non fa altro che perdere, gara dopo gara. Nonostante si esercitassero ogni giorno per ore arrivavano sempre ultimi.
Un giorno il Rosh Yeshivà (il capo della scuola), stanco di perdere sempre, decide di inviare un suo alunno di nome Yankel a spiare una delle migliori squadre di canottaggio avversarie, quella di Harvard. Yankel per giorni, di nascosto, osserva gli allenamenti della squadra di Harvard.
Alla fine Yankel ritorna all’Yeshivà e annuncia con clamore: “Ho scoperto il loro segreto”. “Cosa? Dicci”, volevano tutti sapere.
“Dovremmo avere otto ragazzi a remare e un solo ragazzo che urla, non il contrario”.

Il Litigio

I rabbini nel Talmud si concentrano su un’apparente incoerenza grammaticale nella parashà di Vayetzè. Quando Giacobbe viaggia da Beèr Sheva a Kharàn, fermatosi a riposare per la notte, la Torà ci dice: “Prese dalle PIETRE del luogo, le mise attorno al capo e si coricò in quel luogo” (Genesi 28, 11).
Ma al mattino, quando si sveglia (Genesi 28, 18), leggiamo una storia leggermente diversa: “Giacobbe si alzò la mattina, prese la PIETRA che si era messo attorno al capo e vi fece una stele”.
Nel primo versetto è scritto “pietre”, al plurale; poi nel successivo è scritto “la pietra”, al singolare. Quale delle due ha preso la mattina? Giacobbe usava una singola pietra oppure molte?

Un’adorabile tradizione talmudica, carica di un profondo simbolismo, risponde alla domanda in questo modo: Giacobbe effettivamente prese diverse pietre, ma iniziarono a litigare tra loro. Ogni pietra diceva “Su di me questa persona retta poggerà la testa”. Così Dio le unì tutte assieme in un unico masso, solo così il litigio cessò. Quindi, quando Giacobbe si svegliò, leggiamo, egli “prese la pietra” al singolare, poiché tutte le pietre divennero una cosa sola.
Qual è il simbolismo dietro questa storia? Qual è il significato delle pietre che litigano l’una con l’altra e poi raggiungono uno stato di pace solo quando si fondono in una? Ancora una domanda ovvia: in che modo la fusione di diverse pietre in una singola entità soddisfa le loro rivendicazioni: “Su di me questa persona retta poggerà la sua testa?” Anche dopo che le pietre si sono unite in un’unica grande pietra, la testa di Giacobbe giace ancora solo su una parte della pietra: logicamente come il cuscino è fatto di un unico pezzo, le nostre teste no, perché possono giacere solo su un particolare spazio del cuscino. Quindi perché le altre parti della pietra (il “cuscino” di Giacobbe) non si lamentano che la testa di Giacobbe non giace su di loro?

Noi Siamo Uno

Il Rebbe di Lubàvitch spiega questo aspetto della storia di Giacobbe, con commovente semplicità ed eloquenza: il combattimento tra le pietre non è stato causato perché ognuna voleva la testa dello tzaddik (il giusto); ma perché erano PIETRE SEPARATE. Quando le pietre diventano una, il combattimento cessa, poiché quando ci si sente tutt’uno con l’altra pietra, non importa su quale di essa si appoggia il “capo del giusto”. La tua vittoria è la mia vittoria; la tua sconfitta è la mia sconfitta: perché noi siamo UNA unità.
L’episodio delle pietre, quindi, riflette una profonda verità spirituale sulle relazioni umane. Gran parte dei conflitti – nelle famiglie, nelle comunità, nelle sinagoghe, nelle organizzazioni e nei movimenti – nasce dalla paura di tutti che qualcuno riceverà la “testa” (il comando) mentre tutti gli altri saranno “gettati sotto il treno”.
Tutti noi possiamo percepire il rapporto con l’altro in due modi distinti: come “pietre diverse” o come “pietra singola”. Entrambe sono prospettive valide, interpretazioni corrette della realtà. Tuttavia mentre Il primo approccio è superficiale; il secondo è il frutto di una riflessione e una sensibilità profonda. Superficialmente, siamo davvero separati: “Tu sei tu; io sono io”; “tu vuoi la testa, io voglio la testa”; quindi litighiamo.
A un livello più profondo, però, SIAMO solamente UNO. L’universo, l’umanità, il popolo ebraico – costituiscono un singolo organismo. In questo livello, siamo veramente parte di un’unica essenza. Quindi, non ci deve importare “chi ha la testa”, perché tu ed io siamo uno.

È difficile per molte persone creare spazio per il prossimo, lasciare che qualcun altro accresca il suo splendore. Abbiamo paura che possano “prendere la testa” e farci lo sgambetto. Alcuni passano buona parte del loro tempo ad assicurarsi che gli altri non abbiano successo. Sentono che il loro successo richieda il fallimento degli altri.
Ciò di cui c’è bisogno è un ampliamento della coscienza; una purificazione della percezione, uno sguardo nella mistica interrelazione tra tutti noi. Allora non solo permetteremo, ma arriveremo a celebrare la comparsa dell’altrui magnificenza. Il tuo successo non ostacolerà il mio, perché siamo uno.
Quando si è dotati di una tale consapevolezza, non pensiamo più a come possiamo ostacolare il prossimo, bensì inizieremo a pensare come aiutare gli altri a raggiungere il successo. Differenti “pietre” possono aver bisogno di posizioni diverse, ma non hanno spazio per abusi, manipolazioni, pugnalate alla schiena, maltrattamenti e sfruttamento, perché sono una cosa sola.

Giacobbe, il padre di tutto Israele, che racchiudeva in sé le anime di tutti i suoi figli, ispirò questa unità all’interno delle “pietre” intorno a lui. Inizialmente, le pietre operavano su un livello superficiale di coscienza, litigando su chi sarebbe riuscita a mettersi sotto la testa di Giacobbe. Ma Giacobbe ha ispirato in loro una più profonda consapevolezza, permettendogli di vedersi, per quella notte, come una singola pietra, anche se erano su posizioni diverse.
Nelle nostre notti, abbiamo bisogno di “Giacobbe” che sappia come ispirare le pietre intorno a noi, con questo nuovo stato di coscienza.

Una Storia Di Tre Matzà

Rabbi Eliezer Zusha Portugal (1896-1982), lo Skulener Rebbe, era un maestro chassidico di una piccola città, Sculeni, nel nord-est della Romania. Verso la fine della seconda guerra mondiale, nel marzo del 1945, si trovò insieme ad altri sopravvissuti all’olocausto e agli sfollati, nella città di Czernovitz, in Bucovina governata dalla Russia. (L’esercito russo liberò Bucovina nell’aprile 1944 e completò l’espulsione dei nazisti dalla maggior parte dell’Europa orientale nel gennaio 1945, quando i russi entrarono a Budapest, in Ungheria).

La Pasqua, che sarebbe iniziata il 29 marzo, sarebbe arrivata presto per loro. Alcuni prodotti alimentari della Pasqua ebraica potevano essere forniti solo da organizzazioni caritatevoli. Nondimeno, lo Skulener Rebbe cercò di ottenere del grano che potesse essere trasformato in matzòt adeguatamente custodite e tradizionalmente cotte. A causa dell’opprimente situazione economica degli ebrei, fu in grado di cuocere un numero limitato di queste matzà. Informò allora gli altri leader chassidici della zona sul fatto che avrebbero celebrato seder pasquali allargati, offrendo a ciascuno di loro non più di tre matzòt.

Una settimana prima della Pasqua, il rabbino Moshe Hager, figlio del Seret-Vizhnitzer Rebbe, venne per le matzòt che erano state offerte a suo padre. Dopo aver ricevuto le 3 matzòt assegnate, disse allo Skulener Rebbe: “So che hai mandato a dire che potevi dare solo tre matzòt, ma comunque mio padre mi ha detto di dirti che deve avere sei matzòt”. Lo Skulener Rebbe non fu felice di separarsi da questo prezioso e introvabile cibo, molto richiesto da tanti altri ebrei, tuttavia sentiva di non avere altra scelta che onorare la richiesta, sebbene con riluttanza.

Il giorno prima della Pasqua, il rabbino Moshe Hager tornò allo Skulener Rebbe. “Cosa posso fare per te?” Chiese Skulener Rebbe. Rabbi Moshe rispose: “Voglio restituirti tre matzòt”. “Non capisco”, rispose lo Skulener, “pensavo che tuo padre dovesse assolutamente avere sei matzòt?”
“Mio padre temeva che sarebbe successo questo”, ha spiegato il rabbino Moshe, “perciò ha richiesto tre matzòt extra, per tenerle per te”.
Questo comportamento generoso accade solo quando ci sentiamo “una sola pietra”.

Come si dice in italiano alla fine siamo tutti nella stessa barca.
Il Talmùd Gerosolomita da questo esempio: la mano destra non può mai adirarsi sulla sinistra per un errore che ha fatto, così come il piede sinistro non può essere geloso di un successo ottenuto dal piede destro, perché si parla dello STESSO CORPO.

Come Diventare Una Sola Pietra?

Per maturare questa concezione, iniziare a percepire la vita come una missione collettiva e che esiste UNO SOLO scopo comune di tutti è indispensabile riuscire a superare il proprio ego. Solo così si può entrare nella dimensione dove le tante pietre diventano una sola pietra. Perché tutte portano alla stessa meta di trasformare questo mondo inferiore e impuro in una dimora per l’infinito, rivelando la Sua luce infinita nel mondo.
Per cui questo elevato stato di coscienza si raggiunge quando la vita è collegata al vero motivo della sua esistenza: che l’insieme di tutte le nostre azioni siano finalizzate a realizzare il superiore piano divino della rettificazione ed elevazione del mondo chiamato il TIKUN OLAM (rettificazione del mondo).
In altre parole questo livello di unità si può raggiungere quando si ha una vita dignitosa e piena di significato: questo ci rende capaci di essere profondamente disponibili per un’altra persona, come se il prossimo facesse parte della nostra stessa essenza.

Questa è anche la missione chiave che ci consentirà di creare nel mondo inferiore una dimora per Hashèm “DIRA BETAKHTONIM” e portare la imminente redenzione finale. Come dice il Talmùd dato che la distruzione del Santuario è stata causata da odio gratuito, la redenzione finale avverrà grazie all’amore incondizionato e gratuito verso il prossimo, cosi potremo potremo vedere il terzo Santuario ricostruito, presto nei nostri giorni, amen.

Basato su un articolo di Rabbi YY Jacobson

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LA SCALA DI YAKOV E L’INFERNO DEL BAAL SHEM TOV
Come Darwin ha distrutto il potenziale nascosto!

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VAYETZE 5771 – LA SCALA DI YAKOV E L’INFERNO DEL BAAL SHEM TOV

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VAYETZE 5780: 8 LEZIONI PRECEDENTI


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Una Yeshivà (scuola ebraica) decide di formare una squadra di canottaggio. Sfortunatamente, la squadra non fa altro che perdere, gara dopo gara. Nonostante si esercitassero per ore, ogni giorno, arrivavano sempre ultimi.
Un giorno il Rosh Yeshivà (il capo della scuola), stanco di perdere sempre, decide di inviare un suo alunno di nome Yankel a spiare una delle migliori squadre di canottaggio avversarie, quella di Harvard. Yankel per giorni, di nascosto, osserva gli allenamenti della squadra di Harvard.
Alla fine Yankel ritorna all’Yeshiva e annuncia con clamore: “Ho scoperto il loro segreto”. “Cosa? Dicci”, volevano tutti sapere.
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Nel primo versetto è scritto “pietre”, al plurale; poi nel successivo è scritto “la pietra”, al singolare. Quale delle due ha preso la mattina? Giacobbe usava una singola pietra oppure molte?

(continua sotto)

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Rav Shlomo Bekhor

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

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LA BATTAGLIA DELLE PIETRE

(continua da sopra)
Un’adorabile tradizione talmudica, carica di un profondo simbolismo, risponde alla domanda in questo modo: Giacobbe effettivamente prese diverse pietre, ma iniziarono a litigare tra loro. Ogni pietra diceva “Su di me questa persona retta poggerà la testa”. Così Dio le unì tutte assieme in un unico masso, solo così il litigio cessò. Quindi, quando Giacobbe si svegliò, leggiamo, egli “prese la pietra” al singolare, poiché tutte le pietre divennero una cosa sola.
Qual è il simbolismo dietro questa storia? Qual è il significato delle pietre che litigano l’una con l’altra e poi raggiungono uno stato di pace solo quando si fondono in una? Ancora una domanda ovvia: in che modo la fusione di diverse pietre in una singola entità soddisfa le loro rivendicazioni: “Su di me questa persona retta poggerà la sua testa?” Anche dopo che le pietre si sono unite in un’unica grande pietra, la testa di Giacobbe giace ancora solo su una parte della pietra. (ad esempio il cuscino è fatto di un unico pezzo, ma le nostre teste possono giacere solo su un particolare spazio del cuscino). Quindi perché le altre parti della pietra (il “cuscino” di Giacobbe) non si lamentano che la testa di Giacobbe non giace su di loro?
Noi Siamo Uno
Il Rebbe di Lubàvitch spiega questo aspetto della storia di Giacobbe, con commovente semplicità ed eloquenza:
il combattimento tra le pietre non è stato causato perché ognuna voleva la testa dello tzaddik (il giusto); ma perché erano PIETRE SEPARATE. Quando le pietre diventano una, il combattimento cessa, poiché quando ci si sente tutt’uno con l’altra pietra, non importa su quale di essa si appoggia il “capo del giusto”.
La tua vittoria è la mia vittoria; la tua sconfitta è la mia sconfitta: perché noi siamo UNA unità.
L’episodio delle pietre, quindi, riflette una profonda verità spirituale sulle relazioni umane. Gran parte dei conflitti – nelle famiglie, nelle comunità, nelle sinagoghe, nelle organizzazioni e nei movimenti – nasce dalla paura di tutti che qualcuno riceverà la “testa” (il comando) mentre tutti gli altri saranno “gettati sotto il treno”.
Tutti noi possiamo percepire il rapporto con l’altro in due modi distinti: come “pietre diverse” o come “pietra singola”. Entrambe sono prospettive valide, interpretazioni corrette della realtà. Tuttavia mentre Il primo approccio è superficiale; il secondo è il frutto di una riflessione e una sensibilità profonda. Superficialmente, siamo davvero separati: “Tu sei tu; io sono io”; “tu vuoi la testa, io voglio la testa”; quindi litighiamo.
A un livello più profondo, però, SIAMO solamente UNO. L’universo, l’umanità, il popolo ebraico – costituiscono un singolo organismo. In questo livello, siamo veramente parte di un’unica essenza. Quindi, non ci deve importare “chi ha la testa”, perché tu ed io siamo uno.
È difficile per molte persone creare spazio per il prossimo, lasciare che qualcun altro accresca il suo splendore. Abbiamo paura che possano “prendere la testa” e farci lo sgambetto. Alcuni passano buona parte del loro tempo ad assicurarsi che gli altri non abbiano successo. Sentono che il loro successo richieda il fallimento degli altri.
Ciò di cui c’è bisogno è un ampliamento della coscienza; una purificazione della percezione, uno sguardo nella mistica interrelazione tra tutti noi. Allora non solo permetteremo, ma arriveremo a celebrare la comparsa dell’altrui magnificenza. Il tuo successo non ostacolerà il mio, perché siamo uno.
Quando si è dotati di una tale consapevolezza, non pensiamo più a come possiamo ostacolare il prossimo, bensì inizieremo a pensare come aiutare gli altri a raggiungere il successo. Differenti “pietre” possono aver bisogno di posizioni diverse, ma non hanno spazio per abusi, manipolazioni, pugnalate alla schiena, maltrattamenti e sfruttamento, perché sono una cosa sola.
Giacobbe, il padre di tutto Israele, che racchiudeva in sé le anime di tutti i suoi figli, ispirò questa unità all’interno delle “pietre” intorno a lui. Inizialmente, le pietre operavano su un livello superficiale di coscienza, litigando su chi sarebbe riuscita a mettersi sotto la testa di Giacobbe. Ma Giacobbe ha ispirato in loro una più profonda consapevolezza, permettendogli di vedersi, per quella notte, come una singola pietra, anche se erano su posizioni diverse.
Nelle nostre notti, abbiamo bisogno di “Giacobbe” che sappia come ispirare le pietre intorno a noi, con questo nuovo stato di coscienza.
Una Storia Di Tre Matzà
Rabbi Eliezer Zusha Portugal (1896-1982), lo Skulener Rebbe, era un maestro chassidico di una piccola città, Sculeni, nel nord-est della Romania. Verso la fine della seconda guerra mondiale, nel marzo del 1945, si trovò insieme ad altri sopravvissuti all’olocausto e agli sfollati, nella città di Czernovitz, in Bucovina governata dalla Russia. (L’esercito russo liberò Bucovina nell’aprile 1944 e completò l’espulsione dei nazisti dalla maggior parte dell’Europa orientale nel gennaio 1945, quando i russi entrarono a Budapest, in Ungheria).
La Pasqua, che sarebbe iniziata il 29 marzo, sarebbe arrivata presto per loro. Alcuni prodotti alimentari della Pasqua ebraica potevano essere forniti solo da organizzazioni caritatevoli. Nondimeno, lo Skulener Rebbe cercò di ottenere del grano che potesse essere trasformato in matzòt adeguatamente custodite e tradizionalmente cotte. A causa dell’opprimente situazione economica degli ebrei, fu in grado di cuocere un numero limitato di queste matzà. Informò allora gli altri leader chassidici della zona sul fatto che avrebbero celebrato seder pasquali allargati, offrendo a ciascuno di loro non più di tre matzòt.
Una settimana prima della Pasqua, il rabbino Moshe Hager, figlio del Seret-Vizhnitzer Rebbe, venne per le matzòt che erano state offerte a suo padre. Dopo aver ricevuto le 3 matzòt assegnate, disse allo Skulener Rebbe: “So che hai mandato a dire che potevi dare solo tre matzòt, ma comunque mio padre mi ha detto di dirti che deve avere sei matzòt”. Lo Skulener Rebbe non fu felice di separarsi da questo prezioso e introvabile cibo, molto richiesto da tanti altri ebrei, tuttavia sentiva di non avere altra scelta che onorare la richiesta, sebbene con riluttanza.
Il giorno prima della Pasqua, il rabbino Moshe Hager tornò allo Skulener Rebbe. “Cosa posso fare per te?” Chiese Skulener Rebbe. Rabbi Moshe rispose: “Voglio restituirti tre matzòt”. “Non capisco”, rispose lo Skulener, “pensavo che tuo padre dovesse assolutamente avere sei matzòt?”
““Mio padre temeva che sarebbe successo questo”, ha spiegato il rabbino Moshe, “perciò ha richiesto tre matzòt extra, per tenerle per te”.
Questo comportamento generoso accade solo quando ci sentiamo “una sola pietra”.
Come si dice in italiano alla fine siamo tutti nella stessa barca.
Il Talmùd Gerosolomita da questo esempio: la mano destra non può mai adirarsi sulla sinistra per un errore che ha fatto, così come il piede sinistro non può essere geloso di un successo ottenuto dal piede destro, perché si parla dello STESSO CORPO.
Come Diventare Una Sola Pietra?
Per maturare questa concezione, iniziare a percepire la vita come una missione collettiva e che esiste UNO SOLO scopo comune di tutti è indispensabile riuscire a superare il proprio ego. Solo così si può entrare nella dimensione dove le tante pietre diventano una sola pietra. Perché tutte portano alla stessa meta di trasformare questo mondo inferiore e impuro in una dimora per l’infinito, rivelando la Sua luce infinita nel mondo.
Per cui questo elevato stato di coscienza si raggiunge quando la vita è collegata al vero motivo della sua esistenza: che l’insieme di tutte le nostre azioni siano finalizzate a realizzare il superiore piano divino della rettificazione ed elevazione del mondo chiamato il TIKUN OLAM (rettificazione del mondo).
In altre parole questo livello di unità si può raggiungere quando si ha una vita dignitosa e piena di significato: questo ci rende capaci di essere profondamente disponibili per un’altra persona, come se il prossimo facesse parte della nostra stessa essenza.
Questa è anche la missione chiave che ci consentirà di creare nel mondo inferiore una dimora per Hashèm “DIRA BETAKHTONIM” e portare la imminente redenzione finale. Come dice il Talmùd dato che la distruzione del Santuario è stata causata da odio gratuito, la redenzione finale avverrà grazie all’amore incondizionato e gratuito verso il prossimo, cosi potremo potremo vedere il terzo Santuario ricostruito, presto nei nostri giorni, amen.

VAYETZE 5775: PERCHE’ IL GAL (MURETTO) DI YAAKOV ALLUDE A LAG BAOMER?

Riflettendo sul significato spirituale dei vent’anni di pascolo di Ya’akov, capiremo come trovare il giusto equilibrio interiore nella nostra vita. Alcuni punti della lezione : 1.Ya’akòv è il primo ebreo che viene mandato in esilio in un luogo impuro! Il … Continua a leggere

VAYETZE 5771 – LA SCALA DI YAKOV E L’INFERNO DEL BAAL SHEM TOV

La scala di Yaakòv, chiave di lettura per le due identità che ciascuno di noi possiede: l’immagine materiale e quella spirituale. Una lezione, che attraverso la mistica ebraica e gli insegnamenti chassidici, ci porta a scoprire come risvegliare il grande potenziale spirituale dentro di noi. Continua a leggere

VAYETZE 4 LEZIONI VECCHIE + NUOVA

Qui trovi i link di 4 precedenti lezioni su Vayetzè e dal prossimo venerdì si potrà trovare anche la nuova lezione di quest’anno. http://www.virtualyeshiva.it/?s=vayetze Per questa settimana la lezione live non si terrà martedì sera, come solito! Chi volesse seguire in diretta, audio e … Continua a leggere

VAYETZE 5770 – QUANDO L’AMORE NON VIENE DALL’AMATA!!!

Due tipi di amore, quello relativo alla persona stessa e quello che trascende la persona. Analizzando la storia di Rakhèl e Yaakòv e di Rakhèl e Rabbi Akiva, portandoci a comprendere il rapporto tra l’uomo e D-o. Continua a leggere

VAYETZE 5769 – PRIMO ESILIO DELLA STORIA EBRAICA!

Dall’esilio di Yaakoòv, il primo ebreo nel primo esilio della storia del popolo ebraico, si sviluppa un’analisi ricca di approfondimenti kabbalistici sul valore del matrimonio e il significato dell’amore: il sentimento principale che lega due coniugi, e che vede nalla donna un mezzo per dare amore come HaShem. Il grande potenziale di altruismo della donna quando riceve la generosità dell’uomo!

Continua a leggere

VAYETZE 5768 – IL VALORE DI TROVARE MOGLIE!

Dall’esilio di Yaakòv si impara un insegnamento profondo: quando una persona va in basso, immergendosi in condizioni difficili, ha la possibilità di realizzare la propria missione. D-o vuole che noi illuminiamo la materia e la luce ha molto valore nei luoghi più bui. E’ per tale ragione che il popolo di Isreale si sviluppa in esilio, in una condizione impura, a contatto con il materialismo di Lavàn. Continua a leggere

VAYETZE 5766 – STRATEGIE PER L’ESILIO!

Yaakòv, il primo ebreo che si allontana dalla sua terra e del suo popolo, ci lascia con il suo comportamento un grande insegnamento valido per tutte le generazioni in esilio. Come mantenere viva la spiritualità quando si compiono discese in luoghi oscuri. Continua a leggere

Pubblicato in Vayetze | 1 commento

TOLEDOT 5780: 4 LEZIONI PRECEDENTI

Questo Shabbàt 30 Novembre 2019, 2 del mese di KISLEV 5780 leggeremo la Parashà di Toledòt Gen. 25,19-28,9.

Si legge l’Haftarà di Mal. 1, 1-2, 7

Un giorno due persone si recarono da Rabbi Yosef Chayim di Bagdad, soprannominato Ben Ish Chay, perché li aiutasse a risolvere una disputa di carattere finanziario. Quello che negava di dovere all’altro del denaro, disse di essere disposto a giurare di aver ragione; però Rav Yosef Chayim, che era dotato di grande intuito, percepì che costui era un bugiardo e stava per fare un falso giuramento. Perciò gli disse: “Credevi che ti avrei fatto giurare su un semplice Rotolo della Torà? Ti farò giurare sulle Shnè Lukhòt Habrìt!” Chiese al suo assistente di immergersi in un mikvé e poi di portargli le Shnè Lukhòt Habrìt. Nell’udire queste parole il disonesto si spaventò perché credette che Rav Yosef Chayim stesse per farlo giurare sui Dieci Comandamenti originali, non avendo capito che il Rav si riferiva all’opera di Shelà che si intitola così. Immediatamente l’uomo gridò: “Pagherò il mio debito!”, e ammise che poco prima egli aveva mentito. Rav Yosef Chayim fece uso di una strategia contenente un’affermazione ingannevole, ma la sua intenzione profonda era far emergere la verità e in questo caso agì correttamente.
Quando ‘Essàv andò da suo padre Ya’akòv per ricevere la sua benedizione, questi gli disse: “Tuo fratello è venuto bemirmà-inganno e ha preso la tua benedizione!” (Bereshìt 27, 35).
Rashì spiega che il termine bemirmà, che di solito si traduce “con l’inganno”, in questo caso significa “con saggezza”. Rabbi Yeruchem Levovitz commenta che esistono molte azioni che vanno classificate in base alle motivazioni di coloro che le compiono. Se l’intenzione è indirizzata al bene, l’azione è da considerare buona. Qualcosa che, in circostanze diverse, avrebbe potuto essere disonesto, in questo caso è saggio. La stesso cosa vale per il contrario; se l’intenzione che sta dietro ad essa è cattiva, l’azione va considerata deplorevole e classificata come inganno. Ya’akòv ebbe solo intenzioni oneste e quindi il suo comportamento fu considerato positivo (Daat Torà, Bereshìt-Genesi ed. Mamash p. 174)
Questo concetto spiega l’importanza dell’essere onesti con sé stessi riguardo alle proprie effettive motivazioni. Talvolta una persona riesce a rendere ragionevole la propria disonestà, ma dentro di sé sa di avere degli intenti riprovevoli. Quando si sta per compiere un’azione che rasenta i limiti del lecito, chiediamoci quale sia il vero motivo per cui lo si fa; le buone intenzioni non autorizzano a fare qualcosa che non è permesso (nel caso di Ya’akòv c’erano fattori che avevano reso giusto il suo comportamento). Invece, molte delle cose che facciamo nella vita dipenderanno dalle nostre segrete intenzioni; impariamo a essere onesti con noi stessi e comprenderemo i motivi del vostro comportamento.

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Shabbat Shalom
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TOLEDOT

NUOVA LEZIONE ATOMICA DI VITA

parasha 6°: MUSICA DELLO SQUILIBRIO

Come Acquisire l’Equilibro tra Trascendenza e Immanenza!

youtube: https://youtu.be/89uxiKclZmw

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10157639941710540

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Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/11/19/toledot-5770-larte-di-scavare-i-pozzi/
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L’ARTE DI SCAVARE I POZZI

Avrahàm e Yitzkhàk, acqua e fuoco. Personalità e valori a confronto. Una profonda riflessione
che ci porta ad analizzare il rapporto difficile tra individuo e società.

Alcuni Punti della Lezione:

1. Perché lo stesso luogo viene chiamato sia da Avrahàm che da Yitzkhàk con lo stesso nome?
2. Come mai è proprio il nome dato alla città di Beer Sheva da Yitzkhàk ad essere tramandato fino ad oggi?
3. Perché la Torà dedica tanto spazio all’attività di scavare pozzi di Yitzkhàk?
4. Ti risulta più facile iniziare un progetto o saperlo continuare nel tempo?
5. Sei in grado di trovare la forza interiore per continuare un progetto nel tempo?
6. Perché alcuni personaggi storici dotati di grandi ideali non hanno lasciato un segno concreto nella storia?
7. Nella vita è più importante sapersi relazionare con il prossimo e con la società, oppure è meglio costruire una forte personalità? Possono coesistere entrambe le situazioni?

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L’ABITO NON FA L’EBREO…!
Come ha fatto Rebecca a ingannare suo marito e iniziare il percorso
per “avvicinare chi è lontano”?
Quando Isacco diventa anziano la sua vista si oscurò. Lui esprime il desiderio di benedire suo figlio primogenito e prediletto Esaù, prima di morire. Mentre Esaù va a caccia per procurare il cibo preferito del padre, Rebecca prende i suoi abiti “speciali” e li impresta al fratello minore Giacobbe e gli copre le braccia e il collo con pelli di capra, per simulare la peluria di Esaù. Rebecca, inoltre prepara dei cibi prelibati per Isacco e poi manda Giacobbe da suo padre con il cibo. Giacobbe riceve le benedizioni da suo padre: “Dio ti darà la rugiada del cielo e la parte migliore della terra; dominerai su tuo fratello”. Giacobbe vestito con gli abiti di Esaù prende anche le sue benedizioni CAMBIANDO LA STORIA FINO AD OGGI.
Le stranezze di questa storia sono numerose e una domanda non può essere ignorata: Rebecca si è comportata correntemente nel pianificare astutamente questo piano contro il marito? Se Rebecca aveva buone ragioni per giudicare Esaù immeritevole delle benedizioni di Isacco, perché non ne ha parlato direttamente con suo marito e non ha seguito la “gloriosa” tradizione delle mogli ebree che cercano sempre di spiegare ai mariti i propri errori?
Oltretutto, Rebecca avrebbe avuto ottimi argomenti contro la concessione delle benedizioni a Esaù, ragioni che Isacco avrebbe certamente compreso. La Torà descrive Giacobbe come un “Uomo retto che studia nelle tende”, in palese contrasto con suo fratello gemello Esaù che è invece descritto come un “Esperto cacciatore, un uomo della campagna”.
Rebecca favori Giacobbe per buone e giuste ragioni. Esaù, “Il cacciatore” è l’uomo che ha “disprezzato la sua primogenitura” che ha venduto per un piatto di lenticchie, era essenzialmente una persona legata alla materia e alle cose mondane, non destinato ad essere un fedele seguace di un Dio invisibile e trascendente. “Il patto di Abramo”, la sua alleanza con Dio, doveva sicuramente passare attraverso Giacobbe, “L’uomo retto che studia nelle tende”. I suoi discendenti formeranno la nazione di Israele, che darà a tutto il mondo la visione etica del monoteismo; mentre Esaù sarà il capostipite della nazione edomita e in ultima analisi della civiltà romana, con la sua cultura spietata fondata sul “culto” della materialità, al fine di ottenere dei benefici fisici. Allora, perché Rebecca non condivide questa sua idea con il marito, invece di manipolare la situazione?

Molto inchiostro è stato versato sull’argomento. Oggi, però vorrei condividere con voi un pensiero, di uno dei più grandi maestri cassidici dell’ebraismo, del rabbino Yitzchak Meir, il primo Rebbe di Gur.

Secondo la sua autorevole opinione, Rebecca sapeva che i nipoti di Giacobbe si spoglieranno un giorno degli indumenti del loro nonno e metteranno quelli di Esaù: all’interno saranno ebrei, ma all’esterno cercheranno di apparire come Esaù. Rebecca ha capito, come solo una madre può fare, la confusione e l’ambivalenza che potrebbe consumare la sua discendenza nei millenni a venire. Rebecca comprende, profeticamente, la crisi identitaria che subirà l’ebreo dell’epoca moderna, il suo desiderio di integrarsi, o anche assimilarsi, tra le altre Nazioni e culture.
Rebecca avrebbe potuto persuadere suo marito a concedere le benedizioni direttamente e in modo lineare a Giacobbe, ma poi questa potente energia spirituale sarebbe stata trasmessa SOLO al “vecchio” Giacobbe: colui che sembrava Giacobbe interiormente ed esteriormente; il “retto” Giacobbe, “che abita nelle tende”.
Che ne dici – pensò, tra se, Rebecca – se questo Giacobbe, un giorno abbraccerà il secolarismo apparendo come Esaù, forse perderà il merito di avere la benedizione di Isacco? Questo ebreo/a completamente moderno e laico forse appartiene meno alla Torà e alla nostra fede?
Rebecca sapeva la risposta: NO, in nessun modo! Anche il Giacobbe che assomiglia a Esaù è parte integrante dell’Alleanza e dell’eredità di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nel momento in cui Rebecca vestì suo figlio Giacobbe degli abiti di Esaù, per ricevere le benedizioni di Isacco, assicurò che la scintilla del giudaismo, l’essenza dell’anima ebraica, la fonte della fede ebraica, sarebbe rimasta nel cuore di ogni singolo ebreo per sempre. Persino nell’ebreo che tanti altri liquidano come un semplice Esaù.
L’Orso
Quanto detto finora mi ricorda l’aneddoto sull’ateo che cammina nel bosco: “Che maestosi alberi! Che fiumi potenti! Che animali meravigliosi!” e mentre camminava lungo il fiume, sentì un fruscio nei cespugli dietro di lui. Si voltò a guardare e vide un orso grigio di quattro metri correre contro di lui.
Iniziò a scappare più veloce che poteva, sul sentiero. Si guardò alle spalle e vide che l’orso si stava avvicinando a lui. Continuò a correre, poi guardò di nuovo, ma l’orso era sempre più vicino. L’ateo inciampò e cadde a terra. Si girò per rialzarsi, ma vide che l’orso era proprio sopra di lui, pronto a colpirlo con le sue zampe. In quel momento l’ateo gridò: “Oh mio Dio!”
Il tempo, improvvisamente, si fermò. L’orso si bloccò e la foresta divenne, tutto a un tratto, silenziosa. Mentre una luce brillava sull’uomo, una Voce uscì dal cielo e disse: “Tu rinneghi la mia esistenza, per tutti questi anni, insegni agli altri che non esisto e sei convinto che la creazione sia solo il frutto di un incidente cosmico. Ti aspetti che ti aiuti per tirarti fuori da questa situazione? Devo considerarti un credente?”
L’ateo guardò direttamente nella luce e rispose, “Sarebbe ipocrita da parte mia chiederti all’improvviso di trattarmi ora da credente, ma forse potresti far credere all’ORSO?”
Molto bene,” disse la Voce. La luce si spense. I suoni della foresta ripresero. E l’orso lasciò cadere la zampa destra, chiuse gli occhi, meditò per qualche minuto e poi disse lentamente: “Baruch Atà Hashem Elokeinu melech haolam hamotzi lechem min haaretz (benedizione sul pane).”
A volte non si sa cosa si nasconde dietro la veste da orso. Esternamente può essere vestito come un orso, ma se si ascolta attentamente si può sentire il “Baruch Atà Hashem …”
Ebrei Traditori
La storia riportata nasce da una intuizione Chassidica che interpreta un misterioso brano Talmudico, circa il racconto di Giacobbe che si veste come Esaù, per ottenere la benedizione di suo padre.
“Isacco odorava i suoi vestiti”, riferisce la Torà, e proclamò: “Vedi, l’aroma di mio figlio è come l’aroma del campo benedetto da Dio”. Poi Isacco iniziò a dare le benedizioni. Il Talmud, focalizza la nostra attenzione sul fatto che il termine usato per “i suoi vestiti” (begadav), potrebbe anche essere pronunciato e tradotto come “i suoi traditori” (bogdav). Il termine ebraico per vestito, può anche essere pronunciato “boghed”, che significa “tradire”. Questo perché i vestiti eclissano e “tradiscono” la personalità interiore di un uomo. Un ricco miliardario può vestirsi come un povero e, al contrario, il povero può vestirsi da aristocratico.
Dal momento che nel rotolo della Torà non ci sono vocali, si può leggere la storia come “Isacco odorò i suoi traditori e proclamò: l’aroma di mio figlio è come l’aroma del campo benedetto da Dio”.
Il Talmud sta affermando che Isacco “annusando i traditori” del popolo ebraico né apprezza la loro fragranza, come se lui fosse ispirato a benedire il progenitore di questi traditori, Giacobbe. Questo è profondamente inquietante! Cosa c’è di così piacevole nell’aroma dei traditori? E perché dovrebbero ispirare Isacco a benedire il loro capostipite Giacobbe? Le grandi anime e i giganti spirituali che sarebbero emersi dal seme di Giacobbe, nel corso della storia, non bastavano ad invogliare Isacco a conferire le benedizioni a lui? Solo i traditori lo hanno commosso così profondamente? Come è possibile?
Il ladro del tempio
Il Midrash, racconta una storia che illustra la natura dei “traditori” che Isacco “odorò”. L’episodio avviene a Gerusalemme, nell’anno 70 EV, durante la conquista romana della Città Santa e la distruzione del secondo Santuario.
Quando i Romani entrarono nel Tempio, incredibilmente grande e complesso, non sapevano come muoversi e non conoscevano la dislocazione degli oggetti di valore in quella moltitudine di camere e vani. Avevano bisogno di una “buona guida turistica”.
Un ebreo si offrì volontario. Il suo nome era Yosef Meshisa, ed era il traditore per antonomasia! L’uomo era pronto a svendere la sua anima e il suo popolo, al nemico crudele, solo per proteggere la sua stessa pelle. I soldati romani, hanno subito apprezzato le “nobili intenzioni” dell’ebreo, gli hanno promesso, come ricompensa per il “tour”, la possibilità di prendere ciò che desiderava dal Tempio Santo.
Yosef Meshisa, entrò nell’epicentro spirituale dell’universo e andò a prendere per sé la Menorà (lo splendido candelabro d’oro situato nella camera interna del Tempio), uno degli articoli più sacri, usati in questo Tempio Santo.
Questa storia, ci fa capire qualcosa sulla natura del ragazzo, Yosef Meshisa. Mentre Gerusalemme era inghiottita dalle fiamme, migliaia di ebrei venivano massacrati e il Tempio stava per essere distrutto, quest’uomo aveva l’audacia, la faccia tosta, di unirsi ai ranghi nemici e assisterli nel rimuovere la Menorà dal Tempio. Tutto ciò solo per il suo beneficio personale!
Tuttavia, all’uscita, i Romani si rifiutarono di lasciarlo andare via con la Menorà: “È inappropriato, per un uomo semplice come te, avere un oggetto così prezioso nella tua casa”, gli hanno detto. “Torna indietro e prendi qualcos’altro, qualsiasi altra cosa.”, ordinarono i romani. Ma, ecco! Contro qualsiasi logica, Yosef Meshisa rifiuta di rientrare nuovamente nel Tempio Santo, per rubare un altro oggetto. “Non è abbastanza”, proclama, “aver fatto arrabbiare il mio Dio e contaminato il suo Tempio una volta; volete che lo faccia anche una seconda volta? Non esiste!”
I Romani torturarono brutalmente questo ebreo. Posero il suo corpo su un tavolo da lavoro usato dai falegnami e ne perforarono il corpo, fino alla morte. Le ultime parole sulle sue labbra furono: “Guai a me! Ho irritato il mio Creatore”.
Il Meccanismo di trasformazione
Cosa è successo a quest’uomo? All’inizio è caduto al più basso livello, pronto ad assistere il brutale nemico del popolo ebraico, per il proprio guadagno finanziario. Poi, cambia idea improvvisamente e mette in gioco la sua vita, pur di non rientrare nel Tempio e rubare un altro oggetto sacro? Da dove proviene questa improvvisa trasformazione? Cosa ha potuto cambiare, così radicalmente, questo individuo da opportunista a grande patriota?
Risposta: tutto è cambiato perché è entrato nel Bet Hamikdash (il Tempio Santo) e tenuto in mano la santa Menorà! In quel luogo di santità, dove la presenza di Dio era sentita e vissuta, sentì, per la prima volta nella sua vita, la sua neshamà, la sua interiorità ebraica, la sua essenza più vera. All’improvviso, non era più Yosef Meshisa, il collaboratore dei romani, ma ora era Yosef Meshisa, un ebreo collaboratore di Avraham, Yitzchak, Yaakov, Moshe e Rav Akiva. Improvvisamente è diventato parte di una catena inviolabile di 4000 anni!
Non fatevi ingannare dagli indumenti
Questi sono i “traditori”, dice il Midrash, che Isacco odorava quando Giacobbe entrò nella stanza, poiché essi generarono uno straordinario aroma spirituale.
Ora possiamo vedere la brillante correlazione tra “vestire” e “traditori”. Giacobbe, vestito con abiti di Esaù, rappresentava, in quel momento, gli ebrei che possono apparire e comportarsi proprio come Esaù. Storie, come quella di Yosef Meshisa, di uomini e donne che potrebbero tradire la loro gente e la loro fede, in forme sfacciate o sottili. Eppure, nel momento della verità, la loro anima ebraica interiore emerge nel suo pieno profumo. Le benedizioni di Isacco furono ispirate, in particolare, da questi ebrei, perché sono loro che dimostrano la verità del fatto che l’essenza ebraica e la forza di Dio, sono nel cuore di OGNI ebreo, trincerato nel suo stesso DNA.
Questa trasformazione non deriva, unicamente, dal potere del Santo Tempio di Gerusalemme. Anche nei nostri tempi, esiste qualche luogo che possa trasformare, così istantaneamente, un individuo alienato, in un’anima appassionata. Come questa storia vuole dimostrare.
La storia narra di un ebreo di nome Franz Rosenzweig (1886-1929), influente teologo ebreo e filosofo in Germania, come raccontata nel suo libro, “La stella della redenzione”.
Franz Rosenzweig era un ebreo totalmente laico e assimilato. Fu un autore prolifico e un grande filosofo, ma viveva in Germania, in un’epoca in cui la filosofia e la scienza moderna si presentavano come un’alternativa razionale alla “farsa delle religioni”. Nel 1913 si stava preparando a convertirsi al cristianesimo.
Era la notte di Yom Kippur, l’11 ottobre 1913. Franz Rosenzweig, allora 27enne e già uno dei più brillanti filosofi del suo tempo, entrò in una sinagoga di Berlino con l’intenzione di fare un “atto finale” da ebreo. Alla fine di quelle 24 ore, sarebbe entrato nella chiesa dove il suo “sponsor”, Rudolf Ehrenberg, lo aspettava per il battesimo al cristianesimo. Solo e sconosciuto a tutti i presenti, il futuro convertito, andò a Berlino, in un Sinagoga piena di ebrei devoti, osservanti e sinceri.
Ma lì succede qualcosa. Franz Rosenzweig entrò nella sinagoga per vedere com’era, per curiosità e uscì da lì come un “Baal Teshuvà”, un “ritornato” all’ebraismo. Kol Nidre (preghiera che si recita prima di Kippur) e le successive 24 ore, sono state sufficienti per trasformare completamente questo giovane. Dopo Yom Kippur, scrisse una lunga lettera al cugino, che doveva sponsorizzare il suo battesimo: “Mi dispiace deluderti, ma sono rimasto ebreo”.
Ai giorni nostri è un fenomeno comune vedere ebrei diventare “Baal Teshuvà”, iniziare a rispettare le Mitzvot e riabbracciare l’eredità dei loro nonni. Nella Germania del 1913, questo era un fenomeno quasi sconosciuto vedere un ebreo laico ritornare osservante della Torà.
Cos’è la causa? Era la stessa di Yosef Meshisa. Fu esposto alla santità, alla realtà del sacro. Una persona che è totalmente laica, o anti-religiosa, o che è pronta ad adottare un’altra religione, va in Sinagoga, non per pregare e per partecipare, ma semplicemente per osservare…! Quando si è esposti a un luogo di santità, in una tale notte di santità (il giorno solenne di Kippur), questo può stravolgere l’anima. Può cambiarla radicalmente.
Perché la santità – kedusha è reale. La Torà è reale. Quando un ebreo dice “amen yehè shemè rabà” con tutto il suo cuore, questo è reale. Attraverso la sua esposizione a un momento di santità, Rozenzweig divenne una persona diversa. Questo non richiede l’esposizione al Santuario di Gerusalemme, ma basta solo una sinagoga dove si prega sinceramente il Maestro del Mondo. Questo può cambiare un uomo per sempre.
Quando Rebecca fece indossare le vesti di Esaù a suo figlio Giacobbe, assicurò questa verità per l’eternità. Anche se incontri un ebreo simile a Esaù, ricorda che lui o lei è in verità un Giacobbe, solo vestito come Esaù.
In quel momento, Rebecca piantò i semi dell’opera conosciuta oggi come “kiruv” o “shlichut”, la visione altissima della nostra generazione articolata dal Rebbe di Lubavitch: “Esci da te stesso e guarda con umiltà nel cuore di un altro ebreo, e incontrerai la fiamma e la santità di Giacobbe. Lo aiuterai ad accendere la sua fiamma, in modo che possa a sua volta accendere altre fiamme latenti, finché il mondo intero non sarà infiammato dalla luce di Dio”.
Questa lettura settimanale è proprio nel periodo del raduno mondiale dei Shluchim – messaggeri del Rebbe, sparsi in ogni angolo del globo per illuminare le anime sparse e perfezionare il mondo per la redenzione eterna.
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Il primo giorno di Kislev, commemoriamo l’anniversario di Rav Gabi e Rivki Holtzberg e degli altri uomini e donne ebrei assassinati nella sinagoga a Mumbai, in India.
Gabi e Rivki hanno trasformato la loro casa e il loro cuore in un luogo dove migliaia di ebrei, da ogni ambiente, si sentivano a casa.
Possa la loro memoria servire da ispirazione e rinvigorimento per tutti noi.

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Questa settimana  ci siamo svegliati con una notizia orribile, un duro colpo dal quale facciamo fatica a riprenderci. Vedere le immagini dei corpi privi di vita, dei tallitot, dei tefillin e dei siddurim intrisi di sangue ha evocato in noi le immagini dell’Olocausto nei confronti del quale eravamo convinti che non si sarebbe mai più ripetuto. Per la prima volta un atto terroristico mirato SOLO su Rabbini e persone religiose e PROPRIO durante la preghiera e quando indossano i tefillin!!!
Questo scenario ci ha storditi e affranti ma non deve lasciarci paralizzati e incapaci di reagire.
Noi dobbiamo rispondere.
Non farlo significherebbe girare le spalle ai bambini e alle famiglie che in quella mattina si sono svegliate con un dolore insopportabile. Piangono per un marito, un padre, un figlio, un fratello (e per il coraggioso poliziotto druso che ha dato la sua vita in un eroico tentativo di salvare la loro; anche lui è ora un fratello) Possiamo rimanere seduti?
Essi non sono morti a causa delle loro convinzioni politiche, o  per un loro ideale nazionale. Non sono stati massacrati perché volevano pregare in un luogo  che i mussulmani considerano loro. Sono stati uccisi per un motivo e uno motivo solo, perché erano ebrei.
Essere uccisi perché  ebrei è stata una parte normale della nostra esistenza da tremila anni. Nonostante ciò, 3000 anni dopo siamo ancora qui, e siamo l’unica nazione al mondo che può dirlo. E siamo stati in grado di dirlo anche quando non avevamo un esercito o una nostra nazione.
Quando si verifica un orrore come  questo la nostra risposta deve essere: “Si può essere in grado di uccidere un ebreo, ma non si sarà mai in grado di uccidere gli ebrei!”.
L’unica costante della nostra esistenza negli ultimi tre millenni sono stati i tefillin, che i nostri fratelli avevano indosso nel momento in cui sono stati trucidati.
I tefillin, le candele dello Shabbat, la Mezuzà, e, naturalmente, la Torà e tutto ciò che è in essa: questo è ciò che unisce tutti noi, ed è per questo che  sentiamo il loro dolore come se fosse il nostro ed è anche per questo che oggi gridiamo come una sola famiglia.
Ed è così che dobbiamo rispondere.
Se sei un maschio ebreo e oggi non ti sei  ancora messo i tefillin, ferma quello che stai facendo e metti i tefillin adesso. Tutto ciò che devi fare dura cinque minuti. Se non hai i tefillin, rivolgiti al più vicino Rabbino Chabad o alla tua sinagoga  e sarà felice di aiutarti a farlo oggi.
Sei una donna ebrea ? Oggi pomeriggio, venerdì,  accendi le candele dello Shabbat.
Immaginate il piacere delle loro famiglie  sapendo che migliaia di persone e centinaia di migliaia di loro fratelli e sorelle stanno assicurano la continuazione della loro eredità. Il loro sacrificio non  chiede di meno, e non possiamo abbandonare essi stessi e le loro famiglie.
Naturalmente ci sono molti altri modi con i quali si può e forse si deve rispondere. Io non dico che questo è TUTTO ciò che possiamo fare. Io sostengo che questo è almeno l’inizio. Se hai già messo i tefillin o hai acceso le candele dello Shabbat  ora è il tempo per invitare qualcun altro a farlo.  Se non l’hai ancora fatto, cosa stai aspettando?

I famigliari delle vittime hanno mandato una lettera a tutti gli ebrei del mondo chiedendo di dedicare ai defunti questo Shabbat con maggiore unità e aumentando l’osservanza dello Shabbat in memoria di dei loro genitori.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

TOLEDOT

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/11/19/toledot-5770-larte-di-scavare-i-pozzi/

L’ARTE DI SCAVARE I POZZI

Avrahàm e Yitzkhàk, acqua e fuoco. Personalità e valori a confronto. Una profonda riflessione
che ci porta ad analizzare il rapporto difficile tra individuo e società.

Alcuni Punti della Lezione:

  1. Perché lo stesso luogo viene chiamato sia da Avrahàm che da Yitzkhàk con lo stesso nome?
  2. Come mai è proprio il nome dato alla città di Beer Sheva da Yitzkhàk ad essere tramandato fino ad oggi?
  3. Perché la Torà dedica tanto spazio all’attività di scavare pozzi di Yitzkhàk?
  4. Ti risulta più facile iniziare un progetto o saperlo continuare nel tempo?
  5. Sei in grado di trovare la forza interiore per continuare un progetto nel tempo?
  6. Perché alcuni personaggi storici dotati di grandi ideali non hanno lasciato un segno concreto nella storia?
  7. Nella vita è più importante sapersi relazionare con il prossimo e con la società, oppure è meglio costruire una forte personalità? Possono coesistere entrambe le situazioni?

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Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perche’ vogliamo che la Tora sia accessibile a tutti. Aiutando Virtual Yeshiva potrete diventare soci nella diffusione della Tora. Sul seguente link puoi trovare come mandare una donazione
http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/

La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

http://www.virtualyeshiva.it/2014/11/15/toledot-5773-4-lezioni-precedenti/

Per un Piatto di Lenticchie

Tutti ormai erano al corrente della triste notizia: il grande tzaddìk Avrahàm era mancato.
Per rispettare il lutto per l’amato padre, Yitzkhàk si sedette, mentre Ya’akòv si recò in cucina a preparare le lenticchie. Questi legumi, serviti a coloro che sono in lutto, ricordano, con la loro forma rotonda, che nel mondo la ruota della fortuna gira continuamente, talvolta colpendo alcuni e favorendone altri, talvolta il contrario.
In casa di Avrahàm vi era solo una persona che non era affatto toccata dalla triste perdita: ‘Essàv, che neppure quel giorno seppe rinunciare ad andarsene per i fatti suoi in campagna. Tra l’altro, proprio quel giorno si era impossessato di una ragazza fidanzata con un altro uomo e aveva assassinato Nimròd, il figlio dell’omonimo Nimròd, a suo tempo ucciso da Avrahàm.
Questo fu quanto accadde: mentre cacciava nella campagna, ‘Essàv scorse da lontano i soldati di Nimròd che lo circondavano. Quest’ultimo indossava i preziosi indumenti che Dio aveva fatto per Adàm su cui erano raffigurati degli animali e che avevano il potere di attirarli e di sottometterli. ‘Essàv, desiderando ardentemente la veste, pazientò finché i soldati si allontanarono. Si avvicinò quindi furtivamente e attaccò Nimròd alle spalle, mozzandogli la testa. Con i vestiti sottratti alla vittima se ne tornò a casa, esausto ma soddisfatto della proficua caccia, anche se un po’ preoccupato dalla possibile vendetta dei discendenti di Nimròd.
Entrato in casa, scorse Ya’akòv intento a cucinare. ‘Essàv lo apostrofò con il suo abituale cinismo: «Perché ti stanchi a preparare un piatto così complicato? C’è una magnifica varietà di cibi deliziosi che si possono cucinare con meno sforzi: pesce, insetti, carne di maiale…!».
«Avrai sicuramente sentito che nostro nonno Avrahàm è mancato e che nostro padre è in lutto» replicò Ya’akòv. «Gli sto cucinando le lenticchie».
«Oh! Il buon vecchio Avrahàm è stato strappato da questo mondo tanto bello ed eccitante? Beh… non ha vissuto centinaia e centinaia d’anni!?» ribatté ‘Essàv. «Se n’è andato per sempre, per non risorgere mai più! È morto, come è morto Adàm che non può più ritornare e proprio come il buon Nòakh che, anche se ha ricostruito il mondo, se n’è andato per una morte eterna!». ‘Essàv infatti rinnegava l’esistenza del Mondo a Venire e la Resurrezione dei Morti. Egli credeva che lo scopo dell’uomo fosse quello di vivere divertendosi il più possibile.
‘Essàv guardò le lenticchie e la bottiglia di vino sul tavolo. «Sono affamato! » esclamò rivolto a Ya’akòv. «Dammi solo un goccio di quel buon vino rosso che hai lì e fammi ingollare un po’ di quella pietanza rossa che hai cucinato!». Era infatti così stanco e debole, da non essere in grado neppure di sollevare il piatto e servirsi da solo.
‘Essàv aprì la bocca come un cammello. Ya’akòv lo guardò sconcertato: come avrebbe potuto un uomo che rinnegava il Mondo a Venire essere il futuro capo della famiglia? Meritava una persona come lui di esercitare il diritto di primogenitura e di offrire i sacrifici per la famiglia?
Ya’akòv decise di acquistare il diritto dei sacrifici al posto del fratello. Spiegò quindi ad ‘Essàv: «Io ho preparato questo piatto per mio padre e non intendo perdere la mitzvà di darglielo per colpa tua. Se ti va di aspettare un po’ te ne preparo un altro; se invece lo vuoi subito, ti darò ciò che ho preparato per lui ma… a condizione che tu mi venda la primogenitura! Posso rinunciare a questo piatto destinato a una mitzvà solo per un’altra mitzvà!».
«E che cosa me ne faccio della primogenitura? – rispose ‘Essàv con disprezzo. – Morirò comunque come tutti. Per che cosa ne avrei bisogno?». Così negò anche la Provvidenza di Dio.

(Tratto dal volume Bereshìt, Edizioni Mamash)

Questa Parashà tratta un argomento molto importante, la discendenza di Yitzkhàk, la sterilità di Rivkà, la preghiera di Yitzkhàk e Rivkà per avere figli. La nascita di due gemelli Ya’akòv e Essàv, dei loro caratteri e delle loro inclinazioni. Crescita dei ragazzi; Essàv vende la primogenitura al fratello.
Yitzkhàk e Avimèlekh. A causa di una carestia in Israele,Yitzkhàk si trasferisce da Avimèlekh re dei Pelishtìm. Yitzkhàk diventa molto ricco e potente e, per invidia, i Pelishtìm otturano i pozzi da lui scavati. Nascono diverse dispute, finchè Yitzkhàk lascia la loro terra e scava altri pozzi.
La Parashà narra inolte del trattato di pace con Avimèlekh a Beèr Shèva, del matrimonio di Essàv con due idolatre causando la pena dei suoi genitori.
La fuga di Ya’akòv presso Lavàn ed il nuovo matrimonio di Essàv con una figlia di Yishma’èl.

Si legge l’Haftarà di Mal. 1,1-2,7

MIDRASHIM

Per un Piatto di Lenticchie (Bereshìt 25,29-34)
Midrash Bereshìt Rabbà 25,29-34
(a pagina 649 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Yitzkhàk Benedice Ya’akòv (Bereshìt 27,26-29)
Midrash Bereshìt Rabbà 65-66; Tifèret Tziyòn 65, 18; Midràsh Tankhumà b.16;
Pirkè Derabbì Eli’èzer 32.
(a pagina 651 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

Preparami una Vivanda Gustosa
(a pagina 717 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Ya’akòv e ‘Essàv: lo Tzadìk e il “Malvagio”
(a pagina 719 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

L’Armonia della Torà
(a pagina 721 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

TOLEDOT 5771: SOTTO IL VESTITO NULLA!
Rivkà si reca da Yaakov per suggerirgli di trasvestirsi da Essàv e rubare la benedizione del padre: uno strano comportamento, un grande insegnamento di vita ebraica. Una storia che parla alle attuali generazioni, che ci mostra il bene nascosto anche in una situazione irrecuperabile, attraverso i principi della chassidut.

TOLEDOT 5770: L’ARTE DI SCAVARE I POZZI
Dal segreto di scavare i pozzi, alle ragioni per cui fu il nome di Beer Sheva dato da Yitzkhàk a durare fino ad oggi, un profondo ed unico percorso nella psicologia, per esaminare le differenze nei comportamenti e nelle personalità di Avrahàm e suo figlio Yitzkhàk, al ruolo tra individuo e società, attingendo ai principi della tradizione ebraica.

TOLEDOT 5769: PATRIARCHI : UNA LUCE ETERNA
Le vite dei patriarchi, narrate nella Torà, sono di guida e insegnamento per tutte le generazioni. Yitzkhàk non va in esilio, a differenza di Avrahàm e Yaakòv, un comportamento e un approccio alla vita differente che ci insegna come vivere i diversi aspetti del vivere una vita ebraica. Alla luce degli aspetti cabbalistici e della Chassidut, vengono analizzate le diversità di comportamento insite nei concetti di rigore e bontà, di come poter meglio elevare spiritualmente la materia.

TOLEDOT 5766: LA NASCITA DI DUE NUOVI POPOLI
L’eterno vincolo che unisce i due popoli derivanti da Yitzkhàk: i discendenti di Yaakòv e quelli di Essàv. Le differenze profonde e il significato dei diversi comportamenti dei due uomini, ci portano a scoprire, alla luce dei ricchi insegnamenti della Torà e dei diversi commenti, le caratteristiche irrazionali e soprannaturali che connotano il popolo ebraico. Una lezione che ci guida alle origine spirituali di Israele.

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KHAYÉ SARÄ 5780: 6 LEZIONI PRECEDENTI

Questo Shabbàt 23 Novembre 2019, 25 del mese di Kheshvàn 5780 leggeremo la Parashà di

Khayè Sarà Gen. 23,1-25,18.

Si legge l’Haftarà di Melakhìm I:

Italiani/Milano/Torino/: Melakhìm I: 1, 1-34
Sefarditi Ashkenaziti: Melakhìm I: 1-31

Nella porzione della Torà di questa settimana, Khayè Sarà (Bereshìt 24, 1), è scritto che “Avrahàm (Abramo) era anziano e avanzato nei giorni”. Questo passo della Genesi ci permette di capire come il nostro Patriarca ha usato ogni giorno della sua vita al meglio. Analogamente, noi possiamo imparare come usare i nostri giorni al meglio e capire come essi ci preparano per la vita del Mondo a venire, o “Paradiso”.
Viene insegnato (Mishnà Avòt 4:17), “[Anche] un momento di pentimento e buone azioni in questo mondo è superiore all’intera vita del Mondo a venire”.
Eppure questo concetto sembra commentato in modo strano nell’ importante testo Chassidico Ighèret Hakòdesh 29, dove si afferma che – in relazione al Paradiso dove i giusti si crogiolano nel piacere dello splendore della Presenza Divina – la funzione del pentimento e delle buone azioni è che essi si trasformano in “indumenti spirituali” che consentono all’anima di resistere alla “radiosità della Divina Presenza” con la quale sarà premiata nel Mondo a venire.
In effetti, lo Zohar afferma – commentando la frase “…avanzato nei giorni” citata sopra – “Nei “giorni” superni [spirituali] guai alla persona che manca nei “giorni” nel Mondo a Venire, perché quando avrà bisogno di vestirsi con quei “giorni”, il “giorno” che ha danneggiato [nella vita] mancherà a quell’indumento”.
Queste affermazioni sembrano implicare che la cosa principale è il Mondo a Venire, poiché questo mondo serve solo come preparazione, come luogo per ottenere gli “strumenti” necessari, per così dire, per la vita in Paradiso. In tal caso, qual è il significato dell’insegnamento che “anche un solo momento di pentimento e buone azioni in questo mondo è superiore all’intera vita del Mondo a Venire”?
(continua sotto)

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Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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KHAYE SARA
Nuova lezione atomica 20/11/2019 parasha 5° Khayè Sarà
COME VINCE ELIEZER IL SUO CONFLITTO INTERIORE?
Conoscere ed Esternare i Problemi per Risolverli
Nella Torà alcune lettere, vocali e melodie rappresentano un diverso mondo spirituale, dei tre mondi creati, ossia ognuna di esse rivela un differente aspetto della Torà: alcune dimensioni vengono rivelate solo nelle melodie, alter nelle lettere o nelle vocalizzazioni.
Tra le melodie-taamìm della Torà ne troviamo una molto strana, “in tutti i sensi”, lo SHALSHÈLET, una nota insolita: va su e giù, su e giù, come se non fosse in grado di passare alla nota successiva. La forma strana, il suono unico e ancora più strano è che in tutta la Torà questa nota compare solo 4 volte.
Fu il grande commentatore rabbino Joseph Ibn Caspi (autore di 28 libri sulla filologia della Torà) del XVI secolo (nel suo commento a Bereshìt 19, 16) a capire bene il significato che essa trasmette, vale a dire uno stato psicologico di incertezza e indecisione.
La notazione grafica di SHALSHÈLET sembra una sequenza di lampi, un movimento a zig-zag, un segno che va ripetutamente avanti e indietro. Trasmette un movimento congelato – in cui il protagonista è lacerato dal conflitto interiore:
LO SHALSHÈLET È LA MUSICA DELL’AMBIVALENZA.
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COME TROVARE L’ANIMA GEMELLA?
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UNA VITA PARADISIACA

(continua da sopra)
Per capire la risposta, dobbiamo prima discutere su cosa si intende per “radianza della Divina Presenza” con cui le anime si dilettano in Cielo e cosa si intende con l’insegnamento che il pentimento e le buone azioni in questo mondo si trasformano in “abiti” che consentono all’anima di resistere a tale splendore.
Esiste, infatti, una differenza fondamentale nel grado di rivelazione del Divino tra questo mondo e il Mondo a Venire. Non dovrebbe sorprenderci che la rivelazione di Hashèm sia palese nel Mondo a Venire. D’altra parte, la Sua presenza si fa sentire anche in questo mondo; in effetti Lui è la forza spirituale che porta in essere l’universo e senza il quale nulla potrebbe esistere. Tuttavia, la bontà Divina in questo mondo è completamente nascosta: si possono vedere gli effetti della presenza di Hashèm, non si può “vedere” la Sua presenza ed essenza in modo palese.
Per comprendere meglio la maniera in cui Hashèm anima questo mondo, essa può essere paragonata a come l’anima interagisce con il corpo. Tutte le funzioni del corpo sono “potenziate”, per così dire, dall’anima: se la mano si muove, se l’occhio vede, o la bocca parla ecc.; la capacità di fare ciò, è il risultato della vitalità dell’anima, che permea ogni organo e lo pervade delle sue abilità particolari.
Tuttavia, è chiaro che l’anima stessa non è divisibile in organi. L’anima non ha “componente occhio, mano” ecc.; è un’entità puramente spirituale alla quale non si possono attribuire facoltà come la vista o la parola. Forse si può paragonare, questo rapporto con quello che intercorre, ad esempio, tra una batteria e lo smartphone, dove ogni parte di tale dispositivo è costruita in modo da facilitare la sua particolare funzione: lo schermo, i tasti, i circuiti ecc. Comunque, nessuna di queste componenti potrebbe funzionare da sola! Tutte hanno bisogno di energia, della batteria! È da questa che l’energia fluisce in ogni parte e consente a ogni singola sezione di svolgere la funzione per la quale è stata costruita. Tuttavia non si può dire che la batteria stessa abbia una di queste funzioni.
Questo è il motivo per cui la Torà dice (Isaia 6, 3): “Tutta la terra è piena (dello splendore) della sua gloria”. La cosa importante da capire in questo versetto è che ciò che riempie la terra non si può nemmeno dire che sia la gloria di Hashèm in sé, ma è solo un suo riflesso. Hashèm nella Sua essenza è così esaltato al di sopra della creazione che tutto ciò che gli essere creati possono percepire è “solo” un riflesso oscuro della sua gloria e nulla più.
Questo è ciò che il Talmud intende con l’espressione (Meghillà 31a): “Nel Suo alto luogo in cui trovi la grandezza di Hashèm, lì trovi la Sua UMILTÀ”. La gente pensa che Hashèm sia “fantastico”, perché ha creato questo universo vasto e maestoso. Questo è un errore fondamentale! La “grandezza” di Hashèm stesso è qualcosa che noi mortali siamo assolutamente inadeguati a comprendere. Certamente Hashèm è “grande” – sebbene in un modo al di là della nostra comprensione – ma la sua grandezza non deriva dall’aver creato l’universo. Questo sembra solo una “difficoltà” per noi, ma per Dio è letteralmente “niente”. Invece, quando lodiamo Hashèm per aver creato l’universo, anche se abbiamo in mente tutto il meraviglioso splendore della creazione, ciò che stiamo veramente facendo è lodare Dio per essersi “abbassato”: si è reso “umile”, per così dire, nell’utilizzare anche solo una minima parte della sua forza creativa in ciò che, per Lui, è assolutamente insignificante. Non è la grandezza di Hashèm, ma “l’umiltà” di Dio, – il fatto che Egli si abbassa per il nostro bene – che è messo in evidenza dalla contemplazione anche degli più aspetti più impressionanti della creazione. Pertanto la frase del Talmud, “Nel posto in cui trova la sua grandezza, lì trovi la Sua umiltà” non esprime altro che la Sua volontà di “abbassarsi” a quel livello: Il vero “Sé” di Hashèm, per così dire, semplicemente non è rivelato in questo mondo.
Dio e il “Mondo Futuro”
Al contrario, nel mondo a venire, il piacere che le anime provano dal “crogiolarsi nel fulgore della Presenza Divina” deriva dal fatto di poter apertamente percepire, non Hashèm stesso, ovviamente, ma la luce che “irradiata” da Hashèm che dà vita a tutti e tutto.
Ora, possiamo capire un ulteriore punto. Come è possibile che una anima – un’entità emanata – sia in grado di percepire e comprendere l’essenza stessa della Divinità? È vero, l’anima è “una parte di Hashèm in cielo”, ma lo è più per quanto riguarda l’origine e la fonte spirituali dell’anima che quando l’anima abita un corpo, anche mentre si crogiola nella radiosità della Presenza Divina.
La risposta la troviamo nello studio della Torà e nell’osservanza pratica delle mitzvòt (“buone azioni”) che in questo mondo consentono a una persona di mettersi in relazione con le rivelazioni spirituali del Mondo a venire. Le mitzvòt sono la volontà di Hashèm: abbiamo messo i Tefillìn, perché è la Sua volontà; facciamo beneficenza per lo stesso motivo, ecc.
Ora, come spiegato altrove, Hashèm non ha un “corpo”, ovviamente, tuttavia, ci ha creati in modo tale che, attraverso la Torà possiamo arrivare a capire qualcosa di Lui. In particolare la “volontà”, l’aspetto più alto di una persona, trascende tutte le altre facoltà, anche quella elevata della “ragione”. Una persona, infatti non ha bisogno di una ragione logica per desiderare qualcosa, poiché semplicemente la vuole. Qui si parla dei veri desideri innati (vivere, avere una casa, avere un coniuge, procreare) che sono al di sopra della logica e non hanno bisogno di essere spiegati o razionalizzati, come spiegato ampiamente nella chassidùt.
Quindi, quando si afferma che le mitzvòt sono la “volontà” di Hashèm, si intende che la loro fonte spirituale è l’aspetto più alto della bontà Divina. Tuttavia, paradossalmente, questa alta spiritualità si esprime in forma pratica, fisica: la mitzvà dei tefillìn, ad esempio, richiede della pelle bovina legata al braccio e alla testa; gli tzitzìt sono fatti di lana di pecora e così via… anche per le altre miztvòt.
Questo paradosso rappresenta il fatto che le mitzvòt consentono di collegarsi con Hashèm stesso. La “volontà” di Dio – la fonte delle mitzvòt – è la stessa cosa con Hashèm stesso, ed è inesprimibilmente superiore alla mera rivelazione della benignità chiamata “ziv Shekhinà”, la radiosità, o splendore, della Divina Presenza. Esprimendo la volontà di Hashèm nell’osservare le mitzvòt – in particolare quelle che comportano un’azione fisica – ci uniamo a Hashèm con un’unità meravigliosa e potente che non ha paragoni in nessun fenomeno terrestre, e molto di più, anche di quello che può essere sperimentato in cielo. Nel Mondo a venire, le anime sono esposte solo alla radiosità della Presenza Divina, mentre in questo mondo abbiamo l’opportunità inestimabile di eseguire concretamente le mitzvòt e quindi essere legati e uniti al Sé di Dio.
Questo spiega perché i nostri Saggi insegnano che: “Anche un momento di pentimento e buone azioni in questo mondo è superiore all’intera vita del Mondo a venire”. Tuttavia, in un altro senso, il Mondo a venire ha un vantaggio su questo mondo: qui, non possiamo avvertire la luce Divina con cui ci stiamo unendo attraverso la Torà e le mitzvòt; sarebbe impossibile resistere a essa. Nel mondo a venire, invece, lo splendore della divinità è letteralmente percettibile, il che provoca la grande gioia delle anime quando si trovano in quel luogo santo. Ed è proprio il fatto che quelle anime hanno precedentemente trascorso del tempo in questo mondo, impegnate nell’osservanza della Torà e delle mitzvòt, che consente loro, sebbene entità emanate, di resistere a quella rivelazione. Perciò le mitzvòt formano una sorta di involucro, o indumento, attorno all’anima che gli consente di “sopravvivere” all’esposizione diretta alla bontà divina.
Unirci a Hashèm
Ora, in un’altra prospettiva, viene insegnato che l’amore e il timore di Hashèm che hanno motivato una persona mentre eseguiva le mitzvòt sono come “ali” che servono per elevare e portare in cielo la cosa più importante: le mitzvòt stesse. Questo concetto possiamo comprenderlo alla luce di ciò che abbiamo detto sopra, vale a dire, che le mitzvòt ci uniscono letteralmente a Hashèm stesso. Perché, come discusso sopra, il verso “Tutta la terra è piena della sua gloria” implica che solo la “gloria” di Hashèm, ma non Dio stesso, è racchiuso in questo mondo. Quindi, è altrettanto vero che non c’è certamente posto in Paradiso o in terra privo di Hashèm stesso. In effetti, accanto a Lui, non esiste nient’altro (anche il suo “splendore”). In modo simile si può parlare della “luce solare” solo quando brilla sulla terra, ma alla sua fonte – nel globo del sole – c’è una cosa sola: il sole, non la “luce del sole”. Tuttavia, come spiegato sopra, gli esseri creati sono capaci di percepire, almeno, un riflesso della “gloria” di Hashèm, e questo è ciò che si intende dicendo che l’intero mondo è pieno di quel riflesso.
Una persona ha la capacità di trascendere i limiti e i vincoli di questo mondo, nel senso che, conoscendo che l’Essenza stessa di Hashèm è ovunque (anche se non possiamo percepirla), possiamo desiderare ardentemente di unirci con quella essenza per non rimanere impantanati nella limitata percezione di Dio altrimenti a noi disponibile.
Quindi l’impulso per lo studio della Torà e l’osservanza delle mitzvòt sono le nostre “ali” che elevano il nostro servizio di Hashèm fino al punto in cui esso è eseguito – senza nessun motivo apparente – ma semplicemente per adempiere alla Sua volontà. E questo a sua volta unisce la persona con Hashèm stesso.
Da quanto sopra, emerge che lo studio della Torà e l’osservanza delle mitzvòt in questo mondo sono prerequisiti necessari affinché l’anima raggiunga il suo potenziale di illuminazione spirituale nel Mondo a Venire. Questo è ciò che si intende con l’affermazione che i “giorni” di questa vita formano le “vesti” di cui l’anima avrà bisogno in Cielo: ogni giorno, una persona ha un certo progresso spirituale da compiere, così che nel corso della sua vita, lui o lei avrà completamente “vestito” l’anima. E questa è l’allusione dell’affermazione secondo cui Abramo era “avanzato nei giorni”, ossia ha sfruttato appieno i suoi giorni nel loro massimo potenziale spirituale, creando un abito completo per la sua anima.
Che Hashèm, nella sua infinita bontà, ci consenta di realizzare le nostre massime potenzialità in tutti i giorni della nostra vita così da anticipare, presto ai nostri giorni, l’arrivo di Mashiàkh.
La porzione di Torà di questa settimana inizia con la triste storia della scomparsa della prima matriarca ebraica: Sarà.
Suo marito Abramo inizia a cercare un luogo di sepoltura per Sarà, per se stesso e per le future coppie di patriarchi e matriarche del popolo ebraico (Genesi 23). Abramo negozia un accordo con un uomo chiamato Efron, a cui paga un’enorme quantità di denaro, ben 400 Shekalim (equivalenti al valore di 9.120 grammi di argento puro), per un campo a Hebron, su cui sorgeva la “caverna di Makhpelà” o la “caverna doppia” (così chiamata poiché era una grotta adatta per la sepoltura delle coppie).
Proprio come programmato da Abramo, i patriarchi e le matriarche (eccetto Rakhel) di Israele furono sepolti in quella grotta: Sarà, Abramo, Rebecca, Isacco, Lea e Giacobbe.
L’edificio costruito su di essa rimane, fino ad oggi, uno dei luoghi più sacri dell’ebraismo ed è anche tenuto in alta stima dai musulmani. Immediatamente dopo questa storia, la Torà narra di come Isacco incontra e sposa la sua anima gemella Rebecca. Questa è la sezione della Torà conosciuta come “la porzione dei matrimoni”, poiché viene letta, in molte comunità sefardite, prima di uno sposalizio.
Confronti Paradossali!
La sequenza degli eventi è un punto cruciale nella Torà: servono sempre a dimostrare una tesi o ispirare un ideale. Come possiamo apprezzare la contrapposizione tra questi temi paradossali: la morte e la sepoltura di Sarà nella “grotta di Makhpelà” e l’unione della vita di Isacco e Rebecca; un evento triste accanto alla gioia massima?
Quando Mosè presentò la Torà al popolo ebraico, diede loro anche un’interpretazione orale, per chiarire e spiegare le parti più controverse ed enigmatiche. Questa tradizione orale è stata successivamente documentata nella Mishnà e nel Talmud.
Il matrimonio è una di quelle parti della Torà non chiare che richiedono un’interpretazione.
La Torà parla di “un uomo che sposa una donna”, ma non specifica i mezzi legali per contrarre il matrimonio. Il Talmud ci offre la possibilità, attraverso la tradizione orale, di colmare il divario. Una simile espressione, usata quando si parla del matrimonio, si trova anche nella Torà quando si narra dell’acquisto della grotta di Makhpelà da parte di Abramo. Attraverso un classico metodo d’interpretazione della Torà, conosciuto come “gzerà shavà” (due casi, apparentemente distinti, possono essere confrontati quando una parola simile è usata in entrambi), possiamo mettere in analogia le due parti: proprio come Abramo ha acquistato il campo e la grotta per mezzo del denaro; così anche uno sposo deve dare denaro o un oggetto di valore alla sua sposa, per rendere legalmente valido il matrimonio.
Fino ad oggi, questa legge è la base di ogni matrimonio ebraico. Quando lo sposo pone l’anello sul dito della sua sposa e dichiara “sei santificata a me…” l’uomo e la donna entrano nell’alleanza del matrimonio. Perché proprio questo rito? Perché esso deriva dalla formula legale utilizzata da Abramo per acquistare la grotta di Makhpelà tramite del denaro.
Questa è la classica metodologia talmudica, ben nota a qualsiasi studente. Eppure può sembrare strana, se non inappropriata. Perché deriviamo le leggi del matrimonio da una storia di morte e sepoltura? Come è possibile confrontare il fatto di trovare un coniuge con l’acquisto di una tomba? A un cinico, tutto questo, potrebbe ricordare una frase di Woody Allen: “Il matrimonio è la morte della speranza”. Il confronto è così strano e bizzarro che ci obbliga a guardare più in profondità, a guardare le “grotte” segrete dei nostri rapporti con gli altri.
La Torà e la Mistica ebraica parlano dell’esistenza di due dimensioni in ogni relazione: l’elemento palese, situato “sopra il suolo” e la componente nascosta, sepolta “sotto il suolo”, travestita e velata. Nel nostro lessico moderno possiamo definirli come relazioni consapevoli rispetto a quelle subconscie.
Il primo livello della relazione è creato da pensieri, emozioni e sentimenti coscienti: “Ti amo perché mi sento bene con te; ti amo perché ti percepisco come il partner della mia vita”. Cosa succede se questi potenti sentimenti scompaiono?
Anche la relazione, naturalmente, soffre. Quando la causa non c’è più, i suoi effetti seguiranno. Queste dinamiche sono comuni in molti matrimoni: quando la passione esplode allora l’amore arriva fino al cielo, l’unione è splendida e vibrante; ma quando le emozioni appassionate e le travolgenti attenzioni per l’altro si dissolvono, il legame si allenta e la fedeltà piano, piano scompare. La coppia può ancora essere sposata sulla carta; internamente, tuttavia, sono come divorziati purtroppo. A questo punto molti si domandano, perché non completare il processo e tagliare il legame anche ufficialmente? Chi stai ingannando?
Tuttavia la Torà e la Cabbalà si rivolgono anche a un altro aspetto della relazione: quella sepolta sottoterra, nelle grotte interne delle anime che si guardano “faccia a faccia” (panim el panim). Questa è la vera connessione di due anime gemelle legate assieme, non tanto perché consapevolmente sperimentano una relazione cosciente, ma piuttosto perché sono connesse intrinsecamente, indipendentemente dai sentimenti coscienti. Due metà hanno come unica ragione per unirsi il fatto che sono UNA SOLA entità che si è divisa in due, per cui l’unione è naturale e innata, senza bisogno di giustificazioni.
Un classico esempio è il rapporto tra genitori e figli. Il rapporto con la madre non è creato dai nostri coscienti sentimenti verso di lei; al contrario, i sentimenti verso la madre sono il risultato del nostro legame subconscio con lei. Nei suoi confronti possiamo anche provare sentimenti negativi o addirittura, a volte, dobbiamo difenderci da lei, ma nulla cambierà il fatto che lei è nostra madre, un pezzo della nostra essenza.
Sebbene su un piano diverso, la Torà attribuisce questa dimensione all’unione coniugale. Oltre al matrimonio cosciente, creato dalla scelta razionale ed emotiva di due adulti, c’è un altro livello dell’unione coniugale: una connessione sepolta “sotto il suolo”, che esiste nelle cantine subcoscienti delle psiche dell’uomo e della donna. Un marito e una moglie sono, nelle parole dello Zohar, “due metà di un’unica anima”. Il loro legame è intrinseco ed eterno, innato prima della nascita e quindi non può essere cancellato da nessuna causa: emotiva, intellettuale, economica…
Il legame che proviene dall’inconscio non è creato dalla nostra volontà cosciente; al contrario, i nostri sentimenti coscienti sono generati da questo aspetto nascosto e essenziale del rapporto, che ci lega insieme nelle “camere sotterranee” delle nostre anime.
Se il matrimonio incontra dei conflitti, i “compagni di anima” devono riflettere sul fatto che essi sono uniti nella loro essenza e che le divergenze, sebbene richiedono attenzione e riparazione, non possano compromettere un legame inscindibile.
Il Messaggio di Abramo
Questo è uno dei profondi significati sulla storia di Abramo che lavora duramente per acquistare una tomba di sepoltura per sua moglie e per lui. L’acquisto della grotta allude al “rapporto sotterraneo” che non cessa dopo la morte, poiché non inizia durante la vita. Un tale rapporto non si fonda sulle “spiegazioni” logiche, per giustificare il matrimonio, non risponde alle dinamiche messe in atto dal nostro cervello che tende, invece, a razionalizzare ogni scelta che facciamo.
Questo non significa che un vedovo o una vedova devono rimanere tali in eterno. Abramo stesso si risposa dopo la morte di Sarà e la Torà insegna che l’anima di un coniuge defunto desidera che il partner continui, in questo mondo, a vivere una vita felice e produttiva.
Spesso ciò richiede un nuovo legame matrimoniale. Tuttavia, In nessun modo un secondo matrimonio può rappresentare una mancanza di sensibilità o tradimento verso la memoria del coniuge defunto.
Questo è uno degli aspetti celati ed esoterici che sta dietro alla legge ebraica che confronta le nozze con l’acquisto di Abraham “della grotta”: quando uno sposo posiziona l’anello sul dito della sua sposa, la Torà “gli ricorda” che non sposa il coniuge solo ad un livello cosciente; ma che sta anche entrando in una relazione eterna con lei o lui. Con il matrimonio, l’uomo e la donna accedendo insieme alla “grotta” sepolta, nelle profonde stanze delle loro anime, dove l’unione è senza limiti di tempo o di spazio.
La khupà (baldacchino di nozze) non è solo un’unione di due persone; è anche una riunione di due metà che sono state separate temporaneamente con la discesa delle anime nei corpi fisici, ma in realtà sono anime gemelle.
Ciò spiega anche lo stretto legame tra l’episodio della sepoltura di Sarà e la storia del matrimonio di Isacco e Rebecca. A prima vista, la sequenza sembra essere di cattivo gusto. Tuttavia, dopo una profonda riflessione, il messaggio implicito è chiaro: prima di sposarsi occorre essere consapevoli che ci si sposa con il partner in eterno. Il divorzio non è un’opzione.
Occorre essere determinati che nessuna difficoltà avrà la forza di rompere questo legame. I due partner formano un CUORE UNICO. Il comportamento di Avraham, dopo la scomparsa di Sarà è servita come esempio e guida per Isacco e Rebecca, su come comportarsi nel matrimonio.
Isacco e Rebecca in futuro, come riferisce la Torà, avranno molte vicissitudini; alcune di queste avranno implicazioni storiche drammatiche. Tutte queste difficoltà non gli faranno mai perdere la fedeltà e la fiducia reciproca. Perché? Perché non hanno mai dimenticato la connessione che ha definito il loro rapporto “sotto il suolo”, negli strati subconsci delle loro anime.
La Metafora
Il matrimonio umano è una metafora per il matrimonio tra uomo e Dio. Anche questo matrimonio opera su due livelli. A volte il rapporto con Dio è “sopra il suolo”, esposto e rivelato: cosciente, eccitante e arricchente. Ma cosa succede in un momento di “depressione” morale o spirituale? Come reagire quando si sente che il matrimonio con Dio è senza anima e senza vita o addirittura non si è neanche sicuri della sua esistenza?
In un simile momento bisogna ricordare il “rapporto della grotta”, il fatto che noi e Dio possediamo un rapporto nascosto che può essere anche non rivelato, ma è sempre presente. Questa è la scintilla nascosta incisa all’interno delle grotte profonde dell’anima che non potrà mai essere estinta.
Quest’unione non è così eccitante come il rapporto rivelato “sopra la terra”, ma è eterno e molto più solido con radici molto profonde.
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Questo saggio è basato su una lettera inviata dal Rebbe alla signora Sifrah Morozov, che ha perso il marito nella guerra di sei giorni del 1967 per consolarla della perdita del marito.
Questo a enfatizzare l’importanza del matrimonio come un “patto eterno” tra due anime che trascende anche i limiti imposti dalla morte.
(La lettera è pubblicata in Torat Menachem- vol. 2).

Questa Parashà tratta la sepoltura di Sarà che muore all’età di centoventisette anni. Avrahàm acquista a prezzo pieno la Me’aràt Hamakhpelà, a Khevròn, per seppellirvi la moglie. Narra inoltre del giuramento di Eli’èzer riguardante la ricerca della moglie per Yitzkhàk.
Rivkà incontra Yitzkhàk in campagna. Eli’èzer racconta i fatti al padrone Avrahàm e Rivkà viene condotta nella tenda di Sarà, ripristinando i miracoli che accadevano.
Ultimi eventi della vita di Avrahàm e la sua vecchiaia. Avrahàm sposa Keturà e genera altri figli, a cui dà abbondanti doni prima di mandarli via. Avrahàm muore all’età di centosettantacinque anni e viene sepolto anch’egli a Me’aràt Hamakhpelà.
Discendenza di Yshma’èl. Dodici capi. Morte di Yshma’èl.

MIDRASHIM

La Morte di Sarà Bereshit 23, 1-2.
Midrash Bereshìt Rabbà 58-60; Midràsh Haggadòl 23; Talmùd Berakhòt 16; Talmùd Shabbàt 30; Talmùd Sotà 7.
(a pagina 644 del volume Bereshìt edizioni M amash).

La Moglie Giusta Bereshìt 24, 42-45.
Midrash Bereshìt Rabbà 60; Midràsh Haggadòl 24.
(a pagina 646 del volume Bereshìt edizioni ).

SIKOT
La Vera Vita di Sarà.
(a pagina 710 del volume Bereshìt edizioni Mamash).
La Perfezione di Sarà.
(a pagina 712 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

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KHAYE SARA 5772: MATRIMONIO : CINQUE CONSIGLI PER RAFFORZARLO
Com’è possibile imparare le regole del matrimonio dall’acquisizione della tomba di Sarà?

KHAYE SARA 5771: COME SCOPRIRE IL NOSTRO SUBCONSCIO?
Psicologia nella Tora.
Psicologia e matrimonio. Un binomio che si esprime pienamente nella storia di Elìèzer e che può esserci di insegnamento in ogni momento della vita.
La storia di Elìèzer, servo di Avrahàm incaricato di trovare la giusta moglie al figlio Yitzkhàk, viene ripetuta due volte nella Torà. Da questa apparente anomalia si apre un percorso interessante, ricco di approfondimenti psicologici e chassidici, che porta all’analisi del comportamento umano e alla sua interpretazione. Tutto è spiegato nelle pagine della Torà, anche le dinamiche del subconscio!

KHAYE SARA 5769: COME TROVARE L’ANIMA GEMELLA?
il valore del matrimonio nella Torà
Una lezione storica IMPERDIBILE di grande insegnamento di vita!
La scelta della “donna giusta”: cosa ci insegna la Torà con il comportamento di Rivkà e la scelta compiuta dal servo Eli’ézer. Il significato del vero amore nella vita coniugale e l’analisi delle ragioni per cui è bene contrarre il periodo tra fidanzamento e matrimonio.

KHAYE SARA 5768: COME RICONOSCERE IL VALORE DEL MATRIMONIO?
Una lezione ricca di approfondimenti cabbalistici che ci porta ad esaminare le particolarià della nostra generazione e il valore del comportamento alla luce della venuta del Messia, presto nei nostri giorni!
Avrahàm lascia tutti i propri averi in gestione al servo Elì èzer, come segno di riconoscimento del valore del matrimonio del figlio Yitzkhàk. Da questo passo della Torà si snoda un percorso interessante, ricco di approfondimenti cabbalistici, che porta alle riflessioni sulla rettificazione del serpente e alle premesse per l’avvento del Messia.

KHAYE SARA 5766: LA MORTE DI SARA, L’INIZIO DI UNA VITA ETERNA?
Da dove deriva il nome delle parashot? Una lezione che narra della morte di Sara e di come da quel momento si manifesti la realizzazione della sua stessa vita!
Si narrano gli eventi relativi alla morte di Sara, approfondendo il significato profondo della realizzazione della sua vita, attraverso gli insegnamenti chassidici e della mistica ebraica, dimostrando l’eterno valore della vita di uno tzaddìq. Il valore dell’avere un figlio, i segni che si lasciano alle generazioni future, la possibilità di valorizzare ogni attimo della nostra vita!

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NOAKH 5780: 6 LEZIONI PRECEDENTI

Questo Shabbàt 2 Novembre 2019, 4 Cheshvan 5780 leggeremo la Parashà di NOAKH  Gen. 6,9-11,32.

HAFTARÀ
Sefarditi: Is. 54: 1 – 54: 10
Ashkenziti: Is. 54: 1 – 55: 5

A pagina 128 del Volume Bereshìt (edizioni Mamash)

SCORPIONE: GELO MESSIANICO

Quando l’autunno è in pieno svolgimento, non vogliamo sentire freddo. Tuttavia anche il freddo può essere santo! Il mazàl (segno zodiacale) del nuovo mese ebraico di Kheshvàn (ottobre – novembre) è lo scorpione, noto per il suo freddo veleno. Anche se non adoriamo o crediamo nei segni astrologici, secondo la Cabalà, il mazàl riflette qualcosa dell’essenza del mese.

Lo scorpione non rappresenta solo freddezza negativa, ma anche un livello elevato di consapevolezza, una caratteristica messianica importante per la rettifica del mondo intero.

Il mese di Kheshvàn è iniziato e le vacanze sono oramai solo un piacevole ricordo. L’entusiasmo del mese di Tishrè (settembre – ottobre) ha già iniziato a sciogliersi (purtroppo). Fuori sta diventando un po’ freddo, come, forse, i nostri cuori. Il cielo è diventato nuvoloso, come il “riflesso” del nostro ritorno alla realtà mondana.

Potremmo pensare che in momenti come questi, il meglio che possiamo fare è aggrapparci ai dolci ricordi di Tishrè: cercare di stare al caldo della capanna, sotto l’ombra di Hashèm e “prendere in prestito” un po’ di calore dalla luce della prossima Khanukà.

Ma come sempre, la prospettiva della dimensione interiore della Torà ci rivela il lavoro positivo che possiamo fare anche con “i brividi….” del mese di Kheshvàn.

Serpenti e Scorpioni

Il mazàl del mese di Kheshvàn è lo scorpione velenoso. Nella Torà, lo scorpione appare generalmente assieme al serpente, nei versetti (Deuteronomio 8, 15) che descrivono il “grande e terrificante deserto” come il luogo di “serpenti, saràf e scorpioni …”. Anche Il pozzo in cui Giuseppe fu gettato dai suoi fratelli, viene descritto come vuoto, “senza acqua”. I nostri saggi aggiungono che mentre non c’era acqua nella fossa, c’erano certamente serpenti e scorpioni.

Qual è la differenza tra il serpente e lo scorpione? I nostri saggi insegnano che c’è una differenza tra i loro veleni. Il veleno del serpente è caldo, mentre quello dello scorpione è freddo: in ebraico, le lettere centrali della parola scorpione – akràv, sono kuf – resh, formano la parola kar – freddo.

Nell’anima dell’uomo, il veleno del serpente è espresso come calore negativo e dannoso – come “sangue caldo” e desiderio ardente di qualcosa.

All’opposto, il veleno dello scorpione è espresso come pericolosa freddezza e apatia verso qualsiasi cosa importante e santa che appassiona l’anima. Ora capiamo perché il freddo e il cielo coperto di Kheshvàn si adattano al mazàl dello scorpione. Affondare nella routine fredda, senza calore o entusiasmo è l’essenza stessa della puntura dello scorpione.

Cosa è più pericoloso? Il serpente o lo scorpione? A livello superficiale, potremmo pensare che il fuoco della lussuria sia più pericoloso dell’apatia e della freddezza per lo spirito. Dopo tutto, il fuoco della lussuria spinge le persone al peccato e al grave errore, mentre la freddezza semplicemente fa sì che le persone realizzino buone azioni, senza vitalità o energia. Quindi, nel peggiore dei casi, la freddezza non impedisce di compiere le buone azioni.

In verità, tuttavia, il freddo veleno è più pericoloso. Il calore è un segno di vita, mentre il freddo è tipico della morte. Una persona che brucia di desiderio per qualcosa o qualcuno di futile è davvero in una situazione pericolosa, ma perlomeno la sua vitalità è forte. Una persona che affondata nell’apatia e nella freddezza, invece rischia di spegnere la “scintilla della vita”.

Possiamo spiegarlo in un altro modo: secondo la legge ebraica, una persona in piedi nella preghiera assoluta della AMIDA, quando un serpente si avvolge attorno al suo tallone non dovrebbe fermare la sua preghiera. Ma se vede uno scorpione avanzare verso di lui, deve smettere di pregare e fuggire. Perché? Perché il serpente non morde senza essere provocato. Lo scorpione, d’altra parte, pungerà sempre. Applicato all’anima il desiderio ardente della inclinazione al male ha bisogno della complicità del suo “socio” il corpo. Perciò se una persona è legata alla santità – immerso nella preghiera – può facilmente ignorare la sua CALOROSA inclinazione al male. D’altra parte, il freddo che lo scorpione inietta nella persona filtra nella sua routine quotidiana, anche se apparentemente è innocuo, e dopo solo una battaglia quotidiana può salvarci da esso.

Calore Santo e Freddo Positivo

Chiaramente, proprio come ci sono serpenti e scorpioni negativi e dannosi, possiamo anche trovare la santità in essi. Dove vi è calore e la lussuria dell’inclinazione malvagia, vi è, potenzialmente, anche calore santo ed entusiasmo: un cuore caldo e premuroso, si entusiasma facilmente per tutto ciò che ha a che fare con la santità; il fuoco sacro della preghiera, l’apprendimento della Torà o l’adempimento delle mitzvòt. Di contro, esiste un’apatia positiva o una freddezza santa?

Nel Pirkè Avòt (Massime dei padri), le parole e gli insegnamenti dei maestri della Torà, sono paragonate al “pungiglione dello scorpione…”. Quando uno studioso della Torà è costretto a essere critico e assertivo per scopi educativi, il suo “pungiglione”, le sue parole, non sono frutto di un temperamento focoso e NON posato. Invece, egli è capace di agire con il pensiero chiaro, freddo che gli consente di comportarsi in modo lucido e corretto.

Ad un livello più profondo, proprio come abbiamo bisogno di entusiasmo ed energia per il positivo, abbiamo bisogno di freddezza e apatia per le vertiginose tentazioni di questo mondo. Persino la disperazione può essere una caratteristica positiva, quando è incanalata nella giusta direzione. Una persona abituata a relazioni superficiali e fugaci, può davvero investire le sue energie in una relazione stabile e profonda? Anche qui sembra che in superficie sia preferibile il calore e l’entusiasmo. Ma l’approccio interiore rivela che finché non ci siamo calmati dal nostro desiderio di soluzioni facili e superficiali, la nostra ansia per la santità può anche essere mescolata con molta immaginazione e superficialità.

Scorpione Messianico

Al di là del serpente positivo e dello scorpione nell’anima, queste creature annunciano anche un messaggio di redenzione per tutti. La Cabalà insegna che il valore numerico di נחש – nakhàsh / serpente è uguale al valore numerico di משיח – Mashiàkh / Messia: 358.

Nella Torà Yishay è il padre del re David (il padre di Mashiàkh), e dall’altro canto Mashiakh che è il figlio di David – è chiamato nakhàsh / serpente.

Però anche lo scorpione ha un’energia messianica. A questo allude un’espressione nel Talmùd (Sanhedrìn 97a), “tre cose arrivano senza preavviso: ritrovare qualcosa di smarrito, il morso di uno scorpione e l’arrivo di Mashiàkh”.

Il Talmud mette in correlazione il Mashiàkh con lo scorpione, dicendo che entrambi hanno lo stesso DNA, ovvero una dimensione irrazionale. Non a caso il valore numerico di עקרב – akràv / scorpione 372 è uguale a Mashiàkh – 358 + David – 14 ovvero il Mashiàkh che discende da David. E anche Ben 52 + Yishay 320 / figlio di Yishay, poiché Mashiàkh discende da Yishay.

Per cui sia il serpente, sia lo scorpione sono intensamente legati alla dimensione messianica della rettificazione totale: TIKUN OLAM.

Qual è la relazione tra il serpente – Mashiàkh e lo scorpione – Mashiàkh? Il potere del SERPENTE – Mashiàkh è di accendere i nostri cuori. Il potere dello SCORPIONE – Mashiàkh è di raffreddare le persone dal loro “sangue bollente”, dalle passioni e dalle distrazioni di questo mondo.

Ad un livello più profondo, questo riflette due diverse fasi di redenzione – o i suoi due obiettivi diversi. Il primo stadio / obiettivo è il livello Mashiàkh figlio di Giuseppe (serpente), mentre il secondo stadio è il livello del Mashiàkh, figlio di David (scorpione).

Il primo serpente – Mashiàkh si rivolge alla nazione di Israele, risveglia i loro cuori per servire Dio e li riscalda con entusiasmo per lottare per il destino messianico – il compimento di una vita piena di Torà, eliminare il male dal mondo e la costruzione del Santo Tempio di Gerusalemme. In seguito, lo scorpione – Mashiàkh si volgerà con freddo equilibrio verso le settanta nazioni del mondo per portarle vicino al servizio del Dio unico: עקרב – Akràv / scorpione, è anche un acronimo per ע-קרב ovvero קרב – karèv avvicina, ע – ayin / 70 nazioni del mondo, che il Tikkun dello, l’ottavo mese di Mar-Kheshvàn, si applica principalmente alla rettificazione di tutto il mondo.

La capacità di influenzare le nazioni del mondo dipende dal fatto che il Mashiàkh è freddo come il ghiaccio nel suo approccio verso la cultura del mondo e le sue tentazioni. Deve respingere completamente la prigionia dell’uomo verso il labirinto di desideri e dipendenze sempre più diffusi nei nostri tempi. Solo una persona che respinge completamente le culture straniere (scorpione – veleno freddo – apatia) ed è totalmente indifferente alle loro tentazioni può attirare le nazioni del mondo fuori da esse e persino estrarre la scintilla della saggezza umana nascosta in loro e portarle vicino alla santità.

Perciò i due aspetti del Tikkun di Mashiakh sono complementari e le due facce della stessa moneta:

1. quello del calore della santità di Hashèm e l’esempio personale del Mashiakh che ispirerà e guiderà Israèl (serpente).

2. quello esterno in direzione delle nazioni del mondo, tramite il lucido e freddo distacco dello scorpione che permette di non farsi coinvolgere dalle culture pagane (scorpione).

La sua freddezza è il riflesso del suo santo entusiasmo che diventa un canale per divulgare il monoteismo nel mondo. Solo una persona che è priva di qualsiasi motivazione personale e completamente attaccata al divino può raggiungere tutta l’umanità – compresi coloro che sono lontani e diversi da lui – e portare loro la luce della redenzione.

Dopo i calori e le passioni di questa estate, oramai passata, adesso con il freddo alle porte (nonostante le anomalie climatiche… prima o poi arriverà!), può essere difficile mantenere l’allegria e il buon umore.

Siamo appena entrati (da mercoledì 10 Ottobre Rosh Khodesh – capomese) nel periodo dello scorpione che ci dona l’importante occasione di riuscire a rivedere criticamente, dentro di noi, le nostre vite e le piccole quotidiane abitudini, con più equilibrio, con maggiore distacco e forse con un pizzico di saggezza in più.

Impariamo a riconoscere i nostri piccoli o grandi vizi che ci rendono schiavi della materia, dandoci illusorie passioni e momenti apparentemente vitali: alcol, fumo etc.; passare buona parte delle nostre giornate a chattare con “pseudo amici” sui social; o a voler comperare qualcosa da qualche parte perché “solo lo shopping” ci fa sentire felici.

Utilizziamo bene questo periodo freddo nel modo migliore. Proviamo a rettificare noi stessi in modo da vedere meglio le cose, ad agire con più efficacia verso le persone e il mondo attorno a noi: nel lavoro, con i nostri figli e amici. Diventiamo “soci nella creazione del mondo” preparandolo per l’imminente arrivo di Mashiàkh presto nei nostri giorni!

Da un articolo di Rav Yitzchak Ginsburgh

basato su un discorso del Rebbe di Lubavitch

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NOAKH

Al seguente link si trova la lezione sulla nostra parashà molto interessante in formato mp3:

http://www.virtualyeshiva.it/2009/10/22/noakh-5770-disciplina-o-amore/

Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

http://www.virtualyeshiva.it/files/09_10_22_noakh5770_corvocolomba_rigore_amore.mp3

DISCIPLINA O AMORE?

Due importanti insegnamenti di vita ispirati dal comportamento di Noakh che ha inviato prima il corvo e poi la colomba!

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Per sentire le altre lezioni sulla parashà:

http://www.virtualyeshiva.it/2017/10/15/noakh-5773-5-lezioni-precedenti/

Questa Parashà descrive la personalità di Nòakh, la cronologia del diluvio per quaranta giorni, a partire dal 17 di Kheshvàn. Le vicende dopo il diluvio le discendenze dei figli di Nòakh, parla della Torre di Bavel e della discendenza di Shèm fino ad Avrahàm e la gioventù di Avrahàm a Ur Kasdìm.

MIDRASHIM

Alcune Riflessioni:
La Torre di Bavèl (Bereshìt 11,4-9) Midrash Bereshìt Rabbà 37-38; Pirkè Derabbì Eli’èzer 24; Midràsh Tankumà b. Nòakh 25 (a pagina 630 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Il Rogo di Ur Kasdìm (Bereshìt 11, 26-28) Midràsh Bereshìt Rabbà 38,19; Bet HaMidràsh 1; Midràsh Aggadà 11; Nèfesh Hakhayìm (a pagina 632 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKHOT

Tra ciò che è puro e ciò che non lo è (a pagina 693 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Le Acque del Diluvio (a pagina 696 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Sui seguenti link puoi trovare delle lezioni audio MOLTO interessanti su Noakh:

NOAKH 5771

PERCHE’ NOAKH NON ERA IL PRIMO EBREO!!!
Dal nome di Gerusalemme, che è il simbolo dell’ebraismo, capiremo qual’è la giusta strada per servire Hashem

http://www.virtualyeshiva.it/2010/10/06/noakh-5771-perche-noakh-non-era-il-primo-ebreo/

NOAKH 5770:

DISCIPLINA O AMORE?

http://www.virtualyeshiva.it/2009/10/22/noakh-5770-disciplina-o-amore/

NOAKH 5769:

NOAKH: ZADIK CON LA PELLICCIA!

http://www.virtualyeshiva.it/2008/10/30/noakh-5769-tzaddik-con-la-pelliccia/

NOAKH 5768:

LEONE CHE MORDE NOAKH

http://www.virtualyeshiva.it/2007/10/12/noakh-5768-il-leone-che-morde-noakh/

NOAKH 5766:

ZADIK NELLA SUA GENERAZIONE!

http://www.virtualyeshiva.it/2005/11/06/noakh-5766-zadik-nella-sua-generazione/

Una lezione collegata alla parashà di Noakh:

BALAK 5768 – IL PIU’ GRANDE ANTISEMITA DELLA STORIA!
http://www.virtualyeshiva.it/2008/07/10/balak-5768-il-piu-grande-antisemita-della-storia/ 

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BERESHIT 5780: 3 SPLENDIDE LEZIONI!

Inizia con Bereshit Gen 1 – 6, 8  lo studio del ciclo annuale di Parashot che leggeremo questo SHABBAT 26 Ottobre 2019 – 27 TISHRÌ 5780

HAFTARÀ:

Italiani: Is. 42: 1-21 Milano/Torino/Sefarditi: Is. 42: 5-21

Ashkenaziti: Is. 42: 5-43: 10

Pochi paesi al mondo possono vantare un numero di premi Nobel in proporzione al ridotto numero di abitanti.
Infatti Israele, che ne ha solo qualche milione vanta un elevato numero di premi nobel (senza includere il numero di premi vinti da ebrei nel mondo): tre per la pace, tre per la chimica, due per l’economia, uno per la letteratura…
Come dice lo Zohar questo è un mondo falso: ALMA DESHIKRA.
Per un mondo fasullo dove l’antisemitismo è sempre dietro l’angolo è difficile conferire un premio nobel a un ebreo e per di più israeliano.
Da diversi anni Israele regala al mondo grandi rivelazioni nel campo della chimica con un valore aggiunto rilevante e per questo che dal 2004 solo Israele ha avuto ben 6 premi nobel sulla chimica (senza citare gli altri campi) cosa che quasi nessun altro stato può eguagliare un primato così alto in un SOLO settore.
In ordine dall’ultimo Arieh Warshel, Chimica 2013. Michael Levitt, Chimica 2013. Dan Shechtman, Chimica 2011. Ada Yonath, Chimica 2009. Aaron Ciechanover, Chimica 2004. Avram Hershko, Chimica 2004.
Vi sono buone ragioni per essere fieri, il Nobel equivale a un riconoscimento internazionale per l’intera comunità scientifica israeliana. Nel momento in cui i riflettori vengono puntati sul sapere israeliano, abbiamo l’opportunità di mostrare al mondo le nostre vere ricchezze, una grande potenza non di terre, né di ferro, ma di cervelli. Si tratta di una grande prerogativa della nostra nazione, una prerogativa importante ed essenziale.
Negli ultimi anni in compenso 3 ebrei hanno ricevuto il premio ma non essendo israeliani è meno evidente l’impronta ebraica: J. Michael Kosterlitz (fisica), Oliver Hart (economia) and Bob Dylan (letteratura).
Come è scritto nella nostra santa Torà che iniziamo a leggere questo Shabbat e tutti siamo invitati ogni Shabbat a seguirla:
Studierete la mia Torà e metterete in pratica i suoi precetti perché Essa è la vostra saggezza e la vostra sapienza davanti ai popoli (Devarìm 4,6).

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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BERESHIT
Al seguente link troverai la lezione della Parashà di questa settimana in formato mp3:
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http://www.virtualyeshiva.it/files/09_10_15_bereshit5770_creazione_uomo_donna_matrimonio.mp3

NON È BENE PER L’UOMO ESSERE SOLO:
EVVIVA LE DONNE!

Quattro spiegazioni sulla controversa espressione riferita alla donna: “un aiuto CONTRO di lui”
Alcuni punti della lezione:
1. Perché l’uomo viene creato senza la donna a differenza degli animali che vengono creati sin dall’inizio con la femmina. Per farci capire in maniera chiara che l’uomo da solo non può vivere, mentre gli animali non hanno questi dubbi, solo l’uomo può sbagliare.
2. Spiegazione Rashì, aiuto contro di lui.
3. Spiegazione Naziv, se lo aiuta è contro di lui, se polemizza lo aiuta
4. Piacere della luce solo nel buio, creazione dell’uomo per illuminare il buio come i due nomi di Ha-Shèm.
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MOGLIE = SPECCHIO
Questa settimana appena dopo aver celebrato, durante Simchàt Torà, il completamento del ciclo annuale della Torà e l’inizio di quello nuovo, leggiamo la prima porzione della Genesi, Bereshìt, che racconta la creazione dell’universo e la vita del primo uomo, Adamo, della prima donna Eva e dei loro discendenti. Come per tutte le Scritture, ogni elemento della Torà reca un numero infinito di interpretazioni complementari con vari livelli di profondità. Quindi, anche dal versetto della Genesi che narra della volontà di Dio di creare Eva, Chava la prima donna, possiamo ricavare alcuni insegnamenti molto profondi e utili, anche per le nostre vite quotidiane.
“Disse Hashèm il Dio: non è bene che l’uomo sia solo; (quindi) gli farò un aiuto di fronte a lui” (Genesi 2,18). Questo versetto, se interpretato misticamente, ha come riferimento i nomi divini “Havaye” – Hashèm (il Tetragramma) e “Elokim” – Dio e i loro rispettivi ruoli nella creazione dell’universo.
Per spiegare meglio le profonde implicazioni di questa “coincidenza” sul perché sono presenti ben due diversi Nomi di Dio in questo versetto della Genesi ci viene in soccorso un Salmo di Davide (84,12), dove è scritto che “Hashèm Elokim (Dio) è un SOLE e uno SCUDO …”.
Anche qui, non a caso, troviamo i due principali Nomi di Dio come nel precedente versetto della Genesi. Tuttavia, nel Salmo troviamo qualche “indizio” ulteriore sulle caratteristiche di questi due Nomi: ossia Hashèm-Havaye è paragonato al SOLE, mentre il Nome Elokim, Dio a uno SCUDO. Apparentemente questa è una similitudine un po’ strana, forse addirittura azzardata! Oppure no?
Per capire meglio cerchiamo di vedere più in profondità il paragone Hashèm/Sole.
Sebbene Hashèm nella sua essenza sia per definizione senza nome e inconoscibile, i numerosi nomi ebraici che si riferiscono ai vari aspetti di Dio esprimono i modi in cui Lui si manifesta nella creazione (ad esempio, “Misericordioso”, “Onnipotente” ecc.). Il Tetragramma, Havaye, di solito si riferisce all’aspetto infinito senza alcuna immagine di Dio, la forza benevola non contratta o celata che deriva direttamente dall’essenza stessa di Dio. Tuttavia è ben noto, nella tradizione mistica ebraica, come questa energia creativa diretta e “senza filtri” che proviene da Dio stesso è così potente, così intensa, da precludere un mondo come quello che conosciamo. Questo è qualcosa di simile al modo in cui il sole stesso con la sua luce così brillante non farebbe altro che accecare la nostra percezione di tutto ciò che non è schermato o oscurato in qualche modo. Di fronte al sole, infatti non saremmo in grado di distinguere qualsiasi entità in questo mondo fisico, come ad esempio i mobili in una stanza se il sole stesso fosse proprio fuori dalla finestra, perché la nostra percezione sarebbe sopraffatta dalla sua immensa luce. Inoltre, se Dio avesse creato l’universo usando solo l’emanazione creativa rappresentata dal nome Havaye, noi non saremmo in grado di percepire le cose create come entità separate a se stesse, quindi, nella migliore delle ipotesi, tutto sarebbe una funzione della divinità, un diretto derivato di essa, senza che vi possa essere spazio per qualsiasi altra entità e senza dare la possibilità del libero arbitrio, la più grande qualità che l’essere umano ha in questo mondo. Per evitare che l’unica cosa che esiste sia una pressoché perfetta emanazione divina, Dio dovette proteggere parte di questa luce, allegoricamente parlando, nascondendola alla nostra percezione, affinché l’universo così come fosse stato creato, potesse essere creato.
Adesso si può comprendere meglio perché il Nome Elokim – Dio è paragonato a uno scudo nel Salmo. Perché è proprio con questo aspetto o attributo che Dio “nasconde”, restringendo e quindi trattenendo la sua infinita e immensa forza creativa, permettendo in questo modo alla creazione di esistere in maniera autonoma, anche se solo in apparenza. Questo è ciò che si intende con il versetto sopra citato: Hashèm, Dio è un SOLE e uno SCUDO…”; l’energia creativa del nome Hashèm-Havaye è travolgente come il sole, mentre il nome Elokim-Dio protegge la nostra percezione in modo che possiamo esistere da soli (o meglio affinché possiamo avere la sensazione di esistere in modo autonomo).
Ora è possibile ritornare al versetto della Genesi sulla creazione: “.. non è bene che l’uomo sia solo; (quindi) gli farò un aiuto di fronte a lui”. La presenza Divina è paragonata a uno specchio come nel versetto (Numeri 12, 6): “(Io) il Signore mi farò conoscere.. in una visione”. Dove il femminile in ebraico della parola “visione” marè significa “speculare”.
In definitiva, qui la Torà ci sta dicendo che per conoscere bene Dio e quindi anche noi stessi, come esseri umani dobbiamo avere uno SPECCHIO/contro/di fronte che riflettendo la luce ci permette di vedere anche il retro di noi stessi, la parte celata e nascosta delle nostre personalità e del mondo in generale. Proprio come uno specchio che bloccando il passaggio della luce attraverso il vetro, per mezzo di un rivestimento d’argento, serve ad aumentare il campo visivo personale, poiché la luce si riflette sullo specchio e permette di vedere anche ciò che c’è dietro. Così anche il nome Elokim-Dio, lo SCUDO, bloccando e proteggendoci dalla luce accecante del nome Havaye-Hashèm, SOLE consente sia al piano divino di essere realizzato, in un modo che altrimenti non sarebbe stato possibile; sia di vedere noi stessi e il mondo che ci circonda da una prospettiva più completa.
Questo è uno dei motivi per cui Hashèm-Dio ha creato al primo uomo Adam una compagna, Eva: “un aiuto contro di lui”; ossia un aiuto che è davanti a lui come uno specchio in modo che posso guardarsi dentro e riflettere sulla sua esistenza.
Questo permette all’uomo di raggiungere una completezza e perfezione maggiore proprio mettendolo in condizione attraverso il matrimonio di vedere parti di se stesso e del mondo che altrimenti non sarebbe stato possibile vedere, scoprire e rettificare.
Tutto al fine di migliorare noi stessi e il mondo che ci circonda rivelando, grazie anche ai nostri sforzi, la presenza divina nel mondo per rivelare la tanto attesa e imminente era messianica, presto ai nostri giorni AMEN.

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SUKKOT, SHEMINI ATZERET e SIMKHAT TORÀ 5780, 10 IMPERDIBILI LEZIONI!!

Questo nuovo anno, 5780, la festa di SUKKOT – CAPANNE va dalla sera del 13 Ottobre 2019, 15 Tishrì 5780 fino alla sera del 22 Ottobre 2019, 22 Tishrì 5779 (gli ultimi due giorni sono SHEMINI ATZERET e SIMKHAT TORÀ).

L’insegnamento dell’umiltà è una medicina molto importante che è vitale per una vita equilibrata e sana.

L’uomo di natura si sente importante perché tocca a lui di portare il sostentamento e la “pagnotta” a casa. Questo successo che ha l’uomo può rischiare di darli la sensazione sbagliata di essere “Dio sulla terra”. Questo è una malattia molto dannosa, visto che i più grandi disastri dell’umanità vengono da un eccesso di ego.
È ampiamente documentato che i più grandi uomini d’affari sono caduti solo a causa della sensazione di sicurezza eccessiva nelle loro decisioni imprenditoriali senza un’accurata attenzione dei rischi.
Per questo Hashem ha donato all’uomo la donna: la migliore medicina per curare il grande pericolo dell’ego. La moglie che ha una natura opposta porta un equilibrio al sentimento di onnipotenza dell’uomo. Per questo Dio in Genesi dice ad Adamo che gli darà un AIUTO CONTRO DI LUI.
Andando contro il marito, l’uomo raggiunge il TIKKUN e il bilanciamento del suo orgoglio naturale. Se la moglie chiede di buttare la spazzatura alle 22.00 dopo una stressante giornata di lavoro e aver chiuso contratti milionari, non bisogna vedere questo come un’offesa alla grande fatica compiuta bensì come una medicina FONDAMENTALE per curare il potenziale ego che potrebbe formarsi per via del successo ottenuto (proprio come la sukkà).
Bisogna concepire il dono della moglie che viene contro l’uomo come un aiuto. Solo allora la vita coniugale non è più una lotta di chi vince, ma si trasforma in una sukkà: un luogo e un’occasione di rettificazione. Come dice il Maimonide che l’unico sentimento che l’uomo ha in eccesso è l’orgoglio; per quanto lo si abbassi non è mai abbastanza.
Sukkot è incompatibile con la rabbia che viene solo dall’ego. È scritto: La cosa principale è non arrabbiarsi…
Non a caso troviamo tante storie della festa di Sukkòt inerenti all’equilibrio della coppia e al contenimento dell’ego. La seguente storia può insegnarci tanto nel matrimonio e fino a che punto non bisogna arrabbiarsi:
Il Chafetz Chaim, una delle colonne portanti dell’ebraismo della prima metà del secolo scorso, quando era vecchio sposò la sua seconda moglie.
Mentre il Sukkot si avvicinava, il grande maestro costruì la sukkà nel posto dove veniva allestita regolarmente ogni anno.
Quando sua moglie vide questo, gli disse: “penso che sarebbe stato meglio mettere la sukkà dall’altra parte del cortile”.
Quando il grande zaddìk sentì questo, non disse una parola nonostante il suo lavoro e il suo tempo preziosissimo e l’abitudine di costruire la sukkà per decenni in quel posto, immediatamente smontò la sukkà e la ricostruì nel luogo indicato dalla moglie.
Dopo che la sukkà era nel nuovo posto, sua moglie uscì di nuovo, guardò attentamente, poi si rivolse a suo marito e disse: “in effetti ho sbagliato, il primo posto dove hai SEMPRE messo la sukkà era decisamente migliore”.
E ancora il Chafetz Chaim la smantellò e la mise in piedi nel primo luogo!!! SANTA PAZIENZA!!!
Per mostrarci quanto è importante la “pace della casa”.
È meglio costruire e distruggere la sukkà più volte che arrabbiarsi, anche una sola volta!
Il successo nella vita passa SOLO tramite la moglie che è la sukkà quotidiana che ci accompagna sempre e tramite l’unione della coppia!
Per il post completo:

Un caloroso Shabbat Shalom e Hag Sameakh
Rav Shlomo Bekhor

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SUKKOT
Al seguente link troverai la lezione della festa di questa settimana in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2008/10/17/sukkot-5769-la-festa-piu-ricca-dellanno/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della festa di questa settimana sul tuo mobile:
http://www.virtualyeshiva.it/files//08_10_24_sukkot5769_ospiti_patriarchi_7giorni_khuppa_nuvole.mp3

LA FESTA PIU’ RICCA DELL’ANNO

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Per ascoltare le altre 11 lezioni su SUKKOT cliccare al seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/10/13/lezioni-sukkot/

DUE GRUPPI SIMILI MA OPPOSTI: SHEMINI AZERET e SHAVUOT
In questo speciale momento in cui stiamo per concludere le feste vorrei condividere un bel pensiero che spiega il collegamento di tutte le feste e il parallelismo tra loro.
Le feste di Shalosh Regalim (in cui vi era l’obbligo di passarle a Yerushalàyim) sono divise in due gruppi Pèssach-Shavuot e Sukkòt-Sheminì Atzèret.
Entrambi i gruppi hanno prima una rivelazione e poi una seconda festa per acquisire questa rivelazione.
Il primo gruppo capita nel mese di Nissan, ovvero il periodo delle rivelazioni miracolose dall’alto (dove non occorre una grande fatica da parte nostra).
Il secondo gruppo capita nel mese di Tishré, che rappresenta la rivelazione naturale del divino, in maniera proporzionata al nostro lavoro di elevazione.
Perciò, mentre tra le feste di Pèssakh e Shavuot trascorrono ben 7 settimane; l’intervallo di tempo tra Sukkòt e Sheminì Azeret è di soli 7 giorni.
PERCHÉ NON FESTEGGIAMO LA TORÀ A SHAVUOT?
Simchàt Torà segue immediatamente la festa di Sukkòt. Il nome biblico di Simchàt Torà è Sheminì Atzèret, che significa “Ottavo Giorno di Fermata”, poiché la sua funzione è quella di mantenere e assorbire le acquisizioni dei sette giorni di Sukkòt. Infatti “atzor”, da Sheminì Atzeret, vuole anche dire “assorbire e integrare”.
Ma perché celebrare Simchàt Torà, la festa dove si termina di leggere tutta Torà (il nostro manuale di vita), il giorno di Sheminì Atzèret e non il 6 di Sivan, giorno in cui Hashèm ci diede la Torà?
Nella festa di Shavuòt noi risperimentiamo la rivelazione sul Sinai e ricordiamo il patto con Hashèm. Nonostante ciò riserviamo la “gioia” di aver ricevuto la Torà per il giorno di Sheminì Atzèret. Una data che apparentemente non ha una connessione storica con il rapporto dell’ebreo con la Torà.
Per capire meglio, occorre approfondire le somiglianze tra Sheminì Atzèret e Shavuòt: anche Shavuòt è chiamata Atzèret, poiché serve da veicolo di mantenimento e assorbimento della festa che la precede; inoltre Shavuòt è come l’ottavo giorno di “mantenimento” (festa che inizia nell’ottava settimana, dopo il ciclo di sette settimane del conteggio dell’Omer cominciato a Pèssakh), così Sheminì Atzèret segue i sette giorni di Sukkòt.
I due “Atzèret” quindi si oppongono l’un l’altro nel ciclo annuale. L’anno ebraico è come un cerchio con due poli opposti, due mesi “chiave”, Nissàn e Tishré considerati entrambi il primo mese (Nissàn) e il capo dell’anno (Tishré). Il 15 Nissàn è la data dell’Esodo e l’inizio dei sette giorni di Pèssakh. Sei mesi dopo, esattamente il 15 Tishré, inizia un’altra festa di sette giorni: Sukkòt. Entrambe si concludono con un Atzèret.
Perciò il saggio del Talmud Rabbi Yehoshua ben Levi commentava: l’Atzèret della festa di Sukkòt avrebbe dovuto essere di cinquanta giorni dopo (sette settimane), come l’Atzèret di Pèssakh. Perché allora Sheminì Atzèret è solo dopo sette giorni di Sukkòt? Per spiegarlo Rabbi Yehoshua racconta la seguente parabola:
Un re aveva diverse figlie. Alcune di loro erano sposate in luoghi vicini e le altre in luoghi più lontani. Un giorno vennero tutte a trovare il re, loro padre. Egli disse: coloro che si sono sposate vicino a me hanno il tempo di andare e tornare; ma coloro che si sono sposate lontano non hanno il tempo di andare e tornare. Poiché ora si trovano tutte qui, farò una festa in loro onore e mi rallegrerò con esse. Perciò Atzèret di Pèssakh, nel periodo estivo che è facile viaggiare Hashèm dice: “Essi hanno il tempo di andare e tornare senza difficoltà”. Ma Atzèret di Sukkòt, poiché iniziano le piogge, la polvere delle strade è fastidiosa e le strade secondarie sono difficili… Dio dice: “Non hanno il tempo di andare e tornare; poiché ora si trovano tutti qui, farò subito una festa e mi rallegrerò con essi…”.
Questo si può interpretare metaforicamente: Pèssakh è la festa dello tzaddìk / giusto che allude anche allo tzaddìk dentro di noi. A Pèssakh gustiamo la pura libertà di un nuovo popolo. Perciò Atzèret di Pèssakh arriva 50 giorni dopo. Poiché è primavera; le strade sono fresche e abbiamo tempo di andare e venire. Siamo liberi di percorrere metodicamente i 49 gradi dalla rivelazione di Pèssakh all’interiorizzazione di Shavuòt. È un tragitto graduale che caratterizza la via che seguono i tzaddìkìm – giusti.
Ma solo a Sukkòt celebriamo la nostra capacità di fare teshuvà: il nostro legame con Hashèm rappresentato dalle seconde Tavole della Legge. Alla riunione delle figlie del re che sono sposate, lontano dal padre, esse non hanno tempo di andare e tornare, poiché si passa dall’estate all’inverno e il percorso delle strade è pericoloso e difficile! Siamo come viaggiatori per la via della teshuvà e del ritorno sulla strada giusta, per cui le opportunità devono essere prese al volo e le vite possono cambiare da un momento all’altro in modo esplosivo. Così diventa rischioso aspettare il ciclo completo delle 7 settimane e ci accontentiamo dei 7 giorni.
Perciò passiamo subito da Sukkòt a Simchàt Torà – per interiorizzare immediatamente la seconda edizione delle Tavole della Torà e il suo “mantenimento”, ci accontentiamo di un micro ciclo completo di una settimana, invece che di un macro ciclo completo di sette settimane.
GIOIAMO SOLO QUANDO ABBIAMO ASSORBITO LA TORA’ CON UN PERCORSO CHE INIZIA CON LA NOSTRA FATICA E PENTIMENTO / TESHUVA perché QUESTO PROCESSO è TOTALMENTE NOSTRO.
A differenza di Pèssakh che il processo inizia con la rivelazione miracolosa e non grazie al nostro sforzo.
Questa sera iniziamo a celebrare Simchàt Torà ballando con un rotolo di Torà “chiuso” e avvolto.
Si inizia domenica sera e si continua con maggiore vigore ed entusiasmo per 48 ore.
In realtà potremmo invece aprire la Torà, leggerla e studiarla. Ma celebrando questo giorno nella nostra maniera, ricordiamo che la Torà è proprietà ed eredità di ognuno di noi, indipendentemente dalla nostra abilità nel studiarla e nel capirla e che siamo tutti uguali nella nostra essenza.
In questo modo infatti non mostriamo le differenze che ci distinguono nella conoscenza della Torà.
Tenendo il rotolo “chiuso” e celebrando la sua più profonda essenza, diventiamo TUTT’UNO con la Torà e Hashèm.
Rallegrandoci tenendo i sacri rotoli tra le braccia e riempendo il tempio di canti e balli, anche la Torà stessa balla con noi. Anche la Torà vorrebbe ballare, ma mancando di un corpo fisico ha bisogno dell’ebreo che diventa “il corpo” danzante della Torà.
Ricordiamoci quanto ci vuole bene il nostro padre in cielo e ci da la possibilità di assorbire profondamente la trasformazione della Teshuvà che abbiamo sviluppato questo mese così potremo mantenere tutto l’anno i cambiamenti e migliorie della nostra vita.
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ULTIMA PARASHA’ MA NON DI SHABBAT
L’unica parashà che non viene letta di Shabbàt è Vezot Haberachà. Questa porzione di Torà viene letta di Simchàt Torà, giorno nel quale concludiamo la lettura della Torà.
I Saggi stabiliscono: “Tutto dipende dalla conclusione”, Vezot Haberachà – “E questa è la benedizione” – è la conclusione della Torà. Poiché l’intenzione della Torà è quella di portare benedizioni al popolo come collettività e a ogni singolo individuo. A Simchàt Torà, il legame essenziale tra Dio e il popolo ebraico viene rivelato. Perciò leggiamo una porzione di Torà che mette a fuoco le benedizioni date a tutto il popolo e la lode delle loro qualità uniche.
I commentatori spiegano che la parola “zot”, “questa è”, si riferisce a qualcosa di evidente e apparente, qualcosa che si può indicare con un dito dicendo: “eccola”. Allo stesso modo la frase “E questa è la benedizione” implica che le benedizioni che la Torà trasmette al popolo saranno apertamente evidenti nell’anno a venire.
Il giorno di Simchàt Torà non concludiamo semplicemente un ciclo di lettura della Torà, ma ne cominciamo uno nuovo.
L’ultima lettera della Torà è una “lamed” e la prima è una “bet”, che insieme formano la parola “lev”, “cuore”.
Nel cuore della Torà c’è il popolo ebraico ed esso è il cuore stesso della Torà. Lo Zohar afferma: “Israèl, la Torà e il Santo Benedetto sono Uno”. La nostra osservanza della Torà ci lega a Dio e ci permette di liberare la scintilla di Divinità che possediamo nei nostri cuori. Così la Torà funge da strumento di benedizione, poiché permette all’ebreo di attirare la Misericordia Divina in questo mondo materiale.

Sukkòt 1° giorno: PARASHÀ
1° Sefer Lev 22, 26 – 23, 44
2° Sefer Num 29, 12:16
HAFTARÀ
Zacc. 14, 1;21

Sukkòt 2° giorno: PARASHÀ
1° Sefer Lev 22, 26 – 23, 44
2° Sefer Num 29, 12:16
HAFTARÀ
Italiani: I Re 7, 51-8, 16 Sefarditi/Ashkenaziti: I Re 8, 2-21

B”H
Rav Pinchas di Koritz era amato da tutti gli abitanti della sua città. Le persone ricercavano i suoi saggi consigli su un’infinità di questioni, lo coinvolgevano nelle loro faccende familiari e guardavano a lui come guida nel loro servizio divino. Come risultato, l’agenda di Rav Pinchas era sovraccarica. Egli non aveva più tempo per studiare e pregare come desiderava.
Rivolgendosi ad Hashèm in preghiera, egli chiese: “Fai che le persone mi odino. Fai che esse rifuggano la mia compagnia così che io abbia il tempo per pregare e studiare”. La preghiera di Rav Pinchas venne accolta e la gente cominciò ad evitarlo. Non gli parlavano né gli facevano delle cortesie. Rav Pinchas, tuttavia, era felice. Aveva la possibilità di concentrarsi sul suo servizio divino senza distrazione.
Poi venne Sukkòt. Rav Pinchas voleva invitare degli ospiti, ma nessuno desiderava andare a casa sua. Egli ne era dispiaciuto, dal momento che in occasione delle festività e IN PARTICOLARE PER LA FESTA DI SUKKÒT avere ospiti che onorano la propria tavola è una mitzvà IMPRESCINDIBILE. In ultima analisi, tuttavia, egli accettò il fatto. Era meglio trovarsi senza ospiti per la festa piuttosto che essere disturbato l’intero anno. Tuttavia ben presto Rav Pinchas dovette ricredersi. A Sukkòt, infatti i nostri Patriarchi Avrahàm, Itzkhàk e Yaakòv, insieme a Moshè, Aaròn, Yossèf e Re Davìd, si recano a far visita presso le sukkòt (capanne) di Israèl. Quando Rav Pinchas stava per entrare nella Sukkà, vide Avrahàm il patriarca che lo attendeva fuori. “Benvenuto nella mia Sukkà”, gli disse Rav Pinchas: “Sono spiacente, ma non ho intenzione di entrare”, replicò Avrahàm Avìnu. “Perché?” “Beh, se nessuno dei miei discendenti si sente a casa qui come ospite, non penso che entrerò nemmeno io”. Ciò fu sufficiente per Rav Pinchas. Egli pregò affinché le sue buone qualità venissero ripristinate per ritrovare il favore agli occhi della gente.
(continua sotto)
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Un caloroso Shabbat Shalom  e Hag Sameah
Rav Shlomo Bekhor

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Riflessione Sukkot SPAZIALE
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QUANDO LE NAZIONI UNITE UNISCONO UNA NAZIONE!

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MASSIMO della BELLEZZA la SEMPLICITÀ
(continua sopra)
La mitzvà del lulàv (palmo) e dell’etròg (cedro) ci richiede di prendere dei rami o dei frutti di quattro differenti specie di alberi (aggiungendo il mirto e il salice) e metterli insieme nel compimento della mitzvà. I Saggi spiegano che ognuna delle specie usate per questa mitzvà si riferisce a un genere differente di persona, da quella più spiritualmente sviluppata a quella meno raffinata.
La lezione che ne deriva è molto chiara: la mitzvà non può essere compiuta solo con l’etròg, la più elevata delle specie. Il salice – che in analogia alle persone si riferisce ai più bassi livelli – è altrettanto necessario. Allo stesso modo, nessuno può realizzarsi a livello del proprio potenziale individuale senza protendersi verso gli altri e unirsi a loro.
Solo quando si uniscono assieme tutte le categorie, come ci insegnano il lulàv e l’etròg, ci assicuriamo delle benedizioni positive per l’anno a venire.
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Quindi adesso che siamo alla vigilia della festa di Sukkòt, approfittiamo della gioia di questa ricorrenza come la Torà ci comanda: “Per sette giorni dimorerete nelle capanne”. Nello spiegare questa mitzvà, i nostri Saggi affermano che, per la tutta la durata della festa di Sukkòt, queste piccole capanne con tetti di rami e frasche vanno considerate come se fossero le nostre case. Tutto ciò che è utile per la quotidianità dovrebbe essere portato fuori dalla casa e introdotto all’interno di esse, poiché è detto: “Una persona dovrebbe mangiare, bere, rilassarsi… e studiare nella sukkà”.
È scritto nel libro dei Proverbi di “Conoscere Dio in tutte le nostre vie”, ovvero che la presenza di Hashèm risiede non solo al tempio o presso un luogo di studio, ma in ogni dimensione e angolo delle nostre vite.
Questo concetto diviene molto chiaro mentre dimoriamo in una sukkà. In tal modo comprendiamo che ogni nostra azione può servire come mezzo per entrare in contatto con nostro padre in cielo e collegarsi alla Sua essenza anche nel mangiare e dormire.
Nessuna altra mitzvà ci avvolge come la sukkà. Cerchiamo di approfittare e dedicare quanto più tempo in sukkà che è fonte di BENEDIZIONE e PROTEZIONE e GRANDE SUCCESSO per tutto l’anno.
Tuttavia, per far scendere le benedizioni su di noi dobbiamo collegarci con la “semplice” gioia di consumare un pasto sotto la sukkà con canti, sentire una gioia indescrivibile, quasi come se fossimo in una sorta di PARADISO TERRESTERE.
Tutto l’anno ragioniamo con parametri di misura innati, ma sbagliati, che vogliono farci credere che FELICITÀ vuole dire ABBONDANZA MATERIALE. Più elegante e lussuosa è la casa, più ci sentiremo al settimo celo. Più alta è la cilindrata della Ferrari e più ci sentiremo sicuri.
Poi arriva Sukkòt e ci rovina queste “certezze”: entriamo in una semplice capanna per di più con un tetto bucato, dove la pioggia ci bagnerebbe e ci sentiamo sotto l’ombra e la protezione di Hashèm o meglio “ci sentiamo da Dio”. Una sensazione di gioia interiore che è superiore anche al più elegante Yacht al mondo.
La materia è falsa è illusoria. Oggi c’è ma domani chi lo sa. Quando tutta la nostra vita orbita SOLO in funzione del raggiungimento della materia, non possiamo avere quella beatitudine che solo la semplicità della sukkà ci dona.
Per molte persone queste parole possono sembrare esagerate, ma chi non prova non può capire. E chi prova una sola volta, magari con scetticismo o senza staccarsi dal resto del mondo, rischia di trovarsi nella sukkà SOLO fisicamente, senza entrare realmente in questo paradiso terrestre.
Perché può accadere questo? Perché l’amore per la materia rischia di essere così forte da non permettere di staccarci da essa.
Questo è uno dei messaggi di questa bellissima festa la più allegra dell’anno: resettare il nostro epicentro verso valori assoluti e spirituali.
Non a caso questa festa è onorata dalla presenza di tanti ospiti fino al punto che in ogni sukkà vengono a trovarci delle persone illustri: i patriarchi, Moshè e Aharòn fino a Yossef e David in PERSONA, più gli ospiti Chassidici Ba’àl Shem Tov, Admur Hazakèn…
Questo perché la vera contentezza si raggiunge quando c’è un gruppo unito e nessuno si sente superiore. Nessuno si sente ospite, quando si è consci che solo Dio è il VERO padrone. Questa maturità la si acquisisce solo tramite la semplicità della sukkà.
Per questo dice il Talmud che tramite la sukkà si è degni di avere protezione e benedizione tutto l’anno. Solo quando si comprende che Lui è l’unico sostegno si è degni di essere accompagnati dal Creatore tutto l’anno.
L’ombra della sukkà viene chiamata l’ombra di Dio e nutre la nostra fede. Anche la matzà di Pèssakh nutre la nostra fede, solo che sei mesi fa la crescita è più a livello spirituale ed è l’inizio del percorso di evoluzione della nostra fede, mentre a sukkòt la nostra fede è alimentata dalla comprensione che l’unica protezione è il Padre Eterno. Poiché usciamo dalle nostre protezioni illusorie: il tetto di cemento, il lussuoso lampadario… e confidiamo solo in lui mangiando e vivendo per una settimana sotto la sua protezione.
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LE QUATTRO PIANTE
La mitzvà del lulàv (palmo) e dell’etròg (cedro) ci richiede di prendere dei rami o dei frutti di quattro differenti specie di alberi (aggiungendo il mirto e il salice) e metterli insieme nel compimento della mitzvà. I Saggi spiegano che ognuna delle specie usate per questa mitzvà si riferisce ad un genere differente di persona, da quella più spiritualmente sviluppata a quella meno raffinata.
La lezione che ne deriva è molto chiara: la mitzvà non può essere compiuta solo con l’etròg, la più elevata delle specie. Il salice – che in analogia alle persone si riferisce ai più bassi livelli – è altrettanto necessario. Allo stesso modo, nessuno può realizzarsi a livello del proprio potenziale individuale senza protendersi verso gli altri e unirsi a loro.
I nostri Saggi spiegano che il lulàv e l’etròg sono simboli di vittoria, che simboleggiano la nostra difesa nel giudizio di Rosh HaShanà e Yom Kippùr. Quando ci stringiamo in unità, come insegnano il lulàv e l’etròg, ci assicuriamo delle benedizioni positive per l’anno a venire.
Sukkòt infine segna anche il termine del processo di teshuvà che è cominciato con il versamento di lacrime di tristezza durante Rosh HaShanà e Yom Kippùr, per culminare a Sukkòt con le lacrime di riconoscenza verso Ha-Shèm che ha perdonato i nostri peccati.
fra poco iniziamo la seconda fase delle festività di questo nuovo anno ebraico (5779), la festa delle capanne, Sukkòt, il periodo più gioioso dell’anno, come viene nominato: ZMAN SIMKHATENU.
Come mai tra tutte le 3 feste di pellegrinaggio – Shalosh Regalìm, Sukkòt è la più allegra? Pèssakh no, Shavuòt no e questa si??
Per capire questo dobbiamo andare indietro al periodo in cui Hashem ha fatto uscire il Suo popolo dall’Egitto, per sposarsi con lui e fare il patto. L’ordine delle 3 feste di pellegrinaggio, Shalosh Regalìm partono da Pessàk, che simboleggia la nascita, Shavuòt che rappresenta il matrimonio, infatti prima c’è la nascita e poi ci si sposa. Come in ogni unione ci sono delle regole e così in questo “matrimonio” Dio si impegna a non abbandonare il suo popolo e proteggerlo, mentre Israèl si impegna a rispettare i Suoi comandamenti, le Sue leggi e divulgare così, al mondo intero, che c’è un solo Dio nel mondo e nei cieli. Come è scritto nel Cantico dei Cantici (3, 11): “nel giorno del suo matrimonio” il Talmud Taanìt spiega che questa frase si riferisce a Matàn Torà sul monte Sinài.
Proprio nel Nome Israèl troviamo questo concetto, poiché le prime due lettere IS יש  formano la parole YESH – C’È, mentre le ultime due formano la parola El אל, Dio: qui di C’È UN SOLO DIO! Ecco la missione di Israèl nel mondo, il significato profondo della sua esistenza è celato nel suo nome ISRAEL.
Perciò le tre feste, che iniziano con Pèssakh, sono consequenziali, una sorta di salita progressione spirituale. Sukkòt che è l’ultima delle tre, cosa rappresenta e che funzione ha?
(continua sotto)

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

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UN MATRIMONIO DURATO 123 GIORNI
(continua sopra)
Per capire dobbiamo analizzare meglio il concetto del “matrimonio, patto d’unione” con Hashèm: Il 6 di Sivàn Dio si rivela sul Monte Sinai e proclama i 10 comandamenti, annuncia le Sue condizione al popolo di Israèl.
L’indomani il 7 di Sivàn Moshè sale sulla montagna per prendere tutta la TORÀ scritta e orale; l’intero patto, la Ketubà – il CONTRATTO MATRIMONIALE e rimane lì 40 giorni, fino al 16 di Tammùz. Nel frattempo la “sposa” Israèl rimane sotto il baldacchino nuziale in attesa di completare il matrimonio.
Alla fine di questi giorni, la sposa tradisce lo “SPOSO” con il peccato del vitello d’oro, prima ancora di completare il matrimonio. Quando Moshè ritorna, rompe le prime tavole e non da la Torà, poiché è meglio che il matrimonio non venga completato, se la “sposa” ha commesso adulterio. Cosi per difendere Israèl Moshè impedisce la “firma del contratto matrimoniale”. Tuttavia, successivamente, avviene il chiarimento! Si comprende che non è stata la sposa a tradire, bensì il miscuglio di popoli l’erev rav che ha causato il peccato del vitello. Allora viene ordinato di continuare a celebrare il matrimonio.
Per riconciliare i due sposi e convincere il “marito” a concludere il matrimonio, visto che la sposa non l’ha tradito, ma i suoi amici si, Moshè risale l’indomani per portare il nuovo contratto (Shemòt 32, 30) “e fu all’indomani… adesso salirò di nuovo per espiare…” questo giorno era il 18 di Tammùz. Dopo un secondo ciclo di 40 giorni Mosè ridiscende (il 28 di Tammùz), senza buone notizie, ma almeno riesce a bloccare l’ira divina, infatti dice al popolo che il “marito” non si è ancora calmato e persuaso che la sposa è innocente.
Quindi dice alla “sposa” che deve supplicare il perdono, anche se non era veramente colpevole, poiché è rimasta inerme di fronte all’umiliazione dello sposo. Quindi Moshè, assieme alle preghiere del popolo, risale per un terzo ciclo di 40 giorni, il 29 di Av. Questa volta, anche grazie alle richieste di perdono del popolo, alla fine di questi 40 giorni, il 9 di Tishrè, arrivano le Seconde Tavole. Il giorno dopo il 10 di Tishrè arriva il perdono per il peccato più grave commesso da Israèl in tutta la sua storia.
Dopo il terzo ciclo di 40 giorni Dio dice a Moshè che avendo lui strappato il contratto originale (con la rottura delle prime tavole) di sua iniziativa, ora il nuovo contratto lo deve preparare lui (scolpire i blocchi di zaffiro), ma che saranno incise da Dio.
Quindi Moshè prepara le seconde tavole che vengono consegnate il giorno di Kippùr, dando così il perdono al popolo. Per questo Hashèm stabilisce che Kippur è il grande GIORNO DEL PERDONO, poiché come Hashèm ha perdonato la prima volta, anche in futuro, Dio perdonerà il suo popolo.
Finalmente dopo 123 giorni si completa la cerimonia nuziale e adesso si può finalmente festeggiare queste nozze quasi “infinite” e dato che lo sposo è “gentilmen” e sa che la sposa ha bisogno di tempo per preparativi, gli concede 4 giorni per organizzarsi (da Kippùr a Sukkòt).
Secondo l’Arizal ognuno di questi giorni rappresenta e illumina una lettera del NOME del tetragramma (י-ה-ו-ה), per cui questi 4 giorni hanno una grandissima luce spirituale.
Così arrivano i festeggiamenti propria sotto la capanna che è “l’ombra di Dio” (Zohàr – libro dello splendore) dove si trova lo sposo. Quando ci troviamo sotto un tetto di cemento rischiamo di illuderci che la protezione arriva dalla materia e non dal Padre Eterno. Perciò la Sukkà deve avere un tetto bucato, per far entrare l’acqua, in caso di pioggia, per ricordarci che la nostra esistenza e protezione è solo da Hashèm, poiché appunto siamo sotto ‘l’ombra di Hashèm’.
Per questo andiamo all’esterno in una UMILE dimora e VIVIAMO li per 7 giorni, poiché la festa di Sukkòt è la festa che ci insegna a trascurare la materia: senza tappeti, senza lussuosi lampadari, ma molto più vicini a Dio.
Più siamo immersi nella materia e più ci stacchiamo dallo spirito!
Quando arriva Sukkòt ci troviamo nei 7 giorni di festeggiamenti SHEVA BRAKHOT, del matrimonio che è iniziato a Shavuòt ma non si è concluso fino a Kippùr, per questo è il periodo più allegro dell’anno, perché si conclude il processo iniziato a Pèssakh che si conclude a Sukkòt, con i festeggiamenti del patto con Dio che vengono celebrati sotto la Sua ombra e protezione.
Non a caso Sukkòt è una festa internazionale e preghiamo per tutte le nazioni esistenti al mondo nel loro credo e costumi, 70 tori ovvero un sacrificio di protezione per tutte le nazioni del mondo. Questo perché la felicità rompe tutte la barriere e ci da la forza di portare benedizione a tutto l’universo.
Con l’augurio di caricarci con tantissima gioia di vita per un anno intero.
Rav Shlomo Bekhor
Ps.
Se ci capiterà un matrimonio con tanto di ritardi e disagi, non prendiamocela con gli gli sposi! Poiché il nostro primo matrimonio è durato 123 giorni…
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LE QUATTRO PIANTE
La mitzvà del lulàv (palmo) e dell’etròg (cedro) ci richiede di prendere dei rami o dei frutti di quattro differenti specie di alberi (aggiungendo il mirto e il salice) e metterli insieme nel compimento della mitzvà. I Saggi spiegano che ognuna delle specie usate per questa mitzvà si riferisce ad un genere differente di persona, da quella più spiritualmente sviluppata a quella meno raffinata.
La lezione che ne deriva è molto chiara: la mitzvà non può essere compiuta solo con l’etròg, la più elevata delle specie. Il salice – che in analogia alle persone si riferisce ai più bassi livelli – è altrettanto necessario. Allo stesso modo, nessuno può realizzarsi a livello del proprio potenziale individuale senza protendersi verso gli altri e unirsi a loro.
I nostri Saggi spiegano che il lulàv e l’etròg sono simboli di vittoria, che simboleggiano la nostra difesa nel giudizio di Rosh HaShanà e Yom Kippùr. Quando ci stringiamo in unità, come insegnano il lulàv e l’etròg, ci assicuriamo delle benedizioni positive per l’anno a venire.
Sukkòt infine segna anche il termine del processo di teshuvà che è cominciato con il versamento di lacrime di tristezza durante Rosh HaShanà e Yom Kippùr, per culminare a Sukkòt con le lacrime di riconoscenza verso Ha-Shèm che ha perdonato i nostri peccati.

Sukkot è la festa più allegra dell’anno “il periodo della felicità” e la sua gioia è spumeggiante. Per capire meglio il perché e il suo significato intrinseco, sei invitato a sentire le seguenti lezioni.

Qui sotto trovi i link e i titoli delle lezioni degli anni scorsi; ti aiuteranno a capire il significato profondo di Sukkot e del Lulav e a vivere questa festa con calore.

Buon ascolto e Khag Sameah e Shalom a tutti

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Ha’Azinu 5780

Questo Shabbàt 12 Ottobre 2019, 13 del mese di TISHRÌ 5780 leggeremo la Parashà di Ha’Azinu: Deuteronomio 32, 1-52

HAFTARÀ:

Italiani: Ez 17, 22-18, 32
Milano Torino sefarditi ashkenaziti: II Sam 22, 1-51

 

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YOM KIPPUR 5780, 9 LEZIONI su YOM KIPPUR IMPERDIBILI!!!

Quest’anno Yom Kippur 10 Tishrì 5780, cadrà MERCOLEDI’ 9 Ottobre 2019.

Yom Kippur è una festa fondamentale per l’ebraismo. Per arrivare pronti all’evento, non perdete tutte le lezioni di Virtual Yeshiva!

Dedico questo SPECIALE POST in onore dell’anno della dipartita di mio padre e della festa solenne di Kippùr che cade il 10 di Tishrè (inizio questo martedì sera).
Kippùr è il giorno del perdono tra noi e Hashèm, tra noi e il prossimo. Questo è il giorno del cambiamento, il giorno che ci dice che non è mai tardi per cambiare e che si può sempre iniziare di nuovo, anche se “ieri” non era come volevamo. Tutti noi, infatti siamo creati a immagine divina e abbiamo un tocco di infinità, pertanto possiamo cambiare, anche quando non ci sembra possibile.
QUESTO È KIPPÙR!
Quindi, in onore di questo giorno e della quarta vitamina dell’anima abbiamo raccolto con mio fratello 34 INSEGNAMENTI DI VITA che le dedico a mio padre per dare degli spunti, a tutti noi, al fine di cambiare e migliorare sempre di più.
Ognuna di queste frasi è un concentrato di un messaggio molto forte sul senso della vita. Tanto che potrebbero essere utilizzate per fare una meditazione giornaliera su ognuna di esse. Visto che siamo alla vigilia di Yom Kippùr che è considerato lo Shabbàt degli Shabbàt, ossia che racchiude in un solo giorno la santità degli Shabbàt di tutto l’anno, anche la saggezza di questo scritto può essere letto e meditato tutto assieme, come un “concentrato di saggezza” che può darci la forza necessaria per tutto l’anno.
Con l’augurio che tramite la nostra trasformazione in meglio potremo meritare di avere finito la rettificazione di noi stessi e del mondo e potremo vedere la redenzione finale questo anno, presto nei nostri giorni, Amen.
(coninua sotto)
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it di Kippùr
Khatimà Tovà!
Rav Shlomo Bekhor
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

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KIPPUR
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per vedere il video della lezione direttamente, cliccare qui:
SMETTIAMO DI BALBETTARE

Dopo quattro millenni, gli occhi del mondo sono sempre puntati su Israele!!!
PERCHE’?

È GRANDE MIZVA fare una donazione di riscatto meglio se prima di Kippur come “kaparot”.
Se volessi aiutare questa mia opera di divulgazione sarà molto apprezzata la tua donazione come kaparot e divulgazione della Torà e in particolare per la pubblicazione del nuovo libro della Torà di Bemidbar – Numeri che sta per uscire:
intestazione: Mamash
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per le altre 8 lezioni di Kippur:
VITALI INSEGNAMENTI di VITA!
(primi dieci)
1) La VITA è come le MONTAGNE RUSSE, più è forte e lunga la discesa, più grande sarà la SALITA dopo! 🎢
2) La VITA è come il passaggio del MAR ROSSO, solo quando ci si butta, allora si APRE! 🌊
3) La VITA è come andare in BICI, se ci si ferma si CADE! 🚲
4) La VITA è come una STELLA, anche nel buio della notte riesce a brillare forte! 🌠
5) La VITA è come un paio di SCARPE, se si mettono le proprie (senza guardare gli altri) non si rischia di cadere! 🥾🥾
6) La VITA è come l’INVERNO, più fa freddo più dobbiamo essere caldi dentro di noi! (quando l’ambiente è apatico, bisogna aumentare la empatia per bilanciare) ☃ 😁
7) La VITA è come la MACCHINA, se non si fa il pieno (di valori) non si arriva a destinazione! 🚗
8) La VITA è come il CIBO, più si nutre L’ANIMA e meglio sarà l’equilibrio con il corpo! 🕎
9) La VITA è come la LUMINOSITÀ del SOLE, all’alba è forte, raggiunge il picco a mezzogiorno e poi pian piano cala fino a scomparire al tramonto! 🌞
10) La VITA è come la PESCA, se si abbocca come pesci alle tentazioni si rischia di morire!
—– —–

commento di Kippur dell’anno scorso altamente consigliabile:

L’IMPOSSIBILE È POSSIBILE!

ogni giorno dell’anno ha una speciale vitamina che ci può nutrire.
Ci sono vitamine per il fisico, altre per la nostra psiche o anima. Le feste ebraiche sono dei CONCENTRATI di vitamine con una dose maggiore di quella regolare e ogni festa ci nutre TANTISSIMO di una sola vitamina che da più all’anima o alla psiche piuttosto che al corpo.
Ci troviamo alla vigilia della festa di Kippur il giorno del perdono. Per ricevere il perdono in questo giorno solenne Dio ci dice che dobbiamo cambiare, pentirci, chiedere scusa e trasformarci. In altre parole Kippur è la VITAMINA della METAMORFOSI.
Se abbiamo dei vizi storti di ogni genere, se non siamo bravi ad ascoltare i consigli della moglie o i colleghi di lavoro, se non riuscissimo a trovare “spazio” nella nostra vita per il nostro Creatore (che ci chiede di parlare con lui e di seguire il manuale di vita [Torà] che ci ha prescritto per il buon funzionamento della nostra vita), ebbene questo è il giorno dal quale possiamo trarre la VITAMINA per poter cambiare.
Ci sono tantissime spiegazioni sul perché e come mai proprio questo giorno ci da questa forza, ma preferisco condividere la storia di vita di un nostro contemporaneo che può darci un GRANDE esempio di come possiamo cambiare noi stessi e di conseguenza cambiare il mondo e in particolare anche situazioni inguaribili si possono trasformare in bene.
Il professor Reuven Feuerstein (1921-2014) è stato uno psicologo cognitivo dello sviluppo in Israele e fondatore del Centro Internazionale per l’Enhancement of Potential Learning, con sede a Gerusalemme. I suoi sistemi di modificabilità cognitiva strutturale sono stati, a livello mondiale, applicati e implementati in oltre 80 paesi in tutto il mondo.
La sua storia mi lascia sempre ESTEREFATTO ogni volta che la ricordo.
Feuerstein ha avuto una grande stima e amicizia con il mio maestro il Rebbe di Lubavitch. Lui era solito dire che grazie alle benedizioni del Rebbe e il suo incoraggiamento a continuare le sue ricerche, era riuscito a fare tanta strada. Un mio conoscente, che ha parlato con Feuerstein, mi ha raccontato come il professore aveva in tasca sempre un Dollaro del Rebbe di benedizione e successo che portava con orgoglio, poiché diceva che gli dava tanta forza.
È stato intervistato nel giugno del 2011, sei anni fa circa, prima della sua dipartita avvenuta nel 2015:
Come psicologo lavoravo in Israele durante gli anni ‘40. Ho lavorato con i sopravvissuti dell’Olocausto, molti di loro bambini, assolutamente traumatizzati. Per esempio ho visto un ragazzo di 17 anni che pesava solo 34 kg circa e che guardava ogni pezzo di cibo come uno che sta morendo di fame: avrebbe rubato e raccolto ogni cibo possibile.
Naturalmente, le persone chiedevano con stupore: “C’è speranza di guarire per bambini come questo? Saranno mai in grado di costruirsi un futuro? Saranno mai in grado di dimenticare quello che hanno passato?”.
Molti erano del parere che non si poteva fare niente per aiutare questi bambini, perché avevano visto troppe atrocità disumane. Ma ho pensato, “non possiamo permetterci di perdere neanche un figlio”.
Successivamente, sono andato a studiare presso l’Università di Ginevra sotto Jean Piaget e Carl Jung e altri, e nel 1954 ho fondato il Centro Internazionale per l’Enhancement del potenziale di apprendimento (ICELP) a Gerusalemme, dedicato alla teoria che ho sviluppato, che ho chiamato la teoria della “Malleabilità dell’intelligenza”.
Fondamentalmente, ho detto: “Sì, possiamo aiutare questi bambini e tutti i bambini, non importa i loro problemi di sviluppo. Noi possiamo aiutarli a cambiare PERCHÉ SONO ESSERI UMANI CHE HANNO DENTRO DI LORO UNO SPIRITO DIVINO”. L’anima dell’uomo è una parte di Dio. Come Dio è illimitato anche l’uomo è al di sopra dei limiti “apparenti” del suo corpo.
All’epoca ho avanzato questa teoria – che gli esseri umani sono modificabili, che non sono necessariamente limitati dalla loro genetica, ma allora era considerata eresia. La gente semplicemente non credeva che il cervello potesse cambiare, anche se adesso è un dato accettato e confermato che non esiste una parte del corpo così flessibile e modificabile come il cervello.
Il Rebbe sapeva del mio lavoro e lo sosteneva totalmente. Lui spesso mi ha mandato dei bambini, alcuni con problemi di sviluppo, altri più difficili con la sindrome di Down e alcuni che erano epilettici. Ovunque andassi, la gente si avvicinava a me, dicendo: “Il Rebbe vuole che tu vedi il nostro figlio”. Inoltre, io ho ricevuto lettere dal Rebbe su bambini particolari che voleva che vedessi.
Ogni volta che mi ha mandato un caso questo è stato accompagnato dalla sua benedizione, “Zayt matzliach – Che tu possa avere successo”.
Con quella benedizione, ho sempre avuto la sensazione di potere risolvere i casi più estremi e non importava quanto potesse essere difficile in apparenza. Nella mia esperienza o visto che anche le persone con disturbi genetici possono essere trasformati in individui autonomi ed efficienti e di conseguenza hanno potuto avere una vita ebraica regolare e studiare la Torà.
Infatti, è stato dal Rebbe che ho appreso che tale concetto può essere realizzato. Ne ho avuto la conferma con mio nipote che nonostante avesse la sindrome Down ha studiato in yeshiva e ha conseguito gli esami finali nelle scuole superiori (che in Israele chiamiamo bagrut).
Ma, in quel momento sembrava impossibile un risultato simile, perché le persone non credevano a un cambiamento così drammatico. E mi è stato spesso chiesto: “Come puoi dire che questo bambino potrà mai parlare? Come hai il coraggio di dire che questo bambino sarà in grado di leggere o finire la scuola o andare a yeshivà?”
Ho osato dire queste cose a causa delle mie frequentazioni con il Rebbe, che incontravo regolarmente.
Nel 1980, le mie idee erano diffuse dappertutto. Ho pubblicato tre libri e sono stato spesso invitato a tenere conferenze nelle università e sono stato nominato professore a Yale (USA). Ho continuato a sviluppare nuove modalità di formazione che dimostravano come si possono creare nuove sinapsi all’interno del cervello, nuove connessioni che non esistevano prima e in questo modo aiutare i bambini con le condizioni più devastanti.
Vorrei solo dare due esempi.
C’era un ragazzo con una condizione del cervello che gli rendeva difficile concentrarsi e sentire quello che qualcuno gli stava dicendo, la sua capacità di ascolto era molto, molto limitata. Ma il Rebbe mi ha dato la sua speciale benedizione per lui. E malgrado questa condizione del cervello, il ragazzo ha cominciato a imparare e diventare molto più attento nel suo comportamento. I suo progressi furono così importanti che riuscì a far parte del mondo religioso.
Sempre grazie al Rebbe, ho avuto un altro caso, il più difficile di tutta la mia carriera:
a un ragazzo è stato diagnosticato una malattia mentale, nel suo paese di nascita, ed è stato messo in una scuola per bambini problematici. Lì ha vissuto tra i non-ebrei turbati. Influenzato dal loro comportamento il ragazzo è caduto in pessime frequentazioni e di conseguenza è diventato un vero e proprio problema e nessuno credeva che avrebbe mai potuto diventare un essere umano normale e indipendente.
A un certo punto, suo padre è andato a chiedere aiuto al Rebbe che gli ha detto di portarlo da lui.
Grazie all’intervento del Rebbe, Il figlio è venuto qui in Israele ed è stato collocato in una famiglia Chabad. Ha imparato a leggere. Spesso si trovava davanti alla mia porta a leggere Salmi, perché il Rebbe gli aveva detto di leggere il Libro dei Salmi, dall’inizio alla fine, ogni settimana. Cosa che ha fatto per tutti i tre anni che è stato con noi.
Grazie a Dio, tutto è andato molto bene e ho sentito che avevamo fatto quello che il Rebbe ci ha chiesto di fare. Ci siamo sentiti di avere realizzato la nostra missione con successo.
Ma, dopo che questo ragazzo ci ha lasciato ha avuto una ricaduta morale ed è finito in una banda pericolosa, in un luogo da cui poche persone tornano sane. Era coinvolto con persone promiscue, che prendevano droghe; in un mondo dove non ci sono limiti ai peccati.
Quando ho sentito cosa era successo, ho contattato il Rebbe che mi ha risposto: “Non lasciarlo fuori dalle tue mani. Invia qualcuno a trovarlo, riportarlo indietro e continua il tuo grande lavoro: CHI SALVA UNA ANIMA È COME SE SALVASSE IL MONDO INTERO!!!”
Non credevo che uno sforzo di salvataggio avrebbe avuto successo, ma il Rebbe mi aveva insegnato a provare l’impossibile, così ho fatto. Ho mandato qualcuno a prendere questo giovane da queste persone terribili e siamo riusciti a riportarlo a uno stile di vita sano e morale. Era perduto, ma è tornato e oggi è padre di quattro figli, due di loro studiano in yeshivà.
Voglio solo dire che, come psicologo, non avrei mai potuto credere che un miglioramento così esagerato potesse accadere. Di solito, in questi casi, ci arrendiamo, ma il Rebbe non ha rinunciato e ci ha insegnato che non bisogna “MAI DIRE MAI”.
Chiaramente, la psicologia è molto limitata nella sua comprensione dell’altro: spesso è troppo connessa alla comprensione di noi stessi. Questo ci porta a valutare gli altri in base ai nostri canoni.
Ma il modo in cui il Rebbe ha capito la condizione dell’individuo era del tutto diverso. E questo è il motivo per cui diceva: “Sì, fallo. Niente è impossibile”.
Il suo era un modo molto diverso di vedere l’essere umano, non come riflesso del sé, ma come un riflesso dello spirito superiore, una divina sorgente che attinge dall’infinito e non ha LIMITI DI SVILUPPO.
QUESTO KIPPUR RIFLETTIAMO CHE ABBIAMO UNA FORZA INFINITA CHE CI PERMETTE DI CAMBIARE TOTALMENTE: POSSIAMO TROVARE TEMPO PER LA NOSTRA FAMIGLIA SPEGNENDO IL CELLULARE QUANDO SIAMO CON I FIGLI, POSSIAMO STUDIARE LA TORA OGNI GIORNO COME DIO CI CHIEDE E TRASFORMARE IL MONDO VERSO LA REDENZIONE ETERNA, CHE È IMMEDIATA PRESTO NEI NOSTRI GIORNI, AMEN.
Ps.
È cosa buona fare una donazione di riscatto prima di Kippur “kaparot”.
Chi volesse aiutare questa opera di divulgazione, la sua donazione sarà molto apprezzata come kaparot:
intestazione: Mamash
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VAYELECH Shabbàt Shuvà 5780 : 2 LEZIONI

Questo Shabbàt 5 Ottobre 2019, 6 del mese di TISHRÌ 5780 leggeremo la

Parashà di Vayelech Shabbàt Shuvà: Deuteronomio 31: 1-30

HAFTARÀ:

Italiani/Sefarditi: Hosea 14: 2-10; Michà 7: 18-20

Ashkenakiti: Hosea 14: 2-10; Gioele 2: 15-27

B’H’

Ci troviamo alla vigilia di Shabbat Shuva o Shabbat Teshuvà che è il Shabbat tra Rosh Hashanà e Yom Kippur.
Shabbat vuole dire gioia e allegria e teshuvà vuole dire pentimento e pianto per gli errori passati per cui come possono le due cose conciliare???
Il pensiero della Khassidut insegna che in ogni cosa bisogna trovare il lato felice e allegro. Che bisogna sempre vedere il positivo che c’è in ogni cosa per cui anche nella settimana del pentimento quando arriviamo al giorno allegro dello Shabbat possiamo e dobbiamo trovare il lato positivo e allegro della Teshuvà.
In primis dobbiamo essere felici perché stiamo ritornando al PADRE ETERNO e alle nostre origini ed è la cosa più bella riconciliare con il porprio Padre.
Poi come tutte le mizvòt bisogna farle con allegria anche questa va fatta con allegria, come abbiamo letto nella parashà di Ki Tavò che tutti i problemi arrivano principalmente perché abbiamo servito Hashem senza felicità.
Durante il periodo del comunismo un khassid ha fatto la aliyà in Israele dalla Russia e finalmente ha potuto portare i suoi tefillin da un sofer per farli controllare. Questo sofer come li apre si rende conto che non erano kasher e forse non lo sono mai stati ma non sa come comunicare questo spiacevoloe messaggio al khassid. Quando il nuovo arrivato capisce che i suoi tefillin non sono kasher inizia a ballare di gioia come se avesse vinto la lotteria…
Il sofer molto stupito non capisce la grande gioia e gli chiede: come mai sei così felice? Il khassid risponde: perché adesso sono sicuro che da domani metterò tefillin KASHER.
Anche la peggiore notizia che fino ad ora metteva tefillin non kasher può essere e deve essere ribaltata in positivo e in gioia.

Questo è il modo di servire Hashem Shabbat Shuvà!

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom e Gmar Khatima Tovà

Rav Shlomo Bekhor

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VAYELEKH
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COME RAGGIUNGERE UNA TRASFORMAZIONE
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Per sentire le lezioni su Kippur cliccare sul seguente link:
ILLUMINARE IL BUIO

C’era un chassid che, ogni volta che gli si avvicinava con la richiesta di una donazione per beneficenza, si metteva la mano in tasca e tirava fuori alcune monete. Poi, con un borbottio frettoloso, “solo un minuto…”, si sarebbe di nuovo scavato in tasca e avrebbe tirato fuori altre monete.

Qualcuno che notò la sua abitudine una volta gli chiese: “Perché dai sempre due rate? Non potresti prendere l’intera somma che vuoi dare in una sola volta?”
“Ogni atto di carità è una vittoria sulla nostra natura egoista”, rispose il chassid. “Non riesco proprio a resistere all’opportunità di segnare due vittorie al prezzo di una…”.
A proposito di sottomettere il proprio istinto una volta il desiderio più grande era quello dell’idolatria, questo spiega come mai grandi personaggi sono caduti in questo peccato. Al tempo del sinedrio che ha costruito il secondo Santuario, “anshe knesset haghedolà”, per aiutare le persone a non commettere il gravissimo peccato dell’idolatria è stato sostituito questo desiderio fortissimo con il piacere per i soldi, ovvero il “DIO DENARO”. Da quel momento gli uomini riuscivano a domare l’idolatria, ma al suo posto è subentrato l’attaccamento infinito ai soldi. Rabbi Shenur Zalman, fondatore della chasidut chabad, ha detto che forse sarebbe stato meglio che il mondo fosse rimasto come era prima, visto che oggigiorno la missione più importante è fare la zedakà – l’aiuto per il prossimo, come spiegato in Tanya per lungo e per largo.
Il nostro compito nella vita è quello di illuminare il mondo attraverso atti di gentilezza. Tuttavia, a volte occorre saper lottare contro i propri desideri per fare ciò e allora come si può realizzare la nostra missione nonostante le tentazioni terrene?
Questo Shabbàt è noto come “Shabbàt Teshuvà”, il “Sabato del Ritorno”, che intercorre tra le feste di Rosh Hashanà e Yom Kippùr e dove si legge l’esortazione profetica (Oshea 14, 2): “Ritorna, o Israele, ad Hashèm, il tuo Dio …”.
Il periodo da Rosh Hashanà a Yom Kippùr (i Dieci giorni di penitenza) è particolarmente favorevole al “ritorno ad Hashèm”, attraverso il pentimento da qualsiasi trasgressione che possiamo avere compiuto. Periodo dove è opportuno riflettere sul rapporto tra noi e la nostra anima, tra noi e il nostro Padre in Cielo, la nostra missione nella vita, e come sfruttare al meglio l’opportunità concessaci in questi giorni particolarmente favorevoli per rimediare ai torti del passato e ricominciare da capo con una nuova carica.
Inoltre, il versetto sopra citato recita: “Ritorna, o Israèl, ad Hashèm, tuo Dio, perché sei inciampato nella tua iniquità”. L’iniquità – la trasgressione della volontà di Dio – è come un ostacolo che impedisce a un individuo di progredire sul sentiero che rafforzerà la sua relazione con Hashèm. Per capire che cos’è questa relazione e in che modo le trasgressioni la ostacolano, occorre soffermarci sullo “scopo dell’esistenza…”.
Hashèm, ovviamente è onnipresente e onnipotente e se non lo avesse creato diversamente l’universo e tutte le entità sarebbero semplicemente sopraffatte da Lui e smetterebbero di esistere a pieno titolo. È impossibile, infatti visualizzare una luce brillante, più accecante di un milione di stelle, che riempie tutto lo spazio con la sua intensità; a meno che non ci sia un modo per nascondere quella brillantezza, poiché altrimenti nient’altro nell’universo sarebbe distinguibile e definibile. Pertanto, per il nostro bene, Hashèm si nasconde alla nostra percezione in questo mondo, così tanto che una persona potrebbe addirittura nemmeno rendersi conto dell’esistenza di Dio. Infatti, se Hashèm dovesse rivelarsi in tutta la Sua gloria, l’intera creazione sarebbe semplicemente assorbita nella sua onnipresenza e cesserebbe di esistere come la conosciamo.
Ora, in realtà, la necessità di nascondere questa “luce accecante” fa parte del “piano generale” di Hashèm: proprio come una luce brilla di più quando illumina un luogo buio, Dio deliberatamente cela la sua “luce”, ma, al contempo, ci dà anche un modo per rivelare questa luce anche nell’oscurità del mondo fisico.
Ciò si realizza attraverso la Torà e l’osservanza dei suoi precetti in questo buio mondo fisico. Questo è paragonabile a un interruttore che stabilisce una connessione tra una persona e Dio, facendo sì che parte della “luce” di Hashèm possa brillare sia su una persona in particolare, sia sul mondo in generale.
Questa grande rivelazione della bontà divina tramite le nostre azioni positive, anche laddove è stata precedentemente nascosta, è una delle manifestazioni più belle della sovranità di Hashèm sull’universo. Anzi, è una delle ragioni principali per cui Hashèm ha creato l’universo: ILLUMINARE IL BUIO.
Pertanto, questa è la nostra sfida nella vita: essere i “luminari” spirituali di questo mondo oscuro.
Tuttavia è una SFIDA CHE POSSIAMO VINCERE, poiché ognuno ha in sé un potenziale amore inestinguibile per Hashèm profondamente radicato nella sua anima. Risvegliando questo amore possiamo avere la forza per sublimare i nostri desideri meschini e mondani, e addirittura trasformarli completamente in desideri per Hashèm. Questo amore ardente per il Creatore, dovrebbe motivare ogni aspetto della vita di una persona e può essere messo in luce e coltivato dalla profonda riflessione sulla presenza illimitata di Dio, come è scritto (Deuteronomio 4:39): “E saprai questo giorno e lo porrai nel tuo cuore, che il Signore è Dio nei cieli in alto e sulla terra in basso; non c’è nessun altro”.
Uno dei principi fondamentali dell’ebraismo è che Dio è Uno nell’unità più perfetta e assoluta. Il realizzare correttamente che Hashèm pervade l’universo, ed è l’unica vera fonte di esistenza, può stimolare ogni persona all’amore sincero di Lui, e ci consente di superare qualsiasi ostacolo per portare la “luce” di Hashèm nel mondo al fine di rivelare, presto nei nostri giorni, l’era messianica dove la sovranità di Dio sarà manifesta a tutti apertamente.
In memoria di mio padre Yaakov ben Shlomo veRachel
B”H
6 Tishre 5779 – 15 Settembre 2018
parasha di VAYELEKH – KIPPUR inizia martedì sera
il Salmo 130, uno dei più belli e commoventi, lo recitiamo ogni mattina nel periodo che intercorre tra Rosh Hashanà e Yom Kippùr (Dieci giorni di Teshuvà – Pentimento).
Nel verso 4 troviamo una frase molto intensa ma ambigua: “Poiché il perdono è con Te, in tal modo Tu sei temuto”.
Questo verso, apparentemente semplice nella sua bellezza, se analizzato con attenzione risulta essere oltremodo enigmatico!
Come è possibile affermare che chi PERDONA è più TEMUTO? Il senso comune, infatti ci dice proprio l’opposto, chi offre il perdono è MENO temuto e non PIÙ temuto!
Chi si teme maggiormente, il padre buono o quello severo, il capo ufficio affabile o quello esigente? Allora che cosa ci vuole comunicare Re David con questo apparente paradosso??
(coninua sotto)

I link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom e

Khatimà Tovà!
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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
per le altre 8 lezioni di Kippur:
UN GIUSTO RITORNO: L’ESSENZA DI KIPPUR
(continua da sopra)
Due banchieri per due destini
Proviamo a capire meglio con la metafora insegnata dell’Alter Rebbe.
Il mercato immobiliare è in piena espansione! Un ragazzo, di nome Levi, prende un prestito di 100 milioni di Euro dalla banca, per acquistare un enorme palazzo in pieno centro a Milano. All’improvviso, il mercato crolla, la proprietà ora vale la metà. A Levi rimane solo un enorme debito. Il ragazzo incontra il direttore della banca che gli intima con perentoria durezza: “Vogliamo l’intero debito versato, con tutti gli interessi, come da contratto, ENTRO un MESE…!”
Levi avvilito e demoralizzato inizia a pensare che non può fare niente è impossibile trovare i soldi. Quindi d’innanzi all’impossibile, cosa fa il ragazzo? Nulla, si arrende! Stacca il computer, telefono; non risponde alle email, chiamate e notifiche di vario tipo da parte della banca creditrice.
Supponiamo però un altro scenario: il direttore della banca dice, “okay, siamo tutti nella stessa barca, tutti in un grande casino. Lavoriamo in modo equo e collaboriamo assieme per risolvere il problema: tagliamo il prestito del 30%; rimuoviamo ogni interesse; iniziamo a rimborsare ogni mese una piccola quota del debito…
Con questo tipo di approccio, uno sì che si spaventa! Ora Levi si sente in obbligo di trovare i soldi, deve pensare a come fare, può e deve impegnarsi. Non può tradire il direttore della banca, così buono e comprensivo, deve presentarsi ogni mese per il pagamento.
Se Non Sono Mai Abbastanza, Mi Arrendo!
Questo, dice l’Alter Rebbe, è il significato del versetto, “Poiché il perdono è con Te, in tal modo Tu sei temuto”. Se Dio chiedesse il pieno risarcimento per tutti i nostri errori, compresi di interesse e PREZZO PIENO non lo temeremmo; bensì questo ci spingerebbe solo ad allontanarci da Dio, a rinunciare ad avere un rapporto con l’Eterno.
È come un bambino che non può mai piacere ai propri genitori. Qualunque cosa faccia, non è mai abbastanza, ogni errore è evidenziato. Ad un certo punto, il bambino non può fare altro che arrendersi completamente.
Se una persona non ha alcuna speranza di riuscire a fare bene, perché provare? Se sarà sempre criticata, perché preoccuparsi di migliorare? Una qualsiasi persona, se spinto con durezza in una dimensione fatta di cinismo, dolore e disperazione, reagisce mettendo semplicemente in discussione le sue relazioni: con i genitori, con il direttore di una banca, con i suoi amici e anche con Dio!
Nel salmo 130, 4 Re David ci dice che Dio perdona! Che Dio non ci chiederebbe mai di essere perfetti. Lui ci chiede solo di incontrarlo, anche a “metà strada”. Dio vuole, da ciascuno di noi, soprattutto in questi 10 giorni di pentimento, che viviamo nel modo più felice, di successo, potente che possiamo. Dio desidera ardentemente che noi ci impegniamo a rendere la nostra vita una “storia di successo”.
Perciò ora, in questi giorni fino a Kippur, dobbiamo davvero entrare nei nostri cuori, riparare i nostri errori e decidere di vivere un futuro più puro e più santo.
“Poiché il perdono è con Te, in tal modo Tu sei temuto”.
Estratto dagli insegnamenti del Rav Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), noto come Alter Rebbe, la metafora è spiegata nel Maamar del Rebbe di Lubavitch Ani Ledodi 5729 (1969)
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commento di Kippur dell’anno scorso altamente consigliabile:

L’IMPOSSIBILE È POSSIBILE!

ogni giorno dell’anno ha una speciale vitamina che ci può nutrire.
Ci sono vitamine per il fisico, altre per la nostra psiche o anima. Le feste ebraiche sono dei CONCENTRATI di vitamine con una dose maggiore di quella regolare e ogni festa ci nutre TANTISSIMO di una sola vitamina che da più all’anima o alla psiche piuttosto che al corpo.
Ci troviamo alla vigilia della festa di Kippur il giorno del perdono. Per ricevere il perdono in questo giorno solenne Dio ci dice che dobbiamo cambiare, pentirci, chiedere scusa e trasformarci. In altre parole Kippur è la VITAMINA della METAMORFOSI.
Se abbiamo dei vizi storti di ogni genere, se non siamo bravi ad ascoltare i consigli della moglie o i colleghi di lavoro, se non riuscissimo a trovare “spazio” nella nostra vita per il nostro Creatore (che ci chiede di parlare con lui e di seguire il manuale di vita [Torà] che ci ha prescritto per il buon funzionamento della nostra vita), ebbene questo è il giorno dal quale possiamo trarre la VITAMINA per poter cambiare.
Ci sono tantissime spiegazioni sul perché e come mai proprio questo giorno ci da questa forza, ma preferisco condividere la storia di vita di un nostro contemporaneo che può darci un GRANDE esempio di come possiamo cambiare noi stessi e di conseguenza cambiare il mondo e in particolare anche situazioni inguaribili si possono trasformare in bene.
Il professor Reuven Feuerstein (1921-2014) è stato uno psicologo cognitivo dello sviluppo in Israele e fondatore del Centro Internazionale per l’Enhancement of Potential Learning, con sede a Gerusalemme. I suoi sistemi di modificabilità cognitiva strutturale sono stati, a livello mondiale, applicati e implementati in oltre 80 paesi in tutto il mondo.
La sua storia mi lascia sempre ESTEREFATTO ogni volta che la ricordo.
Feuerstein ha avuto una grande stima e amicizia con il mio maestro il Rebbe di Lubavitch. Lui era solito dire che grazie alle benedizioni del Rebbe e il suo incoraggiamento a continuare le sue ricerche, era riuscito a fare tanta strada. Un mio conoscente, che ha parlato con Feuerstein, mi ha raccontato come il professore aveva in tasca sempre un Dollaro del Rebbe di benedizione e successo che portava con orgoglio, poiché diceva che gli dava tanta forza.
È stato intervistato nel giugno del 2011, sei anni fa circa, prima della sua dipartita avvenuta nel 2015:
Come psicologo lavoravo in Israele durante gli anni ‘40. Ho lavorato con i sopravvissuti dell’Olocausto, molti di loro bambini, assolutamente traumatizzati. Per esempio ho visto un ragazzo di 17 anni che pesava solo 34 kg circa e che guardava ogni pezzo di cibo come uno che sta morendo di fame: avrebbe rubato e raccolto ogni cibo possibile.
Naturalmente, le persone chiedevano con stupore: “C’è speranza di guarire per bambini come questo? Saranno mai in grado di costruirsi un futuro? Saranno mai in grado di dimenticare quello che hanno passato?”.
Molti erano del parere che non si poteva fare niente per aiutare questi bambini, perché avevano visto troppe atrocità disumane. Ma ho pensato, “non possiamo permetterci di perdere neanche un figlio”.
Successivamente, sono andato a studiare presso l’Università di Ginevra sotto Jean Piaget e Carl Jung e altri, e nel 1954 ho fondato il Centro Internazionale per l’Enhancement del potenziale di apprendimento (ICELP) a Gerusalemme, dedicato alla teoria che ho sviluppato, che ho chiamato la teoria della “Malleabilità dell’intelligenza”.
Fondamentalmente, ho detto: “Sì, possiamo aiutare questi bambini e tutti i bambini, non importa i loro problemi di sviluppo. Noi possiamo aiutarli a cambiare PERCHÉ SONO ESSERI UMANI CHE HANNO DENTRO DI LORO UNO SPIRITO DIVINO”. L’anima dell’uomo è una parte di Dio. Come Dio è illimitato anche l’uomo è al di sopra dei limiti “apparenti” del suo corpo.
All’epoca ho avanzato questa teoria – che gli esseri umani sono modificabili, che non sono necessariamente limitati dalla loro genetica, ma allora era considerata eresia. La gente semplicemente non credeva che il cervello potesse cambiare, anche se adesso è un dato accettato e confermato che non esiste una parte del corpo così flessibile e modificabile come il cervello.
Il Rebbe sapeva del mio lavoro e lo sosteneva totalmente. Lui spesso mi ha mandato dei bambini, alcuni con problemi di sviluppo, altri più difficili con la sindrome di Down e alcuni che erano epilettici. Ovunque andassi, la gente si avvicinava a me, dicendo: “Il Rebbe vuole che tu vedi il nostro figlio”. Inoltre, io ho ricevuto lettere dal Rebbe su bambini particolari che voleva che vedessi.
Ogni volta che mi ha mandato un caso questo è stato accompagnato dalla sua benedizione, “Zayt matzliach – Che tu possa avere successo”.
Con quella benedizione, ho sempre avuto la sensazione di potere risolvere i casi più estremi e non importava quanto potesse essere difficile in apparenza. Nella mia esperienza o visto che anche le persone con disturbi genetici possono essere trasformati in individui autonomi ed efficienti e di conseguenza hanno potuto avere una vita ebraica regolare e studiare la Torà.
Infatti, è stato dal Rebbe che ho appreso che tale concetto può essere realizzato. Ne ho avuto la conferma con mio nipote che nonostante avesse la sindrome Down ha studiato in yeshiva e ha conseguito gli esami finali nelle scuole superiori (che in Israele chiamiamo bagrut).
Ma, in quel momento sembrava impossibile un risultato simile, perché le persone non credevano a un cambiamento così drammatico. E mi è stato spesso chiesto: “Come puoi dire che questo bambino potrà mai parlare? Come hai il coraggio di dire che questo bambino sarà in grado di leggere o finire la scuola o andare a yeshivà?”
Ho osato dire queste cose a causa delle mie frequentazioni con il Rebbe, che incontravo regolarmente.
Nel 1980, le mie idee erano diffuse dappertutto. Ho pubblicato tre libri e sono stato spesso invitato a tenere conferenze nelle università e sono stato nominato professore a Yale (USA). Ho continuato a sviluppare nuove modalità di formazione che dimostravano come si possono creare nuove sinapsi all’interno del cervello, nuove connessioni che non esistevano prima e in questo modo aiutare i bambini con le condizioni più devastanti.
Vorrei solo dare due esempi.
C’era un ragazzo con una condizione del cervello che gli rendeva difficile concentrarsi e sentire quello che qualcuno gli stava dicendo, la sua capacità di ascolto era molto, molto limitata. Ma il Rebbe mi ha dato la sua speciale benedizione per lui. E malgrado questa condizione del cervello, il ragazzo ha cominciato a imparare e diventare molto più attento nel suo comportamento. I suo progressi furono così importanti che riuscì a far parte del mondo religioso.
Sempre grazie al Rebbe, ho avuto un altro caso, il più difficile di tutta la mia carriera:
a un ragazzo è stato diagnosticato una malattia mentale, nel suo paese di nascita, ed è stato messo in una scuola per bambini problematici. Lì ha vissuto tra i non-ebrei turbati. Influenzato dal loro comportamento il ragazzo è caduto in pessime frequentazioni e di conseguenza è diventato un vero e proprio problema e nessuno credeva che avrebbe mai potuto diventare un essere umano normale e indipendente.
A un certo punto, suo padre è andato a chiedere aiuto al Rebbe che gli ha detto di portarlo da lui.
Grazie all’intervento del Rebbe, Il figlio è venuto qui in Israele ed è stato collocato in una famiglia Chabad. Ha imparato a leggere. Spesso si trovava davanti alla mia porta a leggere Salmi, perché il Rebbe gli aveva detto di leggere il Libro dei Salmi, dall’inizio alla fine, ogni settimana. Cosa che ha fatto per tutti i tre anni che è stato con noi.
Grazie a Dio, tutto è andato molto bene e ho sentito che avevamo fatto quello che il Rebbe ci ha chiesto di fare. Ci siamo sentiti di avere realizzato la nostra missione con successo.
Ma, dopo che questo ragazzo ci ha lasciato ha avuto una ricaduta morale ed è finito in una banda pericolosa, in un luogo da cui poche persone tornano sane. Era coinvolto con persone promiscue, che prendevano droghe; in un mondo dove non ci sono limiti ai peccati.
Quando ho sentito cosa era successo, ho contattato il Rebbe che mi ha risposto: “Non lasciarlo fuori dalle tue mani. Invia qualcuno a trovarlo, riportarlo indietro e continua il tuo grande lavoro: CHI SALVA UNA ANIMA È COME SE SALVASSE IL MONDO INTERO!!!”
Non credevo che uno sforzo di salvataggio avrebbe avuto successo, ma il Rebbe mi aveva insegnato a provare l’impossibile, così ho fatto. Ho mandato qualcuno a prendere questo giovane da queste persone terribili e siamo riusciti a riportarlo a uno stile di vita sano e morale. Era perduto, ma è tornato e oggi è padre di quattro figli, due di loro studiano in yeshivà.
Voglio solo dire che, come psicologo, non avrei mai potuto credere che un miglioramento così esagerato potesse accadere. Di solito, in questi casi, ci arrendiamo, ma il Rebbe non ha rinunciato e ci ha insegnato che non bisogna “MAI DIRE MAI”.
Chiaramente, la psicologia è molto limitata nella sua comprensione dell’altro: spesso è troppo connessa alla comprensione di noi stessi. Questo ci porta a valutare gli altri in base ai nostri canoni.
Ma il modo in cui il Rebbe ha capito la condizione dell’individuo era del tutto diverso. E questo è il motivo per cui diceva: “Sì, fallo. Niente è impossibile”.
Il suo era un modo molto diverso di vedere l’essere umano, non come riflesso del sé, ma come un riflesso dello spirito superiore, una divina sorgente che attinge dall’infinito e non ha LIMITI DI SVILUPPO.

NITZAVIM

NITZAVIM 5765 – UNO PER TUTTI E TUTTI PER UNO!
L’Unità del popolo ebraico: una breve ma interessante lezione su Nitzavim.

NITZAVIM 5768 25 ELUL 5768 CORTA MA LUNGA

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Rosh Hashanà 5780 – LA PORTA CHE NON SI CHIUDE MAI

Lunedì 30 Settembre 2019, e Martedì 1° Ottobre 2019, 1° e 2 Tishrì festeggeremo Rosh Hashanà 5780!
Questa pagina dedicata offre un gran numero di shiurim ed approfondimenti. Buon ascolto e Shanà Tovà!

Rosh haShanà 1° giorno:
PARASHÀ:
1° Sefer Gen. 21,1-34
2° Sefer Num. 29,1-6
HAFTARÀ
1Sam. 1,1-2,10

Rosh haShanà 2° giorno:
PARASHÀ
1° Sefer Gen. 22,1-24
2° Sefer Num. 29,1-6
HAFTARÀ
Ger. 31,1-20

ROSH HASHANA

Al tramonto di domenica inizia il nuovo anno ebraico, entriamo nel 5780 dalla nascita di Adam. In questa particolare occasione la liturgia ebraica prevede l’impiego dello Shofàr, il corno (meglio d’ariete) usato come suono di rimembranza.

Il grande Ba’àl Shem Tov (iniziatore del chassidismo) ci insegna “cosa ci comunica” lo Shofàr, col suo suono particolare, nel giorno di Rosh Hashanà:
“si racconta di un re che aveva un figlio ribelle, il re dopo aver tentato in tutti i modi di educare il figlio senza alcun risultato concreto, decide di allontanarlo dal palazzo reale e dalla vita di corte.
Il figlio del re vive lunghi anni lontano da casa, prende le abitudini del popolo che lo ospita, si dimentica il linguaggio del palazzo reale, ma non scorda la sua vera origine.
Un giorno decide di tornare a casa, decide di tornare dal padre nel palazzo reale. Giunto al palazzo le guardie lo fermano e gli chiedono il motivo della sua visita, lui risponde: “sono il figlio del re!”… ovviamente le guardie non gli credono, i suoi vestiti sono degli stracci troppo semplici, la sua lingua non è quella del figlio del re, ma quella di un figlio del popolo.
(continua sotto)
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it di Rosh Hashanà di questa settimana.

Shabbat Shalom e Shana Tovà umetukà

Rav Shlomo Bekhor

PS
NUOVA LEZIONE BOMBA SU ROSH HASHANA
5 VITAMINE 5 FESTE 5 SENSI
Significato Profondo dell’Udito Grazie a Rosh Hashana
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
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ROSH HASHANA
Al seguente link troverai la lezione di ROSH HASHANA SPAZIALE in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2011/09/28/rosh-hashana-5772-due-facce-della-stessa-medaglia/
per vedere il video:

DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA!

Riflettendo su un’apparente ambivalenza di Rosh Hashanà, impariamo qual è il vero
valore dei bisogni materiali di un ebreo.

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ROSH HASHÀNÀ: COME “DELIZIARE” DIO…

(continua da sopra)

Il ragazzo, disperato, vedendo che non riusciva a parlare con la lingua del palazzo reale, inizia a gesticolare con le mani nella speranza che le guardie riconoscessero la sua vera origine, ma anche questo tentativo fallisce miseramente.
La disperazione del figlio del re arriva a un punto tale che lo porta a urlare a squarciagola un urlo che viene dall’essenza dell’anima e che supera i limiti delle parole.
La sua potenza genera un grido viscerale senza parole, un grido senza alcun significato apparente, ma talmente forte che arriva sino alle stanze del re che esclama: “Questa è la voce di mio figlio, è finalmente tornato a casa!”.
Ecco cosa rappresenta il suono dello Shofàr, è il grido dell’anima che ritorna al Re, l’urlo viscerale che ci riporta nel palazzo regale al cospetto di Hashèm.
Il figlio del re simboleggia l’anima che è scesa nel mondo, in un corpo fisico per fare mitzvòt e buone azioni. Davanti alle molte tentazioni, però, l’anima si dimentica dello scopo del suo viaggio, e anche di suo padre il Re, ovvero di Hashèm e della sua lingua, la preghiera. L’anima vuole tornare ad Hashèm e riconoscerlo di nuovo come suo Re, perciò comincia a gridare, un grido che comprende il rimorso per il passato e un nuovo impegno per il futuro. Questo grido interiore è il suono dello Shofàr, un suono capace di risvegliare il legame inscindibile che il Re Hashèm ha per il suo unico figlio, e di manifestare come Egli è pronto ad abbracciarlo e a riaccoglierlo.
Il tema principale di Rosh Hashanà è la nostra proclamazione di Dio come il Re dell’universo e l’accettazione del Suo regno su noi stessi. La ragione per cui accettiamo il giogo divino, proprio in questa festività, è che una delle funzioni di un re è quella di cercare di assolvere i suoi sudditi e soddisfare le loro richieste. Per questo chiediamo ad Hashèm di trascurare le nostre imperfezioni e di essere il nostro Re e concederci un anno buono e dolce.
In effetti, quanto sopra è lo scopo stesso della creazione: Dio non aveva nessun obbligo di creare il mondo, o comunque avrebbe potuto farlo in modo tale da essere manifestatamente dipendente da Lui, in cui la Sua presenza fosse palesemente indiscutibile e rivelata. Invece, Hashèm ha creato il mondo solo apparentemente separato e indipendente da Lui (come se una cosa del genere fosse effettivamente possibile), al punto che una persona potrebbe anche non rendersi conto della Sua esistenza.
E nonostante questa apparente lontananza da Hashèm, lo scopo della creazione è comunque quello di accettare volontariamente i precetti di Dio su di noi. Quando facciamo questo – dimostrando che la sovranità di Dio si estende anche nei momenti difficili o addirittura oscuri della nostra esistenza – riveliamo una delle manifestazioni più belle della regalità di Hashèm: la Sua gioia.
Certo, Dio non ha davvero emozioni umane, dire che “Hashèm è felice” è semplicemente antropomorfismo, ossia attribuire sentimenti o emozioni umane a ciò che non è umano. Pertanto quello che, in questo contesto, si intende veramente è che rivelare apertamente la regalità di Dio, dove normalmente non è rivelata, è considerato così di vitale importanza, così preziosa per Hashèm, da suscitare in Lui una reazione, simile a delle “buone vibrazioni” e, a un livello più profondo, suscitare una sorta di “delizia”, uno dei sentimenti più belli e basilari per ogni essere umano.
In termini mistici, si può affermare che Hashèm “si diletta” nella Sua regalità, pertanto accettando la Sua sovranità su di noi otteniamo in risposta questa delizia. Questo fa sì che Dio, che vuole comunque regnare su di noi, è disposto a trascurare i nostri difetti e a essere il nostro re. Detto in altro modo, noi tutti abbiamo effettivamente la capacità di suscitare e rafforzare l’attributo della regalità di Dio evocando il sublime livello spirituale misticamente noto come “delizia”: questo è il nostro compito a Rosh Hashanà.
In particolare, questo livello Divino profondamente radicato – il livello spirituale definito metaforicamente come “delizia” – viene messo in evidenza solo attraverso la mitzvà del suono dello Shofàr che raffigura la nostra sottomissione a Dio come Suoi sudditi. Uno Shofàr è fatto del corno di un animale docile, bovino, o ovino, a simboleggiare la nostra intenzione di sottomettere la nostra volontà a quella di Dio. Inoltre, il suono stesso dello Shofàr è un grido penetrante che raggiunge le profondità stesse del cuore e dell’anima di una persona. E questo rappresenta, e in effetti aiuta a stimolare, il nostro sincero pentimento: un pentimento che è anche radicato nelle profondità più profonde dell’anima. Solo questo profondo livello di impegno nei confronti di Dio, incarnato nella mitzvà dello Shofàr, è in grado di evocare una risposta altrettanto profonda da parte di Hashèm, una risposta al livello sopra indicato come “delizia”.
Sappiamo che l’arrivo di Mashìakh è imminente, quindi preghiamo affinché arrivi subito nel nuovo anno 5780, in modo che la vera pace possa dominare nel mondo, presto nei nostri giorni Amèn..”
(Adattamento di un Maamàr del Rabbì Shneur Zalman di Liadi)

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Rosh Hashanà

La ricorrenza di Rosh Hashanà si celebra il primo giorno di tishrè, primo mese del calendario ebraico, e segna l’inizio del nuovo anno ebraico.

Una baràyta insegna che Rabbi Eli’èzer disse:

 

La ricorrenza di Rosh Hashanà si celebra il primo giorno di tishrè, primo mese del calendario ebraico, e segna l’inizio del nuovo anno ebraico.

Una baràyta insegna che Rabbi Eli’èzer disse:
«Come sappiamo che il mondo è stato creato nel mese di tishrè? Grazie al passaggio: D-o disse: “Faccia la terra crescere l’erba, piante che producano semi, alberi da frutto…”. E in che mese, in effetti, la terra produce erba e alberi da frutto che danno frutto? È nel mese di tishrè. A quell’epoca è autunno, la pioggia cade sulla vegetazione e la fa crescere, come è detto: Una bruma saliva dalla terra e irrigava…».

Rosh Hashanà è il giorno in cui D-o ha completato la creazione di questo mondo con la creazione di Adàm, l’uomo originario. Il primo atto di Adàm fu quello di proclamare l’Onnipotente come Re dell’Universo, invitando tutte le creature: Venite, prostriamoci; inginocchiamoci, davanti ad Ha-Shèm, Colui che ci ha creato! Celebrando l’anniversario della nascita del genere umano, la festività di Rosh Hashanà è imperniata sull’accettazione della sovranità di Ha-Shèm sulla nostra vita personale, su tutto il mondo e sull’intero universo.

Ogni anno, proclamiamo la regalità Divina e riaffermiamo il nostro impegno a servire D-o e a vivere secondo la Sua volontà, sicuri che le nostre preghiere saranno accolte e che ci sarà concesso un anno prospero e sereno. Tali speranze sono espresse nell’augurio:
Leshanà tovà tikatèv vetekhatèm – Che tu possa essere scritto e sigillato per un anno buono
La luce di questo periodo ci sosterrà per tutti i mesi a venire.

 

 

Cibi simbolici e auspici

 

Esistono diverse abitudini alimentari per celebrare Rosh Hashanà.
Fin dai tempi del Talmùd, i cibi sul tavolo della festa si trasformano in simboli dei nostri desideri di capodanno: le mele intinte nel miele, ad esempio, simboleggiano un anno pieno di dolcezza; ma anche le verdure più comuni, la frutta di stagione e altri alimenti offrono l’occasione per allontanare le paure ed esprimere segrete speranze.

 

Rosh Hashanà è usanza preparare una khallà rotonda, anziché lunga e intrecciata come a Shabbàt, poiché tale forma, non avendo inizio né fine, simboleggia la continuità della vita e della tradizione ebraica, ma anche la circolarità del tempo, oltre che il ciclo del completamento di un anno e il desiderio di pace.
Alcuni aggiungono all’impasto anche uva passa e molti usano disporre corone di fiori o altre decorazioni intorno alla khallà per ricordare l’incoronazione del Re divino.

 

Tashlìkh

 

Il pomeriggio del primo giorno di Rosh Hashanà (del secondo, quando il primo è Shabbàt), dopo la preghiera di Minkhà si osserva il rituale di Tashlìkh.

Ci si reca presso un corso d’acqua, o uno stagno contenente pesci vivi, e si recita la preghiera di Tashlìkh (letteralmente gettare): E tu D-o getterai tutti i loro peccati nelle profondità del mare.
Tali parole sono accompagnate dal gesto di scuotere e svuotare le proprie tasche con lo scopo simbolico di gettare i propri peccati nell’acqua.

Le tasche sono una metafora della nostra anima, che viene liberata da tutti i peccati commessi durante l’anno, facendo buoni propositi per quello in arrivo. Come i pesci dipendono dall’acqua, noi dipendiamo dalla Provvidenza divina; inoltre, gli occhi di un pesce, che restano sempre aperti, simboleggiano l’incessante vigilanza di D-o su di noi.

 

Il Tashlìkh si svolge in riva a un fiume perchè Rosh Hashanà è il primo dei Yamìm Noraìm (“giorni terribili” che portano al digiuno di Kippùr), nel corso dei quali l’ebreo giunge a considerare D-o non solo come il Creatore del mondo, ma anche come Colui che lo governa giorno dopo giorno e che condiziona la vita di tutti gli esseri viventi.

In quanto sudditi al cospetto del Re, dobbiamo rendergli conto delle nostre azioni.

In passato si usava investire i sovrani di dignità regale sulla riva di un fiume, espressione simbolica dell’augurio che il regno prosperasse come il flusso continuo e ininterrotto del fiume.

Il rituale di Tashlìkh richiama quest’antica cerimonia, e suscita un forte impatto emotivo che induce alla riflessione e all’introspezione psicologica. Di conseguenza, alcuni maestri consigliano di recarsi a compiere il Tashlìkh in piccoli gruppi, per non essere indotti alla distrazione o a conversazioni inopportune.

ROSH HASHANA 5772 – DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA!
Riflettendo su un’apparente ambivalenza di Rosh Hashanà, impariamo qual è il vero valore dei bisogni materiali di un ebreo.

HAAZINU ROSH HASHANA 5771 – LA PORTA CHE NON SI CHIUDE MAI
Una storia incredibile di uno dei migliori alunni del Nahmanide Reb Avner che si era convertito, al punto di mangiare il Maiale a Kippur, ma non ha mai perso il titolo di Rabbino.

ROSH HASHANA 5770 – QUANDO ROSH HASHANA CADE DI SHABBAT PERCHE’ NON SI SUONA LO SHOFAR?

ROSH HASHANA 5768 – PERCHE LEGGIAMO LA HAFTARA DI HANNA DURANTE ROSH HASHANA?

LA PORTA CHE NON SI CHIUDE MAI!

Una storia incredibile di uno dei migliori alunni del Nahmanide Reb Avner che si era convertito, al punto di mangiare il Maiale a Kippur, ma non ha mai perso il titolo di Rabbino.

Alcuni Punti della Lezione:

1. Come è possibile che il miglior alunno di Rambàn abbia mangiato del maiale il giorno di Kippùr e sia caduto così in basso?
Continua a leggere

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NITZAVIM 5779 25 ELUL 5779 CORTA MA LUNGA

B’H’ Questo Shabbat 28 Elul 5779 28 Settembre 2019 leggeremo la Parashà di Nitzavìm Deut. 29: 9 – 31: 30

HAFTARÀ

Italiani: Gios. 24: 1- 18

Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti: Is. 61: 10-63: 9

 

Per effettuare il download della lezione AUDIO in ALTA qualità (anche sul cellulare) seguire quanto indicato sotto:

Per poter ascoltare la lezione, anche dal cellulare, attiva il pulsante di ascolto riportato sotto:

[audio:08_09_25_nezavim_benediizione_tishre_shofar_cortalunga.mp3|titles=25 ELUL 5768 CORTA MA LUNGA]

in memoria di mio nonno Shlomo ben Hana Bekhor

Chi volesse dedicare una lezione mp3 alla memoria o in onore di un lieto evento, può contattarmi shlomo@mamash.it

Rav Shlomo Bekhor

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KI TAVO 5779 : 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 21 Settembre 2019, 21 del mese di ELUL 5779 leggeremo la Parashà di Ki Tavò
Deuteronomio 26: 1 – 29: 8

HAFTARÀ ITALIANI:
Giosuè 8: 30 – 9: 27.

HAFTARÀ MILANESI, TORINESI, SEFARDITI e ASHKENAZITI:
Isaia 60: 1 – 22.

KI TAVO

La Torà ci insegna che ogni primizia del raccolto che Hashèm ci ha donato dobbiamo portarla al Santuario di Yerushalàyim così da manifestare gratitudine per il bene che abbiamo ricevuto…
Quale insegnamento di vita impariamo dal precetto delle PRIMIZIE della parashà di questa settimana?
Alcuni significati profondi dalle primizie…
  1. È l’attributo della generosità e ALTRUISMO. Questo messaggio è intrinseco in tutti i doni che Hashèm ci ordina di dare ai sacerdoti, ai levì e ai poveri per insegnare agli uomini che non bisogna prendersi cura solo di se stessi, ma che occorre sempre ricordare che ci sono anche poveri e bisognosi, poiché in realtà tutto ciò che possediamo appartiene a Dio. Lui, infatti ci ha dato i “nostri beni” solo in custodia, affinché possiamo distribuirli ai meno abbienti: ognuno che ha più del minimo del suo fabbisogno base è solo un “cassiere” di Hashèm.
(continua sotto)

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Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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TRE DIVERSE RIBELLIONI CONTRO I GENITORI A CONFRONTO:
MIRIAM, BATIA E REUVEN!

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BIKURIM: PRIMA REGOLA GRATITUDINE
Nulla accade per caso: l’importanza dei “piani divini”, di come tempi e date vadano rispettate!
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6 VITAMINE DI VITA IMPARIAMO DALLE PRIMIZIE
(continua da sopra)
  1. Si impara a CONTROLLARE il proprio ISTINTO animalesco. Quando una persona scende nel suo campo e vede un fico succoso lo vorrebbe mangiare, dopo aver aspettato tanto a lungo per vedere i frutti maturi nel suo campo, poiché all’uomo piace il frutto del SUO campo più di tutti i frutti del mondo. Ma qui, ci ricorda la Torà, che non si può godere di questo dolce frutto al palato, ma lo si lega con la gomma e si fa un segno per portarlo al Tempio di Yerushalàyim e mangiarlo li, affinché si possa abituarsi a controllare i propri istinti.
  2. Sviluppare l’attributo dell’UMILTÀ: il grande imprenditore terriero doveva sollevare le primizie sulla sua spalla e portarle al Monte del Tempio. E perfino il RE doveva seguire questa prassi, per dimostrare che non si vanta del suo successo, ma riconosce che tutto il mondo apparitene solo ad Hashèm.
  3. Quando si portano le primizie bisogna GIOIRE tanto per uscire d ‘obbligo. Ovvero quando si aiuta il prossimo e quando si è grati per il bene ricevuto da Hashèm occorre saper ringraziare con un sorriso, altrimenti non è un vero “Grazie”.
  4. Controllare il proprio EGO. Quando si portano le primizie – bikurìm la Torà ci prescrive di leggere dei brani che raccontano gli eventi dolorosi della storia di Israèl. Questo come ricordo che anche nel momento del benessere non bisogna dimenticare i problemi passati che ci hanno permesso di arrivare a gioire adesso. Questo è un ottimo insegnamento in quanto evita di riempirsi di ego per via del successo del nuovo raccolta e della prosperità appena ricevuta. Quindi, così impariamo a rimanere umili e mantenere un ottimo equilibrio sociale e famigliare.
  5. Si dimostra che tutto proviene da Hashèm che solo lui è il VERO PADRONE del mondo e che la frutta non è il frutto della nostra fatica (scusate il gioco di parole)…
Da un estratto dell’Iggheret HaKodesh, inizio dell’Epistola 16, su cosa si intende per aiutare il prossimo…
Il Talmùd parla di un ruscello che ha origine in una città e scorre attraverso un’altra città. Se non fornisce abbastanza acqua potabile per entrambe le città, i diritti idrici appartengono agli abitanti della prima città. Lo stesso vale per l’acqua di cui entrambe le città hanno bisogno per il loro bestiame o per lavare i loro vestiti. Se, tuttavia, la seconda città ha bisogno di acqua potabile per i suoi cittadini, mentre la prima città ha bisogno solo dell’acqua per lavare i panni, prevalgono le esigenze della seconda città.
Vediamo quindi che se i rispettivi bisogni, tra noi e il prossimo, non sono esattamente uguali, allora non si può pensare che le nostre esigenze o quelle della nostra famiglia hanno la precedenza. Questo anche in una situazione in cui i nostri bisogni sono del tutto reali e tutt’altro che frivoli.
Tuttavia di fronte ai genitori che invocano il pane per i loro piccoli e la legna e gli abiti per proteggersi dal freddo, ciò ha sicuramente la precedenza sui bisogni validi, ma non essenziali della propria famiglia. Allo stesso modo la seconda città ha la precedenza sull’acqua della città dove nasce il ruscello, perché ne fa un uso più importante, ossia per soddisfare dei bisogni basilari e essenziali per la vita degli abitanti.
In memoria di Yaakov ben Shlomo e Rachel

 

Questa settimana la Ferrari ha vinto il gran premio del Belgio pur non essendo stata la più veloce nelle prove. Perfino Hamilton che era in pole position è arrivato secondo e non riusciva a capacitarsi della velocità della Ferrari. A Maranello gli ingegneri Ferrari si complimentano della loro bravura che ha portato alla vittoria. Ci sono delle logiche per razionalizzare questa vittoria senza dubbio, ma nella vita la sola bravura non è sufficiente: ci vuole anche la FORTUNA. Una pezza che viene dal Creatore che decide tutto. Dio ci chiede di fare del nostro meglio, in questo modo saremo meritevoli di accedere a questa fortuna e alla pezza che deve aggiungere Lui.

La Ferrari ha meritato la fortuna dal cielo perché ha fatto qualcosa di molto importante.
La Parashà di questa settimana ci insegna quali sono le condizioni per meritare la benedizione divina, questa potrebbe essere una delle spiegazioni “segrete” della vittoria della Ferrari.
(continua sotto)
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Il nuovo libro dei Numeri è stato completato e siamo in fase di impaginazione finale BH.
Ognuno può avere il merito di partecipare a questa grande opera che è il libro più importante di cultura ebraica in italiano.
Ogni contributo velocizzerà la conclusione e la pubblicazione del nuovo libro della Torà tradotta, commentata e illustrata.
Ci sono diverse forme come sostenere il progetto.
Si può sponsorizzare un capitolo dei 36 capitoli di Bemidbar, e saranno ricordati e benedetti tutti gli sponsor dentro il libro.
Si possono dedicare delle pagine o mezze pagine in onore di un lieto evento o di una memoria.
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Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
KI TAVO
Al seguente link troverai la lezione di KI TAVO in formato mp3:
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BIKURIM: PRIMA REGOLA GRATITUDINE
Nulla accade per caso: l’importanza dei “piani divini”, di come tempi e date vadano rispettate!
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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.Per ascoltare le altre lezioni su Ki Tavo cliccare al seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/2014/09/07/ki-tavo-5772-6-lezioni/
COME ESSERE VINCENTI
(continua da sopra)
Quando il successo viene attribuito solo alla bravura umana, questo ci stacca dalla “fortuna” che ognuno ha bisogno per vincere. Spesso sentiamo frasi come: questa partita la porta era stregata e non entrava un palla in rete! Non basta essere i più forti per vincere bisogna avere un “tocco” da Hashèm, quest’ultimo è il fattore più importante.
La chiave del successo, ci insegna la Torà, è