LEKH LEKHA 5780: 7 LEZIONI PRECEDENTI

Questo Shabbàt 9 Novembre 2019, 11 Cheshvàn 5780 leggeremo la Parashà di Lèkh Lekhà Gen. 12,1-17,27

HAFTARÀ:
Is. 40,25-41,17 (Italiani)
Is. 40,27-41,16 (Milano/Torino/Sefarditi/ashkenaziti)

In questa Parashà HaShèm ordina ad Avràm di lasciare la sua terra natale per una meta che gli indicherà. Tratta inoltre del rapimento di Sarài da parte del faraone.
HaShèm promette ad Avràm la terra di Israele, che avrà un figlio ed una discendenza numerosa come le stelle, cambia il nome di Avràm in Avrahàm e di Sarài in Sarà.

La Parashà di Lekh Lekhà contiene una mitzvà positiva la circoncisione. (17, 10)

Parashà 3: IO SONO IO, PERCHÉ SONO IO!

NUOVA LEZIONE ATOMICA del 06/11/2019

Lekh Lekhà: Come Tornare Al Vero “Io”

parashà 3: IO SONO IO, PERCHÉ SONO IO!NUOVA LEZIONE ATOMICA del 06/11/2019Lekh Lekhà: Come Tornare Al Vero…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 7 novembre 2019

Come mai il primo comandamento monoteistico al mondo che Hashèm da ad Avrahàm è Lekh Lekhà? Come mai è così importante questo comandamento al punto di essere l’inizio di tutte le religioni monoteistiche?
Perché vengono elencati proprio tre tipi di uscite: paese, comunità e casa paterna? L’ordine è insensato perché se Avrahàm è uscito dal paese è già uscito anche dalla casa di suo padre?
Perché non viene specificato il luogo dove deve andare bensì solo: “alla terra che ti farò vedere”?

Da un discorso spaziale del Rebbe su Lekh Lekhà, nell’anno 1989 che ho avuto l’onore di sentire direttamente, apprendiamo una nuova lettura futuristica legata al nostro millennio e di quanto sia importante superare ogni tipo di blocco del passato per poter avere successo nella nostra missione.
Abramo deve uscire dai blocchi emozionali del passato, traumi che potrebbero limitare la sua nuova grande MISSIONE di portare il monoteismo al mondo.
L’immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi e testo
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Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:

seguente link troverai la lezione di LEKH LEKHA SPAZIALE in formato mp3:

LEKH LEKHA 5772 – PERCHE’ DOBBIAMO FATICARE PER LAVORARE?

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PERCHE’ DOBBIAMO FATICARE PER LAVORARE?

Come mai Avrahàm sogna di ricevere la terra che gli era promessa,
solo quando arriva in Terra Santa e vede le persone lavorare i campi con fatica ?

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

LEKH LEKHA 5780: 6 LEZIONI PRECEDENTI

MIDRASHIM

Alcune riflessioni:
Va’ Via dalla Tua Terra Bereshìt 12, 1-5 Midrash Bereshìt Rabbà 39-41; Midràsh Aggadà 12 (a pagina 634 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

L’Ottava Prova:Brit Milà Bereshìt 17, 10-12 Midrash Bereshìt Rabbà 46-47; Tifèret Tziyòn; Midràsh Tankumà Vayerà 4 (a pagina 636 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

LEKH LEKHA 5772 – PERCHE’ DOBBIAMO FATICARE PER LAVORARE?
Come mai Avrahàm sogna di ricevere la terra che gli era promessa, solo quando arriva in Terra Santa e vede le persone lavorare i campi con fatica ?

LEKH LEKHA 5771 – AVRAHAM:L’EDUCAZIONE E L’AMORE
Una riflessione sull’importanza dell amore nell’educazione e nei rapporti con il prossimo. L’importanza dell’ospitalità.

LEKH LEKHA 5769 – AVRAHAM: UNO DEI 5 POSSESSI DI HASHEM NEL MONDO
Una riflessione meravigliosa sul valore dell’identità di Avrahàm Avinu e sull’essenza della fede ebraica. Prendendo spunto dalla penultima mishna delle Massime dei Padri Avrahàm viene esaltato come uno dei 5 POSSESSI di Hashem nel mondo. La lezione approfondisce questo tema mettendo in luce la grandezza del patriarca fondatore della fede ebraica.

LEKH LEKHA 5768: COME RETTIFICARE L’AMORE VERSO DIO
Un percorso kabbalistico che unisce Avraham, il primo Patriarca, ai tre protagonisti dell’Eden, una lunga strada per la rettificazione della materia ed essere vicini alla Santità dell’Altissimo.

LEKH LEKHA 5767 AVRAHAM-COME CAMBIARE LE NOSTRE ABITUDINI
Avrahàm un esempio su come possiamo cambiare le nostre abitudini.

LEKH LEKHA 5766: AVRAHAM, EBREO PER SCELTA!
La lezione prende spunto dall’assenza di descrizione nella Torah dei primi 75 anni di Avraham, per analizzare le origini del Popolo ebraico, descrivendo gli elementi profondi radicati nella scelta del primo convertito della storia, nell’unicità di vivere secondo la volontà di D-o.

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NOAKH 5780: 6 LEZIONI PRECEDENTI

Questo Shabbàt 2 Novembre 2019, 4 Cheshvan 5780 leggeremo la Parashà di NOAKH  Gen. 6,9-11,32.

HAFTARÀ
Sefarditi: Is. 54: 1 – 54: 10
Ashkenziti: Is. 54: 1 – 55: 5

Nuova lezione Esplosiva su NOAKH 37mn del 30/10/2019

VEDERE IL PROSSIMO, PER VEDERE SE STESSI!

youtube: https://youtu.be/l47Vbh0Wta8

Nuova lezione Esplosiva su NOAKH 37mn del 30/10/2019 VEDERE IL PROSSIMO, PER VEDERE SE STESSI!youtube:…

Pubblicato da Shlomo Bekhor su Giovedì 31 ottobre 2019

Un Insegnamento Mistico sul Valore della Positività

Sulla base della visione filosofica del mondo del Baal Shem Tov, secondo cui ogni parola e pensiero hanno un effetto su di noi e quanto sia importante il pensiero filosofico/ etico/morale? , impariamo da questa parashà di Noakh un insegnamento di vita POTENTISSIMO.

Perché la Torà ripete due volte che i figli di Noakh non hanno visto le nudità del padre?
CHI VEDE DEL MALE E’ PERCHE’ HA DENTRO DI LUI IL MALE!!!

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Le altre lezioni su NOAKH

NOAKH
Al seguente link si trova la lezione sulla nostra parashà molto interessante in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/…/noakh-5770-disciplina-o-amo…/

Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/…/09_10_22_noakh5770_corvocolo…
DISCIPLINA O AMORE?
Due importanti insegnamenti di vita ispirati dal comportamento di Noakh che ha inviato prima il corvo e poi la colomba!

Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/…/noakh-5773-5-lezioni-preced…/
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A pagina 128 del Volume Bereshìt (edizioni Mamash)

SCORPIONE: GELO MESSIANICO

Quando l’autunno è in pieno svolgimento, non vogliamo sentire freddo. Tuttavia anche il freddo può essere santo! Il mazàl (segno zodiacale) del nuovo mese ebraico di Kheshvàn (ottobre – novembre) è lo scorpione, noto per il suo freddo veleno. Anche se non adoriamo o crediamo nei segni astrologici, secondo la Cabalà, il mazàl riflette qualcosa dell’essenza del mese.

Lo scorpione non rappresenta solo freddezza negativa, ma anche un livello elevato di consapevolezza, una caratteristica messianica importante per la rettifica del mondo intero.

Il mese di Kheshvàn è iniziato e le vacanze sono oramai solo un piacevole ricordo. L’entusiasmo del mese di Tishrè (settembre – ottobre) ha già iniziato a sciogliersi (purtroppo). Fuori sta diventando un po’ freddo, come, forse, i nostri cuori. Il cielo è diventato nuvoloso, come il “riflesso” del nostro ritorno alla realtà mondana.

Potremmo pensare che in momenti come questi, il meglio che possiamo fare è aggrapparci ai dolci ricordi di Tishrè: cercare di stare al caldo della capanna, sotto l’ombra di Hashèm e “prendere in prestito” un po’ di calore dalla luce della prossima Khanukà.

Ma come sempre, la prospettiva della dimensione interiore della Torà ci rivela il lavoro positivo che possiamo fare anche con “i brividi….” del mese di Kheshvàn.

Serpenti e Scorpioni

Il mazàl del mese di Kheshvàn è lo scorpione velenoso. Nella Torà, lo scorpione appare generalmente assieme al serpente, nei versetti (Deuteronomio 8, 15) che descrivono il “grande e terrificante deserto” come il luogo di “serpenti, saràf e scorpioni …”. Anche Il pozzo in cui Giuseppe fu gettato dai suoi fratelli, viene descritto come vuoto, “senza acqua”. I nostri saggi aggiungono che mentre non c’era acqua nella fossa, c’erano certamente serpenti e scorpioni.

Qual è la differenza tra il serpente e lo scorpione? I nostri saggi insegnano che c’è una differenza tra i loro veleni. Il veleno del serpente è caldo, mentre quello dello scorpione è freddo: in ebraico, le lettere centrali della parola scorpione – akràv, sono kuf – resh, formano la parola kar – freddo.

Nell’anima dell’uomo, il veleno del serpente è espresso come calore negativo e dannoso – come “sangue caldo” e desiderio ardente di qualcosa.

All’opposto, il veleno dello scorpione è espresso come pericolosa freddezza e apatia verso qualsiasi cosa importante e santa che appassiona l’anima. Ora capiamo perché il freddo e il cielo coperto di Kheshvàn si adattano al mazàl dello scorpione. Affondare nella routine fredda, senza calore o entusiasmo è l’essenza stessa della puntura dello scorpione.

Cosa è più pericoloso? Il serpente o lo scorpione? A livello superficiale, potremmo pensare che il fuoco della lussuria sia più pericoloso dell’apatia e della freddezza per lo spirito. Dopo tutto, il fuoco della lussuria spinge le persone al peccato e al grave errore, mentre la freddezza semplicemente fa sì che le persone realizzino buone azioni, senza vitalità o energia. Quindi, nel peggiore dei casi, la freddezza non impedisce di compiere le buone azioni.

In verità, tuttavia, il freddo veleno è più pericoloso. Il calore è un segno di vita, mentre il freddo è tipico della morte. Una persona che brucia di desiderio per qualcosa o qualcuno di futile è davvero in una situazione pericolosa, ma perlomeno la sua vitalità è forte. Una persona che affondata nell’apatia e nella freddezza, invece rischia di spegnere la “scintilla della vita”.

Possiamo spiegarlo in un altro modo: secondo la legge ebraica, una persona in piedi nella preghiera assoluta della AMIDA, quando un serpente si avvolge attorno al suo tallone non dovrebbe fermare la sua preghiera. Ma se vede uno scorpione avanzare verso di lui, deve smettere di pregare e fuggire. Perché? Perché il serpente non morde senza essere provocato. Lo scorpione, d’altra parte, pungerà sempre. Applicato all’anima il desiderio ardente della inclinazione al male ha bisogno della complicità del suo “socio” il corpo. Perciò se una persona è legata alla santità – immerso nella preghiera – può facilmente ignorare la sua CALOROSA inclinazione al male. D’altra parte, il freddo che lo scorpione inietta nella persona filtra nella sua routine quotidiana, anche se apparentemente è innocuo, e dopo solo una battaglia quotidiana può salvarci da esso.

Calore Santo e Freddo Positivo

Chiaramente, proprio come ci sono serpenti e scorpioni negativi e dannosi, possiamo anche trovare la santità in essi. Dove vi è calore e la lussuria dell’inclinazione malvagia, vi è, potenzialmente, anche calore santo ed entusiasmo: un cuore caldo e premuroso, si entusiasma facilmente per tutto ciò che ha a che fare con la santità; il fuoco sacro della preghiera, l’apprendimento della Torà o l’adempimento delle mitzvòt. Di contro, esiste un’apatia positiva o una freddezza santa?

Nel Pirkè Avòt (Massime dei padri), le parole e gli insegnamenti dei maestri della Torà, sono paragonate al “pungiglione dello scorpione…”. Quando uno studioso della Torà è costretto a essere critico e assertivo per scopi educativi, il suo “pungiglione”, le sue parole, non sono frutto di un temperamento focoso e NON posato. Invece, egli è capace di agire con il pensiero chiaro, freddo che gli consente di comportarsi in modo lucido e corretto.

Ad un livello più profondo, proprio come abbiamo bisogno di entusiasmo ed energia per il positivo, abbiamo bisogno di freddezza e apatia per le vertiginose tentazioni di questo mondo. Persino la disperazione può essere una caratteristica positiva, quando è incanalata nella giusta direzione. Una persona abituata a relazioni superficiali e fugaci, può davvero investire le sue energie in una relazione stabile e profonda? Anche qui sembra che in superficie sia preferibile il calore e l’entusiasmo. Ma l’approccio interiore rivela che finché non ci siamo calmati dal nostro desiderio di soluzioni facili e superficiali, la nostra ansia per la santità può anche essere mescolata con molta immaginazione e superficialità.

Scorpione Messianico

Al di là del serpente positivo e dello scorpione nell’anima, queste creature annunciano anche un messaggio di redenzione per tutti. La Cabalà insegna che il valore numerico di נחש – nakhàsh / serpente è uguale al valore numerico di משיח – Mashiàkh / Messia: 358.

Nella Torà Yishay è il padre del re David (il padre di Mashiàkh), e dall’altro canto Mashiakh che è il figlio di David – è chiamato nakhàsh / serpente.

Però anche lo scorpione ha un’energia messianica. A questo allude un’espressione nel Talmùd (Sanhedrìn 97a), “tre cose arrivano senza preavviso: ritrovare qualcosa di smarrito, il morso di uno scorpione e l’arrivo di Mashiàkh”.

Il Talmud mette in correlazione il Mashiàkh con lo scorpione, dicendo che entrambi hanno lo stesso DNA, ovvero una dimensione irrazionale. Non a caso il valore numerico di עקרב – akràv / scorpione 372 è uguale a Mashiàkh – 358 + David – 14 ovvero il Mashiàkh che discende da David. E anche Ben 52 + Yishay 320 / figlio di Yishay, poiché Mashiàkh discende da Yishay.

Per cui sia il serpente, sia lo scorpione sono intensamente legati alla dimensione messianica della rettificazione totale: TIKUN OLAM.

Qual è la relazione tra il serpente – Mashiàkh e lo scorpione – Mashiàkh? Il potere del SERPENTE – Mashiàkh è di accendere i nostri cuori. Il potere dello SCORPIONE – Mashiàkh è di raffreddare le persone dal loro “sangue bollente”, dalle passioni e dalle distrazioni di questo mondo.

Ad un livello più profondo, questo riflette due diverse fasi di redenzione – o i suoi due obiettivi diversi. Il primo stadio / obiettivo è il livello Mashiàkh figlio di Giuseppe (serpente), mentre il secondo stadio è il livello del Mashiàkh, figlio di David (scorpione).

Il primo serpente – Mashiàkh si rivolge alla nazione di Israele, risveglia i loro cuori per servire Dio e li riscalda con entusiasmo per lottare per il destino messianico – il compimento di una vita piena di Torà, eliminare il male dal mondo e la costruzione del Santo Tempio di Gerusalemme. In seguito, lo scorpione – Mashiàkh si volgerà con freddo equilibrio verso le settanta nazioni del mondo per portarle vicino al servizio del Dio unico: עקרב – Akràv / scorpione, è anche un acronimo per ע-קרב ovvero קרב – karèv avvicina, ע – ayin / 70 nazioni del mondo, che il Tikkun dello, l’ottavo mese di Mar-Kheshvàn, si applica principalmente alla rettificazione di tutto il mondo.

La capacità di influenzare le nazioni del mondo dipende dal fatto che il Mashiàkh è freddo come il ghiaccio nel suo approccio verso la cultura del mondo e le sue tentazioni. Deve respingere completamente la prigionia dell’uomo verso il labirinto di desideri e dipendenze sempre più diffusi nei nostri tempi. Solo una persona che respinge completamente le culture straniere (scorpione – veleno freddo – apatia) ed è totalmente indifferente alle loro tentazioni può attirare le nazioni del mondo fuori da esse e persino estrarre la scintilla della saggezza umana nascosta in loro e portarle vicino alla santità.

Perciò i due aspetti del Tikkun di Mashiakh sono complementari e le due facce della stessa moneta:

1. quello del calore della santità di Hashèm e l’esempio personale del Mashiakh che ispirerà e guiderà Israèl (serpente).

2. quello esterno in direzione delle nazioni del mondo, tramite il lucido e freddo distacco dello scorpione che permette di non farsi coinvolgere dalle culture pagane (scorpione).

La sua freddezza è il riflesso del suo santo entusiasmo che diventa un canale per divulgare il monoteismo nel mondo. Solo una persona che è priva di qualsiasi motivazione personale e completamente attaccata al divino può raggiungere tutta l’umanità – compresi coloro che sono lontani e diversi da lui – e portare loro la luce della redenzione.

Dopo i calori e le passioni di questa estate, oramai passata, adesso con il freddo alle porte (nonostante le anomalie climatiche… prima o poi arriverà!), può essere difficile mantenere l’allegria e il buon umore.

Siamo appena entrati (da mercoledì 10 Ottobre Rosh Khodesh – capomese) nel periodo dello scorpione che ci dona l’importante occasione di riuscire a rivedere criticamente, dentro di noi, le nostre vite e le piccole quotidiane abitudini, con più equilibrio, con maggiore distacco e forse con un pizzico di saggezza in più.

Impariamo a riconoscere i nostri piccoli o grandi vizi che ci rendono schiavi della materia, dandoci illusorie passioni e momenti apparentemente vitali: alcol, fumo etc.; passare buona parte delle nostre giornate a chattare con “pseudo amici” sui social; o a voler comperare qualcosa da qualche parte perché “solo lo shopping” ci fa sentire felici.

Utilizziamo bene questo periodo freddo nel modo migliore. Proviamo a rettificare noi stessi in modo da vedere meglio le cose, ad agire con più efficacia verso le persone e il mondo attorno a noi: nel lavoro, con i nostri figli e amici. Diventiamo “soci nella creazione del mondo” preparandolo per l’imminente arrivo di Mashiàkh presto nei nostri giorni!

Da un articolo di Rav Yitzchak Ginsburgh

basato su un discorso del Rebbe di Lubavitch

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NOAKH

Al seguente link si trova la lezione sulla nostra parashà molto interessante in formato mp3:

http://www.virtualyeshiva.it/2009/10/22/noakh-5770-disciplina-o-amore/

Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

http://www.virtualyeshiva.it/files/09_10_22_noakh5770_corvocolomba_rigore_amore.mp3

DISCIPLINA O AMORE?

Due importanti insegnamenti di vita ispirati dal comportamento di Noakh che ha inviato prima il corvo e poi la colomba!

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Per sentire le altre lezioni sulla parashà:

http://www.virtualyeshiva.it/2017/10/15/noakh-5773-5-lezioni-precedenti/

Questa Parashà descrive la personalità di Nòakh, la cronologia del diluvio per quaranta giorni, a partire dal 17 di Kheshvàn. Le vicende dopo il diluvio le discendenze dei figli di Nòakh, parla della Torre di Bavel e della discendenza di Shèm fino ad Avrahàm e la gioventù di Avrahàm a Ur Kasdìm.

MIDRASHIM

Alcune Riflessioni:
La Torre di Bavèl (Bereshìt 11,4-9) Midrash Bereshìt Rabbà 37-38; Pirkè Derabbì Eli’èzer 24; Midràsh Tankumà b. Nòakh 25 (a pagina 630 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Il Rogo di Ur Kasdìm (Bereshìt 11, 26-28) Midràsh Bereshìt Rabbà 38,19; Bet HaMidràsh 1; Midràsh Aggadà 11; Nèfesh Hakhayìm (a pagina 632 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKHOT

Tra ciò che è puro e ciò che non lo è (a pagina 693 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Le Acque del Diluvio (a pagina 696 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Sui seguenti link puoi trovare delle lezioni audio MOLTO interessanti su Noakh:

NOAKH 5771

PERCHE’ NOAKH NON ERA IL PRIMO EBREO!!!
Dal nome di Gerusalemme, che è il simbolo dell’ebraismo, capiremo qual’è la giusta strada per servire Hashem

http://www.virtualyeshiva.it/2010/10/06/noakh-5771-perche-noakh-non-era-il-primo-ebreo/

NOAKH 5770:

DISCIPLINA O AMORE?

http://www.virtualyeshiva.it/2009/10/22/noakh-5770-disciplina-o-amore/

NOAKH 5769:

NOAKH: ZADIK CON LA PELLICCIA!

http://www.virtualyeshiva.it/2008/10/30/noakh-5769-tzaddik-con-la-pelliccia/

NOAKH 5768:

LEONE CHE MORDE NOAKH

http://www.virtualyeshiva.it/2007/10/12/noakh-5768-il-leone-che-morde-noakh/

NOAKH 5766:

ZADIK NELLA SUA GENERAZIONE!

http://www.virtualyeshiva.it/2005/11/06/noakh-5766-zadik-nella-sua-generazione/

Una lezione collegata alla parashà di Noakh:

BALAK 5768 – IL PIU’ GRANDE ANTISEMITA DELLA STORIA!
http://www.virtualyeshiva.it/2008/07/10/balak-5768-il-piu-grande-antisemita-della-storia/ 

Pubblicato in Noakh, Parashot | Lascia un commento

BERESHIT 5780: 3 SPLENDIDE LEZIONI!

Inizia con Bereshit Gen 1 – 6, 8  lo studio del ciclo annuale di Parashot che leggeremo questo SHABBAT 26 Ottobre 2019 – 27 TISHRÌ 5780

HAFTARÀ:

Italiani: Is. 42: 1-21 Milano/Torino/Sefarditi: Is. 42: 5-21

Ashkenaziti: Is. 42: 5-43: 10

Pochi paesi al mondo possono vantare un numero di premi Nobel in proporzione al ridotto numero di abitanti.
Infatti Israele, che ne ha solo qualche milione vanta un elevato numero di premi nobel (senza includere il numero di premi vinti da ebrei nel mondo): tre per la pace, tre per la chimica, due per l’economia, uno per la letteratura…
Come dice lo Zohar questo è un mondo falso: ALMA DESHIKRA.
Per un mondo fasullo dove l’antisemitismo è sempre dietro l’angolo è difficile conferire un premio nobel a un ebreo e per di più israeliano.
Da diversi anni Israele regala al mondo grandi rivelazioni nel campo della chimica con un valore aggiunto rilevante e per questo che dal 2004 solo Israele ha avuto ben 6 premi nobel sulla chimica (senza citare gli altri campi) cosa che quasi nessun altro stato può eguagliare un primato così alto in un SOLO settore.
In ordine dall’ultimo Arieh Warshel, Chimica 2013. Michael Levitt, Chimica 2013. Dan Shechtman, Chimica 2011. Ada Yonath, Chimica 2009. Aaron Ciechanover, Chimica 2004. Avram Hershko, Chimica 2004.
Vi sono buone ragioni per essere fieri, il Nobel equivale a un riconoscimento internazionale per l’intera comunità scientifica israeliana. Nel momento in cui i riflettori vengono puntati sul sapere israeliano, abbiamo l’opportunità di mostrare al mondo le nostre vere ricchezze, una grande potenza non di terre, né di ferro, ma di cervelli. Si tratta di una grande prerogativa della nostra nazione, una prerogativa importante ed essenziale.
Negli ultimi anni in compenso 3 ebrei hanno ricevuto il premio ma non essendo israeliani è meno evidente l’impronta ebraica: J. Michael Kosterlitz (fisica), Oliver Hart (economia) and Bob Dylan (letteratura).
Come è scritto nella nostra santa Torà che iniziamo a leggere questo Shabbat e tutti siamo invitati ogni Shabbat a seguirla:
Studierete la mia Torà e metterete in pratica i suoi precetti perché Essa è la vostra saggezza e la vostra sapienza davanti ai popoli (Devarìm 4,6).

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
BERESHIT
Al seguente link troverai la lezione della Parashà di questa settimana in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/10/15/bereshit-5770-non-e-bene-per-luomo-essere-solo-evviva-le-donne/
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_10_15_bereshit5770_creazione_uomo_donna_matrimonio.mp3

NON È BENE PER L’UOMO ESSERE SOLO:
EVVIVA LE DONNE!

Quattro spiegazioni sulla controversa espressione riferita alla donna: “un aiuto CONTRO di lui”
Alcuni punti della lezione:
1. Perché l’uomo viene creato senza la donna a differenza degli animali che vengono creati sin dall’inizio con la femmina. Per farci capire in maniera chiara che l’uomo da solo non può vivere, mentre gli animali non hanno questi dubbi, solo l’uomo può sbagliare.
2. Spiegazione Rashì, aiuto contro di lui.
3. Spiegazione Naziv, se lo aiuta è contro di lui, se polemizza lo aiuta
4. Piacere della luce solo nel buio, creazione dell’uomo per illuminare il buio come i due nomi di Ha-Shèm.
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Per ascoltare le altre lezioni sulla Parashà cliccare al seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/category/parashot/bereshit/bereshit-2/

MOGLIE = SPECCHIO
Questa settimana appena dopo aver celebrato, durante Simchàt Torà, il completamento del ciclo annuale della Torà e l’inizio di quello nuovo, leggiamo la prima porzione della Genesi, Bereshìt, che racconta la creazione dell’universo e la vita del primo uomo, Adamo, della prima donna Eva e dei loro discendenti. Come per tutte le Scritture, ogni elemento della Torà reca un numero infinito di interpretazioni complementari con vari livelli di profondità. Quindi, anche dal versetto della Genesi che narra della volontà di Dio di creare Eva, Chava la prima donna, possiamo ricavare alcuni insegnamenti molto profondi e utili, anche per le nostre vite quotidiane.
“Disse Hashèm il Dio: non è bene che l’uomo sia solo; (quindi) gli farò un aiuto di fronte a lui” (Genesi 2,18). Questo versetto, se interpretato misticamente, ha come riferimento i nomi divini “Havaye” – Hashèm (il Tetragramma) e “Elokim” – Dio e i loro rispettivi ruoli nella creazione dell’universo.
Per spiegare meglio le profonde implicazioni di questa “coincidenza” sul perché sono presenti ben due diversi Nomi di Dio in questo versetto della Genesi ci viene in soccorso un Salmo di Davide (84,12), dove è scritto che “Hashèm Elokim (Dio) è un SOLE e uno SCUDO …”.
Anche qui, non a caso, troviamo i due principali Nomi di Dio come nel precedente versetto della Genesi. Tuttavia, nel Salmo troviamo qualche “indizio” ulteriore sulle caratteristiche di questi due Nomi: ossia Hashèm-Havaye è paragonato al SOLE, mentre il Nome Elokim, Dio a uno SCUDO. Apparentemente questa è una similitudine un po’ strana, forse addirittura azzardata! Oppure no?
Per capire meglio cerchiamo di vedere più in profondità il paragone Hashèm/Sole.
Sebbene Hashèm nella sua essenza sia per definizione senza nome e inconoscibile, i numerosi nomi ebraici che si riferiscono ai vari aspetti di Dio esprimono i modi in cui Lui si manifesta nella creazione (ad esempio, “Misericordioso”, “Onnipotente” ecc.). Il Tetragramma, Havaye, di solito si riferisce all’aspetto infinito senza alcuna immagine di Dio, la forza benevola non contratta o celata che deriva direttamente dall’essenza stessa di Dio. Tuttavia è ben noto, nella tradizione mistica ebraica, come questa energia creativa diretta e “senza filtri” che proviene da Dio stesso è così potente, così intensa, da precludere un mondo come quello che conosciamo. Questo è qualcosa di simile al modo in cui il sole stesso con la sua luce così brillante non farebbe altro che accecare la nostra percezione di tutto ciò che non è schermato o oscurato in qualche modo. Di fronte al sole, infatti non saremmo in grado di distinguere qualsiasi entità in questo mondo fisico, come ad esempio i mobili in una stanza se il sole stesso fosse proprio fuori dalla finestra, perché la nostra percezione sarebbe sopraffatta dalla sua immensa luce. Inoltre, se Dio avesse creato l’universo usando solo l’emanazione creativa rappresentata dal nome Havaye, noi non saremmo in grado di percepire le cose create come entità separate a se stesse, quindi, nella migliore delle ipotesi, tutto sarebbe una funzione della divinità, un diretto derivato di essa, senza che vi possa essere spazio per qualsiasi altra entità e senza dare la possibilità del libero arbitrio, la più grande qualità che l’essere umano ha in questo mondo. Per evitare che l’unica cosa che esiste sia una pressoché perfetta emanazione divina, Dio dovette proteggere parte di questa luce, allegoricamente parlando, nascondendola alla nostra percezione, affinché l’universo così come fosse stato creato, potesse essere creato.
Adesso si può comprendere meglio perché il Nome Elokim – Dio è paragonato a uno scudo nel Salmo. Perché è proprio con questo aspetto o attributo che Dio “nasconde”, restringendo e quindi trattenendo la sua infinita e immensa forza creativa, permettendo in questo modo alla creazione di esistere in maniera autonoma, anche se solo in apparenza. Questo è ciò che si intende con il versetto sopra citato: Hashèm, Dio è un SOLE e uno SCUDO…”; l’energia creativa del nome Hashèm-Havaye è travolgente come il sole, mentre il nome Elokim-Dio protegge la nostra percezione in modo che possiamo esistere da soli (o meglio affinché possiamo avere la sensazione di esistere in modo autonomo).
Ora è possibile ritornare al versetto della Genesi sulla creazione: “.. non è bene che l’uomo sia solo; (quindi) gli farò un aiuto di fronte a lui”. La presenza Divina è paragonata a uno specchio come nel versetto (Numeri 12, 6): “(Io) il Signore mi farò conoscere.. in una visione”. Dove il femminile in ebraico della parola “visione” marè significa “speculare”.
In definitiva, qui la Torà ci sta dicendo che per conoscere bene Dio e quindi anche noi stessi, come esseri umani dobbiamo avere uno SPECCHIO/contro/di fronte che riflettendo la luce ci permette di vedere anche il retro di noi stessi, la parte celata e nascosta delle nostre personalità e del mondo in generale. Proprio come uno specchio che bloccando il passaggio della luce attraverso il vetro, per mezzo di un rivestimento d’argento, serve ad aumentare il campo visivo personale, poiché la luce si riflette sullo specchio e permette di vedere anche ciò che c’è dietro. Così anche il nome Elokim-Dio, lo SCUDO, bloccando e proteggendoci dalla luce accecante del nome Havaye-Hashèm, SOLE consente sia al piano divino di essere realizzato, in un modo che altrimenti non sarebbe stato possibile; sia di vedere noi stessi e il mondo che ci circonda da una prospettiva più completa.
Questo è uno dei motivi per cui Hashèm-Dio ha creato al primo uomo Adam una compagna, Eva: “un aiuto contro di lui”; ossia un aiuto che è davanti a lui come uno specchio in modo che posso guardarsi dentro e riflettere sulla sua esistenza.
Questo permette all’uomo di raggiungere una completezza e perfezione maggiore proprio mettendolo in condizione attraverso il matrimonio di vedere parti di se stesso e del mondo che altrimenti non sarebbe stato possibile vedere, scoprire e rettificare.
Tutto al fine di migliorare noi stessi e il mondo che ci circonda rivelando, grazie anche ai nostri sforzi, la presenza divina nel mondo per rivelare la tanto attesa e imminente era messianica, presto ai nostri giorni AMEN.

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SUKKOT, SHEMINI ATZERET e SIMKHAT TORÀ 5780, 10 IMPERDIBILI LEZIONI!!

Questo nuovo anno, 5780, la festa di SUKKOT – CAPANNE va dalla sera del 13 Ottobre 2019, 15 Tishrì 5780 fino alla sera del 22 Ottobre 2019, 22 Tishrì 5779 (gli ultimi due giorni sono SHEMINI ATZERET e SIMKHAT TORÀ).

L’insegnamento dell’umiltà è una medicina molto importante che è vitale per una vita equilibrata e sana.

L’uomo di natura si sente importante perché tocca a lui di portare il sostentamento e la “pagnotta” a casa. Questo successo che ha l’uomo può rischiare di darli la sensazione sbagliata di essere “Dio sulla terra”. Questo è una malattia molto dannosa, visto che i più grandi disastri dell’umanità vengono da un eccesso di ego.
È ampiamente documentato che i più grandi uomini d’affari sono caduti solo a causa della sensazione di sicurezza eccessiva nelle loro decisioni imprenditoriali senza un’accurata attenzione dei rischi.
Per questo Hashem ha donato all’uomo la donna: la migliore medicina per curare il grande pericolo dell’ego. La moglie che ha una natura opposta porta un equilibrio al sentimento di onnipotenza dell’uomo. Per questo Dio in Genesi dice ad Adamo che gli darà un AIUTO CONTRO DI LUI.
Andando contro il marito, l’uomo raggiunge il TIKKUN e il bilanciamento del suo orgoglio naturale. Se la moglie chiede di buttare la spazzatura alle 22.00 dopo una stressante giornata di lavoro e aver chiuso contratti milionari, non bisogna vedere questo come un’offesa alla grande fatica compiuta bensì come una medicina FONDAMENTALE per curare il potenziale ego che potrebbe formarsi per via del successo ottenuto (proprio come la sukkà).
Bisogna concepire il dono della moglie che viene contro l’uomo come un aiuto. Solo allora la vita coniugale non è più una lotta di chi vince, ma si trasforma in una sukkà: un luogo e un’occasione di rettificazione. Come dice il Maimonide che l’unico sentimento che l’uomo ha in eccesso è l’orgoglio; per quanto lo si abbassi non è mai abbastanza.
Sukkot è incompatibile con la rabbia che viene solo dall’ego. È scritto: La cosa principale è non arrabbiarsi…
Non a caso troviamo tante storie della festa di Sukkòt inerenti all’equilibrio della coppia e al contenimento dell’ego. La seguente storia può insegnarci tanto nel matrimonio e fino a che punto non bisogna arrabbiarsi:
Il Chafetz Chaim, una delle colonne portanti dell’ebraismo della prima metà del secolo scorso, quando era vecchio sposò la sua seconda moglie.
Mentre il Sukkot si avvicinava, il grande maestro costruì la sukkà nel posto dove veniva allestita regolarmente ogni anno.
Quando sua moglie vide questo, gli disse: “penso che sarebbe stato meglio mettere la sukkà dall’altra parte del cortile”.
Quando il grande zaddìk sentì questo, non disse una parola nonostante il suo lavoro e il suo tempo preziosissimo e l’abitudine di costruire la sukkà per decenni in quel posto, immediatamente smontò la sukkà e la ricostruì nel luogo indicato dalla moglie.
Dopo che la sukkà era nel nuovo posto, sua moglie uscì di nuovo, guardò attentamente, poi si rivolse a suo marito e disse: “in effetti ho sbagliato, il primo posto dove hai SEMPRE messo la sukkà era decisamente migliore”.
E ancora il Chafetz Chaim la smantellò e la mise in piedi nel primo luogo!!! SANTA PAZIENZA!!!
Per mostrarci quanto è importante la “pace della casa”.
È meglio costruire e distruggere la sukkà più volte che arrabbiarsi, anche una sola volta!
Il successo nella vita passa SOLO tramite la moglie che è la sukkà quotidiana che ci accompagna sempre e tramite l’unione della coppia!
Per il post completo:

Un caloroso Shabbat Shalom e Hag Sameakh
Rav Shlomo Bekhor

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SUKKOT
Al seguente link troverai la lezione della festa di questa settimana in formato mp3:
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Al seguente link potrai scaricare la lezione della festa di questa settimana sul tuo mobile:
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LA FESTA PIU’ RICCA DELL’ANNO

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DUE GRUPPI SIMILI MA OPPOSTI: SHEMINI AZERET e SHAVUOT
In questo speciale momento in cui stiamo per concludere le feste vorrei condividere un bel pensiero che spiega il collegamento di tutte le feste e il parallelismo tra loro.
Le feste di Shalosh Regalim (in cui vi era l’obbligo di passarle a Yerushalàyim) sono divise in due gruppi Pèssach-Shavuot e Sukkòt-Sheminì Atzèret.
Entrambi i gruppi hanno prima una rivelazione e poi una seconda festa per acquisire questa rivelazione.
Il primo gruppo capita nel mese di Nissan, ovvero il periodo delle rivelazioni miracolose dall’alto (dove non occorre una grande fatica da parte nostra).
Il secondo gruppo capita nel mese di Tishré, che rappresenta la rivelazione naturale del divino, in maniera proporzionata al nostro lavoro di elevazione.
Perciò, mentre tra le feste di Pèssakh e Shavuot trascorrono ben 7 settimane; l’intervallo di tempo tra Sukkòt e Sheminì Azeret è di soli 7 giorni.
PERCHÉ NON FESTEGGIAMO LA TORÀ A SHAVUOT?
Simchàt Torà segue immediatamente la festa di Sukkòt. Il nome biblico di Simchàt Torà è Sheminì Atzèret, che significa “Ottavo Giorno di Fermata”, poiché la sua funzione è quella di mantenere e assorbire le acquisizioni dei sette giorni di Sukkòt. Infatti “atzor”, da Sheminì Atzeret, vuole anche dire “assorbire e integrare”.
Ma perché celebrare Simchàt Torà, la festa dove si termina di leggere tutta Torà (il nostro manuale di vita), il giorno di Sheminì Atzèret e non il 6 di Sivan, giorno in cui Hashèm ci diede la Torà?
Nella festa di Shavuòt noi risperimentiamo la rivelazione sul Sinai e ricordiamo il patto con Hashèm. Nonostante ciò riserviamo la “gioia” di aver ricevuto la Torà per il giorno di Sheminì Atzèret. Una data che apparentemente non ha una connessione storica con il rapporto dell’ebreo con la Torà.
Per capire meglio, occorre approfondire le somiglianze tra Sheminì Atzèret e Shavuòt: anche Shavuòt è chiamata Atzèret, poiché serve da veicolo di mantenimento e assorbimento della festa che la precede; inoltre Shavuòt è come l’ottavo giorno di “mantenimento” (festa che inizia nell’ottava settimana, dopo il ciclo di sette settimane del conteggio dell’Omer cominciato a Pèssakh), così Sheminì Atzèret segue i sette giorni di Sukkòt.
I due “Atzèret” quindi si oppongono l’un l’altro nel ciclo annuale. L’anno ebraico è come un cerchio con due poli opposti, due mesi “chiave”, Nissàn e Tishré considerati entrambi il primo mese (Nissàn) e il capo dell’anno (Tishré). Il 15 Nissàn è la data dell’Esodo e l’inizio dei sette giorni di Pèssakh. Sei mesi dopo, esattamente il 15 Tishré, inizia un’altra festa di sette giorni: Sukkòt. Entrambe si concludono con un Atzèret.
Perciò il saggio del Talmud Rabbi Yehoshua ben Levi commentava: l’Atzèret della festa di Sukkòt avrebbe dovuto essere di cinquanta giorni dopo (sette settimane), come l’Atzèret di Pèssakh. Perché allora Sheminì Atzèret è solo dopo sette giorni di Sukkòt? Per spiegarlo Rabbi Yehoshua racconta la seguente parabola:
Un re aveva diverse figlie. Alcune di loro erano sposate in luoghi vicini e le altre in luoghi più lontani. Un giorno vennero tutte a trovare il re, loro padre. Egli disse: coloro che si sono sposate vicino a me hanno il tempo di andare e tornare; ma coloro che si sono sposate lontano non hanno il tempo di andare e tornare. Poiché ora si trovano tutte qui, farò una festa in loro onore e mi rallegrerò con esse. Perciò Atzèret di Pèssakh, nel periodo estivo che è facile viaggiare Hashèm dice: “Essi hanno il tempo di andare e tornare senza difficoltà”. Ma Atzèret di Sukkòt, poiché iniziano le piogge, la polvere delle strade è fastidiosa e le strade secondarie sono difficili… Dio dice: “Non hanno il tempo di andare e tornare; poiché ora si trovano tutti qui, farò subito una festa e mi rallegrerò con essi…”.
Questo si può interpretare metaforicamente: Pèssakh è la festa dello tzaddìk / giusto che allude anche allo tzaddìk dentro di noi. A Pèssakh gustiamo la pura libertà di un nuovo popolo. Perciò Atzèret di Pèssakh arriva 50 giorni dopo. Poiché è primavera; le strade sono fresche e abbiamo tempo di andare e venire. Siamo liberi di percorrere metodicamente i 49 gradi dalla rivelazione di Pèssakh all’interiorizzazione di Shavuòt. È un tragitto graduale che caratterizza la via che seguono i tzaddìkìm – giusti.
Ma solo a Sukkòt celebriamo la nostra capacità di fare teshuvà: il nostro legame con Hashèm rappresentato dalle seconde Tavole della Legge. Alla riunione delle figlie del re che sono sposate, lontano dal padre, esse non hanno tempo di andare e tornare, poiché si passa dall’estate all’inverno e il percorso delle strade è pericoloso e difficile! Siamo come viaggiatori per la via della teshuvà e del ritorno sulla strada giusta, per cui le opportunità devono essere prese al volo e le vite possono cambiare da un momento all’altro in modo esplosivo. Così diventa rischioso aspettare il ciclo completo delle 7 settimane e ci accontentiamo dei 7 giorni.
Perciò passiamo subito da Sukkòt a Simchàt Torà – per interiorizzare immediatamente la seconda edizione delle Tavole della Torà e il suo “mantenimento”, ci accontentiamo di un micro ciclo completo di una settimana, invece che di un macro ciclo completo di sette settimane.
GIOIAMO SOLO QUANDO ABBIAMO ASSORBITO LA TORA’ CON UN PERCORSO CHE INIZIA CON LA NOSTRA FATICA E PENTIMENTO / TESHUVA perché QUESTO PROCESSO è TOTALMENTE NOSTRO.
A differenza di Pèssakh che il processo inizia con la rivelazione miracolosa e non grazie al nostro sforzo.
Questa sera iniziamo a celebrare Simchàt Torà ballando con un rotolo di Torà “chiuso” e avvolto.
Si inizia domenica sera e si continua con maggiore vigore ed entusiasmo per 48 ore.
In realtà potremmo invece aprire la Torà, leggerla e studiarla. Ma celebrando questo giorno nella nostra maniera, ricordiamo che la Torà è proprietà ed eredità di ognuno di noi, indipendentemente dalla nostra abilità nel studiarla e nel capirla e che siamo tutti uguali nella nostra essenza.
In questo modo infatti non mostriamo le differenze che ci distinguono nella conoscenza della Torà.
Tenendo il rotolo “chiuso” e celebrando la sua più profonda essenza, diventiamo TUTT’UNO con la Torà e Hashèm.
Rallegrandoci tenendo i sacri rotoli tra le braccia e riempendo il tempio di canti e balli, anche la Torà stessa balla con noi. Anche la Torà vorrebbe ballare, ma mancando di un corpo fisico ha bisogno dell’ebreo che diventa “il corpo” danzante della Torà.
Ricordiamoci quanto ci vuole bene il nostro padre in cielo e ci da la possibilità di assorbire profondamente la trasformazione della Teshuvà che abbiamo sviluppato questo mese così potremo mantenere tutto l’anno i cambiamenti e migliorie della nostra vita.
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ULTIMA PARASHA’ MA NON DI SHABBAT
L’unica parashà che non viene letta di Shabbàt è Vezot Haberachà. Questa porzione di Torà viene letta di Simchàt Torà, giorno nel quale concludiamo la lettura della Torà.
I Saggi stabiliscono: “Tutto dipende dalla conclusione”, Vezot Haberachà – “E questa è la benedizione” – è la conclusione della Torà. Poiché l’intenzione della Torà è quella di portare benedizioni al popolo come collettività e a ogni singolo individuo. A Simchàt Torà, il legame essenziale tra Dio e il popolo ebraico viene rivelato. Perciò leggiamo una porzione di Torà che mette a fuoco le benedizioni date a tutto il popolo e la lode delle loro qualità uniche.
I commentatori spiegano che la parola “zot”, “questa è”, si riferisce a qualcosa di evidente e apparente, qualcosa che si può indicare con un dito dicendo: “eccola”. Allo stesso modo la frase “E questa è la benedizione” implica che le benedizioni che la Torà trasmette al popolo saranno apertamente evidenti nell’anno a venire.
Il giorno di Simchàt Torà non concludiamo semplicemente un ciclo di lettura della Torà, ma ne cominciamo uno nuovo.
L’ultima lettera della Torà è una “lamed” e la prima è una “bet”, che insieme formano la parola “lev”, “cuore”.
Nel cuore della Torà c’è il popolo ebraico ed esso è il cuore stesso della Torà. Lo Zohar afferma: “Israèl, la Torà e il Santo Benedetto sono Uno”. La nostra osservanza della Torà ci lega a Dio e ci permette di liberare la scintilla di Divinità che possediamo nei nostri cuori. Così la Torà funge da strumento di benedizione, poiché permette all’ebreo di attirare la Misericordia Divina in questo mondo materiale.

Sukkòt 1° giorno: PARASHÀ
1° Sefer Lev 22, 26 – 23, 44
2° Sefer Num 29, 12:16
HAFTARÀ
Zacc. 14, 1;21

Sukkòt 2° giorno: PARASHÀ
1° Sefer Lev 22, 26 – 23, 44
2° Sefer Num 29, 12:16
HAFTARÀ
Italiani: I Re 7, 51-8, 16 Sefarditi/Ashkenaziti: I Re 8, 2-21

B”H
Rav Pinchas di Koritz era amato da tutti gli abitanti della sua città. Le persone ricercavano i suoi saggi consigli su un’infinità di questioni, lo coinvolgevano nelle loro faccende familiari e guardavano a lui come guida nel loro servizio divino. Come risultato, l’agenda di Rav Pinchas era sovraccarica. Egli non aveva più tempo per studiare e pregare come desiderava.
Rivolgendosi ad Hashèm in preghiera, egli chiese: “Fai che le persone mi odino. Fai che esse rifuggano la mia compagnia così che io abbia il tempo per pregare e studiare”. La preghiera di Rav Pinchas venne accolta e la gente cominciò ad evitarlo. Non gli parlavano né gli facevano delle cortesie. Rav Pinchas, tuttavia, era felice. Aveva la possibilità di concentrarsi sul suo servizio divino senza distrazione.
Poi venne Sukkòt. Rav Pinchas voleva invitare degli ospiti, ma nessuno desiderava andare a casa sua. Egli ne era dispiaciuto, dal momento che in occasione delle festività e IN PARTICOLARE PER LA FESTA DI SUKKÒT avere ospiti che onorano la propria tavola è una mitzvà IMPRESCINDIBILE. In ultima analisi, tuttavia, egli accettò il fatto. Era meglio trovarsi senza ospiti per la festa piuttosto che essere disturbato l’intero anno. Tuttavia ben presto Rav Pinchas dovette ricredersi. A Sukkòt, infatti i nostri Patriarchi Avrahàm, Itzkhàk e Yaakòv, insieme a Moshè, Aaròn, Yossèf e Re Davìd, si recano a far visita presso le sukkòt (capanne) di Israèl. Quando Rav Pinchas stava per entrare nella Sukkà, vide Avrahàm il patriarca che lo attendeva fuori. “Benvenuto nella mia Sukkà”, gli disse Rav Pinchas: “Sono spiacente, ma non ho intenzione di entrare”, replicò Avrahàm Avìnu. “Perché?” “Beh, se nessuno dei miei discendenti si sente a casa qui come ospite, non penso che entrerò nemmeno io”. Ciò fu sufficiente per Rav Pinchas. Egli pregò affinché le sue buone qualità venissero ripristinate per ritrovare il favore agli occhi della gente.
(continua sotto)
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it di lezioni su Sukkot.

Un caloroso Shabbat Shalom  e Hag Sameah
Rav Shlomo Bekhor

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Riflessione Sukkot SPAZIALE
https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10160998984335475:1
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SUKKOT
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QUANDO LE NAZIONI UNITE UNISCONO UNA NAZIONE!

Qual è il significato dell’unione delle quattro piante del Lulav. Perché è fondamentale scuotere il lulav?

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MASSIMO della BELLEZZA la SEMPLICITÀ
(continua sopra)
La mitzvà del lulàv (palmo) e dell’etròg (cedro) ci richiede di prendere dei rami o dei frutti di quattro differenti specie di alberi (aggiungendo il mirto e il salice) e metterli insieme nel compimento della mitzvà. I Saggi spiegano che ognuna delle specie usate per questa mitzvà si riferisce a un genere differente di persona, da quella più spiritualmente sviluppata a quella meno raffinata.
La lezione che ne deriva è molto chiara: la mitzvà non può essere compiuta solo con l’etròg, la più elevata delle specie. Il salice – che in analogia alle persone si riferisce ai più bassi livelli – è altrettanto necessario. Allo stesso modo, nessuno può realizzarsi a livello del proprio potenziale individuale senza protendersi verso gli altri e unirsi a loro.
Solo quando si uniscono assieme tutte le categorie, come ci insegnano il lulàv e l’etròg, ci assicuriamo delle benedizioni positive per l’anno a venire.
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Quindi adesso che siamo alla vigilia della festa di Sukkòt, approfittiamo della gioia di questa ricorrenza come la Torà ci comanda: “Per sette giorni dimorerete nelle capanne”. Nello spiegare questa mitzvà, i nostri Saggi affermano che, per la tutta la durata della festa di Sukkòt, queste piccole capanne con tetti di rami e frasche vanno considerate come se fossero le nostre case. Tutto ciò che è utile per la quotidianità dovrebbe essere portato fuori dalla casa e introdotto all’interno di esse, poiché è detto: “Una persona dovrebbe mangiare, bere, rilassarsi… e studiare nella sukkà”.
È scritto nel libro dei Proverbi di “Conoscere Dio in tutte le nostre vie”, ovvero che la presenza di Hashèm risiede non solo al tempio o presso un luogo di studio, ma in ogni dimensione e angolo delle nostre vite.
Questo concetto diviene molto chiaro mentre dimoriamo in una sukkà. In tal modo comprendiamo che ogni nostra azione può servire come mezzo per entrare in contatto con nostro padre in cielo e collegarsi alla Sua essenza anche nel mangiare e dormire.
Nessuna altra mitzvà ci avvolge come la sukkà. Cerchiamo di approfittare e dedicare quanto più tempo in sukkà che è fonte di BENEDIZIONE e PROTEZIONE e GRANDE SUCCESSO per tutto l’anno.
Tuttavia, per far scendere le benedizioni su di noi dobbiamo collegarci con la “semplice” gioia di consumare un pasto sotto la sukkà con canti, sentire una gioia indescrivibile, quasi come se fossimo in una sorta di PARADISO TERRESTERE.
Tutto l’anno ragioniamo con parametri di misura innati, ma sbagliati, che vogliono farci credere che FELICITÀ vuole dire ABBONDANZA MATERIALE. Più elegante e lussuosa è la casa, più ci sentiremo al settimo celo. Più alta è la cilindrata della Ferrari e più ci sentiremo sicuri.
Poi arriva Sukkòt e ci rovina queste “certezze”: entriamo in una semplice capanna per di più con un tetto bucato, dove la pioggia ci bagnerebbe e ci sentiamo sotto l’ombra e la protezione di Hashèm o meglio “ci sentiamo da Dio”. Una sensazione di gioia interiore che è superiore anche al più elegante Yacht al mondo.
La materia è falsa è illusoria. Oggi c’è ma domani chi lo sa. Quando tutta la nostra vita orbita SOLO in funzione del raggiungimento della materia, non possiamo avere quella beatitudine che solo la semplicità della sukkà ci dona.
Per molte persone queste parole possono sembrare esagerate, ma chi non prova non può capire. E chi prova una sola volta, magari con scetticismo o senza staccarsi dal resto del mondo, rischia di trovarsi nella sukkà SOLO fisicamente, senza entrare realmente in questo paradiso terrestre.
Perché può accadere questo? Perché l’amore per la materia rischia di essere così forte da non permettere di staccarci da essa.
Questo è uno dei messaggi di questa bellissima festa la più allegra dell’anno: resettare il nostro epicentro verso valori assoluti e spirituali.
Non a caso questa festa è onorata dalla presenza di tanti ospiti fino al punto che in ogni sukkà vengono a trovarci delle persone illustri: i patriarchi, Moshè e Aharòn fino a Yossef e David in PERSONA, più gli ospiti Chassidici Ba’àl Shem Tov, Admur Hazakèn…
Questo perché la vera contentezza si raggiunge quando c’è un gruppo unito e nessuno si sente superiore. Nessuno si sente ospite, quando si è consci che solo Dio è il VERO padrone. Questa maturità la si acquisisce solo tramite la semplicità della sukkà.
Per questo dice il Talmud che tramite la sukkà si è degni di avere protezione e benedizione tutto l’anno. Solo quando si comprende che Lui è l’unico sostegno si è degni di essere accompagnati dal Creatore tutto l’anno.
L’ombra della sukkà viene chiamata l’ombra di Dio e nutre la nostra fede. Anche la matzà di Pèssakh nutre la nostra fede, solo che sei mesi fa la crescita è più a livello spirituale ed è l’inizio del percorso di evoluzione della nostra fede, mentre a sukkòt la nostra fede è alimentata dalla comprensione che l’unica protezione è il Padre Eterno. Poiché usciamo dalle nostre protezioni illusorie: il tetto di cemento, il lussuoso lampadario… e confidiamo solo in lui mangiando e vivendo per una settimana sotto la sua protezione.
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LE QUATTRO PIANTE
La mitzvà del lulàv (palmo) e dell’etròg (cedro) ci richiede di prendere dei rami o dei frutti di quattro differenti specie di alberi (aggiungendo il mirto e il salice) e metterli insieme nel compimento della mitzvà. I Saggi spiegano che ognuna delle specie usate per questa mitzvà si riferisce ad un genere differente di persona, da quella più spiritualmente sviluppata a quella meno raffinata.
La lezione che ne deriva è molto chiara: la mitzvà non può essere compiuta solo con l’etròg, la più elevata delle specie. Il salice – che in analogia alle persone si riferisce ai più bassi livelli – è altrettanto necessario. Allo stesso modo, nessuno può realizzarsi a livello del proprio potenziale individuale senza protendersi verso gli altri e unirsi a loro.
I nostri Saggi spiegano che il lulàv e l’etròg sono simboli di vittoria, che simboleggiano la nostra difesa nel giudizio di Rosh HaShanà e Yom Kippùr. Quando ci stringiamo in unità, come insegnano il lulàv e l’etròg, ci assicuriamo delle benedizioni positive per l’anno a venire.
Sukkòt infine segna anche il termine del processo di teshuvà che è cominciato con il versamento di lacrime di tristezza durante Rosh HaShanà e Yom Kippùr, per culminare a Sukkòt con le lacrime di riconoscenza verso Ha-Shèm che ha perdonato i nostri peccati.
fra poco iniziamo la seconda fase delle festività di questo nuovo anno ebraico (5779), la festa delle capanne, Sukkòt, il periodo più gioioso dell’anno, come viene nominato: ZMAN SIMKHATENU.
Come mai tra tutte le 3 feste di pellegrinaggio – Shalosh Regalìm, Sukkòt è la più allegra? Pèssakh no, Shavuòt no e questa si??
Per capire questo dobbiamo andare indietro al periodo in cui Hashem ha fatto uscire il Suo popolo dall’Egitto, per sposarsi con lui e fare il patto. L’ordine delle 3 feste di pellegrinaggio, Shalosh Regalìm partono da Pessàk, che simboleggia la nascita, Shavuòt che rappresenta il matrimonio, infatti prima c’è la nascita e poi ci si sposa. Come in ogni unione ci sono delle regole e così in questo “matrimonio” Dio si impegna a non abbandonare il suo popolo e proteggerlo, mentre Israèl si impegna a rispettare i Suoi comandamenti, le Sue leggi e divulgare così, al mondo intero, che c’è un solo Dio nel mondo e nei cieli. Come è scritto nel Cantico dei Cantici (3, 11): “nel giorno del suo matrimonio” il Talmud Taanìt spiega che questa frase si riferisce a Matàn Torà sul monte Sinài.
Proprio nel Nome Israèl troviamo questo concetto, poiché le prime due lettere IS יש  formano la parole YESH – C’È, mentre le ultime due formano la parola El אל, Dio: qui di C’È UN SOLO DIO! Ecco la missione di Israèl nel mondo, il significato profondo della sua esistenza è celato nel suo nome ISRAEL.
Perciò le tre feste, che iniziano con Pèssakh, sono consequenziali, una sorta di salita progressione spirituale. Sukkòt che è l’ultima delle tre, cosa rappresenta e che funzione ha?
(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Un caloroso Hag Sameah e Shabbat Shalom.
Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
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SUKKOT
Al seguente link troverai la lezione della festa di questa settimana in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2011/10/12/sukkot-5772-quando-le-nazioni-unite-uniscono-una-nazione/Al seguente link potrai scaricare la lezione della festa di questa settimana sul tuo mobile:
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QUANDO LE NAZIONI UNITE UNISCONO UNA NAZIONE!

Qual è il significato dell’unione delle quattro piante del Lulav. Perché è fondamentale scuotere il lulav?

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre 11 lezioni su SUKKOT cliccare al seguente link:
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UN MATRIMONIO DURATO 123 GIORNI
(continua sopra)
Per capire dobbiamo analizzare meglio il concetto del “matrimonio, patto d’unione” con Hashèm: Il 6 di Sivàn Dio si rivela sul Monte Sinai e proclama i 10 comandamenti, annuncia le Sue condizione al popolo di Israèl.
L’indomani il 7 di Sivàn Moshè sale sulla montagna per prendere tutta la TORÀ scritta e orale; l’intero patto, la Ketubà – il CONTRATTO MATRIMONIALE e rimane lì 40 giorni, fino al 16 di Tammùz. Nel frattempo la “sposa” Israèl rimane sotto il baldacchino nuziale in attesa di completare il matrimonio.
Alla fine di questi giorni, la sposa tradisce lo “SPOSO” con il peccato del vitello d’oro, prima ancora di completare il matrimonio. Quando Moshè ritorna, rompe le prime tavole e non da la Torà, poiché è meglio che il matrimonio non venga completato, se la “sposa” ha commesso adulterio. Cosi per difendere Israèl Moshè impedisce la “firma del contratto matrimoniale”. Tuttavia, successivamente, avviene il chiarimento! Si comprende che non è stata la sposa a tradire, bensì il miscuglio di popoli l’erev rav che ha causato il peccato del vitello. Allora viene ordinato di continuare a celebrare il matrimonio.
Per riconciliare i due sposi e convincere il “marito” a concludere il matrimonio, visto che la sposa non l’ha tradito, ma i suoi amici si, Moshè risale l’indomani per portare il nuovo contratto (Shemòt 32, 30) “e fu all’indomani… adesso salirò di nuovo per espiare…” questo giorno era il 18 di Tammùz. Dopo un secondo ciclo di 40 giorni Mosè ridiscende (il 28 di Tammùz), senza buone notizie, ma almeno riesce a bloccare l’ira divina, infatti dice al popolo che il “marito” non si è ancora calmato e persuaso che la sposa è innocente.
Quindi dice alla “sposa” che deve supplicare il perdono, anche se non era veramente colpevole, poiché è rimasta inerme di fronte all’umiliazione dello sposo. Quindi Moshè, assieme alle preghiere del popolo, risale per un terzo ciclo di 40 giorni, il 29 di Av. Questa volta, anche grazie alle richieste di perdono del popolo, alla fine di questi 40 giorni, il 9 di Tishrè, arrivano le Seconde Tavole. Il giorno dopo il 10 di Tishrè arriva il perdono per il peccato più grave commesso da Israèl in tutta la sua storia.
Dopo il terzo ciclo di 40 giorni Dio dice a Moshè che avendo lui strappato il contratto originale (con la rottura delle prime tavole) di sua iniziativa, ora il nuovo contratto lo deve preparare lui (scolpire i blocchi di zaffiro), ma che saranno incise da Dio.
Quindi Moshè prepara le seconde tavole che vengono consegnate il giorno di Kippùr, dando così il perdono al popolo. Per questo Hashèm stabilisce che Kippur è il grande GIORNO DEL PERDONO, poiché come Hashèm ha perdonato la prima volta, anche in futuro, Dio perdonerà il suo popolo.
Finalmente dopo 123 giorni si completa la cerimonia nuziale e adesso si può finalmente festeggiare queste nozze quasi “infinite” e dato che lo sposo è “gentilmen” e sa che la sposa ha bisogno di tempo per preparativi, gli concede 4 giorni per organizzarsi (da Kippùr a Sukkòt).
Secondo l’Arizal ognuno di questi giorni rappresenta e illumina una lettera del NOME del tetragramma (י-ה-ו-ה), per cui questi 4 giorni hanno una grandissima luce spirituale.
Così arrivano i festeggiamenti propria sotto la capanna che è “l’ombra di Dio” (Zohàr – libro dello splendore) dove si trova lo sposo. Quando ci troviamo sotto un tetto di cemento rischiamo di illuderci che la protezione arriva dalla materia e non dal Padre Eterno. Perciò la Sukkà deve avere un tetto bucato, per far entrare l’acqua, in caso di pioggia, per ricordarci che la nostra esistenza e protezione è solo da Hashèm, poiché appunto siamo sotto ‘l’ombra di Hashèm’.
Per questo andiamo all’esterno in una UMILE dimora e VIVIAMO li per 7 giorni, poiché la festa di Sukkòt è la festa che ci insegna a trascurare la materia: senza tappeti, senza lussuosi lampadari, ma molto più vicini a Dio.
Più siamo immersi nella materia e più ci stacchiamo dallo spirito!
Quando arriva Sukkòt ci troviamo nei 7 giorni di festeggiamenti SHEVA BRAKHOT, del matrimonio che è iniziato a Shavuòt ma non si è concluso fino a Kippùr, per questo è il periodo più allegro dell’anno, perché si conclude il processo iniziato a Pèssakh che si conclude a Sukkòt, con i festeggiamenti del patto con Dio che vengono celebrati sotto la Sua ombra e protezione.
Non a caso Sukkòt è una festa internazionale e preghiamo per tutte le nazioni esistenti al mondo nel loro credo e costumi, 70 tori ovvero un sacrificio di protezione per tutte le nazioni del mondo. Questo perché la felicità rompe tutte la barriere e ci da la forza di portare benedizione a tutto l’universo.
Con l’augurio di caricarci con tantissima gioia di vita per un anno intero.
Rav Shlomo Bekhor
Ps.
Se ci capiterà un matrimonio con tanto di ritardi e disagi, non prendiamocela con gli gli sposi! Poiché il nostro primo matrimonio è durato 123 giorni…
—– —– —–
LE QUATTRO PIANTE
La mitzvà del lulàv (palmo) e dell’etròg (cedro) ci richiede di prendere dei rami o dei frutti di quattro differenti specie di alberi (aggiungendo il mirto e il salice) e metterli insieme nel compimento della mitzvà. I Saggi spiegano che ognuna delle specie usate per questa mitzvà si riferisce ad un genere differente di persona, da quella più spiritualmente sviluppata a quella meno raffinata.
La lezione che ne deriva è molto chiara: la mitzvà non può essere compiuta solo con l’etròg, la più elevata delle specie. Il salice – che in analogia alle persone si riferisce ai più bassi livelli – è altrettanto necessario. Allo stesso modo, nessuno può realizzarsi a livello del proprio potenziale individuale senza protendersi verso gli altri e unirsi a loro.
I nostri Saggi spiegano che il lulàv e l’etròg sono simboli di vittoria, che simboleggiano la nostra difesa nel giudizio di Rosh HaShanà e Yom Kippùr. Quando ci stringiamo in unità, come insegnano il lulàv e l’etròg, ci assicuriamo delle benedizioni positive per l’anno a venire.
Sukkòt infine segna anche il termine del processo di teshuvà che è cominciato con il versamento di lacrime di tristezza durante Rosh HaShanà e Yom Kippùr, per culminare a Sukkòt con le lacrime di riconoscenza verso Ha-Shèm che ha perdonato i nostri peccati.

Sukkot è la festa più allegra dell’anno “il periodo della felicità” e la sua gioia è spumeggiante. Per capire meglio il perché e il suo significato intrinseco, sei invitato a sentire le seguenti lezioni.

Qui sotto trovi i link e i titoli delle lezioni degli anni scorsi; ti aiuteranno a capire il significato profondo di Sukkot e del Lulav e a vivere questa festa con calore.

Buon ascolto e Khag Sameah e Shalom a tutti

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Ha’Azinu 5780

Questo Shabbàt 12 Ottobre 2019, 13 del mese di TISHRÌ 5780 leggeremo la Parashà di Ha’Azinu: Deuteronomio 32, 1-52

HAFTARÀ:

Italiani: Ez 17, 22-18, 32
Milano Torino sefarditi ashkenaziti: II Sam 22, 1-51

 

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YOM KIPPUR 5780, 9 LEZIONI su YOM KIPPUR IMPERDIBILI!!!

Quest’anno Yom Kippur 10 Tishrì 5780, cadrà MERCOLEDI’ 9 Ottobre 2019.

Yom Kippur è una festa fondamentale per l’ebraismo. Per arrivare pronti all’evento, non perdete tutte le lezioni di Virtual Yeshiva!

Dedico questo SPECIALE POST in onore dell’anno della dipartita di mio padre e della festa solenne di Kippùr che cade il 10 di Tishrè (inizio questo martedì sera).
Kippùr è il giorno del perdono tra noi e Hashèm, tra noi e il prossimo. Questo è il giorno del cambiamento, il giorno che ci dice che non è mai tardi per cambiare e che si può sempre iniziare di nuovo, anche se “ieri” non era come volevamo. Tutti noi, infatti siamo creati a immagine divina e abbiamo un tocco di infinità, pertanto possiamo cambiare, anche quando non ci sembra possibile.
QUESTO È KIPPÙR!
Quindi, in onore di questo giorno e della quarta vitamina dell’anima abbiamo raccolto con mio fratello 34 INSEGNAMENTI DI VITA che le dedico a mio padre per dare degli spunti, a tutti noi, al fine di cambiare e migliorare sempre di più.
Ognuna di queste frasi è un concentrato di un messaggio molto forte sul senso della vita. Tanto che potrebbero essere utilizzate per fare una meditazione giornaliera su ognuna di esse. Visto che siamo alla vigilia di Yom Kippùr che è considerato lo Shabbàt degli Shabbàt, ossia che racchiude in un solo giorno la santità degli Shabbàt di tutto l’anno, anche la saggezza di questo scritto può essere letto e meditato tutto assieme, come un “concentrato di saggezza” che può darci la forza necessaria per tutto l’anno.
Con l’augurio che tramite la nostra trasformazione in meglio potremo meritare di avere finito la rettificazione di noi stessi e del mondo e potremo vedere la redenzione finale questo anno, presto nei nostri giorni, Amen.
(coninua sotto)
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it di Kippùr
Khatimà Tovà!
Rav Shlomo Bekhor
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KIPPUR
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dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
per vedere il video della lezione direttamente, cliccare qui:
SMETTIAMO DI BALBETTARE

Dopo quattro millenni, gli occhi del mondo sono sempre puntati su Israele!!!
PERCHE’?

È GRANDE MIZVA fare una donazione di riscatto meglio se prima di Kippur come “kaparot”.
Se volessi aiutare questa mia opera di divulgazione sarà molto apprezzata la tua donazione come kaparot e divulgazione della Torà e in particolare per la pubblicazione del nuovo libro della Torà di Bemidbar – Numeri che sta per uscire:
intestazione: Mamash
iban: IT35L0760101600001019159175
per le altre 8 lezioni di Kippur:
VITALI INSEGNAMENTI di VITA!
(primi dieci)
1) La VITA è come le MONTAGNE RUSSE, più è forte e lunga la discesa, più grande sarà la SALITA dopo! 🎢
2) La VITA è come il passaggio del MAR ROSSO, solo quando ci si butta, allora si APRE! 🌊
3) La VITA è come andare in BICI, se ci si ferma si CADE! 🚲
4) La VITA è come una STELLA, anche nel buio della notte riesce a brillare forte! 🌠
5) La VITA è come un paio di SCARPE, se si mettono le proprie (senza guardare gli altri) non si rischia di cadere! 🥾🥾
6) La VITA è come l’INVERNO, più fa freddo più dobbiamo essere caldi dentro di noi! (quando l’ambiente è apatico, bisogna aumentare la empatia per bilanciare) ☃ 😁
7) La VITA è come la MACCHINA, se non si fa il pieno (di valori) non si arriva a destinazione! 🚗
8) La VITA è come il CIBO, più si nutre L’ANIMA e meglio sarà l’equilibrio con il corpo! 🕎
9) La VITA è come la LUMINOSITÀ del SOLE, all’alba è forte, raggiunge il picco a mezzogiorno e poi pian piano cala fino a scomparire al tramonto! 🌞
10) La VITA è come la PESCA, se si abbocca come pesci alle tentazioni si rischia di morire!
—– —–

commento di Kippur dell’anno scorso altamente consigliabile:

L’IMPOSSIBILE È POSSIBILE!

ogni giorno dell’anno ha una speciale vitamina che ci può nutrire.
Ci sono vitamine per il fisico, altre per la nostra psiche o anima. Le feste ebraiche sono dei CONCENTRATI di vitamine con una dose maggiore di quella regolare e ogni festa ci nutre TANTISSIMO di una sola vitamina che da più all’anima o alla psiche piuttosto che al corpo.
Ci troviamo alla vigilia della festa di Kippur il giorno del perdono. Per ricevere il perdono in questo giorno solenne Dio ci dice che dobbiamo cambiare, pentirci, chiedere scusa e trasformarci. In altre parole Kippur è la VITAMINA della METAMORFOSI.
Se abbiamo dei vizi storti di ogni genere, se non siamo bravi ad ascoltare i consigli della moglie o i colleghi di lavoro, se non riuscissimo a trovare “spazio” nella nostra vita per il nostro Creatore (che ci chiede di parlare con lui e di seguire il manuale di vita [Torà] che ci ha prescritto per il buon funzionamento della nostra vita), ebbene questo è il giorno dal quale possiamo trarre la VITAMINA per poter cambiare.
Ci sono tantissime spiegazioni sul perché e come mai proprio questo giorno ci da questa forza, ma preferisco condividere la storia di vita di un nostro contemporaneo che può darci un GRANDE esempio di come possiamo cambiare noi stessi e di conseguenza cambiare il mondo e in particolare anche situazioni inguaribili si possono trasformare in bene.
Il professor Reuven Feuerstein (1921-2014) è stato uno psicologo cognitivo dello sviluppo in Israele e fondatore del Centro Internazionale per l’Enhancement of Potential Learning, con sede a Gerusalemme. I suoi sistemi di modificabilità cognitiva strutturale sono stati, a livello mondiale, applicati e implementati in oltre 80 paesi in tutto il mondo.
La sua storia mi lascia sempre ESTEREFATTO ogni volta che la ricordo.
Feuerstein ha avuto una grande stima e amicizia con il mio maestro il Rebbe di Lubavitch. Lui era solito dire che grazie alle benedizioni del Rebbe e il suo incoraggiamento a continuare le sue ricerche, era riuscito a fare tanta strada. Un mio conoscente, che ha parlato con Feuerstein, mi ha raccontato come il professore aveva in tasca sempre un Dollaro del Rebbe di benedizione e successo che portava con orgoglio, poiché diceva che gli dava tanta forza.
È stato intervistato nel giugno del 2011, sei anni fa circa, prima della sua dipartita avvenuta nel 2015:
Come psicologo lavoravo in Israele durante gli anni ‘40. Ho lavorato con i sopravvissuti dell’Olocausto, molti di loro bambini, assolutamente traumatizzati. Per esempio ho visto un ragazzo di 17 anni che pesava solo 34 kg circa e che guardava ogni pezzo di cibo come uno che sta morendo di fame: avrebbe rubato e raccolto ogni cibo possibile.
Naturalmente, le persone chiedevano con stupore: “C’è speranza di guarire per bambini come questo? Saranno mai in grado di costruirsi un futuro? Saranno mai in grado di dimenticare quello che hanno passato?”.
Molti erano del parere che non si poteva fare niente per aiutare questi bambini, perché avevano visto troppe atrocità disumane. Ma ho pensato, “non possiamo permetterci di perdere neanche un figlio”.
Successivamente, sono andato a studiare presso l’Università di Ginevra sotto Jean Piaget e Carl Jung e altri, e nel 1954 ho fondato il Centro Internazionale per l’Enhancement del potenziale di apprendimento (ICELP) a Gerusalemme, dedicato alla teoria che ho sviluppato, che ho chiamato la teoria della “Malleabilità dell’intelligenza”.
Fondamentalmente, ho detto: “Sì, possiamo aiutare questi bambini e tutti i bambini, non importa i loro problemi di sviluppo. Noi possiamo aiutarli a cambiare PERCHÉ SONO ESSERI UMANI CHE HANNO DENTRO DI LORO UNO SPIRITO DIVINO”. L’anima dell’uomo è una parte di Dio. Come Dio è illimitato anche l’uomo è al di sopra dei limiti “apparenti” del suo corpo.
All’epoca ho avanzato questa teoria – che gli esseri umani sono modificabili, che non sono necessariamente limitati dalla loro genetica, ma allora era considerata eresia. La gente semplicemente non credeva che il cervello potesse cambiare, anche se adesso è un dato accettato e confermato che non esiste una parte del corpo così flessibile e modificabile come il cervello.
Il Rebbe sapeva del mio lavoro e lo sosteneva totalmente. Lui spesso mi ha mandato dei bambini, alcuni con problemi di sviluppo, altri più difficili con la sindrome di Down e alcuni che erano epilettici. Ovunque andassi, la gente si avvicinava a me, dicendo: “Il Rebbe vuole che tu vedi il nostro figlio”. Inoltre, io ho ricevuto lettere dal Rebbe su bambini particolari che voleva che vedessi.
Ogni volta che mi ha mandato un caso questo è stato accompagnato dalla sua benedizione, “Zayt matzliach – Che tu possa avere successo”.
Con quella benedizione, ho sempre avuto la sensazione di potere risolvere i casi più estremi e non importava quanto potesse essere difficile in apparenza. Nella mia esperienza o visto che anche le persone con disturbi genetici possono essere trasformati in individui autonomi ed efficienti e di conseguenza hanno potuto avere una vita ebraica regolare e studiare la Torà.
Infatti, è stato dal Rebbe che ho appreso che tale concetto può essere realizzato. Ne ho avuto la conferma con mio nipote che nonostante avesse la sindrome Down ha studiato in yeshiva e ha conseguito gli esami finali nelle scuole superiori (che in Israele chiamiamo bagrut).
Ma, in quel momento sembrava impossibile un risultato simile, perché le persone non credevano a un cambiamento così drammatico. E mi è stato spesso chiesto: “Come puoi dire che questo bambino potrà mai parlare? Come hai il coraggio di dire che questo bambino sarà in grado di leggere o finire la scuola o andare a yeshivà?”
Ho osato dire queste cose a causa delle mie frequentazioni con il Rebbe, che incontravo regolarmente.
Nel 1980, le mie idee erano diffuse dappertutto. Ho pubblicato tre libri e sono stato spesso invitato a tenere conferenze nelle università e sono stato nominato professore a Yale (USA). Ho continuato a sviluppare nuove modalità di formazione che dimostravano come si possono creare nuove sinapsi all’interno del cervello, nuove connessioni che non esistevano prima e in questo modo aiutare i bambini con le condizioni più devastanti.
Vorrei solo dare due esempi.
C’era un ragazzo con una condizione del cervello che gli rendeva difficile concentrarsi e sentire quello che qualcuno gli stava dicendo, la sua capacità di ascolto era molto, molto limitata. Ma il Rebbe mi ha dato la sua speciale benedizione per lui. E malgrado questa condizione del cervello, il ragazzo ha cominciato a imparare e diventare molto più attento nel suo comportamento. I suo progressi furono così importanti che riuscì a far parte del mondo religioso.
Sempre grazie al Rebbe, ho avuto un altro caso, il più difficile di tutta la mia carriera:
a un ragazzo è stato diagnosticato una malattia mentale, nel suo paese di nascita, ed è stato messo in una scuola per bambini problematici. Lì ha vissuto tra i non-ebrei turbati. Influenzato dal loro comportamento il ragazzo è caduto in pessime frequentazioni e di conseguenza è diventato un vero e proprio problema e nessuno credeva che avrebbe mai potuto diventare un essere umano normale e indipendente.
A un certo punto, suo padre è andato a chiedere aiuto al Rebbe che gli ha detto di portarlo da lui.
Grazie all’intervento del Rebbe, Il figlio è venuto qui in Israele ed è stato collocato in una famiglia Chabad. Ha imparato a leggere. Spesso si trovava davanti alla mia porta a leggere Salmi, perché il Rebbe gli aveva detto di leggere il Libro dei Salmi, dall’inizio alla fine, ogni settimana. Cosa che ha fatto per tutti i tre anni che è stato con noi.
Grazie a Dio, tutto è andato molto bene e ho sentito che avevamo fatto quello che il Rebbe ci ha chiesto di fare. Ci siamo sentiti di avere realizzato la nostra missione con successo.
Ma, dopo che questo ragazzo ci ha lasciato ha avuto una ricaduta morale ed è finito in una banda pericolosa, in un luogo da cui poche persone tornano sane. Era coinvolto con persone promiscue, che prendevano droghe; in un mondo dove non ci sono limiti ai peccati.
Quando ho sentito cosa era successo, ho contattato il Rebbe che mi ha risposto: “Non lasciarlo fuori dalle tue mani. Invia qualcuno a trovarlo, riportarlo indietro e continua il tuo grande lavoro: CHI SALVA UNA ANIMA È COME SE SALVASSE IL MONDO INTERO!!!”
Non credevo che uno sforzo di salvataggio avrebbe avuto successo, ma il Rebbe mi aveva insegnato a provare l’impossibile, così ho fatto. Ho mandato qualcuno a prendere questo giovane da queste persone terribili e siamo riusciti a riportarlo a uno stile di vita sano e morale. Era perduto, ma è tornato e oggi è padre di quattro figli, due di loro studiano in yeshivà.
Voglio solo dire che, come psicologo, non avrei mai potuto credere che un miglioramento così esagerato potesse accadere. Di solito, in questi casi, ci arrendiamo, ma il Rebbe non ha rinunciato e ci ha insegnato che non bisogna “MAI DIRE MAI”.
Chiaramente, la psicologia è molto limitata nella sua comprensione dell’altro: spesso è troppo connessa alla comprensione di noi stessi. Questo ci porta a valutare gli altri in base ai nostri canoni.
Ma il modo in cui il Rebbe ha capito la condizione dell’individuo era del tutto diverso. E questo è il motivo per cui diceva: “Sì, fallo. Niente è impossibile”.
Il suo era un modo molto diverso di vedere l’essere umano, non come riflesso del sé, ma come un riflesso dello spirito superiore, una divina sorgente che attinge dall’infinito e non ha LIMITI DI SVILUPPO.
QUESTO KIPPUR RIFLETTIAMO CHE ABBIAMO UNA FORZA INFINITA CHE CI PERMETTE DI CAMBIARE TOTALMENTE: POSSIAMO TROVARE TEMPO PER LA NOSTRA FAMIGLIA SPEGNENDO IL CELLULARE QUANDO SIAMO CON I FIGLI, POSSIAMO STUDIARE LA TORA OGNI GIORNO COME DIO CI CHIEDE E TRASFORMARE IL MONDO VERSO LA REDENZIONE ETERNA, CHE È IMMEDIATA PRESTO NEI NOSTRI GIORNI, AMEN.
Ps.
È cosa buona fare una donazione di riscatto prima di Kippur “kaparot”.
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VAYELECH Shabbàt Shuvà 5780 : 2 LEZIONI

Questo Shabbàt 5 Ottobre 2019, 6 del mese di TISHRÌ 5780 leggeremo la

Parashà di Vayelech Shabbàt Shuvà: Deuteronomio 31: 1-30

HAFTARÀ:

Italiani/Sefarditi: Hosea 14: 2-10; Michà 7: 18-20

Ashkenakiti: Hosea 14: 2-10; Gioele 2: 15-27

B’H’

Ci troviamo alla vigilia di Shabbat Shuva o Shabbat Teshuvà che è il Shabbat tra Rosh Hashanà e Yom Kippur.
Shabbat vuole dire gioia e allegria e teshuvà vuole dire pentimento e pianto per gli errori passati per cui come possono le due cose conciliare???
Il pensiero della Khassidut insegna che in ogni cosa bisogna trovare il lato felice e allegro. Che bisogna sempre vedere il positivo che c’è in ogni cosa per cui anche nella settimana del pentimento quando arriviamo al giorno allegro dello Shabbat possiamo e dobbiamo trovare il lato positivo e allegro della Teshuvà.
In primis dobbiamo essere felici perché stiamo ritornando al PADRE ETERNO e alle nostre origini ed è la cosa più bella riconciliare con il porprio Padre.
Poi come tutte le mizvòt bisogna farle con allegria anche questa va fatta con allegria, come abbiamo letto nella parashà di Ki Tavò che tutti i problemi arrivano principalmente perché abbiamo servito Hashem senza felicità.
Durante il periodo del comunismo un khassid ha fatto la aliyà in Israele dalla Russia e finalmente ha potuto portare i suoi tefillin da un sofer per farli controllare. Questo sofer come li apre si rende conto che non erano kasher e forse non lo sono mai stati ma non sa come comunicare questo spiacevoloe messaggio al khassid. Quando il nuovo arrivato capisce che i suoi tefillin non sono kasher inizia a ballare di gioia come se avesse vinto la lotteria…
Il sofer molto stupito non capisce la grande gioia e gli chiede: come mai sei così felice? Il khassid risponde: perché adesso sono sicuro che da domani metterò tefillin KASHER.
Anche la peggiore notizia che fino ad ora metteva tefillin non kasher può essere e deve essere ribaltata in positivo e in gioia.

Questo è il modo di servire Hashem Shabbat Shuvà!

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom e Gmar Khatima Tovà

Rav Shlomo Bekhor

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ILLUMINARE IL BUIO

C’era un chassid che, ogni volta che gli si avvicinava con la richiesta di una donazione per beneficenza, si metteva la mano in tasca e tirava fuori alcune monete. Poi, con un borbottio frettoloso, “solo un minuto…”, si sarebbe di nuovo scavato in tasca e avrebbe tirato fuori altre monete.

Qualcuno che notò la sua abitudine una volta gli chiese: “Perché dai sempre due rate? Non potresti prendere l’intera somma che vuoi dare in una sola volta?”
“Ogni atto di carità è una vittoria sulla nostra natura egoista”, rispose il chassid. “Non riesco proprio a resistere all’opportunità di segnare due vittorie al prezzo di una…”.
A proposito di sottomettere il proprio istinto una volta il desiderio più grande era quello dell’idolatria, questo spiega come mai grandi personaggi sono caduti in questo peccato. Al tempo del sinedrio che ha costruito il secondo Santuario, “anshe knesset haghedolà”, per aiutare le persone a non commettere il gravissimo peccato dell’idolatria è stato sostituito questo desiderio fortissimo con il piacere per i soldi, ovvero il “DIO DENARO”. Da quel momento gli uomini riuscivano a domare l’idolatria, ma al suo posto è subentrato l’attaccamento infinito ai soldi. Rabbi Shenur Zalman, fondatore della chasidut chabad, ha detto che forse sarebbe stato meglio che il mondo fosse rimasto come era prima, visto che oggigiorno la missione più importante è fare la zedakà – l’aiuto per il prossimo, come spiegato in Tanya per lungo e per largo.
Il nostro compito nella vita è quello di illuminare il mondo attraverso atti di gentilezza. Tuttavia, a volte occorre saper lottare contro i propri desideri per fare ciò e allora come si può realizzare la nostra missione nonostante le tentazioni terrene?
Questo Shabbàt è noto come “Shabbàt Teshuvà”, il “Sabato del Ritorno”, che intercorre tra le feste di Rosh Hashanà e Yom Kippùr e dove si legge l’esortazione profetica (Oshea 14, 2): “Ritorna, o Israele, ad Hashèm, il tuo Dio …”.
Il periodo da Rosh Hashanà a Yom Kippùr (i Dieci giorni di penitenza) è particolarmente favorevole al “ritorno ad Hashèm”, attraverso il pentimento da qualsiasi trasgressione che possiamo avere compiuto. Periodo dove è opportuno riflettere sul rapporto tra noi e la nostra anima, tra noi e il nostro Padre in Cielo, la nostra missione nella vita, e come sfruttare al meglio l’opportunità concessaci in questi giorni particolarmente favorevoli per rimediare ai torti del passato e ricominciare da capo con una nuova carica.
Inoltre, il versetto sopra citato recita: “Ritorna, o Israèl, ad Hashèm, tuo Dio, perché sei inciampato nella tua iniquità”. L’iniquità – la trasgressione della volontà di Dio – è come un ostacolo che impedisce a un individuo di progredire sul sentiero che rafforzerà la sua relazione con Hashèm. Per capire che cos’è questa relazione e in che modo le trasgressioni la ostacolano, occorre soffermarci sullo “scopo dell’esistenza…”.
Hashèm, ovviamente è onnipresente e onnipotente e se non lo avesse creato diversamente l’universo e tutte le entità sarebbero semplicemente sopraffatte da Lui e smetterebbero di esistere a pieno titolo. È impossibile, infatti visualizzare una luce brillante, più accecante di un milione di stelle, che riempie tutto lo spazio con la sua intensità; a meno che non ci sia un modo per nascondere quella brillantezza, poiché altrimenti nient’altro nell’universo sarebbe distinguibile e definibile. Pertanto, per il nostro bene, Hashèm si nasconde alla nostra percezione in questo mondo, così tanto che una persona potrebbe addirittura nemmeno rendersi conto dell’esistenza di Dio. Infatti, se Hashèm dovesse rivelarsi in tutta la Sua gloria, l’intera creazione sarebbe semplicemente assorbita nella sua onnipresenza e cesserebbe di esistere come la conosciamo.
Ora, in realtà, la necessità di nascondere questa “luce accecante” fa parte del “piano generale” di Hashèm: proprio come una luce brilla di più quando illumina un luogo buio, Dio deliberatamente cela la sua “luce”, ma, al contempo, ci dà anche un modo per rivelare questa luce anche nell’oscurità del mondo fisico.
Ciò si realizza attraverso la Torà e l’osservanza dei suoi precetti in questo buio mondo fisico. Questo è paragonabile a un interruttore che stabilisce una connessione tra una persona e Dio, facendo sì che parte della “luce” di Hashèm possa brillare sia su una persona in particolare, sia sul mondo in generale.
Questa grande rivelazione della bontà divina tramite le nostre azioni positive, anche laddove è stata precedentemente nascosta, è una delle manifestazioni più belle della sovranità di Hashèm sull’universo. Anzi, è una delle ragioni principali per cui Hashèm ha creato l’universo: ILLUMINARE IL BUIO.
Pertanto, questa è la nostra sfida nella vita: essere i “luminari” spirituali di questo mondo oscuro.
Tuttavia è una SFIDA CHE POSSIAMO VINCERE, poiché ognuno ha in sé un potenziale amore inestinguibile per Hashèm profondamente radicato nella sua anima. Risvegliando questo amore possiamo avere la forza per sublimare i nostri desideri meschini e mondani, e addirittura trasformarli completamente in desideri per Hashèm. Questo amore ardente per il Creatore, dovrebbe motivare ogni aspetto della vita di una persona e può essere messo in luce e coltivato dalla profonda riflessione sulla presenza illimitata di Dio, come è scritto (Deuteronomio 4:39): “E saprai questo giorno e lo porrai nel tuo cuore, che il Signore è Dio nei cieli in alto e sulla terra in basso; non c’è nessun altro”.
Uno dei principi fondamentali dell’ebraismo è che Dio è Uno nell’unità più perfetta e assoluta. Il realizzare correttamente che Hashèm pervade l’universo, ed è l’unica vera fonte di esistenza, può stimolare ogni persona all’amore sincero di Lui, e ci consente di superare qualsiasi ostacolo per portare la “luce” di Hashèm nel mondo al fine di rivelare, presto nei nostri giorni, l’era messianica dove la sovranità di Dio sarà manifesta a tutti apertamente.
In memoria di mio padre Yaakov ben Shlomo veRachel
B”H
6 Tishre 5779 – 15 Settembre 2018
parasha di VAYELEKH – KIPPUR inizia martedì sera
il Salmo 130, uno dei più belli e commoventi, lo recitiamo ogni mattina nel periodo che intercorre tra Rosh Hashanà e Yom Kippùr (Dieci giorni di Teshuvà – Pentimento).
Nel verso 4 troviamo una frase molto intensa ma ambigua: “Poiché il perdono è con Te, in tal modo Tu sei temuto”.
Questo verso, apparentemente semplice nella sua bellezza, se analizzato con attenzione risulta essere oltremodo enigmatico!
Come è possibile affermare che chi PERDONA è più TEMUTO? Il senso comune, infatti ci dice proprio l’opposto, chi offre il perdono è MENO temuto e non PIÙ temuto!
Chi si teme maggiormente, il padre buono o quello severo, il capo ufficio affabile o quello esigente? Allora che cosa ci vuole comunicare Re David con questo apparente paradosso??
(coninua sotto)

I link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom e

Khatimà Tovà!
Rav Shlomo Bekhor
Virtual Yeshiva
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KIPPUR
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SMETTIAMO DI BALBETTARE

Dopo quattro millenni, gli occhi del mondo sono sempre puntati su Israele!!!
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per le altre 8 lezioni di Kippur:
UN GIUSTO RITORNO: L’ESSENZA DI KIPPUR
(continua da sopra)
Due banchieri per due destini
Proviamo a capire meglio con la metafora insegnata dell’Alter Rebbe.
Il mercato immobiliare è in piena espansione! Un ragazzo, di nome Levi, prende un prestito di 100 milioni di Euro dalla banca, per acquistare un enorme palazzo in pieno centro a Milano. All’improvviso, il mercato crolla, la proprietà ora vale la metà. A Levi rimane solo un enorme debito. Il ragazzo incontra il direttore della banca che gli intima con perentoria durezza: “Vogliamo l’intero debito versato, con tutti gli interessi, come da contratto, ENTRO un MESE…!”
Levi avvilito e demoralizzato inizia a pensare che non può fare niente è impossibile trovare i soldi. Quindi d’innanzi all’impossibile, cosa fa il ragazzo? Nulla, si arrende! Stacca il computer, telefono; non risponde alle email, chiamate e notifiche di vario tipo da parte della banca creditrice.
Supponiamo però un altro scenario: il direttore della banca dice, “okay, siamo tutti nella stessa barca, tutti in un grande casino. Lavoriamo in modo equo e collaboriamo assieme per risolvere il problema: tagliamo il prestito del 30%; rimuoviamo ogni interesse; iniziamo a rimborsare ogni mese una piccola quota del debito…
Con questo tipo di approccio, uno sì che si spaventa! Ora Levi si sente in obbligo di trovare i soldi, deve pensare a come fare, può e deve impegnarsi. Non può tradire il direttore della banca, così buono e comprensivo, deve presentarsi ogni mese per il pagamento.
Se Non Sono Mai Abbastanza, Mi Arrendo!
Questo, dice l’Alter Rebbe, è il significato del versetto, “Poiché il perdono è con Te, in tal modo Tu sei temuto”. Se Dio chiedesse il pieno risarcimento per tutti i nostri errori, compresi di interesse e PREZZO PIENO non lo temeremmo; bensì questo ci spingerebbe solo ad allontanarci da Dio, a rinunciare ad avere un rapporto con l’Eterno.
È come un bambino che non può mai piacere ai propri genitori. Qualunque cosa faccia, non è mai abbastanza, ogni errore è evidenziato. Ad un certo punto, il bambino non può fare altro che arrendersi completamente.
Se una persona non ha alcuna speranza di riuscire a fare bene, perché provare? Se sarà sempre criticata, perché preoccuparsi di migliorare? Una qualsiasi persona, se spinto con durezza in una dimensione fatta di cinismo, dolore e disperazione, reagisce mettendo semplicemente in discussione le sue relazioni: con i genitori, con il direttore di una banca, con i suoi amici e anche con Dio!
Nel salmo 130, 4 Re David ci dice che Dio perdona! Che Dio non ci chiederebbe mai di essere perfetti. Lui ci chiede solo di incontrarlo, anche a “metà strada”. Dio vuole, da ciascuno di noi, soprattutto in questi 10 giorni di pentimento, che viviamo nel modo più felice, di successo, potente che possiamo. Dio desidera ardentemente che noi ci impegniamo a rendere la nostra vita una “storia di successo”.
Perciò ora, in questi giorni fino a Kippur, dobbiamo davvero entrare nei nostri cuori, riparare i nostri errori e decidere di vivere un futuro più puro e più santo.
“Poiché il perdono è con Te, in tal modo Tu sei temuto”.
Estratto dagli insegnamenti del Rav Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), noto come Alter Rebbe, la metafora è spiegata nel Maamar del Rebbe di Lubavitch Ani Ledodi 5729 (1969)
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commento di Kippur dell’anno scorso altamente consigliabile:

L’IMPOSSIBILE È POSSIBILE!

ogni giorno dell’anno ha una speciale vitamina che ci può nutrire.
Ci sono vitamine per il fisico, altre per la nostra psiche o anima. Le feste ebraiche sono dei CONCENTRATI di vitamine con una dose maggiore di quella regolare e ogni festa ci nutre TANTISSIMO di una sola vitamina che da più all’anima o alla psiche piuttosto che al corpo.
Ci troviamo alla vigilia della festa di Kippur il giorno del perdono. Per ricevere il perdono in questo giorno solenne Dio ci dice che dobbiamo cambiare, pentirci, chiedere scusa e trasformarci. In altre parole Kippur è la VITAMINA della METAMORFOSI.
Se abbiamo dei vizi storti di ogni genere, se non siamo bravi ad ascoltare i consigli della moglie o i colleghi di lavoro, se non riuscissimo a trovare “spazio” nella nostra vita per il nostro Creatore (che ci chiede di parlare con lui e di seguire il manuale di vita [Torà] che ci ha prescritto per il buon funzionamento della nostra vita), ebbene questo è il giorno dal quale possiamo trarre la VITAMINA per poter cambiare.
Ci sono tantissime spiegazioni sul perché e come mai proprio questo giorno ci da questa forza, ma preferisco condividere la storia di vita di un nostro contemporaneo che può darci un GRANDE esempio di come possiamo cambiare noi stessi e di conseguenza cambiare il mondo e in particolare anche situazioni inguaribili si possono trasformare in bene.
Il professor Reuven Feuerstein (1921-2014) è stato uno psicologo cognitivo dello sviluppo in Israele e fondatore del Centro Internazionale per l’Enhancement of Potential Learning, con sede a Gerusalemme. I suoi sistemi di modificabilità cognitiva strutturale sono stati, a livello mondiale, applicati e implementati in oltre 80 paesi in tutto il mondo.
La sua storia mi lascia sempre ESTEREFATTO ogni volta che la ricordo.
Feuerstein ha avuto una grande stima e amicizia con il mio maestro il Rebbe di Lubavitch. Lui era solito dire che grazie alle benedizioni del Rebbe e il suo incoraggiamento a continuare le sue ricerche, era riuscito a fare tanta strada. Un mio conoscente, che ha parlato con Feuerstein, mi ha raccontato come il professore aveva in tasca sempre un Dollaro del Rebbe di benedizione e successo che portava con orgoglio, poiché diceva che gli dava tanta forza.
È stato intervistato nel giugno del 2011, sei anni fa circa, prima della sua dipartita avvenuta nel 2015:
Come psicologo lavoravo in Israele durante gli anni ‘40. Ho lavorato con i sopravvissuti dell’Olocausto, molti di loro bambini, assolutamente traumatizzati. Per esempio ho visto un ragazzo di 17 anni che pesava solo 34 kg circa e che guardava ogni pezzo di cibo come uno che sta morendo di fame: avrebbe rubato e raccolto ogni cibo possibile.
Naturalmente, le persone chiedevano con stupore: “C’è speranza di guarire per bambini come questo? Saranno mai in grado di costruirsi un futuro? Saranno mai in grado di dimenticare quello che hanno passato?”.
Molti erano del parere che non si poteva fare niente per aiutare questi bambini, perché avevano visto troppe atrocità disumane. Ma ho pensato, “non possiamo permetterci di perdere neanche un figlio”.
Successivamente, sono andato a studiare presso l’Università di Ginevra sotto Jean Piaget e Carl Jung e altri, e nel 1954 ho fondato il Centro Internazionale per l’Enhancement del potenziale di apprendimento (ICELP) a Gerusalemme, dedicato alla teoria che ho sviluppato, che ho chiamato la teoria della “Malleabilità dell’intelligenza”.
Fondamentalmente, ho detto: “Sì, possiamo aiutare questi bambini e tutti i bambini, non importa i loro problemi di sviluppo. Noi possiamo aiutarli a cambiare PERCHÉ SONO ESSERI UMANI CHE HANNO DENTRO DI LORO UNO SPIRITO DIVINO”. L’anima dell’uomo è una parte di Dio. Come Dio è illimitato anche l’uomo è al di sopra dei limiti “apparenti” del suo corpo.
All’epoca ho avanzato questa teoria – che gli esseri umani sono modificabili, che non sono necessariamente limitati dalla loro genetica, ma allora era considerata eresia. La gente semplicemente non credeva che il cervello potesse cambiare, anche se adesso è un dato accettato e confermato che non esiste una parte del corpo così flessibile e modificabile come il cervello.
Il Rebbe sapeva del mio lavoro e lo sosteneva totalmente. Lui spesso mi ha mandato dei bambini, alcuni con problemi di sviluppo, altri più difficili con la sindrome di Down e alcuni che erano epilettici. Ovunque andassi, la gente si avvicinava a me, dicendo: “Il Rebbe vuole che tu vedi il nostro figlio”. Inoltre, io ho ricevuto lettere dal Rebbe su bambini particolari che voleva che vedessi.
Ogni volta che mi ha mandato un caso questo è stato accompagnato dalla sua benedizione, “Zayt matzliach – Che tu possa avere successo”.
Con quella benedizione, ho sempre avuto la sensazione di potere risolvere i casi più estremi e non importava quanto potesse essere difficile in apparenza. Nella mia esperienza o visto che anche le persone con disturbi genetici possono essere trasformati in individui autonomi ed efficienti e di conseguenza hanno potuto avere una vita ebraica regolare e studiare la Torà.
Infatti, è stato dal Rebbe che ho appreso che tale concetto può essere realizzato. Ne ho avuto la conferma con mio nipote che nonostante avesse la sindrome Down ha studiato in yeshiva e ha conseguito gli esami finali nelle scuole superiori (che in Israele chiamiamo bagrut).
Ma, in quel momento sembrava impossibile un risultato simile, perché le persone non credevano a un cambiamento così drammatico. E mi è stato spesso chiesto: “Come puoi dire che questo bambino potrà mai parlare? Come hai il coraggio di dire che questo bambino sarà in grado di leggere o finire la scuola o andare a yeshivà?”
Ho osato dire queste cose a causa delle mie frequentazioni con il Rebbe, che incontravo regolarmente.
Nel 1980, le mie idee erano diffuse dappertutto. Ho pubblicato tre libri e sono stato spesso invitato a tenere conferenze nelle università e sono stato nominato professore a Yale (USA). Ho continuato a sviluppare nuove modalità di formazione che dimostravano come si possono creare nuove sinapsi all’interno del cervello, nuove connessioni che non esistevano prima e in questo modo aiutare i bambini con le condizioni più devastanti.
Vorrei solo dare due esempi.
C’era un ragazzo con una condizione del cervello che gli rendeva difficile concentrarsi e sentire quello che qualcuno gli stava dicendo, la sua capacità di ascolto era molto, molto limitata. Ma il Rebbe mi ha dato la sua speciale benedizione per lui. E malgrado questa condizione del cervello, il ragazzo ha cominciato a imparare e diventare molto più attento nel suo comportamento. I suo progressi furono così importanti che riuscì a far parte del mondo religioso.
Sempre grazie al Rebbe, ho avuto un altro caso, il più difficile di tutta la mia carriera:
a un ragazzo è stato diagnosticato una malattia mentale, nel suo paese di nascita, ed è stato messo in una scuola per bambini problematici. Lì ha vissuto tra i non-ebrei turbati. Influenzato dal loro comportamento il ragazzo è caduto in pessime frequentazioni e di conseguenza è diventato un vero e proprio problema e nessuno credeva che avrebbe mai potuto diventare un essere umano normale e indipendente.
A un certo punto, suo padre è andato a chiedere aiuto al Rebbe che gli ha detto di portarlo da lui.
Grazie all’intervento del Rebbe, Il figlio è venuto qui in Israele ed è stato collocato in una famiglia Chabad. Ha imparato a leggere. Spesso si trovava davanti alla mia porta a leggere Salmi, perché il Rebbe gli aveva detto di leggere il Libro dei Salmi, dall’inizio alla fine, ogni settimana. Cosa che ha fatto per tutti i tre anni che è stato con noi.
Grazie a Dio, tutto è andato molto bene e ho sentito che avevamo fatto quello che il Rebbe ci ha chiesto di fare. Ci siamo sentiti di avere realizzato la nostra missione con successo.
Ma, dopo che questo ragazzo ci ha lasciato ha avuto una ricaduta morale ed è finito in una banda pericolosa, in un luogo da cui poche persone tornano sane. Era coinvolto con persone promiscue, che prendevano droghe; in un mondo dove non ci sono limiti ai peccati.
Quando ho sentito cosa era successo, ho contattato il Rebbe che mi ha risposto: “Non lasciarlo fuori dalle tue mani. Invia qualcuno a trovarlo, riportarlo indietro e continua il tuo grande lavoro: CHI SALVA UNA ANIMA È COME SE SALVASSE IL MONDO INTERO!!!”
Non credevo che uno sforzo di salvataggio avrebbe avuto successo, ma il Rebbe mi aveva insegnato a provare l’impossibile, così ho fatto. Ho mandato qualcuno a prendere questo giovane da queste persone terribili e siamo riusciti a riportarlo a uno stile di vita sano e morale. Era perduto, ma è tornato e oggi è padre di quattro figli, due di loro studiano in yeshivà.
Voglio solo dire che, come psicologo, non avrei mai potuto credere che un miglioramento così esagerato potesse accadere. Di solito, in questi casi, ci arrendiamo, ma il Rebbe non ha rinunciato e ci ha insegnato che non bisogna “MAI DIRE MAI”.
Chiaramente, la psicologia è molto limitata nella sua comprensione dell’altro: spesso è troppo connessa alla comprensione di noi stessi. Questo ci porta a valutare gli altri in base ai nostri canoni.
Ma il modo in cui il Rebbe ha capito la condizione dell’individuo era del tutto diverso. E questo è il motivo per cui diceva: “Sì, fallo. Niente è impossibile”.
Il suo era un modo molto diverso di vedere l’essere umano, non come riflesso del sé, ma come un riflesso dello spirito superiore, una divina sorgente che attinge dall’infinito e non ha LIMITI DI SVILUPPO.

NITZAVIM

NITZAVIM 5765 – UNO PER TUTTI E TUTTI PER UNO!
L’Unità del popolo ebraico: una breve ma interessante lezione su Nitzavim.

NITZAVIM 5768 25 ELUL 5768 CORTA MA LUNGA

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Rosh Hashanà 5780 – LA PORTA CHE NON SI CHIUDE MAI

Lunedì 30 Settembre 2019, e Martedì 1° Ottobre 2019, 1° e 2 Tishrì festeggeremo Rosh Hashanà 5780!
Questa pagina dedicata offre un gran numero di shiurim ed approfondimenti. Buon ascolto e Shanà Tovà!

Rosh haShanà 1° giorno:
PARASHÀ:
1° Sefer Gen. 21,1-34
2° Sefer Num. 29,1-6
HAFTARÀ
1Sam. 1,1-2,10

Rosh haShanà 2° giorno:
PARASHÀ
1° Sefer Gen. 22,1-24
2° Sefer Num. 29,1-6
HAFTARÀ
Ger. 31,1-20

ROSH HASHANA

Al tramonto di domenica inizia il nuovo anno ebraico, entriamo nel 5780 dalla nascita di Adam. In questa particolare occasione la liturgia ebraica prevede l’impiego dello Shofàr, il corno (meglio d’ariete) usato come suono di rimembranza.

Il grande Ba’àl Shem Tov (iniziatore del chassidismo) ci insegna “cosa ci comunica” lo Shofàr, col suo suono particolare, nel giorno di Rosh Hashanà:
“si racconta di un re che aveva un figlio ribelle, il re dopo aver tentato in tutti i modi di educare il figlio senza alcun risultato concreto, decide di allontanarlo dal palazzo reale e dalla vita di corte.
Il figlio del re vive lunghi anni lontano da casa, prende le abitudini del popolo che lo ospita, si dimentica il linguaggio del palazzo reale, ma non scorda la sua vera origine.
Un giorno decide di tornare a casa, decide di tornare dal padre nel palazzo reale. Giunto al palazzo le guardie lo fermano e gli chiedono il motivo della sua visita, lui risponde: “sono il figlio del re!”… ovviamente le guardie non gli credono, i suoi vestiti sono degli stracci troppo semplici, la sua lingua non è quella del figlio del re, ma quella di un figlio del popolo.
(continua sotto)
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it di Rosh Hashanà di questa settimana.

Shabbat Shalom e Shana Tovà umetukà

Rav Shlomo Bekhor

PS
NUOVA LEZIONE BOMBA SU ROSH HASHANA
5 VITAMINE 5 FESTE 5 SENSI
Significato Profondo dell’Udito Grazie a Rosh Hashana
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ROSH HASHANA
Al seguente link troverai la lezione di ROSH HASHANA SPAZIALE in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2011/09/28/rosh-hashana-5772-due-facce-della-stessa-medaglia/
per vedere il video:

DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA!

Riflettendo su un’apparente ambivalenza di Rosh Hashanà, impariamo qual è il vero
valore dei bisogni materiali di un ebreo.

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Per sentire le altre lezioni sulla parashà cliccare sul seguente link:

http://www.virtualyeshiva.it/category/festivita/rosh-hashana/

ROSH HASHÀNÀ: COME “DELIZIARE” DIO…

(continua da sopra)

Il ragazzo, disperato, vedendo che non riusciva a parlare con la lingua del palazzo reale, inizia a gesticolare con le mani nella speranza che le guardie riconoscessero la sua vera origine, ma anche questo tentativo fallisce miseramente.
La disperazione del figlio del re arriva a un punto tale che lo porta a urlare a squarciagola un urlo che viene dall’essenza dell’anima e che supera i limiti delle parole.
La sua potenza genera un grido viscerale senza parole, un grido senza alcun significato apparente, ma talmente forte che arriva sino alle stanze del re che esclama: “Questa è la voce di mio figlio, è finalmente tornato a casa!”.
Ecco cosa rappresenta il suono dello Shofàr, è il grido dell’anima che ritorna al Re, l’urlo viscerale che ci riporta nel palazzo regale al cospetto di Hashèm.
Il figlio del re simboleggia l’anima che è scesa nel mondo, in un corpo fisico per fare mitzvòt e buone azioni. Davanti alle molte tentazioni, però, l’anima si dimentica dello scopo del suo viaggio, e anche di suo padre il Re, ovvero di Hashèm e della sua lingua, la preghiera. L’anima vuole tornare ad Hashèm e riconoscerlo di nuovo come suo Re, perciò comincia a gridare, un grido che comprende il rimorso per il passato e un nuovo impegno per il futuro. Questo grido interiore è il suono dello Shofàr, un suono capace di risvegliare il legame inscindibile che il Re Hashèm ha per il suo unico figlio, e di manifestare come Egli è pronto ad abbracciarlo e a riaccoglierlo.
Il tema principale di Rosh Hashanà è la nostra proclamazione di Dio come il Re dell’universo e l’accettazione del Suo regno su noi stessi. La ragione per cui accettiamo il giogo divino, proprio in questa festività, è che una delle funzioni di un re è quella di cercare di assolvere i suoi sudditi e soddisfare le loro richieste. Per questo chiediamo ad Hashèm di trascurare le nostre imperfezioni e di essere il nostro Re e concederci un anno buono e dolce.
In effetti, quanto sopra è lo scopo stesso della creazione: Dio non aveva nessun obbligo di creare il mondo, o comunque avrebbe potuto farlo in modo tale da essere manifestatamente dipendente da Lui, in cui la Sua presenza fosse palesemente indiscutibile e rivelata. Invece, Hashèm ha creato il mondo solo apparentemente separato e indipendente da Lui (come se una cosa del genere fosse effettivamente possibile), al punto che una persona potrebbe anche non rendersi conto della Sua esistenza.
E nonostante questa apparente lontananza da Hashèm, lo scopo della creazione è comunque quello di accettare volontariamente i precetti di Dio su di noi. Quando facciamo questo – dimostrando che la sovranità di Dio si estende anche nei momenti difficili o addirittura oscuri della nostra esistenza – riveliamo una delle manifestazioni più belle della regalità di Hashèm: la Sua gioia.
Certo, Dio non ha davvero emozioni umane, dire che “Hashèm è felice” è semplicemente antropomorfismo, ossia attribuire sentimenti o emozioni umane a ciò che non è umano. Pertanto quello che, in questo contesto, si intende veramente è che rivelare apertamente la regalità di Dio, dove normalmente non è rivelata, è considerato così di vitale importanza, così preziosa per Hashèm, da suscitare in Lui una reazione, simile a delle “buone vibrazioni” e, a un livello più profondo, suscitare una sorta di “delizia”, uno dei sentimenti più belli e basilari per ogni essere umano.
In termini mistici, si può affermare che Hashèm “si diletta” nella Sua regalità, pertanto accettando la Sua sovranità su di noi otteniamo in risposta questa delizia. Questo fa sì che Dio, che vuole comunque regnare su di noi, è disposto a trascurare i nostri difetti e a essere il nostro re. Detto in altro modo, noi tutti abbiamo effettivamente la capacità di suscitare e rafforzare l’attributo della regalità di Dio evocando il sublime livello spirituale misticamente noto come “delizia”: questo è il nostro compito a Rosh Hashanà.
In particolare, questo livello Divino profondamente radicato – il livello spirituale definito metaforicamente come “delizia” – viene messo in evidenza solo attraverso la mitzvà del suono dello Shofàr che raffigura la nostra sottomissione a Dio come Suoi sudditi. Uno Shofàr è fatto del corno di un animale docile, bovino, o ovino, a simboleggiare la nostra intenzione di sottomettere la nostra volontà a quella di Dio. Inoltre, il suono stesso dello Shofàr è un grido penetrante che raggiunge le profondità stesse del cuore e dell’anima di una persona. E questo rappresenta, e in effetti aiuta a stimolare, il nostro sincero pentimento: un pentimento che è anche radicato nelle profondità più profonde dell’anima. Solo questo profondo livello di impegno nei confronti di Dio, incarnato nella mitzvà dello Shofàr, è in grado di evocare una risposta altrettanto profonda da parte di Hashèm, una risposta al livello sopra indicato come “delizia”.
Sappiamo che l’arrivo di Mashìakh è imminente, quindi preghiamo affinché arrivi subito nel nuovo anno 5780, in modo che la vera pace possa dominare nel mondo, presto nei nostri giorni Amèn..”
(Adattamento di un Maamàr del Rabbì Shneur Zalman di Liadi)

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Rosh Hashanà

La ricorrenza di Rosh Hashanà si celebra il primo giorno di tishrè, primo mese del calendario ebraico, e segna l’inizio del nuovo anno ebraico.

Una baràyta insegna che Rabbi Eli’èzer disse:

 

La ricorrenza di Rosh Hashanà si celebra il primo giorno di tishrè, primo mese del calendario ebraico, e segna l’inizio del nuovo anno ebraico.

Una baràyta insegna che Rabbi Eli’èzer disse:
«Come sappiamo che il mondo è stato creato nel mese di tishrè? Grazie al passaggio: D-o disse: “Faccia la terra crescere l’erba, piante che producano semi, alberi da frutto…”. E in che mese, in effetti, la terra produce erba e alberi da frutto che danno frutto? È nel mese di tishrè. A quell’epoca è autunno, la pioggia cade sulla vegetazione e la fa crescere, come è detto: Una bruma saliva dalla terra e irrigava…».

Rosh Hashanà è il giorno in cui D-o ha completato la creazione di questo mondo con la creazione di Adàm, l’uomo originario. Il primo atto di Adàm fu quello di proclamare l’Onnipotente come Re dell’Universo, invitando tutte le creature: Venite, prostriamoci; inginocchiamoci, davanti ad Ha-Shèm, Colui che ci ha creato! Celebrando l’anniversario della nascita del genere umano, la festività di Rosh Hashanà è imperniata sull’accettazione della sovranità di Ha-Shèm sulla nostra vita personale, su tutto il mondo e sull’intero universo.

Ogni anno, proclamiamo la regalità Divina e riaffermiamo il nostro impegno a servire D-o e a vivere secondo la Sua volontà, sicuri che le nostre preghiere saranno accolte e che ci sarà concesso un anno prospero e sereno. Tali speranze sono espresse nell’augurio:
Leshanà tovà tikatèv vetekhatèm – Che tu possa essere scritto e sigillato per un anno buono
La luce di questo periodo ci sosterrà per tutti i mesi a venire.

 

 

Cibi simbolici e auspici

 

Esistono diverse abitudini alimentari per celebrare Rosh Hashanà.
Fin dai tempi del Talmùd, i cibi sul tavolo della festa si trasformano in simboli dei nostri desideri di capodanno: le mele intinte nel miele, ad esempio, simboleggiano un anno pieno di dolcezza; ma anche le verdure più comuni, la frutta di stagione e altri alimenti offrono l’occasione per allontanare le paure ed esprimere segrete speranze.

 

Rosh Hashanà è usanza preparare una khallà rotonda, anziché lunga e intrecciata come a Shabbàt, poiché tale forma, non avendo inizio né fine, simboleggia la continuità della vita e della tradizione ebraica, ma anche la circolarità del tempo, oltre che il ciclo del completamento di un anno e il desiderio di pace.
Alcuni aggiungono all’impasto anche uva passa e molti usano disporre corone di fiori o altre decorazioni intorno alla khallà per ricordare l’incoronazione del Re divino.

 

Tashlìkh

 

Il pomeriggio del primo giorno di Rosh Hashanà (del secondo, quando il primo è Shabbàt), dopo la preghiera di Minkhà si osserva il rituale di Tashlìkh.

Ci si reca presso un corso d’acqua, o uno stagno contenente pesci vivi, e si recita la preghiera di Tashlìkh (letteralmente gettare): E tu D-o getterai tutti i loro peccati nelle profondità del mare.
Tali parole sono accompagnate dal gesto di scuotere e svuotare le proprie tasche con lo scopo simbolico di gettare i propri peccati nell’acqua.

Le tasche sono una metafora della nostra anima, che viene liberata da tutti i peccati commessi durante l’anno, facendo buoni propositi per quello in arrivo. Come i pesci dipendono dall’acqua, noi dipendiamo dalla Provvidenza divina; inoltre, gli occhi di un pesce, che restano sempre aperti, simboleggiano l’incessante vigilanza di D-o su di noi.

 

Il Tashlìkh si svolge in riva a un fiume perchè Rosh Hashanà è il primo dei Yamìm Noraìm (“giorni terribili” che portano al digiuno di Kippùr), nel corso dei quali l’ebreo giunge a considerare D-o non solo come il Creatore del mondo, ma anche come Colui che lo governa giorno dopo giorno e che condiziona la vita di tutti gli esseri viventi.

In quanto sudditi al cospetto del Re, dobbiamo rendergli conto delle nostre azioni.

In passato si usava investire i sovrani di dignità regale sulla riva di un fiume, espressione simbolica dell’augurio che il regno prosperasse come il flusso continuo e ininterrotto del fiume.

Il rituale di Tashlìkh richiama quest’antica cerimonia, e suscita un forte impatto emotivo che induce alla riflessione e all’introspezione psicologica. Di conseguenza, alcuni maestri consigliano di recarsi a compiere il Tashlìkh in piccoli gruppi, per non essere indotti alla distrazione o a conversazioni inopportune.

ROSH HASHANA 5772 – DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA!
Riflettendo su un’apparente ambivalenza di Rosh Hashanà, impariamo qual è il vero valore dei bisogni materiali di un ebreo.

HAAZINU ROSH HASHANA 5771 – LA PORTA CHE NON SI CHIUDE MAI
Una storia incredibile di uno dei migliori alunni del Nahmanide Reb Avner che si era convertito, al punto di mangiare il Maiale a Kippur, ma non ha mai perso il titolo di Rabbino.

ROSH HASHANA 5770 – QUANDO ROSH HASHANA CADE DI SHABBAT PERCHE’ NON SI SUONA LO SHOFAR?

ROSH HASHANA 5768 – PERCHE LEGGIAMO LA HAFTARA DI HANNA DURANTE ROSH HASHANA?

LA PORTA CHE NON SI CHIUDE MAI!

Una storia incredibile di uno dei migliori alunni del Nahmanide Reb Avner che si era convertito, al punto di mangiare il Maiale a Kippur, ma non ha mai perso il titolo di Rabbino.

Alcuni Punti della Lezione:

1. Come è possibile che il miglior alunno di Rambàn abbia mangiato del maiale il giorno di Kippùr e sia caduto così in basso?
Continua a leggere

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NITZAVIM 5779 25 ELUL 5779 CORTA MA LUNGA

B’H’ Questo Shabbat 28 Elul 5779 28 Settembre 2019 leggeremo la Parashà di Nitzavìm Deut. 29: 9 – 31: 30

HAFTARÀ

Italiani: Gios. 24: 1- 18

Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti: Is. 61: 10-63: 9

 

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in memoria di mio nonno Shlomo ben Hana Bekhor

Chi volesse dedicare una lezione mp3 alla memoria o in onore di un lieto evento, può contattarmi shlomo@mamash.it

Rav Shlomo Bekhor

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KI TAVO 5779 : 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 21 Settembre 2019, 21 del mese di ELUL 5779 leggeremo la Parashà di Ki Tavò
Deuteronomio 26: 1 – 29: 8

HAFTARÀ ITALIANI:
Giosuè 8: 30 – 9: 27.

HAFTARÀ MILANESI, TORINESI, SEFARDITI e ASHKENAZITI:
Isaia 60: 1 – 22.

KI TAVO

La Torà ci insegna che ogni primizia del raccolto che Hashèm ci ha donato dobbiamo portarla al Santuario di Yerushalàyim così da manifestare gratitudine per il bene che abbiamo ricevuto…
Quale insegnamento di vita impariamo dal precetto delle PRIMIZIE della parashà di questa settimana?
Alcuni significati profondi dalle primizie…
  1. È l’attributo della generosità e ALTRUISMO. Questo messaggio è intrinseco in tutti i doni che Hashèm ci ordina di dare ai sacerdoti, ai levì e ai poveri per insegnare agli uomini che non bisogna prendersi cura solo di se stessi, ma che occorre sempre ricordare che ci sono anche poveri e bisognosi, poiché in realtà tutto ciò che possediamo appartiene a Dio. Lui, infatti ci ha dato i “nostri beni” solo in custodia, affinché possiamo distribuirli ai meno abbienti: ognuno che ha più del minimo del suo fabbisogno base è solo un “cassiere” di Hashèm.
(continua sotto)

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Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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TRE DIVERSE RIBELLIONI CONTRO I GENITORI A CONFRONTO:
MIRIAM, BATIA E REUVEN!

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6 VITAMINE DI VITA IMPARIAMO DALLE PRIMIZIE
(continua da sopra)
  1. Si impara a CONTROLLARE il proprio ISTINTO animalesco. Quando una persona scende nel suo campo e vede un fico succoso lo vorrebbe mangiare, dopo aver aspettato tanto a lungo per vedere i frutti maturi nel suo campo, poiché all’uomo piace il frutto del SUO campo più di tutti i frutti del mondo. Ma qui, ci ricorda la Torà, che non si può godere di questo dolce frutto al palato, ma lo si lega con la gomma e si fa un segno per portarlo al Tempio di Yerushalàyim e mangiarlo li, affinché si possa abituarsi a controllare i propri istinti.
  2. Sviluppare l’attributo dell’UMILTÀ: il grande imprenditore terriero doveva sollevare le primizie sulla sua spalla e portarle al Monte del Tempio. E perfino il RE doveva seguire questa prassi, per dimostrare che non si vanta del suo successo, ma riconosce che tutto il mondo apparitene solo ad Hashèm.
  3. Quando si portano le primizie bisogna GIOIRE tanto per uscire d ‘obbligo. Ovvero quando si aiuta il prossimo e quando si è grati per il bene ricevuto da Hashèm occorre saper ringraziare con un sorriso, altrimenti non è un vero “Grazie”.
  4. Controllare il proprio EGO. Quando si portano le primizie – bikurìm la Torà ci prescrive di leggere dei brani che raccontano gli eventi dolorosi della storia di Israèl. Questo come ricordo che anche nel momento del benessere non bisogna dimenticare i problemi passati che ci hanno permesso di arrivare a gioire adesso. Questo è un ottimo insegnamento in quanto evita di riempirsi di ego per via del successo del nuovo raccolta e della prosperità appena ricevuta. Quindi, così impariamo a rimanere umili e mantenere un ottimo equilibrio sociale e famigliare.
  5. Si dimostra che tutto proviene da Hashèm che solo lui è il VERO PADRONE del mondo e che la frutta non è il frutto della nostra fatica (scusate il gioco di parole)…
Da un estratto dell’Iggheret HaKodesh, inizio dell’Epistola 16, su cosa si intende per aiutare il prossimo…
Il Talmùd parla di un ruscello che ha origine in una città e scorre attraverso un’altra città. Se non fornisce abbastanza acqua potabile per entrambe le città, i diritti idrici appartengono agli abitanti della prima città. Lo stesso vale per l’acqua di cui entrambe le città hanno bisogno per il loro bestiame o per lavare i loro vestiti. Se, tuttavia, la seconda città ha bisogno di acqua potabile per i suoi cittadini, mentre la prima città ha bisogno solo dell’acqua per lavare i panni, prevalgono le esigenze della seconda città.
Vediamo quindi che se i rispettivi bisogni, tra noi e il prossimo, non sono esattamente uguali, allora non si può pensare che le nostre esigenze o quelle della nostra famiglia hanno la precedenza. Questo anche in una situazione in cui i nostri bisogni sono del tutto reali e tutt’altro che frivoli.
Tuttavia di fronte ai genitori che invocano il pane per i loro piccoli e la legna e gli abiti per proteggersi dal freddo, ciò ha sicuramente la precedenza sui bisogni validi, ma non essenziali della propria famiglia. Allo stesso modo la seconda città ha la precedenza sull’acqua della città dove nasce il ruscello, perché ne fa un uso più importante, ossia per soddisfare dei bisogni basilari e essenziali per la vita degli abitanti.
In memoria di Yaakov ben Shlomo e Rachel

 

Questa settimana la Ferrari ha vinto il gran premio del Belgio pur non essendo stata la più veloce nelle prove. Perfino Hamilton che era in pole position è arrivato secondo e non riusciva a capacitarsi della velocità della Ferrari. A Maranello gli ingegneri Ferrari si complimentano della loro bravura che ha portato alla vittoria. Ci sono delle logiche per razionalizzare questa vittoria senza dubbio, ma nella vita la sola bravura non è sufficiente: ci vuole anche la FORTUNA. Una pezza che viene dal Creatore che decide tutto. Dio ci chiede di fare del nostro meglio, in questo modo saremo meritevoli di accedere a questa fortuna e alla pezza che deve aggiungere Lui.

La Ferrari ha meritato la fortuna dal cielo perché ha fatto qualcosa di molto importante.
La Parashà di questa settimana ci insegna quali sono le condizioni per meritare la benedizione divina, questa potrebbe essere una delle spiegazioni “segrete” della vittoria della Ferrari.
(continua sotto)
—– —–
Il nuovo libro dei Numeri è stato completato e siamo in fase di impaginazione finale BH.
Ognuno può avere il merito di partecipare a questa grande opera che è il libro più importante di cultura ebraica in italiano.
Ogni contributo velocizzerà la conclusione e la pubblicazione del nuovo libro della Torà tradotta, commentata e illustrata.
Ci sono diverse forme come sostenere il progetto.
Si può sponsorizzare un capitolo dei 36 capitoli di Bemidbar, e saranno ricordati e benedetti tutti gli sponsor dentro il libro.
Si possono dedicare delle pagine o mezze pagine in onore di un lieto evento o di una memoria.
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COME ESSERE VINCENTI
(continua da sopra)
Quando il successo viene attribuito solo alla bravura umana, questo ci stacca dalla “fortuna” che ognuno ha bisogno per vincere. Spesso sentiamo frasi come: questa partita la porta era stregata e non entrava un palla in rete! Non basta essere i più forti per vincere bisogna avere un “tocco” da Hashèm, quest’ultimo è il fattore più importante.
La chiave del successo, ci insegna la Torà, è di ricordarsi di essere umili e quindi di condividere con gli altri la benedizione che Dio ci ha donato. La natura inferiore dell’uomo è quella di gratificare solo se stesso, perciò il ricco rischia di dimenticare il povero, perché è il ricco che ha guadagnato non Dio e allora può illudersi di fare quello che vuole dei suoi soldi. Poi finisce che si illude di essere più contento se tiene tutto per se stesso, ma in realtà più si dà agli altri più si guadagna; più si dà agli altri e più si è felici.
Noi abbiamo il dover di preparare il recipiente, che è come arare il terreno, ma se la pioggia non scende, la nostra fatica non serve a niente.
Nel gran premio di questa settimana la Ferrari ha disegnato il suo marchio “cavallino rampante” sul musetto della macchina sotto il ponte Morandi con scritta NEI NOSTRI CUORI, come segno di solidarietà alla città di Genova e ai poveri morti innocenti. Quando una delle più importanti case automobilistiche, trova l’umiltà di abbassarsi e ricordare chi è caduto in basso e si trova in difficoltà dando solidarietà, questo è il migliore trampolino per ricevere la benedizione dall’alto e vincere sempre nella vita.
Questo lo vediamo nella porzione settimanale della Torà di Ki Tavò. La parashà comincia affrontando due obblighi del contadino: portare i suoi primi frutti al Santuario e ringraziare Hashèm, affinché benedica la sua terra. Al contadino è comandato di essere pieno di gioia e felicità come risultato di tutta l’abbondanza che Hashèm gli ha conferito.
Successivamente la Torà cambia argomento e inizia a descrivere un altro obbligo del contadino: la decima dei suoi raccolti per i poveri, agli orfani e le vedove, da dare ogni tre anni.
Per cui la sequenza dei concetti è: il precetto delle primizie, successivamente la gioia nel portarle, infine fare atti solidali verso il prossimo.
Qual è la relazione che si instaura tra la mitzvà della gioia (felicità) e quella della tzedakà-opere benevoli?
Secondo il Bàal Haturìm, la relazione tra questi due concetti è che noi possiamo assicurarci la felicità solo se ci preoccupiamo e provvediamo alle necessità dei poveri e dei bisognosi.
Non c’è esempio migliore della connessione tra felicità e tzedakà della festa di Purim. Durante questa festa beviamo vino, partecipiamo a un pasto molto abbondante e raggiungiamo la vetta della gioia tramite balli e canti. Anche nel mezzo di tutti questi festeggiamenti ci è comandata una speciale mitzvà: dare tzedakà ai poveri.
Nell’ebraismo felicità e tzedakà sono spesso collegate, poiché l’unico vero modo per sentirci bene dentro è quando abbiamo la certezza che attorno a noi non ci siano persone che soffrono o patiscano la fame. Come può una persona sentirsi contenta se il suo vicino è affamato?
Troviamo perfino una legge pratica che dice questo: se una persona durante un pasto passa da un buon vino a un vino ancora migliore deve fare la benedizione di “Hatov Vehametiv” – il buono e il migliore. Ma questo vale solo a condizione che si beva in compagnia, solo allora si manifesta vera gioia per aver cambiato da un buon vino a uno migliore. Un grande magnate che si trova sul suo Yacht da 50 metri e beve da solo il migliore vino al mondo non può fare questa benedizione in quanto non è veramente felice. Probabilmente penserà di esserlo, ma in realtà non sarà mai felice come un uomo che beve con amici.
Un’altra ragione che spiega il motivo per cui per essere felici bisogna dare agli altri è la seguente: la benedizione, e quindi la gioia e felicità, provengono da Hashèm solo quando Egli vede che ci preoccupiamo del benessere degli altri. Solo quando dimostriamo interesse per i nostri fratelli Hashèm dimostra altrettanta attenzione nei nostri confronti, come dice il salmo 121, “Hashèm è la tua ombra”: Così come tu ti muovi nei confronti degli altri Lui, Hashèm, si muove nei tuoi confronti.
La parola usata per le offerte per il Tabernacolo è VENATNU ונתנו- “e daranno”. Questa parola è palindroma, ovvero si può leggere ugualmente sia da destra che da sinistra: quando una persona aiuta gli altri fa il migliore investimento al mondo, allora ciò che ha fatto torna indietro e dal Cielo daranno anche a lui. Per questo questa parola può essere letta in entrambe le direzioni: quando daranno donazioni, avranno indietro tanta benedizione e guadagno. In questo modo possiamo vedere come la Tzedakà ci aiuta a sentirci felici, poiché tramite essa Hashèm ci garantisce una benedizione speciale, gioia e felicità.
Perciò leggiamo di portare le primizie all’inizio di Ki Tavò a condizione che siamo felici, allegri e grati per il raccolto che Dio ci ha donato. Ma per ottenere una vera gioia continua la Torà ci dice anche di non dimenticarci del povero, la decima del tuo guadagno appartiene a lui. Solo così potrai veramente essere felice quando porterai le primizie.
Scarpe Bucate O Scarpe Infangate?
Rabbi Eliyahu Chaim, il Rav di Lodz, apriva la sua casa ai visitatori provenienti da ogni dove.
Una sera un viaggiatore stanco venne a fargli visita. Rav Eliyahu Chaim, mentre si recava nella camera dell’ospite per verificare se era tutto a posto, notò che le sue scarpe erano bucate e lacerate. Attese finché l’uomo non si fosse addormentato, poi entrò in punta di piedi nella stanza, prese con sé le scarpe lacerate e le sostituì con le proprie.
La mattina successiva l’ospite si alzò e si vestì di fretta, non realizzando cosa Rav Eliyahu Chaim avesse fatto. Era partito presto per riprendere il suo viaggio, e, dal momento che le strade non erano ben lastricate, le sue scarpe si coprirono presto di fango. Pertanto, non riuscì a vedere e accorgersi delle sue “nuove” scarpe. Quando Rav Eliyahu Chaim realizzò che il suo ospite se n’era andato senza far caso allo scambio, fu MOLTO contento. “Non sarebbe meraviglioso se non se ne accorgesse mai” egli pensò. “Allora non solo non dovrà soffrire per delle scarpe rovinate, ma non saprà mai di aver accettato della tzedakà”.
Questa, naturalmente, è la Tzedakà di grado più alto. I nostri saggi infatti sostengono che la più alta forma di tzedakà sia appunto quando colui che la riceve non sa da chi proviene e, in questo modo, non si sente imbarazzato nell’atto di accettarla.
Dice il Talmùd: “Se sei un donatore generoso non avrai mai problemi” (Derekh Eretz Zota 2).
“Ogni giorno Hashèm loda l’uomo ricco che distribuisce tzedakà in privato” (Pesakhìm 112).
Quando guadagniamo, diamo almeno la decima al prossimo, saremo più felici noi e tanto più benedetti!

KI TAVO 5771 – ELUL – IL SOPRAVVISSUTO!
Come il Rebbe ha aiutato un uomo solo a superare la tragedia dello sterminio nazista!

KI TAVO 5770 – ASPETTI SCONOSCIUTI DELLA VITA DI MOSHE!
Tre diverse ribellioni contro i genitori a confronto: Miriam, Batia e Reuven!

KI TAVO 5769 – PERCHE’ I RICCHI DIVENTANO PIU’ RICCHI, E I POVERI PIU’ POVERI
Il re ha permesso a tutti di esaudire un desiderio. Come mai solo uno pensa al re e tutti pensano solo a se stessi?

KI TAVO 5768 – BIKURIM: PRIMA REGOLA GRATITUDINE
Nulla accade per caso: l’importanza dei “piani divini”, di come tempi e date vadano rispettate!

KI TAVO 5766 / 13 PRINCIPI DI FEDE – RICOMPENSA E PUNIZIONE
Moshè divide il popolo in due gruppi e li fa salire su due colli l’uno di fronte all’altro. Moshè dice ai due gruppi di recitare l’uno una serie di benedizioni che toccheranno il popolo ebraico se rispetterà le mitvot, mentre l’altro gruppo recita una serie di maledizioni per l’eventualità contraria.

KI TAVO 5765 – NIENTE E’ DOVUTO! COME IMPARARE AD ESSERE GRATI AD HA-SHEM
La gratitudine verso Ha-shem per quanto abbiamo: ricambiare sempre al meglio!

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KI TETZE 5779: 3 LEZIONI

Questo Shabbàt 14 Settembre 2019, 14 del mese di ELUL 5779 leggeremo la Parashà di Ki Tetzè
Deuteronomio 21: 10 – 25: 19

HAFTARÀ ITALIANI:
1° Samuele 17: 1-37.

HAFTARÀ Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti:
ISAIA 54,1 – 10

KI TETZE

Questa parashà che leggiamo domani KI TETZE è la parashà con più mitzvòt di tutte le parashot: 74. Più del 12% di tutte le mitzvòt di tutta la Torà in una sola parashà.
Uno dei precetti della parashà è il divorzio. Se una coppia non riesce a convivere la Torà non solo permette ma impone il divorzio. Il Talmud Ketuvot 72a usa 3 volte questa espressione: non si può forzare una persona di dormire con un serpente in casa.
Dice il Talmud se un marito non vuole mantenere la moglie lo si obbliga a mantenerla. Però poi dice non si può obbligare una donna a vivere con un marito che mantiene sua moglie solo perché è stato forzato. Questo marito è una mina vagante è come se fosse un serpente in casa dove uno non può dormire tranquillo.
Nell’ebraismo il matrimonio ha un valore altissimo e assoluto per cui il divorzio dovrebbe essere l’ultimissima spiaggia.
Come dice il Talmud che perfino l’altare piange quando una coppia divorzia. Ma come mai si cita proprio l’altare chiedono i maestri?
Poiché l’altare simboleggia il sacrificio per Dio dove si portano tutte le offerte. Dall’altare impariamo il sacrificio per il coniuge che è la condizione base per il successo del matrimonio.
Perciò è l’altare che piange, perché quando avviene un divorzio vuole dire che non hanno imparato dall’altare a sacrificarsi all’anima gemella e allora lui piange.
Il vero matrimonio non è basato su quello che IO voglio e IO ricevo ma su quello che do. Più io do e più ricevo.
Ti riporto un commento inerente a questo argomento.
Ti riporto di seguito un commento inerente a questo argomento di fede completa.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

ps.
su questo link trovi la risposta che ho scritto oggi a questo post:
https://www.facebook.com/notes/shlomo-bekhor/malattia-e-guarigione/2665709246785677/
DOPO AUSCHWITZ, E DOPO IL CANCRO NEI BAMBINI, E’ LA SECONDA PROVA CHE DIO NON ESISTE….
( Umberto Veronesi )
KI TETZE
Ci sono due tipi di reazione, quando un matrimonio è in crisi: quella classica, ignora il problema nella speranza che, col tempo, tutto si sistemi da solo; la reazione meno frequente è, invece, quella di sforzarsi di risolvere il problema alla radice. Queste due strade sono paragonabili alla famosa storia talmudica della “Strada corta-lunga e di quella lunga-corta”, che vede protagonisti un bambino e Rabbi Yehoshù’a ben Khanìna. Il grade Rav di fronte ad un bivio, non sapendo quale delle due strade prendere, chiede aiuto ad un bambino che si trovava lì, il quale gli dice che se la prima strada è più facile (corta-lunga), tuttavia non ti porta a destinazione; mentre la seconda (lunga-corta) è più faticosa, ma ti conduce dove desideri arrivare.
Da una parte l’ebraismo, a differenza di altre religioni, permette il divorzio, come leggiamo nella parashà di questa settimana. Dall’altra, è però molto severo in proposito, perché vaglia attentamente le motivazioni dei coniugi, che devono essere molto forti.
Quindi, ognuno ha il dovere di “incamminarsi” nella strada “lunga-corta”, cercando sempre di mantenere il proprio matrimonio vitale e di eliminare tutti gli ostacoli che potrebbero sorgere durante il cammino.
Questo fondamentale argomento è stato ampiamente sviluppato nella seguente lezione on line di virtualyeshiva.it che invito vivamente ad ascoltare, cliccando sul link sottostante.

Al seguente link troverai la pagina web della lezione in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2011/09/07/ki-tetze-5771-la-versione-talmudica-del-romanticismo/

Al seguente link puoi scaricare direttamente sul tuo portatile la lezione:
http://www.virtualyeshiva.it/files/11_09_06_kitetze5771_divorzio_3opinioni_matrimonio.mp3
Al seguente link puoi vedere la lezione: https://vimeo.com/28719323

LA VERSIONE TALMUDICA DEL ROMANTICISMO

3 opinioni Talmudiche riguardo a quando è lecito divorziare, in realtà esistono 3 tipi di matrimonio.
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QUALE È IL VERO AMORE?

Nella parashà di questa settimana la Torà ci dice che se un Israelita aveva fatto prigioniera una donna nel corso di una guerra, non la poteva sposare immediatamente. Al contrario, ella doveva inizialmente rendersi non attraente agli occhi di lui, fornendo così un’opportunità al desiderio appassionato dell’uomo di dissiparsi.
In tal modo veniamo messi in guardia dall’agire accecati dalla passione. Nessuno dovrebbe diventare prigioniero dei propri desideri e perdere ogni auto-controllo. Invece bisognerebbe cercare di attendere finché le proprie forti bramosie di piacere fisico si siano spente. Solo allora si può agire con cautela e buon senso, senza rischiare di cadere nella trappola dei propri istinti.
Ciò è particolarmente vero nel processo di scelta del giusto partner per il matrimonio. Se una persona compie la scelta di sposarsi unicamente sulla base di un’attrazione fisica, il matrimonio poggia su basi molto instabili.
Appena l’attraenza esteriore del patner si affievolisce, allo stesso modo accade per il matrimonio.
La discendenza di una simile coppia rischia di essere testimone di un’unione tempestosa, e potrà essa stessa risultarne segnata. È per questa ragione che la Torà giustappone il verso riguardante il matrimonio con una donna prigioniera a quello della nascita di un figlio ribelle (Ben Sorer Umorè).
Infatti l’atto di sposarsi semplicemente per la bellezza invece che per vero amore può sfociare nello sviluppo di un figlio irrispettoso.
D’altro canto, una persona che sia attenta nella scelta dell’anima gemella basandosi sui tratti caratteriali fini può ricever la benedizione di una prole virtuosa. Per questo motivo troviamo Aharon il Cohen Gadol Sommo Sacerdote che sposa Elisheva, la figlia dello tzaddìk Aminadav (padre di Nakhshon che fu un grande leader ed il primo ad attraversare il Mar Rosso). Tra i loro discendenti si annoverano Eliezer, il successivo Cohen Gadol e Pinkhas, dei cui grandi meriti abbiamo già parlato alcune settimane fa.
Le indubbie qualità di Pinkhas erano senza dubbio eredità di genitori e nonni, le cui virtù personali costituirono senza dubbio un alto esempio per il ragazzo negli anni della sua crescita.
“Una buona moglie è un bel dono da parte di Ha-Shém” (Ben Sira).
“Una donna è meravigliosa quando è virtuosa” (Talmud Shabbat 25).
“È solo per merito di sua moglie che la casa di un uomo è benedetta” (Talmud Baba Metzià 59).
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RIASSUNTO porzione KI TEZE
Nella parashà di Ki Tetzè sono presenti settantaquattro delle 613 mitzvòt della Torà. Tra esse sono incluse le norme sulla prigioniera di bell’aspetto; sui diritti ereditari del primogenito; sul figlio ostinato e ribelle; la sepoltura e dignità dei morti; la restituzione degli animali e delle cose perse dal prossimo; la regola che impone di mandar via dal nido la madre, prima di prendere i piccoli; il dovere di costruire una barriera di sicurezza intorno al tetto di ogni casa; i divieti relativi ai diversi tipi di piante o animali ibridi proibiti (kilàyim) e alla mescolanza di fili di materiali diversi, tessuti insieme (sha’atnèz).
Illustra, inoltre, le procedure giudiziarie e le sanzioni per l’adulterio, per lo stupro o la seduzione di una fanciulla non sposata e per un marito che accusa, falsamente, la propria moglie di infedeltà. Specifica coloro che non possono sposare una persona di discendenza ebraica: un mamzèr, un maschio di origine moabita o ammonita; un edomita o un egiziano di prima o di seconda generazione.
La parashà include anche le norme che disciplinano la purezza di un accampamento militare; il divieto di riconsegnare uno schiavo fuggitivo; il dovere di pagare un lavoratore puntualmente e di consentire a chiunque lavori per te – uomo o animale – di mangiare sul lavoro; il trattamento corretto di un debitore e il divieto di ricaricare interessi su un prestito; le norme riguardanti il divorzio (dalle quali derivano anche molte delle leggi sul matrimonio): a questo proposito si veda l’interessante approfondimento nella lezione on-line. La pena per la trasgressione di un divieto della Torà; e le procedure riguardanti yibbùm (matrimonio per levirato), di una vedova senza figli con il fratello del defunto; o khalitzà (rimozione della scarpa), nel caso in cui il cognato non voglia sposarla.
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STORIA: OFF LIMITS
A proposito di non essere superficiali ti riporto una storia.
Nelle comunità degli shtetl dell’Europa dell’Est, c’erano spesso maestri che si rinchiudevano in case di studio e trascorrevano l’intera vita in preghiera e contemplazione del Talmud e dei suoi commentari.
Una volta il Baal Shem Tov entrò in una stanza dove sedeva uno di questi pseudo “santi”. “Come ti senti?” gli chiese il Baal Shem Tov. “Hai fatto una buona colazione questa mattina?”
Lo studioso guardò il Baal Shem Tov confuso. Cosa voleva da lui? Non aveva visto che stava studiando?
Il Baal Shem Tov tuttavia continuò: possiedi degli abiti confortevoli? Hai una dimora confortevole?”
In fine lo scolaro si accese di collera. “Perché mi disturbi?” chiese al Baal Shem Tov.
“Tu stai commettendo un errore”, replicò il Baal Shem Tov. “Qualunque semplice ebreo risponderebbe a tali domande dicendo “Barukh ha-Shém” o “Grazie a D-o”. Non rispondendo in questo modo, stai allontanando la presenza di Ha-Shém.
Nei Salmi infatti il Padre Eterno viene descritto come “seduto sulle lodi di Israele”. Affinché Ha-Sèm dimori nel nostro mondo dobbiamo riconoscerlo attraverso le lodi.”
Il Baal Shem Tov avrebbe potuto chiedergli se i suoi studi procedessero bene. Sarebbe stato molto più probabile che questi gli avrebbe risposto.
Invece gli ha fatto domande relative a cose materiali!!! Questo in modo che Ha-Shém sia lodato anche nel regno fisico. Non dobbiamo pensare che il Creatore sia un’entità spirituale e basta poiché Lo limitiamo. Perciò è importante riconoscere la sua presenza anche nelle cose che sono apparentemente staccate dal divino o profane e dimostrare che anche in esse ci sia la presenza di Ha-Shem.
Ecco il motivo di quelle specifiche domande poste dal Baal Shem Tov. Ricordiamoci sempre di dire grazie a D-o e così santifichiamo il creato, realizzando così lo scopo principale della nostra esistenza.

 

Dice il Talmùd Germamia zu Amalèk!!! Le origini del nazismo risalgono fino ad Amalèk: non a caso ci ordina la Torà “ricorda” quanto è grave questo popolo, ricordati di annullare questo popolo. Questo è molto strano visto che Amalèk è figlio di Elipaz figlio di Esav figlio del patriarca Yitzkhàk… Perché Amalèk è il male assoluto???
Perché Amalèk è il simbolo della razionalità, dove tutto deve essere logico e sensato. Perciò non può sopportare che suo cugino Israèl, pur essendo capace di essere anche razionale, fondi i suoi veri valori sullo spirito e sull’irrazionalità. Praticamente Amalèk è l’antitesi di Israèl, due filosofie opposte nella loro essenza.
Come si fa a rispondere all’apatia, al cinismo di Amalèk?
La formula proposta dalla Torà è racchiusa in una sola parola: zakhòr – ricorda. Leggiamo i seguenti versi della porzione di questa settimana…

(continua sotto)

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Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

KI TETZE
Ci sono due tipi di reazione, quando un matrimonio è in crisi: quella classica, ignora il problema nella speranza che, col tempo, tutto si sistemi da solo; la reazione meno frequente è, invece, quella di sforzarsi di risolvere il problema alla radice. Queste due strade sono paragonabili alla famosa storia talmudica della “Strada corta-lunga e di quella lunga-corta”, che vede protagonisti un bambino e Rabbi Yehoshù’a ben Khanìna. Il grade Rav di fronte ad un bivio, non sapendo quale delle due strade prendere, chiede aiuto ad un bambino che si trovava lì, il quale gli dice che se la prima strada è più facile (corta-lunga), tuttavia non ti porta a destinazione; mentre la seconda (lunga-corta) è più faticosa, ma ti conduce dove desideri arrivare.
Da una parte l’ebraismo, a differenza di altre religioni, permette il divorzio, come leggiamo nella parashà di questa settimana. Dall’altra, è però molto severo in proposito, perché vaglia attentamente le motivazioni dei coniugi, che devono essere molto forti.
Quindi, ognuno ha il dovere di “incamminarsi” nella strada “lunga-corta”, cercando sempre di mantenere il proprio matrimonio vitale e di eliminare tutti gli ostacoli che potrebbero sorgere durante il cammino.
Questo fondamentale argomento è stato ampiamente sviluppato nella seguente lezione on line divirtualyeshiva.it che invito vivamente ad ascoltare, cliccando sul link sottostante.

Al seguente link troverai la pagina web della lezione in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2011/09/07/ki-tetze-5771-la-versione-talmudica-del-romanticismo/

Al seguente link puoi scaricare direttamente sul tuo portatile la lezione:
http://www.virtualyeshiva.it/files/11_09_06_kitetze5771_divorzio_3opinioni_matrimonio.mp3
Al seguente link puoi vedere la lezione: https://vimeo.com/28719323

LA VERSIONE TALMUDICA DEL ROMANTICISMO

3 opinioni Talmudiche riguardo a quando è lecito divorziare, in realtà esistono 3 tipi di matrimonio.
Qual è il matrimonio ideale?

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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
Per sentire le altre lezioni sulla parashà cliccare sul seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/2015/08/22/ki-tetze-5772-3-lezioni/

IRRAZIONALE PER ECCELLENZA

(continua da sopra)

Ki Tetzè si conclude con il comando:
Ricorda ciò che ti fece Amalèk lungo il cammino, mentre uscivate dall’Egitto. Ciò che ti accadde lungo il cammino, egli colpì tutti quelli di voi che erano rimasti indietro, i deboli dietro di te, quando eri stanco e sfinito, e non ebbe timore di Dio. E accadrà, quando Hashèm, tuo Dio, ti concederà riposo da tutti i tuoi nemici [che sono] intorno a te, nella Terra che Hashèm, tuo Dio, dà in eredità, dovrai cancellare il ricordo di Amalèk da sotto i cieli. Non dimenticare!
(Devarìm 25, 17-19)
Rabbi Shnèur Zalman di Liadi (fondatore del chasidismo Chabad) definisce la fede in Dio come parte integrante dell’anima ebraica. La fede non è una meta da raggiungere, è sufficiente che si riveli, perché è un elemento fondamentale dell’essenza della nostra anima.
La fede, prosegue Rabbi Shneur Zalman, trascende la ragione. Attraverso di essa ciascuno entra in relazione con la verità infinita di Dio, nella sua totalità; a differenza dalla percezione raggiunta con la ragione, che è definita e circoscritta dai limiti naturali della mente umana.
Con questo, Rabbi Shneur Zalman spiega il fatto sorprendente che, nel corso di tutta la storia del popolo ebraico, migliaia di ebrei abbiano sacrificato la vita piuttosto che rinnegare la loro fede e il loro legame con l’Onnipotente – compresi molti che avevano scarsa consapevolezza e considerazione del proprio essere ebrei. Al momento della verità, quando hanno compreso che era in gioco la loro essenza che è parte di Hashem, la loro fede interiore – una fede che non conosce confini o equivoci – è tornata alla luce, e ha sopraffatto tutto il resto.
Amalèk è totalmente insensibile allo spirito e fede; di conseguenza, anche la risposta ad Amalèk deve andare oltre la ragione. La risposta del popolo ebraico ad Amalèk è ricordare: ricorrere alle riserve di fede irrazionale della propria anima, una fede che, magari, giace sepolta e dimenticata sotto un ammasso di coinvolgimenti e interessi mondani. Una fede che, quando torna alla memoria, è in grado di affrontare ogni sfida morale, razionale o meno.
Ricorda ci dice la Torà questo Shabbàt, che anche la civiltà più evoluta e moderna al mondo in quel momento (prima metà del secolo scorso), senza Dio e senza fede diventa la peggiore macchina di distruzione e di atrocità che l’umanità abbia mai visto! Ma tutto coperto con un senso di logica e falso buonismo per l’umanità.
Ricorda che l’uomo non è in grado di essere un manuale di vita per l’umanità. La ragione umana è pericolosa e può arrivare a conclusioni devastanti per l’umanità rivestite con tanto senso, come se fosse la SOLUZIONE PER UN MONDO PERFETTO!
Rabbi Shneur Zalman di Liadi, Tanya, Capitoli 18-19. (Basato sugli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch)
La seguente lezione online tratta questo argomento mistico dell’anima.
Al seguente link troverai la pagina web con la lezione su questo argomento:
Dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
Dal seguente link si possono sentire le 16 lezioni su questo ciclo di lezioni dell’anima:
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RIASSUNTO porzione KI TEZE
Nella parashà di Ki Tetzè sono presenti settantaquattro delle 613 mitzvòt della Torà. Tra esse sono incluse le norme sulla prigioniera di bell’aspetto; sui diritti ereditari del primogenito; sul figlio ostinato e ribelle; la sepoltura e dignità dei morti; la restituzione degli animali e delle cose perse dal prossimo; la regola che impone di mandar via dal nido la madre, prima di prendere i piccoli; il dovere di costruire una barriera di sicurezza intorno al tetto di ogni casa; i divieti relativi ai diversi tipi di piante o animali ibridi proibiti (kilàyim) e alla mescolanza di fili di materiali diversi, tessuti insieme (sha’atnèz).
Illustra, inoltre, le procedure giudiziarie e le sanzioni per l’adulterio, per lo stupro o la seduzione di una fanciulla non sposata e per un marito che accusa, falsamente, la propria moglie di infedeltà. Specifica coloro che non possono sposare una persona di discendenza ebraica: un mamzèr, un maschio di origine moabita o ammonita; un edomita o un egiziano di prima o di seconda generazione.
La parashà include anche le norme che disciplinano la purezza di un accampamento militare; il divieto di riconsegnare uno schiavo fuggitivo; il dovere di pagare un lavoratore puntualmente e di consentire a chiunque lavori per te – uomo o animale – di mangiare sul lavoro; il trattamento corretto di un debitore e il divieto di ricaricare interessi su un prestito; le norme riguardanti il divorzio (dalle quali derivano anche molte delle leggi sul matrimonio): a questo proposito si veda l’interessante approfondimento nella lezione on-line. La pena per la trasgressione di un divieto della Torà; e le procedure riguardanti yibbùm (matrimonio per levirato), di una vedova senza figli con il fratello del defunto; o khalitzà (rimozione della scarpa), nel caso in cui il cognato non voglia sposarla.

KI TETZE 5771 – LA VERSIONE TALMUDICA DEL ROMANTICISMO
3 opinioni Talmudiche riguardo a quando è lecito divorziare, in realtà esistono 3 tipi di matrimonio. Qual è il matrimonio ideale?

KI TETZE 5768 – UN’ANIMA SMARRITA + GUERRA CONTRO ISTINTO NEGATIVO
Il significato allusivo della vita: come affrontarla e il segreto per vincerla!

KI TETZE 5765 – IL RIMEDIO SPIRITUALE PER I MOMENTI DIFFICILI!
Come affrontare la vita, quando ci si trova troppo immersi nella materialità. La cura spirituale per bilanciare quesiti momenti ed evitare di smarrire la propria strada!

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SHOFETIM 5779 : 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 7 Settembre 2019, 7 del mese di ELUL 5779 leggeremo la Parashà di Shofetìm.

PARASHÀ:
Deuteronomio 16,18 – 21,9

HAFTARÀ RITO ITALIANO:
1° Samuele 8,1-22

HAFTARÀ RITO Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti:
Isaia 51,12 – 52,12

SHOFETIM

Uno degli insegnamenti che spesso mi diceva mio padre è: “Dove ci sono SOLDI, ci sono litigi, fai molto attenzione alla pace che è molto più importante dei soldi, le due cose di solito non convivono insieme. Le famiglie benestanti devono essere molto attente, perché sono molto a rischio di litigare per i soldi e in questo modo poi rischiano di perdere anche il patrimonio accumulato con grande fatica, perché solo l’unità è la chiave del successo e della benedizione dal cielo”.
Questo è uno dei grandi insegnamenti che porto avanti nella mia vita e che rende VIVA l’anima di mio padre Yaakov ben Shlomo: Yaakov avinu lo met, ma zaro bahayim af hu bahayim – Yaakov nostro padre non è mai morto, visto che la sua discendenza è in vita anche lui è in vita (Talmud Taanit 4b). Visto che mio padre si chiama Yaakov allora io leggo questo passo talmudico anche in maniera personale, ossia che mio padre Yaakov non è mai morto: visto che i suoi discendenti sono in vita (spiritualmente), anche Yaakov è in vita.
LA VERA VITA NON È CORPOREA, POICHÉ SOLO L’ANIMA RIMANE VIVA.
Spesso la discordia può essere alimentata anche solo dal vanito senza i soldi: l’uomo è afflitto da divisioni e contrasti sia in ambito familiare che lavorativo, scatenati dal prevalere dell’EGO.
Persino i grandi Maestri non sono stati immuni da tale problema e talvolta sono caduti in questo tranello.
Più di tre secoli fa, a Praga, ebbe luogo una grave contesa tra due “pilastri” della Comunità locale. Rabbi Ya’akov Emden mosse un attacco personale al grandissimo studioso e cabalista Rabbi Yonatan Eybescitz, accusandolo, per oltre un decennio, di essere un eretico. In seguito si pentì e ammise il proprio errore.
Situazioni analoghe sono diffuse e ricorrenti anche nella società attuale. È importante riflettere che se persino quei grandi Maestri sono incorsi in tali sbagli, l’uomo comune è maggiormente soggetto a tali rischi, ed è importante prestare la massima attenzione agli stimoli che ci portano a litigare.
Questo tema è approfondito nel link della lezione online che sto mandando. Si tratta di un tema molto importante, legato alla causa dell’esilio e come creare le condizioni per la Redenzione.
Ti invito calorosamente ad ascoltarlo, Troverai Il link riportato qui sotto.
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Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

SHOFETIM

nuova lezione ATOMICA di questa settimana in onore del 30° di mio padre:

QUESTO MONDO È IL MIO GIARDINO PREDILETTO (PARTE I)

youtube: https://youtu.be/2aIh7ivVJmw

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10157384132130540

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nuova lezione SUPER
QUESTO MONDO È IL MIO GIARDINO PREDILETTO (PARTE II)

basato sul Maamar 10 Shevat e Likute Sikhot vol 6

youtube: https://youtu.be/vsBU39DyJGs

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Discorsi del 30° di mio padre del 5 Elul – 5 Settembre 2019:
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Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/08/13/shoftim-5770-10-elul-5770-19-agosto-2010/
Al seguente link puoi scaricare direttamente sul tuo portatile la lezione di questa settimana:
www.virtualyeshiva.it/files/10_08_20_shofetim5770_regalita_umilta_monarchia_cometahaley.mp3

POLITICA: PERCHE LA TORA PREFERISCE

LA MONARCHIA ALL’ANARCHIA?

Da un racconto, apparentemente banale, di un viaggio in nave

di Raban Gamliel e Rabbi Yehoshua impariamo il perché della monarchia.

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Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

GIOVENCA SGOZZATA

Le nostre mani non hanno versato questo sangue e i nostri  occhi non hanno visto… (Devarìm 21, 7)
Il principio che è alla base della legge della Eglà Arufà (giovenca sgozzata) è che una persona è responsabile anche di ciò che succede al di fuori della zona della quale ha il pieno e completo controllo. Se un viandante assassinato viene trovato nei campi, gli anziani della città più vicina devono recarsi sul posto e portare la Eglà Arufà a espiazione del delitto, anche se è avvenuto ‘al di fuori della loro giurisdizione’; perché è comunque loro responsabilità farlo andar con provviste sufficienti e una protezione adeguata.
La stesso principio è valido anche a livello personale, in tutti gli ambiti della nostra esistenza. Nessuno ha mai il diritto di dire: “Questo esula dai miei compiti. Non ho alcun obbligo di occuparmene.” Se si tratta di qualcosa di cui, per mezzo della Divina Provvidenza, si è venuti a conoscenza, significa che c’è qualcosa che è possibile fare per influenzare positivamente il risultato finale.
(Il Rebbe di Lubavitch)

SHOFETIM 5771 – ORGOGLIO E PREGIUDIZIO?
Come la discordia distrugge famiglie, comunità e nazioni.

SHOFETIM 5770 – POLITICA: PERCHE LA TORA PREFERISCE LA MONARCHIA ALL’ANARCHIA?
Da un racconto, apparentemente banale, di un viaggio in nave di Raban Gamliel e Rabbi Yehoshua impariamo il perché della monarchia.

SHOFETIM 5768 – DUE TIPI DI TESTIMONI
Il cielo, la Terra e Israel: testimoniano il Creatore, in modo diverso!

SHOFETIM 5765 – BUGIE POSITIVE E IL CONCETTO DI GIUSTIZIA
Il concetto di verità possiede due aspetti: la verità assoluta e quella relativa. Come cercare la verità assoluta?

Pubblicato in Parashot, Shofetim | 1 commento

REE 5779 : 1 LEZIONE

Questo Shabbàt 31 Agosto 2019,  30 del mese di AV 5779 leggeremo la Parashà di Reè  e di Rosh Chòdesh

I° Sefer Deuteronomio 11: 26 – 16: 17

II° Sefer: Num 28, 9-15

Haftarà: Isaia 66, 1-24; 66, 23

REE

Nel Talmùd (Sanhedrìn 90b) è raccontato che la regina Cleopatra chiese a rabbi Meìr: «Io so che i morti vivranno di nuovo, poiché è scritto: ed essi spunteranno dalla città come l’erba dalla terra (Salmi 72, 16). Ma quando si alzeranno, saranno nudi o vestiti?». Egli rispose: «Puoi dedurre la risposta osservando un chicco di grano che viene introdotto, sepolto “nudo” nella terra, esso ne scaturisce avvolto in molte vesti; tanto più lo saranno i giusti, che vengono sepolti nei loro abiti».
La resurrezione dei morti è uno dei pilastri della fede ebraica. Senza questa fede e certezza manca uno dei fondamenti della fede.
Anche se il corpo si decompone in realtà è solo un’apparenza, perché c’è un osso che non si decompone mai e che si chiama LUZ.
Questo è il primo osso della colonna vertebrale che, guarda caso, è proprio quell’osso dove è scritto tutto il DNA della persona.
Questa è la ragione per la quale secondo la Torà non bisogna cremare i corpi dei defunti, perché di fatto si andrebbe in contrasto con la fede relativa alla ricomposizione del corpo.
Sappiamo che il lutto è diviso in tre stadi: la settimana, i trenta giorni e il primo anno.
Questa differenza è collegata con i tre cicli che l’anima deve passare di rettificazione e giudizio: il primo ciclo è molto severo, il secondo lo è in misura inferiore e successivamente meno ancora.
Così anche il nostro lutto segue in parallelo questi tre cicli e il lutto si alleggerisce per via dell’alleggerimento che l’anima subisce durante il primo anno.
Questo settimana il 5 di Elul (5 Settembre) commemoro il trentesimo di mio padre, perciò ho voluto dedicare la riflessione su questo argomento, in memoria di mio padre Yakov ben Shlomo: che la sua dipartita aiuti ad aumentare la nostra fede nell’era messianica e nella resurrezione dei morti.
(continua sotto)

Shabbàt e domenica sarà Rosh Khodesh Elùl, l’ultimo mese dell’anno. Si tratta di un momento importante; infatti,  Elùl è il periodo dove la grazia divina è più presente. Non a caso, nel corso di questo mese, Moshé, dopo aver passato 40 giorni sulla montagna, ricevette la misericordia e il perdono di Ha-Shèm, per questa ragione i sefaraditi iniziano proprio dal mese Elùl a recitare le selihot.

In questo mese, occorre impegnarsi più del solito ad adempiere le mitzvòt,inoltre è bene abbondare in tzedakà che, insieme allo studio della Torà e alla preghiera, è uno dei tre pilastri che sorreggono il mondo. La tzedakà, infatti pervade di spiritualità la materia: avvicina le persone livellando le disuguaglianze economiche e, soprattutto, ci rende simili ad Ha-Shèm,poiché ci fa abbandonare il consueto ruolo di “chi riceve” e assumere quello di “chi dà”.
Approfittiamo di questo periodo per “esercitarci” in questa mitzvà! Mettiamo un bossolo nelle nostre case, in ufficio o in macchina; e insegniamo ai nostri figli a investire tempo e denaro a favore del prossimo.
Ti riporto un commento di grande insegnamento di vita ed equilibrio anima e corpo.
Un augurio di benedizione infinita e tanto successo.
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it.

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Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

LIVELLI DELL’ANIMA
Al seguente link troverai il ciclo di 14 MEGA lezioni sui 5 livelli dell’anima in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2012/08/06/ciclo-di-lezioni-di-mistica-e-chassidut-i-due-livelli-dellanima/Al seguente per scaricare direttamento sul cell la prima:
http://www.virtualyeshiva.it/files/07_05_28_khasidut_5livellianima_khaya1_volere_shavuot_matrimonio.mp3

CICLO DI LEZIONI DI MISTICA E KHASSIDUT:

I LIVELLI DELL’ANIMA

Hashem ha creato l’anima che è una parte di se stesso, qualcosa quindi di divino e l’ha suddivisa in cinque livelli:
néfesh, rùakh, neshamà, khayà, yekhidà.
Il livello più basso dell’anima è il livello di nefesh da cui derivano le energie di tutte le azioni fisiche: scrivere, parlare ecc.
Il secondo livello dal basso è quello di rùakh da cui viene fuori l’energia che genera i sentimenti: bontà, rigore, clemenza ecc.
Il terzo livello dell’anima è neshamà con cui si acquisisce la forza di riflettere, di usare l’intelletto. E’ importante porre l’accento sul fatto che il sentimento e l’intelletto appartengono a due distinti livelli dell’anima e che quest’ultimo è per sua natura, superiore al sentimento.
Continuando ancora lungo i sentieri dell’anima approdiamo ai suoi due ultimi livelli, sempre partendo dal basso, che sono: khayà e yekhidà. Il livello di khayà corrisponde al volere dell’anima, mentre il livello di yekhidà rappresenta l’apice e l’essenza dell’anima e corrisponde al piacere.

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ESISTE LA RESURREZIONE DEI MORTI?

(continua da sopra)
Pietra miliare della fede nell’avvento messianico, la Resurrezione dei Morti affonda le radici nel periodo dei profeti ma la sua fonte risale comunque alle allusioni contenute nel Pentateuco.
I nostri occhi e le nostre menti di esseri umani non possono guardare né percepire ciò che è avvenuto prima della nostra nascita. A maggior ragione, non sono neppure in grado di vedere cosa ci accadrà domani o in un futuro più lontano. Per questo, ogni volta che i saggi ci illuminano a proposito di questo futuro incognito, attribuiamo inestimabile valore a ognuna delle loro parole e consideriamo i loro insegnamenti come fossero perle. I loro occhi “telescopici” riescono a vedere molto oltre i nostri e a scoprire segreti profondi che solo loro sono in grado di rivelare e trasmettere all’umanità.
Ormai, per molte persone, l’espressione talmudica hilchetà lemeshichà (legge per i giorni del Messia) non riguarda più un’epoca così lontana da sembrare priva di significato concreto o irreale: si tratta invece di un’era che – come promesso e garantito più volte dal Rebbe di Lubavitch – è proprio alle porte!
Come spiega infatti Maimonide – e approfondisce il Rebbe – lo studio dei concetti e delle leggi dell’epoca che seguirà la venuta del Messia avvicina concretamente quel momento, oltre a permetterci di non farci cogliere “impreparati” quando ci troveremo di fronte a questa realtà che non sarà più soltanto un sogno o una speranza.
Come Prima Più di Prima
Nello Zohàr è scritto che i zadikim, ovvero le persone giuste, da quando lasciano il corpo hanno una grande elevazione spirituale nei mondi superiori, ma non solo. Anche nel mondo materiale possono realizzare molto più di quanto potevano fare prima perché non hanno più i limiti del corpo e possono essere in più posti allo stesso tempo e possono influenzare migliaia di persone contemporaneamente in maniera infinita, senza limitazioni.
È vero che il corpo di un giusto, come quello di un profeta, non ha alcuna influenza sull’anima perché il zadik non ha l’istinto per il male e il corpo è come se fosse nullo davanti a un’anima molto alta, ma comunque un minimo di limitazione rimane, e solamente quando l’anima lascia il corpo allora tutti i suoi ideali e progetti vengono benedetti e amplificati in maniera fortissima, poiché allora l’anima trasmette l’infinita forza divina non essendo essa più soggetta ai limiti del corpo.
Inoltre lo Zohàr dice che l’anima del marito non abbandona mai la moglie quando il marito viene a mancare prima della moglie, poiché l’anima del marito si accoppia a quella della moglie e l’aiuta da dentro, non da fuori come prima. Ovvero il supporto è molto più grande anche se in apparenza sembra inferiore.
Altri maestri dicono che questo vale anche per i figli: dopo la dipartita di un genitore la presenza della sua anima si unisce a quella dei figli e gli aiuta da dentro e non da fuori, anche perché quando l’anima non ha più i limiti del corpo può dare un apporto molto più alto, a tutti i suoi famigliari e amici.
Posso dire che io personalmente sento questa forza maggiore dopo la dipartita di mio padre e, come per ogni cosa, esiste il mezzo bicchiere pieno e il mezzo vuoto. Per cui anche in questa circostanza abbiamo il dovere di cercare il lato positivo in una perdita di un genitore che è molto dolorosa, ma bisogna andare avanti col ciclo della vita e bisogna fare leva sul lato positivo di una dipartita per poter aumentare gli insegnamenti ricevuti dal genitore, per aumentare i progetti benevoli che il genitore ci ha insegnato a fare e dopo che l’anima si è separata dal corpo può aiutare molto di più a raggiungere quegli obiettivi che sembravano molto difficili, perché abbiamo una marcia in più.
Questo anche spiega il perché i figli e i parenti possono raggiungere dei successi ben superiori: quando l’anima non è più condizionata dai limiti del corpo può influenzare i suoi famigliari in un’abbondanza che non ha paragoni.
Vorrei concludere con un racconto di vita molto importante.
Solo Due Calzini
Questa è una storia vera accaduta non tanto tempo fa.
Si racconta di un membro della famiglia Raichman, una delle famiglie più ricche d’Europa, che era ormai sul punto di lasciare questo mondo. Egli lasciò ai figli e ai familiari due testamenti e disse loro: il primo lo leggerete al momento della mia morte, mentre l’altro lo leggerete solo dopo un mese che mi avranno seppellito. I figli promisero al padre che il suo ultimo desiderio sarebbe stato esaudito, e lo salutarono.
Il signor Raichman morì e i suoi familiari si riunirono per leggere il primo testamento: «Vi chiedo come ultimo desiderio di essere seppellito con il paio di calze che indosso a cui sono molto affezionato e da cui non voglio staccarmi a nessun prezzo e SOLO ESEGUENDO QUESTA CONDIZIONE POTRETE RICEVERE LA MIA EREDITA’».
I figli furono stupiti per la richiesta del padre, si consultarono tra loro ma non trovarono una soluzione. Chiesero ai rabbini, e loro sconcertati dissero che secondo la halachà (legge ebraica) loro padre doveva essere seppellito solamente con un lenzuolo bianco, nient’altro. I figli provarono in tutte le maniere e con tutti i mezzi di persuadere il Bet Din ma non ci fu verso. Dissero i rabbini: «Vi assicuriamo che l’anima di vostro padre, ora che è vicina al padre eterno, sa che non bisogna essere seppelliti con indumenti ed è molto più contenta nel seguire la legge».
Non fu semplice trovare la soluzione, ormai bisognava procedere al funerale e ancora i famigliari tentavano di rimandare. Alla fine furono obbligati di seguire la legge e Raichman fu seppellito senza i suoi amatissimi calzini.
Dopo un mese, i figli desolati e tristi per non essere riusciti ad accontentare l’ultimo desiderio del padre e forse anche per l’eredità che stavano perdendo, si riunirono per leggere il secondo testamento in cui era scritto: «Cari figli e figlie e famigliari. Sapevo che mi avreste seppellito senza calze. La legge è uguale per tutti non importa quanti zeri in banca uno ha!!! Non preoccupatevi e non siate tristi.
Ho voluto solo darvi un’importante lezione di vita, forse una delle mie lezioni più importanti: con tutti i milioni di dollari che vi ho lasciato ero preoccupato che i soldi vi dessero alla testa e vi sareste comportati con orgoglio non aiutando il prossimo con umiltà come D-o ci comanda. Ebbene sappiate che quando una persona lascia il mondo fisico, non porta con sé niente nella bara, nemmeno un misero paio di calze!».
Ci auguriamo che questi i insegnamenti aiutino a  diffondere i valori millenari della Torà, ad avvicinare la tanto attesa venuta del Messia e la Resurrezione, presto ai nostri giorni, amèn!
(alcune parti estratte dal libro della resurrezione dei morti pubblicato da Mamash VIVERE E VIVERE ANCORA)
Shabbàt e domenica sarà Rosh Khodesh Elùl, l’ultimo mese dell’anno. Si tratta di un momento importante; infatti,  Elùl è il periodo dove la grazia divina è più presente. Non a caso, nel corso di questo mese, Moshé, dopo aver passato 40 giorni sulla montagna, ricevette la misericordia e il perdono di Ha-Shèm, per questa ragione i sefaraditi iniziano proprio dal mese Elùl a recitare le selihot.
In questo mese, occorre impegnarsi più del solito ad adempiere le mitzvòt,inoltre è bene abbondare in tzedakà che, insieme allo studio della Torà e alla preghiera, è uno dei tre pilastri che sorreggono il mondo. La tzedakà, infatti pervade di spiritualità la materia: avvicina le persone livellando le disuguaglianze economiche e, soprattutto, ci rende simili ad Ha-Shèm,poiché ci fa abbandonare il consueto ruolo di “chi riceve” e assumere quello di “chi dà”.
Approfittiamo di questo periodo per “esercitarci” in questa mitzvà! Mettiamo un bossolo nelle nostre case, in ufficio o in macchina; e insegniamo ai nostri figli a investire tempo e denaro a favore del prossimo.
Ti riporto un commento di grande insegnamento di vita ed equilibrio anima e corpo.
Un augurio di benedizione infinita e tanto successo.
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it.

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Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

LIVELLI DELL’ANIMA
Al seguente link troverai il ciclo di 14 MEGA lezioni sui 5 livelli dell’anima in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2012/08/06/ciclo-di-lezioni-di-mistica-e-chassidut-i-due-livelli-dellanima/Al seguente per scaricare direttamento sul cell la prima:
http://www.virtualyeshiva.it/files/07_05_28_khasidut_5livellianima_khaya1_volere_shavuot_matrimonio.mp3

CICLO DI LEZIONI DI MISTICA E KHASSIDUT:

I LIVELLI DELL’ANIMA

Hashem ha creato l’anima che è una parte di se stesso, qualcosa quindi di divino e l’ha suddivisa in cinque livelli:
néfesh, rùakh, neshamà, khayà, yekhidà.
Il livello più basso dell’anima è il livello di nefesh da cui derivano le energie di tutte le azioni fisiche: scrivere, parlare ecc.
Il secondo livello dal basso è quello di rùakh da cui viene fuori l’energia che genera i sentimenti: bontà, rigore, clemenza ecc.
Il terzo livello dell’anima è neshamà con cui si acquisisce la forza di riflettere, di usare l’intelletto. E’ importante porre l’accento sul fatto che il sentimento e l’intelletto appartengono a due distinti livelli dell’anima e che quest’ultimo è per sua natura, superiore al sentimento.
Continuando ancora lungo i sentieri dell’anima approdiamo ai suoi due ultimi livelli, sempre partendo dal basso, che sono: khayà e yekhidà. Il livello di khayà corrisponde al volere dell’anima, mentre il livello di yekhidà rappresenta l’apice e l’essenza dell’anima e corrisponde al piacere.

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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Sangue e Anima

Nella parashà di questa settimana troviamo il divieto di cibarsi del sangue:
“Trattieniti però da mangiare il sangue, lo dovrai versare a terra come fai con l’acqua” (Devarim 12, 16)
E ancora:
“Trattieniti però dal mangiare il sangue perché il sangue è la vita (nefesh)…” (Devarim 12, 23)
Per quale motivo la Torà ci vieta di mangiare il sangue?
Proveremo a dare una risposta a questa domanda leggendo i versetti sopra riportati nella prospettiva della mistica ebraica.
Adamo è il nome del primo uomo che viene dall’ebraico ADAM. In realtà Adam non è solo il nome proprio del primo uomo, ma anche il nome comune di ogni uomo:
Questo parola racchiude l’essenza dell’essere umano composto di spirito e materia. A differenza degli animali l’uomo racchiude due opposti e ha la missione di equilibrarli, poiché in questo mondo siamo nel TIKKUN – dell’equilibrio.
La lingua ebraica è la lingua santa e ogni lettera racchiude un’energia che rappresenta l’essenza di ogni parola. Perciò la parola Adam, essere umano, è composta dalle lettere ebraiche che rappresentano la sua essenza: Alef, Dalet, Mem. Quindi la parola ADAM può essere divisa in due parti:
Alef, simboleggia la presenza divina, poiché Alef ha un valore numerico pari ad uno; come si dice nello Shemà Israel che “Hashem ekhad”, “Dio è Uno”. Mentre le altre due lettere Dalet-Mem significa “dam” – “sangue”, poiché queste due lettere rappresentano la parte “inferiore” dell’essere umano, la parte istintiva, “sanguigna”. Infatti l’uomo è composto da un’anima divina e dalla parte sanguina che rappresenta il corpo.
Non ha caso nei versi sopra riportati si mette in relazione il sangue con “nefesh”: ki hadam hu hanefesh – poiché il sangue è l’anima.
Nefesh in ebraico si può intendere sia persona che anima, in una prospettiva mistica rappresenta il livello più basso dell’anima, quello che gli esseri umani hanno in comune con gli animali. Nefesh può essere anche intesa come “l’anima animale”, poiché essa è la fonte dei nostri piaceri materiali.
Tuttavia è da essa che noi traiamo l’energia per muoverci, vivere e migliorare questo mondo. Quindi per impiegare al meglio la nostra nefesh, corpo fisico dobbiamo collegarla con la nostra parte spirituale per elevare la materia: da DAM – SANGUE alla Alef – Dio.
Il sangue rappresenta il massimo della materialità e dei piaceri come una bistecca fiorentina che è piena di sangue. Per questo la Torà pone il divieto di mangiare il sangue, poiché nutrendoci della materialità estrema noi degradiamo la ALEF nel DAM: un percorso opposto al TIKUN.
Quindi la vera essenza dell’essere umano è quella simboleggiata dalla parola Adam: l’equilibrio tra spirito e materia e l’unione fra i due.
In particolare nel mese di Elùl (che il capomese Rosh Khodesh è Shabbat e domenica) abbiamo la forza per collegare la nostra parte animale con quella più santa e vicina a Dio. Solo compiendo le mitzvòt riusciremmo a pervadere la materia di santità e così far “scendere” la grazia e misericordia divina sopra di no.
Come si ottiene l’equilibrio: TIKKUN
Questo concetto trova riscontro in un insegnamento del grande Baal Shem Tov che commenta il Salmo 34, 15 in maniera innovativa, ci avverte e consiglia di utilizzare al meglio, in questo mondo, il nostro Adam, Alef+nefesh:
סוּר מֵרָע וַעֲשֵׂה טוֹב בַּקֵּשׁ שָׁלוֹם וְרָדְפֵהוּ
Stai lontano dal male e fai il bene; cerca la pace e rincorrila
Ogni oggetto fisico, il cui uso è consentito, possiede elementi buoni e cattivi. L’elemento materiale è male, mentre la forza vitale Divina, che rende il fisico vivente, è Bene. La persona che utilizza l’oggetto fisico deve “stare lontano dal male”, non desiderando il piacere fisico, la materialità fine a se stessa, e “fare il bene”, cioè cercare la vitalità Divina che da vita a quell’oggetto. Chi sta lontano dal male (lato materiale) e fa il bene (lato spirituale), mette pace tra il fisico e la Forza Divina che lo anima, crea equilibrio TIKKUN tra materia e spirito e porta pace nel mondo.

REE 5770 – PERCHE’ L’EBRAISMO NON CREDE NEL CRISTIANESIMO?
Tredici secoli prima dello sua nascita, Moshè ammonisce il popolo sulla fede cristiana!

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EKEV 5779: 1 LEZIONE

Questo Shabbàt 24 Agosto 2019, 23 del mese di AV 5779 leggeremo la Parashà di Ekèv Deuteronomio 7: 12 – 11: 25

HAFTARÀ
Isaia 49: 14 – 51: 3.

Si annuncia Rosh Chòdesh

EKEV

La sensitività verso i sentimenti altrui non è un concetto discrezionale secondo la Torà.

Una volta era venuto dal grande maestro Baba Sali una persona per chiedere una benedizione per guarire da un grave male alle gambe. Allora il maestro gli chiese il suo nome e gli promise che avrebbe pregato per lui.
Poco dopo il Baba Sali in persona ebbe male alle gambe…
La moglie gli chiese come mai fosse successo proprio in quel momento? Il Baba Sali le rispose che per poter pregare come si deve col profondo del cuore per fare curare le gambe della persona doveva sentire lui stesso quanto fosse grande quel dolore alle gambe, perciò chiese ad Hashem di fargli sentire quel male per poter pregare con tutte le sue forze…
Questo comportamento esemplare di sensibilità è noto nella Torà ed è una delle basi dell’ebraismo, per questo tutti i grandi maestri hanno questo attributo perché amare il prossimo come se stesso vuole dire anche questo: così come siamo molto sensibili a noi stessi cosi lo dobbiamo essere verso gli altri.
Questo insegnamento lo troviamo nella parashà di questa settimana nel primo verso, dove la Torà ci ordina di osservare anche i precetti del “tallone”, ovvero quei precetti che una persona tende a sottovalutare e dare meno importanza. Questi sono i precetti del tallone, poiché il tallone è alla fine del corpo la parte più bassa e forse meno sensibile, perciò ci ordina Hashem che solo quando osserviamo tutti i precetti in maniera totalmente equa, solo allora riceveremo tutte le elevate benedizioni elencate in seguito (cap 7, 12):
…E l’Eterno, il tuo DIO, ti ha preservato l’alleanza e la grazia che giurò a tuoi avi, e ti amerà e ti benedirà e benedirà il frutto del tuo ventre e il frutto della tua terra… e Hashem ti rimuoverà ogni malattia…
Per quale ragione è così importante l’osservanza del “tallone” da determinare una ricompensa così grande?
La spiegazione mistica è che i precetti che abbiamo ricevuto nella Torà sono la volontà di Hashèm che è al di sopra dell’intelletto. Dio vuole che abbiamo un rapporto con lui razionale studiano e capendo la Torà e un rapporto irrazionale osservando i precetti. Il legame irrazionale è più alto, perché non è limitato alla comprensione dell’uomo: alcuni capiscono di più, altri di meno, perciò è un legame dosato in base a ogni persona; mentre le azioni delle mizvòt – precetti sono tutti uguali nell’azione, pertanto l’unione con Hashèm che deriva dalle mizvòt trascende l’intelletto umano perciò è infinita.
Per questo la nostra parashà di Ekev – tallone ci insegna che se osserviamo i precetti facendo una scaletta di priorità: prima i dieci comandamenti, poi quelli più importanti e via dicendo, allora le nostre azioni e mizvòt non oltrepassano i limiti della logica umana, perché si fanno delle differenze tra i precetti.
Solo nei precetti più semplici, osservati con lo stesso entusiasmo dei dieci comandamenti, si nota la vera unione con Hashèm in maniera infinita e senza “contaminazioni” del proprio IO e del proprio cervello.
In altre parole, il vero amore per Dio si evince nelle cose semplici quando sono fatte con entusiasmo.
Il midrash racconta che Yehoshùa, il braccio destro di Moshè, ha meritato di guidare il popolo dopo Moshè grazie alla sua sensibilità verso gli altri e per il suo rispetto verso Hashèm al punto che puliva i luoghi di preghiera e di studio addirittura con la sua barba.
Lo stesso è successo 2000 anni dopo con il padre di Rashi che puliva la sinagoga perfino con la sua barba tanto era grande il suo amore per Hashèm, ed è per questo che ha meritato di avere un figlio talmente speciale come Rashi.
Mio padre Yaakov ben Rachel e Shlomo è un grande esempio di amore per Hashem e verso ogni persona di qualsiasi credo.
Mio padre si assicurava che tutti i libri (sia del suo Tempio o anche di quelli in giro) fossero in ordine: li ricuciva tutti e li copriva come fossero nuovi e poi li profumava con l’acqua di rose, perché i libri della Torà sono la parola di Hashèm e devono essere sempre tenuti in ordine.
Faceva questo con entusiasmo e amore più di un affare milionario.
Lo faceva con costanza e grande passione anche all’età di 92 anni e non solo con i libri, ma anche i tallet e i rotoli…
I Vivi Impareranno – והחי יתן אל לבו
Concludo con una storia per dare un esempio di sensibilità unica al mondo che ho imparato da mio padre.
Nel palazzo dove abitava mio padre in Ocean Parkway a Brooklyn c’è una brava persona che lavora come portiere e si chiama Fred. Ci tengo a sottolineare che non è ebreo e non c’è alcun legame tra noi e venti anni fa è successo questo episodio di grande insegnamento di vita.
Mio padre era sempre sorridente e amico di tutti, perciò ogni volta che passava lo salutava come un amico con tanto rispetto.
Se pensiamo che molti non salutano in generale, tanto meno i portieri! E anche quando salutano di solito è fatto come una “pilota automatico”, senza guardare negli occhi la persona, senza neanche il “regalo” di un sorriso positivo che potrebbe cambiargli la vita.
Nel saluto di mio padre non c’era niente di automatico e ogni persona era come se fosse la più importante al mondo.
Un giorno, mio padre salutando cortesemente Fred come al solito nota che la sua faccia è diversa, anche se Fred cercava di non farsi notare. Con la solita delicatezza mio padre si accorge che c’è qualcosa di diverso e gli chiede come mai fosse così strano il suo umore.
Normalmente, infatti le persone sono immerse nei proprio pensieri, nel proprio lavoro e non si accorgono dei cambiamenti altrui. Ma anche quando qualcuno si accorge cerca di evitare di chiedere domande, per evitare di doversi impegnare a risolvere i problemi degli altri.
Il pensiero comune è: “ho già abbastanza problemi per conto mio che non ho bisogno di imbarcarmi anche quelli degli altri”.
Per mio padre invece non è così, perciò chiese a Fred come mai era meno sorridente del solito.
Allora Fred dice a mio padre che si era appena sposato e il suo frigo era TOTALMENTE VUOTO che prima di uscire di casa aveva assicurato la moglie che sarebbe tornato con un acconto dal suo stipendio mensile di 500$, dato che avrebbe chiesto al supervisore di dargli un anticipo.
La causa della sua malinconia di quel giorno era che il supervisore gli aveva negato l’anticipo, per una discussione che avevano avuto e così Fred era così depresso che mi racconta: “la mia dignità era così abbattuta che non sarebbe tornato a casa a mani vuote, dato che era appena sposato, piuttosto si sarebbe suicidato”.
Allora mio padre gli chiede se sapeva verniciare e Fred dice di si. Mio padre gli chiede quanto sarebbe il costo di verniciare la casa di mia sorella, oltre il materiale, e Fred dice 500$.
Allora mio padre gli dice “va bene! Allora vernici la casa e ti darò subito i tuoi 500$”. Fred chiede a mio padre se poteva dargli un anticipo e mio padre tira fuori tutta la cifra pattuita e gli da 500$ in mano.
Fred rimane incredulo, come se fosse rinato improvvisamente.
Mio padre poteva anche darli un prestito che gli avrebbe reso a fine mese, ma dandogli un lavoro lo ha aiutato senza degradarlo.
Tutto questo succede in una frazione di secondi e senza pensarci troppo.
Come dice Fred: “tuo padre aveva talmente tanta dignità di se stesso e autostima che non poteva vedere qualcuno intorno a lui che gli mancasse la propria dignità e faceva di tutto per aiutare le persone senza sentirsi superiore e che stava salvando la vita di qualcuno, senza fare pesare o umiliare nessuno, tutto con semplicità e GRANDE UMILTÀ, come se non avesse fatto niente di speciale”.
(storia che mi ha raccontato Fred con le lacrime sul volto, dopo il funerale di mio padre)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

EKEV
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/07/29/ekev-5770-18-av-5770-29-luglio-2010/
dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_07_29_ekev5770_santita_dinamica_sammaritani_kutim.mp3

 SANTITA: VALORE ASSOLUTO O DINAMICO?

Una discussione tra rabbi Yonatan un Samaritano e l’asinaio di rabbi Yonatan ci fa capire le divergenze di visioni del mondo!

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FALSA FELICITA’!

Gli ebrei Durante la loro permanenza nel deserto si cibarono della manna, come è detto: “… e ti fece provare la fame e ti dette da mangiare la manna”. La manna è un cibo molto particolare diverso dal cibo che conosciamo. Molto più spirituale del nostro cibo. Infatti era celeste, a differenza del pane che viene dalla terra.

Non a caso la manna viene paragonata alla Torà.

La saggezza e la mente sono paragonate al pane. Questo viene ingerito nel corpo e diventa parte di esso. In questo modo il pane diventa una cosa unica con l’interiorità del corpo. Lo stesso succede con il “pane spirituale”, la saggezza: le parole di Torà che l’ebreo impara entrano nella sua mente e diventano parte di esso. Così la saggezza diventa una cosa unica con chi la studia.

Il pane che viene dalla terra ha un solo gusto, il gusto del pane. Ma esso ha anche uno scarto che viene eliminato dal corpo al termine della digestione. Così è la saggezza umana. Gli studi che vengono dall’esterno (non di Torà) sono limitati. L’ebreo impara, capisce e prova piacere in questo. Egli sente di riuscire per tutto il tempo in cui progredisce nello studio. E nel momento in cui conclude tutto l’argomento e lo domina, comincia a provare orgoglio per la conoscenza che ha acquisito. Anche in questi studi c’è uno scarto non voluto e forse anche nocivo.

 

La manna, il pane celeste, ha molti gusti. Qualsiasi gusto che si desidera provare è contenuto in essa. Non ha uno scarto, è tutto manna. Questa è la Saggezza Divina, che è contenuta nella nostra Torà. La Torà non è limitata. Una persona che studia Torà sente quanto la sua conoscenza è limitata e quanto ancora ha da imparare per crescere. Quando si studia Torà si vuole studiare ancora di più, secondo quanto è scritto nella parashà: “…e ti fece provare la fame e ti dette da mangiare la manna…” Mangiare la manna risveglia la “fame” in colui che la mangia, egli vuole studiare di più, capire di più e imparare senza fine. Ma lo studio della Torà non provoca orgoglio in colui che la studia, anche se ha studiato tanto. Al contrario, più studia maggiore è la sua conoscenza della grandezza della Torà, e poiché la Saggezza Divina non ha limiti egli si annulla completamente.

 

Lo yétzer harà (inclinazione al male) è esperto nel suo lavoro: sa che non riuscirà a persuadere l’ebreo che la Torà non è importante, perché la Torà è cara a ogni ebreo. Allora lo yétzer harà comincia a sostenere il contrario: poiché la Torà ha un valore così alto, non ha senso approfondirla così tanto. Non finiremmo mai di studiarla e anche se ci impegnassimo tanto non riusciremmo mai a capirla completamente, poiché la Torà non ha limiti. É preferibile, dice lo yétzer harà, non approfondirla. Basta leggere un paragrafo al giorno o fissare una lezione settimanale!

Allora cosa consiglia lo yétzer harà? Esso ci stimola a immergerci nella vita materiale, dicendoci che poi potremo godere dei risultati.

Sforziamoci a non seguire questi stimoli, perché ci allontaneremo completamente dalla via della Torà. Dice il Talmùd che all’inizio lo yétzer harà è solo un “passante” nei nostri dintorni, poi entra in noi come “ospite” e alla fine diventa il padrone di casa e comincia a dirigere tutte le nostre azioni.

In conclusione lo yétzer harà vuole che sia la materialità a provocare piacere all’uomo, ma la natura dell’ebreo è opposta: l’essenza dell’ebreo è lo spirito, perciò solo studiando Torà egli può sentirsi completo.

Quando uno pensa di aver raggiunto la felicità ma in realtà non la raggiunta e cerca di coprire e camuffare questa mancanza con sempre più materia sperando di risolvere questo “vuoto”, in realtà vive in un illusione e non sarà mai veramente felice.

Cerchiamo di trovare il giusto equilibrio tra le esigenze del corpo e dell’anima accontentadole entrambi ognuna con il SUO cibo e sicuramente troveremo il giusto equilibrio e avremo una vita felice e serena.

EKEV 5770 – SANTITA: VALORE ASSOLUTO O DINAMICO?
Una discussione tra rabbi Yonatan un Samaritano e l’asinaio di rabbi Yonatan ci fa capire le divergenze di visioni del mondo!

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VAETKHANAN 5779 – COME EDUCARE I FIGLI CON SUCCESSO!

Questo Shabbàt 17 Agosto 2019, 16 del mese di AV 5779 leggeremo la Parashà di Vaetkhanàn
Deuteronomio 3: 23 – 7: 11

HAFTARÀ

Italiani: Isaia 40, 1-16

Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti: Isaia 40, 1-26

Shabbàt Nachamù.

Quando mi alzo al mattino la visione del sole pieno di luce ed energia mi rammenta la luce che ricevo dalla personalità di mio padre sempre solare e positivo e carico di energia come il sole che sorge.
Purtroppo è arrivato il momento in cui il mio SOLE è tramontato. Ma anche se non riesco più a godere della luce del sole, poiché ora è oltre il mio orizzonte, tuttavia so che è ancora lì, perché è solo tramontato e domani ritornerà a illuminare il mondo come ha sempre fatto.
Come l’oscurità della notta brilla grazie alla luce della luna che riflette quella del sole, io ho avuto la grazia di ricevere grandi insegnamenti da mio padre, la cui luce continua a brillare anche nella mia “notte” tramite me.
D’altronde questo è anche il significato di questo esilio che è paragonato alla notte, che la luce del Santuario (sole) deve continuare a brillare dentro di noi e di conseguenza nel mondo intero proprio come la luna brilla di notte.
Come non vediamo il sole che illumina la luna quando è notte, anche io non riesco a vedere il mio Sole, ma so che è presente. Il sole può brillare nell’oscurità della notte attraverso la luna e questo è il riflesso della luce del sole che la luna riflette durante la notte, e vivendo tutti gli insegnamenti di mio padre e facendoli brillare, la sue luce riflette tramite me e continua a illuminare anche se non riesco a vedere il mio “sole”.
So che l’alba arriverà presto, anche se ancora è notte. So che domani il mio sole tornerà di nuovo a splendere come il giorno con Mashiach, quando torneranno tutte le anime nei loro corpi!
Speriamo che quel giorno sia imminente quando potremo cantare e ballare di nuovo con i nostri cari, ma per ora Papi ci mancherai tanto.
Tuttavia so che continuerai a riflettere la tua luce tramite noi come la luna, anche se meno di prima, ma so anche che è solo una situazione temporanea come la notte!

Questo Shabbat è lo Shabbàt della consolazione: il suo nome, Shabbàt Nakhamù, prende il nome della Haftarà che inizia con queste parole: “Consolate, consolate il mio popolo…”.

La doppia consolazione perché Hashem ci consola per il primo e il secondo Santuario che sono stati distrutti il 9 di Av.
Sappiamo che la consolazione può avvenire solo con l’avvento messianico come viene appunto descritto nella Haftarà che leggiamo Shabbat dove si parla della profezia della redenzione che accadrà molto presto come dice il verso nella Haftarà: VENIGLA KEVOD HASHEM VERAU KOL BASSAR YAKHDAV. E la gloria di Hashem sarà rivelata in tutto il mondo…
Speriamo presto di vedere la redenzione presto nei nostri giorni e che l’amore e la pace regneranno per sempre.

(dal discorso che ha fatto mio fratello Rav Avraham Bekhor)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
VAETKHANAN
Dal seguente link puoi scaricare direttamente sul tuo portatile la lezione di questa settimana:
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COME EDUCARE I FIGLI CON SUCCESSO! 

Così come nel tuo cuore c’è un solo Dio, così anche nel nostro cuore c’è un solo Dio!

Un episodio riportato nel Talmud riguardante uno scambio tra Yakov e i suoi figli
ci da un grande insegnamento sull’educazione.

Alcuni Punti della Lezione:

1. Perché lo “Shema Israel” ordina di insegnare ai figli, proprio in mezzo alla descrizione di come si deve studiare la Torà?
2. Qual è la differenza tra veshinantam e ulmadtem, che vogliono dire entrambi insegnamento, ma nel primo brano dello Shema si usa il primo e nel secondo l’altro.
3. Perché la Torà ci comanda di insegnare solo ai nostri figli e non a tutti?
4. Perché il Maiomonide ripete due volte la stessa regola che lo studio dei bambini non si può interrompere neanche per la costruzione del Santuario?
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DIO VUOLE L’IMPEGNO O IL RISULTATO?
Al giorno d’oggi siamo tutti, chi più chi meno, dominati di lavoro quasi “drogati”. Molti ebrei sono persino convinti di non poter rispettare la mitzvà dello Shabbàt, proprio per l’incapacità psicologica di staccarsi dall’ufficio e dal cellulare il venerdì pomeriggio, in particolare d’inverno quando il sole tramonta presto.
Questo rapporto morboso con il lavoro, a lungo andare , può rivelarsi dannoso per la salute, i rapporti familiari e molti altri aspetti della vita altrettanto importanti. Prendersi una vacanza una volta la settimana per dedicare più tempo alla famiglia alla propria anima e allo studio della Torà , non è solo un banale consiglio, ma la chiave per una vita sana e equilibrata. Non a caso la Torà (il nostro dottore e manuale di vita) ci prescrive la “ricetta magica” di dedicare un giorno a nutrire la nostra ANIMA per mantenerla in sana ed equilibrata con il CORPO: due soci che sono spesso in conflitto.
Nell’augurarti buone vacanze ti riporto un commento sulla parashà di questa settimana che spero renderà più piacevole la tua interruzione estiva dal lavoro.
“MALATI DI LAVORO: NO ALLO STACANOVISMO!”
Nella parashà di questa settimana Moshè ripropone al popolo ebraico i Dieci Comandamenti che hanno ascoltato sul Monte Sinày. Moshè dice al popolo ebraico che:
“Per sei giorni lavorerai e compirai tutte le tue attività, ma il settimo giorno è Shabbat per l’Eterno, il tuo Signore…” ( Devarìm, 5, 13 – 14)
Hashèm comandò che oltre al riposo ebraico del settimo giorno, gli ebrei dovevano anche portare a compimento tutti i loro lavori dei sei giorni precedenti.
Quello di riposare il settimo giorno è un concetto che possiamo certamente comprendere, ma non c’è una persona tra noi che senta di aver sinceramente completato il proprio lavoro quando arriva il venerdì pomeriggio. Tutti lasciamo l’ufficio con le nostre caselle di posta che straripano, con innumerevoli e-mail che necessitano ancora di ricevere una risposta e diversi progetti in arretrato, rispetto alla tabella di marcia che ci SIAMO IMPOSTI NOI . Abbiamo anche una lista di cose da fare subito dopo il nostro giorno di riposo comandato.
Poiché HaShèm ci ha programmati per essere sempre attivi e produttivi, allora come è possibile comprendere il comandamento di completare tutto il nostro lavoro entro la fine della settimana?
La risposta potrebbe essere uno dei concetti più liberatori che sono mai stati presentati. Quando Hashèm ci comanda di portare a compimento tutte le nostre attività, dobbiamo comprendere che cosa significa la parola “attività”. La nostra attività è il nostro impegno, l’unica cosa che possiamo controllare, ma è Hashèm (e solo Lui) che controlla il risultato di questo sforzo. Così Hashèm ci chiede, nel settimo giorno, di completare il nostro IMPEGNO, NON il RISULTATO.
All’interno di questo concetto giace un messaggio cosi potente da cambiare le nostre vite: la quantità di cose che abbiamo da fare non finirà mai, quindi Hashèm ci dice che per sei giorni dobbiamo impegnarci al massimo per fare la differenza. Solo così il nostro “lavoro” può considerarsi concluso.
IL SETTIMO GIORNO, HASHÈM VUOLE CHE PRENDIAMO UN RESPIRO E SMETTIAMO DI COMPIERE UNO SFORZO DOPO L’ALTRO.
Quando si comprende questo concetto rivoluzionario, non ci si sentirà più sopraffatti, oppressi o stressati. Non saremo più ossessionati dalla montagna di lavoro che ci sta costantemente dinanzi.
A proposito, se uno si sente “fuori controllo” significa solo che sta trascorrendo troppo tempo assorbito dall’ansia di un risultato che non può né controllare né definire e che sta consumando la propria vita nel rancore.
Quando ci si focalizza solo sul proprio sforzo e non sul risultato, possiamo star certi di trovarci sulla strada felice di una vita equilibrata.
Ricordiamoci che possiamo solo fare la nostra parte per sei giorni impiegando lo sforzo adeguato, poi sediamoci per ricordarci chi ha davvero il controllo.
Comprendere e vivere questa realtà ci libererà dall’illusione che molti di noi chiamano “vita”, e ci permetterà di fare ingresso in quello che gli illuminati chiamano “paradiso” sia terreno che del mondo futuro.
NEVER UNDERESTIMATE THE NEED OF OUR SOUL!!!

 

 

 

Così come nel tuo cuore c’è un solo Dio, così anche nel nostro cuore c’è un solo Dio!
Un episodio riportato nel Talmud riguardante uno scambio tra Yakov e i suoi figli ci da un grande insegnamento sull’educazione.

Alcuni Punti della Lezione:

1. Perché lo “Shema Israel” ordina di insegnare ai figli, proprio in mezzo alla descrizione di come si deve studiare la Torà?

2. Qual è la differenza tra veshinantam e ulmadtem, che vogliono dire entrambi insegnamento, ma nel primo brano dello Shema si usa il primo e nel secondo l’altro.

3. Perché la Torà ci comanda di insegnare solo ai nostri figli e non a tutti?

4. Perché il Maimonide ripete due volte la stessa regola che lo studio dei bambini non si può interrompere neanche per la costruzione del Santuario?

Riassunto.

Così come nel tuo cuore c’è un solo Dio, così anche nel nostro cuore c’è un solo Dio!” Un episodio riportato nel Talmud riguardante uno scambio tra Yakov e i suoi figli ci da un grande insegnamento sull’educazione.

≈ ≈

Per effettuare il download della lezione AUDIO in ALTA qualità cliccare sul seguente link:

http://www.virtualyeshiva.it/files/10_07_22_vaetkhanan5770_educazionefigli_shema_9av.mp3

in memoria di mio nonno Shlomo ben Hana Bekhor

Chi volesse dedicare una lezione mp3 alla memoria o in onore di un lieto evento, può contattarmi shlomo@mamash.it

Rav Shlomo Bekhor

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DEVARIM 5779 : 2 LEZIONI + 5 LEZIONI SUL 9 DI AV

Questo Shabbàt 10 Agosto 2019, 9 del mese di AV 5779 leggeremo la Parashà di Devarìm. Shabbàt Chazòn
Deuteronomio 1: 1 – 3: 22
HAFTARÀ
Isaia 1: 1-27.

DEVARIM

Ci troviamo nella settimana del lutto per la distruzione del primo e secondo Santuario di Yerushalayim, per la quale effettuiamo questa domenica il digiuno del 9 di Av.
Questa settimana io sono in lutto perché l’anima di mio padre è ritornata al Creatore il 5 di Menachem Av – 6 Agosto all’età di 92 anni, ed è stato sepolto a Yerushalàyim, nella città santa dove ha tanto chiesto e voluto che il suo corpo riposi.
Il lutto ha tanti significati e non è solo un’usanza simbolica. Approfondiamo uno dei principali significati sia a livello micro (il mio lutto) che a livello macro (il Santuario).
Durante un lutto dobbiamo colmare il “vuoto” che si è creato a causa di un’anima che si è allontanata temporaneamente dal suo corpo dove viveva. Questo vuole dire che dobbiamo riempire gradualmente questo vuoto riflettendo sui valori che rappresentava la persona che adesso non vediamo più, le sue qualità che ci ha insegnato le dobbiamo amplificare e attuarle molto di più prima.
Facendo questo non solo si inizia a colmare il vuoto che si è creato ma molto di più, perché così la persona rimane viva sempre.
Infatti la vera vita di una persona è la sua missione che svolge in questo mondo per migliorarlo. Perciò quando i famigliari e gli amici migliorano le loro vite grazie agli insegnamenti che hanno ricevuto dalla vita e dal percorso di una persona, questo fa sì che si mantenga in vita l’essenza della persona, che è la sua missione, e così si inizia a colmare quel vuoto di una perdita importante.
Il mio maestro e mentore il Rebbe di Lubavitch aveva molto parlato nel 1988 dell’importanza di attuare le virtù di sua moglie Chaya Mushka quando era mancata. Mi ricordo come ripeteva in ogni discorso il verso nell’Ecclesiaste (cap 7, 2): E IL VIVO PRENDERÀ A CUORE [gli insegnamenti ricevuti dalla persona che non vediamo temporaneamente] – וְהַחַי יִתֵּן אֶל לִבּוֹ
Sugli insegnamenti da “prendere a cuore” da mio padre potrei scrivere un libro, questi sono i principali:
uomo di infinita bontà; viveva solo per aiutare il prossimo; uomo di fede esemplare; molto spirituale e mistico; sempre sorridente e positivo; il mondo materiale e i soldi non hanno mai condizionato la sua vita ed è sempre rimasto cosciente delle vere priorità del significato dell’esistenza. Egli era dedito alla famiglia in maniera totale; aveva una grande gioia di vivere; amava la Torà e la parola di Hashèm che erano la cosa più importante della sua vita: infatti anche davanti a un affare molto lucroso non si faceva dominare e veri valori rimanevano in ogni circostanza la sua priorità. Sempre riconoscente di tutto e di tutti diceva sempre grazie a Dio per quello che aveva; grande pioniere e coraggioso in ogni nuova iniziativa di bontà e di studio della Torà. Molto umile.
Ho tante storie per ognuno di questi insegnamenti di vita, ma condivido solo un racconto straordinario.
Siamo composti da 7 emozioni nella nostra anima e il primo è la bontà che ho imparato forse più di ogni altro attributo da mio padre Yakov ben Rachel Bekhor (vedi foto).
חסד – benevolenza.
Negli anni ottanta, quando mio padre viveva in Italia a Milano, veniva da Parigi una signora anziana e devota a delle istituzioni di educazione del Sinai a Parigi il cui nome inizia con la K e mio padre la aiutava con un offerta generosa, come faceva con tutti.
Un giorno è piombata la signora K nell’ufficio di mio padre, isterica perché aveva perso la sacca con tutti i soldi che aveva raccolto, un importo assai importante, che lei aveva impiegato diversi giorni per raccogliere (circa il valore di 5.000€ di oggi) ed era molto rattristita di questa perdita così rilevante.
Mio padre con molta freddezza capì subito la gravità della pena e perciò le chiese: «Prima di ridarti la sacca che hai perso e che credo di aver trovato devo identificare se i soldi sono i tuoi, per cui mi devi dire la somma, all’incirca quanto si trovava dentro, come segno identificativo». La signora K disse l’importo e mio padre le diede la somma che aveva perso e così la signora K se ne andò felice come se avesse vinto alla lotteria.
Il giorno dopo la signora K torna con la sua borsa originale e disse a mio padre che aveva trovato la sua borsa con i suoi soldi, per cui aveva capito che mio padre glieli aveva dati solo per sollevarla moralmente e disse: «Ho appena trovato la mia borsa dove l’avevo lasciata e perciò ecco i tuoi soldi che mi hai dato facendomi pensare che avevo lasciato qui la borsa. Ti sono molto grata per questa generosità ma rieccoti indietro i tuoi soldi che sono una grande somma!!».
Mio padre rifiutò di riprenderli e gli disse: «Quando si danno dei soldi per fare un’opera di bene questi non tornano indietro. Visto che Dio ha voluto che io ti aiutassi nella tua agonia quando eri disperata e non li trovavi vuole dire che Dio vuole che questi li dovevo dare a te perché le opere di bontà quando vengono fatte, non devono tornano indietro, perciò ti prego di tenere questi soldi!».
Questo era l’esempio di vita che ho imparato da mio padre Yakov ben Rachel Bekhor: è importante imparare che noi siamo nel mondo per fare del bene, per aiutarci l’uno l’altro.
A mio padre non piaceva quando lo si elogiava per questo non ho mai raccontato storie di lui, ma quando bisogna imparare insegnamenti di vita dopo che l’anima ci lascia, abbiamo il dovere di farlo per il l’elevazione dell’anima e imparare quanto di più dal suo esempio di vita.
Tutto questo si può farlo con gioia e non come se avessimo perso del denaro, bensì come se avessimo fatto il migliore investimento della nostra vita. Diceva sempre: «Quando dai ricevi molto di più dal Padre Eterno, come è scritto nella Torà».
Il Santuario di Gerusalemme che piangiamo questa domenica e per il quale digiuniamo è pronto in cielo a scendere al suo posto, dobbiamo colmare questo “vuoto” per il quale il mondo può esistere senza il Santuario, senza che il monoteismo sia rivelato. Non appena maturiamo la consapevolezza che il mondo non può continuare a nascondere la verità e che Hashèm deve rivelarsi nel mondo e in particolare nel Santuario, noi potremo così riempire il vuoto della mancanza del Santuario.
Come il Rebbe ci ha spiegato che solo vivendo la redenzione e desiderando fortemente che la verità si sveli a tutti, allora potremo meritare di costruire il Santuario spirituale dentro le nostre vite e da lì potremo costruire il terzo e ultimo Santuario.
La causa principale della distruzione del santuario era l’odio ingiustificato, per cui la medicina è l’amore gratuito.
Invito ogni amico e lettore a prendere un’iniziativa di amore e benevolenza in memoria di mio padre, per tenere vivi i suoi insegnamenti per riscostruire il Santuario presto nei nostri giorni. Vivere il creato come sarà nella redenzione, quando non ci sanno più i poveri perché ci sarà abbondanza nel mondo, non ci sarà più odio e gelosia, non ci saranno guerre e le armi saranno trasformate in strumenti per coltivare la terra, gli animali feroci diventeranno erbivori e non ci saranno più rapaci e tutti i morti si rialzeranno presto nei nostri giorni, amen.

che potremo meritare di vedere la consolazione di Gerusalemme e del mondo, quando questi giorni si trasformeranno nei giorno più felici dell’anno: veyehafhu yamim elu…
Rav Shlomo Bekhor

DEVARIM
Consiglio vivamente di vedere questo corto video che spiega in breve il significato della redenzione, in questi giorni del periodo che dobbiamo riflettere sulla mancanza del santuario:
NUOVA LEZIONE VIDEO DEVARIM 5778:
https://youtu.be/TDyhIrHhZy8
OGNI MONETA HA LE SUE DUE FACCIE!
Come si critica in maniera costruttiva?
Come mai Devarìm si legge sempre prima del 9 di Av il giorno della distruzione del Santuario.
Come mai i primi due Santuari sono stati distrutti e il terzo sarà eterno.
Un’antologia basata sulle prime 3 SEFIROT ci aiuterà a capire il valore di TIFERET:  la sefirà della luce dell’equilibrio e della perfezione che rappresenta la luce del terzo Santuario, la costruzione ETERNA.
Anche nel nome del Shabbat KHAZON che è lo Shabbàt prima del 9 di av troviamo questa doppia identità:
da una parte khazon è la visione del profeta Esaia dei peccati di Israèl e della distruzione del Santuario.
Dall’altra khazòn si riferisce alla visione che ogni ebreo potrà avere del terzo Santuario in questo Shabbàt come spiegato nella lezione video.
Come è possibile che la stessa parola racchiude due concetti opposti? Perché in ogni cosa, anche la peggiore, esiste l’altra faccia della moneta. Tutto dipende a cosa vogliamo dare risalto: chi cerca il negativo troverà quello; chi cerca il positivo troverà quello e sarà felice.
Avere una vita felice è come una miniera d’oro che dobbiamo custodire da tutti gli estranei (ladri) che vogliono sottrarcela, infatti le difficoltà e le sfide non sono altro che prove: dei trampolini per elevarci più in alto, in ebraico prova ed elevazione sono le stesse lettere, NISAYON.
Ognuno ha il libero arbitrio di scegliere la faccia della moneta giusta poiché:
NESSUNO AL MONDO HA IL DIRITTO DI TOGLIERCI LA FELICITÀ DELLA VITA!
—– —–
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2006/07/27/devarim-5766-il-corretto-rimprovero-nel-momento-giusto/
dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/06_07_27_devarim5766_rimproveromosheprimadimorire_nonumiliare_storiamogliehaninabentardion.mp3

IL CORRETTO RIMPROVERO, 

NEL MOMENTO GIUSTO!

I grandi insegnamenti di Moshè nella gestione delle relazioni con gli altri!
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Lezioni sul Devarim e Santuario e Tisha Beav:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/08/04/devarim-5772-2-lezioni/

REGOLE DEL DIGIUNO DI 9 DI AV

Ci troviamo nei giorni di lutto perché ci avviciniamo al giorno più sfortunato per Israél. Il Talmud elenca le principali 5 disgrazie. Le peggiori sono la distruzione dei due Santuari di Yerushalayim che noi piangiamo ogni anno. In realtà gli eventi negativi sono tantissimi. Ogni anno si aggiunge un altro mattone in questo palazzo negativo. Così come questi giorni si trasformeranno in giorni di grande gioia anche questa guerra si trasformerà in una grande e immediata vittoria.
Il nove di Av è stato spostato a domenica. Perciò il digiuno inizia dal tramonto di Shabbat pomeriggio.
Questo Shabbat pur essendo il nove di Av non si manifesta nessun lutto perché è Shabbat se non alcuni dettagli come rapporti coniugali e lo studio della Torà da metà del giorno di Shabbat.
Perciò le scarpe di gomma non si possono mettere finché non è finito Shabbat. Perciò si usa andare a casa a fare il terzo pasto con pane (senza alcun segno di lutto come l’uovo etc) e solo quando è finito Shabbat si dice la frase che chiude lo Shabbat (barukh hamavdil ben kodesh lekhol) e solo dopo si possono mettere queste scarpe.

Ti riporto qui di seguito un commento sulla parashà e una storia sul 9 di Av.

Storia Napoleone BET HAMIKDASH

Sappiamo che Napoleone era quasi come un messia per gli ebrei dell’epoca. Ovunque arrivava portava pace e democrazia agli ebrei.
Un anno vinse una battaglia l’ 8 di av ed entrò vittorioso in città la sera che era il 9; ma si stupì della non presenza degli ebrei. Si informò e gli dissero che gli ebrei erano al tempio in lutto. Rimase molto sorpreso di questa mancanza e chiese ma perché sono in lutto?
Per la distruzione del grande Santuario, gli risposero.
Allora Bonaparte si chiese: ma quanti anni fa è stato distrutto? 10-20 anni? Convinto che le persone che piangevano avessero visto il Santuario prima della distruzione. Gli dissero che era stato distrutto 1.700 anni prima. Egli non riuscì a digerire il fatto che, dopo così tanti anni ancora, tutto il popolo ogni anno il 9 di av soffrisse per questa tragedia.
Allora disse che, se dopo così tanti anni ancora lo piangevano, sicuramente prima o poi sarebbe stato ricostruito.
Perfino Bonaparte aveva capito che, se dopo quasi 2000 anni ancora non si dimentica questa disgrazia, vuol dire che presto ritornerà il Santuario.

Se l’ha capito Bonaparte cerchiamo di capirlo anche noi! Attendiamo con fervore la redenzione e speriamo che quest’anno non dovremo digiunare, poiché il 9 di Av verrà trasformato in bene, diventando il giorno più felice dell’anno, bimhera beyamenu, amen.

5 DIVIETI
Come di kippur anche per il 9 di av ci sono i 5 divieti: mangiare, lavarsi, profumarsi, calzare scarpe di cuoio e avere rapporti coniugali.

 

 

 

 

Ci troviamo nei giorni di lutto perché ci avviciniamo al giorno più sfortunato per Israél. Il Talmud elenca le principali 5 disgrazie. Le peggiori sono la distruzione dei due Santuari di Yerushalayim che noi piangiamo ogni anno. In realtà gli eventi negativi sono tantissimi. Ogni anno si aggiunge un altro mattone in questo palazzo negativo. Così come questi giorni si trasformeranno in giorni di grande gioia anche questa guerra si trasformerà in una grande e immediata vittoria.
Il nove di Av è stato spostato a domenica. Perciò il digiuno inizia dal tramonto di Shabbat pomeriggio.
Questo Shabbat pur essendo il nove di Av non si manifesta nessun lutto perché è Shabbat se non alcuni dettagli come rapporti coniugali e lo studio della Torà da metà del giorno di Shabbat.
Perciò le scarpe di gomma non si possono mettere finché non è finito Shabbat. Perciò si usa andare a casa a fare il terzo pasto con pane (senza alcun segno di lutto come l’uovo etc) e solo quando è finito Shabbat si dice la frase che chiude lo Shabbat (barukh hamavdil ben kodesh lekhol) e solo dopo si possono mettere queste scarpe.Qui di seguito un commento sulla parashà e una storia sul 9 di Av.Consiglio vivamente di vedere questo video in questi giorni finali del periodo che dobbiamo riflettere sulla mancanza del santuario:
https://www.youtube.com/watch?v=UeVDzbEBhw0Qui i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

DEVARIM
NUOVA LEZIONE VIDEO DEVARIM 5778:
https://youtu.be/TDyhIrHhZy8
OGNI MONETA HA LE SUE DUE FACCIE!
Come si critica in maniera costruttiva?
Come mai Devarìm si legge sempre prima del 9 di Av il giorno della distruzione del Santuario.
Come mai i primi due Santuari sono stati distrutti e il terzo sarà eterno.
Un’antologia basata sulle prime 3 SEFIROT ci aiuterà a capire il valore di TIFERET:  la sefirà della luce dell’equilibrio e della perfezione che rappresenta la luce del terzo Santuario, la costruzione ETERNA.
Anche nel nome del Shabbat KHAZON che è lo Shabbàt prima del 9 di av troviamo questa doppia identità:
da una parte khazon è la visione del profeta Esaia dei peccati di Israèl e della distruzione del Santuario.
Dall’altra khazòn si riferisce alla visione che ogni ebreo potrà avere del terzo Santuario in questo Shabbàt come spiegato nella lezione video.
Come è possibile che la stessa parola racchiude due concetti opposti? Perché in ogni cosa, anche la peggiore, esiste l’altra faccia della moneta. Tutto dipende a cosa vogliamo dare risalto: chi cerca il negativo troverà quello; chi cerca il positivo troverà quello e sarà felice.
Avere una vita felice è come una miniera d’oro che dobbiamo custodire da tutti gli estranei (ladri) che vogliono sottrarcela, infatti le difficoltà e le sfide non sono altro che prove: dei trampolini per elevarci più in alto, in ebraico prova ed elevazione sono le stesse lettere, NISAYON.
Ognuno ha il libero arbitrio di scegliere la faccia della moneta giusta poiché:
NESSUNO AL MONDO HA IL DIRITTO DI TOGLIERCI LA FELICITÀ DELLA VITA!
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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

Perché Non Siamo Moshe?

 

Nella sua ricapitolazione degli eventi passati, Moshe ricordò come aveva protestato con Ha-Shém, “Non sono in grado di sostenere da solo l’insistenza di questo popolo!” (Devarim 1:12). Come risultato, Ha-Shém consigliò Moshé di scegliere dall’assemblea degli uomini saggi affinché lo aiutassero nei suoi compiti.

A prima vista quest’episodio sembra in qualche modo confuso. Avrebbe potuto Moshé essersi considerato incapace di giudicare il popolo? Proprio lo stesso Moshé che aveva eseguito miracoli per il popolo? Perché all’improvviso si era rivelato necessario fornirgli degli assistenti? Forse che la sua grandezza era diminuita?

Moshe era rimasto un leader forte e potente nei suoi ultimi giorni così come lo era stato quando aveva capeggiato l’esodo dall’Egitto. Tuttavia, Ha-Shém sentì che non sarebbe stato positivo per Moshé monopolizzare il manto della leadership. Se Moshé fosse rimasto l’unico giudice di Am Israél, singoli ebrei avrebbero potuto pensare: “Qual’è l’utilità di cercare di raggiungere le grandi altezze? Dopo tutto, chi può innalzarsi al livello di Moshé Rabbenu?”

Che quest’approccio sia sbagliato è stato dimostrato dalla nomina dei 70 Anziani. Vero, essi non potevano sperare di eguagliare il livello di statura di Moshé, ma a loro modo, anch’essi, raggiungevano la vetta della distinzione. Ciò dimostrava a tutto Am Israél che vi sono molti livelli di grandezza e che ogni individuo ha l’opportunità di raggiungere il proprio grado di importanza. Colui che dona in Tzedakà, o colui che fa visita ai malati può non ricevere il rispetto riservato ad un Grande della Generazione. Ma al loro livello, essi hanno fatto uso delle potenzialità loro donate per mostrare grandezza. È compito di ogni individuo scoprire come può meglio utilizzare i propri talenti per servire Ha-Shém e il popolo ebraico. Se egli soddisfa il proprio potenziale al meglio nel prestare assistenza, per esempio, o insegnando a bambini, allora merita gli onori accordati ad un leader della Torà, e non può mai dire che la grandezza sia lontana da lui.

 

Una storia ben conosciuta ci é raccontata da Reb Zusha. Egli diceva spesso che dopo che una persona muore e sale in cielo per il giudizio, dovrà difendere le sue azioni e comportamento passati. Ma a una persona non sarà mai chiesto perché non sia stata grande come Moshé, o istruita come rabbi Akiva. Ha-Shém ha dato ad ogni individuo capacità diverse e di conseguenza, non da tutti ci si aspetta che diventino Moshé.

Tuttavia, ad ogni uomo sono state date certe abilità. Gli sarà quindi richiesto di spiegare perché non abbia fatto uso delle doti concessigli da Ha-Shém al massimo possibile. Dovrà giustificare la sua perdita di tempo ed energia. Gli sarà chiesto di mostrare perché non abbia raggiunto il più alto livello di spiritualità che le sue abilità consentivano.

La sola persona alla quale l’individuo sarà paragonato è se stesso. È stato grande come avrebbe potuto diventare?

Questo è tutto ciò che Ha-Shém ci richiede.

Storia Napoleone BET HAMIKDASH

Sappiamo che Napoleone era quasi come un messia per gli ebrei dell’epoca. Ovunque arrivava portava pace e democrazia agli ebrei.
Un anno vinse una battaglia l’ 8 di av ed entrò vittorioso in città la sera che era il 9; ma si stupì della non presenza degli ebrei. Si informò e gli dissero che gli ebrei erano al tempio in lutto. Rimase molto sorpreso di questa mancanza e chiese ma perché sono in lutto?
Per la distruzione del grande Santuario, gli risposero.
Allora Bonaparte si chiese: ma quanti anni fa è stato distrutto? 10-20 anni? Convinto che le persone che piangevano avessero visto il Santuario prima della distruzione. Gli dissero che era stato distrutto 1.700 anni prima. Egli non riuscì a digerire il fatto che, dopo così tanti anni ancora, tutto il popolo ogni anno il 9 di av soffrisse per questa tragedia.
Allora disse che, se dopo così tanti anni ancora lo piangevano, sicuramente prima o poi sarebbe stato ricostruito.
Perfino Bonaparte aveva capito che, se dopo quasi 2000 anni ancora non si dimentica questa disgrazia, vuol dire che presto ritornerà il Santuario.

Se l’ha capito Bonaparte cerchiamo di capirlo anche noi! Attendiamo con fervore la redenzione e speriamo che quest’anno non dovremo digiunare, poiché il 9 di Av verrà trasformato in bene, diventando il giorno più felice dell’anno, bimhera beyamenu, amen.

5 DIVIETI
Come di kippur anche per il 9 di av ci sono i 5 divieti: mangiare, lavarsi, profumarsi, calzare scarpe di cuoio e avere rapporti coniugali.

DEVARIM 5770 – ISRAELE: PERCHE’ ABBIAMO PAURA DI DIRE LA VERITA’?
Talvolta copriamo la verità, o forse è lei che ci copre e protegge!

DEVARIM 5766 – IL CORRETTO RIMPROVERO, NEL MOMENTO GIUSTO!
I grandi insegnamenti di Moshè nella gestione delle relazioni con gli altri!

9 DI AV 5778

SHABBAT DELLA VISIONE + 2 lezioni precedenti sul TERZO SANTUARIO!
Lo Shabbat che precede il 9 di Av, giorno di digiuno per la duplice distruzione del Sacro Tempio, viene definito “Shabbat della visione” in quanto è tradizione leggere un capitolo dal libro dei Profeti (Isaia 1,1 – 27) che inizia con “La visione di Isaia…”

TERZO SANTUARIO 5768 – TERZO SANTUARIO: LA STRUTTURA!
Approfondimento sulla struttura del Terzo Santuario.

TERZO SANTUARIO 5768 – TERZO SANTUARIO: PERCHE’ SARA ETERNO?
Anche se l’Haftarà è molto negativa , perché si occupa della distruzione del Santuario, lo studio della struttura del Beit Hamikdash equivale ad una vera e propria ricostruzione.

9 DI AV 5769 – PERCHE AGLI EBREI PIACE POLEMIZZARE?
Due percorsi di come interpretare il midrash che mette in parallelo i 3 EKHA: MOSHE, YESHAYA, YIRMIYA!

9 DI AV 5768 – UN DIGIUNO PER RICORDARE
Il nove di Av si digiuna per 25 ore (come a kippur) per ricordare la duplice distruzione del Tempio di Gerusalemme, ma non solo.

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Mattòt e Mas’è 5779 : 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 3 Agosto 2019, 2 del mese di Av 5779 leggeremo le Parashot di Mattòt e Mas’è Numeri 30: 2 – 36: 13
HAFTARÀ

Italiani: Giosuè 19: 51 – 21: 3;

Sefarditi: Ger. 2,4-28; 4,1-2

Ashkenaziti: Geremia 2,4-28; – 3,4

Shabbàt Shim’ù

oggi è un giorno speciale poiché è il Rosh Khodesh di Menachem Av.
Perciò nella preghiera aggiungiamo aggiungiamo il Hallel e il Mussaf e yaale veyavò.
In aggiunta oggi è anche l’anniversario del fratello di Moshè: AHARON HAKOHEN. Il suo esempio di seminare la pace tra le persone è unico nella storia dell’umanità.
Da questo giorno iniziano alcune regole di lutto per la distruzione del santuario (alcuni applicano queste regole solo nella settimana del nove di Av, che quest’anno cadendo di domenica non sono applicate secondo alcune opinioni):
non mangiare la carne non tagliare barba e capelli meglio anche le unghie, indossare abiti lavati e tanto altro perciò cerchiamo di fare prima di Shabbat questi bisogni come indossare le camicie che ci serviranno così non saranno come abiti nuovi.
Stiamo vivendo le 3 settimane di lutto, iniziate con il 17 di Tammuz e culminanti nel 9 di Av, in memoria della distruzione di Gerusalemme e i due Sacri Templi.
La Chassidut  riflette sul concetto di lutto. Alcuni detti Chassidici insegnano che:
“Non c’è niente di così  complesso, quanto un cuore spezzato” (detto Chassidico).
“La depressione non è un peccato, ma ciò che può fare la depressione, nessun peccato riesce” (detto chassidico).
La tristezza è un male? La Chassidut distingue tra due tipi di dolore: merirut, un dolore costruttivo, e atzvut, un dolore distruttivo.
Merirut è il disagio di chi non solo riconosce i propri difetti, ma si preoccupa per loro, di chi si addolora dei torti che ha commesso, oltre che sulle sue occasioni mancate e sul suo potenziale non realizzato, che si rifiuta di diventare indifferente a ciò di cui è carente sè stesso e il suo mondo.
Atzvut invece è il disagio di chi è disperato, per sé stesso e il suo prossimo, la cui malinconia lo ha svuotato di speranza e di iniziativa, venendo trascinato da esso verso la passività e la depressione.
Merirut è un trampolino di lancio per l’auto-miglioramento; atzvut è un pozzo senza fondo in cui si sprofonda.

Speriamo presto di vedere la redenzione presto nei nostri giorni e che l’amore e la pace regneranno per sempre.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

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Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
IN ANTEPRIMA PER LA PRIMA VOLTA LA PARASHA DI MATTOT DI QUESTA SETTIMANA DAL NUOVO LIBRO:
www.virtualyeshiva.it/files/kodesh/09_mattot.pdf
Si consiglia di stampare le pagine del pdf per poterlo studiare di Shabbat.
Ideale stampare 2 pagine in una foglio A4 fronte e retro per cui saranno solo 16 pagine.

(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr che ha bisogno di tanti soci per essere pubblicato)

MATTOT – MASEI
DUE LEZIONI VIDEO NUOVE IMPERDIBILI:
Un Conflitto Eterno di Visioni Opposte tra Israel e il mondo! (prima puntata)
Un Conflitto Eterno di Visioni Opposte tra Israel e il mondo! (seconda puntata)
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REUVEN E GAD:
SPIRITUALITA TOTALE MA COMPLEMENTARE

Due persone possono fare cose che sembrano identiche ma in realtà sono diametralmente opposte.

A volte piccole differenze possono evidenziare un’altra prospettiva!

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
www.virtualyeshiva.it/2011/07/20/mattot-5771-reuven-e-gad-spiritualita-totale-ma-complementare/

Dal seguente link puoi scaricare direttamente sul tuo portatile la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/11_07_20_mattot5771_reuvengad_spiritualita_complementare.mp3

Dal seguente link puoi vedere la lezione direttamente sul tuo portatile:

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http://www.virtualyeshiva.it/2019/08/01/mattot-e-mase-5772-6-lezioni/

MATTOT: 3 ARGOMENTI

PER ENTRARE IN ISRAELE

Panoramica di Mattòt
La parashà di Mattòt tratta tre temi principali: le leggi relative ai voti e ai giuramenti, la guerra contro Midyàn e l’insediamento delle tribù di Reuvèn e Gad.
Il secondo e il terzo di questi tre argomenti si adattano bene al flusso storico della Torà. La guerra contro Midyàn è il terzo e ultimo atto nel dramma dello scontro di Israèl con l’alleanza Moabita – Midyanita la cui storia è iniziata nella parashà di Balàk. L’insediamento delle due tribù di Reuvèn e Gad coincide con la fase successiva alla conquista della Terra di Israèl, iniziata alla fine della parashà di Khukkàt e che continua attraverso il libro di Yehoshù’a e oltre.
In questo contesto cosa c’entrano le leggi dei voti e dei giuramenti? Parimenti agli altri passaggi legali della Torà, ci aspetteremmo di trovare queste norme in Esodo o Levitico. Allora perché sono qui? Perciò è necessario che queste leggi abbiano una particolare rilevanza per il tema della conquista e della colonizzazione della Terra di Israele. Ciò sarà chiaro quando esamineremo gli eventi che hanno preceduto questa parashà e che hanno portato a essa.
Come abbiamo spiegato in precedenza, la caduta del popolo ebraico nell’idolatria di Pe’òr e la sua prostituzione con le donne moabite – midyanite, in realtà inizia come un fraintendimento circa la tipologia di rapporto da stabilire col mondo fisico. Israèl sapeva che la generazione dei suoi genitori era stata condannata a vivere nel deserto per quaranta anni (dopo l’incidente delle spie), perché aveva preferito evitare le sfide del mondo terreno. Ora, stando sulla soglia della Terra Promessa, Israèl era pronto ad accettare questa sfida e aveva deciso di non ripetere gli errori dei suoi genitori: era pronto ad affrontare la materialità del mondo fisico e a pervaderla della coscienza di Dio, poiché questo è lo scopo della redenzione dall’Egitto e della creazione del mondo.
Tuttavia, l’impetuoso entusiasmo degli israeliti li portò a sbagliare e ignorarono la necessità di essere cauti. Come l’errore che avevano fatto Eva e Adamo con il frutto dell’albero della conoscenza, quando caddero nella trappola di sopravvalutare la loro santità, pensando che la loro sublime coscienza spirituale e il loro fervore per Hashèm li avevano resi invincibili e immuni dalle macchinazioni del male.
Israèl sapeva che lo scopo della vita era di trasformare tutta la realtà in una casa per Hashèm, e poiché aveva imparato dalla conversione di Yitrò e dalle profezie di Bil’àm che, affinché ciò accadesse, anche gli elementi più bassi e profani della realtà dovevano essere elevati in santità (vd. panoramica di Balàk). Quindi ragionarono sul fatto che anche loro dovevano sperimentare queste pericolose, ma potenti energie di passionalità e di spiritualità profana allo scopo, naturalmente, di elevarle nella santità.
Ma ovviamente si sbagliavano, perché togliere ogni barriera e rischiare tutto non è la strada vincente. Per combattere il male si deve avere un orientamento totalmente opposto a questo, proprio come Pinekhàs ha dimostrato efficacemente. Anche se non dobbiamo evitare la sfida di confrontarci con la materialità (come le spie), dobbiamo, tuttavia essere adeguatamente consapevoli del suo potenziale nel deviare e corrompere le nostre intenzioni.
Da qui la pertinenza delle leggi dei voti e dei giuramenti: attraverso queste norme una persona può stabilire dei confini per se stesso, dove sente di averne bisogno, come spiegheremo più avanti.
Il successivo argomento di questa parashà, la guerra contro Midyàn, può ora essere visto come un logico seguito dalle leggi dei voti e dei giuramenti, le cui norme sono la correzione spirituale dell’errore di Pe’òr e la battaglia con Midyàn è lo sforzo per sradicare la fonte di questo errore.
Anche la fine della parashà con l’insediamento delle tribù di Reuvèn e Gad è uno sviluppo dello stesso tema. Queste tribù desideravano stabilirsi nel territorio che Moshè aveva conquistato da Sikhòn e ‘Og, sul lato orientale del fiume Giordano. Hashèm non voleva che gli ebrei si stabilissero in questa terra a questo punto della storia. Tuttavia queste tribù arrivarono alla conclusione che la santità della Terra di Israele vera e propria fosse superiore a quella della terra fuori dai suoi confini; perciò, era cruciale elevare anche la terra profana. La loro argomentazione era quindi una variazione sullo stesso tema di prima. Questa volta, però, avevano parzialmente ragione, come si accorse Moshè. La loro visione è per noi una lezione importante, in merito alla nostra relazione con il mondo fisico.
Tutti e tre i temi della parashà Mattòt, quindi, sono importanti per l’imminente ingresso nella Terra di Israele. Anche sul piano personale, essi sono rilevanti individualmente per ciascuno di noi sia a livello micro, nel nostro incontro con il mondo materiale che, in particolare, per la nostra generazione, poiché siamo alla fine della rettificazione della materia e sulla soglia della Redenzione messianica, in procinto di entrare eternamente in Israèl.
Questo spiega come il nome della parashà Mattòt, possa essere usato come nome per l’intera parashà. Il termine in sé significa “tribù”, ma nella Torà ci sono due parole utilizzate per “tribù”: una è mattòt e l’altra e shèvet. È interessante notare che entrambi i sinonimi di “tribù” sono anche sinonimi di “ramo d’albero”. Proprio come i rami derivano da un tronco d’albero, ogni “tribù” è un ramo o una divisione del popolo ebraico radicato nel suo antenato comune (in questo caso Giacobbe).
La differenza tra i due sinonimi è che, mentre shèvet si riferisce a un ramoscello morbido e pieghevole, mattè (il singolare di mattòt) si riferisce a un bastone rigido e duro. Lo shèvet deve la sua flessibilità al fatto che è stato tagliato dall’albero di recente (o meglio ancora è collegato a esso), in contrasto con il mattè, che è stato da tempo tagliato dall’albero e ha quindi perso la sua elasticità. Così shèvet si riferisce alla tribù di Israèl (e a ogni singolo membro) quando è coscientemente connessa alla sua fonte, mentre il “mattè” si riferisce alla stessa tribù (e a ogni singolo membro) quando non è così consapevolmente connessa.
Spiritualmente, lo shèvet si potrebbe riferire all’anima prima che scenda nel corpo, quando essa è pienamente consapevole della divinità e della sua stessa connessione con la sua fonte. Quindi mattè si riferisce all’anima quando entra nel corpo e perdendo questa connessione cosciente – almeno temporaneamente – è incaricata di elevare il corpo e la porzione del creato che è sotto la sua competenza.
Proprio attraverso la sua discesa nella materialità (entrando nella terra promessa, oppure quando l’anima entra nel corpo) e l’allontanamento apparente dalla sua origine divina, l’anima scopre di avere una forza molto più grande che le permette di rimanere connessa alla sua fonte, anche nel buio. Questo livello di connessione incondizionata di solito è nascosto e si manifesta solo quando si ha bisogno di esso. Questa forza di volontà nella nostra devozione ai principi e nella resistenza al male, è simboleggiata con l’inflessibilità di un bastone indurito che non si fa condizionare dall’esterno. Non a caso, proprio quando Israèl sta per scendere nella materia, in questa parashà troviamo il nome Mattòt.
Se avremo successo, potremo affrontare con sicurezza le sfide della vita e procedere nel realizzare il nostro scopo sulla terra e trasformare la realtà in una casa per Lui, come era stato voluto da Hashèm[1].

[1] Basato su Reshimòt 51 e Likuté Sikhòt vol. 18 p. 382; vol. 28 p. 281, ecc.
(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr che ha bisogno di tanti soci per essere pubblicato)
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Storia: Il Pozzo e Il Ratto
All’inizio della parashà di Mattòt si parla di voti e dell’importanza di onorarli (vedi lezione online ampiamente) una volta assunto l’impegno. I primi versetti parlano infatti delle leggi concernenti la formulazione di un voto e il suo annullamento. Mentre una persona non può sciogliere un proprio voto, in alcuni casi altri possono farlo per lui. In particolare, il padre può prosciogliere la figlia minorenne e il marito può annullare il voto della moglie.
Ti riporto un famoso racconto narrato nel Talmud che ci fa capire l’importanza dei voti e delle spiacevoli conseguenze alle quali si può andare incontro se non si rispettano.
Un giorno una ragazza, facendo ritorno alla propria casa, cadde in un pozzo. Disperata comincia ad urlare per chiedere aiuto. Finalmente arriva un giovane che dice di essere disposto a salvarla, ma solo alla condizione che lei prometta di sposarlo (proprio un opportunista ndr). Pur di uscire dal pozzo la ragazza accetta ed entrambi giurano di volersi sposare reciprocamente prendendo come testimoni un ratto che era li di passaggio e lo stesso pozzo. Diventano così “Promessi Sposi”.
Con il passare del tempo la ragazza rimane fedele al giuramento non accettando proposte da alcuno, il giovane invece si comporta con più leggerezza e finisce per sposare un’altra donna (proprio un classico ndr).
La coppia ha un primo figlio che tuttavia muore morso da un ratto. Successivamente ne ha un secondo, che però muore cadendo in un pozzo.
La moglie si rivolge al marito sospettando che vi sia qualcosa di strano. A quel punto egli si ricorda dell’accaduto e del giuramento fatto alla ragazza. La moglie decide che è meglio divorziare e che lui sposi la ragazza del pozzo per tener fede al giuramento fatto.
Solo mantenendo il suo voto precedente il ragazzo riesce a creare una famiglia e avere una vita serena. Spesso eventi o promesse del passato possono disturbare il nostro equilibrio di vita e, senza che noi ce ne accorgiamo, farci del male. Per risolverlo dobbiamo andare a scovare la radice del problema: il fuoco si può spegnere solo dalla radice!!! (Talmud Taanit pag 8)

 

 

 

Il grande maestro Arì chiamato il “santo” ci insegna riguardo la collera una lezione di vita molto importante.
Dal verso di questa parashà:
“Moshè non potè più insegnare le leggi a causa della collera provata” (da Rashì cap 31, verso 21)
dice l’Arì Hakadosh che la collera un peccato più grave di qualunque altro. Infatti, quando una persona commette una trasgressione, di qualunque genere, la sua anima rimane comunque nel corpo. Quando invece la persona è in collera è molto più grave: la sua anima lo abbandona per lasciare il posto a un’anima “esterna” che lo possiede. Ciò spiega il motivo per cui, lasciandosi trascinare da questo sentimento, la persona tende a dimenticare la Torà studiata, a causa della “dipartita” della propria anima originale.
Shà’ar Hayikhudìm
(continua sotto…)

Riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
MATTOT
Al seguente link troverai la lezione di PINKHAS SPAZIALE in formato mp3:
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http://www.virtualyeshiva.it/files/09_07_16_mattot5769_fuoco_acqua_tikkun_tohu_trevolte_markhakefula.mp3

3 TIPI DI ALCOL DIPENDENTI!Una melodia particolare che si ripete solo 5 volte. Tre volte si ripete in casi simili ma diversi, qual è il significato?

Alcuni Punti della Lezione:

1. Ti piace ubriacarti? Perché?
2. La tua tensione la vivi al positivo o al negativo?
3. Qual è la strada per trovare equilibrio nella vita?
4. Perché oggi domina olam hatikun (mondo della rettificazione), invece nell’era messianica dominerà olam hatohu  (mondo del disordine)?

5. Cosa rappresentano le melodie della Torà, e perché markha kefula viene riportato in tutta la Torà solo 5 volte in casi particolari apparentemente non legati fra di loro.

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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.Per ascoltare le altre 6 lezioni su Mattot cliccare al seguente link:http://www.virtualyeshiva.it/2014/07/11/mattot-e-mase-5772-6-lezioni/

Collera e Dimenticanza

“Riguardo alla questione del carattere irascibile [da lei sollevata], in particolare della collera: questa debolezza si può controllare meditando sul versetto “Ho posto Hashèm davanti a me sempre” (Tehillìm 16, 8), che è anche la frase con cui apre lo Shulkhàn ‘Arùkh, il codice di norme che regolano la condotta quotidiana dell’ebreo. Meditando sul fatto che ci si trovi sempre, in ogni momento, in presenza di Hashèm, è difficile cadere tanto in basso, fino a lasciarsi trascinare dalla benché minima manifestazione di collera”.
(Estratto da una lettera del Rebbe di Lubavitch del 5733-1973)
***
Storia khassidica
Rabbi Mordekhay di Nishkhiz desiderava moltissimo uno tzitzìt fabbricato con lana proveniente da Israele e con grandi sforzi i suoi khassidìm riuscirono a procurargliela. Lo tzaddìk consegnò quindi il tessuto a uno dei suoi discepoli, affinché glielo cucisse. Tuttavia, per errore, il sarto piegò male il tessuto e il risultato fu… due scolli invece di uno solo rovinando l’abito! Il poveretto, colto dal panico per lo sbaglio commesso, provò grande timore per la collera che il suo rabbino avrebbe probabilmente provato. Lo tzaddìk tuttavia gli disse, confortandolo: «Di che hai paura? Sono veramente necessari due scolli: uno per lo tzitzìt stesso e l’altro… per mettere alla prova Mordekhay e vedere se si lascerà trascinare dalla collera oppure no!»
Tzohàr Lattevà
(Estratto dal nuovo libro della Torà di Bemidbàr in italiano)

MATTOT E MASSE

MATTOT 5771 – REUVEN E GAD: SPIRITUALITA TOTALE MA COMPLEMENTARE
Due persone possono fare cose che sembrano identiche ma in realtà sono diametralmente opposte. A volte piccole differenze possono evidenziare un’altra prospettiva!

MATTOT 5770 – MEGLIO FIDANZATO O SPOSATO?
Quando i vizi e le addizioni sono troppo forti da vincere bisogna trovare delle “armi” superiori per poter far fronte alla situazione.

MATTOT 5769 – 3 TIPI DI ALCOL DIPENDENTI!
Una melodia particolare che si ripete solo 5 volte. Tre volte si ripete in casi simili ma diversi, qual è il significato?

MATTOT 5768 – BEN HAMEZARIM: TRASFORMAZIONE IN POSITIVO!
Il significato della trasformazione associato a tutti i concetti della parashà e al periodo del Ben Hamezarim.

MASSE 5771 – PARADOSSO DEL DOLORE!
Le limitazioni come incentivo al miglioramento!

MATTOT/MASSE 5766 – L’IMPORTANZA DELLA PAROLA!
I motivi per cui non bisogna giurare il falso e adempiere sempre ai propri voti.

Pubblicato in Mase, Matot, Parashot | Lascia un commento

PINKHAS 5779 : 3 LEZIONI

Questo Shabbàt 27 Luglio 2019, 24 del mese di TAMMUZ 5779 leggeremo la Parashà di Pinkhàs.

Shabbàt numeri 25: 10 – 30: 1

Haftarà Mattot – Italiani: Gios. 13, 15-33

Haftarà Divrei: Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti: Ger. 1, 1-2, 3

La vita ci preserva tanti imprevisti e tante sfide. Si rischia di interpretare gli ostacoli in maniera negativa, ma in realtà è solo una nostra interpretazione. Gli eventi di per sé non sono negativi, è la nostra scelta di interpretarli negativi che li fanno diventare negativi.
Se decidiamo di vederli in chiave positiva saranno positivi e non ci creeranno disagio.
LA VITA E’ BELLA E CORTA il più grande dono che abbiamo e non possiamo sprecarla perché ci lasciamo guidare dalla negatività, come quelli che riescono a vedere solo il mezzo bicchiere vuoto e sono sempre tristi.
IL NOSTRO MANUALE DI VITA LA TORA’ ci insegna proprio come fare a scegliere di guardare il mezzo bicchiere pieno e di essere ricchi di gioia e di vita, sempre armoniosi e sereni, sempre produttivi e tenaci, perché non esistono eventi tristi: SIAMO NOI A FARLI DIVENTARE TRISTI.
SCEGLIAMO DI ESSERE FELICI DALLA STORIA DI PINEKHAS!!!
(riassunto della nuova lezione)
Sul seguente link si trova questa lezione di vita fondamentale:
Pinekhas: LA PECORA NERA!
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ogni macchina ha bisogno del SUO MANUALE di utilizzo. Anche l’uomo ha bisogno del suo manuale d’uso che è la Torà.
Senza seguire le istruzioni si può cadere nelle trappole delle prove quotidiane.
In realtà tutto viene da Hashem per il nostro bene ma se ci lasciamo soccombere dai problemi rischiamo di cadere mentre le prove non sono delle trappole ma dei trampolini per salire in alto.
Un esempio di questo insegnamento lo troviamo in uno dei racconti della parashà di questa settimana che ti riporto qui sotto.
Un fantastico approfondimento di vita sul periodo che viviamo e su Mashiàkh.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
PINEKHAS
Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/07/09/pinkhas-5769-i-saggi-discutono-quale-e-la-base-dellebraismo/
Dal seguente link puoi scaricare direttamente sul tuo portatile la lezione di Pinkhàs di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_07_09_pinkhas5769_sacrificioquotidiano_base_ebraismo.mp3
I SAGGI DISCUTONO: 

QUALE E’ LA BASE DELL’EBRAISMO?

Sappiamo che la Torà ha rivoluzionato il mondo a livello di filosofia, sociologia e psicologia.
Vediamo di capire insieme questo concetto in rapporto al sacrificio dell’agnello quotidiano mattina e sera

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Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

YEKHIDA AUTOSACRIFICIO:

QUINTO LIVELLO DELL’ANIMA

Panoramica di Pinekhàs
La Parashà di Pinekhàs si apre con la continuazione della storia, che ha avuto inizio alla fine della precedente parashà di Balàk. Come abbiamo già sottolineato, il racconto di Pinekhàs è una parte della più ampia storia dell’incontro del popolo ebraico con l’alleanza moabita-midyanita, alla vigilia del suo ingresso nella Terra di Israele.
Dopo aver descritto la ricompensa di Pinekhàs per aver fermato sia l’improvviso declino morale del popolo ebraico che la piaga divina che ne derivò, la Torà procede a descrivere il censimento causato dalla decimazione generata dal flagello. Questo censimento funge da prologo alla successiva discussione di questioni pertinenti alla conquista della Terra Promessa, in quanto la terra deve essere divisa in base ai risultati del conteggio.
Dopo il censimento, la Torà discute:
• le leggi dell’ereditarietà,
• il passaggio del comando da Moshè a Yehoshù’a,
• i sacrifici pubblici giornalieri e quelli festivi supplementari da offrire nel Santuario.
Sappiamo che il nome di una parashà si applica a tutto il suo contenuto, non solo alla sua parte iniziale. Quindi la domanda è: che cosa hanno a che fare il censimento, le leggi dell’ereditarietà, il passaggio del comando e le offerte quotidiane e festive con Pinekhàs? Inoltre, perché la storia di Pinekhàs si divide tra la fine della parashà precedente e l’inizio di questa? Sarebbe stato più logico concludere la storia (che richiede solo pochi versi, dopo tutto) alla fine della parashà di Balàk e iniziare la successiva parashà con il censimento. È vero, il censimento è stato reso necessario dagli eventi della storia di Pinekhàs, ma esso è collegato con l’imminente conquista di Israèl e quindi si inserisce bene con questo argomento successivo.
Per capire questo, ricordiamo che nella panoramica della precedente parashà, la Torà descrive dettagliatamente la storia di Balàk perché ci sono lezioni da imparare che sono essenziali per gli ebrei prima che essi entrino nella Terra di Israèl (in particolare, queste erano le profezie messianiche e l’idea che l’imperativo messianico dovesse essere applicato anche agli aspetti più bassi del creato). Allo stesso modo, la Torà descrive il secondo atto del dramma della vicenda di Moàb – Midyàn e la storia di Pinekhàs, per trasmettere una lezione essenziale che gli ebrei imparino prima di entrare nella Terra di Israele (e che noi impariamo per riuscire a entrare nelle nostre “terre promesse” personali su piccola scala), così anche per accelerare l’ingresso definitivo nella Terra Promessa con l’avvento del Messia.
Qual è questa lezione?
Ironicamente si potrebbe dire, e forse inizialmente anche in modo preoccupante, è che la nostra devozione a Hashèm non deve essere limitata dalla Torà. Quando Pinekhàs uccide Zimrì e Kozbì, si consulta prima con Moshè, il quale gli dice che sebbene la Torà permetta, a chi è sopraffatto dallo zelo, di uccidere qualcuno sorpreso nell’atto di un rapporto intimo immorale[1], questa è “una legge che non viene insegnata”, cioè nessuno può essere istruito a fare questo[2]. In realtà, i saggi disapprovano un simile atto. Inoltre, il colpevole è autorizzato a uccidere l’uomo zelota (colui che è zelante, geloso per una cosa) per autodifesa[3]. In altre parole, uccidendo Zimrì, Pinekhàs stava facendo qualcosa che non gli era richiesto dalla Torà, che era disapprovata dai saggi ed egli ha messo a rischio anche la sua stessa vita.
Tuttavia, agendo per zelo e ignorando la voce della prudenza, Pinekhàs mise fine al comportamento peccaminoso del popolo, sospese la piaga che lo stava decimando e guadagnò il sacerdozio per se stesso e la sua progenie. Chiaramente egli ebbe ragione.
Per comprendere appieno le implicazioni di ciò, dobbiamo esaminare più da vicino la triplice connessione tra Dio, la Torà e Israèl.
La Torà, lo sappiamo, è il libro di istruzioni di Hashèm per il creato in generale e per il popolo ebraico in particolare. Ci insegna come relazionarci con il mondo e realizzare qui il nostro scopo.
La Torà ci trasmette queste lezioni attraverso il nostro intelletto. Leggiamo la Torà, comprendiamo ciò che dice e la seguiamo. Se non capiamo parti di essa, continuiamo a studiarla e a cercare istruzioni dai suoi insegnanti finché non la comprendiamo. Eppure sicuramente il legame con Hashèm è superiore al legame che possiamo filtrare attraverso il nostro intelletto. Come abbiamo notato in precedenza, esiste una dimensione spirituale della relazione tra Hashèm e Israele, trasmessa attraverso la Torà, che trascende, oltrepassa ed è completamente al di sopra della dimensione dell’intelletto. L’essenza interiore dell’ebreo è legata soprarazionalmente a Dio, e se le conseguenze di questo legame non sembrano sempre razionali, questo non deve sorprenderci o scoraggiarci.
In altre parole, la Torà parla al nostro intelletto, ma allo stesso tempo apre le finestre alla dimensione sovra-intellettuale della nostra relazione con Hashèm. Le Sue richieste su di noi sono esteriormente razionali, ma sublimemente sovrarazionali.
Apparentemente, la Torà richiede che sacrifichiamo le nostre vite solo in certi casi. Se qualcuno minaccia di ucciderci se non commettiamo un atto di adulterio, idolatria o omicidio, siamo costretti a rinunciare alle nostre vite piuttosto che compiere queste colpe. Oppure anche nel caso in cui il regime al potere ha dichiarato una guerra totale alla Torà e vieta di osservare i suoi precetti, allora siamo tenuti a rischiare la vita in qualsiasi modo pur di osservarli. In tutti gli altri casi, tuttavia, non siamo tenuti a sacrificare le nostre vite e, di fatto, dobbiamo trasgredire le leggi della Torà per rimanere in vita. Quando la Torà richiede che sacrifichiamo le nostre vite, è perché in questi casi è ragionevole: in queste circostanze il sacrificio di sé è razionale.
Pertanto, finché l’ebreo esegue le regole a livello razionale, sacrificherà la sua vita solo in queste circostanze. In tutti gli altri casi, egli sa che la Torà preferisce che egli trasgredisca le Sue leggi piuttosto che rinunciare alla propria vita e, quindi, questo è ciò che farà.
Quando, tuttavia, un ebreo si sente così fortemente connesso ad Hashèm che la ragione e i fondamenti logici non hanno effetto su di lui, quando la sua coscienza è stata oltrepassata dalla sua essenziale, intrinseca e sovrarazionale legame con Hashèm, non gli importa se la Torà gli richiede di sacrificare la sua vita in qualche caso particolare. La sua unica preoccupazione sarà per Dio: egli agisce spinto dalla sua sfrenata passione per le cause di Hashèm, senza valutare le conseguenze per la sua stessa vita. Quando, in una tale situazione, l’individuo sente che il programma di Hashèm nel mondo è in qualche modo minacciato, non c’è dubbio su cosa farà. Questa intensità della coscienza di Hashèm mette costantemente la persona pronta al sacrificio di sé.
Lo scopo della vita è rendere questo mondo (e noi stessi) una casa per Hashèm, riempendo ogni angolo della creazione con la realtà di Dio. Quindi, questa prontezza al sacrificio di sé simboleggia l’intensità della coscienza Divina che caratterizzerà il futuro messianico. Più di questo: il sacrificio di sé è proprio ciò che porterà il futuro messianico, poiché per raggiungere una completa coscienza divina, che è l’obiettivo della creazione, dobbiamo uscire dai limiti della razionalità ed entrare in un livello di unione con Hashèm che supera i limiti della dimensione della logica.
Questo, quindi, è il motivo per cui la lezione di Pinekhàs è stata così cruciale per Israèl mentre stava per entrare nella Terra Santa. Questa è la prima volta che la Torà ha indicato che è necessario andare oltre i suoi dettami. Avendo sentito parlare delle profezie messianiche di Bil’àm e avendo messo gli occhi sul vero scopo della loro imminente conquista, il popolo ebraico deve ora rendersi conto che questo obiettivo può essere raggiunto solo se mostra la vera identificazione interiore con Hashèm e i Suoi obiettivi e non limita se stesso alla mera letteralità della legge.
Lo stesso vale per ognuno di noi nelle nostre vite personali. Ogni volta che siamo in procinto di raggiungere un grande obiettivo per il quale stiamo lottando, dobbiamo prima mettere a tacere le voci interne della negatività e dell’opposizione. Ma in aggiunta, dobbiamo essere consapevoli che in questo momento non è il tempo di porre limiti alla nostra dedizione. La prova di una vera devozione ai nostri ideali è la nostra volontà di dare tutto in quello in cui crediamo.
Ancora, lo stesso vale adesso per noi tutti, mentre ci troviamo sulla soglia della Redenzione finale e dell’ingresso nella Terra di Israele. Ciò che ci è richiesto ora è la disponibilità a mettere da parte tutto il resto e a “schierare in campo” ciò che abbiamo di migliore e di più grande, per poter vedere la storia concludersi verso il suo destino messianico.
E proprio come con Pinekhàs, Hashèm aiuterà coloro che dimostrano il sacrificio di sé di fronte alle avversità; Egli benedirà i loro sforzi con il successo. La storia ha dimostrato che coloro che non si piegano alle minacce dei nemici dell’ebraismo alla fine prevalgono. Questo è il motivo per cui la storia di Pinekhàs è divisa tra due parashòt, quella Balàk e quella di Pinekhàs, lasciando l’auto sacrificio nella precedente parashà e concentrandosi ora sulla sua ricompensa: per insegnarci che il sacrificio di sé ha successo e ci porterà fino alla Redenzione finale[4].
Dimensioni Profonde
Nella terminologia cabalistica, il sacrificio completo di sé (Pinekhàs) manifesta il livello di yekhidà (unica), il più alto dei cinque livelli dell’anima, dove l’anima è unica con Hashèm, senza tramiti. Yekhidà è l’interfaccia tra l’anima e Hashèm, in cui l’individuo è consapevole di se stesso solo come una “parte di Dio”. In questo livello si è, paradossalmente, consci dell’esistenza di se stessi (come parte di Hashèm) e allo stesso tempo consapevoli del fatto di non esistere (cioè, totalmente dissolti nella realtà di Hashèm).
I quattro livelli inferiori dell’anima – nèfesh, ruàkh, neshamà e khayà – si esprimono attraverso i “poteri” o le facoltà che l’anima da vitalità al corpo: rispettivamente l’azione fisica (es. mani e piedi), l’emozione (cuore), l’intelletto (testa) e la volontà (tutto il corpo). Al contrario, Yekhidà è troppo sublime per esprimersi in qualsiasi facoltà o immagine, ma dall’altra parte le comprende tutte.
In questo livello l’anima è nella sua essenza che è parte del Creatore e la sua unione è senza tramiti perché la Yekhidà è l’essenza dove è unica con Hashèm.
Oggigiorno non siamo consapevoli di questo aspetto profondo dell’anima che raramente si manifesta (es. nel giorno di Kippùr), ma in futuro questo livello diventerà l’aspetto dominante della nostra coscienza. Questo quinto livello rifletterà il cambiamento generale nella creazione che si verificherà allora: la “luce” divina, che ora è troppo intensa per essere rivelata nel mondo, si rivelerà nella realtà creata e il mondo rifletterà un’altra apparenza quella vera, che oggi il creato nasconde: la mano di Hashèm che è rivestita dietro un guanto chiamato “natura”.
Proprio come i quattro livelli dell’anima saranno pervasi con la luce infinita di Yekhidà, così anche i quattro mondi spirituali di AtzilùtBeriàYetzirà e Assiyà saranno infusi con la “luce” divina trascendente.
A un livello più profondo, la dinamica tra la privazione ed essere permissivi esiste solo negli stati mentali di un percorso creativo – razionale. La forza iniziale dell’intuizione creativa, Khokhmà lo mette in uno stato di auto-trascendenza, in cui il suo ego è temporaneamente sospeso (bitùl) dalla lampo di luce che lo ha illuminato. Nella fase successiva dello sviluppo razionale, entra in scena il secondo livello dell’anima di Binà: la nuova intuizione viene analizzata nelle sue componenti e integrata nella struttura mentale. Questa è un’esperienza inversa, in cui l’individuo è piuttosto consapevole di se stesso e cerca di comprendere la nuova intuizione alla luce di ciò che già sa.
Quando una persona viene catapultata nella trascendenza divina di Khokhmà, non ha bisogno di preoccuparsi dell’autocontrollo detto “privazione”. Finché l’auto-annullamento di Khokhmà esiste, il suo ego non cercherà di farlo deragliare nell’indulgenza con se stesso. Ma per comprendere deve per forza passare nell’ambito di Binà, e analizzare e valutare la nuova intuizione in relazione alla sua consolidata percezione mentale, deve invocare il potere protettivo della privazione; deve stare attento alla propensione del proprio ego a enfatizzare eccessivamente i propri interessi personali.
È necessario che una persona discenda dal suo stato trascendente di Khokhmà – illuminazione, al fine di integrare la nuova visione nella propria vita. Altrimenti, la sua intuizione gli sfuggirà e scomparirà. Quindi, il processo di Binà è necessario per la crescita e lo sviluppo.
Tuttavia, al fine di mantenere lo sviluppo dell’idea fedele all’intuizione iniziale che lo ha generato, l’individuo deve periodicamente rivivere qualcosa dell’esperienza di Khokhmà. Facendo questo, la sua Binà non lo porterà fuori strada.
Questo concetto di rivivere l’intuizione di Khokhmà per proteggere lo sviluppo di Binà è simile al processo in cui un giudice annulla i voti a una persona che altrimenti sarebbero prescritti. Questo avviene perché si eleva colui che fa il voto a un livello in cui il voto non è più necessario di essere rispettato[5], similmente al processo dell’elevazione di Binà in Khokhmà.
Allo stesso modo la storia della parashà di Pinekhàs simboleggia l’elevazione di Binà in Khokhmà: Pinekhàs trascendendo ogni logica razionale acquisisce il sacerdozio. Questo simboleggia il nuovo rapporto e la nuova consapevolezza, che vi sarà nel futuro messianico tra l’uomo e Hashèm.
(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr che ha bisogno di tanti soci per essere pubblicato)

[1] Talmùd Sanhedrin 81b; Shulkhàn ArùkhKhoshèn Mishpàt 425:4.
[2] Talmùd Sanhedrìn 82a. Una volta che il colpevole si è separato dalla donna, non può essere processato da un tribunale terreno e la sua punizione è lasciata al tribunale celeste. Pertanto chiunque lo uccida, a quel punto, è egli stesso passibile di pena di morte.
[3] Questo è il motivo per cui le autorità rabbiniche non possono ordinare all’uomo molto zelante di uccidere il peccatore, perché così facendo metterebbe in pericolo la sua stessa vita, quando non è obbligato a farlo. Al massimo possono riconoscergli il permesso di ucciderlo (e rischiare per conto suo la propria vita)
[4] Likuté Sikhòt vol. 18, pp. 319 e segg.
[5] Likuté Sikhòt vol. 4, pp. 1078-9
La vita ci preserva tanti imprevisti e tante sfide. Si rischia di interpretare gli ostacoli in maniera negativa, ma in realtà è solo una nostra interpretazione. Gli eventi di per sé non sono negativi, è la nostra scelta di interpretarli negativi che li fanno diventare negativi.
Se decidiamo di vederli in chiave positiva saranno positivi e non ci creeranno disagio.
LA VITA E’ BELLA E CORTA il più grande dono che abbiamo e non possiamo sprecarla perché ci lasciamo guidare dalla negatività, come quelli che riescono a vedere solo il mezzo bicchiere vuoto e sono sempre tristi.
IL NOSTRO MANUALE DI VITA LA TORA’ ci insegna proprio come fare a scegliere di guardare il mezzo bicchiere pieno e di essere ricchi di gioia e di vita, sempre armoniosi e sereni, sempre produttivi e tenaci, perché non esistono eventi tristi: SIAMO NOI A FARLI DIVENTARE TRISTI.
SCEGLIAMO DI ESSERE FELICI DALLA STORIA DI PINEKHAS!!!
(riassunto della nuova lezione)
Sul seguente link si trova questa lezione di vita fondamentale:
Pinekhas: LA PECORA NERA!
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ogni macchina ha bisogno del SUO MANUALE di utilizzo. Anche l’uomo ha bisogno del suo manuale d’uso che è la Torà.
Senza seguire le istruzioni si può cadere nelle trappole delle prove quotidiane.
In realtà tutto viene da Hashem per il nostro bene ma se ci lasciamo soccombere dai problemi rischiamo di cadere mentre le prove non sono delle trappole ma dei trampolini per salire in alto.

Un esempio di questo insegnamento lo troviamo in uno dei racconti della parashà di questa settimana che ti riporto qui sotto.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
PS.
la nuova Parashà di Pinekhàs sarà caricata su Facebook più tardi.
Qui sotto un estratto di un commento dalla nuova Parashà dal nuovo libro in anteprima.
Un fantastico approfondimento di vita sul periodo che viviamo e su Mashiàkh.
PINEKHAS
Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/07/09/pinkhas-5769-i-saggi-discutono-quale-e-la-base-dellebraismo/
Dal seguente link puoi scaricare direttamente sul tuo portatile la lezione di Pinkhàs di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_07_09_pinkhas5769_sacrificioquotidiano_base_ebraismo.mp3

I SAGGI DISCUTONO: 

QUALE E’ LA BASE DELL’EBRAISMO?

Sappiamo che la Torà ha rivoluzionato il mondo a livello di filosofia, sociologia e psicologia.
Vediamo di capire insieme questo concetto in rapporto al sacrificio dell’agnello quotidiano mattina e sera

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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

LA VERA PACE שלום

In anteprima un commento estratto dalla parashà di questa settimana di Pinekhàs, cap 25 verso 12 dal NUOVO LIBRO DELLA TORA TRADOTTA E COMMENTATA.
la lettera vav di shalòm è tagliata a metà. Tutte le lettere della Torà devono essere integre e se no i rotoli non sono kashèr – idonei. L’unica eccezione di tutta la Torà è questa vav che deve essere tagliata in due.
Il Ben Ish Khay spiega sulla base del Talmùd che Pinekhàs e il profeta Eliyahu sono la stessa persona che si manifesta in due noti protagonisti della Torà. Questo dono della longevità eterna gli viene conferito con la benedizione dello Shalòm – pace: armonia tra anima e corpo, spirito e materia. Quando vi è pace tra essi non vi sono più malattie, dolore e morte e quindi si riceve la vita eterna. Perciò Pinekhàs non è mai morto, ma a un certo punto scompare per riapparire nelle vesti del profeta Eliyahu. Perciò troveremo un’allusione alle due vite proprio nella parola che simboleggia la vita eterna (shalòm) e in particolare nella lettera vav (che secondo la mistica rappresenta il percorso lineare della vita) tagliata in due, che rappresenta due vite racchiuse in una sola (lettera) persona.
Baàl Haturìm da una lettura messianica. La vav tranciata di Shalòm è legata al nome di אֵלִיָה – Eliyà scritto senza vav per ben 5 volte (nei Profeti). Similmente anche il nome יַעֲקֹב – Ya’akòv compare per ben 5 volte, nella Torà, con una vav in più: יַעֲקוֹב. Ya’akòv prende questa lettera come garanzia, affinché Eliyahu ritorni, come promesso, per annunciare al mondo l’arrivo di Mashiàkh. Solo quando arriverà la redenzione Ya’akòv restituirà definitivamente la vav a Eliyà, perfezionando il suo nome. Perciò il compimento totale della pace – Shalòm, avverrà quando il livello individuale sarà condiviso con quello collettivo, ovvero quando Pinekhàs – Eliyà diffonderà l’armonia che lui ha ricevuto tra spirito e materia a tutto il mondo. Solo allora tutti vivranno in eterno e Hashèm sarà rivelato senza veli nel mondo materiale. La contesa sulla vav è simboleggiata con la divisione della lettera tra il patriarca e il profeta. Anche se in apparenza la materia sembra in contrasto allo spirito, il nostro lavoro è quello di trasformare la materia come ha fatto Pinekhàs. Lui ha ricevuto la pace – Shalom, la vita eterna a tal punto da salire in cielo con il corpo. Proprio per questo Eliya ritornerà ad annunciare Mashìakh, poiché la sua armonia tra spirito e materia erano così perfette da essere un esempio per la futura era messianica che investirà il mondo intero (cf Sikhà pag. xxx)
Questo si collega con il prossimo commento del Baàl Haturìm: il valore numerico di שָׁלֽוֹם – Shalòm è 376, che è il valore di zehu (questo è) Mashiàkh: זֶהוּ – zehu 18, מָשִׁיחַ – Mashiàkh 358: 18+358=376. Questa pace di Pinekhàs è (l’anteprima) dell’era messianica.
MASHIAKH NOW!!!

PINKHAS

PINKHAS 5770 – COSA VUOLE DIRE AMORE SINCERO!
La domanda base che dobbiamo chiederci: ti amo perché sei bella o sei bella perché ti amo?

PINKHAS 5769 – I SAGGI DISCUTONO: QUALE E’ LA BASE DELL’EBRAISMO?
Sappiamo che la Torà ha rivoluzionato il mondo a livello di filosofia, sociologia e psicologia. Vediamo di capire insieme questo concetto in rapporto al sacrificio dell’agnello quotidiano mattina e sera.

PINKHAS 5768 – NATURA O HA-SHEM?
Perché appena qualcuno si attiva per fare opere di bene, viene criticato?

Pubblicato in Parashot, Pinkhas | 1 commento

BALAK 5779 : 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 20 Luglio 2019, 17 del mese di TAMMUZ 5779 leggeremo la Parashà di Balàk Numeri 22: 2 – 25: 9

HAFTARÀ
Italiani Michea 5: 4 – 6: 8.

Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti: Michea 5, 6-6, 8

I problemi legati alla crisi di coppia sono un argomento sempre più attuale purtroppo. Un racconto pubblicato sul sito Chabad.org, che ha registrato uno dei maggiori numero di accessi, ci offre l’occasione di imparare molto a questo riguardo per risolvere i problemi di coppia.

I due collaboratori domestici impiegati a casa del Rebbe, hanno raccontato che egli, quando aveva bisogno di parlare con sua moglie, non la chiamava ad alta voce da un’altra stanza e non le chiedeva di raggiungerlo; era lui ad andare da lei e le parlava SOLO faccia a faccia.

Uno studioso ha evidenziato che buona parte dei problemi di coppia nascono da errori di comunicazione, anche dal fatto che uno dei due coniugi si rivolga all’altro urlando da una parte all’altra della casa.
L’equilibrio familiare è sempre più a rischio soprattutto nel mondo troppo liberale, delle società odierne, dove ognuno può e da sfogo ai suoi istinti e ai suoi piaceri. Questa tendenza è la causa principale per cui le coppie e le famiglie “crollano” con delle percentuali sempre più disastrose.
La teoria di lasciarci andare alla nostra natura (accoppiarci a chi ci sembra più attraente…) sarebbe giusta se fossimo stati creati come degli angeli, ovvero senza alcuna fisico e senza tentazioni. Ma il Creatore non ci ha creato così perché allora saremmo dei robot e non avremmo libero arbitrio e non avremmo nessuna ragione di esistere visto che gli angeli sono molto più bravi degli uomini a lodarLo.
Non solo ma non saremmo degni di avere alcuna ricompensa se non avessimo libero arbitrio, perché il nostro destino sarebbe già scritto e non avrebbe senso premiarci per aver scelto la strada giusta.
Non riesco a capire come mai quando si tratta di alcool o cibo bisogna essere moderati, mentre per il sesso no! In realtà tutte le tendenze anche se innate, devono essere equilibrate.
Così Dio ci ha creato con caratteri buoni e altri meno buoni per rettificarli. Non a caso lo Zohar – il Libro dello Splendore chiama questo mondo: olam hatikun – il mondo del perfezionamento.
Il Talmud dice: se uno NASCE con una NATURA che gli piace vedere il SANGUE è bene che lui lavori come CIRCONCISORE, così devia la sua natura in qualcosa di appropriato.
Se questo vale per tutti gli orientamenti che devono essere bilanciati a maggior ragione questo vale quando si parla di intimità: che è il sentimento con più rischio di attrazione superficiale.
Per questo è fondamentale ricordare che in questo ambito il liberalismo totale corrisponde a una vita irrequieta, sempre in ricerca di fantasmi e basata sulla felicità del momento, ma senza una visione completa del futuro della famiglia…
Alla fine della parashà di Balàk si racconta come Bilam non riesce a colpire con le sue maledizioni e il suo malocchio allora consiglia di mandare le donne più belle di Midian e fa un colpo “basso” causando la morte di 24.000 Israel. Bilam era molto esperto nel maledire, ma sapeva che aveva come riserva un’arma molto più potente per fare cadere gli uomini nella trappola. Non solo riesce nel suo intento, ma alla fine cade perfino un capo della tribù di Shimon, niente meno che Zimri ben Salu. Un capo di una tribù vuole dire avere delle qualità spirituali molto elevate.
La morale che dobbiamo imparare è che davanti a questo istinto nessuno è immune e perfino i grandi capi sono sempre a rischio di perdere la ragione e comportarsi in maniera impulsiva come un animale.
La Torà è il nostro manuale di vita che ci illumina il nostro cammino e senza di esso siamo come smarriti nella giungla. Ricordiamoci di allontanarci dall’immoralità e di coltivare il rapporto familiare come se fosse la cosa più preziosa al mondo, perché non c’è cosa più importante della famiglia e come dice il Talmud: rispetta tua moglie più del rispetto che hai per te stesso.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

NUOVA LEZIONE BOMBA IMPERDIBILE
parasha 40° di BALAK
BALAK: CONDIZIONE ASSOLUTA PER ENTRARE IN ISRAEL!
Perché la Torà Da Tanta Importanza alle Benedizioni di Bil’àm?

https://youtu.be/AY0VGvjfiyA

BALAK
Al seguente link si trova la lezione sulla nostra parashà molto interessante in formato mp3 e mp4:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/06/25/balak-5770-sentire-solo-cio-che-si-vuole-sentire/
Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_06_24_balak5770_perche_H_arrabbia_con_bilam.mp3

SENTIRE SOLO CIO CHE SI VUOLE SENTIRE!

Perché Ha-shem si arrabbia con Bilam se gli dice di andare?

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http://www.virtualyeshiva.it/2019/07/17/balak-5772-6-lezioni/

Riassunto BALÀK:
1) Balàk chiama Bilam per maledire il popolo di Israele 2) L’asina di Bilam parla 3) Le trasformazioni delle maledizioni di Bilam in benedizioni 4) La strategia di Bilàm per vincere gli Ebrei: far peccare ‘Am Israel 5) Morte di 24.000 Ebrei per le immoralità assunte con le donne midianite.
Ma questa settimana le sincronizzazione degli eventi è stata perfetta.

BALAK: CONDIZIONE ASSOLUTA PER ENTRARE IN ISRAEL!

PANORAMICA DI BALAK
La precedente parashà si conclude con l’arrivo del popolo ebraico sulla soglia della terra promessa. La restante parte del Pentateuco, ovvero le seguenti quindici parashòt (da Balàk in poi) – più di un quarto delle cinquantaquattro di tutta la Torà – ha come scenario l’ultima tappa dell’esodo degli Israeliti dall’Egitto.
Ora ci aspetteremmo che la Torà volga l’attenzione ad argomenti pertinenti all’entrata nella Terra di Israele: i suoi confini, le leggi sulla successione ereditaria della terra e le istruzioni per l’imminente conquista. E in effetti così sarà, ma all’inizio si racconta come Israèl si scontra con il suo ultimo nemico prima dell’ingresso nella Terra: l’alleanza di Moàv e Midyàn. Questo evento si trasforma in un dramma con diversi atti, i cui dettagli e conseguenze si estendono su gran parte delle prossime tre parashòt.
Il primo atto di questo dramma è il curioso racconto di come il re moabita Balàk ingaggi l’indovino gentile Bil’àm per maledire Israèl.
Perché la Torà ci parla così tanto di questa coppia e del loro piano fallito? Il popolo ebraico non è per niente coinvolto negli eventi; infatti, i saggi sottolineano che la storia sia stata riportata integralmente nella Torà come dimostrazione che la Torà è stata scritta attraverso la profezia, perché altrimenti Moshè non avrebbe saputo tutto l’accaduto nei particolari! È vero, questa cronaca fornisce lo sfondo a quelle che sono le sue conseguenze (che iniziano alla fine di questa parashà), nelle quali Israèl è preso nella trappola del complotto di queste nazioni, per sedurlo col peccato sessuale. Ma se questo fosse il suo unico scopo, l’intero episodio poteva essere riassunto in poche frasi, piuttosto che avere questo lungo risalto, abbandonando completamente la narrazione principale della Torà.
Ciò che è particolarmente ironico in tutta questa storia è che i tentativi di Bil’àm falliti di maledire Israèl lo portano a esprimere il più esplicito dei riferimenti velati della Torà riguardo la futura venuta del Messia. Al di fuori di queste profezie, ci sono solo vaghe allusioni alla redenzione finale nei cinque libri che il profeta per eccellenza Moshè ci ha trasmesso. Potrebbe quindi sembrare che la Torà dettagli la storia di Balàk e Bil’àm esclusivamente per trasmettere queste profezie.
Invece, proprio alla vigilia del loro ingresso nella terra promessa, Hashèm ha voluto ispirare il popolo con una visione del suo destino e scopo finale, per indirizzarlo verso il suo vero obiettivo, al di là del suo scopo immediato di conquistare la terra ed eseguire tutti i comandamenti (molti dei quali si possono osservare solo in Israèl). Questo destino gli impone di vivere stabilmente in un luogo con un’occupazione materiale di esso, infatti gran parte dei precetti sono legati al lavoro fisico della terra.
Ci si potrebbe domandare: una volta che sappiamo cosa Hashèm ci chiede di fare adesso, perché dobbiamo anche conoscere la ricompensa del nostro obiettivo finale? Il nostro compito è fare ciò che Hashèm vuole da noi e se questo ci porta una ricompensa ben venga, ma perché non credere senza riserve che Hashèm fornirà la ricompensa quando arriverà il momento, senza preoccuparsi del come e quando?
La risposta ovvia è che avere una visione completa e chiara di ciò che stiamo operando e verso quale traguardo arriveremo fa una grandissima differenza nella qualità del nostro lavoro e nello sforzo che ci mettiamo dentro. Hashèm vuole che noi Lo serviamo in modo ispirato; vuole che la nostra visione sia la Sua visione, i nostri obiettivi siano i Suoi obiettivi. Naturalmente, la nostra relazione con Hashèm deve essere basata sulla devozione assoluta e incondizionata che ogni creatura deve al suo Creatore, ma questa è solo la base e l’inizio. L’ideale che Hashèm vuole è che noi sogniamo ciò che Egli sogna ed è per questo che condivide con noi il suo sogno, quando nel futuro non esisterà né male né mortalità.
Tuttavia, a parte il fatto disorientante che un tale aspetto fondamentale dell’ebraismo venga portato alla luce da un re idolatra e dall’ossessione di maledirci di un egocentrico indovino, la domanda precedente rimane ancora: la Torà avrebbe potuto riportare le profezie messianiche risparmiandoci i lunghi dettagli della storia di Bil’àm e Balàk!
Inoltre il nome della parashà rappresenta tutte le vicende di quella porzione, perciò se le profezie della redenzione fossero il centro della parashà, perché viene chiamata Balàk? Come accennato in precedenza, il lettore attento noterà che la Torà evita parole e idiomi negativi ogni qualvolta sia possibile. Inoltre, la Torà ci impone di cancellare tutte le tracce di malvagità e idolatria[1]. Allora, perché la tradizione immortala il nome di un re malvagio e idolatra, che chiaramente desidera sterminare Israèl a tutti i costi, e purtroppo egli riesce in parte nel suo intento provocando la morte di oltre centomila ebrei[2]?
Oltretutto, il vero cattivo della storia sembra essere Bil’àm, la cui rinomata capacità di maledire ha rappresentato una vera minaccia per Israèl. In realtà è Balàk colui che ingaggia Bil’àm, anche se l’azione si concentra maggiormente su Bil’àm.
La risposta a queste domande può essere trovata ricordando che la parashà in cui avviene il dono della Torà riceve, in maniera analoga, il nome di un idolatra: Yitrò. La spiegazione è che Yitrò è la base per permettere che la Torà venga data e quindi che la luce del Dio unico possa penetrare tutta la realtà. Solo così si potranno trasformare anche gli elementi che negano Hashèm, o almeno rivelare che Dio è l’unica autorità. Prima che la Torà potesse essere data, era fondamentale che Yitrò, arci pagano e idolatra esperto, dovesse riconoscere l’esistenza e l’onnipotenza di Hashèm.
Questo concetto è parallelo al percorso della storia di Balàk: come introduzione e preparazione fondamentale per entrare nella terra promessa, dobbiamo ricevere le più grandi benedizioni dal più grande idolatra e antisemita esistente, dobbiamo conoscere lo scopo finale di questo progetto. Solo così potrà attuarsi pienamente il progetto divino finale di costruire una dimora per l’infinito nel finito materiale.
Infatti, allo stesso modo, prima che Israèl potesse entrare nella Terra Promessa e iniziare ad adempiere i precetti della Torà nel mondo fisico – con l’obiettivo finale di giungere all’era messianica – doveva manifestarsi un atto analogo a quello di Yitrò: bisognava porre le fondamenta per la trasformazione di tutta la realtà, che sarebbe stato l’obbiettivo finale e il risultato del popolo ebraico quando inizierà a vivere nella sua terra. L’odio e le maledizioni dei nemici del popolo di Hashèm dovevano essere trasformati in benedizioni, e non in qualsiasi benedizione, ma nelle profezie della vittoria finale del popolo di Hashèm sugli stessi nemici che cercavano di maledirli. Nell’era messianica, le nazioni del mondo useranno il loro potere per aiutare Israèl invece di combatterlo, come è scritto: “i re saranno i tuoi tutori e le loro principesse le tue nutrici” (Yesha’yà 49, 23). “Gli stranieri custodiranno i vostri greggi, e i figli dello straniero saranno i vostri agricoltori e i vostri vignaioli (ibid 61, 5-6). Dal momento che la Redenzione messianica preannuncia il completo annientamento e la trasformazione del male, è ora evidente il perché le profezie riguardanti questa epoca sono pronunciate proprio dalla bocca di Bil’àm. Solo in questo modo si può manifestare tutta la forza della loro essenza che potrà essere trasformata entrando in Israèl e osservando tutti i comandamenti divini, ovvero iniziando il percorso di trasformazione della materia in una dimora per l’infinito che si culminerà con la redenzione, quando anche il peggiore antisemita benedirà Israèl.
Per la stessa ragione, la parashà prende il nome da Balàk[3], poiché egli incarna l’idea che la redenzione messianica sarà la completa trasformazione del male in bene. In primo luogo, egli odiava il popolo ebraico più di chiunque altro (incluso Bil’àm, che non avrebbe tentato di maledire Israèl se Balàk non lo avesse assunto per farlo[4]), ma il risultato del suo odio era che Israèl venisse benedetto con l’assicurazione del suo trionfo.
In aggiunta risulta che Balàk è un diretto antenato del Messia: Re David, il progenitore del Messia, era il pronipote di Rut, la moabita convertita (Rut 4, 16-21) discendente di Balàk (Talmùd Sotà 47a). In realtà, Balàk percepì che il Messia sarebbe stato tra i suoi discendenti, e sentì che se lui avesse maledetto Israèl, questa grandezza sarebbe rimasta nella sua stessa gente. La trasformazione del male in santità era esattamente ciò che temeva[5].
Poiché Balàk personificava l’incallito odio del male e la sua trasformazione finale in santità, la parashà prende il nome da lui e non da Bil’àm. L’odio di Balàk è stato il catalizzatore che ha dato inizio all’intero episodio[6].
I quattro libri della Torà rappresentano la storia della creazione del mondo e il suo processo evolutivo, diviso in quattro fasi che corrispondono ai quattro libri della Torà[7], come spiegato nella prefazione di Bemidbàr.
Cosi, comprendiamo meglio perché l’ultimo dei quattro libri della Torà, che rappresenta la conclusione del ciclo della storia del mondo – proprio verso la fine di Bemidbàr in poi – ci narra quello che succederà alla fine dei giorni: l’era messianica o meglio l’era dorata.
* * *
La parola Balàk in ebraico significa “reciso” o “morto”[8]. Allegoricamente, quindi, la parashà di Balàk descrive lo stato spirituale di una persona al suo punto più basso.
In effetti a volte capita che, proprio quando stiamo per raggiungere un obiettivo importante nella nostra vita, quando stiamo per entrare nella nostra “terra promessa”, la nostra ispirazione divina viene frustrata da un sentimento di inutilità e abbattimento, che ci fa sentire non all’altezza della nostra mansione. Un’autovalutazione onesta ci lascia troppo consapevoli delle nostre mancanze e limitatezze. Come possiamo illuderci di realizzare il nostro importante compito quando ci sentiamo così tanto corrotti e profondamente carenti delle qualità necessarie per affrontare la sfida fino in fondo? Ci sentiamo “tagliati fuori”, la nostra vita sembra una maledizione.
In tali momenti, dobbiamo ricordare che Balàk è un progenitore del Messia: se rinnoviamo la nostra connessione con il nostro obiettivo finale, possiamo trasformare la fonte originaria della maledizione dentro di noi, in una sorgente di benedizione. Possiamo trasformare il nostro nemico interiore e la propensione a maledire la nostra stessa missione in una benedizione, adottando il sogno di Hashèm come nostro. Ognuno di noi possiede una scintilla messianica, un potenziale ruolo da svolgere nel riscattare il mondo. Il concentrarci sul nostro imperativo messianico interiore ci consente di elevarci sopra noi stessi e di realizzare quella che è la nostra vera identità, l’infinita grandezza interiore.
La stessa lezione vale per la nostra relazione con gli altri. A volte possiamo incontrare qualcuno che appare del tutto dissociato dalla spiritualità e del tutto disinteressato a far progredire la causa della santità. Il suo prendersi gioco della santità potrebbe renderci abbattuti nel riorientarlo verso la sua vera essenza dell’anima, in modo che concentri la sua vita sugli obiettivi dell’ebraismo. Ma se ricordiamo che nella sua anima c’è una scintilla Divina che deve essere rivelata per trasformare la sua esistenza in bontà e santità, possiamo allora davvero cambiare questo individuo “maledetto” in una fonte di benedizione[9].

[1] Mishlé 10,7; vd Talmùd Yomà 38b
[2] Vd Rashì Bemidbàr 25, 5
[3] Anche se i nomi dei parashòt sono generalmente presi tra le loro prime parole, la parola Balàk in questa parashà è preceduta dalla parola “e vide” (vayàr). Così, la parashà avrebbe potuto essere chiamata con questa parola, proprio come, per esempio, i parashòt Vaerà e Vayerà prendono il nome dalle loro prime parole e non seguono i soggetti di questi verbi (Dio in Bereshìt 18, 1; Avrahàm Yitzkhàk e Ya’akòv in Shemòt 6, 3)
[4] Midràsh Tankhumà, Balàk 2. Secondo altri, tuttavia (vd Rashì 22:11), Bil’àm odiava Israèl più di Balàk.
[5] Shenè Lukhòt Habrìt 363b, citato Or Hatorà Balàk p. 902
[6] L’idea che Balàk sia stato l’istigatore iniziale riecheggia anche nell’haftarà: “Popolo mio, ricorda ciò che Balàk, il re di Moàv, consigliò, e ciò che Bil’àm, figlio di Beòr, gli rispose” (Mikhà 6, 5); Bil’àm solo rispose alle iniziative di Balàk
[7] Il quinto libro è chiamato Mishné Torà ed è il riassunto dei primi cinque
[8] Vd Yesha’yà 24, 1 e comm.
[9] Basato su Likuté Sikhòt, vol. 23, pp. 166 segg; Sikhòt Kòdesh 5733, vol. 2, p. 281-2; Toràt Menachem 5745 Balàk; Likuté Sikhòt vol. 28, pp. 274 e segg.
(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr che ha bisogno di tanti soci per essere pubblicato)

 

Dice il trattato di Avot cap 4 mishna 19: quando cade il tuo nemico non gioire, perché poi lui riverserà la SUA IRA SU DI TE… Quando qualcuno cade se uno gioisce alla fine ritorna su di lui, perché in Cielo aprono il suo file per vedere se lui merita veramente di non cadere. La fortuna è un dono da Dio e non bisogna essere arroganti e pensare di essere superiori… Pochi giorni fa quando la Germania ha battuto con aiuto dell’arbitro la Svezia e invece di uscire con umiltà è andata a provocare la Svezia causando una rissa in campo… Questo è in aggiunta alla precedente manifestazione di superiorità “UBER ALLES” ai danni dell’Italia: “La mia favorita? L’Italia e l’Olanda hanno ottime possibilità…” sono passate poche settimane dalla battutaccia di Bastian Schweinsteiger, che parlando alla tv americana prendeva in giro gli Azzurri per la mancata qualificazione ai mondiali. Il video in questione è tornato virale in queste ore, dopo la clamorosa sconfitta dei tedeschi contro la Corea del Sud… La più grande disfatta: uscire al primo girone dall’ultima squadra del girone. L’arroganza di Schweinsteiger è costata molto cara alla Germania, che ancora non ha digerito il colpo dell’eliminazione che ha subito in semifinale dall’Italia nel SUO MONDIALE A CASA SUA!

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

IN ANTEPRIMA LA PARASHA DI Balak di questa settimana DAL NUOVO LIBRO:

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Si consiglia di stampare le pagine del pdf per poterlo studiare di Shabbat.

(Ideale stampare 2 pagine in una foglio A4 fronte e retro per cui saranno solo 16 pagine).

Ognuno può sostenere questo importante e oneroso progetto, attraverso un piccolo contributo, o acquisendo qualche copia in anteprima.
Questo è un grande merito per compiere una grandissima mizvà, partecipando al più grande progetto di cultura ebraica in italiano.

BALAK

NUOVA LEZIONE VIDEO BALAK 5778 15MN

Parashà di Balàk è la parashà della redenzione di Mashiakh.
Solo in questa parashà troviamo le profezie sulla redenzione futura.
Questa parashà rappresenta il concetto della trasformazione del male in bene. Delle maledizioni di Bil’àm in benedizioni. Del buio dell’esilio in redenzione. Noi siamo qui nel mondo per fare questa trasformazione iniziando da noi.
https://youtu.be/HJKo4hDrOW8

Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2011/05/24/lag-baomer-5771-zimri-e-kozbi-promessi-sposi/
dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_06_24_balak5770_perche_H_arrabbia_con_bilam.mp3
per vedere il video della lezione direttamente, cliccare qui:
https://vimeo.com/24272101

ZIMRI E KOZBI: PROMESSI SPOSI

 La Vita di Rabbi Akiva alla luce della Cabalà!

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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

Riassunto BALÀK:
1) Balàk chiama Bilam per maledire il popolo di Israele 2) L’asina di Bilam parla 3) Le trasformazioni delle maledizioni di Bilam in benedizioni 4) La strategia di Bilàm per vincere gli Ebrei: far peccare ‘Am Israel 5) Morte di 24.000 Ebrei per le immoralità assunte con le donne midianite.
Ma questa settimana le sincronizzazione degli eventi è stata perfetta.

DOPPIA FACCIA DI BILAM!

La parashà di questa settimana è incentrata sulle benedizioni date al popolo ebraico dal profeta non ebreo Bil’àm. Il re di Moàv Balàk, temeva che gli ebrei avrebbero attaccato lui e il suo popolo sul loro cammino verso Eretz Israèl, così assoldò Bil’àm, un profeta gentile, per maledire gli ebrei.
Benché Bil’àm desiderasse adempiere la richiesta di Balàk, quando si preparò a pronunciare maledizioni, Ha-Shèm gli mise in bocca benedizioni ed egli fu costretto a pronunciarle. Così potenti furono le sue benedizioni che esse sono registrate nella Torà per l’eternità e alcune hanno preso posto nelle nostre preghiere.
Quando Bil’àm vide che Ha-Shèm non gli permetteva di maledire il popolo, cercò di danneggiarlo in altro modo. “Il loro D-o”, disse a Balàk, “odia l’immoralità. Fai in modo che le tue donne seducano i loro uomini”.
Balàk lo ascoltò e come risultato, una pestilenza assediò il popolo ebraico, uccidendone 24 mila.
I nostri saggi chiedono, “Perché Ha-Shèm conferì intuizione spirituale e doni di profezia a un uomo malvagio come Bil’àm?”
Essi spiegano che in futuro, i gentili si lamenteranno con Ha-Shèm, dicendogli che agli ebrei furono concessi profeti e, di conseguenza, essi furono in grado di progredire spiritualmente. Ha-Shèm risponderà che non fu solo il dono della profezia che portò gli ebrei ad avanzare. Poiché egli concesse un profeta, Bil’àm, anche ai gentili, e cosa fece questi? Invece di aiutare le persone a crescere spiritualmente, incoraggiò l’immoralità, addirittura si accoppiava con la sua asina!!!
Questa vicenda sottende un’importante lezione per tutti i tempi. L’elevazione spirituale non può essere vista separatamente dalla condotta di una persona. Il valore di veggente / mago che sa tutto, consapevole della realtà spirituale, ma che persiste nel condurre un’esistenza depravata, è l’opposto della fede ebraica.
L’ebraismo vede la consapevolezza spirituale come uno strumento per accrescere e intensificare la propria esperienza giorno dopo giorno, non semplicemente come un elevato altopiano spirituale.
Qualunque intuizione spirituale o esperienza uno abbia, essa deve essere applicata a una condotta più profonda e significativa. La spiritualità non è una vetta di cui godere e poi ignorare. Al contrario, deve essere incorporata nel modo in cui costruiamo le nostre relazioni, fondiamo le nostre famiglie e forgiamo il nostro ruolo nella società in generale.
La lezione è allora duplice:
a) Coloro che ricercano l’esperienza spirituale devono realizzare che ciò dovrebbe condurre a un più profondo impegno a una vita morale a casa e sul lavoro.
b) Coloro che lavorano per promuovere valori familiari e verità morali dovrebbero concentrarsi sulla componente spirituale di questi valori e verità e comprendere che questa coscienza può accrescere e intensificare il potere del loro messaggio sia per se stessi che per i loro allievi.

BALAK

3 DI TAMMUZ/BALAK 5771 – PARTE I + PARTE II
Fabrenghen + shiur: una splendida lezione diversa dalle altre e più lunga!
Un omaggio al Rebbe insieme ad un approfondimento mistico sulla parashà di Balak e l’avvento dell’Era Messianica!

OMER 5771 BALAK 5771 – ZIMRI E KOZBI: PROMESSI SPOSI
La Vita di Rabbi Akiva alla luce della Cabalà!

BALAK 5770 – SENTIRE SOLO CIO CHE SI VUOLE SENTIRE!
Perché Ha-shem si arrabbia con Bilam se gli dice di andare?

BALAK 5768 – IL PIU GRANDE ANTISEMITA DELLA STORIA!
Perché un’intera parashà viene chiamata con un nome di un grande nemico di Israel ed antisemita? Alle origini dell’antisemitismo!

KHUKAT/BALAK 5766 – LA RAGIONE DELLA LOGICA!
Perché Ha-shem ci ha dato i precetti logici? Il vestito “aggiunto” dei precetti logici.

BALAK 5765 – LA FORZA DELLA PAROLA!
Dalla negatività di Balak e Bilam alla venuta di Moshiakh!

Pubblicato in Balak, Parashot | 1 commento

KHUKAT 5779: 4 LEZIONI

Questo Shabbàt 13 Giugno 2019, 10 del mese di Tamùz 5779 leggeremo la Parashà di Khukàt Numeri 19: 1 – 22: 1
HAFTARÀ
Giudici 11: 1-33.

KHUKAT

Iil Rav incantava gli allievi e tutta la comunità con le sue intuizioni e profonde metafore che coglieva nella Torà, alle sue parole in molti si “risvegliavano” dal torpore esistenziale che la routine quotidiana instilla nelle coscienze.
Il Rav, nonostante fosse uno splendido oratore, era una persona schiva e burbera, difficilmente si riusciva a intercettare il suo sguardo, era un uomo estremamente riservato.
Un giorno, un allievo un po’ troppo audace si alzò in piedi durante una lezione e gli rivolse la seguente domanda:
“Rav, per quale motivo lei è così schivo e non incline ad ascoltare gli altri, non le pare che ciò strida con le sue grandi capacità dialettiche?”
Il Rav rispose molto serenamente:
“Hashèm chiese a Mosè di parlare alla roccia affinché da essa sgorgasse acqua che dissetasse il popolo… la roccia rappresenta l’esteriorità di ognuno di noi, la parte più epidermica e materiale, è la nostra parte più dura e difficile, con i suoi “voglio”, “pretendo”, “desidero”; ma in ognuno di noi vi è anche dell’acqua fresca e pura, una parte sensibile e ricettiva: è la nostra anima, questa parte è celata dietro la scorza dura esteriore, dentro la roccia.
Quando le persone vengono da me, spesso si presentano sotto le loro sembianze esteriori, si mostrano come rocce dure e impenetrabili ed è per questo motivo che spesso non do loro ascolto. Spesso mi fanno perdere la pazienza e vorrei batterle con il mio bastone, ma ciò sarebbe controproducente, come insegna la Torà.
Allora mi limito a parlare alle dure rocce con parole di Torà, che come insegnano i maestri è “acqua”, nella speranza che “acqua attiri acqua”, ovvero che i miei discorsi facciano sgorgare l’anima dalla materia affinché il mondo intero si riempia della gloria di Hashèm!”
L’allievo che aveva posto la domanda si mise di nuovo seduto e non aprì più bocca per molto tempo…
Questo è il tema della seguente lezione online di virtual yeshiva che ti invito ad ascoltare.
Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
IN ANTEPRIMA LA PARASHA DI KHUKAT DAL NUOVO LIBRO:
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KHUKAT
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Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web sulla Parashà di KHUKAT di psicologia nella Torà sul tuo portatile:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_07_02_khukat5769_punizionemoshe_zur_sela.mp3

PERCHE’ MOSHE NON ENTRA IN TERRA SANTA?

Ha-shem ci insegna un concetto di psicologia FENOMENALE!
Non sempre bisogna comunicare con durezza “picchiando”, ma alcune volte ci vuole, dipende da chi si ha davanti!

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Altre lezioni su KHUKAT
Khukat nuova lezione:
Quale recente scoperta universitaria si può imparare dal CANTO del POZZO?
Dice lo Zohar: qualsiasi scoperta nel mondo è scritta nella Torà! Come è possibile?
Per quale miracolo così importante il popolo inneggia un canto di lode solo per un semplice pozzo di acqua?
Come mai questo canto è così piccolo e ha solo 4 versi?
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2 PECCATI 2 TIPI DI SERPENTI
Ogni dettagli della Torà ci fornisce un prezioso insegnamento. Per questa ragione ci sono due serpenti: quello non velenoso (nakhash) e il velenoso (saràf). Non basta solo rispettare Dio ma anche i suoi rappresentanti e ogni sua creatura.

Panoramica della Parashà di Khukkàt

Parashà di Khukkàt prende il nome dal suo passaggio di apertura, che descrive il rito della purificazione dalla contaminazione di un morto, usando le ceneri di una mucca rossa. Questo precetto è descritto come un khukkà – dogma divino senza alcuna spiegazione razionale.

Dopo aver descritto il rito di purificazione, la parashà inizia la narrazione storica delle persone del popolo di Israèl durante gli ultimi anni nel deserto: cominciando dalla morte di Miriam e la mancanza di acqua, come conseguenza della sua morte; la vicenda della roccia percossa, che causa il decreto della morte di Moshè e Aharòn nel deserto. Il confronto con Edòm, la morte di Aharòn, un secondo scontro con Amalèk, l’incidente che origina i serpenti, i miracoli sul fiume Zèred e le conquiste dei territori di Sikhòn, Ya’zhèr e Og, conducono il popolo ai margini della Terra Promessa.
Nella precedente parashà la Torà conclude la sua narrazione dei primi anni nel deserto, culminando nel decreto di Hashèm secondo cui la generazione dell’Esodo si sarebbe estinta nella arida landa, con le sue conseguenze. Dal momento che non c’è nulla di rilevante da dire sugli anni intermedi, è logico che la narrazione continui ora con gli eventi degli ultimi anni nel deserto. Ma perché le leggi del rito di purificazione della mucca rossa sono incastrate nel mezzo?
Queste leggi, come la maggior parte delle leggi della Torà, furono date durante i primi quaranta giorni di Moshè sul Monte Sinày, molto prima che il popolo iniziasse il suo viaggio nel deserto. Sarebbe logico che il posto giusto per queste leggi sia in qualche parte del libro del Levitico, insieme alle altre norme sulla contaminazione e purificazione. Se vogliamo proprio porle nel libro dei Numeri, dovrebbero essere inserite nella narrazione dell’inaugurazione del Tabernacolo il primo di Nissàn anno 2449 – da qualche parte nella seconda metà di Nassò o nella prima metà di Beha’alotekhà, quando questo rito è stato eseguito per la prima volta il giorno successivo all’inaugurazione del Tabernacolo il due di Nissàn.
Perché queste leggi sono collocate qui e come si collega con il nome Khukkàt che le descrive, agli eventi storici che costituiscono la maggior parte di questa parashà che non c’entrano con i dogmi?
La risposta a questo enigma si trova esaminando il significato del termine khukkà e il tema di fondo degli eventi nell’ultima parte della parashà. Come abbiamo visto in precedenza, khukkà è un dogma, una regola per la quale non viene fornita alcuna motivazione logica. A differenza degli altri due tipi di leggi nella Torà che hanno un senso logico, mishpatìm – ordinanze ed eduyòt – testimonianze, nel caso deikhukkìm, Hashèm non fa per niente appello al nostro senso della ragione nel chiederci di osservare queste regole. Anzi per osservarle, dobbiamo invocare la nostra connessione sovrarazionale con Dio, il nostro impegno a seguire totalmente le Sue istruzioni, sia che parlino alla nostra logica umana o no.
Questa idea è associata al significato fondamentale della parola khukkà, “cesellatura” o “incisione”. Una lettera cesellata in un blocco di pietra è parte integrante di quella pietra, non una seconda entità innestata su di essa, come è il caso di una lettera scritta a inchiostro su pergamena o carta. La lettera incisa non può essere cancellata dalla pietra (almeno non senza consumare la pietra stessa), la connessione tra la lettera e la pietra è permanente, immutabile. Pertanto, l’incisione è la metafora perfetta per il livello del nostro rapporto con Hashèm, quando osserviamo le sue regole “irrazionali” dikhukkà – incisione: esprimiamo la nostra connessione irrevocabile con Lui, che trascende e annulla qualsiasi considerazione di logica come nell’unione dell’incisione.
Gli eventi descritti alla fine della parashà esprimono questo stesso livello di relazione. Abbiamo visto in precedenza che Dio in origine aveva promesso ad Avrahàm i territori di dieci nazioni: sette nazioni canaanite che vivevano tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, e altre tre che vivevano dall’altra parte del Giordano. Gli Israeliti avrebbero dovuto conquistare prima la terra delle sette nazioni, quando vi fossero entrati, e lasciare la conquista della terra delle altre tre nazioni per l’era messianica.
Ma poiché Edòm e Moàv rifiutarono il loro passaggio, il popolo dovette entrare nella terra proprio attraverso questi territori che Hashèm aveva promesso che essi avrebbero ricevuto solo in futuro. Le circostanze hanno quindi permesso loro di conquistare vaste parti di queste terre ancor prima di entrare nelle terre delle sette nazioni canaanite per conquistarne i territori. L’ordine originariamente previsto è stato invertito, hanno cominciato a completare il futuro ancor prima di realizzare il presente. E una volta conquistate queste terre, alcune persone hanno persino iniziato a stabilirvisi, aspirando a portare la promessa di Hashèm nella realtà immediata, nel suo senso più completo.
Vediamo, quindi, che la nuova generazione, essendo cresciuta immersa nella Sua presenza e negli insegnamenti di Dio durante la formazione che hanno ricevuto nel deserto, era completamente imbevuta dell’idealismo della missione di Hashèm e aveva i suoi occhi puntati sul fine ultimo del suo destino Divino. Questa nuova generazione aveva imparato dagli errori dei suoi predecessori, delle spie e dei ribelli e non aveva subordinato il suo rapporto con Hashèm all’approvazione dell’intelletto umano. La sua relazione con Dio era pura come lo era stata quella dei suoi genitori quando la Torà era stata donata per la prima volta e il Tabernacolo era stato eretto per la prima volta, e la missione e la promessa di Hashèm – nel suo significato più completo – era parte del loro essere come una lettera cesellata fa parte della pietra in cui è incisa.
Quindi la lezione della parashà di Khukkàt nel suo insieme, ci da la forza di elevarci a compiere la nostra missione divina incondizionatamente, visto che Hashèm fa parte della nostra essenza come rappresentato nel nome della parashà di Khukkàt: irrazionale, unito profondamente come un incisione.
Cercando di raggiungere il nostro obiettivo finale che è il livello di Khukkàt, Hashèm ci concederà l’opportunità di realizzare il nostro sogno e di portarci sulla soglia della Terra Promessa (come nella parashà), pronti per la redenzione finale, quando l’impurità della morte, eliminata dalla mucca rossa, sarà solo un ricordo e la promessa di Hashèm ad Avrahàm sarà soddisfatta nella sua interezza[1].
(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr che ha bisogno di tanti soci per essere pubblicato)

[1] Sèfer Hassikhòt 5750 vol. 2 pp. 541-550; Likuté Sikhòt vol. 4 p. 1056.

 

 

[15:05, 22/6/2018] Bekhor Rav: COSA IMPARIAMO DA QUESTO MONDIALE?
tutto ciò che succede non è una COINCIDENZA, solo che non sempre riusciamo a cogliere la mano divina che ha fatto accadere quegli eventi proprio in quel momento.
Forse per alcuni la disfatta totale di ieri sera della favorita Argentina potrebbe sembrare come “voce fuori dal coro”, ma in realtà per molti era PREVIDIBILISSIMA .
Infatti la rinuncia della nazionale Argentina di giocare in Israele, ma in particolare a Gerusalemme, ha dimostrato che Messi e company hanno rifiutato di ammettere la storia: che il Re Davide più di 3000 anni fa, ha scelto Gerusalemme come sua capitale e come capitale di Israèl per SEMPRE.
Hanno provato a negare la verità e staccare Gerusalemme dai suoi veri proprietari: da 3000 anni è la città santa per la religione ebraica, 1000 anni prima che nascesse il cristianesimo e ben 1.400 anni prima del islam.
Dice il Talmud chi va contro Israèl e contro Gerusalemme alla fine subirà una disfatta e così è stato!
 Trump ammettendo la verità su Gerusalemme si è garantito il suo successo e quello degli USA. L’esempio più eclatante, di questo, l’abbiamo visto  la settimana scorsa quando il tiranno e dittatore nord coreano è arrivato  sul tavolo dei negoziati CONTRO OGNI PRONOSTICO. Poche settimane prima la Corea del Nord minacciava gli USA e Giappone con lo spettro di un attacco missilistico e nucleare.. .. e adesso si inizia a trattare. Un capovolgimento a 360° gradi verso una direzione incredibilmente e imprevedibilmente opposta: se non è questo un miracolo!
Non ha caso è questo è successo tramite l’amministrazione Trump, non a caso dopo che ha spostato l’ambasciata a Gerusalemme.
Tutti questi eventi fanno parte di un processo che porta alla redenzione finale e all’arrivo di Mashiakh che sta arrivando presto nei nostri giorni(Amen), quando il mondo vedrà la verità su Israèl, il popolo eletto da Dio, e così si potrà iniziare a trasformare questo mondo. Che la luce del Santuario di Gerusalemme illumina il mondo intero. Come dice il verso il profeta Esaia cap 2 verso 4:
וְשָׁפַט בֵּין הַגּוֹיִם וְהוֹכִיחַ לְעַמִּים רַבִּים וְכִתְּתוּ חַרְבוֹתָם לְאִתִּים וַחֲנִיתוֹתֵיהֶם לְמַזְמֵרוֹת לֹא יִשָּׂא גוֹי אֶל גּוֹי חֶרֶב וְלֹא יִלְמְדוּ עוֹד מִלְחָמָה.
… trasformeranno le loro spade in rastrelli… e non andranno più in guerra… perché la pace regnerà TOTALMENTE e per SEMPRE.
Speriamo presto di vedere la redenzione e il terzo Santuario e la verità che Hashem ha scelto in Israèl per dargli la Eretz Hakodesh in eterno.
Con l’augurio che noi aumenteremo la nostra fede e attesa nella redenzione, così da avere la redenzione ora e subito, Amen.
Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
[15:05, 22/6/2018] Bekhor Rav: IN ANTEPRIMA LA PARASHA DI KHUKAT DAL NUOVO LIBRO:
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Khukat 5778- 2018 nuova lezione:
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2 PECCATI 2 TIPI DI SERPENTI
Ogni dettagli della Torà ci fornisce un prezioso insegnamento. Per questa ragione ci sono due serpenti: quello non velenoso (nakhash) e il velenoso (saràf). Non basta solo rispettare Dio ma anche i suoi rappresentanti e ogni sua creatura.
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KHUKAT 5770 – 2 PECCATI 2 TIPI DI SERPENTI
Ogni dettagli della Torà ci fornisce un prezioso insegnamento. Per questa ragione ci sono due serpenti: quello non velenoso (nakhash) e il velenoso (saràf). Non basta solo rispettare Dio ma anche i suoi rappresentanti e ogni sua creatura.

KHUKAT 5769 – PERCHE’ MOSHE NON ENTRA IN TERRA SANTA?
Ha-shem ci insegna un concetto di psicologia FENOMENALE!
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KHUKAT 5768 – MOSHE NON ENTRA IN ISRAELE! PERCHE’?
Anche l’uomo più umile sulla terra può peccare con un minimo di orgoglio!
Una lezione dedicata al 3 di Tammuz, giorno in cui il Rebbe di Lubavitch ha lasciato questo mondo fisicamente!

KHUKAT/BALAK 5766 – LA RAGIONE DELLA LOGICA!
Perché Ha-shem ci ha dato i precetti logici? Il vestito “aggiunto” dei precetti logici.

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KORAKH 5779 : 4 LEZIONI

Questo Shabbàt 6 Luglio 2019, 3 del mese di TAMÙZ 5779 leggeremo la Parashà di Korakh Numeri 16: 1 – 18: 32

HAFTARÀ
I Sam. 11, 14-12, 22

KORAKH

se di questo bellissimo mondo creato da Dio,
i miei occhi vedono un luogo da CURARE e ACCUDIRE,
ho COLTO il mio VERO RUOLO nel suo completamento.
Viceversa, se di questo mondo NOTO solamente i suoi
PUNTI DEBOLI, dovrò di ME STESSO prendermi CURA.
[ Il Rebbe di Lubàvitch ]
~
Questo Shabbat Ghimel Tammuz è il giorno del REBBE.
Mostriamo che i suoi insegnamenti sono VIVI!
Aumentiamo la PASSIONE per lo STUDIO
e l’osservanza delle MITZVOT,
portiamo più LUCE e così
affretteremo la venuta di MASCHIACH!
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

KORAKH
NUOVO LEZIONE VIDEO KORAH 2019

VALORE DELLA MONARCHIA e il ponte MORANDI!

Significato della Conversazione tra il popolo e il profeta Shmuel

nuova lezione video 34 mn
youtube: https://youtu.be/_Kr7mwScPNA

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10157225452985540

Ci sono due tipi di intermediari uno che unisce le due parti e un altro che le divide.
La differenza consiste se l’intermediario si considera un’entità a se o completamento nullo e devoto alla sua missione di unire le due parti.
Questa è la particolarità del vero RE come Moshè e come David e in ogni generazione c’è anche una guida della generazione che ha le stesse caratteristiche…

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KORAH 2018: LE CAUSE PER ROVINARSI LA VITA!
La Torà è un vero MANUALE DI VITA.
La storia di Korah ne è un grande esempio.
Come ha fatto il cugino di Moshè, super dotato e intelligente, a cadere così in basso e distruggere tutta la sua vita e la sua famiglia?
Le cause sono molteplici, ma ognuno di esse contiene una pillola di saggezza.
Nella vita essere troppo ricco, troppo carismatico, troppo analizzatore, troppo intrallazzato, significa essere sempre ai livelli alti e a volte anche troppo… alti!
Questi troppi possono diventare anche un “TROPPO” caduta in negli abissi!!!
LEZIONE IMPERDIBILE!
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Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
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TRE FILOSOFIE DI VITA ERRATE!

L’ultrarealista, l’ultraidealista e l’ambiguo e superficiale a confronto!

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Kòrakh: Panoramica della parashà

Il nome di questa parashà deriva dal suo personaggio principale, Kòrakh, cugino di primo grado di Moshè. Non molto dopo gli eventi narrati nella precedente parashà, ovvero l’episodio degli esploratori e le sue conseguenze, Kòrakh capeggiò una rivolta contro la leadership di Moshè. Questa parashà è interamente dedicata alla narrazione di questa ribellione e della reazione di Hashèm a essa.
Un aspetto curioso di questa rivolta è il tempo nella quale avvenne. Dopo tutto, Moshè aveva condotto il popolo fuori dall’Egitto più di un anno prima. Certamente, se Kòrakh e gli altri istigatori di questa insurrezione avevano delle rimostranze contro Moshè, avrebbero dovuto farle presenti molto prima di questa data, senza aspettare un anno dopo la redenzione dalla schiavitù. Inoltre, Hashèm aveva appena approvato in maniera inequivocabile il comando di Moshè spalleggiandolo contro le polemiche causate dall’episodio dagli esploratori e rifiutando ogni tentativo di conquistare la terra senza il coinvolgimento di Moshè. Il tentativo di fomentare una ribellione contro Moshè ora, sembrerebbe il momento meno opportuno, rispetto a tutte le occasioni avute in precedenza.
In realtà, Kòrakh decise di ribellarsi non solo malgrado gli eventi della parashà precedente, ma proprio a causa di essi.
Detto in breve, Kòrakh non era d’accordo con la definizione che Moshè e Aharòn davano della relazione tra il profano e il sacerdote, tra gli aspetti mondani e sacri della creazione. Secondo Kòrakh, l’uomo della strada che trascorre la maggior parte della giornata in attività mondane e materiali è santo tanto quanto il sacerdote, la cui intera giornata si svolge nel Santuario.
Kòrakh aveva notato la reazione di Hashèm al desiderio degli esploratori di rimanere nel deserto, nel quale Israèl viveva in una dimensione puramente spirituale, protetti dalle nuvole di gloria e nutriti dalla manna e dal pozzo che viaggiava con loro. Gli esploratori non desideravano entrare in “una terra che divora (consuma) i suoi abitanti” (cap 13, 32) con le sue distrazioni terrene. Moshè chiarì allora che era propria questa la precisa volontà di Hashèm, ossia che gli Israeliti entrassero nella terra promessa e la rendessero santa. Hashèm desidera che essi entrassero negli aspetti mondani dell’esistenza naturale dell’uomo, anche se ciò significa un degrado spirituale, rispetto al livello goduto nel deserto. Innalzare la mondanità è il vero scopo di tutta la creazione.
Se questo è vero, argomentava Kòrakh – ed è qui che sbagliò – perché il laico dovrebbe guardare il sacerdote dal basso verso l’alto? Perché dovrebbe ritenere la porzione del suo prodotto che egli mette da parte per il sacerdote come l’apice, la parte migliore del suo lavoro? Perché dovrebbe considerare le poche ore al giorno che spende in attività simili a quelle del sacerdote – ovvero lo studio e la preghiera – come il culmine della sua giornata? Non si dovrebbero considerare attività di pari importanza, senza che una sia migliore o più santa dell’altra?
Se non altro, il semplice ebreo e la sua consacrata vita mondana sono più santi del sacerdote e della vita che egli conduce, poiché è lui che adempie al vero scopo che Hashèm ha nella creazione.
I differenti ruoli del sacerdote e del laico, insisteva Kòrakh, sono separati ma di pari importanza, poiché Hashèm li desidera entrambi. Chi può dire che il ruolo del sacerdote è in qualche modo più sacro di quello del laico, e che la persona laica ha bisogno di nutrimento spirituale da parte del sacerdote?
Quindi Kòrakh, che criticava “l’innalzarsi” di Aharòn al di sopra della congregazione, desiderava diventare egli stesso sommo sacerdote per sistemare le cose e resettare gli equilibri. Egli voleva cambiare lo status del sommo sacerdote quale persona solo differente dal resto del popolo, ma non migliore. «Giacché l’intera congregazione – tutti loro – sono santi e Hashèm è fra di essi! Perché, quindi, vi erigete al disopra della comunità di Hashèm?». Ma ancora di più: «perché la congregazione dovrebbe “elevarsi” e desiderare di essere come voi, quando è coinvolta nelle sue attività mondane?».
A tutto ciò Moshè rispose: «Al mattino, Hashèm renderà noto…». Un laico che obbedisce ai comandamenti di Hashèm, mentre si occupa degli aspetti più materiali della vita, realizza il vero desiderio che Dio ha per la Sua creazione. Invece, le attività spirituali di un sacerdote non possono realizzare da sole il progetto di Hashèm per la creazione. Tuttavia, anche se al profano viene comandato di entrare nella terra e di lavorarla, allo stesso tempo gli viene ordinato di tenere gli occhi rivolti al sacerdote, ovvero alla trascendenza, in modo di elevare tutti quei momenti della giornata che possono essere trasformati in santità. Facendo questo la sua vita può riempirsi di luce come al “mattino”, cosicché eseguendo ciò che Hashèm gli comanda, egli potrà accrescere la consapevolezza di Dio nel suo cuore e nella sua mente.
Così, dall’episodio degli esploratori, nella parashà precedente, impariamo che il fine di Hashèm nella creazione può venir realizzato allorché entriamo nella terra, nel mondo materiale, ovvero quando l’ebraismo è più di un impegno intellettuale o emotivo, poiché trova la sua piena espressione nell’azione. Mentre da Kòrakh impariamo che l’enfasi posta sull’azione pratica, non deve scivolare in un ebraismo arido e meccanico. L’esecuzione dei comandamenti a livello fisico, ci infonde l’energia che deriva dalla consapevolezza e dall’amore per Hashèm, fa risplendere il nostro operato della luce del mattino, quella luce che illumina il buio della notte. Questo è il profondo senso del termine MATTINO usato da Moshè come risposta a Kòrakh.
Dopo che la ribellione fu sedata (prime quattro chiamate), Hashèm confermò nuovamente la distinzione della tribù di Levi e della casta sacerdotale (quinta chiamata), riepilogando le responsabilità dei sacerdoti e dei Leviti verso i laici e gli obblighi di questi ultimi verso i primi (ultime due chiamate).
Sebbene la connessione tematica tra questa ratifica e la ribellione di Kòrakh sia chiara, sembra strano che essa sia posta in una parashà che prende il nome dalla persona che mise in dubbio la correttezza di questa distinzione nel modo più eclatante, lamentandosene apertamente.
Alla luce di ciò che abbiamo detto, tuttavia, l’inclusione di questi segni distintivi sotto il titolo “Kòrakh” risulta, in effetti, appropriata. Alla fine dei conti l’idea iniziale di Kòrakh non era malvagia, egli desidera diventare egli stesso il sommo sacerdote, per sperimentare la trascendenza e la vicinanza a Hashèm. In questo aspetto, dobbiamo certamente emulare Kòrakh.
Infatti, questo è il messaggio centrale della parashà – desiderare ardentemente la trascendenza, anche mentre ci troviamo immersi nella vita mondana[1] e il nome della parashà esprime proprio questo concetto.
(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr)

[1]Likuté Sikhòt vol. 4, pagg. 1048 e seg.; vol. 8 pagg. 114 e seg.
Questo Shabbat è il 3 di Tammuz e commemoriamo il 24° anniversario da quando non vediamo fisicamente il Rebbe di Lubavitch.
La vita del Rebbe era totalmente dedicata al prossimo, anche dopo la grande tragedia dell’Olocausto, non smise mai di ricercare anime smarrite da riportare sulla via della Torà, delle mitzvòt e dell’amore per Hashèm  “Candele spente”, spesso da molto tempo, a cui serviva solo un aiuto, una spinta, un cerino per poter tornare ad illuminare il mondo.
Questa settimana era l’anniversario del Premio Noble Elie Wiesel, un uomo dal quale possiamo imparare tante cose, ma in particolare la forza di RICOMINCIARE da capo in qualsiasi momento.
Un esempio di come non farsi condizionare dal passato lo troviamo in un episodio che un sopravvissuto all’Olocausto, Elie Wiesel, ha avuto con il Rebbe, come raccontato nel suo libro di memorie ” All the Rivers Run to the Sea”:
“Alla mia prima visita alla corte del Rebbe di Lubavitch, a 770 Eastern Parkway a Brooklyn NY, avevo subito informato il Rebbe che ero un Chasid di Vishnitz, non Lubavitch, e che non avevo intenzione di cambiare i miei costumi.”
“La cosa importante è essere un Chasid”, rispose il Rebbe. “Poco importa quale.”
Successivamente, scrive Wiesel, durante Simchat Torah, ho visitato la sinagoga centrale di Lubavitch, come era mia abitudine:
“Benvenuto”, mi disse il Rebbe. “È bello che un Chasid di Vishnitz venga a salutare a Lubavitch. Ma come è il modo in cui si celebra Simchat Torah in Vishnitz?”
“Rebbe” dissi debolmente, “non siamo in Vishnitz, ma in Lubavitch.”
“Allora facciamo come si fa in Lubavitch” (Rebbe).
“E cosa si fa nel Lubavitch?” (Wiesel).
“In Lubavitch diciamo Lekhayim” (Rebbe).
“In Vishnitz, anche” (Wiesel).
“Ottimo. Puoi dire Lekhayim” (Rebbe). Mi porse un bicchiere riempito fino all’orlo di vodka.
“Rebbe in Vishnitz un Chasid non beve da solo”. “Né in Lubavitch,” rispose il Rebbe.
Lui vuotò il bicchiere che aveva in un sorso. Ho seguito l’esempio.
“Un bicchiere è abbastanza in Vishnitz?” (Rebbe).
“In Vishnitz,” dissi coraggiosamente, “un solo bicchiere è come una goccia nel mare.”
“In Lubavitch pure” (Rebbe).
Mi porse un secondo bicchiere e riempì il suo. Disse Lekhayim, risposi Lekhayim, e svuotammo i nostri bicchieri.
“Ti meriti un bracha (benedizione)” disse il Rebbe con il volto raggiante di felicità. “Chiedilo”! (Rebbe).
Non ero sicuro di cosa dire.
“Lasciate che vi benedica in modo da poter ricominciare la vita da nuovo” (Rebbe).
“Sì, Rebbe mi dia la sua bracha” (Wiesel).
E il Rebbe benedisse Eli Wiesel per iniziare una nuova vita.
L’uomo che era ancora tormentato dagli orrori della “Notte” (il nome del suo primo libro), dove ha visto i luoghi più orribili che l’occhio umano possa sopportare, lui che ha rifiutato di sposarsi e avere figli pensando che è ingiusto portare bambini ebrei in un mondo così crudele e brutale, in ultima analisi, ricostruì la sua vita dalle ceneri, creando una famiglia, e diventando un portavoce di speranza e di coscienza in tutto il mondo.
Speriamo presto di vedere la redenzione e il terzo Santuario presto nei nostri giorni con il Rebbe e Wiesel e  iniziare il nuovo ciclo che il mondo aspetta con fervore.

Speriamo presto di vedere la redenzione e il terzo Santuario presto nei nostri giorni con il Rebbe e Wiesel e  iniziare il nuovo ciclo che il mondo aspetta con fervore.

IL PDF della Parashà di questa settimana di KORAKH sarà pronta a breve e lo caricherò sulla mia pagina FACEBOOK BH.
NUOVO LEZIONE VIDEO KORAH 2018
KORAH: LE CAUSE PER ROVINARSI LA VITA!
La Torà è un vero MANUALE DI VITA.
La storia di Korah ne è un grande esempio.
Come ha fatto il cugino di Moshè, super dotato e intelligente, a cadere così in basso e distruggere tutta la sua vita e la sua famiglia?
Le cause sono molteplici, ma ognuno di esse contiene una pillola di saggezza.
Nella vita essere troppo ricco, troppo carismatico, troppo analizzatore, troppo intrallazzato, significa essere sempre ai livelli alti e a volte anche troppo… alti!
Questi troppi possono diventare anche un “TROPPO” caduta in negli abissi!!!
LEZIONE IMPERDIBILE!

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/06/10/korakh-5770-tre-filosofie-di-vita-errate/

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

TRE FILOSOFIE DI VITA ERRATE!

L’ultrarealista, l’ultraidealista e l’ambiguo e superficiale a confronto!

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Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

Non si possono descrivere in poche parole le qualità del Rebbe, ma una in particolare era la sua positività e il vedere sempre il buono in ogni persona e in ogni cosa.

Uno dei tanti esempi ci viene dalla seguente storia:

Il Rabbino Berel Baumgarten (nel 1978) è stato un educatore in una yeshiva ortodossa a Brooklyn, NY, prima di trasferirsi a Buenos Aires. Una volta scrisse una lettera al Rebbe per chiedere un consiglio. Ogni Shabbat pomeriggio, quando faceva  lezione con i suoi studenti, uno di questi arrivava con addosso un evidente odore di fumo di sigaretta. Chiaramente, fumava di Shabbàt e il maestro pensò: “La sua influenza può causare nei suoi compagni di classe il desiderio di cessare di osservare lo Shabbàt? Forse è meglio espellerlo dalla scuola?”.

La risposta del Rebbe non fu altro che un riferimento accademico: “Vedi Avot deRabbi Natan capitolo 12” senza dare ulteriori spiegazioni.

 

Avot deRabbi Natan è un trattato talmudico, un addendum all’Etica dei Padri, composta nel IV secolo dell’era volgare da un saggio del Talmud noto come Rabbi Natan Habavli (da qui il nome Avot deRabbi Natan). Io ero curioso di capire la risposta del Rebbe.

Rabbi Baumgarten era alla ricerca di consigli pratici, e il Rebbe lo aveva mandato a un testo antico …

Aprìi Avot deRabbi Natan a quel particolare capitolo e trovai una storia, sulla vita di Aharòn il Sommo Sacerdote di Israele.

Aharon, ci insegnano i saggi, riportò molti ebrei da una vita di peccato a una vita di purezza. Egli fu il primo nella storia ebraica a fare “Baalei teshuvà” ossia ispirare ebrei a riabbracciare il proprio patrimonio, la fede e la missione spirituale interiore. Ma, a differenza di oggi, al tempo di Aharon essere un peccatore era una situazione anomala, perché gli ebrei della sua generazione videro Dio nella sua piena gloria, e  ribellarsi contro di Lui eraun segno di vero tradimento e malafede.

Come riuscì Aharon in questa difficile impresa? Egli usava salutare calorosamente OGNI persona.  Anche un grande peccatore veniva accolto da Aharon con grazia e amore. Aharon abbracciava questi “peccatori ebrei” con calore e rispetto. Il giorno seguente, quando questa persona desiderava peccare, diceva a se stesso: Come sarò in grado di guardare Aharon negli occhi dopo aver commesso un peccato così grave? Lui mi tiene in così alta considerazione morale, come lo posso ingannare e deludere? E così questa persona si asteneva dal comportamento immorale.

Ora arriviamo al punto di partenza: Aharon fu un leader, un Sommo Sacerdote, perché anche il suo bastone è sbocciò. Non rinunciò mai ai bastoni secchi. Non guardò mai qualcuno dicendo: “Questa persona è una causa persa. Egli è completamente tagliata fuori dal suo albero, da ogni possibilità di crescita. È secco, fragile, e senza vita”. Per Ahron, anchei  rami secchi fioriscono e producono frutti”.

Questa è la storia raccontata in Avot deRabbi Natan. Questa è stata la storia che il Rebbe di Lubavitch volle che il Rabbino Berel Baumgarten imparasse a interiorizzare. “Dovrei espellere il bambino dalla scuola” fu la sua domanda; “Egli è, ebraicamente parlando, un pezzo di legno duro!”.

La risposta di Aharon è questa: lo amo all’infinito. Lo abbraccio con ogni parte del mio essere, apro il mio cuore a lui con calore e affetto. Apprezzarlo, rispettarlo e fargli sentire che realmente ti curi di lui. Si veda in lui o lei quello che lui o lei non può essere in grado di vedere in se stesso in quel momento. Se si guarda la persona che ci è davanti come un grande essere umano egli diventerà proprio questo.

Questo, ancora una volta, è il segno del vero leader: dove altri potrebbero aver visto un bastone spiritualmente arido, il Rebbe ha visto il potenziale della creazione di uno stimolante giardino.

Se solo ogni educatore, genitore, rabbino, insegnante e leader potessero emulare il suo esempio, si avvicinerebbe il giorno in cui tutto il nostro vero potenziale e del mondo sboccerebbe e farebbe emergere la gloria di Hashem.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

KORAKH 5770 – TRE FILOSOFIE DI VITA ERRATE!
L’ultrarealista, l’ultraidealista e l’ambiguo e superficiale a confronto!

KORAKH 5768 – DITTATURA CORROTTA?
Perché gli ebrei accusano Moshè di aver ucciso il popolo dopo il miracolo della terra che inghiottisce Korakh?
Perché Ha-Shem compie un secondo miracolo con il bastone di Aharon?

KORAKH 5766 – IL POSITIVO DAL NEGATIVO!
Come trasformare una vicenda negativa, come quella di Korakh, in insegnamenti positivi di vita!

KORAKH 5765 – TROPPA RICCHEZZA, TROPPA INTELLIGENZA, TROPPA NEGATIVITA’
Come un uomo con tante doti può commettere gravi errori!

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SHELAKH 5779: 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 29 Giugno 2019  26 del mese di SIVAN 5779 leggeremo la Parashà di Shelakh Numeri 13: 1 – 15: 41
HAFTARÀ Giosuè 2: 1-24.

Si annuncia Rosh Chòdesh

SHELAKH

siamo arrivati alla quarta Parashà ed ecco il link di Shelakh tradotta e commentata dal nuovo libro di Bamidbar in fase di uscita.
Si consiglia di stampare due pagine in un foglio fronte e retro per studiare per la prima volta in italiano Shelakh commentata e illustrata.
Cliccare sul seguente link in alcuni casi col mouse destro:
www.virtualyeshiva.it/files/kodesh/Shelakh.pdf
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Qual’è la causa che ha portato l’idolatria nel mondo? Quale è il giusto rapporto con il nostro lavoro e come non farsi inghiottire dalla nostra professione? Se è Dio che guarisce perché andiamo dal medico? Qual’è il giusto equilibrio tra la medicina e la fede in Hashèm?
Queste e tante altre domande presuppongono una risposta fondata su un GRANDE INSEGNAMENTO DI VITA.
Questa lezione, basata sugli insegnamenti del Rebbe di Lubàvitch (Likuté Sikhòt vol XVIII), spiega e chiarisce queste domande spiegando il parallelismo tra l’idolatria e la mitzvà di donare la Khallà (una parte dell’impasto) impariamo un messaggio di vita ATOMICO.
Lo scopo della nostra esistenza è cercare l’equilibrio tra anima e corpo, tra attributi negativi e quelli positivi. Capendo il significato degli intermediari – senza valorizzarli più di quello che sono veramente – riusciremo a trovare il giusto equilibrio nella vita.
Questo insegnamento viene tratto grazie all’accostamento di due precetti apparentemente lontanissimi tra loro: l’idolatria è la base della fede, mentre la Khallà è un precetto importante, ma non fondamentale. Tuttavia l’associazione tra di loro ci insegna come trovare il giusto equilibrio con la natura che ci circonda.
Il frutto della nostra fatica deve mantenere le giuste proporzioni e non deve illuderci che è tutto grazie al sudore della nostra fronte se siamo riusciti a raggiungere importanti risultati.
Collegando tutto questo al filo conduttore della parashà capiremo il collegamento con l’errore degli esploratori che hanno guardato il mondo con superficialità. Gli esploratori non hanno capito che lo scopo della creazione di un mondo privo di spirito è solo per elevarlo e rivelare che anche nella materia c’è la mano di Dio nascosta.
In altre parole non hanno creduto nella forza che Hashèm gli ha dato di poter trasformare la materia in spirito, ovvero non hanno creduto in se stessi, hanno peccato in mancanza di AUTOSTIMA.
Impariamo dall’errore degli esploratori a non sottovalutarci e a realizzare la nostra missione nel mondo anche se ci sembra impossibile.
Se anche il padrone di un asino sa quanto può resistere il suo animale; sicuramente Hashèm sa fino a dove possiamo arrivare. Se Dio ci ha messo nel mondo per elevarlo sicuramente siamo in grado di farlo.
BASTA CHE CREDIAMO IN NOI STESSI e che non siamo nati per COINCIDENZA, ma per fare una differenza nel mondo!

questo il riassunto di questa nuova lezione video BOMBA 31mn

VERO SIGNIFICATO DELL’IDOLATRIA

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
rav Shlomo Bekhor

SHELAKH
LEZIONE ANNO SCORSO SU SHELAKH 5778: ESSERE PSICOLOGI DI SE STESSI!
Come bisogna essere medici del proprio corpo e capire le cause di ogni sintomo a cosa può portare, così bisogna essere medici della propria psiche. Capire che in certi momenti di poco equilibrio bisogna agire con maggiore prudenza.
Il Rebbe dice che la nostra generazione deve agire con più giogo divino e sottomissione e non basare il rapporto con Hashem solo sulla razionalità, perché in questi tempi si potrebbe rischiare di cadere spiritualmente.
Questo è il consiglio e l’ordine dato da Moshè agli esploratori di comportarsi come turisti e non come spie. Tuttavia loro essi si sono comportati diversamente, pensando di essere furbi e fare un salto di livello che li porterà a una caduta storica indimenticabile.
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Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/06/18/shelakh-5769-il-peccato-della-comparazione-degli-alberi

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_06_18_shelakh5769_mekoshesh_shabbat_basevita.mp3

IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!

Esplorazione del mondo nascosto dell’enigmatico “raccoglitore di legna”!!!

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Panoramica della parashà Shelàkh

Nonostante i due ritardi/incidenti nella parashà precedente – uno durato un mese e l’altro una settimana – questa parashà si apre con il racconto del popolo pronto a entrare nella Terra di Israele. Come preparazione finale prima di lanciarsi alla conquista, gli Israeliti mandarono i loro capi più illustri e raffinati in avanscoperta. Ma come risultato della missione, il popolo dovette soffrire la terza e più grave battuta d’arresto, che causò la morte dell’intera generazione nel deserto e ritardò l’ingresso nella Terra Promessa di altri trentanove anni.
La maggior parte della parashà è dedicata ai dettagli di questa storia tragica e drammatica. L’ultima parte della parashà, tuttavia, si allontana improvvisamente dal racconto storico e discute un buon numero di leggi e di eventi che apparentemente non hanno alcuna connessione gli uni con gli altri o con i fatti ricordati all’inizio della parashà:
il requisito di portare offerte di grano e vino insieme con i sacrifici degli animali,
il requisito di dare khallà che è una parte di ogni impasto di pane ai sacerdoti,
le leggi che riguardano le offerte che espiano il peccato di idolatria,
la vicenda dell’uomo che raccolse della legna di Shabbàt,
il comandamento di aggiungere dei tzitzìt – frange agli angoli dei vestiti.
Le leggi sembrerebbero appartenere al Libro del Levitico, e l’incidente dell’uomo che raccoglieva i ramoscelli – che accadde poco dopo il Dono della Torà – sembrerebbe appartenere al Libro dell’Esodo. Perché vengono collocati qui, e come sono connessi al nome della parashà, Shelàkh, che significa semplicemente “manda”?
Per capire, ricordiamo ancora una volta che lo scopo della discesa dell’anima nel corpo, la creazione del popolo ebraico, l’esilio in Egitto e l’Esodo, il dono della Torà, e l’ingresso e la successiva conquista della Terra di Israele, sono avvenuti tutti per il preciso scopo di trasformare questo mondo in una dimora per Hashèm, che significa disseminare la coscienza divina nel mondo intero.
In altre parole noi siamo tutti – sia individualmente che collettivamente – emissari di Hashèm per realizzare il Suo scopo in Terra. Per questo è certamente opportuno che alla vigilia dell’ingresso nella terra di Israele, dove questo scopo sta per essere completato, Hashèm dice a Moshè di mandare dei rappresentanti del popolo in missione. Questo compito racchiude l’essenza di ciò che rappresenta l’ingresso alla Terra promessa: completare la nostra missione divina come emissari di Hashèm in questo mondo.
Esistono molte spiegazioni del perché gli esploratori fallirono in questa missione, e ne vedremo alcune in seguito. Ma il vero motivo sottostante del loro tragico errore fu che essi credettero che gli emissari (cioè gli Israeliti in toto), non fossero in grado di compiere la loro missione, che il Mandante avesse in qualche modo sovrastimato le capacità dei Suoi rappresentanti o sottostimato le difficoltà che essi avrebbero incontrato.
La generazione dell’Esodo conquistò il livello di coscienza divina più alto che ogni altra generazione nella storia. Hashèm li nutriva con la manna celeste, e questo ogni giorno ricordava loro il coinvolgimento divino persino negli aspetti mondani della vita. Ciò fece sì che essi diventassero i recipienti ideali per [accogliere] la Torà[1]. Essi furono anche testimoni dell’assoluto controllo di Hashèm sulle “immutabili” leggi della natura, e della Sua abilità nel sospenderle per il Suo popolo. E infine, avevano assistito alla rivelazione divina nella promulgazione della Torà sul monte Sinày. Come è possibile allora che questo stesso popolo, esposto quotidianamente ai miracoli di Hashèm, mutasse improvvisamente in una moltitudine di scettici spaventati? E come è possibile che la loro élite spirituale cadesse così in basso sin al punto di mettere in dubbio l’onnipotenza di Hashèm?
La risposta è che fu proprio la loro elevata spiritualità a condurli in errore. Essi desideravano sperimentare la vita e perseguire il divino liberi dalle distrazioni della materialità. Nel deserto erano protetti dalla nuvola di gloria, sostentati dalla manna e dal pozzo di Miryàm e soddisfatti in tutti i loro bisogni fisici. Il loro tempo era dedicato totalmente allo studio della Torà, alla meditazione e alla preghiera. Ripugnava loro l’idea di entrare nel mondo reale, dove il pane doveva essere ottenuto col sudore dato dal lavoro della terra, e la vita non poteva essere un paradiso celeste[2].
Per questo motivo gli esploratori riferirono che la terra “consuma i suoi abitanti”: essi temevano che una volta entrati finissero preda della sua materialità e non potessero più essere totalmente spirituali. Ai loro sentimenti fecero eco, secoli dopo, le parole di Rabbi Shim’òn bar Yokhày, che disse: “Se una persona ara quando è tempo di arare, semina quando è tempo di seminare, raccoglie quando è tempo di raccogliere, trebbia quando è tempo di trebbiare e fa la mondatura quando è il tempo di mondare, cosa ne sarà della Torà?”[3].Certamente, questa aspirazione ci ha indotto a desiderare, con tutto il cuore e attraverso le varie epoche, l’avvento dell’era messianica, quando la materialità terrena non distrarrà più l’elevazione spirituale[4].
È lodevole desiderare la venuta di questo tempo; tuttavia, questo desiderio deve essere bilanciato dalla umile sottomissione ai piani che Hashèm ha per il creato. Il compito della vita è vivere all’interno della realtà mondana e rivelare il divino nascosto che c’è in essa. Gli esploratori e tutta la loro generazione non erano disposti a portar avanti il mandato ricevuto sul monte Sinày – cioè portare il paradiso in terra e la terra in paradiso, perché non sono stati in grado di percepire il grande vantaggio di entrare nel mondo materiale, dove l’essenza di Hashèm può essere trovata ubbidendo ai suoi comandamenti sul piano fisico, e anche perché temevano le insidie che accompagnano questo compito più legato ad azioni fisiche che allo spirito.
Era precisamente questo equivoco che doveva essere smentito una volta per tutte prima dell’ingresso nella terra promessa. È molto facile, quando si considera l’ampiezza delle richieste della Torà nella nostra vita e gli sforzi che dobbiamo dedicare per soddisfare tali richieste in modo appropriato, cadere nella trappola del ragionamento secondo cui Hashèm ci sta chiedendo troppo. Dopo tutto, la Torà cerca di governare ogni aspetto della vita, in tutti i suoi innumerevoli dettagli. Anche studiare la Torà di per se, sembra un compito impossibile, poiché “la sua lunghezza è maggiore di quella della terra, e la sua profondità maggiore di quella degli oceani”[5].
E come se non bastasse, la Torà ci chiede di sublimare i nostri istinti animali innati e di resistere alle pressioni della società e alle sue regole. Come può la flebile voce dei pochi che sono fedeli a Hashèm vincere il frastuono di coloro che lo ignorano e non farsi condizionare dalle regole della società?
Solidi argomenti, certo, che tuttavia, dopo soltanto una riflessione momentanea, si sbriciolano. Poiché anche un committente umano, se dotato di un minimo di senso, non dà a un suo rappresentante un compito troppo difficile per lui da compiere. E se un committente umano può sbagliare nella stima delle capacità dell’emissario, Hashèm ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi: come nostro Creatore, Egli è completamente cosciente dei nostri punti di forza e delle nostre debolezze. È perciò inconcepibile che Egli possa o voglia assegnarci un compito che non possiamo portare a termine.
Fallendo la loro missione gli esploratori, paradossalmente, hanno avuto successo in un modo molto più completo. Il loro fallimento ha permesso che il bene prezioso, da loro disdegnato – ovvero il fine divino di far diventare questo mondo una dimora per Hashèm – fosse raggiunto in modo più integro rispetto a quanto il loro successo avrebbe mai potuto conseguire.
Il modo migliore per fare del mondo la dimora di Hashèm è rivelare che, in realtà, la nostra vera e innata natura è divina, ovvero realizzare la prospettiva, gli obiettivi e i desideri di Hashèm come se fossero nostri.
Quando riusciamo in questo intento, non solo seguiamo la volontà di Hashèm perché ci viene detto, ma anche perché la nostra mente e il nostro cuore ci spingono a farlo.
Il problema è che trasformare se stessi in tal senso è un processo di auto raffinamento lungo e faticoso.
Sarebbe molto più semplice e veloce sottomettersi in toto alla volontà di Hashèm dandogli “carta bianca”, piuttosto che raffinare gradualmente l’intelletto e le emozioni con un allenamento costante che insegni loro a vedere la presenza di Hashèm attraverso la materialità del mondo. Ma questo è esattamente quello che il peccato commesso dagli esploratori ci ha permesso di fare in modo più semplice.
Per prima cosa, gli esploratori riuscirono a entusiasmare il popolo all’idea di entrare nella Terra di Israele[6]. Grazie a loro, gli ebrei udirono da testimoni oculari che nella terra fluivano latte e miele, e che quindi non dovevano credere alla promessa di Hashèm solo in base alla fede. Una volta riscossi dai loro dubbi momentanei, essi vennero trascinati dal desiderio di entrare nella terra promessa. I loro figli porteranno dentro i loro cuori e menti, questa conoscenza delle virtù della terra di Israele quando vi entrarono gioiosamente insieme a Yehoshù’a. Infatti, gli esploratori che Yehoshù’a mandò in seguito, avevano solo uno scopo strategico ma non di convincimento, poiché il popolo non necessitava più un’ulteriore conferma della bellezza e delle caratteristiche benefiche della terra che li attendevano.
Secondo, il fatto che gli esploratori – essendo i CAPI di Israèl e quindi rappresentati di tutto il popolo – camminando attraverso la terra, la prepararono spiritualmente per il successivo ingresso di Israèl in toto. La missione delle spie ebbe allora l’effetto immediato di iniziare la conquista della terra e spianare la strada per la effettiva presa[7].
Terzo, se le spie e la loro generazione non avessero peccato, il popolo sarebbe comunque entrato sotto la guida di Moshè e sarebbe stato condotto ad una vittoria miracolosa dalla nuvola di gloria e dalla colonna di fuoco di Hashèm. Ma in tal modo, la vittoria e la conquista sarebbero state solo di Hashèm, piuttosto che del popolo aiutato dal Suo costante supporto. A causa del peccato degli esploratori, la terra doveva essere ora conquistata dalla prodezza in battaglia, ma la vittoria che ne sarebbe seguita, sarebbe stata il risultato degli sforzi del popolo. E poiché essi dovettero lottare per essa, la avrebbero poi valorizzata di più che se l’avessero ricevuta solo quale dono di Hashèm.
E infine, l’errore delle spie ci insegna la preziosissima lezione che possiamo tutti portare a termine la missione di Hashèm, e che non dovremmo mai fare l’errore di pensare che non siamo all’altezza della Sua chiamata per completare il nostro incarico.
Così, alla luce di quanto spiegato, era cruciale che le spie “peccassero”: era l’unico modo per raggiungere l’obiettivo di Hashèm di rendere il mondo una dimora per l’infinito, il solo modo in cui il processo storico avrebbe potuto procedere esattamente nella miglior maniera possibile. La loro vera colpa non consiste in quello che fecero, ma nel fatto che si focalizzarono solo su una faccia della medaglia, senza vedere il lato positivo del loro operato.
Forse essi possono essere perdonati per questo errore, questa era in fondo la prima volta che una generazione era chiamata a vivere il paradosso di desiderare il paradiso mentre lavorava sulla terra, di riconoscere l’importanza dell’io e allo stesso tempo abrogarlo in totale obbedienza: vivere con questa contraddizione può inizialmente sembrare impossibile. Così come dicono i nostri saggi: “tutti gli inizi sono difficili”.
In ogni caso, la lezione che dobbiamo imparare dagli esploratori è insieme l’importanza di aspirare ardentemente alla vita spirituale e di sottomettersi umilmente al desiderio di Hashèm di fare di questo mondo la Sua dimora, e di raggiungere il giusto bilancio tra questi due aspetti. Sia agire come una persona incentrata su se stessa che, all’opposto, operare con cieca obbedienza hanno entrambi degli inconvenienti: l’obbedienza cieca rappresenta il nocciolo, il substrato, del nostro impegno verso Hashèm, ma una vita basata su questo non coinvolge la persona nella sua interezza; agire nel nostro interesse permette alla prospettiva divina di permeare il nostro essere intero, ma fare ciò ci espone al rischio di lasciare che il nostro ego ci conduca fuori strada.
Lo scopo è rimanere consci del nostro impegno sovra razionale e incondizionato verso Hashèm pur facendo nostra la Sua realtà.
La nostra missione è garantita per avere successo solo quando ci impegniamo a manifestare la nostra dimensione divina in quanto mandatari di Hashèm, piuttosto che per promuovere i nostri interessi personali[8].
[1] Mekhiltà Beshalàkh 16, 4.
[2] Likuté Torà 3, 36.
[3] Berakhòt 35b.
[4] Ràmbam Teshuvà 9:2.
[5] Iyòv 11, 9.
[6] Cf Rambàn Bemidbàr 13, 1.
[7] Questa preparazione spirituale si concluse quando Moshè posò lo sguardo sulla terra dalle altitudini al di fuori di essa, proprio prima della sua morte (vedi Tzafnàt Panéakh Devarìm 34, 1).
[8] Basato su Likuté Sikhòt, vol. 23, pag. 92; Sèfer Hassikhòt 5751 vol. 13, pagg. 39-40.

ESSERE PSICOLOGI DI SE STESSI!

Come bisogna essere medici del proprio corpo e capire le cause di ogni sintomo a cosa può portare, così bisogna essere medici della propria psiche. Capire che in certi momenti di poco equilibrio bisogna agire con maggiore prudenza.

Il Rebbe dice che la nostra generazione deve agire con più giogo divino e sottomissione e non basare il rapporto con Hashem solo sulla razionalità, perché in questi tempi si potrebbe rischiare di cadere spiritualmente.

Questo è il consiglio e l’ordine dato da Moshè agli esploratori di comportarsi come turisti e non come spie. Tuttavia loro essi si sono comportati diversamente, pensando di essere furbi e fare un salto di livello che li porterà a una caduta storica indimenticabile.

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IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!

Esplorazione del mondo nascosto dell’enigmatico “raccoglitore di legna”!!!

Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:

http://www.virtualyeshiva.it/2009/06/18/shelakh-5769-il-peccato-della-comparazione-degli-alberi

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

http://www.virtualyeshiva.it/files/09_06_18_shelakh5769_mekoshesh_shabbat_basevita.mp3

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

http://www.virtualyeshiva.it/2015/06/06/shelakh-5772-6-lezioni/

SHELAKH 5770 – TRE TIPI DI AMORE
Mettendo in parallelo il pensiero di Maimonide sulle regole della teshuvà con quello degli esploratori, capiremo che anche se loro avevano pensato di agire per volontà di Ha-shèm, in realtà non avevano ancora raggiunto il livello ottimale di amore per Lui.

SHELAKH 5769 – IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!
Esplorazione del mondo nascosto dell’enigmatico “raccoglitore di legna”!!!

SHELAKH 5768 – AMORE DEGLI ESPLORATORI INFINITO A MOSHE!
Come hanno fatto gli esploratori a sbagliare così gravemente?

SHELAKH 5766 – IL PREZZO DELL’INGRATITUDINE!
Che cosa impariamo dall’errore degli esploratori?

SHELAKH 5766 – TRASFORMAZIONE DEL BENE IN MALE
Le origini del grave errore di valutazione degli esploratori mandati in eretz Israel, sono le stesse che oggi possono portarci lontano dalla missione che Ha-shem ci dato in questo mondo!
Che cosa impariamo dall’errore degli esploratori?

SHELAKH 5765 – QUANDO IL DESERTO AFFASCINAVA DI PIU DEL LAVORARE LA TERRA!
Perché gli esploratori misero in discussione la volontà di Ha-shem?

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BEHA’ALOTEKHA 5779 : 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 22 Giugno 2019, 19 del mese di SIVAN 5779 leggeremo la Parashà di Behalotekhà Numeri 8: 1 – 12: 16
HAFTARÀ
Zaccaria 2: 14 – 4: 7.

BEHA’ALOTEKHA

B”H
19 Sivan 5779 – 22 Giugno 2019
parasha di: BEHALOTEKHA
accensioni lumi per milano venerdi 20:00 pm

Shabbat finisce: 22.07

a proposito della Menorà che leggiamo questa settimana troviamo un parallelismo con i salmi.
Tutti sappiamo che la lettura quotidiana del salmo 67 (Lamnatzèakh su Neghinòt) con le parole poste a forma di Menorà (candelabro) è molto propizia e permette alla persona di trovare grazia agli occhi di Ha-Shèm e del prossimo.
Re Davìd incise questo salmo su una lastra d’oro che portava sempre con sé in guerra e grazie a essa ogni volta sconfiggeva tutti i nemici.
È molto importante leggerlo a forma di Menorà cominciando da destra, in alto sulle fiamme, andando verso sinistra. Si continua poi sul primo braccio da sinistra, per poi continuare a leggere tutti i bracci da sinistra a destra.
Sul seguente link viene letto con il salmo davanti con la melodia che si dice risalga al tempo del Santuario: https://www.youtube.com/watch?v=rCKXc-3vi5o
Chi legge il salmo in questa forma, facendo attenzione a tenere il libro in posizione verticale (e non orizzontale sul tavolo), viene protetto tutto il giorno in maniera speciale e il suo operato avrà successo.
Se non lo si avesse scritto a forma di Menorà si immagina nella mente questa forma mentre si recita.
Se poi si legge da una pergamena dove è scritto a mano, e non stampato, è molto meglio. È importante non inclinare il libro a destra o sinistra quando si leggono le braccia che sono diagonali, al massimo si può inclinare la testa.
Vedi sotto una storia sulla potenza della Menorà.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

nuova lezione video (30mn)
COME SUPERARE IL PECCATO INIZIALE
youtube: https://youtu.be/TJGZfi-pF6A

BEHA’ALOTEKHA

Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
www.virtualyeshiva.it/2010/05/15/behalotekha-5770-potere-ed-influenza/
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PEGGIORE CRISI DI MOSHE!

Consiglio di Sigmund Freud al Rebbe di Lubavitch nel 1903 a Vienna!

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UNA NATURA AGGIUNTIVA

La prima parte del Libro dei Numeri, descrive la formazione di Israèl in un esercito alla vigilia del viaggio che dovrà compiere nel deserto. La prima metà della parashà Beha’alotekhà completa questa formazione.
Con la seconda parte della parashà inizia il secondo argomento fondamentale del Libro dei Numeri, nella quale vediamo il popolo avviarsi nell’importante viaggio verso la Terra Promessa.
Tuttavia, non più tardi della loro partenza, vediamo gli ebrei commettere una rapida successione di errori, che persistono nelle due parashòt seguenti. Il tragico risultato di questo degrado spirituale a spirale è il decreto divino che condanna quella intera generazione a perire nel deserto e a rimandare l’ingresso nella Terra Promessa dopo trentotto anni. Questa tragedia contrasta duramente il tono ottimistico della prima metà dellaparashà.
Andando nel dettaglio, la parashà Beha’alotekhà si apre con il comandamento di accendere il Candelabro del Tabernacolo. Aharòn viene incaricato di mantenere accesi i lumi finché gli stoppini non colgono la fiamma e bruciano da soli e, come verrà spiegato, questa è un’allegoria dello scopo della nostra esistenza sulla terra: accendere la fiamma della coscienza divina fino a che il creato bruci da solo con l’entusiasmo richiesto a completare il suo scopo divino in questo mondo. Per questo motivo, l’accensione del Candelabro racchiude lo scopo intero della creazione: trasformare il mondo in una dimora per Hashèm.
Come si spiega che concetti così totalmente opposti vengano compressi all’interno della stessa parashà? La domanda diventa ancora più pertinente quando consideriamo che il nome della parashà – Beha’alotekhà, che viene dal comandamento di accendere il Candelabro, significa “quando farai salire” e si riferisce all’insegnamento di fare in modo che la fiamma “salga” [bruci] da sola. In che modo l’atto di accendere la coscienza divina nel mondo, fino a che bruci da sola, si adatta al declino morale che si rivela man mano che la narrazione progredisce?
Possiamo cominciare a capire ricordando che la missione divina di rendere il mondo una dimora adatta ad Hashèm si applica a tutte le forme; quindi, il solo modo di completarla è trasformare tutti gli aspetti della vita in sfaccettature ed elementi della nostra relazione con Dio. Non è sufficiente sentirsi vicini ad Hashèm o insegnare ad altri a percepire la stessa cosa quando stiamo esplicitamente svolgendo azioni sante – ovvero quando studiamo la Torà e seguiamo i comandamenti di Hashèm. La Divinità deve permeare allo stesso modo le nostre azioni mondane.
Questo modo di agire può essere acquisito attraverso la pratica, allenando noi stessi o gli altri a superare la tendenza innata della realtà fisica a oscurare la presenza di Hashèm nelle nostre vite e nel creato. Quindi vivere in modo conforme al Creatore diventa una seconda natura, altrettanto reale come la precedente prospettiva del mondo materiale.
Il modo più profondo di ripensare se stessi e gli altri in tal senso è, tuttavia, rivelare la nostra innata divinità. Allorché diventiamo completamente consapevoli che l’esistenza di Hashèm è la sola vera realtà, e che tutto il resto è meramente contingente alla Sua realtà, scopriamo anche la nostra autentica natura, come parte della realtà assoluta di Dio, la nostra percezione del mondo è simile a quella divina.
Scopriamo che l’attitudine di vedere Hashèm ovunque e di essere consci della Sua presenza in ogni cosa che facciamo non è una seconda natura (qualcosa che prende il posto della prima), ma è in effetti la nostra natura primaria, il nostro sé effettivo, che in realtà è la nostra vera essenza, ancora di più di quella che pensavamo fosse la nostra reale “prima” natura.
Questo è il significato profondo dell’espressione “accendere uno stoppino fino a che bruci da solo”: dobbiamo lottare per rifinire noi stessi, gli altri e il mondo intorno a noi fino a che la natura intrinseca di ogni persona e di ogni cosa venga rivelata, e quindi bruci di consapevolezza divina come parte della sua natura intrinseca. Solo quando avremo compiuto ciò, potremo dire di aver trasformato veramente e in modo completo questo mondo per essere un dimora di Hashèm, che si completerà nella redenzione finale.
Questo significa, allo stesso tempo, rivelare la nascosta divinità che si trova all’interno delle nostre ribellioni. Certamente, la rivolta (o, a un livello più sottile, l’idea di rivolta) deve essere domata il più velocemente possibile e questo ci richiede di “forzarci” ad acquisire una seconda natura, quella divina. Ma il modo più profondo per sedare una ribellione è di rivelare la sua vera natura: il rifiuto a ritenerci soddisfatti del grado di comprensione di Hashèm che abbiamo in quel momento e una reazione indignata verso la superficialità della relazione intrattenuta con l’Altissimo. La ribellione evidenzia la vera causa, cioè la disperazione: “Se questo è tutto ciò che c’è nella vita divina, io non lo voglio affatto!”
Viste da questa prospettiva, queste ribellioni articolano il nostro sincero desiderio di ritornare ad Hashèm (teshuvà), in modo da ristabilire la relazione con Lui a un livello molto più profondo di quanto non fosse mai stato prima. Le ribellioni del popolo ebraico, subito dopo la partenza per il loro importante viaggio, possono essere comprese in questa ottica; quindi, il posto adeguato per collocarle è certamente nella parashà il cui tema principale è alimentare la coscienza divina del mondo fino a che tutta la realtà non ne sia illuminata.
Questa è una delle ragioni per cui la Torà parla proprio di Aharòn come di colui che accende il Candelabro, anche se in effetti a chiunque – persino un laico – è permesso farlo[1]. Aharòn era famoso per il suo amore incondizionato per tutti, anche verso coloro i quali non possedevano altre qualità che li riscattasse se non quella di essere una creazione di Dio: “Sii tra i discepoli di Aharòn, che amano la pace e la ricercano, che amano tutte le creature e le avvicinano alla Torà”[2]. Aharòn si interessava persino di persone che sembravano molto distanti dalla santità, faceva fluire in loro la divina coscienza grazie all’amore che trasmetteva e accendeva la loro anima per attirarli sulla via di Hashèm. Questa accensione è quindi parallela al ruolo di Aharòn di portare in risalto l’essenza divina in ogni persona.
Quando riveliamo la nostra profonda natura divina, anche nei momenti più bassi della nostra vita, quando ci sentiamo il meno entusiasti possibile per tutto ciò che è santo, ecco che guadagniamo l’abilità di “accendere lo stoppino” della realtà “finché brucia da solo” in ogni circostanza e a ogni livello, e gli alti e bassi della vita diventano così parte dello stesso processo di “accensione dei lumi”[3].
Perciò la luce del Candelabro rappresenta la luce infinita che porterà Mashiàkh e che illuminerà la vera identità del creato, permettendoci di vedere il divino non solo come una natura secondaria, ma come l’unica vera natura del mondo che è la dimora di Hashèm.
(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr)


[1] Vedi 8, 2
[2] Avòt 1:12
[3] Sèfer Hassikhòt 5751, vol.2, pagg. 598-610

 

 

Il midrash ci racconta che questa è stata una delle situazioni in cui il popolo ebraico ha sbagliato, perciò la Torà interrompe la narrazione dei fatti per separare tra loro e le azioni sbagliate.
“Il popolo ebraico si allontanò dalla montagna di Hashèm…” (Bamidbàr 10, 33)

In che cosa sbagliarono gli ebrei allontanandosi dalla montagna di Hashèm? Effettivamente essi s’incamminarono soltanto quando Dio diede loro un segnale. Perciò, se hanno avuto il consenso per mettersi in viaggio, perché peccarono?
I rabbini spiegano che gli ebrei si spostarono come “bambini che escono da scuola”, di fretta, cioè ansiosi di lasciare il luogo di studio.
Il fatto che i bambini vogliano andarsene appena suona la campana è prevedibile ma quando degli adulti che hanno studiato e appreso la Torà di Hashèm per un anno, al monte Sinai, si affrettano ad andarsene, questo non è giustificabile e questo evento ci insegna che il popolo ebraico non aveva realmente interiorizzato la Torà.
Se guardiamo la Torà come un lavoro opprimente, essa non avrà un effetto positivo su di noi, arricchendo le nostre vite come dovrebbe.
Proviamo a pensare a questo ogni volta che finiamo di pregare o studiare Torà! Allora permettiamo alla Torà e alla tefillà di arricchire le nostre vite in modo che sia sempre un piacere per noi essere veri ebrei.

Speriamo presto di vedere la redenzione e il terzo Santuario e la verità che Hashem ha scelto in Israel e gli ha dato Eretz Hakodesh in eterno.

Riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

BEHA’ALOTEKHA 5770 – POTERE ED INFLUENZA
Perché Moshè risponde in maniera così delicata alla “competizione” di Eldad e Medad, e invece con tanta aggressività alla “competizione” di Korakh?

BEHA’ALOTEKHA 5769 – PEGGIORE CRISI DI MOSHE!
Consiglio di Sigmund Freud al Rebbe di Lubavitch nel 1903 a Vienna!

BEHA’ALOTEKHA 5768 – COME VINCERE LA DEPRESSIONE SECONDO LA TORA!
Depressione? Non di notte!

BEHA’ALOTEKHA 5766 – MANNA, CIBO PER LO SPIRITO!
Dalla conversione di Yitrò al valore spirituale della manna, sollievo spirituale nell’attraversata del deserto!

BEHA’ALOTEKHA 5765 – ACCENDERE I LUMI DELLA MENORAH!
La prima lezione di Virtual Yeshiva sulla parashà di Beha’alotekha! Un contenuto di grande valore da non perdere!

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NASSO 5779 : 3 LEZIONI

Questo Shabbàt 15 Giugno 2019, 12 del mese di SIVAN 5779 leggeremo la Parashà di Nassò Numeri 4: 21 – 7: 89
HAFTARÀ
Giudici 13: 2-25.

B”H
abbiamo appena ricevuto di nuovo la Torà a Shavuòt.
Abbiamo appena rinnovato il nostro patto con Hashem di studiare la Torà che è il nostro unico manuale di vita che contiente tutto.
Il primo compito è di studiare la Parashà della settimana (NASSO) che è la parashà più lunga di tutta la Torà con la bellezza di ben 176 versi valore numerico di LEOLAM – PER SEMPRE. Questo allude che sia la Torà scritta che quella orale sono eterne.
Con grande gioia e lode a Dio,
mando il link di NASSO la seconda parashà del IV libro della Torà.
Siamo prossimi a pubblicare il prossimo volume della Torà commentata e illustrata (terzo libro di questa collana pubblicato da Mamash) che è il IV volume della Torà di BEMIDBAR – NUMERI.
Si consiglia di stampare le 64 pagine in pdf per poterlo studiare di Shabbat. (Ideale stampare 2 pagine in una foglio A4 fronte e retro per cui saranno solo 16 pagine).
L’opera è quasi pronta, ha solo bisogno di un aiuto per lo sprint finale nel frattempo manderemo i pdf settimanalmente BH.
Si possono comprare delle copie in anteprima o fare una dedica in memoria di un proprio caro.
Ognuno può sostenere questo importante e oneroso progetto, attraverso un piccolo contributo, o acquisendo qualche copia in anteprima.
Questo è un grande merito per compiere una grandissima mizvà, partecipando al più grande progetto di cultura ebraica in italiano.
(per scaricare cliccare con il mouse destro dal seguente link:
www.virtualyeshiva.it/files/kodesh/Nasso_Y08.pdf)
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Dalla benedizione dei cohanim impariamo una cosa molto importante. Quando i cohanim benedicevano il popolo allora loro venivano benedetti da Hashem. In altre parole quando si benedici gli altri allora si è degni di benedizione. Quando si aiuta il prossimo si è degni di essere aiutati. Più si aiuta il prossima e più si è degni di essere aiutati.
gli argomenti principali della parashà sono:
1. Censimento di due delle tre famiglie della tribù di Levì e i loro compiti.
2. Hashem comanda di far uscire dall’accampamento i lebbrosi, coloro che avevano avuto una perdita e coloro che erano impuri a causa del contatto con un morto.
3. Leggi concernenti l’espiazione del peccato di chi ruba o giura il falso.
4. Leggi concernenti il caso della donna sospettata di tradimento (ishà sotà): dovrà portare un sacrificio e poi bere dell’acqua in cui verrà messa una pergamena su cui verrà scritto il Nome di Hashem; se colpevole morirà, altrimenti verrà “risarcita” con grande benedizione.
5. Leggi concernenti il nazireo.
6. Benedizione dei cohanìm.
7. Inaugurazione del Tabernacolo, a cui fa seguito l’elenco dettagliato delle offerte dei capi tribù di Israèl.
Riguardo la benedizione dei cohanìm che leggiamo questa settimana troviamo tre frasi. Riporto sotto un commento su ognuna di queste frasi.
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

NUOVA LEZIONE VIDEO PARASHA DI NASSO
PRIMO CHE È SECONDO, SECONDO CHE DOVREBBE ESSERE PRIMO!

Cosa è l’Essenza di Israel e la sua Missione? Perché ci chiamano il popolo del Libro?

Una storia IMPERDIBILE con Harry Truman
33º presidente degli Stati Uniti, ci rivela degli INCREDIBILI retroscena sulla votazione all’ONU nel 1948 a favore della formazione dello stato di Israele.

youtube link: https://youtu.be/QusiHCAv-S4
https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10157169629750540

NASSO
Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/06/04/nasso-5769-armonia-espulsione-frustrazione/

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_06_04_nasso5769_kehat_ghershon_merari_piubasso_mapiualto.mp3

ARMONIA, ESPULSIONE, FRUSTRAZIONE!

3 Famiglie Levitiche, 3 Periodi Storici, 3 Tipi di Anime

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http://www.virtualyeshiva.it/2019/06/13/nasso-5772-3-lezioni/

È TUTTO CALCOLATO!

Recarono i loro sacrifici al cospetto di Hashèm, sei carri coperti… (Bemidbàr 7, 3)
Il primo giorno di Nissàn, dell’anno 2449, la presenza divina tornò a risiedere in questo mondo, grazie alla costruzione del Tabernacolo (prima del futuro Santuario).
I capi tribù portarono tutte le offerte necessarie, per questa inaugurazione, donando dei sacrifici molto particolari, con un profondo significato cabalistico.
Tuttavia, nel terzo versetto del settimo capitolo impariamo che i 12 capi tribù, portarono solo SEIcarrozze, una carrozza ogni due capi tribù:
“Recarono i loro sacrifici al cospetto di Hashèm, sei carri coperti”.
I capi tribù offrono le carrozze per trasportare gli oggetti del Tabernacolo, ma solo mezza per ognuno. Questo è molto strano, perché il Tabernacolo è un luogo ricco e santo, come mai loro offrono solo mezza carrozza ciascuno?
Questo per insegnare che nel Tabernacolo (e quindi nel mondo che è irradiato dalla luce del Santuario), tutto ha un uso e una funzione precisa e non esiste nessuno spreco. Quindi, le carrozze non dovevano essere enormi, perché sarebbero state inutili, ma dovevano essere ESATTAMENTE secondo il bisogno. Questo ci ricorda che tutto ciò che è creato ha una sua utilità specifica. Ogni attimo dell’esistenza deve far risplendere, sia le nostre vite, sia il mondo intero, pertanto ogni oggetto che ci è stato dato deve essere utilizzato per migliorare questo mondo e riempirlo di luce…
“Fra tutto ciò che Hashèm ha creato in questo mondo, non ha creato nulla di inutile” (Talmùd Shabbàt 77b), o come dice l’ultima Mishnà delle Massime dei Padri (cap VI): “tutto ciò che ha creato Hashèm nel mondo è solo per glorificare il suo Santo Nome…”.
Questo principio si esprime anche nel contesto del Tabernacolo, dove i sei carri donati dai capitribù erano il minimo necessario per il trasporto delle componenti del Tabernacolo, garantendo che nessuna parte dei veicoli rimanesse vuota e inutilizzata.
Ciò, insegna l’importanza di utilizzare al massimo ogni cosa esistente al mondo, a partendo dai propri talenti e facoltà, per realizzare lo scopo per cui Hashèm ci ha creati così, ossia per osservare le mitzvòt nel modo migliore, colmare della presenza di Hashèm, anche le azioni più ordinarie e diffondere la luce dell’ebraismo al mondo intero. Analogamente, impiegando debitamente il proprio tempo, l’uomo ricorda sempre di essere stato creato per servire il suo Creatore (fine di Talmùd Kiddushìn) e presta attenzione a non sprecare neppure un attimo della vita e usare ogni energia al meglio senza sprechi.
(da Likuté Sikhòt vol XXVIII ESTRATTO DAL NUOVO VOLUME della Torà in italiano)

 

 

NASSO

Numeri 4,21-7,89
Il censimento dei Figli d’Israele termina con il conteggio degli appartenenti alla tribù di Levi in età compresa tra i 30 e i 50 anni, che trasportano il Tabernacolo.
D-o comunica le leggi riguardanti la sotà, la donna sospettata di adulterio dal marito. Vengono anche date le leggi che riguardano il nazireo, una persona che in seguito ad un voto si astiene dal bere vino, non si taglia mai i capelli e non può venire in contatto con un morto. Aharòn e i suoi discendenti, i kohanìm, vengono istruiti sul come benedire il Popolo d’Israele.

NASSO 5769 – ARMONIA, ESPULSIONE, FRUSTRAZIONE!
3 Famiglie Levitiche, 3 Periodi Storici, 3 Tipi di Anime

NASSO 5766 – TESHUVA: SENTIMENTO AGGIUNTO O INTRINSECO?
Come fare una giusta Teshuvà!

NASSO 5765 – SUCCESSO NEL LAVORO, GRAZIA E PACE + SHAVUOT
Una riflessione sulla Benedizione dei Kohanim e il perché Shavuot dura due giorni?

Pubblicato in Nasso, Parashot | 2 commenti

BEMIDBAR e SHAVUOT 5779: 10 LEZIONI

Questo Shabbàt 8 Giugno 2019, 5 del mese di Sivàn 5779

Vigilia di Shavu’òt

49° giorno dell’Omer leggeremo la Parashà di Bemidbàr

Numeri 1: 1 – 4: 20

HAFTARÀ Osea 2: 1-22,

Pirqè Avot 6° capitolo

e Yom Rishon Domenica 9 Giugno 2019, 6 del mese di Sivàn 5779 Shavu’òt 1° giorno leggeremo la Parashà: 1° Séfer: Esodo 19: 1 – 20: 26 2° Séfer: Numeri 28: 26-31

HAFTARÀ Ezechiele 1,1-28;3,12

e Yom Shenì Lunedì 10 Giugno 2019, 7 del mese di Sivàn 5779 Shavu’òt 2° giorno leggeremo la Parashà: 1° Séfer: Deuteronomio 15: 19 – 16: 17 2° Séfer: Numeri 28: 26-31

HAFTARÀ Abacucco 3,1-19 (It.)
Ab. 2,20-3,19 (Sp.)

Qualche anno fa, ho letto con grande stupore una notizia apparsa sul sito Yediòt Ahronòt: in Corea del Sud il Talmùd è diventato un libro obbligatorio in tutte le case. I coreani hanno spiegato che questa decisione è legata al fatto che, secondo loro, gli ebrei possiedono un’intelligenza particolare e sperano, attraverso lo studio del Talmùd, di poter diventare anche loro dei geni.
I coreani hanno davvero scoperto uno dei nostri segreti? È questa la vera ragione per la quale numerosi Premi Nobel sono ebrei? Certamente si! Lo dice chiaramente la Torà: Poiché la Torà è la vostra intelligenza davanti ai popoli (Devarìm 4, 6).
Il momento ideale per riflettere su questo argomento è Shavu’òt, che celebriamo questa sera, ricevendo di nuovo la Torà, come se fossimo ai piedi del Monte Sinày.
Come ci sono arrivati i sud coreani, questa festa è l’occasione giusta per prenderne coscienza anche noi.
Talvolta i gioielli più preziosi sono in casa, sotto i nostri occhi, e noi li cerchiamo altrove: l’erba del vicino è sempre più verde!
Diventiamo anche noi Coreani e studiamo un po’ di Torà e Talmud ogni giorno!!!
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Domenica mattina il primo giorno di Shavuòt dobbiamo tutti sentire i 10 comandamenti anche i bambini.
Perché i Dieci Comandamenti sono scritti al singolare?
Da una parte sono indirizzati al popolo ebraico come collettività, poiché se solo un ebreo non fosse stato presente sul Monte Sinai, la Torà non sarebbe stata data.
Dall’altra, essi sono indirizzati a ogni ebreo, come individuo, indipendentemente dagli altri. Ogni singolo ebreo ricevette la Torà in modo unico, personale secondo i suoi bisogni spirituali e psicologici.
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Il Rebbe di Lubavitch, prima di Shavuòt, augura sempre “kabalàt ha-Torà be-simchà u be-pnimiùt” – affinché ognuno ricevesse la Torà con gioia e ispirazione dal più profondo si sé.
Quando qualcosa ci influisce nella pnimiùt, la dimensione più profonda di noi stessi, essa tocca il nostro cuore. Non possiamo fare una cosa pensando ad un’altra. Ogni cosa deve essere fatta con tutto il cuore e con sincerità.
Con l’augurio di ricevere la Torà “be-simchà u-be-pnimiùt”! Amèn.

Riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

BEMIDBAR

HaShem istruisce di fare un censimento delle dodici tribù d’Israele mentre sono nel deserto. Moshè conta 603,550 uomini in età di leva tra i 20 e i 60 anni; la tribù di Levì invece viene contata separatamente e include 22,300 maschi da un mese in poi. I Leviti dovranno fare servizio nel Tabernacolo al posto dei primogeniti che sono esclusi dal servizio a causa del peccato del Vitello d’Oro. I 273 primogeniti che non hanno un Levita per rimpiazzarli sono tenuti a pagare un riscatto di cinque shekel per riscattare se stessi.
Quando il popolo leva le tende i tre clan dei Leviti smontano e trasportano il Santuario per poi rimontarlo nel centro del prossimo accampamento. In seguito essi erigono le loro tende intorno ad esso, quelli del gruppo di Kehàt, che trasportano sulle loro spalle l’arca, la menorà ecc coperti con i loro rivestimenti speciali si accampavano a sud; quelli del gruppo di Ghershòn che si occupavano delle tappezzerie e delle coperture del tetto, ad ovest e le famiglie di Merarì, che trasportavano i pannelli delle mure ed i pilastri a nord. Moshè, Aharòn e i suoi figli si accampavano davanti all’entrata del Tabernacolo, ad est.
Oltre al cerchio dei Leviti, le dodici tribù si accampavano in gruppi di quattro che includevano tre tribù. Tale formazione veniva mantenuta durante i viaggi. Ciascuna tribù aveva il proprio nassì (leader) e la propria bandiera con il colore e l’insegna della tribù.

BAMIDBAR 5769 – DUE INGREDIENTI PER PRESERVARE L’EBRAISMO!

Il Significato delle 2 Coperture degli Oggetti del Santuario

BAMIDBAR 5766 – COME ESSERE PRONTI PER RICEVERE LA TORA!

Nel Pirkè Avot viene indicata la strada per studiare e ricevere con pienezza la Torà: il distacco dall’eccesso di materialità! La via dei Chassid!

BAMIDBAR 5765 – DALLA PRIMA ALL’ULTIMA RETTIFICAZIONE!

Si può anticipare l’ultima Redenzione? Può l’Era Messianica giungere in qualsiasi momento?

SHAVUOT

Le lezioni su Shavuot si possono trovare sul link sotto:
http://www.virtualyeshiva.it/2006/05/28/yom-tora-5766-fare-la-differenza/

Alcune delle lezioni su Shavuot imperdibili sono:
SHAVUOT 5770 – IL GIORNO IN CUI NON È SUCCESSO NIENTE, MA È SUCCESSO TUTTO!!!
Delle volte le più grandi preparazioni si fanno in silenzio.

http://www.virtualyeshiva.it/2011/05/03/emor-5771-3-matrimoni-pecora-toro-e-gemelli/

http://www.virtualyeshiva.it/2009/05/27/shavuot-5769-shavuot-vince-sotto/

http://www.virtualyeshiva.it/2006/05/28/yom-tora-5766-fare-la-differenza/

Durante la festa di Shavuot c’è la tradizione di leggere la Meghillà di Rut (Libro degli Agiografi). Come Shavuot rappresenta un momento di grande amore, tra HaShem e gli ebrei, nello stesso modo la meghillà di Rut narra un gesto d’amore altrettanto importante. Una vicenda dai profondi significati, studiata dalla mistica ebraica.

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap I – Seconda lezione – LOT YEHUDA BOAZ: TRE UOMINI UN ANIMA

L’anima che ritorna in questo mondo per rettificarsi ha un evoluzione progressiva e si completa sempre di più da un ciclo all’altro.

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap II – Terza lezione – SOLI NELLA NOTTE!!!

Un atto altamente immorale, si rettifica solo per mezzo di una profonda moralità.

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap. IV – Quarta lezione – GUARDARE OLTRE IL CORPO!

Un grandissimo insegnamento di vita ci fa capire quali sono gli elementi significativi per avere un matrimonio di successo!

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap.IV – Quinta lezione – LA SPADA NELLA ROCCIA!

Il divieto di convertirsi all’ebraismo vale solo per i moabiti o anche per le donne?

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap.IV – Sesta lezione – PERCHE DAVID ERA CONSIDERATO UN FIGLIO ILLEGALE?

Il dubbio sulla identità di Rut si trascina per diverse generazioni fino a suo nipote Ishay che lascia ma non lascia sua moglie!

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap.IV – Settima lezione – MEGLIO RAZIONALE O SPONTANEO?

Le caratteristiche fondamentali per essere un monarca, per essere un redentore!

SHAVUOT 5771 – Meghilla di Rut cap.IV – Ottava lezione – PERCHE’ LE ANIME PIU’ ALTE CADONO NEI POSTI PIU’ BASSI?

Il segreto della rimozione della scarpa di Boaz.

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BEKHUKOTAY 5779 – MANGIARE DURANTE IL LAVORO!

B’H’ Questo Shabbat כז       27 IYAR 5779   1° Giugno 2019

leggeremo la PARASHÀ di Bechukkotài Lev 26:3 – 27:34
HAFTARÀ
Italiani: Ez 34:1-15

Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti: Ger 16:19 – 17:14

Si annuncia Rosh Chòdesh

Il dovere della ricompensa allo schiavo, lavoratore e socio in questo mondo e non solo nel mondo futuro.

Che possa esserci sempre vera armonia e pace tra di noi.
La Torà ci dice che la base della pace, sia in casa che tra marito e moglie, sono i lumi di Shabbàt. Facciamo attenzione ad accendere sempre i lumi in casa: anche se per caso la moglie non li accende oppure è via, il marito ha comunque l’obbligo di accenderli.
Nella porzione settimanale di Torà, D-o dice: “Porterò pace in terra”.
Si racconta di due uomini che percorrevano la solita strada verso il tempio per pregare. Appena arrivarono al piccolo edificio, con sgomento, trovarono che il sentiero che conduceva alla porta era infangato e fradicio.
Il primo uomo, il cui nome era Shalòm, pensò: “Non ha senso se ci sporchiamo entrambi, uno di noi due dovrebbe salire sulle spalle dell’altro, in modo che uno possa rimanere pulito”.
L’amico, Israèl, accettò subito la splendida idea.
Rimase un solo problema da risolvere: chi sarebbe stato il fortunato a salire sull’altro? Insieme decisero che chi avrebbe portato una prova migliore, tratta da un verso biblico, si sarebbe seduto sulle spalle dell’altro.
Shalom disse: «È semplice. La Torà cita la frase Shalòm al Israèl, che letteralmente significa “Pace su Israele”, ma qui può significare “Shalòm sopra Israèl”, quindi salirò io sulle tue spalle». Israèl si lamentò, riluttante, e Shalom gli salì sulle sue spalle.
Dopo alcuni passi, Israèl improvvisamente gettò Shalòm a terra, nel fango. «Dovrei salire io su di te: è scritto nella Torà venatatì shalòm ba’aretz che letteralmente significa “porterò pace in terra”, ma qui può significare “metterò Shalòm a terra” quindi salirò io sulle tue spalle”. Così entrambi arrivarono al tempio, sudici, senza aver risolto la loro lite.
Uno costruisce, l’altro distrugge. Alla fine nessuno vince e ciascuno s’insozza nel tragitto.
(continua sotto)
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

SEFIRAT HAOMER 
GIORNO 42°

Quarantaduesimo giorno dell’Omer
Oggi sono sei settimane
Malkhùt in Yessòd -– Nobiltà nell’Unione
27 di Iyar – Venerdì sera e Shabbat 4 giugno
Quarantaduesimo giorno dell’Omer
6 settimane
MALKHÙT in YESSÒD -– DIGNITÀ nel UNIONE
27 di Iyar – venerdì sera, 31 Maggio
42° giorno: stasera, concludendo la sesta settimana, abbiamo l’opportunità di terminare la “costruzione” del sesto piano del nostro palazzo dei sentimenti, facendo illuminare l’attributo della Dignità nell’Unione.
Yessòd – Unità permette di creare legami forti con altre persone e ci “costringe” a confrontarci con altri punti di vista.
Malkhùt – Dignità dona la capacità di comunicare, organizzare, comandare e avere autostima. Tutte qualità che, necessariamente, si devono coniugare alla fiducia e dignità verso noi stessi e verso gli altri.
Intercludere Malkhùt in Yessòd, significa creare un’unione profonda che nasce da un sentimento di completezza e nobiltà.
Un vero legame non può essere costruito solo con spirito di sacrificio, come se fosse un “dovere”. Non occorre che i partner arrivino al punto di annullare le loro caratteristiche personali. Occorre, invece creare un’unione di due metà (complementare) e non la sottomissione di una sull’altra. Un rapporto, per essere regale, deve fondarsi sulla stima reciproca.
A priori, inoltre, è necessario avere una propria identità e stima di se stessi per poter trovare e costruire un legame.
Un altro aspetto del 42° giorno è la comunicazione nell’unione. Una delle maggiori difficoltà nei rapporti personali è la mancanza di dialogo. Specificatamente i matrimoni (yessòd), sono i legami dove è più necessario colloquiare (malkhùt).
Una bellissima storia del Rebbe può aiutarci a capire:
una ragazza americana, con problemi di autostima, non riusciva a trovare la sua anima gemella e ogni tentativo svaniva subito. Dopo essersi consultata con diversi psicologi, arrivò dal Rebbe che le diede dei consigli: “ritrova fiducia in te stessa e porta da mangiare alle tue compagne di studio, durante i pasti; comportati a livello di azione in maniera socievole, anche se la tua natura è assai introversa”.
Nonostante ella fosse dubbiosa dell’utilità di questi consigli, li mise in atto e presto si rese conto che sentimenti più socievoli, iniziavano a crescere dentro di lei. Questo, le diede molta sicurezza e dopo pochi mesi la ragazza trovò la sua dolce metà…
Negli anni sessanta la psicologia sviluppa un nuovo studio che l’azione influisce sui sentimenti. Gli psicologi, credevano che la ragazza avesse dei blocchi psichici legati a traumi passati, ma in realtà lei era solo chiusa in se stessa e aveva bisogno di avere più autostima e comunicare con le persone che aveva attorno (malkhùt). Di solito questo parte dall’alto al basso ovvero dal cervello all’azione, ma in alcuni casi può funzionare al contrario
Occorre acquisire una propria regalità e un atteggiamento nobile (malkhùt) da offrire in un rapporto coniugale (yessòd). Solo così possiamo, trovare e costruire delle relazioni solide e dignitose (malkhùt in yessòd) e senza sentimenti di vittimismo.
Riflessione:
I rapporti con il prossimo, sono influenzati da un mio senso di inferiorità?
Esercizio:
quando torniamo a casa la sera, anche se siamo stanchi, e abbiamo qualcosa che ci preoccupa parliamone con nostra moglie. Sicuramente lei saprà darci un consiglio disinteressato e giusto. Tramite il dialogo (malkhùt) e la stima che dimostriamo a nostra moglie, rafforzeremo l’unità coniugale (yessòd) che è la base della benedizione divina.

 

GIORNO 43°

Quarantatreesimo giorno dell’Omer
6 settimane e 1 giorno
KHÈSSED in MALKHÙT -– BENEVOLENZA nella REGALITÀ
28 di Iyar – sabato sera 1 Giugno
43° giorno: da stasera, iniziamo l’ultima settimana dove abbiamo l’opportunità di illuminare la Benevolenza nella Regalità.
Malkhùt è l’ultima delle sette Sefiròt, la sintesi delle sei precedenti. Malkhùt, nella molteplicità delle sue caratteristiche, è caratterizzata dalle qualità della comunicazione, organizzazione, comando e autostima. Tutte doti che, necessariamente, si devono coniugare alla valorizzazione della propria dignità (regalità) e di quella altrui.
Khèssed è l’attributo dell’amore che ci spinge a dare agli altri, sempre e comunque. Un sentimento appassionato che trascende ogni considerazione razionale e obbiettiva.
Intercludere Khèssed in Malkhùt, significa coniugare le capacità di leadership e di organizzazione con l’amore.
Un Malkhùt non equilibrato con Khèssed è privo di vitalità ed entusiasmo. Ad esempio chi comunica senza carisma non ottiene successo. Come è scritto: le parole (malkhùt) che escono veramente dal cuore con sentimento caloroso (khèssed), entrano nel cuore di chi ascolta.
Una storia del Rebbe può illuminarci:
in una città del Belgio, un giovane Israeliano, lontano dai suoi genitori e dai suoi insegnanti, cercava di riempire il senso di vuoto che sentiva dentro. Il giovane non sapeva niente di ebraismo e, un giorno, fece la conoscenza con una ragazza non Ebrea del posto. Tre anni dopo, i due decisero di sposarsi. Poco prima del matrimonio, il ragazzo disse alla sua fidanzata che avrebbe voluto consultarsi con un rabbino.
Dopo alcuni tentativi, il giovane parlò con rav Shabtai Slavatitzky (Anversa) che gli propose di andare dal Rebbe. Non molto tempo dopo, il giovane si trovò davanti al Rebbe per chiedere il suo consiglio.
Il Rebbe lo guardò amorevolmente e, con un grande sorriso, gli disse: “Ti invidio!” Prima che il giovane potesse aprire bocca, il Rebbe gli spiegò: “Quando un Ebreo è posto davanti a una prova e la sostiene, la prova si trasforma per lui in una scala, sulla quale egli può salire per arrivare a livelli più elevati! Io non ho avuto una prova come quella che hai tu. Una prova come questa è certo difficile, ma è importante cogliere il momento per salire!” Il Rebbe disse poi, ‘brakhà vehazlakhà’ (benedizione e successo) e il giovane si ritrovò, un attimo dopo, fuori dall’edificio.
Egli era sconcertato. Cercò di fare mente locale, su quello che aveva appena sentito e visto. Il Rebbe gli aveva dato un’impressione fortissima di amore, gli aveva inspirato un’enorme forza e coraggio e gli aveva detto quello di cui aveva bisogno di sentire. A quel punto il giovane decise con fermezza di lasciare la sua ragazza.
Ogni parola (malkhùt) del Rebbe, salva qualcuno, poiché sono parole accompagnate da un’immensa dolcezza e da un verace sentimento d’amore (khèssed). Il Rebbe riesce a guidare la nostra generazione con affetto e carisma (khèssed in malkhùt) comunicando il valore della DIGNITÀ al suo interlocutore.
Riflessione:
quando offro un consiglio a qualcuno lo faccio con passione e calore?
Esercizio:
nel rapporto con i figli tendiamo a essere autoritari. Spesso comunichiamo con ordini freddi, per paura che non ci rispettino. Proviamo a mostrare anche la parte amorevole di noi (khèssed), quando esercitiamo la nostra autorità di genitore (malkhùt).
Solo dando amore (amore) ai nostri figli gli aiutiamo a costruire la loro autostima (malkhùt).
BEKHUKOTAI
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3
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http://www.virtualyeshiva.it/files/11_05_18_bekhukotay5771_ricompensa_servo_lavoratore_socio.mp3

 MANGIARE DURANTE IL LAVORO!

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“SHALOM NELLA TERRA”
Nella porzione settimanale di Torà, D-o dice: “Porterò pace in terra”.

(continua da sopra) 
Spesso ci troviamo nella stessa situazione: due parti in questione, ognuna delle quali cerca di imporsi sull’altra, spesso usando la Torà per rafforzare la propria posizione. “Te l’avevo detto di tenere la mano del bimbo e tu l’hai lasciato, per questo è caduto e si è fatto male” urla il marito alla moglie.
Questo comportamento serve solo a discolparsi e pulirsi la coscienza ma non è costruttivo. Quando un individuo è immerso nel suo io, non analizza le situazioni in maniera obiettiva e costruttiva, bensì cerca il modo di discolparsi, di sentirsi a posto, ecc. E così si cerca sempre di incolpare il prossimo per qualcosa che forse nemmeno noi siamo stati in grado di fare, dedicandoci a noi stessi anziché al problema.
Questa è soprattutto la lezione che impariamo dal periodo dell’Omer, in cui sono morti i 24.000 discepoli di Rabbì Akivà. Il Talmùd afferma che la causa della loro morte è stata quella di non rispettarsi a vicenda: nonostante il loro alto livello nello studio della Torà, i talmidìm erano così convinti ognuno della propria opinione che misero solo se stessi al centro di tutto.

Il titolo della parashà, Bechucotài, significa “se seguirete le Mie leggi”. La parola Bechucotài deriva dalla radice “chòk”, che significa legge. Ma può anche derivare dalla parola “chakikà”, inciso.
Delle parole scritte su carta, anche se sono una cosa unica con la carta stessa, tuttavia rimangono due entità separate. Delle parole incise su pietra, invece, diventano parte integrante della pietra stessa.
La Torà spiega che quando facciamo in modo che il nostro ebraismo sia “inciso” in noi, lo studio e l’osservanza delle mitzvòt diventano parte di noi stessi e non sono un’entità separata – questo è proprio lo scopo finale dell’osservanza della Torà!

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BEHAR 5779 – SUPERNATURALE NEL NATURALE

B’H’ Questo Shabbat 20 IYAR  5779, 25 Maggio 2019 leggeremo la Parashà di Behàr Sinài Lev 25:1 – 26:2

HAFTARÀ
Italiani: Ger 16:19 – 17:14
Sefarditi/Ashkenaziti: Ger 32:6-27

4° Pirke Avot

Anno Sabbatico: precetto e simbolo centrale!

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EMOR 5779 : 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 18 maggio 2019, 13 del mese di Iyàr 5779 leggeremo la Parashà di Emor Levitico 21: 1 – 24: 23.

HAFTARÀ
Ezechiele 44: 15-31

3° Pirke Avot

Il periodo dell’Omer rappresenta l’impazienza di ricevere la Torà, come un prigioniero che aspetta con desiderio di conoscere la sua sposa per 49 giorni. Perciò durante questi 49 giorni ognuno di noi ha il potere e la forza di lavorare su se stesso, elevando la sua anima per mezzo dei 49 attributi che sono innati in noi ed essere pronto così a ricevere la sua sposa il giorno di Shavuot.
Domani leggiamo nella Torà proprio la mitzvà dell’offerta del’Omer e l’ordine di contare i giorni tra Pessakh e Shavuot.
Contare in ebraico vuole dire anche illuminare i giorni ovvero illuminare i nostri 49 attributi.
Questa settimana ho fatto una lezione sulla sefira dell’Omer molto interessante che si può sentire al seguente link:
Qui sotto trovi quella di stasera e domani sera.
Ogni giorno pubblico il significato della sefirà di quel giorno da raffinare su Facebook. Qui un post di questa settimana molto interessante:
C’è VITA su MARTE?
O c’è VITA intellignte sulla TERRA?

Una VITA ben spesa, LUNGA è!
Leonardo Da Vinci

Se vuoi ricevere anche gli altri direttamente posso mandare anche via email o Whatsapp.
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it sulla parashà.
Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
EMOR
Al seguente link trovi la lezione sulla nostra parashà di EMOR molto interessante in formato mp3:
dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web: 

MORTE, HANDICAP, PROBLEMI PSICHICI, STRESS ECONOMICO, INSICUREZZA!

Come le 5 festività ci illuminano nelle 5 grandi sfide della vita!

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Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/05/13/emor-5772-6-lezioni/

SEFIRAT HAOMER: 28° giorno
Ventottesimo giorno dell’Omer
4 settimane
MALKHÙT in NÈTZAKH – REGALITÀ nella DETERMINAZIONE
13 di Iyar – venerdì sera 17 Maggio
28°giorno: questa sera Hashèm ci dota la capacità di innalzare l’ultimo aspetto di Nètzakh, la Regalità nella Determinazione.
Nètzakh è l’attributo che ci consente di perseverare e vincere le sfide della vita.
Malkhùt è la capacità di comunicare, organizzare e comandare. Tutte doti che si devono coniugare alla fiducia e dignità verso noi stessi e verso gli altri.
L’unione di queste due Sefiròt rende capaci di perseverare in modo organizzato e comunicativo: il più grande progetto, se non organizzato bene e promosso con il giusto marketing, non riceve il successo che merita. In negativo la spinta di Nètzakh può renderci eccessivamente impetuosi, nel perseguire un progetto, e quindi poco organizzati.
Inoltre Malkhùt in Nètzakh consente di perseverare con autostima, e quindi di capire il proprio ruolo nel mondo senza farsi intimidire dalle difficoltà.
Un’esemplare Regalità nella Perseveranza, la possiamo trovare nella figura stessa del mio Maestro il Rebbe di Lubàvitch:
il Rebbe, Menachem Mendel Schneerson, il settimo leader della dinastia Chabad, è uno dei più grandi leader che il popolo ebraico abbia avuto negli ultimi secoli.
Lui è riuscito a coniugare eccezionali doti di leadership, capacità di comunicazione e di organizzazione, fondando istituzioni chassidiche a fini educativi, sociali e culturali. Inoltre, sotto la sua guida, sono sorte centinaia di scuole e centri di Torà, in ogni parte del mondo e migliaia discepoli sono stati inviati come emissari.
QUESTI RISULTATI NON FURONO CERTO REGALATI! Fin dall’inizio le idee “profetiche” e controcorrente del Rebbe furono osteggiate e derise da molti. Grazie alla sua tenace convinzione (nètzakh) di agire per una missione divina, che trascendeva la sua volontà e i suoi bisogni, il Rebbe, piano piano, ma costantemente, convinse e acquistò sempre più la stima degli scettici in tutto il mondo (malkhùt in nètzakh). Centinaia di migliaia di fedeli e milioni di simpatizzanti, lo consideravano e tutt’ora lo considerano, come “il Rebbe”: l’uomo responsabile di aver risvegliato la coscienza e la consapevolezza dell’Ebraismo, dopo l’inferno della Shoà.
Una forte autostima, la capacità di comunicare e il rispetto per la dignità degli altri (malkhùt), sono qualità fondamentali per superare ogni ostacolo con successo (nètzakh).
Riflessione:
nonostante la vita mi porti a correre molto riesco a rimanere consapevole del mio ruolo nel mondo e non perdere la mia dignità? Riesco a coniugare nel lavoro tenacia con una buona organizzazione?
Esercizio:
perseguire con determinazione (nètzakh) i bisogni familiari, ma senza comunicare con la dolce metà, vuole dire mancare di Regalità (malkhùt). Nel 28° attributo scopriamo la forza di vincere le nostre sfide con comunicatività (malkhùt in nètzakh).

SEFIRAT HAOMER: 29° giorno

Ventinovesimo giorno dell’Omer
4 settimane e 1 giorno
KHESSÈD in HOD – BENEVOLENZA nell’UMILTÀ
14 di Iyar – sabato sera 18 Maggio
29° giorno: stasera iniziamo la costruzione del QUINTO piano del “palazzo” della nostra formazione. Da stasera abbiamo la facoltà di illuminare la prima faccia dell’Umiltà che è la Bontà.
Questa è la settimana di HOD – SPLENDORE che cade sempre in occasione di due ricorrenze: la festa di Pèssakh Shenì (la luce di Pessakh in forma elevata) e nell’anniversario di Rabbi Mèir baal hanes (il nome Meir significa luce).
Hod, letteralmente “Splendore” rappresenta l’attributo dell’umiltà: solo chi è umile davanti ad Hashèm, può riflettere il Suo vero splendore e quello dell’anima.
Hod significa anche ringraziamento inteso come lehodòt – ringraziare (essere grati): essere riconoscenti ad Hashèm per tutto quello che abbiamo; in quanto tutto ciò che possediamo non ci appartiene realmente.
Tramite questa Sefirà ci svuotiamo del nostro ego e creiamo lo spazio per far scendere in noi la grazia divina che permette di uscire dalle limitazioni umane.
Khèssed è l’attributo dell’Amore, Passione che ci spinge a dare, sempre e comunque, poiché si considera i desideri del prossimo, come se fossero i nostri.
Con Khèssed in Hod, impariamo a mettere al servizio dell’umiltà l’entusiasmo dell’Amore. Questo permette alla nostra umiltà di proiettarsi all’esterno con vitalità.
Un’umiltà sana non deve demoralizzare, bensì portare amore e gioia. L’umiltà che manca dell’amore è spenta.
Una storia talmudica può aiutarci a capire meglio:
Prima della distruzione del secondo tempio, viveva un grande Tzaddik chiamato El’azàr ish birta che era molto, ma molto povero! Era conosciuto da tutti per due grandi qualità: l’umiltà e la benevolenza verso il prossimo. Un giorno la moglie dello Tzaddik gli dice, perentoriamente, che la loro unica figlia doveva sposarsi e che serviva urgentemente la dote per il matrimonio.
L’uomo non si scompose, prese una piccola borsa, con i pochi risparmi, e andò al mercato della città. Lì scorse gli addetti alla tzedakà che cercavano, in tutti i modi, di non farsi vedere da lui, poiché sapevano che lo Tzaddik era tanto povero quanto generoso, ma oramai era troppo tardi!
Elazar in un attimo fu davanti a loro e gli chiese per quale giusta causa raccogliessero i soldi. Essi risposero che era per il matrimonio di due orfani. Lui allora disse: “Giuro su Dio che questa cosa è più importante del matrimonio di mia figlia!”. Detto fatto, prese tutta la borsa dei soldi e la diede ai responsabili.
Per non tornare a mani vuote il povero Tzaddik continuò comunque il suo giro al mercato e comprò qualche chicco di grano. Arrivato a casa, mise questi pochi chicchi nel suo piccolo deposito per il grano, completamente vuoto. L’indomani la figlia, con il viso pieno di gioia, corse a ringraziare il padre per tutto quel grano. Miracolosamente, durante la notte, il deposito del grano strabordò tanto da non riuscire ad aprire la porta.
Lo Tzaddik guardò sua figlia con affetto e gli diede un grande insegnamento di Umiltà: “prendi solo la parte minimale che ti serve il resto spetta ai poveri, poiché è detto che una persona retta non deve trarre vantaggi da un miracolo!”.
Il grande Tzaddik, nonostante la sua umile povertà (hod), agiva senza paura verso i bisognosi e con amore dava in tzedakà quel poco che possedeva (khèssed). Conscio del fatto che tutto ciò che abbiamo in realtà appartiene a Dio, era umile nel farsi tramite dell’amore di Hashèm per il bene della società (khèssed in hod).
Riflessione:
la mia umiltà permette di amare di più, oppure mi inibisce e blocca?
Esercizio:
siamo sempre disposti a metterci da parte e ci facciamo piccoli, quando dobbiamo aiutare un amico, poiché siamo consapevoli che tutto in fondo viene da Dio. Tuttavia, annullando eccessivamente noi stessi, appariamo agli occhi degli altri, come freddi e indecisi. Riempiamo la nostra umiltà con un amore caldo e vitale, facciamo si che la generosità (khèssed) trasformi la nostra umiltà (hod) in una protagonista, per noi e il prossimo.

La porzione di Torà di Emor (Levitico 21:1–24:23) si apre con le leggi speciali relative ai Kohanim (“sacerdoti”), il Kohen Gadol (“Sommo Sacerdote”), e il servizio nel Tempio: un Kohen non può diventare ritualmente impuro attraverso il contatto con un corpo morto, salvo nel caso della morte di un parente stretto; un Kohen non può sposare una donna divorziata; un Kohen Gadol può sposare solo una vergine. Un Kohen con una deformità fisica non può servire nel tempio santo, né un animale deforme può essere portato in offerta.
Un neonato di vitello, agnello o capretto deve essere lasciato con sua madre per sette giorni prima di poterlo portare in offerta; non si può macellare un animale e la sua discendenza lo stesso giorno.
La seconda parte di Emor elenca le principali ricorrenze festive del calendario ebraico: lo Shabbat settimanale, la settimana di Pessakh, l’offerta del primo raccolto d’orzo da portare nel secondo giorno di Pessakh e l’inizio del conteggio dei 49 giorni dell’Omer che culmina con la festa di Shavuot nel 50° giorno, il digiuno del 10 di Tevet e Sukkot.
La parashà prosegue con la descrizione dell’illuminazione della menorah nel Tempio, e l’offerta settimanale del pane (hapanim lechem).
Emor si conclude presentando il caso di un uomo giustiziato per blasfemia, e descrivendo le sanzioni per l’omicidio o la distruzione della proprietà altrui (rimborso monetario).

EMOR 5771 – 3 MATRIMONI: PECORA, TORO E GEMELLI
Il segreto per creare la pace tra le varie culture

EMOR 5770 – LA MELA NON CADE LONTANO DALL’ALBERO!
Qual è il sistema sul quale si basa il mondo?

EMOR 5769 – MORTE, HANDICAP, PROBLEMI PSICHICI, STRESS ECONOMICO, INSICUREZZA!
Come le 5 festività ci illuminano nelle 5 grandi sfide della vita!

EMOR 5765 – LE FESTE EBRAICHE E I 49 GIORNI DELL’OMER
Le festività ebraiche, lo Shabbat, il conteggio dell’Omer e il Pirkè Avot.

Emor 5766 – 2006 – COSA PERDONA IL KIPPUR?
La parasha di questa settimana ci parla di tutte le feste che scandiscono il calendario ebraico. Nel parlarci delle feste ci ricorda alcune delle loro caratteristiche.
Ecco quindi che a Kippur si può chiedere ad Hashem di perdonarci le colpe che abbiamo commesso nell’osservanza dei suoi precetti, ma non possiamo aspettarci da lui il perdono per le i torti verso i nostri simili. Solo il colpito dal torto pu? perdonare.

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KEDOSHIM 5779: TRE LEZIONI

Questo Shabbàt 11 Maggio 2019, 6 del mese di IYÀR 5779  leggeremo la Parashà di Kedoshim     Lev 19:1 – 20:27

HAFTARÀ
Italiani: Ez 20:1-10
Sefarditi: Ez 20:2-20
Ashkenaziti: Amos 9:7-15

La parashà di questa settimana ci insegna: ama il tuo prossimo come te stesso.

La seguente parabola ci aiuterà a comprendere meglio questa lezione.

Durante la lezione di Chumash il maestro notò con la coda dell’occhio una calma conversazione che si stava svolgendo in fondo alla classe.
«Mi presteresti il temperamatite?» Shmuel sussurrò a Dany, mostrandogli la punta rotta della sua matita.
Dany scosse la testa facendo capire di no. Dany era uno degli allievi migliori della classe. «Questa non è la prima volta che Dany mostra la mancanza di ahavat Israèl», pensò il maestro dentro di sè. «Devo aiutarlo a lavorare sulle sue middòt – attributi». «Chi si offre volontario a spiegare il prossimo verso?» l’insegnante domandò alla classe. Dany alzò subito la mano. «Vai avanti, Dany». Dany tradusse il pasuk parola per parola. «Cosa ci insegna la Torà in questo pasuk?» domandò il maestro. Dany ripetè la sua spiegazione. «Dany» disse il maestro, «tu mi hai tradotto e spiegato le parole del verso, ma cosa ci vuole trasmettere la Torà in questo pasuk?» Dany rimase perplesso. «Non è quello che ho appena detto?» insistette. «No» disse dolcemente il maestro. «Hai tradotto le parole, ma non hai spiegato cosa ci vuole insegnare la Torà. Il pasuk significa “Presta una matita al tuo compagno. Mostragli ahavàt Israèl”. «Ma questo cosa ha a che fare con questo pasuk?» sbottò Dany. «Tutto!» rispose il maestro. «Hillel ci insegna: Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te. Questa è tutta la Torà. Il resto sono solo commenti». Ogni pasuk della Torà allora ci insegna di fare ahavàt Israèl. Nella parashà di Kedoshìm leggiamo “Veahavta Lerèacha Kamocha”. Lo Zohar ci racconta che Am Israèl, la Torà e Hashem sono come tre anelli concatenati. Se uno dei tre viene rafforzato, l’intera struttura diventa più forte.
Quando un ebreo mostra ahavàt Israèl, il suo legame con la Torà diventa più forte di prima, come insegna Hillel, “Ama le creature di Hashem e avvicinale alla Torà”. Allo stesso modo, studiare la Torà ci porta a fare più ahavàt Israèl. E sia la ahavàt Israèl e sia lo studio della Torà ci portano vicino ad Hashem.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it sulla parashà.

Sotto trovi il significato del conteggio dell’omer di questa sera e di domani sera.
Si può ricevere ogni sera il significato della sefirà.

Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

KEDOSHIM
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà con il link a scaricare il file audio:
dal seguente link si può scaricare immediatamente senza aprire la pagina web:
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MANTENERE L’IDENTITA’ INTERIORE

DURANTE MOMENTI STRESSANTI!

La logica del concetto “mechubar lo batil”: se il frutto è attaccato all’albero non si annulla?

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Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/05/09/tre-lezioni-su-kedoshim/

SEFIRAT HAOMER: 21° giorno (venerdì sera)
Ventunesimo giorno dell’Omer
Settimo  giorno della terza settimana
Malkut in Tifèret – Regalità nella Compassione
6 di Iyar – Venerdì sera e Sabato 10 Maggio
21° giorno: questa sera abbiamo il dono di perfezionare la Regalità nella Compassione che è l’ultima sfaccettatura della terza sefirà di Tifèret, il pilastro centrale dei sentimenti. Con questo 21° attributo completiamo la costruzione del “terzo piano del palazzo sentimentale”.
Tifèret è l’attributo che ci permette di provare compassione per i problemi e i bisogni dell’altro.
Malkhùt – Regalità è la capacità di coltivare la propria dignità e comprendere e rispettare quella degli altri (sefirà che verrà più spiegata nell’ultima settimana dell’omer “settimo piano”).
L’interclusione di Malkhùt in Tifèret migliora la qualità della Compassione. Tramite la Regalità di Malkhùt possiamo valorizzare la nostra dignità e quella di chi riceve supporto e comprensione (tifèret), sotto due duplici aspetti:
il primo ci insegna che SOLO chi è in grado di provare rispetto per se stesso diventa un keli – recipiente per la compassione; SOLO chi rispetta il proprio onore può rispettare anche quello degli altri; SOLO chi possiede entrambi questi requisiti riesce a esercitare una COMPASSIONE COMPLETA.
Il secondo aspetto, del 21° giorno, ci insegna come le persone oggetto della compassione altrui, ricevono sollievo SOLO se hanno la percezione e di essere ascoltati e aiutati da persone mature e adulte. Riuscire a offrire un’AUTOREVOLE COMPASSIONE, senza che il donatore annulli la propria personalità, può aiutare efficacemente il prossimo!
Una storia può illuminarci questo concetto:
Un giorno un grande Tzaddik, il Khafetz Khayim, andò a trovare per lo Shabbat un ebreo molto ricco, con una grande casa; famoso per la tavola del venerdì sera sempre piena di cibo, vino e di ogni ben di Dio. L’uomo era oltremodo felice di avere come ospite il grande maestro e già pregustava, in cuor suo, il fantastico Kidùsh che avrebbe celebrato. Quanti discorsi sulla santa Torà, quali incredibili aneddoti avrebbe rivelato lo Tzaddik!
Al calare della sera, la tavola era pronta e apparecchiata, gli uomini si sedettero e con loro vi era una donna, madre di due figli, addetta a servire la cena di Shabbat. Il grande Tzaddik, nello stupore generale, esordì dicendo: “Forza sbrighiamoci, facciamo in fretta!”. Iniziò il kiddush, in un attimo recitò le benedizioni sul vino e il pane, poi chiese che le portate fossero servite subito, presto e tutte insieme.
In pochi minuti la cena era finita. Il padrone di casa non si capacitava e chiese spiegazioni al grande maestro che gli rispose: “Il tuo grandioso Shabbat non può impedire a una vedova di festeggiarlo con i suoi figli”. A quel punto la donna che aiutava scoppiò a piangere, ringraziò lo Tzaddik e affermò: “Finalmente stasera posso tornare a casa e fare il Kiddush con i miei figli; ogni volta arrivo quando loro già sono a dormire”.
La Compassione (tifèret) del grande Rav era perfetta, poiché piena di Dignità (malkhùt) per se stesso e di conseguenza per il prossimo. Così riuscì a fare quello di cui la donna aveva realmente bisogno. La compassione del “riccone” era contaminata dall’orgoglio che offuscava la sua Nobiltà (malkhùt) e quindi gli impediva di vedere quella dell’altro. Ciò non gli permetteva di dare valore ai bisogni di una povera donna che lo serviva.
Riflessione:
riesco a donare compassione, senza annullare me stesso?
Esercizio:
quando il coniuge chiama per avere aiuto, mentre si è affaccendati nel lavoro o in qualche altra occupazione, perlomeno scusiamoci di non poterla aiutare. Parliamo gentilmente mostrando empatia e comprensione verso il suo problema (malkhùt). Se invece comunichiamo con un tono poco dignitoso, allora la compassione (tifèret) è futile.

SEFIRAT HAOMER: 22° giorno (mozae Shabbat)

Ventiduesimo giorno dell’Omer
Primo giorno della quarta settimana
Khessèd in Nètzakh – Amore nella Continuità
7 di Iyar – Sabato sera e Domenica 11 Maggio

22° giorno: da questa sera iniziamo la quarta settimana e saliamo al “quarto piano del palazzo emozionale”.
Nètzakh: è Determinazione, Continuità e Costanza per portare a termine i nostri sogni e vincere le sfide della vita. Per i prossimi sette giorni saremo focalizzati a raffinare questo sentimento.
Una persona poco ambiziosa, poiché è nata con un Nètzakh ridotto, è naturalmente predisposto, a evitare le grandi sfide. Nella quarta settimana dell’omer, questa persona avrà la grande opportunità di sviluppare Nètzakh con tutte le sue sei facce.
Khèssed: è l’attributo dell’Amore – Bontà che nasce da un sentimento di sentirsi bene aiutando il prossimo. Questa espressione di se stessi tende a non considerare il prossimo, poiché il desiderio di dare, sempre e comunque, spesso prevale sopra ogni altra considerazione.
L’interclusione di Khèssed in Nètzakh ci insegna a perfezionare la nostra Determinazione: ad esempio, per essere continuativi a concludere un arduo progetto di lavoro bisogna amarlo molto. L’amore per la famiglia e la fermezza a realizzare un matrimonio che duri nel tempo aiuta a vincere le tante sfide della vita coniugale.
Contrariamente un approccio neutrale o indifferente, verso le nostre ambizioni, non accresce una costanza efficace.
Un racconto della Torà, basato sul commento del Rebbe di Lubàvitch, può farci comprendere meglio:
Pinekhàs, pieno di sacro zelo, fece retrocedere l’ira del Signore dai Figli d’Israele, uccidendo Zimrì, capo della tribù di Shimòn, che stava peccando. Per questo gesto Pinekhàs venne deriso e disprezzato dalle tribù. Esse ritennero, che Pinekhàs avesse compiuto un atto di crudeltà e per questo lo soprannominarono “ben Putì, figlio di Putì”, poiché Putièl era uno dei nomi di Yitrò, il nonno di Pinekhàs. Quindi le tribù lo accusavano di essere crudele come Yitrò: come il nonno ingozzava con la forza i vitelli con cibo grasso allo scopo di scannare delle grandi bestie in onore di falsi dei; così, anche il nipote Pinekhàs si era comportato in modo crudele.
Tuttavia perché la Torà ricorda la sua genealogia: “Pinekhàs figlio di El’azàr, figlio del Sacerdote Aharòn”. Perché la Torà, in questo modo ci sta dicendo che Pinekhàs fece la cosa giusta. Egli fu zelante verso Hashèm e compì una buona azione, un atto di bontà e di misericordia. Per questo, la Torà ricorda la sua discendenza da Aharòn, il Sacerdote che amava e rincorreva la pace. Come Aharòn fu un uomo misericordioso, così lo fu anche suo nipote, Pinekhàs, quando uccise Zimrì, il peccatore. Amore che Pinekhàs aveva ereditato da suo nonno, Aharòn il Sacerdote!
Pinekhàs è l’unico che ha osato sfidare un capo tribù. Il suo zelo (nètzakh) nel servire le proprie convinzioni e la volontà di Hashèm; unite a un verace sentimento di amore (khèssed) per Hashèm e il popolo ebraico, donarono a Pinekhàs la vita eterna e non morì MAI!
Si può aggiungere che senza Bontà (khèssed), c’è il rischio che la determinazione e l’ambizione (nètzakh) derivino dal lato negativo della persona. Ad esempio, non tutti i rivoluzionari della storia (l’archetipo della sefirà di Nètzakh) hanno agito solo per un ideale superiore ai propri interessi, poiché molti erano mossi esclusivamente dall’ambizione personale.
Con la Bontà si enfatizza la purezza e la santità di un gesto anomalo. Quando insieme alla componente di Nètzakh si aggiunge Khèssed – Amore allora possiamo indirizzare la naturale predisposizione alla VITTORIA in senso positivo e fare delle rivoluzioni per il bene della società.
Riflessione:
la mia ambizione e la mia determinazione sono mosse da un sentimento di Amore?
Sono capace di perseverare per ottenere qualche cosa trascendendo i miei limiti, grazie all’Amore che provo per essa?
Esercizio:
la storia ci insegna che un grande uomo di successo non può raggiungere i suoi traguardi se mosso solamente dall’ambizione. Senza Khèssed ci mancherà l’entusiasmo e la passione per avere la Continuità (nètzakh) necessaria: BISOGNA AMARE IL PROGETTO CHE SI VUOLE REALIZZARE.
Nètzakh è come il motore di una macchina che ha bisogno della benzina perché continui a funzionare. Senza Khèssed mancherà l’ingrediente dell’Amore, per il proprio obiettivo, il “motore” (nètzakh) rischia di mancare della necessaria Determinazione.

La Parashà (Levitico 19:1–20:27) comincia con l’affermazione “Santi dovete essere, perché Santo sono Io, il Signore vostro D-o”, da cui seguono decine di mitzvot attraverso le quali l’ebreo santifica sè stesso, relazionandosi con la santità di D-o.

Tra queste: la proibizione all’idolatria, la mitzvà della carità, il principio di uguaglianza davanti alla legge, lo Shabbat, la moralità sessuale, l’onestà nel proprio lavoro, l’onore e il rispetto verso i genitori e la sacralità della vita.

In Kedoshim viene riportato anche il principio, definito dal grande saggio Rabbi Akiva come un principio cardine della Torà e del quale Hillel disse, “questa è l’intera Torà, il resto è solo un commento”, AMA IL TUO PROSSIMO COME TE STESSO. Continua a leggere

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AKHARE MOT 5779 – IL GIORNO DOPO IL DOMANI!

B’H’ Questo SHABBAT 29 NISSAN 5779,  4 Maggio 2019 leggeremo la Parashà di Akhare Mot:  Lev 16:1 – 18:30

HAFTARÀ
Italiani/Sefarditi/Ashkenaziti: Samuele 1: 20, 18-42

(Vigilia di Rosh Chòdesh)

Si legge il 1° Pirkè Avot

Quando si raggiunge la cima della montagna è ora di tornare casa!

Continua a leggere

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PESSAKH 5779: 17 LEZIONI

PESSAKH: Festival della libertà!

dal 19 Aprile (vigilia) al 27 Aprile 2019.

15 Nissàn 5779   20 Aprile 2019 Pésach – 1° giorno
Nel Musàf: “Morìd hattàl”

PARASHÀ
1° Sefer Es. 12,21-51
2° Sefer Num. 28,16-25

HAFTARÀ
Italiani: 5, 2-6, 1. 27
Sefarditi: Giosuè 5, 2-6, 1
Ashkenaziti: Giosuè 3, 5-7; 5, 2-6, 1. 27

Ogni festa ha le sue regole e caratteristiche.
Cio che rende Pesakh molto particolare è che non si può arrivare al seder senza essersi preparato. Se Shavuot non ci siamo preparati non è la fine del mondo. Così anche per Rosh Hashanà, Kippur, Sukkòt.
Infatti Pesach vuole anche dire PE SACH – la BOCCA che PARLA…
Per poter raccontare i grandi miracoli che Dio ci ha fatto quando siamo usciti dall’Egitto dobbiamo prepararci MOLTISSIMO e avere il serbatoio pieno con tante spiegazioni e commenti. Qui sotto trovi il link di ben 23 lezioni online per poter arrivare con un “pieno” che ci potrà permettere di fare molta strada a Pesach.
—– —–
Una volta si usava finire tutta la birra, il wisky e la pasta che si aveva in casa prima di Pessach.
Visto che oggi tutti abbiamo delle riserve in giro dobbiamo venderle a un non ebreo per poterle utilizzare dopo Pessach.
Per vendere il tuo Khametz pui accedere a questa pagina che ti ho creato, compilare il form e inviarlo entro Venerdì mattina alle 9.00 del 19 APRILE 2019.
Con questa delega io ricevo un mandato a vendere il tuo chametz per te Bezrat Hashem.
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it sulla festa di Pessach.
Pessach Kasher Vessameakh
Rav Shlomo BekhorPS
prima di Pessakh è usanza dare un contributo per comprare le Mazot hai bisognosi che si chiama Kimkha Depiskha.
sul seguente link troverai una finestra a destra per donare tramite paypal o CC e fare questa importante mizvà e dare un contributo alla diffusione della Torà in italiano.
https://www.paypal.me/ShlomoBekhor​

Chi volesse mandare un bonifico può mandare a:
intestazione: Mamash
iban: IT35L0760101600001019159175

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
PESAKH
nuova lezione sulla hagadà di questa sera:
Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:

http://www.virtualyeshiva.it/2011/04/12/pessakh-5771-matza-spezzata-popolo-diviso/

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

http://www.virtualyeshiva.it/files/11_04_12_pessakh5771low_afikoman_una_nazione_rebbe.mp3

per vedere il video della lezione direttamente, cliccare qui:
https://vimeo.com/22444383
MATZÀ SPEZZATA, POPOLO DIVISO?

Il segreto dell’Afikoman!
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http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare altre 17 lezioni su PESSAKH cliccare al seguente link:

PESAKH

Salta dentro!
Un funambolo che si prepara a salire sulla fune vuole prima scaldare la folla: “Chi pensa che ce la farò?”
Tutti cominciano ad incitarlo e lo sostengono mentre cammina lungo la fune. “Ora chi pensa che possa farlo all’indietro?”
La folla continua ad acclamarlo ed egli cammina all’indietro, poi bendato, e, quando molti lo incitano, corre sul monociclo.
Infine chiede al pubblico: “Chi pensa che possa stare sulla fune spingendo una carriola?”
Un ragazzo grida: “Ti sostengo al 100%!” e il funambolo gli risponde: “Se credi che io possa farcela, cosa ne diresti di entrare tu nella carriola mentre lo faccio?”
“Oh bene, ehm.. forse non ne sono così sicuro…”, risponde il ragazzo.
Come spiega la Torà, riguardo ai Dieci Comandamenti che sono stati scolpiti sulla pietra, la parola “kharut” in Ebraico, che significa scolpito, è composta dalle stesse lettere di “kherut” che vuol dire libertà. La vera libertà si ottiene attraverso il rispetto di un potere più alto, rimovendo dall’equazione il nostro proprio ego e l’importanza di sé. Attraverso la tradizione noi siamo immuni dai fluttuanti venti di cambiamento. È importante non rimanere uno spettatore in questo processo, anche noi dobbiamo “saltare nella carriola”.
L’Haggadà, la storia della nascita di Israèl e dell’indipendenza del popolo che leggiamo la sera del Seder, parla dei Quattro figli, uno saggio, uno malvagio, uno semplice e uno incapace di fare domande. Il figlio malvagio chiede a suo padre “che cosa significa per TE tutto questo rituale?”, escludendo se stesso dal nucleo familiare. Noi dobbiamo fare attenzione a non cadere nella stessa trappola. È certamente lecito chiedere, ma dobbiamo assicurarci di farlo in modo da includere noi stessi: “cosa significa per NOI”.
Salta nella carriola!
Il quinto figlio
L’ Haggadà menziona quattro figli alla tavola del Seder. Nella nostra generazione, però, troviamo un quinto figlio, quello che, ahimè, il Seder non lo fa nemmeno, non presenzia nemmeno fisicamente a tavola.
È a questo figlio (nostro o di qualcun altro, poiché siamo tutti responsabili l’uno per l’altro) che dobbiamo rivolgerci, in qualunque modo possibile, per incoraggiarlo, anche stando alle sue condizioni se necessario, ad “abbracciare” ancora le tradizioni e le pratiche familiari.
Il prossimo anno a Gerusalemme!

In passato il refusnik sovietico Natan Sharansky gridò, come è noto, in un tribunale Sovietico, “al popolo ebraico io dico… Il prossimo anno a Gerusalemme!” Questo è stato il grido di chiamata a raccolta attraverso le generazioni. Noi finiamo il Seder con quest’affermazione. Non significa che vogliamo dover aspettare fino al prossimo anno per essere a Gerusalemme! Invece, saremo lì prima di allora e quindi, a maggior ragione,ci troveremo già lì il Prossimo Anno!

BESHALLAKH 5771 – LE DUE FACCE DELLA TUA SPOSA!
Il matrimonio secondo la Torà.
Il significato e il valore del matrimonio: come apprezzare il proprio/la propria coniuge.
Vengono esplorate le parti esteriori ed interiori di una persona, analizzando qual è la più importante, insegnandoci a rivelare il potenziale nascosto, come fece Yossèf!

EMOR 5771 – 3 MATRIMONI: PECORA, TORO E GEMELLI
Il segreto di come creare la pace tra le varie culture.

VAERA – PESSAKH 5771 – LA FRECCIA DI DIO
Fin dall’uscita dell’Egitto l’energia delle futura redenzione è già stata emanata in potenziale. Bisogna solo concretizzarla! Il quinto livello di salvezza espresso da D-o al popolo ebraico, legato alla redenzione finale, non ancora completato, ma del quale ci viene dato il potenziale.

PESSAKH 5771 – MATZÀ SPEZZATA, POPOLO DIVISO?
Il segreto dell’Hafikoman!

BO – PESSAKH 5771 – FEDE EBRAICA: LIBERTÀ O RESTRIZIONE?
Che cosa vuol dire essere liberi? Qual è la differenza tra חופש e חירות?
Uno strano paragone tra Pèsakh e Shabbat, fatto dal Maimonide, ci rivela il vero significato della libertà, in base all’approfondimento di Pèsakh 5640 del Rebbe di Lubavitch. Il parallelismo tra Shabbat e Pèsach descritto dal Maimonide: come Shabbat non ha solo aspetti passivi, ma presenta anche aspetti attivi, così Pesakh non significa solo non essere schiavi, bensì ha una sua entità.

BO – PESSAKH 5770 – DUE TIPI DI DOMANDE!
Perché l’ebraismo promuove il DOMANDARE? Il significato profondo del verso “quando tuo figlio ti chiederà: che cosa è questo?”. La Torà non ci da solo una risposta, ma ci spiega come mai il figlio chiede e come evitare che si allontani dal padre.

PESSAKH 5770 – ARROSTO O BOLLITO?
Perché l’uomo non è mai soddisfatto?

BO 5769 – TEFILLIN: SEGNO D’IDENTITA’
La Torà dice: “Sarà un segno sulla tua mano e un ricordo sulla tua testa!” Intelletto e saggezza senza sentimento sono inutili! Quando studiamo la Torà e mettiamo i tefillin in noi avviene una trasformazione, il nostro pensiero si unisce ad Hashem, ma dobbiamo sempre ricordarci del cuore e riflettere su quanto stiamo facendo e quanto ha fatto D-o per il popolo ebraico

BO 5768 – LA TORA DOVEVA COMINCIARE DALLA PRIMA MITZVA: SANTIFICARE LA LUNA NUOVA.
Trasformare il mondo tramite la Torà! La santificazione della luna e il perché due fratelli possono testimoniare la prima luna. Solo con la Torà si può trasformare il mondo e portare innovazione. Il ciclo mensile si chiama kodesh che ha le stesse lettere in ebraico di khadash-nuovo e khidush-innovazione.

PESSAKH 5767 – CHE COSA SI FESTEGGIA NEL SEDER DI PESSAKH?
Una breve lezione relativa al significato del Seder di Pessakh.

BO 5766 – LE ULTIME TRE PIAGHE: UN COLPO NEL BUIO!
Le mitzvot che vennero prima del Matan Torà! Nelle ultime tre piaghe il colpo all’Egitto è forte e definitivo, avvenendo nel buio. La prima mitzvà della Torà di santificare la nuova luna: l’importanza per un ebreo della dimensione temporale. La piaga del buio: il prestito delle ricchezze degli egiziani. La mitzvà del riscatto del primogenito, il suo significato e la sua importanza. I teflilin, testimonianza dell’essere ebrei.

VAERA 5766 – IL SIGNIFICATO DELLE DIECI PIAGHE
Il significato profondo del bastone trasformato in serpente. Il colpo iniziale all’ego del faraone per avviare il processo di annullamento della sua opposizione alla santità. L’importanza delle dieci piaghe e i tre messaggi per gli egiziani.

PESSAKH 5766 – IL PERIODO DELLA LIBERTÀ
Diversi approfondimenti sul significato della festa di Pessakh!

La Kasherut di Pesach (prima parte)
La Kasherut di pesach è una delle parti più complicate delle regole sulla kasherut.

HALAKHOT DI PESSAKH
Vengono analizzate alcune halakhot di Pessakh.

HALAKHOT DI PESSAKH – LE QUINDICI AZIONI DEL SEDER DI PESSAKH
Le regole del seder di Pessakh.

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METZORA HAGADOL 5779 – IL CONTRASTO CHE ANNULLA LA RECESSIONE

B’H’ Questo Shabbat Metzorà / haGadol leggeremo la Parashà di Metzorà: Lev 14:1 – 15:33

e l’Haftarà haGadol: Mal. 3:4-23

 SHABBAT HAGADOL; i primogeniti egiziani, i capi dell’Egitto, alla corte del Faraone chiedono di lasciare andare immediatamente gli ebrei, davanti al Faraone impassibile succede il putiferio, guardie egiziane contro altre guardie egiziane, egiziani contro egiziani, i capi degli egiziani che combattono all’ultimo sangue contro i loro fratelli, i nostri nemici che si sterminano da soli. È stato un grande miracolo, e questo Shabbat si chiama Shabbat HaGadol riferendosi appunto a questo grande miracolo.

Questo Shabbat si chiama SHABBAT HAGADOL. Essendo molto importante si chiama gadol. Ci sono diversi motivi per questo nome ma il principale è che Shabbat prima di Pesakh è molto grande la drasha per imparare le regole di come bisonga fare tutte le regole di Pesakh.
Si chiama Shabbat Hagadol anche per un’altra ragione: perché è successo un grande miracolo. Gli egiziani primogeniti hanno fatto una guerra civile contro gli altri egiziani perché temevono di lasciare la pelle quando hanno scoperto che tutti i primogeniti sarebbero morti.
Questo è successo il 10 di Nissan che era Shabbat visto che sono usciti dall’egitto il 15 di Nissan che era Giovedì.
Per questo viene ricordato questo miracolo il Shabbat prima di Pessakh col nome Shabbat Hagadol perché è successo un grande miracolo “nes gadol”.
La grandezza di questo miracolo che mai nella storia è successo un caso simile che il nostro nemico si è trasformato in amico e ha combattuto a nostro favore.
Senza alcun intervento divino il nemico ha combattuto per noi. Questo è un grandissimo miracolo che non ha paragoni nella storia.
Per realizzare una trasformazione così infinita ci vuole una rivelazione infinita. Vuole dire che in questo Shabbat abbiamo una luce senza limiti.

Questa luce corrisponde alla luce dell’era messianica che tutto il male sarà trasformato in bene.

Anche oggi vediamo come Dio fa in modo che diversi popoli combattino fra di loro facendo in modo che israele non debba combattere. Noi ci auguriamo che le guerre siano abolite per sempre come è successo dopo il miracolo dei primogeniti è arrivata la redenzione, così anche noi presto potremo vedere la redenzione totale.

Presto arriveremo all’epoca come è scritto in Esaia: “trasformeranno le spade in falci…” .
Ci auguriamo che in questo mese di redenzione vedremo la gheula finale, presto nei nostri giorni, Amen.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it sulla parashà.

Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

METZORA’
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà con il link a scaricare il file audio:
dal seguente link si può scaricare immediatamente senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/11_04_05_metzora5771low_unita_lavoro_trasforma.mp3
per vedere il video della lezione direttamente cliccare qui:
https://vimeo.com/22050420

IL CONTRASTO CHE ANNULLA LA RECESSIONE

Da un’apparente contraddizione del Maimonide possiamo trarre un insegnamento per affrontare la “carestia” del giorno d’oggi!
Al seguente link il video della lezione

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Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perche’ vogliamo che la Tora sia accessibile a tutti. Aiutando Virtual Yeshiva potrete diventare soci nella diffusione della Tora. Sul seguente link puoi trovare come mandare una donazione
http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per sentire altre 17 lezioni su PESAKH:
http://www.virtualyeshiva.it/2018/03/25/pessakh-5773-17-lezioni/

IN OGNI GENERAZIONE VOGLIONO STERMINARCI MA HASHEM CI SALVA DALLE LORO MANI
Hagada di Pesakh

Nel 2016 Il premier italiano Matteo Renzi, questa settimana, è stato in visita in Iran per due giorni, accompagnato dagli amministratori delle principali aziende italiane. Nel frattempo l’Iran continua ha inaugurare mostre e convegni sull’antisemitismo e negazionismo dell’olocausto e l’8 marzo del 2016 ha violato la risoluzione ONU 2231 con un test di un missile balistico. Sul missile era scritta la frase: “Israele sarà cancellato dalle mappe”. Iran che dopo la fine dell’embargo, voluto dall’amministrazione Obama, Dio non voglia, potrebbe avere la bomba atomica.
Mentre in Italia ed Europa varie associazioni della sinistra europea assieme a quelle dei movimenti islamisti o filo palestinesi, promuovono iniziative antisemite.
All’epoca era successo un fatto di riflessione.
Davide Piccardo (capo del Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano CAIM) protesta sul divieto, posto dal Ministero dell’interno, di far entrare in Italia, per una serie di conferenze, Tareq Suwaidan: leader dei Fratelli Musulmani in Kuwait, forte sostenitore dell’annientamento degli Ebrei e di Israele.
Questi tristi fatti possono essere meglio visti “alla luce” della Tora.
Il Rebbe in un suo commento alla parashà di Metzorà (Likutè Sikhòt, vol. 27) afferma: “Ogni azione del Santo, benedetto Egli sia, qui nel mondo, è per il bene.  …..” Le lesioni descritte nella parashà: la zaràat (lebbra) e gli altri negaìm possono sembrare un qualcosa del tutto negativo. Tuttavia la parola Nèga (macchia, lesione, piaga) ha le stesse lettere della parola Oneg (delizia, piacere). Secondo la Tora’ quando si vede una macchia sui muri di una casa, bisogna distruggere i muri (Vaikrà 14: 45).
Rashi racconta come i popoli che abitarono la terra d’Israele, prima dei Figli d’Israele, nascosero dei tesori d’oro nei muri delle case. Quando i Figli d’Israele vennero nella terra d’Israele essi abitarono nelle case dei goìm. Allora… D-O creò delle macchie di zaràat sui muri delle case e figli d’Israele furono costretti a distruggerli e solo così poterono trovare l’oro.
Adesso come allora le azioni dei popoli, per quanto pericolose e sbagliate possono sembrare, hanno lo scopo di permettere ai Figli d’Israele di compiere la volontà di Ha-Shem e di trasformare il nèga in oneg.

 

 

 

Da un’apparente contraddizione del Maimonide possiamo trarre un insegnamento per affrontare la “carestia” del giorno d’oggi!

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TAZRIA, ROSH HODESH, HaHODESH 5779: 3 LEZIONI VECCHIE + 1 NUOVA

B’H’ Questo Shabbat leggeremo 3 Sefarim Torà:

1° Sefer Lev 12:1 – 13:59
2° Sefer Num 28:9-15
3° Sefer Es 12:1-20

HAFTARÀ
Italiani: Ez. 45: 16-46: 11
Sefarditi: Ez. 45: 18-46: 15
Ashkenaziti: Ez. 45: 16-46: 18

una volta un rabbino, camminando per strada, incontrò un suo vicino di casa medico, che gli diede un passaggio. Non appena il rabbino salì sulla vettura del medico, questi disse con GRANDE ORGOGLIO:
“Sai, caro Rabbino, che io curo gratis i malati che non hanno possibilità economiche.”
“Anch’io faccio come te” rispose il rabbino.
“Forse aiuta delle persone gratis…”, pensò il medico, che non capiva.

“Spesso regalo le medicine a chi non può permettersele”, disse nuovamente il medico.
“Anch’io faccio come te” rispose il rabbino.
“Forse regala libri…”, pensò il medico, che ancora non capiva.

“Sai, quando qualcuno deve andare all’ospedale e non trova posto, io glielo procuro senza essere retribuito”, riprese il medico.
“Anch’io faccio cosi’” rispose il rabbino.

Il medico allora chiese al rabbino di spiegargli le sue risposte poiché lui non era un dottore e come faceva a fare TUTTO ciò il medico stava facendo!?!
Il rabbino spiegò: “Anch’io faccio come te:
esalto sempre e solo le mie buone qualità e non mi preoccupo di migliorare me stesso.”

Questo ci insegna la parashà di Tazria e Mezora che leggiamo questo Shabbat. Si tratta di una persona che ha fatto maldicenza e perciò deve essere emarginato da TUTTA la comunità e deve rimanere da solo e solo allora lui può capire che ha sbagliato e che deve pentirsi.
Una persona prima di guardare fuori deve sempre iniziare a guardare dentro ovvero se stesso; soltanto quando si è soli si può investigare dentro di sé e comprendere realmente la propria anima, e questo è il primo passo per modificare i nostri comportamenti sbagliati.
Perciò quello che dice la maldicenza viene mandato fuori dall’accampamento e rimane solo: solo così smetterà di esaltare solo se stesso COME FACCIAMO SEMPRE e potrà iniziare a GUARDARE DENTRO.

(Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana che parla proprio di questo argomento.)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

TAZRIA
Al seguente link trovi la lezione sulla nostra parashà di TAZRIA molto interessante in formato mp3 e mp4:
http://www.virtualyeshiva.it/2011/03/29/tazria-5771-valore-e-difetto-dellambizione/
dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web: 
http://www.virtualyeshiva.it/files/11_03_29_tazria5771low_pellebianca_peli_razo_shuv.mp3
per vedere il video della lezione direttamente cliccare qui:
https://vimeo.com/21750906

VALORE E DIFETTO DELL’AMBIZIONE

Qual è il giusto equilibrio di questa caratteristica umana che talvolta provoca gravi danni?

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre 4 lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

NASCERE CON MASHIAKH
Un racconto per cominciare …
Un ebreo fu costretto a convertirsi durante il periodo dell’Inquisizione spagnola, egli fu avvertito dalle autorità di non mangiare pesce venerdì notte, durante Shabbat, poiché sarebbe stata la dimostrazione che continuava a osservare i rituali ebraici. Quindi lo minacciarono che, in tal caso, avrebbe affrontato terribili conseguenze.
Nonostante questo severo avvertimento, un ebreo rimane ebreo, e quel venerdì sera il nostro ebreo “rinato” si sedette per il suo consueto pasto dello Shabbat, che ovviamente includeva una buona porzione di pesce!
In quel preciso istante, le spie dell’Inquisizione irruppero in casa e lo colsero in flagranza … mentre mangiava pesce!
“Sei rimasto un ebreo! Stai mangiando pesce di venerdì sera! “Gridò il prete che comandava il drappello dei soldati.
“Che cosa sta dicendo?” Rispose l’ebreo. “Non sto mangiando affatto pesce.”
“Ah, no?” Chiese il prete in tono derisorio. “Allora, cosa c’è nel tuo piatto? Una cotoletta?”
“È roast beef”, disse in tono perentorio l’ebreo.
Il prete divenne furioso e iniziò a gridare all’ebreo. “Stai cercando di prendermi in giro? Quello è pesce, non arrosto di manzo! “
“Ho fatto esattamente quello che mi hai avete detto di fare”, rispose l’ebreo con un misto di innocente e cinismo. “Oggi pomeriggio, ho preso un po’ d’acqua, ho spruzzato alcune gocce sul pesce e ho detto tre volte: Non sei un pesce, sei un manzo…, e poi è miracolosamente rinato come un pezzo di roast beef!”
Questa settimana leggiamo la 27° porzione della Torà: Tazria. All’inizio di questa parashà (12, 2-8) impariamo le leggi dell’impurità riguardanti una donna che, dopo aver partorito, deve presentare dei sacrifici per diventare nuovamente pura.
Apparentemente tutto è chiaro…
Tuttavia, se guardiamo più in profondità il versetto, quando la Torà descrive la nascita di un maschio, è scritto letteralmente: “Se una donna concepirà e ha partorito un maschio, sarà impura per sette giorni” (12, 2). Non sarebbe stato sufficiente scrivere “Se una donna ha dato alla luce un maschio?” Perché è necessario discutere del processo che porta alla nascita? Inoltre, non sono forse concepite anche le femmine? Perché la Torà non scrive così: “Una donna che concepisce, SE ha partorito un maschio?”
C’è anche una difficoltà linguistica: il versetto inizia nel tempo futuro (“concepirà”) e si conclude al passato (“e ha partorito”)!
Apparentemente, la Torà non sta parlando (SOLO) di una donna normale e di una nascita regolare. Quindi per capire quale insegnamento nasconde questo versetto occorre “partire dall’inizio!”
Senza dubbio, una delle esperienze più entusiasmanti nella vita è la di nascita di una “nuova” creatura. Chiunque abbia mai sentito il primo strillo di un neonato – che rappresenta l’apertura dei suoi piccoli polmoni nell’aria del mondo – è stato colmato da una sensazione di vera gioia e piacere. I mesi di gravidanza, durante i quali la madre sopporta dolori e disagi, si concludono con la nascita di una nuova vita.
La nascita di Mashìakh e della Redenzione imminente, avrà un processo simile a quello della nascita di un bambino: la “donna”, di cui parla la parashà, siamo noi e il “concepimento” rappresenta l’osservanza della Torà e il compimento delle mitzvòt, durante il periodo dell’esilio.
Tuttavia, una domanda sorge spontanea: cosa c’entrano Torà e Mitzvòt con il “concepire” un bambino?
La parola ebraica per “concepire”, Tazria תזריע deriva dalla parola זרע zèra, “seminare”. Secondo la chassidùt il processo della semina riflette il modo con cui le mitzvòt influenzano il mondo:
1. IL LUOGO DELLA SEMINA: proprio come un seme può germogliare, solo quando è nella terra, così anche l’adempimento della Torà e delle mitzvòt possono essere realizzate solo attraverso l’azione fisica, qui in questo mondo. Tutte le emozioni e le intenzioni che mettiamo o possiamo mettere in una mitzvà sono “sentimenti” secondari all’atto reale; poiché solo L’ATTO È LA COSA PIÙ IMPORTANTE. E se manca questo non potrà crescerà nulla.
2. COME SI SEMINA: affinché dal chicco possa “nascere e crescere” qualcosa, occorre che esso venga DECOMPOSTO, solo dopo potrà essere coltivato e dare frutti. Allo stesso modo, attraverso il nostro bitùl (auto-annullamento) alla volontà e allo scopo di Dio, facciamo “crescere” e “nascere” la Redenzione.
3. LO SCOPO DELLA SEMINA: l’agricoltore “perde” una misura di seme per guadagnare molto di più. Allo stesso modo il compimento delle mitzvòt, potrebbe a volte sembrare una considerevole “perdita” di tempo, energia e denaro. Tuttavia, i risultati parlano da soli: la rivelazione divina – insieme alla ricompensa spirituale e all’eterna redenzione – derivante da queste azioni – rende ogni istante degno di tutti i nostri sforzi.
Quindi, detto questo, ritorniamo alla problematica, presente in questo versetto, “Una donna “concepirà” e ha partorito un maschio”!
La spiegazione è questa: “Se una donna concepirà” – Se durante l’esilio, il popolo ebraico semina e pianta le mitzvòt, con ASSOLUTA CERTEZZA – “Ha partorito un maschio”. Notiamo bene qui la Torà non parla di qualcosa che forse accadrà o meno, ma parla di una cosa CERTA, come se fosse già successa (per questo usa il tempo al passato)! Questo poiché, il “nascituro”, simboleggia il risultato delle nostre mitzvòt, vale a dire Mashìakh:
l’anima di Mashìakh, infatti è paragonata a un “maschio” che simboleggia la forza maschile della futura Redenzione che sarà eterna, senza alcuna possibilità di un altro esilio.
La DONNA che “partorisce e concepisce di nuovo” – sperimenta una redenzione dopo l’altra. Ma prima di ogni nuovo parto, ancora una volta, passa attraverso il dolore della gravidanza e del travaglio. Al contrario, il maschio non concepisce. Questo a simboleggiare come, dopo la rivelazione di Mashìakh, non sperimenteremo più alcun esilio o dolore. L’anima di Mashìakh proviene da un livello superiore -e  grazie alla forza di questa nobile fonte spirituale – sarà in grado di portare la completa ed eterna redenzione per tutti noi!
Per Concludere Una Bella Storia
C’era una giovane coppia americana che voleva sposarsi. L’uomo era ebreo, ma la sua futura sposa non lo era. L’uomo voleva una famiglia ebraica e quindi iniziarono il processo di conversione halachica all’ebraismo. La donna, con la massima sincerità e serietà, impara e studia l’ebraismo in modo approfondito e inizia a compiere alcune mitzvòt, come preparazione per il futuro. Quando arriva il momento tanto atteso per la conversione, accetta di fare tutto, tranne che… immergersi in un mikvé!
Numerose persone hanno fatto del loro meglio per convincerla della grande importanza di questo ultimo passo, poiché senza l’immersione in una mikvé, non poteva diventare parte di Israèl. Tuttavia, tutti i loro sforzi sono andati male; lei semplicemente non ne volle sapere. Fu un rifiuto inspiegabile.
Lasciato senza alternative, la famiglia dello sposo, che non aveva alcun legame con Lubavitch, organizzò un incontro dedicato alle donne con il Rebbe. Il Rebbe le spiegò che ognuno di noi inizia le nostre vite in una sacca piena di liquido amniotico. Il feto si sviluppa e cresce in questo fluido fino al momento giusto. Quindi, fa esplodere il sacco del liquido amniotico, “emerge dall’acqua” e inizia, così una nuova vita.
“Sei come un feto, in procinto di rinascere come un’ebrea. Nel momento in cui ti immergi ed esci dall’acqua, inizi una nuova vita e una nuova anima si rivela in te.
Appena lascia la stanza del Rebbe in lacrime va a concludere il suo sogno di abbracciare la fede di Abramo e oggi è madre di bambini.
Questo si applica alla nostra generazione ed essere “rinati” significa iniziare una nuova vita. Siamo in un tempo in cui possiamo e dobbiamo vivere in un modo nuovo e migliore – una vita di vera e completa redenzione.
Basato sul commento del santo Or HaChaim sul parasha e Likkutei Sichot, vol. 1,

Nella Parashà di Tazria continua la discussione sulle leggi relative al Tumà vetaharà, impurità rituale e purezza.

Una donna che ha partorito deve compiere un processo di purificazione,  immergendosi nel Mikvè, e portare offerte al Santuario. Tutti i bambini maschi devono essere circoncisi nell’ottavo giorno dalla loro nascita.

Diverse norme relative alla Tzaarat, una piaga di origine sovrannaturale che può colpire abiti, abitazioni e le persone.

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SHEMINI/Parà 5779 : 4 LEZIONI

Questo Shabbàt 30 Marzo 2019, 23 del mese di Adar Shenì 5779 leggeremo la Parashà di

Sheminì Lev 9,1-11,47

2° Sefer Num 19: 1-22

HAFTARÀ
Milano/Torino/Sefarditi: Ez. 36: 16-36
Italiani/Ashkenaziti: Ez. 36: 16-38

La macellazione degli animali è da sempre un argomento di grande attualità che spesso ritorna. Si è parlato di metodologie crudeli in Italia per macellare gli animali.
Di recente nel Belgio hanno vietato la macellazione della carne e polli mettendo in crisi le comunità ebraiche europee, che compravano principalmente dal Belgio.
Alcuni anni fa, ad esempio, un gruppo di animalisti di Torino hanno protestato contro la macellazione kashèr degli animali da loro considerata una pratica crudele. Gruppi, partiti politici o singoli che prendono di mira la macellazione degli animali, e spesso proprio la pratica halakhica della sekhità, è un fenomeno purtroppo frequente.
Tuttavia, la shekhità, contrariamente a quanti molti pensano, è il modo migliore per non far soffrire l’animale. Per rendere la carne kashèr, la shekhità prevede un taglio alla gola che provoca un improvviso calo di liquidi circolanti, nel sistema venoso e arterioso, con conseguente crollo della pressione e del funzionamento del sistema cerebrale che determina una mancata percezione del dolore da parte dell’animale che così non produce adrenalina.
(continua sotto)
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

SHEMINI
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

www.virtualyeshiva.it/files/11_03_22_shemini5771_darosh_dorash_umilta_stupidita.mp3

QUANDO LO STUDIO DELLA TORÀ

È SOLO A METÀ DEL GUADO!

“Ci sono solo due cose che sono infinite: l’universo e la stupidità umana” – Albert Einstein.

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Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/03/24/shemini-5773-5-lezioni/
PRIMO DIETOLOGO AL MONDO: LA TORÀ
La Torà di Hashèm è perfetta e ristora l’anima…
(Tehillìm 19,8)
NON FARE DIVENTARE LE MEDICINE LA TUA ALIMENTAZIONE. BENSÌ FAI DIVENTARE LA TUA ALIMENTAZIONE LE TUE MEDICINE…
Rabbi Moshè ben Maimonide.
L’alimentazione kashèr è un pilastro dell’ebraismo, perché condiziona la sanità del: nostro corpo, nostro carattere, la nostra anima e la nostra esistenza.
Un famoso detto afferma: “Noi siamo ciò che mangiamo”.
Nella parashà di questa settimana di SHEMINÌ troviamo le regole alimentari e questo è il momento di riflettere come possiamo migliorare la nostra alimentazione, per la nostra salute e anima.
La macellazione degli animali è da sempre un argomento di grande attualità che spesso ritorna. Si è parlato di metodologie crudeli in Italia per macellare gli animali.
Di recente nel Belgio hanno vietato la macellazione della carne e polli mettendo in crisi le comunità ebraiche europee, che compravano principalmente dal Belgio.
Alcuni anni fa, ad esempio, un gruppo di animalisti di Torino hanno protestato contro la macellazione kashèr degli animali da loro considerata una pratica crudele. Gruppi, partiti politici o singoli che prendono di mira la macellazione degli animali, e spesso proprio la pratica halakhica della sekhità, è un fenomeno purtroppo frequente.
Tuttavia, la shekhità, contrariamente a quanti molti pensano, è il modo migliore per non far soffrire l’animale. Per rendere la carne kashèr, la shekhità prevede un taglio alla gola che provoca un improvviso calo di liquidi circolanti, nel sistema venoso e arterioso, con conseguente crollo della pressione e del funzionamento del sistema cerebrale che determina una mancata percezione del dolore da parte dell’animale che così non produce adrenalina.
Quindi la carne kashèr risulta più buona, sana e rispettosa dell’animale rispetto ai metodi moderni considerati da molti più “politically correct”: come l’uso di un proiettile sparato nel cervello; o l’elettroshock, prima della macellazione. Metodi che invece fanno soffrire l’animale molto più a lungo e rendono la carne non kashèr e più cattiva poiché “inquinata” dall’adrenalina.
La Torà e le tradizioni ebraiche millenarie, da esse derivate, superano il tempo e le “mode”. Hashèm, nella sua infinita saggezza, ci chiede di rispettare la mitzvà della kasherùt , non solo per il bene della nostra salute, ma citando Re Davide, anche per “ristorare le nostre anime”.
Va sempre più di moda la ricerca della qualità del cibo e di conseguenza il cibo kashèr viene più acquistato. Tutta la procedura prevista dalla Torà è sinonimo di qualità, in particolare per la carne: prima di macellare un animale bisogna accertarsi che sia sano e non abbia subito interventi. Un animale malato, anche se sgozzato secondo la legge ebraica, comunque non è kashèr. Gli americani, anche i non ebrei, comprano sempre di più i prodotti alimentari con il marchio “kashèr”, spinti da motivazioni legate alla salute e dalla convinzione che carni e pollami – preparati secondo le strette regole della dieta alimentare ebraica – siano una scelta più sicura per difendersi dalla contaminazione batterica.
Manes Wiezel, il fondatore della City Glatt Inc. di Los Angeles, noto distributore di carni “glatt kashèr”, ha infatti riscontrato un costante e significante aumento delle vendite attribuibile alla domanda extra di compratori che non sono motivati dalla religione, ma da questioni di salute e di sicurezza del cibo.
La parashà di questa settimana elenca le specie di cibi che gli ebrei possono o meno mangiare. Tale argomento rientra nelle leggi riguardanti la kasherùt.
Nel corso degli anni molte interpretazioni di carattere razionale sono state attribuite alle norme sulla kasherùt. Alcuni hanno asserito che esse erano solo una temporanea misura igienica. Ad esempio il maiale sarebbe stato proibito affinché gli ebrei non fossero colpiti da malattie come la trichinosi; mentre le regole sulla salatura della carne sono state intese come un modo di preservarla , prima dell’invenzione della refrigerazione. Pertanto, essi sostengono, che le norme sulla kasherùt non sarebbero più applicabili al giorno d’oggi, essendo tutto più igienico.
Tuttavia questo approccio è errato. Mentre è certamente vero che la Torà si preoccupa della salute e della pulizia delle persone, questa non è la spiegazione razionale delle leggi sulla kasherùt. La Torà infatti si preoccupa anche del nostro benessere fisico e spirituale e della nostra purità interiore. Di conseguenza, quando la Torà ci vieta determinati cibi, ha come scopo quello di provvede al nostro equilibrio tra anima e corpo e alla “pulizia spirituale”. Cibi che sono intrinsecamente sporchi e disgustosi, come la carne di animali morti di malattia, o quelli prodotti dagli insetti e l’antigienico maiale, non sono kashèr, e coloro che li mangiano hanno poco riguardo della propria anima, oltre che del proprio fisico.
Allo stesso modo, cibi di animali dalla natura cruenta, come uccelli rapaci e bestie selvagge, sono proibiti, mentre prodotti di animali domestici, come il pollo e la mucca, sono permessi. Siccome “NOI SIAMO CIÒ CHE MANGIAMO” , di conseguenza sarà importante basare la nostra alimentazione sugli animali “pacifici” che, non a caso, sono quelli permessi.
Le norme sulla kasherùt hanno delle fondamenta spirituali, in aggiunta a quelle legate alla salute, esse non sono limitate a una specifica era, ma sono “senza tempo”. Per questo motivo dobbiamo prestare molta attenzione al cibo che ingeriamo ed essere sicuri che gli ingredienti dei prodotti che acquistiamo non contengano elementi non kashèr. Dobbiamo accertarci che la carne che compriamo sia stata preparata sotto la supervisione di una riconosciuta autorità rabbinica e non dobbiamo prendere nulla per scontato basandoci solo sul nostro giudizio.
Un grande maestro si trovava un giorno in una terra lontana dove nessuno lo conosceva. Un semplice ebreo vedendo il rabbino dall’aspetto distinto pensò che egli potesse essere uno shokhèt e gli chiese di macellare per lui un pollo. Questi declinò poiché non era uno shokhèt. “Mi presteresti 1.000 dollari?” chiese il rabbino all’ebreo. “Non ti conosco, non sono sicuro che me li restituirai” fu la risposta. “Dal momento che non mi conosci, come potevi fidarti di me per macellare il pollo secondo la halakhà?” gli chiese il rabbino. E concluse:
I SOLDI NON SONO PIÙ IMPORTANTI DELLA SANITÀ DEL CORPO!!!

SHEMINI 5771 – QUANDO LO STUDIO DELLA TORÀ È SOLO A METÀ DEL GUADO!
“Ci sono solo due cose che sono infinite: l’universo e la stupidità umana” – Albert Einstein.

SHEMINI 5770 – LIBERO ARBITRIO O TELECOMANDATI?
Da una semplice regola di impurità dei liquidi che vengono in contatto impariamo un incredibile insegnamento del rapporto con Hashem.

SHEMINI 5768 – PUNIZIONE PARI ALLA COLPA!
Perché Iyov-Giobbe viene punito così fortemente?

SHEMINI 5765 – L’OTTAVO GIORNO E L’ERA MESSIANICA.
La prospettiva messianica del legame tra l’ottavo giorno, dopo l’edificazione del Santuario, e gli attributi di kasherut degli animali.

Pubblicato in Parashot, Shemini | Lascia un commento

TZAV 5779: 1 LEZIONE VECCHIA

Questo SHABBAT 23 Marzo 2019; 16 Adar Shenì 5779 leggeremo la Parashà di TZAV Levitico 6: 1 – 8: 36;

HAFTARÀ Geremia 7,21 – 8,3 – 9,22 – 9,23

Hashem indica a Moshè di comandare ad Aaron e a suo figlio quanto attiene ai doveri e ai diritti dei Kohanim che offrono i korbanot nel Santuario.

Il fuoco sull’altare deve essere tenuto acceso in ogni momento.

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Pubblicato in Purim, Tzav | Lascia un commento

PURIM 5779: CINQUE LEZIONI

Giovedì 21 MARZO 2019, 14 di ADAR 5779, Festeggeremo PURIM!

http://www.virtualyeshiva.it/2017/03/11/purim-5774-cinque-lezioni/
cinque mega lezioni su Purim

PURIM 5771 – PURIM: REALTÀ MASCHERATA!
Gli ebrei invitati alla “Casa Bianca” persiana, dimenticarono il vero RE!

PURIM 5769 – COME LEGGERE IL GIORNALE!
Tramite il libro di Estèr possiamo vedere il Mondo con un’ottica diversa!

PURIM 5768 – PERCHÉ AKHASHVEROSH NON RIVOLGEVA LA PAROLA A ESTER?
Ester rappresenta la salvezza di Israel. Diversi aspetti sulla Meghillà di Estèr.

PURIM 5766 – IL MIRACOLO DIETRO LA MASCHERA!
La storia di Purim narra di un grande miracolo, orchestrato dietro le quinte da Hashem!

PURIM 5765 – INTRODUZIONE ALLA MEGHILLA DI ESTER.
Un breve one shot per Purim! Alcuni commenti sulla Meghillà di Ester.

Pubblicato in Festività, Purim | 1 commento

VAYIKRA 5779 Shabbàth Zakor: SETTE LEZIONI

Questo Shabbàt 16 Marzo 2019, 9 del mese di ADÀR Shenì 5779 leggeremo la Parashà di Vayikrà  e Shabbàth Zakor

I° Sefer: Lev 1-5, 26
II° Sefer: Deut. 25: 17-19

Si leggerà l’HAFTARÀ:

Italiani /Sefarditi: I Sam. 15: 1-34
Milano/Torino/Ashkenaziti: I Sam. 15: 2-34

ricordo che domani è un Shabbàt molto speciale: Shabbàt Zakhòr lo ”Shabbàt del Ricordo” di quello che voleva fare Amalèk. In questo giorno è obbligatorio andare al tempio per sentire la lettura dello Zakhòr, Ricordo: secondo la halakhà addirittura chi abita fuori città deve trasferirsi per sentire questa lettura, poiché non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo dei nemici che ci vogliono annientare. Questo è il secondo dei quattro Shabbatòt “speciali” del mese di Adar.
Il nome deriva dalla lettura aggiuntiva di Torà presa da Devarìm 25, 17-19 il cui tema è il dovere “di ricordare” cosa Amalèk ha fatto ad Israèl. La credenza tradizionale è che Hamàn fosse un diretto discendente di Agag, il re degli Amaleciti per questo si usa adempire all’obbligo di ricordare Amalèk, in questo Shabbàt.
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

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Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
VAYIKRA
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

www.virtualyeshiva.it/files/11_03_08_vayikra5771_anima_corpo_zoppo_cieco.mp3

per vedere il video della lezione cliccare qui:
https://vimeo.com/20879022

LA KABBALÀ DEGLI SCACCHI

Perché solo il “pedone”, il pezzo maggiormente limitato,

può raggiungere il massimo e diventare regina?

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2016/03/13/vayikra-5773-sette-lezioni/

AMORE NON PLATONICO!

Qual è l’errore di Platone che è agli antipodi della fede ebraica?

L’occidente e la visione ebraica: due pianeti opposti!

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Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2016/02/28/vayakhel-5774-sei-lezioni/

TELEFONO DI 3000 ANNI FA
“Quando un uomo tra di voi offre un sacrificio – korbàn ad Hashèm…” (Lev. 2)
Rabbi Shimshon Rephael Hirsch commentava così questo versetto: È estremamente spiacevole che noi non disponiamo di una parola che sia davvero in grado di riprodurre il concetto sotteso al termine ebraico “korbàn”. L’infelice utilizzo della parola italiana “sacrificio” implica, infatti l’idea di rinunciare a qualcosa, che per qualcuno rappresenta un valore, a beneficio di un altro. Inoltre, la sottintesa idea di “offerta” non rende affatto tale parola un’espressione adeguata per tradurre il termine “korbàn”. L’idea di un’offerta, infatti presuppone piuttosto un desiderio da parte di colui al quale è condotta che viene soddisfatto da essa, la quale è come un dono.
Più in generale la parola ebraica viene usata esclusivamente in riguardo alla relazione dell’uomo con l’Onnipotente e il suo significato può essere compreso solo prendendo in considerazione la sua radice “karòv”, che significa approssimarsi, avvicinarsi e anche instaurare un rapporto stretto con qualcuno.
Lo scopo della hakravà, “avvicinarsi” è il raggiungimento di una sfera di vita più alta. Colui che porta il korbàn desidera che qualcosa di sé divenga in relazione più stretta con l’Onnipotente e la procedura attraverso la quale questa maggiore vicinanza all’Onnipotente si può realizzare è chiamata “hakravà”.
La vicinanza ad HASHÈM è l’unica e la più alta concezione di cosa è “buono” (cf. Tehillìm, Salmi 73, 28). La vera felicità nella vita dipende dalla vicinanza all’Onnipotente, nei cui vestiboli i problemi esistenziali si risolvono da soli. La gioia di vivere cresce e diminuisce in proporzione alla nostra vicinanza o lontananza rispetto a Lui. Ogni ricchezza perde la sua attrattiva se implica estraniamento dall’Onnipotente, mentre persino la sofferenza stessa può divenire felicità elevata in Sua prossimità per coloro che hanno raffinato le loro menti nelle camere del Santuario, al fine di acquisire la consapevolezza della vera felicità.
“Hot Line” A Porte Chiuse
Da quanto sopra riportato (Rabbi Shimshon Rephael Hirsch), la parola korbanòt, contiene la parola karòv, che significa “vicino”. Un korbàn, quindi è un mezzo per avvicinarsi a Hashèm, supplicando il perdono divino o dimostrando apprezzamento per l’aiuto ricevuto e, di conseguenza, portando la persona più vicina alla santa Shekhinà (Presenza Divina).
Tuttavia, adesso che abbiamo capito quale è il significato reale dei korbanòt, “sacrifici”, dovremmo chiederci qual è il loro scopo? A cosa servono? E soprattutto come ci aiutano, in concreto, nella nostra vita di tutti i giorni, in questo turbolento mondo?
Un carrettiere trasportava sul suo carro un maestro di Torà in direzione della città. Il cielo si faceva buio quando il carrettiere si arrestò improvvisamente. Il saggio lanciò un’occhiata fuori dal finestrino e notò che il guidatore era sceso dal carro e si stava avvicinando a un campo vicino. Incontrando lo sguardo del saggio, il guidatore disse: “Per favore, avvertimi se vedi che qualcun altro guarda”.
Poi camminò in punta di piedi verso il campo e, davanti agli occhi esterrefatti del saggio, cominciò a raccogliere frutti che appartenevano al proprietario del campo.
Il carrettiere aveva appena cominciato ad ammucchiarli quando udì il saggio che lo chiamava insistentemente: “Torna indietro! Svelto, veloce! Qualcuno ti sta guardando!”
Il carrettiere, allarmato, lasciò cadere la frutta e si affrettò a tornare al carro. Uscì dalla scena il più velocemente possibile. Dopo alcuni minuti trascorsi senza fiato, si rivolse verso il saggio e sorrise: “Grazie per avermi messo in guardia.
Se il proprietario mi avesse colto sul fatto, per me sarebbe stata la fine”.
“Oh, il fittizio proprietario del campo non stava guardando, ma il VERO proprietario lo stava facendo” spiegò il saggio rivolgendo il dito verso il cielo, “e se tu avessi preso la frutta, ti saresti certamente cacciato in un bel guaio!”.
Oggi, dal momento che ci troviamo tragicamente a essere privi del Santuario, non siamo in grado di offrire korbanòt sfortunatamente. Tuttavia ci è stato concesso un metodo alternativo per esprimere il nostro contributo e la nostra gratitudine si realizza attraverso la preghiera. Le nostre preghiere oggi sostituiscono, in tutto e per tutto, gli scopi principali per i quali, un tempo, erano stati istituiti i korbanòt.
Esse servono come testimonianza per il fatto che noi riconosciamo il dominio di Hashèm sul mondo e ci permettono di chiedere il Suo aiuto. Grazie alle preghiere, quando ci rivolgiamo ad Hashèm, lo facciamo con la consapevolezza che Egli è dovunque e che le sentirà a prescindere da dove noi possiamo trovarci. Le nostre preghiere – tefillòt ci forniscono un collegamento spirituale diretto con il Creatore e ci conferiscono la nostra personale “hot-line” con l’Onnipotente.
Questa era la teoria già esposta da quel saggio al quale, un secolo fa, fu riferito di una nuova invenzione chiamata telefono, tramite cui uno può parlare con un altro anche se si trova molto distante e senza nemmeno vederlo.
“Cosa c’è di così innovativo in questo?” commentò il saggio. “Io sono in contatto con Hashèm allo stesso modo da anni e anni attraverso le mie preghiere”.
Ricordandoci sempre, attraverso le nostre preghiere, che Hashèm si trova dovunque, possiamo risparmiare a noi stessi le insidie di molti peccati, poiché non esistono porte chiuse o luoghi che possano sottrarci alla vista di Hashèm! Come ci ricordano gli splendidi versetti del Salmo 139:
 “Dove posso andare lontano dal tuo spirito? E dove posso fuggire dalla Tua presenza? (7)
Se salgo in cielo, Tu sei là; se giaccio nella tomba, ecco, ti trovo là! (8)
Se prendessi le ali dell’aurora, se dimorassi al di là dell’oceano, (9)
anche laggiù mi guiderebbe la Tua mano e la Tua destra mi afferrerebbe. (10)
Se io dicessi ‘Le tenebre sicuramente possono nascondermi’, allora attorno a me la notte diverrebbe luce. (11)
Neppure l’oscurità può nascondermi da Te: la notte sarebbe luminosa come il giorno, il buio e la luce sarebbero la stessa cosa. (12)
Speciale Purìm
Siamo in prossimità di Purìm. Questa festa ci ricorda la vittoria del popolo ebraico su coloro che tentarono di sterminarlo, la svolta repentina dalla sconfitta alla vittoria, nell’arco di un breve lasso di tempo. Per quanto possiamo sentirci una minoranza, poco numerosa, dobbiamo nondimeno realizzare che il nostro destino è di prevalere su coloro che preferirebbero piuttosto vederci scomparire.
Come ci dimostra la storia, imperi grandiosi sono sorti – i Babilonesi, Greci, Romani, il Terzo Reich, l’Unione Sovietica ecc. – che hanno voluto spazzare via Israèl. Ma chi è ancora qui?! Quegli imperi non ci sono più al massimo è rimasta la Russia ma non la dittatura comunista, invece il “popolo testardo”, gli Ebrei, continuano a vivere in ogni tempo e in ogni luogo.
Secondo la halakhà, se una persona legge la Meghillà (la storia di Purìm) “al contrario” dalla fine all’inizio, non adempie alla mitzvà .
Il Baal Shem Tov, fondatore del chassidismo, spiega che chi la legge al rovescio – ovvero come se fosse solo un libro di storia, qualcosa del passato – non esce d’obbligo. Questo perché, come tutte le parti della Torà, la Meghillà è rilevante per ogni tempo e ogni luogo.
Qual è la lezione che impariamo dalla Meghillà?
La lamentela di Hamàn contro gli Ebrei era che “c’è un popolo che, benché disperso tra i popoli del mondo… le sue leggi sono differenti da quelle degli altri popoli”,
ossia “nonostante sia disperso in tutto il mondo, il popolo ebraico ha sempre preservato, e continuerà a preservare, la sua identità distintiva tramite il mantenimento delle tradizioni e delle proprie leggi”.
Hamàn usò quest’argomentazione contro di noi, invece è questa grande qualità che ha lavorato a nostro favore, permettendoci di sopravvivere. Inoltre, come può testimoniare la nostra generazione, più viviamo alla “luce del sole” la nostra identità ebraica, più rispettiamo la nostra particolare e unica eredità – possibilmente condividendola anche con gli altri – più siamo rispettati dalla società.
C’è un interesse senza precedenti oggi per tutte le cose ebraiche, sia negli ambienti ebraici, che al di fuori di essi.
Tuttavia non dobbiamo dimenticare mai, quali sono le nostre più importanti fondamenta per il presente e per il futuro: nostri figli.
Nel Midràsh è scritto che quando Mordekhai sentì del perfido piano di Hamàn, egli riunì i bambini e cominciò ad istruirli. Solo attraverso l’educazione dei nostri figli, noi garantiamo la nostra continuità.
Il Midràsh ci racconta che quando la Torà fu data sul Monte Sinai, il popolo fece un voto che “i bambini sarebbero stati i nostri garanti”. Quando Mordekhai insegnò ai bambini al tempo di Purìm, egli stava realizzando questa promessa. Ora, anche oggi, attraverso l’educazione dei bambini, quella “garanzia” ridiventa una realtà, la nostra realtà.
È tutta questione di “Conoscenze”; nella storia di Purìm Ester diventa la Regina e Mordekhai raggiunge una posizione di influenza. Tuttavia essi non si sono affidati solo a queste conoscenze nella loro ricerca della salvezza. Ester invitò, infatti gli Ebrei a digiunare e pregare. Noi vediamo che non c’è niente di male nel ricercare influenza e “conoscenze”, ma dobbiamo sempre ricordarci che davvero ogni cosa dipende da Hashèm, Egli è la “conoscenza ultima”, la più importante, come ci dimostra la storia.
Questa consapevolezza, alla fine annullò il decreto di sterminio: Mordekhai prima ed Ester poi, compresero come dietro alla figura del Malvagio Hamàn, l’Amalèk di quella generazione, c’era – come in tute le cose in questo universo – la mano di Hashèm. Come dice il Talmùd: nessuno può alzare la mano qui in basso, se non gli è stato consentito dal cielo di fare questo.
Quindi dove si rivolse il loro agire? Ovviamente cercarono di contattare e parlare con il “capo”. Come un uomo d’affari che va in un’azienda a concludere un affare cerca il titolare, quello che decide – poiché sa benissimo che sarebbe inutile parlare con l’usciere – cosi è nella storia di Purìm. Essi si rivolsero direttamente al “Capo dell’azienda” HASHÈM attraverso lo strumento da Lui creato per “contattarlo”, LA PREGHIERA, il nostro korbàn odierno.
Così come allora, anche oggi dovremmo cercare tutti i giorni di avvicinarci a Dio. Possiamo e dobbiamo chiedergli tante cose: sostentamento, salute, felicità per i nostri figli, nostra moglie, marito amici, ecc. ma riserviamo anche un momento nella giornata per chiedere un qualcosa a beneficio nostro e per tutta l’umanità:
l’arrivo di Mashìakh che è imminente, ora ai nostri giorni, Amen.
Usanze di Purìm:
Meghillà di Estèr: la storia che si legge a Purìm, sia la sera (quest’anno mercoledì sera 20 marzo) sia durante il giorno (giovedì mattina 21 marzo).
Donare denaro ai poveri: come menzionato nella storia della Meghillà
Seudà: consumare un pasto festivo durante il giorno (quest’anno venerdì 21 marzo). Mishlòakh Manòt (mandare doni agli amici): la fonte si trova nella Meghillà dove si dice che Mordekhai e Ester istituirono questa pratica. Essi desideravano ricordare agli Ebrei che anche durante la celebrazione della loro miracolosa salvezza devono pensare agli altri. Bisogna dare un dono almeno ad un amico di almeno due generi di cibi o bevande pronti da consumare.

La porzione della Torà di questa settimana, Vayikrà, regola le leggi dei sacrifici che costituivano una parte essenziale del servizio nel Tabernacolo e successivamente nel Tempio Santo di Gerusalemme. Sono passati quasi 2000 anni da quando il Tempio fu distrutto e il sistema sacrificale finì, tuttavia il loro messaggio rimane senza tempo e pertinente, anche oggi.
E come spesso accade nello studio biblico, un apparente difetto grammaticale nasconde dimensioni psicologiche ed esistenziali inaspettate e stupefacenti.
“Parla ai figli d’Israele (Dio dice a Mosè all’inizio di Vayikrà) e dì loro: Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio; da una mucca, da un toro, e dalle pecore offrirai la tua offerta” (Vayikrà 1, 2).
La costruzione della frase sembra scorretta. Nella Torà avrebbe dovuto scrivere: “Un uomo tra voi che porterà un sacrificio a Dio”. Non: “Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio”!!!
Il rabbino Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), il primo Rebbe di Chabad e uno dei grandi giganti del Talmud e della Khassidut e mistica ebraica, offrì la seguente toccante interpretazione: la Torà sta tentando di insegnarci, attraverso questa frase grammaticalmente “imperfetta”, che il sacrificio più importante che Dio ama non è quello che viene dagli animali o dal grano; ma piuttosto quello derivante dalla persona stessa: TRA DI VOI. La volontà divina ci chiede principalmente di offrire qualcosa di PERSONALMENTE NOSTRO, qualcosa di VERO.
Il versetto, quindi, deve essere inteso in questo modo: “Un uomo che sacrifica”, quando un individuo cerca di fare un sacrificio, continua il verso, “di mezzo a te un sacrificio a Dio”, lui o lei deve ricordare che il sacrificio primario deve essere portato da LORO STESSI: offrire un pezzo del loro cuore e della loro anima a Dio.

Il sacrificio, inteso come il coraggio di abbandonare qualcosa di veramente prezioso per un ideale o una persona al di fuori di se stessi, è diventato, soprattutto ai nostri giorni, una “razza in via di estinzione”. Nella mente di molti è una parolaccia che evoca un dogma e abuso. Il concetto di sacrificare qualcosa di sé è spesso visto come un acerrimo nemico delle presunte virtù che sono diventate rilevanti per i nostri tempi: autoespressione, autoaffermazione e indipendenza emotiva.
Il sacrificio, ci viene spesso esposto come una stampella per le vittime insicure e dipendenti che eclissano la loro disfunzione emotiva attraverso il “mito eroico” del sacrificio. La base della psicologia moderna insegna che la felicità viene dal dare libertà e sfogo ai sentimenti interiori.
È ovviamente importante combattere le forme di sacrificio che intaccano, piuttosto che affermano, le qualità della propria vita e la stima di sé. Il sacrificio che alimenta l’abuso e la tirannia non è una virtù. Una moglie picchiata o un dipendente maltrattato non dovrebbe tollerare il comportamento immorale del coniuge o del datore di lavoro in nome del sacrificio.
Dall’altra parte, nonostante la nostra ipersensibilità, verso il perseguimento della libertà individuale e dell’autoaffermazione, educhiamo noi stessi e i nostri figli nella consapevolezza vitale che VIVERE significa anche SACRIFICARE qualcosa di noi stessi per la verità, per Dio, per un altro essere umano, per il matrimonio, per i nostri valori, per rendere il mondo un posto migliore.
Nella contemporanea dialettica secolare, nessuno ci chiama a sacrificare qualcosa di veramente valido per qualcuno o per qualsiasi altra cosa. Ci è stato insegnato a essere gentili e cordiali, tolleranti e rispettosi, a dare qualche euro a un senzatetto per strada ed essere sensibili ai sentimenti degli altri. Tutte cose belle, ma non ci insegnano a fare i VERI SACRIFICI, quelli che sfidano i nostri piaceri che ci costringono a uscire dalle nostre zone di comfort e che, inevitabilmente, richiedono impegni profondi e incrollabili.
Eppure quando non combattiamo per qualcosa, per qualsiasi cosa, come facciamo a sapere chi siamo veramente? Quando non sentiamo il bisogno di rinunciare a nulla, di noi stessi, in che modo possiamo acquisire la profondità, la dignità e la maturità che sono fondamentali per raggiungere un obiettivo con sacrificio?
Quando guardiamo dentro alle scuole, alle università, alle istituzioni educative e persino in molte yeshivot o famiglie di oggi, ci chiediamo se riescono a tirare fuori e coltivare la nobiltà d’animo, l’idealismo dei nostri giovani? Chi sta dando loro qualcosa per cui possono combattere? Stanno riscoprendo le loro profondità interiori o piuttosto le loro qualità più superficiali?
Quando viviamo una vita che non ha alcun sacrificio, la nostra umanità diminuisce. Diventiamo, ogni giorno, più superficiali e timidi. L’intero libro di Vayikrà, che tratta dei sacrifici, è la via ebraica per affermare che VIVERE, significa VIVERE per QUALCOSA.
Un ALTARE In Lacrime
Nessuna area della società è stata così profondamente influenzata da questo vuoto come l’unità familiare. In un passato, non molto lontano, il legame familiare era considerato come un qualcosa per cui valeva la pena sacrificarsi. Oggi, invece, questa idea è facilmente scartata quando è in conflitto con le nostre comodità personali. Le coppie, spesso, non sentono che il matrimonio è un’istituzione così ideale e sacra da dover fare dei veri sacrifici, perché funzioni e fiorisca. Spesso i giovani cercano “l’amore facile” e non quello solido e duraturo che nasce e cresce anche dalla nostra disponibilità al sacrificio.
1700 anni fa, il trattato del Talmud che disciplinava le leggi ebraiche per il divorzio fu trascritto. I saggi dell’antichità hanno scelto di culminare il libro con queste parole:
“Ogni volta che qualcuno divorzia dalla sua prima moglie, anche l’Altare del Santuario versa lacrime. Come afferma la Bibbia, “Tu hai causato che l’Altare di Dio sia coperto di lacrime, di pianto e di sospiri; così che Dio non si rivolge più alle offerte con buona volontà. E potresti chiedere: perché? Perché Dio ha reso testimonianza tra te e la moglie della tua giovinezza, che l’hai tradita, sebbene sia la tua compagna e la moglie della tua alleanza.”
Perché un divorzio provoca lacrime nell’Altare del tempio? Il Tempio Santo di Gerusalemme aveva molti arredi e recipienti, come il candelabro, la tavola di pane, e naturalmente l’Arca Santa in cima alla quale erano scolpiti i volti di un ragazzo e una ragazza che si guardavano l’un l’altro, a simboleggiare il rapporto tra Dio e l’uomo. Perché era SOLO l’Altare che piangeva e non gli altri oggetti del Santuario?
La spiegazione potrebbe essere questa:
L’Altare era il luogo nel Tempio dove venivano offerti tutti i sacrifici quotidiani di grano, vino e animali. L’Altare rappresentava l’assioma profondo, ma spesso dimenticato, che la relazione con Dio esigeva sacrificio di sé e della propria ricchezza. Per secoli, l’Altare è stato testimone silenzioso della profondità e dignità che caratterizzavano le vite fatte d’impegno e sacrificio. Giorno dopo giorno, l’Altare interiorizzava la VERITÀ ASSOLUTA: solo il sacrificio di sé conduce verso la realizzazione personale.
Quando l’Altare “osserva” un matrimonio in cui l’uomo e la donna non hanno il coraggio di fare sacrifici l’uno per l’altro, PIANGE, per la più grande delle opportunità perdute, per sempre.
Ci sono, naturalmente, delle eccezioni. A volte il divorzio è una tragica necessità. Quando gli abusi e le disfunzioni pervadono a un matrimonio e non è possibile trovare alcun rimedio, la risposta giusta potrebbe essere il divorzio. Purtroppo, nella nostra epoca, molti divorzi avvengono, non a causa di una situazione impossibile, ma a causa della nostra riluttanza a trascendere il nostro ego, sfidare le nostre paure e trascendere la nostra natura egoista. Per questo è proprio l’ALTARE a piangere.
Questa semplice verità così ben nota all’Altare è stata dimenticata da molti. Abbiamo paura di fare sacrifici, poiché temiamo che ci privino della nostra ILLUSORIA FELICITÀ. La nostra autostima è così fragile che sentiamo disperatamente il bisogno di proteggerla da qualsiasi intrusione esterna per paura che svanisca?
Ma la felicità è un “Altare”. PIÙ DAI, PIÙ RICEVI. E non come la società moderna vuole farci credere: PIÙ RICEVI E PIÙ DAI.
L’anima è più in pace con se stessa quando condivide se stessa con un’altra anima.
Perciò quando rinunciamo a tutte le forme di sacrificio, ci priviamo di raggiungere le nostre POTENZIALITÀ PIÙ PROFONDE.
Strada Lunga Ma Corta
La vita è fatta di tanti bivi. Come la famosa storia Talmudica di Rabbi Yehoshua che chiede a un bambino quale fosse la strada più corta per raggiungere la città.
Il bimbo gli dice: la strada a sinistra è corta ma lunga, mentre quella a destra è lunga ma corta.
Il grande maestro prende la via corta, ma viene bloccato da un muro di spine. Perciò torna indietro e chiede al ragazzino come mai gli aveva indicato che quella era la strada più corta? Questo gli risponde in effetti è più corta, ma anche più lunga, perché è molto difficile raggiungere la meta per via degli ostacoli.
Mentre l’altra strada è più lunga e bisogna scalare la montagna, ma si arriva sani e salvi alla città di destinazione. Perciò è una strada PIÙ LUNGA MA CHE È PIÙ CORTA.
La nostra strada è fatta di continui bivi, la società ci spinge, sempre di più, verso le “scorciatoie” che in realtà sono strade bloccate che non portano a destinazione.
Questa parabola dovremmo inciderla nella nostra mente e ricordarci sempre che spesso la strada più lunga è quella più corta. Ad esempio quando ci sacrifichiamo per la pace coniugale, non dobbiamo vedere questa cosa come una perdita di autostima e debolezza personale. Mettere da parte se stessi per un “bene superiore”, come il matrimonio significa avere una forza dello spirito che ci fa ottenere l’armonia in casa. Mettere da parte il proprio ego che, la causa di tutti i problemi, è solo APPARENTEMENTE la STRADA PIÙ LUNGA e faticosa, ma invece è la strada più corta per avere una vita equilibrata e serena.
La parashà di questa settimana ci invita a fare questa domanda: quando è stata l’ultima volta che ho fatto un VERO sacrificio?
Un aneddoto sul Rebbe può aiutarci a capire meglio.
Una volta un ebreo osservante andò a chiedere aiuto e consiglio al Rebbe e gli disse: “Quando studio la Torà, prego o faccio le mitzvòt, soffro, perché non ho voglia e spesso sono distratto e penso ad altro”. Il Rebbe sorprendentemente gli rispose: “Beato te! A me invece piace studiare la Torà e fare le mitzvòt…!”.
L’uomo ovviamente rimase perlomeno sorpreso di questa risposta. Tuttavia il Rebbe, come sempre, gli ha e ci ha dato un insegnamento di vita importantissimo. Sacrificarsi per qualcosa, vincere il nostro “Istinto al male” è un modo per servire Hashem, per offrire in sacrificio il nostro “animale interiore”, per elevare il male in bene. Attraverso lo studio della Torà le mitzvòt e più in generale adempiendo i precetti, acquisiamo quei buoni tratti del carattere che ci permettono di sottometterci ad una volontà superiore, quella divina, attraverso l’offerta del nostro SÉ, fatto di tante grandi e piccole abitudini, vizi e piccoli egoismi. Grazie a ciò possiamo contribuire a rettificare questo mondo e permettere l’arrivo di Mashiakh presto ai nostri giorni, Amen.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

VAYIKRA 5771 – LA KABBALÀ DEGLI SCACCHI
Perché solo il pedone limitato può raggiungere il massimo e diventare regina?

VAYIKRA 5770 – FILO SOTTILE TRA EGOCENTRISMO E ANNULLAMENTO!
Un viaggio nell’approfondimento del divieto di offrire lievito e miele sull’altare.

VAYIKRA 5769 – LA VITA È BELLA COME UNA STELLA!!!
Come mai su ogni sacrificio bisognava mettere il sale?

VAYIKRA 5768 – L’ESTERNO DI UN UOMO È UNO SPECCHIO
Quando lo specchio è sporco vuol dire che la persona è sporca!

VAYIKRA 5767 – IL FUOCO SULL’ALTARE ANCHE OGGI!
Il valore e il significato spirituale dei sacrifici, attraverso le diverse regole che ne normano la corretta attuazione.

VAYIKRA 5766 – PIGRIZIA ED ENTUSIASMO + RESTITUIRE GLI OGGETTI RUBATI
Diverse prospettive con cui analizzare il tema dei sacrifici.

VAYIKRA 5765 – IL RISPETTO DELLA VOLONTÀ DIVINA!
Talvolta sembra che deviare leggermente da ciò che ci è stato prescritto possa migliorare il valore di quello che facciamo.

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PEKUDE 5779: UNA LEZIONE

Questo Shabbàt 9 Marzo 2019, 2 del mese di Adàr Bet 5779 leggeremo la Parashà di Pekude Es. 38,21-40,38

HAFTARÀ

Italiani:                                 I Re 7: 40 – 50

Milano/Torino/Sefarditi: I Re 7:40-51

Ashkenaziti:                         I Re 7:51 – 8:21

La Parashà di Pekudè è composta da 146 versetti.

La Parashà di Pekudè tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Pekudè :

Calcolo di tutti i materiali raccolti per la costruzione del Mishkàn.
Descrizione del confezionamento del pettorale, dell’efòd e degli altri indumenti dei cohanìm.
Edificazione del Mishkàn da parte di Moshè.
Collocazione di tutti gli arredi ed edificazione del cortile.

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI
Pekudè:

Dall’alto e dal basso
(a pagina 787 del volume Shemòt edizioni Mamash).
E Moshè li benedisse
(a pagina 791 del volume Shemòt edizioni Mamash).
L’inaugurazione del Mishkàn
(a pagina 793 del volume Shemòt edizioni Mamash).

MIDRASHIM

Il resoconto del Mishkàn
(a pagina 697 del volume Shemòt edizioni Mamash).
La Shekhìna torna sulla terra
(a pagina 699 del volume Shemòt edizioni Mamash).


PEKUDE 5768 – PERCHÉ L’ESILIO DURA COSI TANTO?

Moshe dettaglia tutti i quantitativi dei materiali per la costruzione del Mishkàn e il loro utilizzo, ma non dice dei 1775 shekalim che mancano al conteggio.

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VAYAK’HEL SHEKALIM 5779: SEI LEZIONI

Questo Shabbàt Shekalìm 2 Marzo 2019, 25 del mese di Adàr 1 5779 leggeremo la Parashà di Vayak’hèl
1° Sefer: Es. 35,1-38-20
2° Sefer  Es. 30, 11-16.

HAFTARÀ
2Re 12, 1-17 (italiani/ashkenaziti)
2Re 11,17-12,17 (sefarditi)

Si annuncia Rosh Chodesh (Mevarhim)

La Parashà di Vayak’hèl è composta da 122 versetti.

La Parashà di Vayak’hèl contiene 1 divieto.

La Parashà di Vayak’hèl tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Vayak’hèl:

Moshè raduna il popolo per insegnargli le leggi dello Shabbàt.
Le offerte che il popolo porta per costruire il Mishkàn.
La realizzazione effettiva del Mishkàn, dei suoi arredi e degli utensili (tendaggi, pareti, plinti, candelabro, altari ecc.) da parte di Betzalèl e del popolo.
Le offerte eccedono quanto necessario: Moshè richiede che ne sia
interrotto il flusso.

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI
Vayak’hèl:

Lo Shabbàt per sette giorni
(a pagina 778 del volume Shemòt edizioni Mamash).
Il contributo della materia
(a pagina 783 del volume Shemòt edizioni Mamash).
L’educazione dal Tabernacolo
(a pagina 785 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI
Pekudè:

Dall’alto e dal basso
(a pagina 787 del volume Shemòt edizioni Mamash).
E Moshè li benedisse
(a pagina 791 del volume Shemòt edizioni Mamash).
L’inaugurazione del Mishkàn
(a pagina 793 del volume Shemòt edizioni Mamash).

MIDRASHIM

Il resoconto del Mishkàn
(a pagina 697 del volume Shemòt edizioni Mamash).
La Shekhìna torna sulla terra
(a pagina 699 del volume Shemòt edizioni Mamash).

VAYAK’HEL-PEKUDE 5771 – AMORE NON PLATONICO!
Qual è l’errore di Platone che è agli antipodi della fede ebraica? L’occidente e la visione ebraica: due pianeti opposti!

VAYAK’HÈL 5771 – OPPOSTI MA COMPLEMENTARI!
La differenza tra il visionario e l’esecutore. Come fare convivere questi due aspetti nella nostra vita?

VAYAK’HÈL 5770 – LO SPECCHIO CHIUDE IL CERCHIO!
Dalle stalle alle stelle: il rame degli specchi diventa la base del servizio del tabernacolo?

VAYAK’HÈL 5769 – ARON HAKODESH: UN OGGETTO NON OGGETTO?
Centralità dell’Aaron Hakodesh. Perché Shlomo costruisce il Santuario pur sapendo che sarà distrutto?

VAYAK’HÈL 5768 – LA PIGRIZIA DEI NESIIM ED IL SUBCONSCIO
La pigrizia nascosta nel senso di dovere!

VAYAK’HÈL 5766 – SANTIFICARE IL TEMPO, PRIMA DELLO SPAZIO
Perché vengono analizzate prima le regole dello shabbat e poi le regole del Tabernacolo?

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KI TISSÄ 5779: CINQUE LEZIONI

Questo Shabbàt 23 Febbraio 2019, 18 del mese di Adàr Rishon 5779 leggeremo la Parashà di

Kì Tissà  Es.30,11-34,35

Si legge l’Haftarà di
Italiani/Sefarditi: I Re 18, 20-39
Ashkenaziti: I Re 18, 1-39

La Parashà di Kì Tissà è composta da 139 versetti.

La Parashà di Kì Tissà contiene 4 comandi e 5 divieti.

nella porzione di questa settimana Ki Tissà del libro di Shemòt/Esodo (30, 13 -15) è scritto: “Questo è ciò che daranno tutti coloro che verranno sottoposti a censimento: un mezzo shèkel in base allo shèkel sacro. Lo shèkel è di venti gherà: la metà dello shèkel sarà come contributo ad Hashèm… per ottenere l’espiazione delle vostre anime…”.
Il Talmud di Gerusalemme e il Midràsh commentano che Hashèm tirò fuori una moneta di fuoco da sotto il Suo trono di gloria e mostrata a Moshè, gli disse: “Questo è ciò che [tutti] dovrete dare”.
Per quale ragione Dio avrebbe dovuto mostrare a Moshè una moneta, lo shèkel? Era forse così rara che Moshè non sapeva come era fatta? Certo che no! La ragione vera era che Moshè non si capacitava del fatto che dando una semplice moneta una persona potesse raggiungere “l’espiazione per le anime!”
Tuttavia, in apparenza, il concetto non avrebbe dovuto essere così difficile da comprendere, poiché era già stato stabilito che i sacrifici potevano servire come espiazione per i peccati. Subito dopo il conferimento della Torà, prima di questo comando, è scritto in Esodo (20, 21): “Fate per Me un altare di terra, sul quale sacrificherete le vostre offerte bruciate e le vostre offerte di pace”. Infatti, a quel tempo, Moshè non sollevò alcuna domanda.
Mentre, qui nella parashà di Ki Tissà vi è una differenza fondamentale: il mezzo shèkel serviva per espiare uno dei peccati più gravi mai commessi, quello del VITELLO D’ORO. Il peccato di idolatria – avodà zarà. Per questo Moshè era perplesso e dubbioso. Tuttavia l’idolatria è una gravissima mancanza, ma Hashèm il Creatore assoluto, può comunque stabilire un modo, come i sacrifici o una moneta, per espiare i peccati…

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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IDOLATRIA: INGANNEVOLE RIEMPIMENTO

Perché ogni impulso e ogni vizio che ci domina è una forma sottile di idolatria?

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/02/16/ki-tissa-5774-cinque-lezioni/

FUOCO CHE SCOPRE L’ESSENZA
(continua da sopra)
Quale è allora la vera questione in gioco? È la Natura dell’anima Stessa!
Per spiegare meglio: le mitzvòt possono essere paragonate agli arti e agli organi del corpo umano: ogni arto e organo sono di una natura particolare, ma ognuno riceve la propria energia vitale dall’anima. Alcuni non sono arti o organi vitali per la vita di ognuno, come un piede o un orecchio; altri sono di natura generale, come il cervello e il cuore, dove al loro interno riposa la nostra vitalità essenziale: l’energia vitale necessaria per far funzionare tutto il corpo (Tikkuné Zohar; Tanya cap. 23 e 9)
Visto che le mitzvòt sono paragonate agli organi troviamo queste due categorie generali anche nelle mitzvòt: ci sono mitzvòt che sono di natura particolare e altre che sono di importanza generale “vitale essenza”. Ad esempio, le mitzvòt “I o sono il Signore tuo Dio, e non avrai altre divinità” (divieto idolatria) includono l’intera Torà. Esse sono di fondamentale importanza per l’anima, perché la connessione con Dio dipende dalla loro osservanza, nel fare o nel non fare.
Pertanto, quando Dio disse a Moshè che mezza moneta sarebbe servita come espiazione per il peccato del vitello d’oro, egli si chiese come un semplice mezzo shèkel potesse essere di espiazione per un’anima contaminata dall’adorazione degli idoli. La violazione di una delle mitzvòt “generale” è così lesiva della connessione/legame tra un uomo – o addirittura di un intero gruppo – con Dio che anche i capi della generazione ne risentono, a prescindere dalle loro mancanze individuali. Questo è proprio quello che è accaduto con il peccato del Vitello d’oro che ha causato una discesa spirituale dello stesso Moshè: la guida dei figli di Israele e “l’anima collettiva” di quella generazione. Al quale – pur non essendo coinvolto nel peccato in quel momento – Dio dice (Esodo 32, 7): “Va, scendi, poiché il tuo popolo è corrotto”. Frase che i saggi del Talmud interpretano come: “Scendi dalla tua grandezza” (Berakhòt 32a).
Dare con il fuoco interiore
Per tornare alla moneta di fuoco, la difficoltà di Moshè consisteva nel comprendere come il dono del mezzo shèkel potesse portare all’espiazione. Come è stata risolta questa difficoltà?
Per trovare la risposta, può aiutare questa storia da alcuni attribuita al Ba’àl Shem Tov: Un maestro insegnò al suo apprendista quasi tutto, ma trascurò di menzionare che prima di modellare l’oro o l’argento, il metallo doveva essere riscaldato per renderlo flessibile. Il maestro pensava che questo punto fosse così ovvio da non dover essere insegnato. L’apprendista, tuttavia, non ha mai afferrato questo concetto, quindi non è mai riuscito a diventare un artigiano di successo. Analogamente anche nel nostro servizio divino, le nostre azioni, mitzvòt, studio ecc.. dovrebbero essere pervase dal “calore” dell’anima divina. Su questa base, possiamo capire ‘importanza di mostrare a Moshè una moneta di fuoco.
Tuttavia, se il mezzo shèkel allude al fuoco dell’essenza dell’anima, rimane in piedi la questione del perché è sufficiente solo metà moneta? Dato che Hashèm mostra a Moshè una “moneta di fuoco” intera. E soprattutto, perché il versetto dell’Esodo ci informa che un intero shèkel è di venti gherà, mentre in realtà ogni individuo, donando mezza moneta, avrebbe dato solo dieci gherà? Il fatto che la Torà “sprechi” tante parole per elaborare questo concetto, indica che sono entrambi importanti: una persona deve dare la metà di uno shèkel, come uno intero; e che quando una persona dà dieci gherà, deve rendersi conto che sta dando metà di un’entità del valore di venti gherà.
Questo concetto, tuttavia, richiede una spiegazione. In generale, la Torà chiede che i nostri doni a Dio siano fatti dagli “articoli” migliori e perfetti che possediamo, come suggerito dalla frase: “Tutte le parti predilette [dovrebbero essere date] a Dio” (Vayikrà 3, 16). Ciò è particolarmente vero alla luce delle dichiarazioni fatte in precedenza, secondo cui il mezzo shèkel serviva come espiazione per il peccato del vitello d’oro. Un peccato che implica la negazione dell’unione con Dio. Di conseguenza, sembrerebbe appropriato che la sua espiazione implichi necessariamente il donare “tutto a Dio”: il meglio di noi. Questo, tuttavia, non è il caso trattato qui, poiché la mitzvà di dare mezzo shèkel implica che si debba conservare una parte per se stessi: LA METÀ.
Quindi qui la Torà ci sta dicendo che per esprimere l’unità con Dio, negata dall’idolatria, occorre dare tutto di se stessi ma sapere che è solo la metà. Questo concetto apparentemente anomalo si spiega con il fatto che una persona non é una entità di per sé, autoreferenziale. Mentre in realtà un uomo, da solo, è una NON ENTITÀ; una metà che per diventare completa deve unirsi con l’altra metà che è Hashèm.
Questo approccio al servizio divino evoca un’iniziativa speculare dall’alto. La perfezione di Dio “dipende” dal Suo popolo, per così dire. Per questo motivo Dio, nel Cantico dei cantici (5, 2), si riferisce al popolo ebraico come Tamatì, “colui che completa Me”(come interpretato in Likkutei Torà, 34d). In quanto la connessione dell’uomo con Dio non è un legame tra due entità separate: sono un tutt’uno. Solo quando si incontrano raggiungono – almeno per gli uomini (Dio non ha bisogno di completarsi) la perfezione.
Questa è la lezione del mezzo shèkel: un’entità incompleta che non contiene venti gherà, bensì solo dieci. Numero che allude ai dieci poteri o attributi dell’anima (Sefiròt) che ognuno dovrebbe dedicare a Dio durante il suo percorso in questo mondo. Quando si riesce in questo si ottiene una “risposta dall’alto” dalle dieci sublimi Sefiròt che sono emanazioni divine, i rimanenti dieci gherà.
Dio non è affatto limitato e non può essere definito in alcun modo. Tuttavia, a causa del suo grande amore per l’essere umano, si è “auto confinato”, per così dire, nella struttura delle dieci Sefiròt, da dove derivano i dieci poteri dell’anima che esistono in ognuno di noi: Sapienza, Intelligenza, Conoscenza, Amore, Forza… fino alla Regalità dell’ultima Sefirà di Malkhùt.
In tale ottica, l’uomo è chiamato Adam-simile, in riferimento alla frase Adamà L’Elyon , “Io assomiglio all’altissimo” (Isaia 14,14). Così i dieci poteri spirituali degli uomini e le dieci sublimi Sefiròt costituiscono insieme un’entità completa: dieci gherà + dieci gherà= shekèl completo. Da soli, senza l’altra metà che è Hashèm, ognuno di noi è incompleto.
Questo è il modo in cui la mitzvà della mezza moneta che un ebreo dà può essere una “moneta di FUOCO”: deve risplendere del fuoco dell’essenza dell’anima, come riflesso dell’effettiva donazione del mezzo – shèkel. Solo quando si rivela l’essenza dell’anima (fuoco) ci si sente solo come una metà. In questo modo si dimostra come un uomo e Dio sono una singola entità: l’essenza dell’anima umana collegata all’essenza di Dio. A volte, possono esserci imperfezioni e incongruenze tra il nostro intelletto o emozioni e il nostro rapporto, legame con Dio; al contrario l’essenza delle nostre anime è sempre, potenzialmente, unificata con Dio in un legame essenziale.
Ci sono due tipi di legami:
  1. due entità che si uniscono per una ragione (come due soci per lavoro), quando non esiste più la ragione che li unisce automaticamente l’unione sparisce, perché non è un unione che viene da dentro dall’essenza, bensì dall’esterno per una ragione razionale.
  2. due entità che in realtà sono solo una che si è divisa in due (come padre figli, due anime gemelle che si sposano etc.) e si ricongiungono naturalmente, perché la loro essenza è una sola.
Il nostro rapporto con Hashèm è rappresentato dal secondo tipo: un legame nell’essenza; nessuna idolatria, infatti può separare un’anima dal suo Creatore. Tuttavia per arrivare a questo livello bisogna risvegliare l’essenza dell’anima che brucia sempre, poiché è infuocato dal suo amore per l’Infinito, per Hashèm.
Questo spiega come dare un mezzo shèkel possa espiare il peccato del vitello d’oro. Tutti i peccati, anche quelli idolatri, non interrompono veramente la connessione essenziale di un uomo con Dio. Questa connessione rimane intatta in ogni momento, e quando viene rivelata (attraverso il mezzo – shekel), rivitalizza la connessione delle 10 Sefiròt, proprie dell’uomo, con le 10 divine.
Stabilire un’Alleanza
Questo concetto è anche collegato a un altro elemento della Parashà Ki Tissà, dopo che Moshe supplicò Hashèm di perdonare il popolo, Dio accettò e promise: “Ecco che Io stringo un’alleanza: il tuo popolo si distinguerà in maniera mai avvenuta in nessuna parte del mondo” (Esodo 34,10).
Fare un’alleanza stabilisce l’unità tra i principali contraenti. Tuttavia nella Torà un patto è stipulato dividendo una singola entità e facendo passare le persone tra le due metà: nell’alleanza stabilita tra Dio e Abramo, (Genesi 15) il fuoco celeste passò tra le metà degli animali macellati.
Questa pratica solleva una difficoltà, poiché la divisione di un’entità sembra riflettere la separazione, piuttosto che l’unità. Tuttavia, l’intento di un’alleanza è di evidenziare il tipo di unità. La pratica indica che proprio come le due metà dell’animale sono parti di un singolo insieme, così i due contraenti dell’alleanza sono mezze entità, ciascuna complementare all’altra.
Questo era il concetto che Hashèm desiderava condividere con Moshe, in relazione all’espiazione per il peccato del vitello d’oro. Stabilendo un’alleanza, Egli cercò di rivelare l’unità suprema tra Dio e Israèl, mostrando il legame tra l’essenza dell’anima e l’essenza di Dio. Niente può influenzare quella connessione. Come afferma il Talmud (Kiddushìn 36a): vedi “Indipendentemente da ciò, sono miei figli”.
“Le azioni dei Patriarchi sono un segno per i loro discendenti”.
L’alleanza tra Dio e Israèl iniziò con Abramo, il nostro Patriarca; l’alleanza stabilita con Moshè rappresenta, tuttavia un livello superiore. Fu solo dopo aver dato la Torà che il concetto del mezzo Shèkel è stato rivelato completamente: ognuno di noi è una mezza entità e solo insieme ad Hashèm, possiamo rivelare le nostre anime nel loro rapporto indissolubile con Dio. Perché solo MATAN TORÀ ha reso possibile la realizzazione dell’unità fondamentale tra Hashèm e Israèl.
Speriamo, che tutti noi abbiamo un motivo in più, per impegnarci con ardore e amore nello studio della Torà, Talmud, nelle preghiere quotidiane e nelle mitzvòt in genere. Affinché donando una parte di noi con calore, possiamo legarci alla nostra metà Divina, così da ricevere tante benedizioni di salute, benessere e felicità e agevolare l’arrivo di Mashìakh, presto ai nostri giorni Amen.
Il Chafetz Chaim una volta chiese a un visitatore se egli fosse Cohen, Levi o Israel. (Cohanim e Leviim sono discendenti della Tribù di Levi). Il visitatore rispose di essere un Israel – quindi non della Tribù di Levi.
Così il Chafetz Chaim spiegò: “Nel futuro, il Sacro Tempio sarà ricostruito a Gerusalemme. Ognuno vi si recherà per la prima volta, assembrandosi presso le porte per entrare dentro. Una guardia alla porta chiederà a ciascuno se sia Cohen, Levi, o Israel. Solo coloro che provengono dalla Tribù di Levi otterranno di entrare per compiere il servizio del Tempio. E gli Israelim saranno terribilmente sconfortati: Leviim dentro; Israelim fuori”.Il Chafetz Chaim continuò, “Sai perché è così? A causa di ciò che accadde migliaia di anni fa con il Vitello d’Oro. Quando Moshe pronunciò quelle famose parole, “Interrompete l’idolatria e andate con Hashem”, solo la tribù di Levi rispose. Perciò nel futuro, solo i discendenti della tribù di Levi eseguiranno il servizio del Tempio. E tutti gli altri rimarranno all’esterno poiché i loro antenati non risposero con fermezza di essere contro gli idoli”.Il Chafetz Chaim continuò, “questo contiene una lezione profonda. Molte volte nella vita, si sente una piccola voce nella testa che dice, “smetti di commettere idolatria”. Qualcosa ti sfiderà ad alzarti e farti contare dalla parte giusta. Hai la sicurezza e la convinzione di stare sulla retta via? Perché il modo in cui rispondi avrà implicazioni non solo per te, ma per le generazioni dopo di te. Ognuno ha il suo momento. Quando senti quella voce, alzati e fatti contare!”

L’idolatria esiste anche nel Ventunesimo secolo in forme più sottili: adorare un giocatore di calcio, venerare un cantante rock, essere schiavi del dio denaro…
L’episodio del Vitello d’Oro ci porta a riflettere su quello che stiamo facendo.
Abbiamo perso di vista le nostre vere priorità? Siamo stati trascinati dalla massa?

Questa storia ci svela anche un’altra fondamentale lezione: impegnarsi, non solo come singoli, a servire Hashèm. Con il peccato del vitello d’oro molti ebrei unirono le proprie forze per deviare e far deviare gli altri. E lo fecero con incredibile solerzia e impegno. Un conto è servire un idolo in solitudine, ma è molto peggio se viene adorato in pubblico, tanti persone unite per fare qualcosa di orrendo.

Come la prossima storia ci insegnerà, noi tutti dobbiamo imparare ad agire non solo come singoli, ma anche come collettività nell’eseguire la nostra missione in questo mondo.Nella stessa porzione della Torà di questa settimana del racconto del Vitello d’oro troviamo all’inizio l’antidoto di questo peccato che è il conteggio del popolo attraverso l’offerta di mezzo shekel: quando gli uomini di Israèl venivano censiti, veniva richiesto a ognuno di contribuire con una moneta del valore di mezzo shèkel. Le monete venivano poi contate e il totale indicava quanti uomini erano stati annoverati.
Tale procedura fa sorgere diverse domande. Perché gli uomini non venivano contati “per teste”? Perché invece si chiedeva a ognuno di donare una moneta?
I maestri rispondono che il metodo del censimento attraverso le monete simboleggia il fatto che ogni singola persona conteggiata è portatrice di un proprio valore individuale.

Tuttavia ciò conduce a diverse domande. Se è così, perché ogni uomo doveva donare solo mezzo shèkel invece che uno intero? Perché ogni individuo non ha dimostrato di essere intero e completo?
Infatti è proprio questo il punto: enfatizzare il concetto che nessun individuo è completo quando è solo. Nessun uomo, e certamente nessun ebreo, è un’isola solitaria in mezzo al mare. Egli può raggiungere le massime altezze della spiritualità ebraica e della fratellanza solo quando si associa e coopera con gli altri. Se diamo il meglio di noi per aiutare gli altri, imparare dagli altri e unirsi ad altri in positivi sforzi collettivi, allora è un vero membro della nazione ebraica. Al contrario, se si rimane lontano dagli altri ci si trova isolati.
Una delle condizioni fondamentali per migliorare è unirsi alla congregazione (Ràmbam Pèrek 4 Hilkhot Teshuvà Halakhà 1).

Storia
L’importanza di lavorare insieme agli altri si evince dalla storia di un uomo che aveva perso la strada mentre si trovava in un’immensa e folta foresta e continuava a camminare a vuoto. Alla fine giunse presso una seconda persona, che si aggirava anch’essa per la foresta. “Puoi mostrarmi la via per uscire dai guai?” chiese.
“No, non ancora” disse il secondo uomo. “Tuttavia, nel corso dei miei viaggi ho già scoperto quali strade non prendere. Forse insieme potremo trovare quella giusta”.
E così fu. Ognuno mise a disposizione la propria conoscenza delle strade della foresta e con le loro informazioni messe insieme trovarono presto la giusta via. Se ognuno fosse rimasto solo, avrebbero vagato entrambi molto più a lungo.
Questo ragionamento è la base del fatto che noi preghiamo in Sinagoga con il minyàn, un gruppo di almeno dieci ebrei adulti. L’unione della preghiera ha una forza e un potere ENORME.

Dono Migliore
Questo concetto può essere spiegato tramite una parabola.
Una volta fu chiesto a un re di decidere quale tra due città meritava un determinato privilegio regale.
Entrambe le città mandavano i loro doni singolarmente, in momenti diversi. Non appena ogni dono arrivava, il re lo esaminava e generalmente cercava di trovarne un difetto. La seconda città tuttavia mandò tutti i propri doni con una sola spedizione. Quando arrivò questo pacco di doni, il re fu subito impressionato dall’enorme numero e non si sentì propenso a guardare ogni dono singolarmente. Come si poteva prevedere la seconda città guadagnò il suo favore.
Allo stesso modo, se ognuno di noi pregasse separatamente HaShèm “Lui” ci prenderebbe in considerazione su base individuale e senza dubbio ci troverebbe con delle azioni inadeguate. Al contrario, se preghiamo in gruppo, come parti di un minyàn, la combinazione delle nostre preghiere viene convogliata a HaShèm e, auspicabilmente, i meriti dell’intero gruppo potranno compensare le mancanze dei singoli.

Inoltre grazie agli altri riusciremmo meglio a non farci condizionare dalle mode imperanti nella nostra società, dai “falsi dei”, gli “idoli d’oro” che vorrebbero farci dare valore a cose che non ne hanno nessuno.
Passioni esagerate per il cibo o per una donna, il denaro, la propria macchina, tutte cose che possono farci credere, che sono dei valori assoluti e che da loro dipende la nostra felicità, da loro dipende il nostro destino.
Quando arriviamo alla lettura del Vitello d’Oro ci rendiamo conto che la valorizzazione di ogni tipo di tramite è sempre idolatria. E quando si pensa che il preziosissimo metallo dell’oro possa essere un tramite per unirci a Dio questo diventa idolatria.
Nel Santuario i Cherubini erano d’oro ed erano gli intermediari per parlare con Hashem, ma questo solo perché il Padre Eterno ha scelto come tramite queste due statuette, l’uomo non ha la facoltà di rendere santo un tramite.
Dopo 3.335 anni dal Vitello d’Oro questa malattia di rincorrere i soldi senza tregua non è debellata.

Solo quando arriverà il Mashiakh il mondo vedrà quali sono i veri valori e ci sarà abbondanza materiale, spirituale e capiremo che l’oro è solo un tramite.
Allora potremo occuparci solo delle vere cose, di conoscere Hashem, perché la divinità riempirà il mondo come l’acqua copre il mare, presto nei nostri giorni Amen.

La Parashà di Kì Tissà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm ordina a Moshè di contare il popolo avvalendosi del mezzo shèkel; la somma ottenuta verrà impiegata per la costruzione del Mishkàn.
HaShèm ordina a Moshè di costruire il lavabo di bronzo in cui i cohanìm eseguiranno l’abluzione di mani e piedi prima di intraprendere il culto del Mishkàn.
Preparazione dell’olio d’unzione con cui saranno unti gli oggetti e gli arredi del Mishkàn, Aharòn e i suoi figli.
Comandamento di osservare lo Shabbat.
Le Tavole della Legge vengono consegnate a Moshè.
Il popolo, constatando che Moshè indugia a scendere dal Monte Sinày, realizza il vitello d’oro. HaShèm ne informa Moshè, comunicandogli l’intenzione di annientare il popolo. Moshè Lo supplica di avere misericordia. Moshè scende dal monte e lascia cadere le tavole. Prende il vitello lo brucia e ne getta le polveri nell’acqua che poi fà bere agli ebrei che hanno peccato. Moshè viene assistito dai membri della tribù di Levì, ai quali comanda di uccidere con la spada tutti i colpevoli.
Moshè chiede a HaShèm di mostrargli il Suo volto e HaShèm gli risponde che gli si rivelerà solo “posteriormente”.

MIDRASHIM

Un aroma divino.
(a pagina 695 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Mani, piedi e viso.
(a pagina 767 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Dall’esilio alla redenzione.
(a pagina 769 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Un peccato imperdonabile?.
(a pagina 771 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Quaranta giorni di digiuno.
(a pagina 773 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShem è Dio!
(a pagina 774 del volume Shemòt edizioni Mamash).

KI TISSA 5771 – IDOLATRIA: INGANNEVOLE RIEMPIMENTO
Perché ogni impulso e ogni vizio che ci domina è una forma sottile di idolatria? Una lezione basata sugli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch.

KI TISSA 5770 – INCHIOSTRO RIMASTO NELLA PENNA!
Il segreto dell’ebreo apparantemente distante!

KI TISSA 5768 – IL VALORE DELLE SECONDE TAVOLE SULLE PRIME
Perché Hashem ringrazia Moshè per aver rotto le tavole della legge? Qual è il grande merito in questo?

KI TISSA 5767 – LA GUARIGIONE CHE VIENE DAL MALE STESSO
Il peccato del vitello d’oro e la purificazione del peccato. I sacrifici e Shabbat Parà.

KI TISSA 5766 – IL NODO CHE FA RICORDARE!
Che cosa dobbiamo fare affinché Hashem ci perdoni i peccati?
L’insegnamento di Moshè, dopo il vitello d’oro! Il grande valore della Tzedakkà e il nodo dei tefillim!
Lo Shabbat, giorno benedetto, che permette l’elevazione di quanto compiuto nella settimana. 57, il valore numero associato allo Shabbat!

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TETZAVVE 5779 : TRE LEZIONI

Questo Shabbàt 16 Febbraio 2019, 11 del mese di Adàr Rishon 5779 leggeremo la Parashà di Tetzavvè 27,20-30,10 (Shemot Esodo).

I° Sefer: Es 27, 20 – 30, 10

Si legge l’HAFTARÀ:
Ez 43:10-27

La Parashà di Tetzavvè è composta da 146 versetti.

La Parashà di Tetzavvè contiene 4 comandi e 4 divieti.

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La Parashà di Tetzavvè tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm impartisce a Moshè le istruzioni concernenti il confezionamento degli indumenti del Sommo Sacerdote e dei sacerdoti semplici, che presteranno il culto ne Tabernacolo.
Il Sommo Sacerdote indosserà otto indumenti: l’efòd, il pettorale, la veste, il diadema, la tunica, il turbante e la fascia. Il vestiario del sacerdote semplice sarà, invece, limitato a quattro capi: La tunica, la fascia, il copricapo e i calzoni.
HaShèm istruisce Moshè sul rituale di investitura che renderà Aharòn e i suoi figli sacerdoti, per l’eternità.Il rituale consiste nell’esecuzione di determinate offerte farinacee e di particolari sacrifici, nell’immersione rituale e nella vestizione degli abiti sacerdotali.

 

MIDRASHIM

Donare per elevarsi.
(a pagina 685 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il significato simbolico del Mishkàn.
(a pagina 689 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Singolarità e peculiarità.
(a pagina 754 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShèm risiede fra noi.
(a pagina 758 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Uno per tutti.
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

TETZAVVE 5771 – ATTIVARE LA GIOIA + MOLTO RUMORE PER QUALCOSA!
Come far nascere le emozioni? Un insegnamento che deriva dagli abiti del Cohen gadol. Stare nascosti o fare rumore? La via giusta per la nostra generazione.

TETZAVVE 5769 – L’AMORE NON È BELLO SE NON È LITIGARELLO!
Che cosa significa essere orfani spiritualmente? I tipi di unione tra Hashem e l’uomo legati ai sacrifici: quella del korban e quella dell’incenso. Due matrimoni diversi. Le interpretazioni Talmudiche e i significati profondi legati ai sacrifici.

TETZAVVE 5768 – IL SILENZIO DELL’OLIO CHE BRUCIA!
Quando c’è un contrasto, consegue rumore. Quando c’è vicinanza, c’è silenzio. Hitpaalut e dvekut, due stati emozionali diversi della preghiera, due condizioni per unirsi a D-o.

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TERUMA 5779 : SEI LEZIONI

Questo Shabbàt 9 Febbraio 2019, 4 Adàr Rishon 5779, leggeremo la Parashà di Terumà Es. 25,1-27,19.

Si legge l’Haftarà di Melakhìm 1:    5, 26-32; 6, 1-13
(a pagina 442 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La Parashà di Terumà è composta da 146 versetti.

La Parashà di Terumà contiene 2 comandi e 1 divieto.

la Torà è un manuale di vita SEMPRE attuale e ogni precetto ha un’applicazione nella vita quotidiana, bisogna solo creare un ponte che unisca il significato di ciò che la Torà ci insegna e dargli un’applicazione nella nostra vita.
Non a caso la Torà viene chiamata così che nella lingua santa vuole dire HORAÀ – INSEGNAMENTO.
La Torà non è mai obsoleta perché è la parola di Dio che è al di sopra del tempo ed è immutabile perciò anche i suoi precetti sono ETERNI al di sopra del tempo. Bisogna solo entrare nella profondità del precetto e “spogliarlo” dal suo contesto per poterlo riportare in un altro contesto pratico e terreno.
A proposito del divieto di non prendere corruzione, è dovuto al fatto che perfino un onesto se riceve un favore da uno dei contendenti il suo cervello diventa storto senza volerlo, come è scritto nell’Esodo (23, 8): “poiché la corruzione acceca perfino i saggi e deforma i giusti”…
continua al seguente link con una nuova lezione video MOLTO interessante: SUBCONSCIO NELLA TORÀ
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

ps
articolo dell’anno scorso su Terumà molto interessante
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TERUMA
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TRE MATERIALI X TRE TIPI DI ESILIO
Qual è la relazione tra i tre tipi di esilio e la costruzione del Tabernacolo?
Il significato dei tre materiali: oro, argento e rame.

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre 6 lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

FOLLIA POSITIVA!
Dice il Talmud: colui che vuole avere successo nel lavoro pianti un Adar (tipo di pianta).
Secondo l’interpretazione dei commentatori la frase va intesa come: si pianti nel mese di Adar, oppure che firmi i contratti nel mese fortunato per Israèl che è il mese di Adar che è iniziato oggi.
Infatti ogni decisione, contratto o acquisto firmato nel mese di Adar, il mese positivo, sicuramente avrà successo. Se abbiamo in ballo delle grandi decisioni da prendere o dei contratti da chiudere, affrettiamoci poiché siamo all’inizio del mese.
La parashà di Terumà ci istruisce nella costruzione del Mishkàn, il Tabernacolo che è il Santuario che Israèl trasportava nel deserto. I muri del Mishkàn erano costruiti con assi in legno, derivati da alberi di cedro.
Possiamo trarre un insegnamento dall’uso degli alberi di cedro per il Mishkàn. La Torà chiama gli alberi di cedro Atzei shittìm e questo nome ci aiuta a comprendere la lezione che gli alberi di cedro ci insegnano. La parola ebraica shittà deriva da shtut – follia.
I Saggi insegnano che una persona non pecca, finché non viene stimolata da un pensiero folle, stolto. Ogni ebreo desidera unirsi ad Hashem e fare la Sua Volontà. Ma allora quale pensiero stolto potrebbe spingere una persona a peccare? Il yetzer harà che cerca di convincerla che può commettere il peccato e continuare a essere unita ad Hashem. La persona non sempre realizza che ciò non è vero, e che crederci è pura follia.
Questo è un tipo di shtut, ma esiste anche uno shtut positivo. Come può esistere una follia positiva? Le cose buone non possono essere folli.
Essere folli significa fare le cose senza pensare. Ma a volte agire senza pensare può essere positivo. Per esempio, prima che Israèl ricevesse la Torà disse: naasè venishmà, faremo e ascolteremo. Essi promisero di adempiere alle mitzvà senza aspettare di sentire ciò che Hashem avrebbe detto loro di fare.
Questa era una follia? Beh, gli ebrei non potevano immaginarsi ciò che Hashem avrebbe chiesto loro, prima di fare la promessa. Essi promisero di seguire i comandamenti di Hashem prima di sapere quali sarebbero stati. Questa è una shtut positiva.
Un shtut positivo è la kabalàt ol, ossia prendere su di sé la decisione di adempiere alle mitzvòt di Hashem, e studiare la Torà solo perché questa è la Volontà di Hashem.
si racconta la storia di un uomo che, nonostante vivesse in modeste condizioni, offriva spesso il proprio aiuto a poveri e forestieri invitandoli a recarsi nella sua casa, per mangiare un buon pasto. La sua generosità era davvero speciale in proporzione alla sua condizione economica.
Grazie a questi atti di bontà, egli fu benedetto con grandi ricchezze e presto si trovò ad abitare in una bellissima casa signorile. Però, iniziò ad avvenire un cambiamento e lentamente i poveri non furono più ospiti benvenuti. Inizialmente fu un accenno, poi un invito ad andarsene, infine non li lasciava nemmeno più entrare nella sua bella casa, per paura che rovinassero i tappeti pregiati fatti a mano. E quando i suoi “amici” poveri gli chiedevano aiuto, lui incurante gli rispondeva di lavorare di più e più duramente.
Appena la notizia del suo cattivo comportamento si diffuse venne a trovarlo il suo saggio Rabbino.
Mentre parlavano nella grande casa, il Rabbino gli indicò un enorme specchio appeso al muro che dava sulla strada e, simulando ignoranza, disse: “Che strana finestra! Tutto ciò che vedo è me stesso! Dove sono tutte le persone in strada?”
L’uomo, ridendo, rispose: “Rabbi non è una finestra, è uno specchio.”
“Ma non capisco” disse il Rabbino, “è fatto di vetro, come una finestra?”
“Se fosse solo vetro si potrebbero vedere le persone che passano sulla strada. Ma questo è uno specchio, un vetro ricoperto da una lastra d’argento. Per questo vedi solo te stesso.”
“Aha!” disse il saggio Rabbino. “Ora capisco il problema. Quando aggiungi l’argento, tutto ciò che vedi è SOLO TE STESSO!”
(consiglio altamente di vedere il seguente video che narra molto bene questo racconto https://youtu.be/PI8uRBN3dew)
Non c’è niente di male nel benessere materiale, fin tanto che viene gestito nella maniera appropriata. La nostra lettura settimanale della Torà ci insegna che oggetti lussuosi e puramente fisici possono anche essere usati per servire Hashèm. Ogni cosa, se utilizzata nel modo corretto, può essere elevata e impiegata per scopi spirituali e santi.
Il Rebbe di Lubavitch una volta visitò un campeggio estivo dove vide un avviso che diceva: “Il denaro è la radice di ogni male”. Il Rebbe commentò che il cartello non era corretto; il denaro, come qualunque altra cosa, può essere usato per buoni o cattivi propositi. Dipende TUTTO dalla persona che ne fa uso.
IL DENARO NON È LA RADICE DI OGNI MALE!
Questo concetto è evidenziato nella parashà: “…essi erigeranno per Me un santuario e IO dimorerò in mezzo a loro”. La Torà non dice “in mezzo ad esso” ma “in mezzo a loro”.
Midràsh spiega che Dio desidera dimorare in un luogo che si trovi in basso, nel mondo fisico, in ebraico DIRA BETAKHTONIM.
Questo si ottiene attraverso l’adempimento quotidiano delle mitzvòt che ci permettono di usare le cose materiali, in nostro possesso, per collegarci alla nostra sfera spirituale. In questo modo creiamo le condizioni affinché Dio possa dimorare “in loro”, ovvero in ognuno di noi. Solo così gli oggetti materiali ci “donano” la facoltà di condurre HaShem dentro di noi, ogni giorno della vita. Solo quando riusciamo a creare una “dimora” per Dio, dentro di noi, possiamo sperimentare una nuova dimensione e significato della nostra esistenza.
Ma come possiamo realizzare questo processo di rettificazione della materia?
La parashà di Terumà parla dell’oro, dell’argento e degli altri metalli preziosi che venivano usati, per vari scopi, nel Mishkan (Tabernacolo) e, in seguito, Santuario di Gerusalemme. Questa porzione, a prima vista, sembra porre un’enfasi eccessiva sulle sostanze fisiche e materiali. Ciò in apparente contrasto con le questioni spirituali che costituiscono l’essenza della Torà e dell’ebraismo.
Talenti Personali
La risposta la troviamo proprio nella parashà di questa settimana, Terumà che significa offerta o donazione. Questa parola la troviamo usata per tre volte in corrispondenza ai tre tipi di offerta:
la terumà degli adanìm, per le incavature-base in argento del Mishkàn (Santuario) nel deserto MEZZO SHEKEL;
la terumà dei shekalìm, per cui ogni ebreo, al di sopra dei vent’anni, dava una moneta di MEZZO SHEKEL, come fondo per i sacrifici pubblici e come espiazione per il peccato del vitello d’oro;
per ultima, la terumà “generale”, un’offerta, che ogni uomo, donna e bambino facevano per realizzare i loro desideri per il Santuario, secondo i loro cuori. Erano inclusi il legno di cedro per i muri, stoffa e pellame per i tendaggi, oro, argento rame e altri materiali.
La prima offerta aveva il valore fisso di MEZZO shèkel per gli adanìm (le incavature che formavano la base dell’intero Santuario). Anche se gli adanìm costituivano la parte più bassa del Santuario, tuttavia erano il fondamento su cui tutta la costruzione poggiava.
Questo può alludere al fatto che, allo stesso modo, ogni ebreo ha dentro di sé il desiderio di adempiere la Volontà Divina. Questo sentimento nasce da una “base” comune che è il livello dell’anima, la quale deriva dalla stessa Essenza e quindi è uguale per tutti.
Questa determinazione innata ad accettare il giogo divino, chiamato KABALAT OL è il motivo per cui questa offerta non tiene in considerazione il livello economico di ognuno, poiché tutti sono uguali e le nostre anime sono della stessa essenza. Questa percezione della vera realtà è la base, il fondamento di tutto ciò che “viene messo sopra” nelle nostre vite, proprio come gli adanìm/basi del Santuario.
La seconda offerta, quella di MEZZO shèkel, simboleggia l’idea che è possibile ottenere tanto anche da soli, ma quando arriva il momento (e prima o poi arriva sempre..) occorre sapersi unire a qualcun’altro, per andare avanti insieme e diventare una cosa sola. Solo mettendo assieme due mezzi shekèl è possibile ottenere una moneta intera. QUESTO è l’unico modo per espiare il peccato del vitello d’oro. Peccato che si fonda sulla vanitosa pretesa di poter sostituire Mosè con un altro tramite: il VITELLO. Perciò la rettificazione di questo atto avviene solo attraverso un MEZZO SHEKEL, che simboleggia l’umiltà.
La terza categoria era legata a ciò che “il cuore desiderava” dare, ossia qualsiasi genere di donazione al Santuario. Per fare ciò era necessario “trovare la chiave”, il campo più adatto nella quale ogni persona poteva contribuire meglio. Per questo la Torà ci dice che chi poteva dare oro, dava oro; chi poteva dare argento, dava argento e così via.
Il fatto che Hashem ha ordinato di separare la prima raccolta per le fondamenta da tutti gli altri oggetti del Tabernacolo è per insegnarci che tutti abbiamo nella nostra anima: LA STESSA ESSENZA E IL SENTIMENTO DI UNIONE INFINITA AD HASHEM E LA MEDESIMA SOTTOMISSIONE AL GIOGO DIVINO.
Dio ci dà ricchezze materiali con lo scopo di trasformarle in ricchezze spirituali. Per fare ciò il nostro “dare” deve essere proporzionato alle nostre abilità e ai nostri talenti personali. La nostra essenza è uguale a quella di tutti gli altri, ma, in relazione ai nostri talenti specifici, ognuno di noi ha un indirizzo particolare che il cuore “desidera”. Ovviamente diamo il contributo migliore nell’area in cui primeggiamo. La Torà riconosce queste nostre forze personali e ci istruisce affinché possiamo utilizzarle al massimo.
lo scopo di tutta la Creazione del mondo si trova nella parashà di questa settimana:
MI FARETE UN SANTUARIO E RISIEDERO’ DENTRO DI VOI. Dio desidera una dimora nel mondo materiale. Ognuno di noi ha il compito di crearla, collaborando con gli altri secondo le nostre abilità, talenti e inclinazioni. Non abbiamo bisogno di grandi ricchezze materiali, ma solo tanta buona volontà, per scoprire quale è il miglior “materiale” da donare alla casa di Dio.
Ogni Generazione Suo Compito
Seguendo una progressione storica e temporale ben definita, la nostra epoca è caratterizzata dal prevalere dell’agire umano, sulla speculazione intellettuale e sulla ricerca mistica. Questa particolare condizione, si basa sugli insegnamenti del santo maestro Ari Zal che paragona tutte le generazioni a un corpo. Le prime sono intelletuali poiché corrispondo alla testa. Infatti la prima generazione si chiama Dor Deà (generazione intelletuale), poiché aveva la manna e poteva dedicarsi solo allo studio. Mentre la nostra generazione è paragonata ai piedi, ovvero all’azione: oggi siamo più capaci di fare concretamente il bene che di raggiungere le profondità del pensiero o le vette elevate della preghiera.
Quando arriviamo alla settima porzione di Shemòt è il momento di riflettere sullo scopo della nostra esistenza e chiederci dove siamo e se stiamo ottimizzando le qualità della nostra generazione del tallone. Come scrive il Tanya il compito principale di queste generazionni è quello di fare opere di bene e benevolenza, al fine di trasformare questo mondo in una dimora per Dio e permettere cosi l’arrivo di Mashiakh, presto ai nostri giorni, Amen.

La Parashà di Terumà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm impartisce a Moshè il comando di raccogliere dal popolo le offerte delle materie prime necessarie per l’edificazione del Mishkàn, (il Tabernacolo), dei suoi arredi, dei suoi utensili e dei suoi tendaggi.
HaShèm comanda la costruzione dell’arca santa, in cui saranno custoditi le Tavole della Legge,del tavolo dei pani di presentazione e del candelabro a sette bracci.
HaShèm ordina,quindi,il confezionamento dei tendaggi e delle assi per le pareti che costituiranno la struttura dell’edificio.In seguito parla del divisorio di partizione, una sorta di sipario che dividerà il Santo dal Santo dei Santi.
La Parashà si conclude con l’ordine di fabbricare l’altare di rame, detto anche l’altare dell’olà, sul quale verranno eseguiti i sacrifici.

MIDRASHIM

Donare per elevarsi.
(a pagina 685 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il significato simbolico del Mishkàn.
(a pagina 689 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Singolarità e peculiarità.
(a pagina 754 del volume Shemòt edizioni Mamash).

HaShèm risiede fra noi.
(a pagina 758 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Uno per tutti.
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

TERUMA 5771 – I TRE STRATI DELL’ANIMA
La visione del mondo secondo il Tanya: l’oro è più brillante se insieme al legno e non da solo.

TERUMA 5770 – EDUCAZIONE: DEMONI O ANGELI?
Perché alcuni figli crescono educati con valori, ed altri no? Il valore dell’educazione e di un ambiente famigliare sano, fondato sulla Torà, è la base per una crescita positiva di un figlio.

TERUMA 5769 – 1990: INCONTRO CON IL DALAI LAMA E GLI EBREI!
Il Segreto delle stanghe dell’Arca Santa. Perché l’Arca Santa doveva essere sempre pronta per viaggiare e avere i bastoni dentro?

TERUMA 5768 – TRE MATERIALI X TRE TIPI DI ESILIO
Qual è la relazione tra gli esilii e la costruzione del Tabernacolo? Il significato dei tre materiali: oro, argento e rame.

TERUMA 5767 – LA FORZA DEL LEGAME CON HASHEM!
Il Santuario: una casa per Hashem, una casa per ogni ebreo. Il legame unico ed inscindibile che ogni ebreo ha con D-o.

TERUMA 5766 – TZEDAKKA: QUALITÀ E NON QUANTITÀ
Come imparare a valorizzare la Tzedakkà! Il valore della decima: dettagli e significato.

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MISHPATIM 5779: QUATTRO LEZIONI

Questo Shabbàt Mishpatìm  2 Febbraio 2019, 27 del mese di Shevàt 5779 leggeremo la Parashà di

Mishpatìm I° Sefer: Es 21, 1 – 24, 18

Si legge l’Haftarà di:
Italiani: Ger 34:8 – 35:11

Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti:
Ger 34:8-22; 33:25-26

Si annuncia Rosh Chòdesh

La Parashà di Mishpatìm è composta da 118 versetti.

La Parashà di Mishpatìm contiene 23 comandi e 30 divieti.

la parashà di questa settimana, Mishpatìm, si occupa principalmente di leggi civili, dei danni derivanti da fatti illeciti, della disciplina dei rapporti patrimoniali e delle norme sulla custodia. In questa porzione della Torà è disciplinata la seguente fattispecie (Shemòt 22, 6): “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”.
In parole semplici, qui la Torà sta affermando che un ladro non deve solo risarcire la vittima per la perdita, ma deve anche subire una sanzione, che lo obbliga a pagare il doppio della somma o del valore del bene sottratto.
Messa così la questione sembra semplice.
Tuttavia, un ben noto principio del pensiero ebraico è che ogni singolo passaggio della Torà contiene, oltre al suo significato letterale, anche interpretazioni psicologiche e spirituali nascoste.
La dimensione pratica di una mitzvà potrebbe non rilevare il suo messaggio mistico, mentre l’aspetto metafisico permane eternamente nei nostri cuori e nelle nostra psiche. Qual è l’interpretazione psicologica della suddetta legge?

“Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili”: questa frase può essere intesa come una metafora di come il Creatore del mondo affida all’uomo “denaro e beni” da salvaguardare.
Dio concede a ciascuno di noi un corpo, una mente, un’anima, una famiglia e una piccola parte delle risorse del suo mondo. Ci chiede di allevarli e proteggerli da una miriade di forze interne ed esterne che li minacciano. Eppure, ognuno di noi possiede anche un ladro interiore che si propone di rubare questi doni e usarli secondo la propria volontà. Questo “ladro” rappresenta la “inclinazione al male” o yetzer harà, come è chiamato nel gergo talmudico.
Questa sorta di “istinto animalesco” esiste all’interno della psiche umana e cerca costantemente di controllare i nostri corpi, anime e vite abusando della loro identità, violando la loro integrità e derubandoli dalla loro appropriata linea di condotta.
Ad esempio, quando una forte brama istintiva ci costringe a bere o consumare qualcosa di dannoso, per il nostro corpo o spirito, il “ladro” interiore o “inclinazione distruttiva”, ha appena “rapito” e danneggiato parte delle nostre esistenze. Allo stesso modo, quando mentiamo, per convenienza, il “ladro” interiore, ancora una volta, è entrato e ha rubato le nostre “labbra” e “parole”, impiegandole per una funzione immorale, degradando così le nostre coscienze e anime. Ognuno di noi, in questo momento, potrebbe aggiungere decine di altri esempi.
Apatia e colpa
Potrebbero esserci, nel mondo, quei pochi santi che non mancano mai di salvaguardare il loro spazio sacro, poiché non cedono mai all’istinto.
Però la maggioranza della società è sottoposta a frequenti visite di questo “piccolo ladro” che, a poco a poco, conquista pezzi delle nostre vite. Di fronte a questo vero e proprio assalto, come ci comportiamo?
Alcune persone sentono che le loro battaglie contro il loro ladro interiore sono, alla fine, destinate al fallimento. Abbandonano la lotta e, poco a poco, permettono al ladro di prendere ciò che vuole, quando vuole. Di conseguenza sviluppano una vita frivola e cinica piuttosto che un’esistenza profonda e dignitosa.
Altri, all’estremo opposto, diventano profondamente scoraggiati e tristi. I loro continui fallimenti gli instillano sentimenti di auto-disprezzo, mentre si crogiolano nella colpa e nella disperazione.
L’ebraismo respinge entrambe queste nozioni, poiché conducono l’essere umano all’abisso: il primo porta la persona all’incuria di sé e il secondo attraverso la depressione (Vedi Tanya parte I inizio del cap 1 e la fine del cap 36).
La Maestà Del Ritorno
Quando l’uomo sa di avere dalla nascita dei caratteri negativi non ha ragione di cadere nelle depressione se non riesce a vincere il vizio dell’alcol, per esempio. Perché ognuno nasce con tendenze che lo possono portare a delle dipendenze, per cui non dobbiamo sorprenderci di queste soggezioni, perché sono lo SCOPO DELLA NOSTRA ESISTENZA.
Questo è ciò che la Torà ci consiglia di fare nella perenne lotta con il cattivo istinto? “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”. Esci, suggerisce la Torà e trova il ladro! Quindi riceverai il doppio di ciò che possedevi in origine!
Qui veniamo introdotti, in modo sottile, nella squisita dinamica conosciuta nel giudaismo come teshuvà o guarnigione psicologica e morale: invece di crogiolarci nelle nostre colpe e di rimanere nella disperazione; invece di arrenderci all’apatia e al cinismo; dobbiamo IDENTIFICARE e AFFRONTARE il NOSTRO “LADRO”.
In altre parole, dobbiamo scovare quelle forze, dentro le nostre vite, che continuano a derubarci. Dobbiamo reclamare la sovranità sui nostri comportamenti e modelli. Solo così il ladro ci restituirà il doppio dell’importo che ci ha preso.
Dal punto di vista psicologico questo significa che l’esperienza di cadere e rialzarsi ci permetterà di approfondire la nostra spiritualità e dignità in maniera doppia rispetto a quello che avrebbe potuto essere senza il furto. Il Talmud (Yomà 86b) dice: “GRANDE è il PENTIMENTO, perché come risultato di ciò i PECCATI VOLONTARI si TRASFORMANO in VIRTÙ”.
Anche se falliamo e permettiamo alla nostra vita di andare in rovina, possiamo sempre riuscire ad affrontare il ladro e riprenderci il controllo della “macchina sbandata” e ripotarla in careggiata.
La lotta e la vittoria contro il nostro “istinto al male” ci permette di acquisire una nuova visione di noi, una nuova consapevolezza delle nostre potenzialità più profonde e una determinazione che altrimenti non avremmo mai potuto riscoprire. Solo Impegnandoci nello straordinario sforzo della teshuvà – ritorno, il peccato stesso viene ridefinito come mitzvà. Come può essere questo paradosso?
Perché proprio il fallimento e la conseguente frustrazione generano una profonda e autentica passione e apprezzamento per il bene e per la santità interiore che ogni uomo nasconde (Tanya capitolo 7). In altre parole è proprio la LONTANANZA che STIMOLA il DESIDERIO di TORNARE alla “PROPRIA VERA CASA”. Questo distacco ci fa apprezzare la nostra anima che è una parte di Dio ed è il più grande regalo che abbiamo, ma che dobbiamo saper rispettare.
Questo avviene solo a causa della lontananza che risveglia un’appassionata nostalgia. Perciò è proprio “l’istinto animalesco” che ci dà l’impulso per il ritorno e proprio come ogni animale questo istinto è molto più vigoroso di quanto ogni anima potrebbe essere. Dopo il “furto” abbiamo l’opportunità di portare a casa il doppio, grazie al fatto di aver guadagnato la potenza dell’anima animale che è dentro ognuno di noi. Questa è la dinamica, spiegata nella porzione della Torà di questa settimana, che permette di trasformare il negativo in positivo.
La prossima volta che il ladro interiore dirotta la nostra vita morale, prendiamo la palla al balzo e capovolgiamo la caduta in un’opportunità, per riappropriarsi di noi stessi con una DOPPIA DOSE di LUCE e PUREZZA.
Albert Einstein dice:
CHI NON HA SBAGLIATO, NON HA MAI PROVATO QUALCOSA DI NUOVO!
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Questo saggio è basato su Or Hatorà Parshat Mishpatim vol. 4 p. 1050. Sefat Emet Parshas Mishpatim, nei discorsi dell’anno 5635 (1875). Or Hatorà fu scritto dal rabbino Menachem Mendel di Lubavitch, lo Tzemach Tzedek, terzo Lubavitcher Rebbe (1789-1866).

La Parashà di Mishpatìm tratta in sintesi i seguenti argomenti:

La Parashà espone un gran numero di leggi civili concernenti, ad esempio, i doveri nei confronti degli schiavi, delle persone a cui si arreca danno fisico o materiale, delle vergini, delle vedove e degli orfani.
Le leggi relative ai custodi: retribuiti e non retribuiti e quali doveri ha ciascuno di loro. Segue l’esame della casistica concernente il prestito o l’affitto di oggetti o animali. Restituzione di oggetti smarriti.
Il dovere di concedere prestiti e non mettere a disagio il debitore.Divieto dell’usura e obbligo di non trattenere il pegno.
Leggi riguardanti l’anno sabbatico, lo Shabbàt, i pellegrinaggi e la separazione fra carne e latte.
Hashèm promette al popolo la Terra di Israèl, vietandogli, tuttavia, di lasciarsi trascinare dall’idolatria e ingiungendogli di distruggerne qualunque segno,
Hashèm stringe il patto con il popolo ebraico, che accetta di osservarnne la Legge ancor prima di venirne a conoscenza. Moshè sale sul monte per ricevere le Tavole della Legge e vi rimane per quaranta giorni e quaranta notti.

MIDRASHIM

Il servo al servizio del padrone.
(a pagina 679 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il divieto di mescolare latte e carne
(a pagina 681 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Una giornata particolare
(a pagina 681 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Fra obbedienza e comprensione
(a pagina 743 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Non eliminare, bensì santificare
(a pagina 748 del volume Shemòt edizioni Mamash).

I custodi non custoditi
(a pagina 750 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Ispirazione per la vita quotidiana
(a pagina 752 del volume Shemòt edizioni Mamash).

MISHPATIM 5771 – CURARE LA RADICE CHE CAUSA IL MALE!
Come Migliorare i Nostri Attributi! Il fuoco si spegne dalla radice. Ma qual è la radice? Come identificare l’animale che sta dentro di noi!Come assumerci le responsabilità e dominare il fuoco, il 4° tipo di causa!

MISHPATIM 5770 – I QUATTRO CUSTODI E LE CONSEGUENZE PSICOLOGICHE
Come ti consideri: un approfittatore? un goditore? un lavoratore? o un soldato? 4 modi di relazionarci con Hashem, con il proprio coniuge, con il prossimo. Le regole di questi quattro livelli e come si relazionano a Pèsach!

MISHPATIM 5768 – VEDOVE E ORFANI + ALLONTANARSI DALLE BUGIE
Non offendere e fare soffrire non è un procetto uguale per tutti? Dalla parasha di Mishpatim si impara che la punizione è proporzionale al tipo di persona che si riferisce. Allontanarsi dalla bugia, non fare azioni che portano a mentire. Un precetto che ci tutela da trovarci intrappolati nel peccato.

MISHPATIM 5767 – IL RISPETTO DEL CORPO
Gli insegnamenti innovativi del Baal Shem Tov sull’importanza di elevare il corpo per avvicinarsi ad Hashem, rispettandolo in ogni momento!

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YITRO 5779: CINQUE LEZIONI

Questo Shabbàt 26 Gennaio 2019, 20 del mese di Shevàt 5779 leggeremo la Parashà di Yitrò Es. 18, 1-20, 23.

Si legge l’Haftarà di Yesha’yà:
Italiani/Ashkenaziti: Is. 6, 1-7, 6; 9, 5-6
Torino/Sefarditi: Is. 6, 1-13

La Parashà di Yitrò è composta da 72 versetti.

La Parashà di Yitrò contiene 3 comandi e 14 divieti.

troviamo alla fine della parashà il seguente verso:
“Non salire sul Mio altare mediante gradini, affinché non vi sia scoperta la tua nudità” (Shemòt 20, 23)
Non salire… gradini… nudità: salendo all’altare su dei gradini, i cohanìm, con il naturale movimento delle gambe che ciò comporta, avrebbero rischiato di esporre ai gradini stessi le loro parti intime, che erano comunque coperte dai pantaloni che ogni cohèn era tenuto a indossare (28, 42). La Torà respinge però anche il più piccolo accenno all’impudicizia. Per questo motivo, i sacerdoti salivano sull’altare per mezzo di una rampa , SENZA GRADINI (Mekhiltà; Rashì). E oltretutto salivano con un particolare movimento: camminavano mettendo un piede dopo l’altro, senza lasciare spazi tra loro. In questo modo nessuna nudità poteva rimanere scoperta.
Gli ultimi due versetti di questa parashà, che concludono i DIECI COMANDAMENTI , la sintesi di tutta la Torà, contengono un’importante lezione di sensibilità: anche se un altare con dei gradini è un oggetto inanimato che non può scorgere la nudità dei sacerdoti, la Torà ci vieta comunque di mancare di rispetto e disonorarli.
A maggior ragione, comprendiamo quanto sia importante prestare attenzione a non causare vergogna o disagio a un essere umano, creato a immagine di Dio (Rashì). Questa è la conclusione , il culmine della promulgazione del patto con Hashem sul monte Sinay:
SOLO QUANDO SIAMO MOLTO SENSIBILI VERSO IL PROSSIMO POSSIAMO ESSERE UNITI A DIO!!!
(Commento tratto dal Khumàsh Shemòt, edito da Mamash, p. 327)

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Nuova lezione video corta di questa settimana:
COME ANDARE D’ACCORDO CON LA SUOCERA!
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
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YITRO
GRANDE MERITO DI UN CONVERTITO!
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Per vedere il video:
https://vimeo.com/18967985
HITLER E AHMADINEJAD
L’errore di separare il primo comandamento di destra dal primo di sinistra delle due tavole della Torà:
le sue conseguenze ha prodotto due grandi malvagi della storia.

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Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

 UNO SGUARDO PER IL PARADISO!
(continua da sopra)
La prima mitzvà data agli ebrei dopo il Dono della Torà fu stranamente un divieto, qualcosa di NEGATIVO: non creare idoli d’oro o d’argento. La stessa è poi seguita immediatamente dalla mitzvà di costruire un altare di terra che, pur essendo un precetto positivo, racchiude una connotazione negativa: “essendo la terra calpestata da tutti”.
Questo ci insegna che il primo passo della crescita spirituale deve essere “negativo”: se l’uomo desidera avvicinarsi a Hashèm, deve scrollarsi di dosso i propri istinti animaleschi e il proprio ego, creando un “vuoto” spirituale che lasci penetrare la santità della Torà (Rebbe di Lubavitch).
LEZIONE DI UMILTÀ
La proibizione contenuta nel versetto (passuk) preso in esame è stata oggetto di molte interpretazioni. Una di queste, pone l’accento sul fatto che la Torà utilizza la parola “ma’alòt”, che generalmente si traduce con “gradini”, ma che può essere intesa anche come “buone qualità”. Quindi questo passuk potrebbe essere letto nel seguente modo: “Non salire sul Mio altare mediante le tue buone qualità, affinché non vi sia scoperta la tua nudità”.
In questo passo della Torà, Hashèm ci mette in guardia dal salire sull’Altare di Dio pavoneggiandoci delle nostre buone qualità, orgogliosi dei nostri traguardi raggiunti e sodisfatti di tutto ciò che sappiamo; in questo modo corriamo il rischio che la “nostra nudità” – ovvero debolezze, vulnerabilità e difetti importanti – vengano presto allo scoperto.
L’Altare non può essere una sorta di “vetrina” dell’autocompiacimento, la sede del culto religioso dalla quale permettiamo agli altri di venire a conoscenza della nostra grandezza. Se cadiamo in questa trappola, Hashèm ci dice che solo la “nostra nudità”, i nostri difetti – e non la nostra grandezza – verrà rivelata. Bisogna invece accostarsi all’Altare divino con un atteggiamento fondamentalmente umile che si deve tradurre nella sincera percezione della nostra inadeguatezza. È necessario curarsi che l’Altare non diventi per nessun motivo teatro di religiosa prevaricazione e arroganza.
La seguente storiella chassidica illustra bene tale concetto.
In una città dell’Europa vivevano due ebrei: uno era Reb Haim, un grande studioso; mentre l’altro, che si chiamava anche Haim, era un povero facchino a mala pena in grado di leggere le lettere dell’alfabeto ebraico. Lo studioso riuscì a contrarre un buon matrimonio, dato che il più ricco uomo della città scelse proprio lui, il più brillante studente della yeshivà, come suo genero. Grazie al supporto economico datogli dal ricco suocero, come consuetudine in quel tempo, lo studioso  si guadagnò ben presto il rispetto e l’ammirazione dell’intera città: grazie al fatto che oramai poteva trascorrere numerose ore giornaliere nel suo studio a incontrare e ricevere chiunque necessitasse di aiuto o consiglio.
Questi due uomini, così diversi si trovavano quotidianamente a confronto l’uno con l’altro. Accadeva che il facchino pregasse presto al mattino, per poter cominciare a lavorare il prima possibile, al fine di guadagnare il suo magro sostentamento. Precipitandosi fuori dopo la funzione in sinagoga, incrociava il grande Reb Haim che arrivava per il minyàn successivo, a quello del facchino, poiché passava gran parte della notte a studiare Torà. In tal modo essi si incontravano praticamente ogni giorno.
Reb Haim, lo studioso rivolgeva a Haim, il facchino un sorriso sdegnato e un ghigno di compiacimento compariva nelle sue labbra, mentre ringraziava Dio di poter trascorrere la giornata con la Torà e di non dover lavorare come lui.
Haim il facchino, a sua volta, rivolgeva allo studioso uno sguardo struggente, sentendosi triste e indegno di non poter trascorrere anch’egli la propria vita tra le sacre scritture.
Entrambi morirono lo stesso giorno e vennero giudicati dalla corte celeste. Per primo fu il turno dello studioso Haim. Tutte le sue buone azioni, lunghi anni di studio e atti caritatevoli vennero messi da un lato della bilancia, e dall’altro il suo quotidiano ghigno di autocompiacimento. Il ghigno sorpassò nel peso tutte le buone azioni.
Poi fu la volta di Haim il facchino. Su un piatto della bilancia vennero collocati tutti i suoi peccati, e dall’altro il suo quotidiano sguardo di rammarico e umiltà per non poter servire adeguatamente Dio.
Quando alla fine le bilance furono messe a confronto, lo sguardo sorpassò in peso i peccati del facchino e il ghigno e il vanito superò i meriti dello studioso.
SOLO L’EBREO UMILE ANDÒ DRITTO IN PARADISO!
Sappiamo che molti ebrei, soprattutto israeliani, vanno in India o in Estremo Oriente alla ricerca di “cibo spirituale” per l’anima. Questo piccolo esodo è in parte causato da coloro che, nel divulgare la parola di Ha-Shém, ignorano o nascondono il lato spirituale della Torà e mettono in risalto solo l’aspetto tecnico e formale dell’ebraismo costituito, secondo loro, solo da tante azioni materiali: le mitzvòt –precetti della Torà.
Queste vanno naturalmente onorate e osservate con rigore, come qualunque comandamento dato da Ha-Shém, ma non vanno applicate in modo freddo e meccanico. Lo scopo intrinseco delle mitzvòt non è certo quello di farci diventare dei “robot senz’anima”. Un ebraismo inteso in questo modo rischia di allontanare tutti coloro che cercano un profondo rapporto spirituale con Hashèm.
Mio padre disse: “Freddezza ed eresia sono separate solamente da una sottile paratia!” È detto: “Poichè l’Eterno, tuo D-o, è un fuoco che consuma”. La Divinità è una fiamma di fuoco. Lo studio della Torà e la preghiera devono essere fatti con un cuore appassionato, così che “tutte le mie ossa pronunzieranno” le parole di Dio, nella Torà e nella preghiera (Rebbe di Lubavitch, HaYom-Yom, Venerdì 16 Shvàt 5703).
Ecco perché il Rebbe di Lubavitch ci insegna che bisogna scaldare il compimento dei precetti con il “fuoco di Dio” che è la nostra anima. Dobbiamo riuscire ad “accendere l’anima”, con la parte più spirituale della Torà, senza che ciò venga ostacolato delle norme pratiche, delle azioni fisiche o dal nostro lato razionale. Come detto dal Rebbe occorre che le preghiere e lo studio “devono essere fatti con un cuore appassionato, così che “tutte le mie ossa pronunzieranno” le parole di Dio”.

La figura di Moshè ci permette di comprendere come la grandezza di un leader sta nel capire di quale acqua e cibo abbisognano le pecore del gregge.

Prima di diventare il leader di tutto Israèl Moshè era un pastore.
Il Midràsh racconta come un giorno, mentre Moshè stava facendo pascolare i greggi di Yitrò nel deserto del Sinày, un agnellino cercò di fuggire. Moshè lo inseguì, finché giunse a una sorgente e cominciò a bere. Quando Moshè raggiunse il piccolo pianse: “Oh, non sapevo che tu fossi assetato!” Cullò il piccolo fuggitivo tra le sue braccia e lo riportò nel gregge. Disse l’Onnipotente: “Tu sei misericordioso nell’occuparti di un gregge, perciò ti dedicherai al Mio popolo di Israèl”.
L’importante lezione dell’episodio è capire come il piccolo non era scappato dal gregge per malizia o malvagità, ma perché era semplicemente assetato.
Quando un uomo si allontana da Hashem, Dio non voglia, è solo perché egli è assetato. La sua anima ha sete dei veri significati della vita, della parte più profonda e spirituale della Torà (simboleggiata dall’acqua) che permette all’anima di accendersi. Di conseguenza c’è il rischio che egli vaghi in terre straniere, cercando di placare la propria sete.
Quando Moshè comprese ciò, fu in grado di divenire il leader di Israele. Solo un pastore che non si affretta a giudicare un fuggitivo e che si dimostra sensibile ai profondi motivi della sua diserzione, può sollevarlo misericordiosamente tra le sue braccia e ricondurlo a casa.
Psicologia Di Vita
Yitrò era sorpreso dal modo in cui suo genero, Moshè, giudicava le persone. Come poteva Moshè pensare di giudicare da solo l’intera nazione? Sembrava un modo molto inefficiente! Così Yitrò suggerì di creare un formale sistema giudiziario che avrebbe lasciato Moshè libero di trattare solo i casi davvero rilevanti. Da questo suggerimento nasce il famoso concetto di gestione aziendale “PIRAMIDALE”: alla base ci sono più pietre (persone) e man mano che si sale sempre di meno fino alla cima dove c’è solo una pietra. E in cima c’è Moshè che gestisce i problemi più complicati che ci sono.
Il piano di Yitrò era di creare una gerarchia di giudici. Alcuni giudici avrebbero avuto giurisdizione su dieci persone, altri su cinquanta, cento e mille.
Moshè non discusse con il suocero, accettò il suo suggerimento e cambiò il sistema giudiziario. Almeno in apparenza…!
Ma tutto questo sembra piuttosto semplicistico. Certamente Yitrò non stava suggerendo nulla di nuovo! Ogni nazione ha un sistema giudiziario. Com’è possibile che Moshè, il più grande leader che la storia abbia mai conosciuto, il profeta di tutti i profeti, non ci fosse arrivato da solo?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo comprendere quali erano i veri motivi che hanno spinto Moshè a dare attuazione al suggerimento di Yitrò.
Yitrò vedeva la procedura giudiziaria esclusivamente finalizzata alla risoluzione delle controversie di natura patrimoniale ed economica. Egli pensava che solo le dispute su terra e ricchezza fossero ciò che conducevano le persone nei tribunali. Yitrò pensava di “nutrire il gregge” con procedure formali e materialità. Quindi Yitrò suggerì a Moshè di allestire diversi livelli di giudici: “Tutti i casi minori essi giudicheranno e i maggiori li porteranno dinanzi a te”.
In altre parole, i casi monetari minori, le piccole rivendicazioni, dovevano essere gestite da altri giudici. Dal suo punto di vista, Moshè non doveva essere disturbato da rivendicazioni gestibili anche da giudici minori, poiché doveva gestire solo le GRANDI questioni monetarie, ovvero di grande QUANTITÀ (Es. 18, 22).
In questo ragionamento ci sono due errate concezioni:
Il sistema giudiziario visto solamente come strumento per risolvere problemi materiali e NON come uno strumento di EDUCAZIONE e crescita.
Il parametro di misura è la QUANTITÀ (grande o piccolo) e non la qualità.
Così quando Yitrò chiese a Moshè cosa stesse facendo, Moshè rispose che egli giudicava tra un uomo e il suo vicino e che in questo modo insegnava la legge di Ha-Shém. E conclude il verso che Moshè fece ESATTAMENTE quello che gli aveva insegnato suo suocero (Es. 18, 24).
Quindi formalmente Moshè accettò il suggerimento di Yitrò, poiché si rendeva conto che un solo uomo non poteva adempiere ad un simile incarico. Ma come mise in pratica i suggerimenti di Yitrò, pur mantenendo i suoi ideali?
Moshè apportò un cambiamento, apparentemente lieve, ma che faceva tutta la differenza del mondo! Moshè sapeva cosa un vero pastore doveva dare da “bere al gregge”. Soddisfare la sete che l’anima ha dei veri significati della vita, della parte più profonda e spirituale della Torà (simboleggiata dall’acqua) che permette all’anima di accendersi. Quindi Moshè utilizzò la procedura giudiziaria come uno strumento educativo, nel quale le persone potevano imparare la Torà e in tal modo comprendere l’origine dei loro problemi.
I “casi complessi”, per Moshè avevano un significato del tutto diverso da quello che avevano per Yitrò. Per il primo i casi più difficili erano quelli che richiedevano migliore conoscenza e familiarità con la Torà. Questi dovevano essere portati a Moshè, per la sentenza finale, poiché erano poche le persone che conoscevano tutte le leggi della Torà come lui.
E poi il parametro di misura per Moshè era la QUALITÀ, basata sulla complessità della causa e quindi sulle ripercussioni sociali, halakhike o psicologiche di una decisione (Es. 18, 26): ad esempio una banale disputa tra famiglie rischia di dividere tutta la comunità in due gruppi; oppure una decisione sbagliata sull’osservanza di un precetto può avere ripercussioni negative per generazioni.
Non a caso egli fu chiamato Moshè il profeta e “legislatore”!
Così Moshè usava il processo giudiziario come uno strumento d’insegnamento delle leggi della Torà scritta e orale, rivelata e nascosta. Tutti argomenti di grande difficoltà che presumevano anche immensa sapienza e conoscenza che non tutti i giudici potevano avere.
Tutto questo con grande saggezza e diplomazia, senza ferire i sentimenti del suocero, ma anzi facendogli credere che stava attuando alla lettera i suoi insegnamenti.
Impariamo la psicologia della vita da Moshè: parlare poco e fare tanto mettendo da parte il proprio ego senza troppi commenti!!!
Scelta Migliore!
Un famoso detto ebraico che dovremmo ripetere tutto il giorno:
TIYHE KHAKHAM, VEAL TIHYE ZODEK!
AGIRE CON SAGGEZZA È MEGLIO, CHE AGIRE NEL GIUSTO!
Essere nel giusto non sempre ci fa essere nel giusto assoluto. Può darsi che la nostra concezione del giusto sia appunto nostra e in quanto tale relativa, ma noi la trasformiamo “magicamente” nel  “GIUSTO PER ECCELLENZA”.
Ma anche se si è SICURAMENTE nel giusto non è detto che agire nel giusto ci dia il migliore risultato nella vita. È giusto pensare di non fermarsi a un incrocio dove si ha la precedenza e poi essere tamponati, perché chi doveva fermarsi, non l’ha fatto! Non aiuta sempre avere la ragione, essere nel giusto, specialmente se ci si trova in motocicletta o in una piccola vettura…!
Al massimo a questo “giusto” gli faranno in paradiso una bella corona con su scritto: MORTO CON LA RAGIONE DALLA SUA PARTE.
Perciò ricordiamoci da Moshè di cercare sempre il comportamento più saggio e non quello più giusto. Può sembrare giusto risolvere i problemi materiali considerati spesso i più urgenti, mentre si tralasciano le questioni spirituali che in fondo non danno da mangiare…
Non cerchiamo di difendere sempre la nostra tesi. A volte abbassare l’orgoglio e dire “si hai ragione te…” può farci solo bene.
Nuovo Mondo
Presto arriveremo a un mondo dove ci sarà più invidia e orgoglio, gli uomini si ameranno e rispetteranno senza limiti. Non dovremo più faticare per cercare la pace famigliare e nel mondo.
Facciamo gli ultimi sforzi e dimostriamo che il mondo è già rettificato e pronto alla redenzione, impegniamoci a seguire l’esempio di Moshè con amore e rispetto per lo suocero, anche se straniero, così potremo avere la rivelazione della pace eterna con Mashiakh. Presto nei nostri giorni, amen.

La Parashà di Yitrò tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il suocero di Moshè, Yitrò, viene a conoscenza dei grandiosi eventi che hanno accompagnato l’Esodo del popolo ebraico. Con la figlia Tzipporà e i due figli di questa, Yitrò decide di raggiungere il genero e di rallegrarsi con lui per i miracoli e i prodigi divini di cui gli ebrei sono stati protagonisti.
Riconosciuta la potenza e la grandezza di HaShèm, Yitrò Lo accetta come unico D-o. Di conseguenza si converte facendo la circoncisione e l’immersione in un bagno rituale. Insieme a Moshè, Aharòn e altri illustri esponenti del popolo, Yitrò offre sacrifici a HaShèm, per completare la conversione e per festeggiare la redenzione sua e di Israèl.
Vedendo il genero, giudice supremo, sopraffatto dall’onere del compito di trattare le cause di un intero popolo, Yitrò gli suggerisce di nominare dei magistrati minori, preposti su migliaia, centinaia e decine. I magistrati dovranno presentare caratteristiche morali esemplari. Moshè acconsente e mette in pratica il consiglio con grande umiltà. Yitrò si congeda dal genero e dal popolo e ritorna nella sua terra per convertire i suoi familiari.
Il popolo ebraico, giunto presso il Monte Sinày, si appresta a ricevere la Torà. HaShèm comunica a Moshè le modalità dell’evento e indica al popolo come deve prepararsi al momento del Dono della Torà.
L’evento tanto atteso ha luogo presso il monte accompagnato da tuoni e lampi che suscitano il timore reverenziale del popolo. Il Sinày è arroventato ed emana il fumo in virtù della Presenza Divina.
HaShèm proclama i Dieci Comandamenti che sintetizzano tutti i 613 precetti della Torà.
La parashà si conclude con l’emanazione di ulteriori leggi, fra le quali il precetto di costruire un altare di bronzo senza gradini per rispetto al pudore, e realizzandolo senza utilizzare attrezzi in metallo.

 

MIDRASHIM

I Dieci Comandamenti
(a pagina 676 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Fra giusti e pentiti.
(a pagina 735 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La preparazione al Dono della Torà.
(a pagina 741 del volume Shemòt edizioni Mamash).

YITRO 5771 – HITLER E AHMADINEJAD
L’errore di separare il primo comandamento di destra dal primo di sinistra delle due tavole della Torà: le sue conseguenze ha prodotto due grandi malvagi della storia.Riconoscere la non centralità dell’uomo, significa riconoscere che D-o esiste, che ha creato la vita e non abbiamo diritto di toglierla!

YITRO 5770 – RECINTO DI ROSE
Perché un recinto morbido è più efficace di un recinto di ferro? La Torà non è un codice di regole imposte sul corpo, bensì rappresenta il manuale del creatore del corpo ed è l’unico mezzo per estrapolare al meglio le potenzialità dell’uomo.

YITRO 5769 – IL NIPOTE DI MOSHE IDOLATRA?
Ebraismo contro Idolatria! Il giusto punto di vista in questo delicato argomento.
Quale deve essere il giusto e corretto approccio per un ebreo nell’ accostarsi alla spiritualità ed i pericoli insiti nell’utilizzare un approccio simile a quello di Yitrò.

YITRO 5768 – DIECI COMANDAMENTI, 2 CATEGORIE
Perché i primi due comandamenti sono stati detti da Hashem direttamente al popolo non tramite Moshè?
La Torà per tutta l’umanità: 10 comandamenti per am Israel, 7 precetti per l’umanità. L’unicità del legame con Hashem che non passa attraverso un uomo, ma avviene con una pubblica manifestazione!

YITRO 5766 – GRANDE MERITO DI UN CONVERTITO!
Chi era Yitrò? Dalla frase di Yitrò, in cui riconosce la grandezza di Hashem, consegue un’elevazione del mondo a livello tale, da meritarsi la diffusione del monoteismo. Il valore di una conversione sincera!

Pubblicato in Parashot, Yitro | Commenti disabilitati su YITRO 5779: CINQUE LEZIONI

BESHALLAKH, YUD e TV BSHVAT 5779: 6 LEZIONI PRECEDENTI

Questo Shabbàt 19 Gennaio 2019, 13 del mese di Shevàt 5779 leggeremo la Parashà di Beshallakh Es 13, 17 – 17, 16.

Si legge l’Haftarà di:

Italiani: Giud. Shofetìm 4,4-5, 3
Milano/Ashkenaziti: Giud.Shofetìm 4, 4 – 5, 31
Sefarditi: Giud. Shofetìm 5, 1-31

verso la fine della parasha di Beshalak vediamo il valore di celebrare il compleanno. Il Talmùd Yerushalmi (Rosh Hashanà 3, 8,) citando Rabbi Yehoshù’a, ci insegna come Amalèk aveva arruolato per quella battaglia i soldati che celebravano il compleanno in quel giorno, contando sul potere degli astri, perché il giorno del compleanno è un giorno molto fortunato e benedetto e Amalèk ha giocato su questo fatto mettendo in prima fila questi soldati SUPER PROTETTI. Perciò Amalèk fa una guerra “non convenzionale” solo perché non può sopportare che esista al mondo un popolo che il suo unico ruolo è INSEGNARE IL MONOTEISMO AL MONDO. Un popolo che nega il valore della materia e del corpo e li considera solo dei tramiti per rivelare lo spirito. Questo è opposto ai valori di Amalèk.
L’esistenza di Israèl “il popolo del libro” e “dell’intelletto”, è un esempio importante nel mondo e per questo cerca di attaccarli e annientarli, anche se non aveva nessuna ragione per farlo, perché non c’erano conflitti territoriali visto che Amalèk risiede molto lontano dalla terra promessa.
Per fare fronte a questo “colpo basso”, Moshè deve sconvolgere gli influssi astrali e cambiare il mazal per eliminare la protezione dei soldati che compivano gli anni.
Da questo insegnamento talmudico il Rebbe di Lubavitch fonda la sua spiegazione sull’importanza del compleanno ebraico, ovvero la data ebraica di nascita, diversa da quella del calendario solare. Il Rebbe ci insegna che questo giorno di grande fortuna e benedizione, deve essere dedicato a nuove decisioni in campo spirituale e alla meditazione, nonché all’azione pratica.
Un famoso detto a proposito:
“Nel giorno del compleanno ci si deve isolare, far riaffiorare i ricordi, riflettere sul passato e correggere le azioni che richiedono teshuvà e rettificazione” (Rebbe di Lubavitch, Hayòm Yom dell’11 nissàn).

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

GUERRA STELLARE
(continua da sopra)
Esodo cap. 17: Yehoshù’a fece come gli aveva detto Moshè, combattendo contro ‘Amalèk, [mentre] Moshè, Aharòn e Khur salirono in cima alla collina. 11. Quando Moshè aveva il braccio alzato Israèl prevaleva, mentre quando lo abbassava prevaleva ‘Amalèk. 12. Ma le braccia di Moshè erano pesanti; [Aharòn e Khur] presero una pietra e glie[la] misero sotto; vi si sedette, mentre Aharòn e Khur gli sostenevano le braccia, uno da una parte e l’altro dall’altra, e le sue braccia resistettero fino al tramonto del sole. 13. Yehoshù’a indebolì ‘Amalèk e il suo popolo a fil di spada.
Khur era figlio di Miryàm (Rashì), era un importante capo (24, 14) della tribù di Yehudà (31, 2). La sua genealogia era: Yehudà, Pèretz, Khetzròn, Calèv, Khur (Bereshìt 46, 12). Era nonno di Betzalèl, colui che avrebbe diretto i lavori di costruzione del Mishkàn (31, 2) e fratello più giovane di Ram, padre di ‘Aminadàv, padre di Nakhshòn, capo della tribù di Yehudà all’epoca dell’inaugurazione del Mishkàn e del censimento nel deserto (Bemidbàr 1, 7 e 7, 12).
I quattro capi che condussero la guerra di ‘Amalèk rappresentano i quattro diversi elementi che devono comporre la perfetta guida per sconfiggere l’acerrimo nemico e così ogni avversario simile a Amalèk:
Moshè – la profezia; Aharòn – il culto divino; Khur: la saggezza e l’arte (e, secondo il Midràsh Pessiktà Rabbà parshàt Zakhòr – il regno e la legge); Yehoshù’a – la prodezza.
«Furono forse le braccia di Moshè a vincere o a perdere la battaglia? La Torà ci insegna: fintanto che gli ebrei guardavano in direzione del cielo (verso le mani di Moshè alzate) e così sottomettevano il loro cuore al Padre che è in cielo, essi avevano la meglio. Ma quando non lo facevano, crollavano» (Mishnà Rosh Hashanà 3, 8).
Rashbàm spiega che assieme al braccio Moshè teneva alzato anche il bastone. Infatti, nell’antichità quando i soldati vedevano la bandiera issata capivano che stavano avendo la meglio, mentre se veniva abbassata era segno di sconfitta e quindi fuggivano.
Alzando le braccia di Moshè appesantite dalla stanchezza, Aharòn e Khur stavano in piedi, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, e gliele sostenevano. Moshè preferì sedersi su una pietra piuttosto che su un cuscino perché non voleva riposare mentre il suo popolo era in pena (Rashì).
Gli amaleciti avevano calcolato l’ora della vittoria in base all’astrologia. Moshè però sconvolse il corso degli astri e quindi anche delle ore (Rashì da Midràsh Tankhumà 28). Inoltre ‘Amalèk aveva arruolato per quella battaglia dei “soldati” speciali che erano degli spiriti o degli angeli, ovvero qualsiasi arma non convenzionale pur di sterminare Israèl. Ma sconvolgendo il ciclo, da Moshè, anche questi spiriti non diedero il risultato atteso.
Una guerra molto ben preparata da Amalèk per due secoli. Armi che non possono fallire e strategia sicura, ma alla fine vince il piano di Hashèm di fare il patto con i discendenti di Avrahàm e dare la Torà a Israèl per insegnare al mondo che esiste un solo Dio e anche la natura non è altro che un guanto che nasconde la mano di Hashèm che sta dietro a essa.
Yehoshù’a indebolì ‘Amalèk uccidendo i suoi soldati più forti. Sicuramente fu per ordine divino che risparmiò gli altri, poiché di certo non gli mancava la forza di ucciderli, avendo già sconfitto i più potenti (Rashì; Gur Aryé). Inoltre, solo Hashèm poteva indicargli chi era forte e chi era debole (Sèfer Zikaròn).
Poiché ‘Amalèk rappresentava l’essenza del male e non era ancora giunto il momento di eliminarlo dal mondo, Hashèm non permise a Yehoshù’a di farlo.
—– —– —–
Il Rebbe di Lubavitch promosse l’adozione di alcuni usi importanti allo scopo di sfruttare opportunamente questo importante giorno:
• Aliyà al Sèfer Torà: gli uomini salgano al sèfer lo Shabbàt che precede il compleanno e nel giorno del compleanno stesso, se vi si legge la Torà;
• Si dia più tzedakà del solito prima delle preghiere di Shakhrìt e di Minkhà. Se il compleanno capita di Shabbàt o in un giorno festivo, si dia la tzedakà prima del loro inizio e, se è possibile, anche alla loro conclusione;
• Tefillà: si preghi con maggior concentrazione e prima della tefillà si dedichi del tempo alla meditazione, riflettendo sul Creatore; si cerchi di recitare più capitoli di Tehillìm del solito e, se è possibile, almeno uno dei cinque libri che compongo il libro dei Salmi;
• Tehillìm: si studi il capitolo di Tehillìm corrispondente alla nuova età (ad esempio, se si compiono vent’anni si legga il capitolo 21…);
• Torà: si studi più Torà, sia nell’ambito di quella Torà rivelata che in quello della khassidùt;
• Amore per il Prossimo: ci si dedichi maggiormente alla manifestazione dell’amore per il prossimo, in particolare diffondendo degli insegnamenti della Torà;
• Esame di Coscienza: si rifletta sulle azioni dell’anno passato, nell’intento di analizzarle, correggerle e migliorarle qualora sia necessario.
• Un Nuovo Impegno: nel Rosh Hashanà personale, ci si impegni nell’osservanza di una mitzvà trascurata in passato o ad osservarla in modo migliore, oppure un’aggiunta nello studio della Torà;
• Un “Incontro Khassidico”: organizzare una “festa” khassidica fra amici e parenti, in gioia e allegria, ringraziando Hashèm. (Se è possibile, si reciti la benedizione di Shehekheyànu su un frutto o un vestito nuovo).
Ricordiamoci che il Rebbe ci insegna l’importanza del compleanno ebraico, giornata che deve essere dedicata a nuove decisioni in campo spirituale e alla meditazione. Come Moshè anche noi dobbiamo cercare di sconvolgere il mazal negativo del nostro acerrimo nemico, Amalèk. Questo si annida dentro e fuori di noi, conta sulla presunta supremazia degli astri, di un destino preordinato, della pratiche superstiziose, dei falsi dei e idoli. Soprattutto il nostro “Amalèk” interiore ed esteriore trae forza e vigore dalle nostre debolezze un ostacolo nel nostro rapporto quotidiano con la Torà, mitzvòt.
Questo stato di cose ci rende difficile collegarci e riconoscere Hashèm in ogni cosa e aspetto delle nostre vita. E ci impedisce di comprendere che è Lui il vero boss, Lui che comanda e determina tutto ciò che esiste. Migliorando noi stessi e il nostro rapporto con Hashèm possiamo migliorare il mondo che ci circonda e per far arrivare Mashiakh presto nei nostri giorni.

La Parashà di Beshallakh è composta da 116 versetti.

La Parashà di Beshallakh contiene 1 divieto.

La Parashà di Beshallakh tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il popolo ebraico si trasferisce da Sukkòt, la sua prima tappa, a Etàm, presso il Mare dei Giunghi (Mar Rosso). Nei suoi spostamenti il popolo viene accompagnato e guidato da una nube e da una colonna di fuoco. Par’ò, nel frattempo, si pente di aver liberato il popolo e si lancia al suo inseguimento. Colti dal panico, gli ebrei invocano Dio, che ingiunge loro di procedere. La colonna di nube e l’angelo di Dio si pongono fra egizi e ebrei, proteggendo questi ultimi.
Gli ebrei procedono verso il mare, che si apre e permette loro di attraversare il fondale all’asciutto. Il popolo ebraico si mette in salvo, mentre gli egizi vengono sommersi dalle acque tornate al loro stato originale.
Gli ebrei intonano la Cantica del Mare esprimendo la propria gratitudine ad Hashèm; le donne, guidate dalla sorella di Moshè, intonano a Cantica di Miryàm.
Gli ebrei, che procedono nel deserto di Shur si trovano senz’acqua. L’unica sorgente produce acqua amara e il popolo se ne lamenta. Hashèm comanda a Moshè di gettare un tronco di legno nell’acqua che diviene subito dolce. Vengono impartiti al popolo ebraico alcuni precetti. Il popolo si sposta, raggiungendo la località di Elìm, dove trova dodici sorgenti e settanta palme.
Il popolo ebraico si lamenta, esprimendo la propria nostalgia per il cibo di cui disponeva in Egitto. Hashèm promette al popolo le quaglie e la manna, accompagnando le Sue parole con alcune precise indicazioni concernenti il consumo e la conservazione del cibo, in particolare per lo Shabbat. Tali precetti vengono in parte, profanati da alcune persone empie. Seguono alcuni precetti dello Shabbat.
Il popolo ebraico si ritrova nuovamente senz’acqua e se ne lamenta. Hashèm ordina a Moshè di colpire la roccia con il suo bastone per far scaturire l’acqua. Moshè obbedisce e l’acqua sgorga abbondante.
Il popolo di Amalèk, acerrimo nemico di Israèl, attacca gli ebrei subendo, grazie all’intervento divino, una pesante sconfitta. Hashèm promette la cancellazione totale di questo popolo.

 

MIDRASHIM

Gli angeli in lotta per Israèl
(a pagina 672 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La Cantica del Mare
(a pagina 674 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Apertura a condizione.
(a pagina 726 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il mio Dio.
(a pagina 730 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Prospettiva positiva.
(a pagina 732 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Catene diverse.
(a pagina 734 del volume Shemòt edizioni Mamash).

BESHALLAKH 5771 – LE DUE FACCE DELLA TUA SPOSA!
Il significato e il valore del matrimonio: come apprezzare il proprio/la propria coniuge.
Vengono esplorate le parti esteriori ed interiori di una persona, analizzando qual è la più importante, insegnandoci a rivelare il potenziale nascosto, come fece Yossèf!

BESHALLAKH 5770 – I QUATTRO GRUPPI DEL MARE!
Errare pensando di fare il giusto? Anche le migliori idee fatte però in contrasto con il piano divino per quel momento, sono sbagliate! Quando si hanno dei problemi nella vita, non bisogna spaventarsi e farsi condizionare dalle apparenze, ma andare avanti con sicurezza!

YUD SHVAT 5770 – IL MONDO È FALSO O VERO?
Perché Hashem non ha creato il mondo come voleva che fosse ovvero con il male?
La diffusione della Shekinà nel mondo e l’essenza eterna del corpo.

BESHALLAKH 5769 – BUTTATI CHE IL MARE SI APRE
L’eutanasia, secondo il punto di vista ebraico.Quando ci sono delle direttive ben precise l’uomo deve seguire la strada indicata da HaShem, senza discutere o tergiversare, soprattutto senza cercare di formulare opinioni personali; gli ordini di HaShem non sono un argomento di discussione o speculativi. Diversi responsi sul difficile tema dell’eutenasia, secondo la Torà.

YUD SHVAT 5768 – ATTRIBUTO PER VINCERE!
Yud Shva, il 10 di Shevat, corrisponde ad un giorno molto importante per l’ebraismo e per il mondo!! Il sesto Rebbe in tal data venne a mancare e il nuovo Rebbe, esattamente un anno dopo, prese la guida del movimento Chabad!

BESHALLAKH 5766 – PROVA DI FEDE!
Come uscire dai nostri confini! Nella vita non basta fare cose giuste. Occorre fare ciò che è necessario in quel determinato momento, senza sprecare risorse e tempo, seguendo il piano divino per noi

Pubblicato in Beshalakh, Parashot, Yud Shvat | 1 commento

BO 5779: 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 12 Gennaio 2019, 6 del mese di Shevàt 5779 leggeremo la Parashà di Bo Es. 10, 1-13, 16

Si legge l’Haftarà di
Italiani: Isaia 18, 7-19, 25
Milano/Torino/Sefarditi/Ashkenaziti: Yirmiyà Geremia 46, 13-28
(a pagina 214 del volume Shemòt edizioni Mamash).

il decimo capitolo dell’Esodo, nella parashà di questa settimana (Bo) è scritto: “Dio disse a Mosè: Vieni dal Faraone, poiché IO ho indurito il suo cuore e il cuore dei suoi servi, per operare questi Miei segni fra loro…”
Su questa frase vengono in mente, almeno.., due domande ovvie:
1) Perché Dio dice a Mosè “Vieni dal Faraone”? Non sarebbe stato più appropriato dire “Vai dal faraone”?
2) La frase “Vieni dal Faraone, poiché IO ho indurito il suo cuore” è anch’essa difficile da comprendere. Qual sarebbe la sequenza logica? In che modo il fatto che “IO ho indurito il suo cuore” costituisce la ragione per “venire dal faraone”? La Torà avrebbe dovuto dichiarare: “Vieni dal faraone e avvisalo”, del pericolo delle piaghe, ad esempio… Il fatto che Dio abbia indurito il cuore del faraone non è la ragione per “venire dal faraone”.
La Torà, a quanto pare, avrebbe dovuto strutturare questa frase come aveva fatto in Esodo (7, 2-4), dove Dio dice a Mosè: “Dirai tutto ciò che ti comanderò e Aharòn parlerà con il Faraone. Quanto a Me, indurirò il cuore del faraone e [così] moltiplicherò i Miei segni…”.
Nota: per primo Dio (7, 2) dice a Mosè e Aharòn di parlare con il Faraone e di istruirlo a liberare gli ebrei; per secondo (7, 3), Dio aggiunge che indurirà il cuore del faraone.
Mentre all’inizio della parashà di Bo il messaggio è molto diverso e controverso: “Vieni dal faraone poiché Io ho indurito il suo cuore”. Qual è il significato di questo?

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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nuova lezione video parashà BO imperdibile
AZZIME: CIBO DELLA LIBERTA’
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
BO
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/01/29/bo-5769-tefillin-segno-didentita/
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
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TEFILLIN: SEGNO D’IDENTITA’

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

CHABAD VS. NIETZSCHE
(continua da sopra)
Lo Zohar, il testo fondamentale della Cabalà (parte II, 34°), da una risposta scioccante alla domanda: poiché, Mosè, era terrorizzato all’idea di andare dal faraone. Addirittura, Dio dovette promettergli che sarebbe stato Lui stesso ad accompagnarlo in questo viaggio. Mosè era troppo spaventato per andare da solo: “vieni con me dal faraone” significa: verrò [solo] con Te [Hashèm] dal faraone.
Questo richiede un chiarimento. Mosè è stato dal Faraone molte volte prima, perché adesso è improvvisamente preso dalla paura?
La risposta (allusa nello Zohar) è che nelle precedenti occasioni, Mosè incontrò il faraone in altri luoghi, come nelle sue escursioni mattutine nel Nilo. Questa volta, però, Mosè fu convocato per entrare nella camera più recondita del faraone, nel CUORE del SUO POTERE.
Per citare le parole mistiche dello Zohar: “Dio ha convocato Mosè in una camera all’interno di una camera, del serpente unico e potente. Ma Mosè aveva paura. Fino a questo punto, Mosè si era solo avvicinato ai fiumi che circondavano il serpente (faraone), e aveva paura di avvicinarsi al serpente stesso, perché Mosè vide le sue radici quanto fossero alte!
La metafora del “serpente” zoharico si basa su una descrizione del profeta Ezechiele (29, 3), Il quale definì il faraone come “il grande serpente che si siede in mezzo ai suoi ruscelli, che dice: ‘Il mio fiume è mio, e io ho creato me stesso’”. Il fatto di dover entrare nel centro del potere di questo “grande serpente” – una metafora dell’uomo con un mega-ego che crede fermamente che “Io ho creato me stesso” – terrorizzava perfino Mosè. COME SI PUÒ AFFRONTARE una PERSONA che si CONSIDERA un DIO, l’autorità esclusiva della propria vita, l’arbitro del bene e del male?
Per questo, con la frase, “Vieni dal Faraone, poiché Io ho indurito il suo cuore”; Dio, in realtà, vuole spiegare a Moshè due concetti fondamentali: il primo è che “non stai andando da solo, ma VIENI CON ME”; il secondo è che “la ragione vera per cui vieni veramente con Me è perché IO ho INDURITO il suo cuore”; o meglio dire: “la durezza del suo cuore è solo un riflesso di Me”.
La Comprensione Di Nietzsche Dell’ebraismo
Tuttavia, per capire il messaggio di questa parashà, dobbiamo analizzare la posizione dell’ego all’interno della tradizione ebraica.
La “saggezza convenzionale” dice che la religione ebraica e i suoi derivati, hanno dichiarato guerra all’auto-esaltazione e all’adorazione del sé. La religione è venuta per domare l’ego e per coltivare una vita di sacrificio e arrendevolezza. L’occupazione del proprio sé, dei suoi bisogni e desideri è egoista, brutale e priva l’uomo del “bene supremo”, la relazione con Dio!
Fra tutti i filosofi, Friedrich Nietzsche (1844-1900), che scriveva in Germania nella seconda metà del diciannovesimo secolo, catturò questo sentimento con brutale acutezza. Nietzsche si oppose tenacemente al pensiero ebraico, perché Israèl aveva dato alla luce il cristianesimo, che per lui rappresentava l’inversione di tutti gli istinti naturali.
Secondo lui l’ebraismo descrive Dio come un giusto, una sorta di “NON POTERE”. Un Dio compassionale, non spietato; Dio umile, senza disprezzo aristocratico. In sintesi, il Dio degli ebrei, a Nietzsche rappresentava tutte le cose che disprezzava: “la pietà, la gentilezza e l’aiuto, il cuore caldo, la pazienza, l’umiltà, la cordialità: PORGI L’ALTRA GUANCIA”. Al contrario, per il filosofo tedesco, la “vera etica” era l’esatto opposto: la “VOLONTÀ DI POTENZA”!
In un suo scritto “La Genealogia della morale”, il filosofo tedesco afferma: “Qualsiasi cosa sia stata fatta per danneggiare i potenti e i grandi della terra, sembra banale in confronto a quello che hanno fatto gli ebrei: quel popolo sacerdotale che riuscì a vendicarsi dei loro nemici e oppressori, invertendo radicalmente tutti i loro valori, cioè con un atto di vendetta più spirituale.
“È stato l’ebreo che, con spaventosa coerenza, ha osato invertire il valore aristocratico buono / nobile / potente / bello / felice / favorito-degli-dei, e stabilire, con un odio furioso degli impotenti che: solo i poveri e i deboli, sono buoni; solo i sofferenti e i malati e i brutti sono veramente benedetti. Mentre voi nobili e potenti della terra sarete, per l’eternità, il male, il crudele, l’avaro, l’ateo, e quindi il maledetto e il dannato”.
“Furono gli ebrei a dare il via alla rivolta degli schiavi nei costumi; una rivolta di schiavi con due millenni di storia alle spalle, che abbiamo perso di vista oggi, semplicemente perché (questa filosofia ebraica) ha trionfato così completamente”.
Nell’altro suo libro “L’Anticristo”, Nietzsche scatenò la sua furia “tsunami”, contro il Dio che gli ebrei diedero al mondo e le “virtù schiave” che inventarono:
“Il dio come protettore degli ammalati, il dio come un tessitore di ragnatele, il dio come uno spirito – è uno dei concetti più corrotti che siano mai stati creati nel mondo… dio è degenerato nella contraddizione della vita. Lui rappresenta la guerra sulla vita, sulla natura, sulla volontà di vivere! In lui il nulla è divinizzato e la volontà del nulla è resa santa.
“Gli ebrei sono le persone più straordinarie nella storia del mondo, perché quando si sono confrontati con la domanda, essere o non essere, hanno scelto, con una riflessione perfettamente ultraterrena, di essere ad ogni costo: questo prezzo ha comportato una radicale falsificazione di tutta la natura, di tutta la realtà, di tutto il mondo interiore, così come di quello esterno. Si sono messi contro tutte quelle condizioni in base alle quali, fino a quel momento, un popolo era stato in grado di vivere…
“Psicologicamente, gli ebrei sono un popolo dotato della più forte vitalità … Gli ebrei sono l’esatto opposto dei decadenti: sono semplicemente stati costretti ad apparire in quella veste, e con un grado di abilità che si avvicina al non plus ultra dell’istrionico genio, sono riusciti a mettersi alla testa di tutti i movimenti decadenti e così renderli qualcosa di più forte di qualsiasi partito che dicesse sinceramente Sì alla vita … La storia di Israele è inestimabile, una storia tipica di un tentativo di de-naturalizzare tutti i valori naturali”.
La Contraddizione
Nietzsche era consapevole della contraddizione insita nella sua analisi degli ebrei. Da una parte “gli ebrei sono le persone più straordinarie nella storia del mondo”, professano un vigore straordinario, abilità e genialità, “la più forte vitalità”. Eppure hanno scelto di usare la loro forza e abilità per abbracciare le virtù schiave della debolezza e sconfitta, piuttosto che le virtù principali del potere e del dominio. Per il loro potere e brillantezza, credeva Nietzsche, gli ebrei hanno usato che questi attributi distruttivi definiscano cos’è la civiltà.
Ma come è successo? Perché un tale popolo, potenzialmente di successo, capace di influenzare il mondo con la sua “volontà di potenza”, abbraccia il sentiero della mediocrità e dell’estinzione? Perché una nazione con un IO sano, ricorre a un sistema morale che nega, piuttosto che afferma, la vita? Perché un popolo capace di vivere al potere abbraccia un Dio invisibile che crede negli impotenti e che nega le leggi naturali della vita? Perché Israele non è diventata l’impero Romano, e ha scelto una morale di sottomissione piuttosto che di supremazia?
Certo, Nietzsche era miope. Definisce il bene come ciò che potenzia il sentimento della vita. Se “vedere soffrire gli altri crea del bene, allora la violenza e la crudeltà possono ottenere il brevetto di moralità”. Eppure, come hanno sottolineato alcuni studiosi, gli attacchi alla virtù sono molto attraenti, quando la virtù rimane ben stabilita, proprio come l’omaggio al potere, alla violenza e alla crudeltà; tutte “qualità” che possono sembrare divertenti o attraenti, solo fin quando non né soffriamo noi stessi.
Nel 1887, questa “glorificazione della violenza”, la passione della vittoria e della crudeltà, potevano apparire intriganti e stimolanti; negli anni ‘30 del secolo successivo, quando i nazisti si appropriarono della retorica di Nietzsche, per giustificare le loro azioni omicide, era diventato impossibile leggere alcuni dei suoi brani, senza provare disgusto e indignazione.
Non a caso, settant’anni dopo che Nietzsche scrisse della “Morte di Dio”, riferendosi alla fine della visione morale giudaica sul mondo, la sua stessa nazione, la Germania, iniziò a sterminare il popolo di Dio.
Come Rispondere a Nietzsche
Nietzsche non si stancò mai di sottolineare che le esigenze della moralità tradizionale sono contrapposte alla vita. La risposta ebraica a questa affermazione fu: SI! Proprio questo è il motivo per cui la moralità è così preziosa: perché riconosce che la fedeltà dell’uomo non è solo alla vita, ma soprattutto a ciò che NOBILITA LA VITA. Pertanto occorre riconoscere come l’istinto e il desiderio soggettivo non sono valori assoluti.
La mancanza di cuore di Nietzsche ricorda il “cuore testardo” del Faraone, nell’apertura della porzione di questa settimana: BO. Entrambi credevano che abbracciare la compassione e la sensibilità fosse sinonimo di debolezza. Entrambi credevano che lo scopo della vita fosse quello di diventare come un “barbaro”.
Per Israèl, al contrario, la creazione è stata fatta da un DIO MORALE, che ha CONCEPITO il MONDO Con AMORE. Poiché Dio esiste, allora prevale la legge morale che inevitabilmente pone dei limiti al potere.
Come è stato sottolineato in precedenza, anche la convinzione di Nietzsche che la moralità dovrebbe essere definita dalla natura, era profondamente discutibile. Poteva contemplare una situazione in cui le forze della natura potevano essere frenate, ma solo quando l’arbitrio umano lo desiderava o lo voleva?
Tuttavia rimane una domanda importante: che cosa fece il popolo ebraico con la “volontà di potenza” che secondo Nietzsche dirige la psiche dell’uomo? L’hanno ignorata, repressa o trascesa? Qual è stato il meccanismo emotivo e mentale che hanno impiegato per trasformarsi da “padroni” in “schiavi”?
Preparazione Del Palco Per Il Cambiamento
Il Talmud e la Cabalà, insegnano che ogni male storico è preceduto da una forza in grado di sconfiggerlo (Talmud Meghilà 13b). Prima che una malattia colpisca il pianeta Hashèm previene la sua cura, ovvero il “palcoscenico” è già stato impostato per la sua futura trasformazione.
La stessa logica si può applicare per quanto riguarda la potente accusa di Nietzsche contro gli ebrei: infatti, circa trentadue anni prima della nascita di Nietzsche, nel 1812, uno dei più grandi studiosi ebrei e giganti spirituali del suo tempo, scrisse un discorso mistico che avrebbe trasformato il panorama del pensiero ebraico e la sua prospettiva sulla relazione tra la volontà umana ed il potere. Questo discorso sosteneva che nella sua interpretazione più profonda, il giudaismo accettava e non respingeva il concetto dell’Ubermensch, il “super uomo Nietzschiano”. Eppure mentre l’Ubermensch di Nietzsche rappresentava l’ideale di un essere abbastanza forte da creare i propri valori, abbastanza forte da vivere senza la consolazione della moralità tradizionale; l’Ubermensch ebraico, nella sua sfrenata voglia di potere e autoaffermazione, paradossalmente arrivò ad abbracciare il Dio della moralità, giustizia e compassione.
Per arrivare a questo il pensiero ebraico non deve schiacciare o negare il senso di individualità e vitalità per trovare Dio; al contrario, il vibrante ego “bruto ed egoista” li porta a Dio altrettanto – e forse anche di più – del richiamo alla trascendenza che viene dell’anima.
Le circostanze che hanno portato alla stesura di questo discorso sono state straordinarie. Era il dicembre del 1812, e l’autore stava scappando dall’esercito francese che stava avanzando rapidamente attraverso la Russia. Tragicamente, il freddo inverno russo reclamò la vita di questo santo uomo, che morì in una piccola città in Ucraina chiamata Piena. Due o tre giorni prima della sua scomparsa (il 24 di Tevet 5573, 27 dicembre 1812) scrisse questo discorso che può, senza esagerazione, essere descritto come uno dei più profondi nella storia della mistica ebraica.
Quest’uomo era il rabbino Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), una delle grandi personalità ebraiche dei suoi tempi e fondatore della scuola mistica di Chabad. Questo particolare discorso fu pubblicato postumo nella quarta sezione del suo famoso Tanya (Igrot Kodesh 20) e successivamente spiegato dai sei maestri Chabad che gli succedettero.
È interessante notare che il settimo leader di Chabad, il Rebbe di Lubavich che è il mio maestro e mentore, scelse di affrontare e spiegare questo tema durante il primo discorso chassidico da lui pronunciato, quando assunse la guida del movimento Chabad nel 1951 (Maamar Bati Leganì 5710).
Ci si aspetterebbe che in un discorso scritto poco prima della sua morte, un leader religioso discuta sul significato del nostro mondo fisico, falso e temporaneo, dove Dio è eclissato e dove regna l’ego egoistico. Sorprendentemente, però, e contrariamente alla nozione accettata circa la filosofia religiosa, l’autore attribuisce la più profonda DIVINITÀ all’EGOCENTRISMO della natura umana e alla sua VOLONTÀ di POTENZA!!
Non sono a conoscenza di un documento simile nel pensiero ebraico, che dia un tributo così profondo al mondo fisico dell’edonismo e dell’EGO. Forse questa è stata la futuristica risposta del grande maestro Rabbi Shneur Zalman al “nuovo mondo” che i filosofi esistenzialisti come Nietzsche e le forze dell’emancipazione stavano cercando di creare. Il saggio del Rebbe tentò di presentare un aspetto profondo del pensiero ebraico che era fondamentale per poter prosperare nel nuovo ambiente della libertà individuale e dell’auto-espressione sfrenata. La nuova direzione dove il mondo si stava avviando.
La Genesi Dell’ateismo
La domanda che turba il religioso è da dove noi, la razza umana, abbiamo ereditato la volontà così vigorosa di essere potenti? Da dove abbiamo sviluppato questo senso di ego che riesce addirittura a bandire Dio dalla nostra esistenza, fino a concepire noi stessi come l’asse di tutta la realtà? Quello che lo scrittore ceco Milan Kundera chiamava: “l’insostenibile leggerezza dell’essere”.
Per Rabbi Shneur Zalman di Liadi, per il quale la presenza vivente di Dio era reale, tanto quanto l’esistenza fisica stessa, se non più reale, questa era una domanda infuocata. Da dove origina un senso così potente di individualità solitaria e distinzione egoistica? Da dove proviene l’esistenza fisica la sua brutale immanenza, la sua sostanziale indifferenza? In che modo l’essere umano completamente dipendente da Dio, acquisisce un senso di auto-contenimento che cerca di negare Dio?
Se tutta l’esistenza viene da Dio, come è nato l’ateismo? In che modo Dio crea un’immaginazione umana che nega la sua stessa sostanza e realtà?
La risposta religiosa comune per questo è che l’ateismo è nato dall’occultamento di Dio nell’universo. Nella terminologia cabalistica questo occultamento è descritto come il “tzimtzum”, che significa “contrazione e restringimento” della luce infinita di Hashèm. Atto che ha preceduto la creazione di un universo autonomo e in apparenza indipendente.
Il Rebbe Shneur Zalman ha scritto tutt’altro, come suo ultimo contributo al mondo, su questa verità profonda. L’ATEISMO, egli afferma, NON ha avuto ORIGINE nell’occultamento del divino, ma piuttosto nella RIVELAZIONE DIVINA.
La spiritualità umana e il nostro senso di dipendenza al Creatore, sono tutti e due radicati non nell’essenza divina, ma nella luce divina. Quindi, proprio come la luce divina si sente dipendente e collegata alla sua fonte, anche il nostro lato spirituale si sente dipendente e legato alla coscienza cosmica. Al contrario, il senso fisico del sé umano, il crudo ego e volontà di potere, privo di qualsiasi riconoscimento di qualcosa al di fuori di se stesso, è un riflesso dell’ESSENZA divina, del sé intimo di Dio. Pertanto, da una sensazione di autonomia, proprio come il suo progenitore.
L’ego umano, in altre parole, non è altro che la manifestazione “dell’ego divino”. L’Io umano rispecchia il divino IO. Proprio come il supremo divino IO non ha antecedente, nessuna forza precedente che giustifica la sua esistenza, nessuna legge preesistente per definirla o ridurla, così anche l’Io umano, sente che il proprio io rappresenta il massimo dell’esistenza, che i suoi desideri non richiedono alcuna giustificazione, le sue ambizioni non richiedono alcuna mitigazione e il suo potere deve regnare supremo.
Il Grande Ego Ebraico
Quindi l’ego è malvagio? Questa componente fondamentale della nostra esistenza è un impianto alieno che deve essere sradicato e scartato nella nostra ricerca di bontà e verità?
In ultima analisi, NON lo è. L’ego, il senso di sé, con cui siamo nati, deriva anch’esso da Dio; è un riflesso dell’IO “divino”. Noi, che siamo stati creati nell’immagine di Dio, possediamo un riflesso del Suo “senso di sé”, nella forma del nostro concetto di sé, come il nucleo di tutta l’esistenza.
L’ego non è il male, ma il divorzio dell’ego dalla sua fonte è il male. Quando riconosciamo il nostro ego come riflesso dell’ego di “Dio”, diventa la vitalità trainante dei nostri sforzi, per rendere il mondo un posto migliore, più divino. D’altra parte, lo stesso ego, separato dai suoi ormeggi divini, genera il più mostruoso dei mali.
Questo è ciò che Nietzsche non è riuscito a cogliere e anche noi, spesso, non riusciamo a capire. Il popolo ebraico non ha abbracciato le “virtù degli schiavi”, nonostante le loro caratteristiche e capacità simili a quelle dei maestri o “padroni”. Al contrario, Israèl ha capito che il grande ego umano, per riuscire a essere fedele a se stesso, alla sua origine, deve RIFLETTERE la sua fonte più autentica: l’ESSENZA DIVINA.
Lo stesso Nietzsche ha sempre insistito sul fatto che la cosa più importante è che le persone siano sincere con se stesse. Gli ebrei capirono che per dare risalto alla “volontà di potenza” e per realizzarsi nel modo più profondo e migliore dovevano collegarsi al divino. Il nostro vigore deve essere diretto verso la costruzione di un mondo divino; la nostra ambizione deve essere imbrigliata verso l’espulsione della crudeltà, della sofferenza, per costruire una civiltà morale e amorevole.
Confrontando l’Ego del Faraone
Quando Dio comandò a Mosè di “Vieni dal faraone”, Mosè era già andato dal faraone per molti mesi. Ma aveva avuto a che fare con il faraone nelle sue varie manifestazioni: il faraone pagano, il faraone oppressore di Israele, il faraone sedicente dio ecc. Ora gli veniva detto di entrare nell’ESSENZA del FARAONE; doveva trovarsi faccia a faccia con un MEGA-EGO che non ha confini o vincoli; doveva toccare il potere crudo e infinito di un uomo che dichiara: “Io ho creato Me stesso”. TALE POTERE È SPIETATO E SENZA LIMITI; niente può contenerlo. È la massima espressione del male umano e fa paura perfino a Mosè il profeta di tutti i profeti.
Perciò disse Hashèm a Mosè: “Vieni al Faraone, perché ho indurito il suo cuore”. Vale a dire: “Sono io che ho indurito il suo cuore”; la durezza del suo cuore – il mega ego sfrenato del faraone è davvero Me; anch’esso viene da Me e Mi rappresenta. Se hai il coraggio di guardare oltre la densa opacità dell’ego umano, TROVERAI ME, DIO.
“Vieni con Me”, dice Dio a Mosè, e insieme entreremo nel palazzo del grande serpente. Insieme penetreremo l’adorazione di sé, il CUORE DEL MALE. Insieme scopriremo che non esiste né sostanza duratura, né realtà eterna, per l’ego del faraone e di Nietzsche; non è altro che l’appropriazione indebita del divino nell’uomo.
Se questa verità è troppo terrificante per un essere umano, da affrontare da solo, vieni con Me, e io ti guiderò. Ti condurrò nella camera più interna dell’anima del faraone, finché ti troverai faccia a faccia con il suo nucleo, il SEGRETO più gelosamente custodito DEL MALE: che in realtà NON ESISTE.
Imparando questo grande segreto, i grandi poteri della storia non possono farci nulla. Con la consapevolezza di questa verità, saremo degni di raggiungere la libertà. La libertà diventerà una forza che invece di allontanarci dalla legge morale e dalla volontà divina, ci porterà più vicino a Dio. Poiché avremmo scoperto la verità che la nostra brama di espressione e potere individuale è soltanto la manifestazione della qualità più vicina a Dio di tutto il creato.
Questo spiega la strana profezia che il Mashiach arriverà come “un povero che cavalca un asino” (Zaccaria 9, 9). Il termine ebraico per asino, khamòr, è anche tradotto come “khòmer – materialismo brutale” (Likkuté Sikhòt vol. 31 pp. 19-22). Il Mashiach che “cavalca l’asino” simboleggia l’idea che Mashiach rivelerà al mondo che le forze brutali dietro al materialismo, nel loro posto più profondo, in realtà rivelano la verità di Dio più dello spirito stesso.
Questo è lo scopo della creazione del mondo, della materia e dell’ego, per rivelare Hashèm in esse, e ancora di più per rivelare che sono l’espressione dell’IO divino. Questo avverrà grazie al nostro lavoro durante l’esilio e trasformazione del buio in luce.
Speriamo presto di vedere la verità della materia con l’imminente rivelazione di Mashiach presto nei nostri giorni.
(Questo scritto è basato sul discorso chassidico “Bo El Parò” dell’anno 5672, 1912, del rabbino Sholom DovBer di Lubavitch, noto come il Rebbe Rashab. Nonché su vari discorsi del Rebbe di Lubàvitch; incluso il suo primo discorso, quando assunse la direzione del movimento Chabad nel 1951, tratto da un articolo di Y.Y. Jacobson)

La Parashà di Bo è composta da 105 versetti.

La Parashà di Bo contiene 9 comandi e 11 divieti.

La Parashà di Bo tratta in sintesi i seguenti argomenti:

La piaga delle cavallette e quella delle tenebre non servono a persuadere Par’ò, che viene minacciato di dover assistere alla morte
di tutti i primogeniti. Moshè acquisisce grande prestigio agli occhi degli egizi che, come predetto HaShèm, cominciano a nutrire rispetto anche per gli ebrei.
Hashèm insegna a Moshè il valore del primo giorno del mese.
Hashèm ordina al popolo ebraico di legare al proprio letto, il dieci del mese di Nissàn, un capo di bestiame minuto, che verrà sacrificato quattro giorni dopo e consumato in tutta fretta, con erbe amare e azzimi. Parte del suo sangue dovrà contrassegnare gli stipiti e l’architrave della porta di ciascuna casa ebraica, in segno di distinzione, affinché siano risparmiati dalla piaga dei primogeniti che verrà eseguita da D-o stesso.
Hashèm comanda a Moshè di trasmettere al popolo ebraico il precetto di eseguire il sacrificio pasquale anche in futuro.
L’Egitto viene colpito dalla morte dei primogeniti, piaga che finalmente vince la dura resistenza di Par’ò, il quale accetta di liberare il popolo ebraico. Hashèm impartisce ulteriori leggi concernenti il sacrificio pasquale.
Hashèm chiede a Moshè di istruire il popolo sul precetto di commemorare l’Esodo, valido per tutte le generazioni future, accompagnato anche dal divieto di consumare e di possedere cibi lievitati.
In ricordo del fatto che i primogeniti ebrei sono stati risparmiati dalla terribile piaga che invece ha colpito gli egizi, Hashèm impone agli ebrei il precetto di consacrargli ogni primogenito maschio di uomo e di animale puro, nonché di asino.
La parashà si conclude con il precetto di indossare i tefillìn.

 

MIDRASHIM

Kiddùsh Hakhòdesh, la prima mitzvà
(a pagina 668 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Prendetene il doppio, purchè ve ne andiate
(a pagina 670 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

La decima piaga.
(a pagina 720 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Due Precetti.
(a pagina 724 del volume Shemòt edizioni Mamash).

BO – PESSAKH 5771 – FEDE EBRAICA: LIBERTÀ O RESTRIZIONE?
Che cosa vuol dire essere liberi? Qual è la differenza tra חופש e חירות?
Uno strano paragone tra Pèsakh e Shabbat, fatto dal Maimonide, ci rivela il vero significato della libertà, in base all’approfondimento di Pèsakh 5640 del Rebbe di Lubavitch. Il parallelismo tra Shabbat e Pèsach descritto dal Maimonide: come Shabbat non ha solo aspetti passivi, ma presenta anche aspetti attivi, così Pesakh non significa solo non essere schiavi, bensì ha una sua entità.

BO – PESSAKH 5770 – DUE TIPI DI DOMANDE!
Perché l’ebraismo promuove il DOMANDARE? Il significato profondo del verso “quando tuo figlio ti chiederà: che cosa è questo?”. La Torà non ci da solo una risposta, ma ci spiega come mai il figlio chiede e come evitare che si allontani dal padre.

BO 5769 – TEFILLIN: SEGNO D’IDENTITA’
La Torà dice: “Sarà un segno sulla tua mano e un ricordo sulla tua testa!” Intelletto e saggezza senza sentimento sono inutili! Quando studiamo la Torà e mettiamo i tefillin in noi avviene una trasformazione, il nostro pensiero si unisce ad Hashem, ma dobbiamo sempre ricordarci del cuore e riflettere su quanto stiamo facendo e quanto ha fatto D-o per il popolo ebraico

BO 5768 – LA TORA DOVEVA COMINCIARE DALLA PRIMA MITZVA: SANTIFICARE LA LUNA NUOVA.
Trasformare il mondo tramite la Torà! La santificazione della luna e il perché due fratelli possono testimoniare la prima luna. Solo con la Torà si può trasformare il mondo e portare innovazione. Il ciclo mensile si chiama kodesh che ha le stesse lettere in ebraico di khadash-nuovo e khidush-innovazione.

BO 5766 – LE ULTIME TRE PIAGHE: UN COLPO NEL BUIO!
Le mitzvot che vennero prima del Matan Torà! Nelle ultime tre piaghe il colpo all’Egitto è forte e definitivo, avvenendo nel buio. La prima mitzvà della Torà di santificare la nuova luna: l’importanza per un ebreo della dimensione temporale. La piaga del buio: il prestito delle ricchezze degli egiziani. La mitzvà del riscatto del primogenito, il suo significato e la sua importanza. I teflilin, testimonianza dell’essere ebrei.

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VAERÄ 5779: 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 5 Gennaio 2019, 28 Tevet 5779 – leggeremo la Parashà di Vaerà  Es. 6, 2-9, 35

Si legge l’Haftarà:

Italiani Ez. 28, 24-29, 21
Sefarditi: Ez. 28, 25-29, 21

La Parashà di Vaerà è composta da 121 versetti.

La Parashà di Vaerà non contiene alcun precetto.

La Parashà di Vaerà tratta in sintesi i seguenti argomenti:

HaShèm rassicura Moshè, chiedendogli di comunicare al popolo ebraico la promessa di una redenzione prodigiosa. Il popolo ebraico, tuttavia, non presta ascolto alle parole di Moshè perchè troppo provato da fatica e sofferernza.
La Torà fà una breve digressione genealogica, precisando le origini di Moshè e di Aharòn i redentori.
Moshè e Aharon si recano da Par’ò; Aharon getta a terra il proprio bastone che si trasforma in serpente. I maghi di corte lo imitano, tuttavia il bastone di Aharon inghiotte i bastoni degli egizi.
Moshè avverte Par’ò dell’imminenza della prima delle dodici piaghe.
In questa Parashà sono riportate le prime sette piaghe che colpiscono gravemente l’Egitto, senza tuttavia piegare l’ostinazione di Par’ò, che si rifiuta di liberare il popolo ebraico. Le sette piaghe sono: sangue, rane, pidocchi, mescolanza di belve feroci, peste, ulcere e grandine.

MIDRASHIM

Moshè e Aharon operano segni prodigiosi
(a pagina 664 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La piaga delle rane
(a pagina 666 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Una Fede incondizionata
(a pagina 713 del volume Shemòt edizioni Mamash).

I Miracoli della natura
(a pagina 718 del volume Shemòt edizioni Mamash).

VAERA – PESSAKH 5771 – LA FRECCIA DI DIO
Fin dall’uscita dell’Egitto l’energia delle futura redenzione è già stata emanata in potenziale. Bisogna solo concretizzarla! Il quinto livello di salvezza espresso da D-o al popolo ebraico, legato alla redenzione finale, non ancora completato, ma del quale ci viene dato il potenziale.

VAERA 5770 – IL BASTONE E IL SERPENTE
La prima prova data da D-o a Moshè: la trasformazione del bastone, ci insegna come affrontare e risolvere le paure della vita! Due meravigliosi commenti sul valore del bastone che diventa serpente e ritorna bastone nella redenzione!La felicità non viene dagli eventi o dagli oggetti, ma da noi direttamente.

VAERA 5769 – GRATITUDINE LA BASE DELL’EBRAISMO
L’etica e il valore della Chèssed, della bontà, per l’ebraismo. Il valore della bontà è talmente grande, illimitato ed eterno, da parte di chi dona, che deve essere sempre ricambiata dal ricevente con grande gratitudine.

VAERA 5768 – LE DIECI PIAGHE: IMPORTANZA DELLA PIAGA DELLE RANE
Le dieci piaghe, una parte della crescita spirituale degli egiziani ed un insegnamento per gli ebrei.Dice il Midrash: se non per le rane Hashem non avrebbe potuto punire interamente gli egizi. Che cosa significa?
La funzione della piaga delle rane nella punizione e rettificazione degli egiziani e i tre livelli di eresia.

VAERA 5766 – IL SIGNIFICATO DELLE DIECI PIAGHE
Il significato profondo del bastone trasformato in serpente. Il colpo iniziale all’ego del faraone per avviare il processo di annullamento della sua opposizione alla santità. L’importanza delle dieci piaghe e i tre messaggi per gli egiziani.Le dieci piaghe sono la prova che D-o ha creato il mondo e lo controlla.

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SHEMOT 5779: 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 29 Dicembre 2018, 21 del mese di Tevèt 5779 leggeremo la Parashà di Shemòt Esodo 1, 1-6, 1.

Si legge l’Haftarà di:

Italiani/Sefarditi: Geremia 1, 1-2, 3
Ashkenaziti: Isaia 27, 6-28, 13; 29, 22-23

La Parashà di Shemòt è composta da 124 versetti.

La Parashà di Shemòt non contiene alcun precetto.

La Parashà di Shemòt tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il popolo ebraico conosce una crescita demografica vertiginosa che suscita l’astio e l’insofferenza del nuovo sovrano egizio. Questi, percependo il fenomeno come una seria minaccia per il paese, impone al popolo ebraico lavori forzati di estrema durezza, ordinando dapprima alle levatrici di uccidere ciascun neonato ebreo e in seguito di gettare tutti i neonati maschi nel Nilo.
Un levita (‘Amràm) genera il suo terzo figlio. Il bambino, che irradia una particolare santità, viene tenuto nascosto dalla madre per tre mesi; in seguito, essa lo pone in una cassetta di giunco e lo lascia nel Nilo. Lì viene trovato dalla figlia del faraone, che gli attribuisce il nome di Moshè e decide di allevarlo a corte.
Moshè, adulto, esce dal palazzo per vedere il suo popolo e assistere di persona alle sue sofferenze. Testimone della violenza perpetrata nei confronti di un fratello ebreo da parte di un egizio, Moshè uccide quest’ultimo e si trova costretto a fuggire a Midyàn. Qui sposa Tzipporà, figlia dell’illustre Yitrò, e diviene pastore nel gregge del suocero.
HaShèm appare a Moshè in un roveto ardente, comandandogli di recarsi a salvare il popolo. Moshè tenta in diversi modi di sottrarsi alla missione, ma invano: è lui il redentore scelto da D-o. HaShèm rivela a Moshè tre segni per farsi accettare dal popolo come guida e liberatore, egli promette che nei suoi incontri con Par’ò verrà accompagnato dal fratello Aharòn, che gli farà da portavoce. Moshè intraprende il viaggio per l’Egitto insieme alla moglie e ai due figli.
Insieme al fratello Aharòn, Moshè annuncia al popolo ebraico la prossima redenzione ed esso crede alle sue parole. In seguito Moshè si rivolge a Par’ò con la richiesta di liberare il popolo, ma il crudele sovrano, invece di obbedire al comando divino, inasprisce ulteriormente la schiavitù rendendola insostenibile. Moshè se ne lamenta con HaShèm.

Nella porzione di questa settimana (Shemòt/Esodo) la Torà introduce la figura di Mosè, attraverso due episodi (Esodo cap 2):
“In quei giorni accadde che Mosè crebbe, uscì verso i suoi fratelli e ne constatò le sofferenze. Vide un egizio colpire uno dei suoi fratelli ebrei. Si voltò qua e là, vide che non c’era nessuno, così colpì a morte l’egizio e lo nascose nella sabbia”.
La Torà continua:
“Il giorno dopo uscì ed ecco, due ebrei che litigavano. Disse a quello malvagio: “Perché colpisci il tuo compagno?”. (L’uomo) gli rispose “Chi ti ha nominato autorità e giudice su di noi? Intendi forse uccidermi come hai ucciso l’egizio?”. Mosè ebbe timore…
Di conseguenza, fugge dall’Egitto. Solo più tardi riuscirà a ritornare per liberare il suo popolo dalla schiavitù.

Questi sono gli unici due aneddoti che la Torà condivide con noi sulla gioventù di Mosè in Egitto. La Torà sottolinea, rimarcandone in questo modo l’importanza, come la storia si è verificata durante due giorni consecutivi. Questo ci porta ad affermare che questi due episodi, in qualche modo, incapsulino la missione e il destino di Mosè e ne catturino la sua particolare storia. Come mai?

L’esilio per il popolo ebraico è sempre consistito in due dinamiche: l’oppressione dall’esterno e l’erosione dall’interno. La prima condizione potrebbe sembrare più dolorosa, ma la seconda è sicuramente più letale.
Quindi, il primo e simbolico leader ebreo, Mosè, mentre sta crescendo nella sua posizione, si trova immediatamente di fronte a questi due problemi che definiranno, fino ai nostri giorni, lo status di Israel nell’esilio.
Al primo e più elementare livello, l’esilio ebraico (dall’Egitto fino ad oggi) è stato definito, simbolicamente da “l’uomo egiziano che colpisce un ebreo”: persecuzioni, abusi, oppressioni, torture, omicidi e persino genocidi. Queste tragedie hanno caratterizzato il destino del popolo ebraico, dal faraone a Hitler.
In quasi ogni generazione, l’ebreo ha dovuto fare i conti con l’antisemitismo, un odio irrazionale che non ha mai smesso di rivendicare vite innocenti. L’ebreo “si gira da una parte e dall’altra parte e vede che non c’è uomo” a cui importa del suo destino. Il mondo, l’ONU e le nazioni rimarranno sempre in silenzio.
Eppure in tutta la sua incomprensibile brutalità, Mosè trova una soluzione a questa crisi. “Ha colpito l’egiziano e lo ha nascosto nella sabbia”.
Mosè ci insegna come ci sono dei momenti in cui non abbiamo altra scelta che prendere le armi e colpire il nemico, al fine di proteggere vite innocenti. L’uso della violenza deve sempre essere l’ultima risorsa, ma quando tutti gli altri tentativi falliscono, la forza del giusto è l’unica risposta alla violenza immorale.
Il Secondo Giorno
Il secondo giorno, dopo che Mosè ha salvato il suo compagno ebreo, dal nemico esterno, si trova di fronte a una nuova sfida: due ebrei che combattono tra di loro. Si potrebbe pensare che la soluzione a questo problema sia più facile del precedente. Dopotutto, questa è solo una lite tra ebrei!
Eppure, incredibilmente, in questa occasione Mosè fallisce. Il suo tentativo di creare una riconciliazione viene respinto, con una tipica risposta ebraica: “Chi ti ha nominato principe e leader su di noi?” Chi pensi di essere, perché tu mi dica come comportarmi?
L’antisemitismo è pericoloso, molto pericoloso, e abbiamo bisogno di molta determinazione e coraggio per combatterlo, ovunque e ogni volta che alza la sua brutta testa. Tuttavia, poiché il nemico è chiaramente definito, non abbiamo alcun problema a identificare l’obiettivo ed eliminarlo, attraverso metodi pacifici o attraverso un conflitto.
Invece la discordia, all’interno del popolo ebraico, il conflitto e la sfiducia tra le comunità, così come l’animosità all’interno delle famiglie è una malattia silenziosa che ci divora dall’interno e non ci permette di sperimentare la liberazione dall’esilio. All’inizio può non sembrare così distruttiva, poiché la sua potenza negativa si manifesta solo nel tempo. Tuttavia essa ci colpisce soprattutto nei momenti di crisi, quando abbiamo tanto bisogno l’uno dell’altro, ma la fiducia è stata erosa.
Il popolo ebraico è stato spesso minacciato da civiltà ostili dall’antico Egitto, dall’Assiria, dalla Babilonia, dalla Persia, dalla Grecia e da Roma, dal Terzo Reich, dall’Unione Sovietica nel XX secolo e dall’Islam fondamentalista, ai nostri tempi.
Ma le ferite più fatali sono state quelle che il popolo ebraico ha inflitto a se stesso: la divisione del regno ai tempi del Primo Tempio, con la perdita di dieci delle dodici tribù. La rivalità interna negli ultimi giorni del Secondo Tempio che portò alla distruzione di Gerusalemme e al più lungo esilio nella storia ebraica, o meglio, della storia umana.
Ci sono stati solo tre periodi di sovranità politica ebraica in quattromila anni. Due si sono conclusi a causa del dissenso interno. La terza era della sovranità è iniziata nel 1948 e già allora la società israeliana era pericolosamente frammentata. Il solo processo democratico non garantisce l’esistenza di un coeso corpo politico; un popolo e una nazione ha bisogno anche di una cultura e di un’identità condivisa, di un proprio destino e scopo, in questo mondo.
Quando Mosè, più di tre millenni fa, osservò l’ebreo che combatteva l’ebreo, si spaventò. Mosè sapeva che finché l’unità fosse prevalsa, tra la sua gente, nessuna forza dall’esterno avrebbe potuto annientarli. Ma nel momento in cui gli ebrei sono frammentati all’interno, il loro futuro sarebbe diventato incerto.
Oggi, siamo ancora in esilio e soffriamo di entrambi i problemi: ci sono le persone che vogliono colpirci e c’è un conflitto interno. Proprio come con Mosè, a volte sembra che la prima sfida sia più facile da affrontare, rispetto alla seconda. È più facile ottenere un consenso su Hamas che creare pace in una famiglia o in una comunità. Avremo mai il coraggio di offuscare il nostro ego, aprire i nostri cuori e abbracciare ciascuno dei nostri fratelli e sorelle con amore incondizionato?
Cosa motiva il nostro popolo ad elevarsi al di sopra dell’identità individuale di ciascuno?
Il richiamo di Mosè è un esempio su come andare al di là di se stesso. Egli non si preoccupava in nessun modo di se stesso; ogni aspetto del suo essere era dedicato agli altri. Mosè è descritto come “un pastore fedele”, concetto che viene interpretato come colui che nutre la fede nel popolo. Egli infuse il popolo Ebraico di conoscenza, permettendo loro di stabilire un’armonia all’interno delle diverse dimensioni del loro essere. Questa unione può avvenire solo tramite la TORA’. L’unico punto di riferimento insostituibile di TUTTO il popolo è la Torà.
Qualsiasi orientamento politico o identità ebraica o gruppo di appartenenza, tutti concordano che l’unico punto in comune che da la forza di sopravvivenza di Israel è la Torà.
Recentemente (Aprile 2017) il famoso giornalista e ideologo Dennis Prager ha detto alla conferenza dell’AIC a Los Angeles (American Israel Council): non sono un ebreo ortodosso, ma ho fede nella Torà che viene da Dio e sono CONVINTO che è l’unico punto di riferimento del popolo ebraico che ha dato sopravvivenza di Israel. (vedi link sotto tutto il discorso)
Solo quando il popolo è legato insieme da un’unità interiore, questo ci permette di diffondere l’unità di Dio nel mondo. L’unione del popolo Ebraico è un potenziale attivo e non uno stato passivo. Questa unità stimola la manifestazione dell’unità Divina in tutta l’esistenza. Un lavoro da svolgere da dentro di noi verso l’esterno, cosi da poter sconfiggere tutti i nemici, dentro e fuori di noi, e preparare noi stessi e il mondo all’arrivo di Mashiach, Amen.

MIDRASHIM

La Nascita di Moshè (Shemòt 2,2)
(a pagina 662 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Il decreto di estinzione
(a pagina 704 del volume Shemòt edizioni Mamash).
Vita nel fiume
(a pagina 706 del volume Shemòt edizioni Mamash).
Moshè e Mashìakh
(a pagina 708 del volume Shemòt edizioni Mamash).

SHEMOT 5772: AMORE INFINITO E AMORE LIMITATO
Poiché l’amore verso un bambino piccolo è generalmente superiore di quello provato verso un adulto; come mai quando gli ebrei si trovano in esilio in Egitto HaShèm paragona Israèl ad un “PRIMOGENITO”, ovvero ad un adulto?

SHEMOT 5771 – CORAGGIO NEL CUORE DEL MALE!
ll valore di Batya =figlia di D-o.Questo nome le venne dato da Hashem, quando salvò Moshè. Come può la figlia del malvagio faraone diventare figlia di D-o. Il comportamento di Batya ci insegna come, di fronte alle avversità, non dobbiamo mai arrenderci, ma confidando in D-o, trovare le forze per andare avanti. Una piccola azione può sempre cambiare il mondo!

SHEMOT 5770 – PERCHE’ MOSHE NON VUOLE VEDERE LA GRANDE RIVELAZIONE DEL CESPUGLIO?
Il perché della sofferenza del popolo ebraico nell’esilio. Il cespuglio che brucia, ma non si consuma rappresenta tutte le generazioni future del popolo ebraico in esilio, le loro sofferenze e il loro riuscire a non piegarsi mai, a resistere di fronte a tutte le difficoltà. Moshè è disposto a non vedere la grande rivelazione, il fuoco indelebile del cespuglio e della presenza divina insita in essa, per non perdere la sensibilità verso il popolo ebraico, assurgendo con tale scelta al ruolo di futuro leader.

SHEMOT 5769 – COSTRUIRE CON LE PAROLE!
Le caratteristiche, gli attributi, le personalità non sono espresse dai nomi. Da un altro punto di vista il nome ha una forte valenza spirituale, costituendo un canale diretto con l’anima. Questi due concetti opposti si ritrovano nell’esilio, che rappresenta uno stato in cui la divinità è nascosta.

SHEMOT 5768 – IL RICORDO DI ESSERE STRANIERO IN ESILIO
La nascita della nazione di Israele ha inizio con il gesto salvifico di una donna pagana. L’importante missione data da D-o agli ebrei di combattere l’idolatria e il paganesimo, ha origine nella terra più impura, e dalla figlia del più grande idolatra, il faraone. Tutto ciò a dimostrare come il vero annullamento dell’idolatria viene dall’idolatria stessa.

SHEMOT 5767 – COME COSTRUIRE LA DIMORA DI D-O NEL MONDO
L’approcciarsi gentile del Faraone ha coinvolto, con parole morbide, gli ebrei nei lavori di produzione dei mattoni. Poi mano mano il sistema di lavoro è diventato più duro, distruggendoli psicologicamente, rendendoli schiavi. La missione in esilio del popolo ebraico è di elevare la materia, di trasformare la materia in santità, mostrando come le anche le cose che apparentemente sembrano distaccate dal Creatore, sono in realtà unite al divino. Nelle situazioni difficili, davanti al buio che ci circonda, l’unica risposta è di non subire gli ostacoli, ma scavalcare gli ostacoli, andando avanti.

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VAYEKHI 5779: 7 LEZIONI

Questo Shabbàt 22 Dicembre 2018, 14 del mese di Tevèt 5779 leggeremo la Parashà di Vayekhì Gen. 47, 28-50, 26.

Si legge l’Haftarà di Melakhìm I 2,1-12

La Parashà Vayekhì di tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Ya’akòv, sentendo prossima la morte, fa giurare a Yossèf di non seppellirlo in Egitto, bensì nel luogo in cui giacciono i suoi padri. Yossèf giura di fare secondo la volontà del padre.
Yossèf conduce i figli, Menashé ed Efràyim dal padre malato. Ya’akòv benedice prima Efràyim e poi Menashé, ponendo in maniera inconsueta la mano destra sul capo del secondogenito. Yossèf tenta di correggere il padre, il quale gli spiega il motivo del suo gesto.
Ya’akòv raduna tutti i suoi figli e benedice ciascuna tribù. In seguito dà disposizioni per la sua sepoltura, che dovrà avvenire nella grotta grande di Makhpelà, dove giacciono i suoi padri. Ya’akòv esala l’ultimo respiro.
Yossèf ordina che suo padre sia imbalsamato, rituale che richiede quaranta giorni. L’Egitto piange Ya’akòv per settanta giorni. Ottenuta l’autorizzazione del faraone, Yossèf parte con tutta la famiglia e i numerosi dignitari d’Egitto a seppellire il padre. Grandi esequie e lutto di una settimana.
Sepolto Ya’akòv, Yossèf e i fratelli ritornano in Egitto. I fratelli vedono ora la scomparsa del padre come l’opportunità per Yossèf di vendicarsi per il torto da loro subito in passato. Yossèf li rassicura e dice loro che il male da loro compiuto in passato è stato volto in bene da HaShèm.
Yossèf vive in tutto centodieci anni. Prima di morire ricorda ai fratelli che torneranno nella terra promessa da HaShèm ad Avrahàm e Yitzkhàk; li fa giurare che porteranno via le sue spoglie dall’Egitto. Viene imbalsamato e sepolto in Egitto.

EBRAISMO E FEMMINISMO SONO INCOMPATIBILI?

Nella benedizione di Yaakòv ai figli è celato un grande insegnamento per saper vivere l’esilio. Menashè e Efràyim: due modi per affrontare il nuovo mondo, con la nostalgia del passato o con la trasformazione del negativo in positivo.

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

http://www.virtualyeshiva.it/2010/12/15/vayekhi-5771-ebraismo-e-femminismo-sono-incompatibili/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

http://www.virtualyeshiva.it/files/10_12_14_vayekhi5771_efraim_menashe_vantaggio_esilio_rebbe.mp3

Per vedere il video:

https://vimeo.com/17843509

MIDRASHIM

Ya’akòv Benedice Efràyim e Menashé (Bereshìt 48,8-14)
Midràsh Bereshìt Rabbà 96-97; Midràsh Tankhumà Vayekhì 8-9; Talmùd Berakhòt 20
(a pagina 677 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Gli Ultimi Giorni di Yossèf (Bereshìt 50,22-26)
Midràsh Bereshìt Rabbà 85-100,6; Midràsh Aggadà 50; Pirké Derabbì Eli’èzer 11-29; Talmùd Sotà 13; Talmùd Shabbàt 55
(a pagina 681 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

La Fine dei Tempi
(a pagina 752 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

VAYEKHI 5772: BERESHIT: PERCHE’ CONCLUDERE IN NEGATIVO?
Approfondendo il collegamento tra l’inizio della Genesi e la fine emerge il significato profondo e interiore del primo libro della Torà e il collegamento con Shemot.

VAYEKHI 5771 – EBRAISMO E FEMMINISMO SONO INCOMPATIBILI?
Nella benedizione di Yaakòv ai figli è celato un grande insegnamento per saper vivere l’esilio. Menashè e Efràyim: due modi per affrontare il nuovo mondo, con la nostalgia del passato o con la trasformazione del negativo in positivo.

VAYEKHI 5770 – SEME DELL’ETERNITA’
Il seme è l’elemento più speciale che l’uomo abbia, in quanto lo avvicina a D-o, essendo associato alla forza della creazione. Il seme è la parte più potente e più profonda: ne è l’essenza stessa dell’uomo. Pertanto non deve essere sprecato, e occorre saper riconoscerne il suo grande valore.

VAYEKHI 5769 – YAAKOV, IL PRIMO MALATO: UN BENE PER L’UMANITA’
L’importanza del tempo, il saperlo valorizzare. L’esempio degli Tzadikkim ci insegna come cercare di dare pieno compimento alle nostre vite. Il merito di essere seppelliti, quando si fa del bene ad un morto si fa un vero e profondo atto di bontà. Davanti ad una persona morta, è possibile vedere la realtà con maggiore veridicità, dare maggior valore alla vita, superando gli schermi di falsità e materialità che ci costruiamo nella vita quotidiana.

VAYEKHI 5768 – IL VALORE DI ESSERE SEPPELLITO IN TERRA SANTA
La missione di ogni persona nel mondo è legata al posto in cui è possibile fare qualcosa, poter apportare un miglioramento. Ognuno di noi che vive in un posto impuro ha il dovere di trasformarlo in un luogo di santità, tramite l’esempio di Yaakòv. La morte non deve spaventare. La Torà ci insegna come la nostra vita in questo mondo sia solo un passaggio, che deve insegnarci come poter valorizzare il posto impuro in cui viviamo, sapendolo trasformare in un luogo di santità.

VAYEKHI 5767 – LA FORZA SPIRITUALE DI YAAKOV
Yaakòv fa giurare a suo figlio Yossèf di essere seppellito in Israele. Il giuramento, non costituisce un atto di sfiducia, quanto un modo per rafforzare, con assoluta certezza, l’azione richiesta al figlio. La sua volontà di non restare legato all’Egitto, ma di riconoscere la propria funzione spirituale di essere al di sopra dell’esilio, per poter salvare i figli, riscattandoli dall’esilio. Viene analizzata la differenza spirituale di Yaakòv e Yossèf, in relazione all’esilio. Ogni anima, in funzione della propria specifica natura, ha un diverso livello spirituale di servizio verso D-o.

VAYEKHI 5766 – IL PRIMO PASSO PER LA SCHIAVITU’ IN EGITTO
Il disegno divino costruito per Yaakòv inizia con il dolore del distacco da Yossèf, in apparenza opposto alle richieste di Yaakòv di vivere serenamente, ma si rivela in seguito necessario per portare a compimento la sua missione di elevare l’Egitto e poter vivere felicemente gli ultimi sui 17 anni di vita. A sua volta la morte di Yaakòv rappresenta la prima tappa per la successiva schiavitù, in uno schema divino che prevede sin dall’inizio il riscatto del popolo ebraico. Quando si è in esilio dobbiamo stare uniti alle nostre origini e trovare la forza per elevare la materia impura che ci circonda.

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VAYIGGASH 5779: 5 LEZIONI

Questo Shabbàt 15 Dicembre 2018, 7 del mese di Tevèt 5779 leggeremo la Parashà di Vayiggàsh Gen. 44, 18-47, 27.

Si legge l’Haftarà di Yekhezeqèl 37,15-28

Chi porta vita alle persone come ha fatto Sèrakh a suo nonno, merita lunga vita.
Quando si da qualcosa non è una perdita ma un guadagno enorme, perché si riceve indietro sempre di più di ciò che si ha dato.
NESSUNO HA VISSUTO TANTO A LUNGO COME Sèrakh perché dare gioia di vita alle persone è la cosa più bella e più importante come dice il trattato di (Taanìt 22a):
quali sono le persone meritevoli hanno chiesto al profeta Eliahu? Sono quei due pagliacci che girano nel mercato e se vedono qualcuno giù di morale, fanno di tutto per alzarglielo, con qualche barzelletta o altro.

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

una nuova e breve lezione di VITA di ieri!
SALUTE MENTALE = SALUTE FISICA
Lezione superlativa da non perdere!
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
VAYIGASH
Al seguente link troverai la lezione della Parashà di questa settimana in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/01/01/vayiggash-5769-piangere-o-non-piangere/
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
www.virtualyeshiva.it/files/09_01_01_asarabetevet5769_vayigash_yosef_kibudavaem.mp3

PIANGERE O NON PIANGERE?

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Virtual Yeshiva non ha nessun finanziatore pubblico.
Virtual Yeshiva non fa pagare nessuna iscrizione al sito perche’ vogliamo che la Tora sia accessibile a tutti. Aiutando Virtual Yeshiva potrete diventare soci nella diffusione della Tora. Sul seguente link puoi trovare come mandare una donazione
http://www.virtualyeshiva.it/voglio-aiutare/

La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.
Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2016/12/31/vayiggash-5773-5-lezioni/

YOSEF È ANCORA VIVO…
(continua da sopra)
Chi fu il primo messaggero a portare la bella notizia a Yaacov?
Il Midrash ci racconta di Sèrakh, figlia di Asher.
I fratelli scelsero lei perché avevano bisogno di un abile messaggero per dare la notizia a Yaacov. Anche se sarebbe stato meraviglioso per il padre sapere che il figlio amato era ancora vivo, lo shock improvviso, per questa notizia inaspettata, poteva danneggiare la salute di Yaacov. Ricordiamoci che il grande patriarca era anziano, aveva 130 anni e Yosef era scomparso da ben 22 anni!
I fratelli scelsero Sèrakh proprio perché era una ragazza intelligente e sapeva suonare molto bene l’arpa. Sèrakh cominciò a suonare della musica per suo nonno e mormorò dolcemente le parole: «Mio zio Yosef è ancora vivo. Egli è governatore su tutto l’Egitto». Continuò a ripetere la stessa frase diverse volte, finché suo nonno iniziò a sorridere.
«Ciò che stai cantando è molto bello, Sèrakh» disse Yaacov. «C’è aria di belle notizie. Possa tu essere benedetta con una lunga vita per avermi tirato su il morale con notizie piene di speranza».
Tuttavia Yaacov non credette realmente a sua nipote, finché i fratelli non gli confermarono la notizia e finché non vide i carri che suo figlio Yosef aveva mandato.
C’è anche un’altra opinione diversa secondo la quale fu Naftali il primo a raccontare a Yaacov che Yosef era ancora vivo. Naftali era un rapido corridore: egli compiva sempre le commissioni per i suoi fratelli e per suo padre. Perciò i fratelli lo mandarono avanti per fare in modo che Yaacov sapesse della notizia il più presto possibile.
Comunque tutti i fratelli si riunirono prima, per annullare il giuramento secondo il quale non avrebbero mai detto a nessuno che Yosef era ancora vivo…
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Una dimora per Hashem
Nella parashà di Vayigàsh è scritto: “E cadde (Yosef) sul collo di suo fratello Binyamin e pianse, e Binyamin pianse sul suo collo”.
Perché piansero i due fratelli?
Ognuno pianse per la distruzione del Bet Hamikdàsh che si trova nel territorio del fratello. Yosef pianse per i due Bet Hamikdàsh, che saranno costruiti a Yerushalaim, nel territorio di Binyamin, e che saranno poi distrutti. Binyamin pianse per la distruzione del Mishkan Shilò, città nel territorio di Yosef.
Sia il Mishkan  di Yerushalaim, sia quello di Shilò erano Santuari pubblici. Simili a essi ci sono dei Santuari privati: che simboleggia quello che si trova nel cuore di ogni ebreo e che può, Dio non voglia, distruggersi  anch’esso.
Il Bet Hamikdàsh è il luogo dove dimora la Shechinà di Hashem. L’ebreo che adempie alle mitzvòt e che segue la strada della Torà attira su di sé la Shechinà di Hashem e in questo modo COSTRUISCE un “SANTUARIO PRIVATO” DENTRO il suo CUORE. Invece, un ebreo che non segue la strada della Torà e non adempie alle mitzvòt non permette alla Shechinà di dimorare in lui, quindi in questo modo manda in rovina il suo Bet Hamikdàsh privato.
La distruzione di un  Bet Hamikdàsh, “pubblico o privato” che sia, è una vicenda tristissima. Per questo Yosef, quando vide profeticamente che nel territorio di Binyamin saranno distrutti i due Santuari scoppiò in lacrime; proprio come Binyamin, quando vide che verrà distrutto il Mishkan, nel territorio di Yosef.
Quando vediamo il Santuario privato di un amico distruggersi, a causa dei suoi peccati, ciò è così triste che ci fa piangere. Piangiamo, perché condividiamo col nostro amico la sua tristezza, per la distruzione del suo Santuario privato.
È interessante notare che Yosef pianse per i Santuari che saranno distrutti nel territorio di Binyamin e non pianse per il Mishkan, che sarà distrutto nel suo territorio! Binyamin pianse per la distruzione del Mishkan nel territorio di Yosef, ma non pianse per i Santuari che saranno distrutti nel suo territorio! Perché nessuno dei due pianse per la distruzione del Santuario nel proprio territorio? Perché piansero l’uno per l’altro?
Una persona piange, vedendo il compagno peccare e distruggere la sua dimora per Hashem, mentre non piange quando lui stesso pecca e distrugge in lui il suo Santuario privato. Il pianto infatti non ha il potere di ricostruire di nuovo il Santuario! Invece di piangere si dovrebbe cominciare a ricostruire il Bet Hamikdàsh, per mezzo delle mitzvòt e delle buone azioni.
Ma quando vediamo la distruzione del Bet Hamikdàsh nel prossimo, piangiamo perché condividiamo con lui la tristezza per la distruzione del suo Santuario. Noi purtroppo non possiamo ricostruirlo sul momento, questo dipende solo da lui, cioè da ognuno di noi. Possiamo dare algli altri dei buoni consigli, ma la parte più importante del lavoro dipende da noi, dal nostro lavoro interiore. È solo grazie alla nostra forza di volontà che possiamo aggiustare le nostre azioni e ricostruire il nostro “piccolo/grande” Santuario interiore. Allora ci è permesso piangere per questo…
Iniziamo a costruire il nostro Santuario personale, facendo mitzvòt e opere buone, e certamente meriteremo di vedere il terzo Bet Hamikdàsh costruito in eterno. Amen.

La Parashà di Vayiggàsh tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Yehudà illustra a Yossèf la situazione del padre, per convincerlo di non farlo tornare a casa senza Binyamìm. Garante della vita di Binyamìm presso il padre, si offre a Yossèf come schiavo al posto del fratello.
Commosso dalle parole del fratello, Yossèf fà uscire tutti i presenti dalla stanza e si fà riconoscere dai fratelli. Egli chiede loro di non addolorarsi per ciò che gli avevano fatto, essendo stati semplicemente il mezzo per il compimento del proggetto divino. Yossèf chiede che il padre sia condotto in Egitto.
Il faraone invita la famiglia di Yossèf a trasferirsi in Egitto. Giunti a casa, raccontano l’accaduto al padre che, commosso, decide di partire per rivedere il figlio.
Durante il viaggio, Ya’akòv si ferma a Beèr Shèva, dove offre sacrifici a HaShèm. Visione notturna di Ya’akòv. HaShèm lo rassicura, promettendogli, la Sua protezione in Egitto. Inoltre Yossèf si prenderà cura di lui. Nomi dei figli di Ya’akòv e dei loro figli. Con i figli di Yossèf, i componenti della famiglia di Israèl in Egitto sono settanta.
Yossèf si reca personalmente a incontrare il padre in una scena commovente. Yossèf suggerisce alla famiglia di dire al faraone di essere pastori, per ottenere il permesso di stabilirsi nella regione di Gòshen.
Yossèf conduce cinque dei suoi fratelli al cospetto del faraone, i quali agffermano di essere pastori ed egli permette che si stabiliscano nel paese di Gòshen. Breve colloquio fra Ya’akòv e il faraone: Ya’akòv benedice Parò.
La carestia si aggrava e Yossèf raccoglie tutti gli averi del popolo, in denaro e bestiame, dando in cambio cibo a chi lo richiede. L’anno seguente Yossèf acquista per il faraone tutti i terreni d’Egitto, tranne quelli dei sacerdoti. Quindi ordina al popolo di seminare e sancisce una legge secondo la quale tutti dovranno dare al faraone un quinto del raccolto. Gli ebrei invece vivono a Gòshen dove acquisiscono grandi proprietà e si moltiplicano.

MIDRASHIM

Il Canto di Sérakh (Bereshìt 45,25-26)
Midràsh Bereshìt Rabbà 94; Sèfer Hayashàr
(a pagina 675 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Ya’akòv Parte per l’Egitto (Bereshìt 46,1-7)
Midràsh Bereshìt Rabbà 94; Sèfer Hayashàr
(a pagina 677 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

L’Eredità di Yossèf
(a pagina 749 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

VAYIGGASH 5771: COME VINCERE LA TRISTEZZA
Il comportamento di Yossèf verso i fratelli, la sua capacità di perdonare e far vincere l’amore sopra al rancore, diventa insegnamento per affrontare i momenti difficili, i problemi che incontriamo. La grande sensibilità che Yossèf dimostra verso il padre, la sua capacità di cogliere gli stati psicologici degli altri, ci guidano nel giusto comportamento, nel saper trovare l’equilibrio vincente nella vita! Non sono gli eventi a darci tristezza nella vita, ma il modo in cui noi li interpretiamo!

VAYIGGASH 5770: COME YOSSEF HA SISTEMATO LA SUA FAMIGLIA DISTRUTTA!
L’ìncontro e la pace riottenuta tra Yossèf e i suoi fratelli. La storia di Yossèf, nella rivelazione con i fratelli, presenta significati profondi sul percorso del pentimento, e grandi valori, molto attuali oggi, per “recuperare” l’unione della propria famiglia.

VAYIGGASH 5769: PIANGERE O NON PIANGERE?
L’esilio di Yossèf ci insegna l’importanza di utilizzare la condizione di esilio stessa come un utile stimolo per migliorare per cambiare per agire in modo propositivo. Come riconoscere in una condizione negativa gli aspetti positivi, individuando che tutto viene dall’Altissimo ad uno scopo.

VAYIGGASH 5768: DIASPORA NON E’ IL POSTO IDEALE PER VIVERE
L’esempio di Ya’akòv, felice di incontrare il figlio, ma addolorato per dover lasciare la propria terra. Anche se si hanno tutte le buone ragioni per andare in diaspora, comunque non deve essere una giustificazione e bisogna comunque essere addolorati di lasciare la propria terra. Si scopre qual è lo strumento per annullare l’esilio.

VAYIGGASH 5767: IL DOLORE DI LASCIARE ISRAELE
Ciascuno di noi si trova in un esilio spirituale e materiale. In ebraico, la parola “Egitto” significa anche “confine”, ma di fronte agli ostacoli, dobbiamo reagire sapendo che sono stati messi per renderci più forti. La storia di Yossèf e di suo padre Yaakòv ci porta grandi e profondi insegnamenti per riuscire a resistere nell’esilio.

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MIKKETZ 5779: 4 LEZIONI

Questo Shabbàt 8 Dicembre 2018, 30 del mese di Kislev 5779 leggeremo la Parashà di Mikkètz,  Rosh Chòdesh e Chanukkà

PARASHÀ
1° Sefer Gen 41: 1-44: 17
2° Sefer Num 28: 9-15
3° Sefer Num 7: 42-47

HAFTARÀ
Zacc. 2, 14-4, 7

La Parashà di Mikkètz tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Due anni dopo che il capo del coppiere viene liberato dalla prigione, il faraone fa due sogni, di cui nessuno riesce a interpretare il messaggio.
Il coppiere si ricorda di Yossèf che, chiamato dalla prigione, riesce ad interpretare i sogni del faraone. Secondo Yossèf, sette anni di abbondanza saranno seguiti da sette anni di carestia che consumeranno la ricchezza dei primi. Yossèf, dunque, consiglia di nominare nel paese dei responsabili che conservino il raccolto degli anni abbondanti. Yossèf all’età di trent’anni viene nominato viceré dal faraone. Matrimonio tra Yossèf e Ossenàt; nascono due figli: Menashè ed Efràim. Gli anni d’abbondanza portano benessere e Yossèf immagazzina quantità innumerevoli di grano, ma gli anni di carestia sono molto duri; giungono persone da tutto il mondo in Egitto per acquistare il cibo delle riserve.
Ya’akòv manda i figli in Egitto a comprare il grano, tenendo a casa solo Binjamìn. Yossèf li riconosce, ma essi no; parla loro con durezza accusandoli di essere delle spie. Per ottenere il permesso di tornare in patria devono garantire di portare con sé il fratello minore nel successivo viaggio. I fratelli ricordano la vendita di Yossèf e se ne pentono. Yossèf lascia andare tutti tranne Shim’òn, dando loro cibo e rimettendo nei loro sacchi il denaro portato per acquistare il grano.
La carestia costringe i fratelli di Yossèf a tornare in Egitto. Solo dopo una lunga discussione con i figli e con la garanzia di Yehudà, Ya’akòv acconsente a lasciar partire Binjamìn. I fratelli si presentano a Yossèf per restituirgli il denaro ritrovato nei loro sacchi. Yossèf lo rifiuta, dicendo che si tratta di un dono di HaShèm. Yossèf si commuove alla vista di Binjamìn. I fratelli si fermano per un banchetto, dove Binjamìn gode di un trattamento di favore. Il sacco di ogni fratello viene riempito di cibo e sul fondo viene rimesso il denaro portato per comprare provviste. Per ordine dello stesso Yossèf, nel sacco di Binjamìn viene messa la particolare coppa. I fratelli vengono accusati di furto e Yossèf stabilisce che il proprietario del sacco in cui sarà ritrovata la coppa sarà fatto schiavo. La coppa è nella sacca di Binjamìn. Ritornati tutti da Yossèf, si prostrano a lui e si offrono come schiavi al posto del fratello minore. Yossèf, però, ripete che solo chi è stato trovato in possesso della coppa sarà punito.

 

MIDRASHIM

Tra Potere Terreno e Progetto Divino (Bereshìt 41,39-44)
Midràsh Haggadòl 50 e Bereshìt Rabbà 90
(a pagina 671 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Sette Anni di Abbondanza, Sette Anni di Carestia (Bereshìt 41,47-49)
Bereshìt Rabbà 90; Midràsh Haggadòl 41; Midràsh Haggadà 41
(a pagina 673 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

Tra un Sogno e l’Altro
(a pagina 742 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

L’Illusione dell’Esilio
(a pagina 746 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Di Madre in Figlio
(a pagina 747 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

MIKKETZ 5772: REUVEN E I FRATELLI: PROCESSO DI COLPE?
Solo Reuvèn inizia il vero significato del pentimento che è valido solo se non è causato da un fattore esterno, bensì dal libero arbitrio, e se viene fatto in maniera convinta senza giustificazioni.

MIKKETZ 5771 – SOGNI: DUE FACCE OPPOSTE DELLA STESSA MONETA
Il sogno è condizionato spesso dalla vita quotidiana e non necessariamente ha un valore reale. Il Talmud nel trattato Berachot dice: “Cosa significa un sogno?”. Il Talmud riporta che i sogni non hanno un riflesso reale nella vita, ne sono spesso una distorsione, ma al contempo certi sogni possono essere un messaggio dal Cielo e avere importanti conseguenze. Dalla vicenda di Yossèf, attraverso gli insegnamenti chassidici, viene approfondita l’ambivalenza dei sogni, arrivando a riconoscerne il lato negativo e quello positivo, l’analogia con l’esilio, con il mondo, e il significato del Tikkun.

MIKKETZ 5770 – SOSTANZA CONTRO BELLEZZA
I dettagli dei sogni di Yossèf. Un percorso ricco di insegnamenti talmudici e halachici, che ci portano ad analizzare il criterio delle priorità nella Torà e nella nostra vita: l’importanza dell’essenza profonda, della sostanza. La prevalenza della consistenza sulla superficialità e la bellezza. Anche i greci come gli egizi davano precedenza alla superficialita esteriore piuttosto che all’essenza, esattamente l’opposto rispetto all’ordine di priorita della Torah. Il valore di khanukkà, come vittoria della spiritualità sul materialismo.

MIKKETZ 5766 – IL MIRACOLO DI KHANUKKA
La grandezza di Yossèf sta nella comprensione che dietro i sogni si nasconde un messaggio da D-o, per poter salvare tutto il mondo! Infatti solo l’Egitto aveva il nutrimento sufficiente per salvare il mondo. Il faraone era così importante, a tal punto che i suoi sogni impattavano su tutto il mondo. I consigli di Yossèf sono il completamento stesso dei sogni. Il rapporto tra il miracolo di Khanukkà e il fare le mitzvot. L’unicità del popolo ebraico. Il legame tra Mikketz e khanukkà, il significato dei lumi e il miracolo di D-o. Il rapporto con D-o è come uno specchio, all’impegno divino per noi, dobbiamo rispondere con saper dare sempre il massimo per Lui!

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VAYESHEV 5779 : 6 LEZIONI

Questo Shabbàt 1 Dicembre 2018, 23 del mese di Kislèv 5779 leggeremo la Parashà di Vayèshev Gen. 37,1-40,23.

Si legge l’Haftarà di Amòs 2,6 3,8

La Parashà di Vayèshev tratta in sintesi i seguenti argomenti:
Gelosia dei fratelli nei confronti di Yossèf, accentuata dalla tunica variopinta regalatagli da Ya’akòv e dai suoi sogni. Yossèf sogna di legare covoni coi fratelli e che il suo covone si erge al di sopra di quelli dei fratelli che si inchinano al suo; sogna anche che il sole, la luna e le undici stelle si prostrano a lui.
Su richiesta del padre, Yossèf raggiunge i fratelli al pascolo. Essi gli tendono una trappola per ucciderlo. Reuvèn, li invita a gettarlo in un pozzo, senza aggredirlo direttamente, con l’intenzione di tornare dopo per salvarlo. Al passaggio di alcuni mercanti ismaeliti, i fratelli decidono di venderlo, quindi portano a Ya’akòv la tunica di Yossèf, intinta nel sangue di un capretto perchè creda che il figlio sia stato divorato da un animale feroce. Grande dolore di Ya’akòv.
Yehudà e Tamàr. Dopo aver lasciato la casa paterna Yehudà si sposa e ha tre figli. Il primo, Er, sposa Tamàr e muore. Il secondo, Onàn, sposa la vedova del fratello e muore. Yehudà indugia a far compiere il levirato al terzo figlio, Shelà; Tamàr vedendo con la profezia che i re di Israele discenderanno dall’unione tra lei e Yehudà, interviene mascherandosi per unirsi a lui. Dall’unione nascono due gemelli, Pèrez e Zèrakh: il primo sarà progenitore di Davìd e Mashìakh.
Yossèf viene condotto in Egitto dove lo acquista Potifàr, ministro del faraone. Tutto ciò di cui Yossèf si occupava era benedetto e coronato dal successo. La moglie di Potifàr si invaghisce di lui e cerca di sedurlo. Rifiutata, la donna accusa Yossèf di aver tentato di possederla ed egli viene imprigionato.
Yossèf, ritrovatosi in prigione con il coppiere e il panettiere del faraone, interpreta i loro sogni: il panettiere sarà messo a morte, mentre il coppiere tornerà alla sua posizione.
Così infatti avviene. Yossèf chiede al coppiere di ricordarsi di lui quando tornerà al suo lavoro, ma questi se ne dimenticherà.

 

MIDRASHIM

Il Peso della Predilezione (Bereshìt 37,3)
Midràsh Bereshìt Rabbà 84
(a pagina 665 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Yehudà e Tamàr (Bereshìt 38,11-19)
Midràsh Bereshìt Rabbà 85,2
(a pagina 667 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

SIKOT

Fra Stelle e Covoni
(a pagina 736 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Legando Covoni
(a pagina 740 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

Lottare o Convivere
(a pagina 741 del volume Bereshìt edizioni Mamash).

VAYESHEV 5772: COME VINCERE IL BUIO
La visione terrestre della vendita di Yossèf è ben diversa dalla visione Divina. Due tipi di riscatto e due letture opposte dello stesso evento.

VAYESHEV 5771: YEHUDA E TAMAR UN MATRIMONIO ETERNO TRA HASHEM E ISRAEL
La Chassidut ha portato nel mondo luce e vitalità, per fare rivivere quanto è già presente, senza aggiungere nulla di nuovo! L’arrivo del Baal Shem Tov ha rivoluzionato il mondo ebraico e il rapporto con il divino. Il numero otto rappresenta una dimensione infinita e superiore alla natura, coincide con l’era messianica, come gli otto giorni di khanukkà. Un percorso unico e ricco di approfondimenti chassidici che ci porta a scoprire il legame profondo e mistico tra questa Parashà e la festa di Khanukkà.

VAYESHEV 5770: ESISTE CON HASHEM UN RAPPORTO NEUTRALE?
Il pozzo di Yossèf, vuoto ma pieno di serpenti e scorpioni, è paragonabile al cervello di una persona che, senza parole di Torà, si riempe di cose negative, chi si stacca da D-o entra nell’idolatria. Da questo insegnamento si può comprendere il parallelismo con l’educazione del figlio, se essa manca quest’ultimo non crescerà neutrale. Lo studio della Torà, che è di natura trascendentale, richiede l’annullamento. L’umiltà è la base dello studio.

VAYESHEV 5769: COME SI PUO ESSERE FELICI IN PRIGIONE!
Khanukkà e Purim feste simili ma al contempo molto diverse. Una spirituale, l’altra materiale, miztvòt diverse, collegate alle origini stesse trascendentali delle due festività. La prigionia di Yossèf assume un grande valore, non tornando a casa, dimostrando come nella vita tutto viene dall’Altissimo. Ogni fatto della vita ha un significato. Yossèf non cede alla tristezza, resta positiva, la felicità è in ogni momento una nostra scelta. Essere positivi porta bene a noi e al mondo intero! Solo con la positività si può innalzare questo mondo!

VAYESHEV 5767: DUE TIPI DI SUCCESSO SOVRANNATURALE
Un padre deve comportarsi sempre in maniera equilibrata verso i figli. Pur di dimostrare il valore e il rispetto dei genitori, un figlio può mettere in pericolo la propria vita, proprio come Yossèf. L’assenza della Torà nella nostra vita porta il male. Da questi esempi emergono approfondimenti etici e morali.

VAYESHEV 5766 – LE LUCI DI KHANUKKA
La spiritualità insita nella festa di Khanukkà, segna la vittoria ebraica dell’anima sulla materia. Il legame con la storia di Tamar, attraverso gli insegnamenti della chassidut, ci portano ad approfondire il messaggio di Khanukà, la forza di illuminare e trasformare il buio in luce. Niente può ostacolare la luce di Khanukkà.